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Non passa giorno che Salvini non dica qualcosa sul suo tema preferito: i migranti. Giorni fa il presidente dell’Inps Tito Boeri ha illustrato la relazione annuale che l’istituto da lui diretto deve presentare al Parlamento. Nell’ambito di un’analisi basata su dati incontestabili ha affermato che i contributi pensionistici pagati dai e per i lavoratori immigrati e regolarmente occupati sono indispensabili all’equilibrio del sistema pensionistico. Salvini si è infuriato. Ma le affermazioni di Boeri corrispondono ad una realtà che ognuno può intuire e comprendere con un minimo di ragionamento. Vediamo come ci si arriva.

Il sistema pensionistico italiano è e sarà anche in futuro un sistema che paga le pensioni con i contributi versati dai lavoratori attivi. A ripartizione o contributivo incide sul calcolo della pensione, ma i soldi sempre da lì devono arrivare.

Dunque è importante il numero dei lavoratori che devono bilanciare quello dei pensionati. Oggi siamo quasi a 3 lavoratori per 2 pensionati. Ma domani?

Il domani è già indicato dall’oggi ed è rappresentato da un altro rapporto, quello tra nascite e decessi.

Nel 2017 abbiamo avuto un saldo negativo pari a 183.000 abitanti e non perché muoiono più anziani, ma perché nascono meno bambini. Anche questo è un tema ben conosciuto dall’opinione pubblica e tutti possono intuire che se nascono meno bambini e gli anziani vivono più a lungo, prima o poi, lavoratori e pensionati saranno pari e, se non si invertirà la tendenza, i secondi finiranno per superare i primi.

Dunque chi manterrà una popolazione anziana, bisognosa di pensioni e cure? Questo è il problema.

La prima risposta che si è data negli anni passati è stata la diminuzione dell’importo delle pensioni con il passaggio al metodo contributivo. La seconda è stata l’innalzamento dell’età di pensionamento. Ma ciò non basterà se non aumenterà il numero dei lavoratori. Ovviamente non si parla di lavoratori finti mantenuti a spese dello Stato, ma di lavoratori che producono. Dunque innanzitutto bisogna puntare a politiche di sviluppo che aumentino la ricchezza complessiva e che richiamino più occupati. È questa la prima preoccupazione del governo attuale? Non sembra. Né il reddito di cittadinanza né la diminuzione delle imposte per i redditi più elevati né la lotta all’immigrazione e l’ irrigidimento dei contratti di lavoro porta una maggiore spinta allo sviluppo. Al contrario, il governo spinge verso un aumento del deficit e del debito e non c’è alcuna dimostrazione che ciò incrementi lo sviluppo.

Torniamo alle affermazioni di Boeri.

Se la decrescita delle nascite rallentasse e addirittura si invertisse (vuol dire fare almeno 3 figli per coppia) ci vorrebbero vent’anni per avere i primi effetti. Ma noi il problema ce l’abbiamo già oggi e il modo più semplice e più rapido per aumentare i pagatori di contributi è far arrivare un certo numero di immigrati.

Problema: perché ricorrere a lavoratori immigrati e non ai milioni di disoccupati italiani?

La risposta è semplice: perché gli immigrati accettano di essere pagati meno e di fare lavori che agli italiani interessano poco, ma che sono indispensabili per mantenere in funzione l’economia italiana e la società (con colf e badanti).

È quindi un’illusione pensare di sostituire i lavoratori immigrati con i disoccupati italiani se i datori di lavoro aumentassero i salari. E’ difficile che accada e non solo perché molti datori di lavoro sono avidi, ma perché l’Italia ha un problema di scarsa produttività che si porta dietro da anni. I salari italiani sono nettamente inferiori a quelli della Germania anche a fronte di un maggior numero di ore lavorate per categorie di lavoratori che sono tutelati da contratti collettivi di lavoro. D’altra parte anche per colf e badanti ci sono i contratti nazionali a stabilire i minimi retributivi e i principali diritti e doveri di lavoratori e datori. Eppure questi lavori non sono richiesti dagli italiani. E tante fabbriche, specialmente nelle zone più sviluppate, sono tenute in piedi dagli immigrati.

Perché? La spiegazione più semplice è che la principale aspirazione degli immigrati è quella di fermarsi qui e guadagnare. Per i giovani italiani non è così.

In parte c’è un deficit di formazione per cui molte offerte di lavoro per ruoli tecnici non vengono coperte (e mancano anche gli artigiani). In parte le aspirazioni dei giovani italiani sono più elevate, non si accontentano di un qualunque lavoro e di una retribuzione bassa (come facevano però i loro padri o nonni negli anni ’50). Magari a Londra il cameriere o il lavapiatti vanno a farlo, ma in Italia no. Perché? Perché a Londra (o Berlino o Parigi) ci sono realtà dinamiche che permettono di sperare in un miglioramento e di veder riconosciuti i propri meriti, mentre in Italia è tutto molto più difficile e bloccato. Guadagnare poco e senza poter sperare in una carriera interessa solo chi ha lasciato alle spalle situazioni ben peggiori. Dunque i migranti.

E siamo al punto di partenza. Dei lavoratori immigrati c’è bisogno e ce ne sarà bisogno per molti anni ancora. Il calo delle nascite degli italiani si può contrastare con politiche di sostegno alla formazione delle famiglie, ma non sono politiche che si mettono in piedi e che producono effetti dall’oggi al domani. E comunque le famiglie non possono prescindere dal lavoro per il quale valgono le considerazioni fatte prima. L’Italia è quella che è e non può vivere di assistenza e lavori finti. Le mucche in Emilia Romagna qualcuno le deve mungere e oggi non lo fanno gli italiani. Per non parlare di mille altri lavori. Così è.

Dunque è vero che gli immigrati servono a tenere in piedi il sistema previdenziale italiano. Il problema vero è che servirebbero quelli regolari. Lo dice anche Boeri che sottolinea come in questi anni di anarchia migratoria si sia bloccata proprio l’immigrazione regolare.
Ma questo Salvini non lo dice perché non gli conviene. Lui ha bisogno della rabbia e dei ragionamenti con i piedi per terra non sa che farsene

Claudio Lombardi

I migranti e l’economia italiana: costo o opportunità? (di Salvatore Sinagra)

quasi amiciDa lungo tempo in Italia ha luogo un confronto, e certe volte uno scontro, tra chi afferma che gli immigrati rubano il lavoro agli italiani e chi al contrario sostiene che svolgono lavori che agli italiani non interessano perché i giovani sono viziati e abituati al benessere facile

Entrambe le tesi sono essenzialmente estremiste: il contributo degli immigrati all’economia italiana continua ad essere positivo, perché con la loro età media più bassa di circa 15 anni rispetto a quella degli italiani contribuiscono a tenere in piedi un affannato sistema pensionistico penalizzato da una demografia molto sfavorevole e perché svolgono lavori che la gran parte degli italiani attualmente non fanno più.

Secondo Alessandro Rosina, professore associato di demografia all’Università Cattolica, gli immigrati continuano ad essere sotto il profilo economico un bene per l’economia. Rappresentano il 7% della popolazione, ma producono il 10% del Pil.

migrantiUno dei più grandi esperti di migrazioni, l’economista e sociologo Michael Piore, afferma che in tutti i paesi sviluppati esistono mercati del lavoro paralleli: il mercato primario, caratterizzato da mansioni meno faticose, da retribuzioni più elevate e maggiori tutele, ed il mercato secondario, quello delle 5 P, ovvero dei lavori pesanti, pericolosi, precari, poco pagati e penalizzati socialmente. I migranti in tutti i paesi ricchi presidiano quello che Priore chiama il mercato secondario.

immigrati sfruttatiOggi, però, l’Italia del precariato dilagante e del crescente disagio dei giovani nel mercato del lavoro, forse è meglio rappresentata non dal doppio mercato di Priore ma da un triplo mercato. Il primo mercato è quello dei lavoratori garantiti, che beneficiano di un contratto normale che soprattutto i termini di tutele potremmo definire “contratto europeo”. Tale mercato è presidiato ormai quasi integralmente da coloro che hanno iniziato a lavorare nel novecento o nei primi tre o quattro anni del nuovo secolo. Il secondo mercato è caratterizzato da lavori talvolta anche stimolanti, ma poco pagati e precari, è presidiato dai giovani (paradossalmente) più fortunati di quelli che non hanno un lavoro e dai lavoratori non più giovani, che hanno perso un’occupazione migliore e si sono dovuti accontentare. Il terzo mercato è quello delle 5P di Priore, è ancora presidiato massicciamente da immigrati e, anche se le evidenze statistiche non sono molto significative, pare che a tali occupazioni guardi ormai anche qualche giovane italiano scoraggiato che si trova in condizioni estreme perché per esempio non può appoggiarsi alla famiglia.

negozi immigratiUn fenomeno molto studiato negli ultimi tempi è il successo delle imprese gestite da immigrati: si pensi alle storiche fabbriche cinesi nel distretto dell’abbigliamento di Prato o ai bar di Milano gestiti sempre più di frequente da asiatici e sudamericani. Probabilmente in tempi di crisi gli immigrati, meno avversi al rischio o più bisognosi degli italiani, sono più facilmente disposti a cimentarsi in attività commerciali con margini ridotti ed incerti.

Inoltre fenomeno recentissimo è quello delle imprese che delocalizzano, o considerano l’ipotesi di delocalizzare, perché non trovano operai qualificati. Certo sono una piccolissima frazione di quelle che chiudono i battenti per aprire all’estero, ma non è il caso di farle scappare, perché potrebbero essere trattenute con interventi che hanno un limitato costo, quali per esempio sistemi per incrociare la domanda e offerta di lavoro e più facili permessi di soggiorno per persone idonee a svolgere le mansioni in questione.

reato di clandestinitàI lavoratori migranti si concentrano principalmente in quattro contesti: (1) quello dell’industria diffusa, in prevalenza localizzata del nordest e che lavora con modalità tradizionali (e purtroppo spesso arretrate soprattutto sotto il profilo della sicurezza). Tale settore offre lavori anche non troppo precari, ma di certo pesanti, poco pagati e pericolosi; (2) il terziario a basso valore aggiunto che è localizzato nelle grandi città e da’ assistenza al mondo della finanza, alle grandi imprese industriali ed al mondo delle professioni intellettuali (banalmente si pensi alle cooperative che si occupano di pulizie o del ritiro della raccolta differenziata); (3) la cura della persona (colf e badanti); (4) lavori stagionali (per esempio nell’agricoltura nel mezzogiorno e in Trentino).

giovane lavoratore1Secondo l’INAIL tra gli immigrati la percentuale di lavoratori indennizzati è circa il doppio rispetto alla media complessiva e il divario tra immigrati e italiani è presumibile sia ancora più elevato considerato che spesso molte mansioni a rischio sono svolte da migranti nell’economia sommersa. Diverse inchieste hanno poi portato alla luce un sistema agricolo basato sulla schiavitù di migranti in Calabria ed in altre parti del Mezzogiorno. Pagati forse una ventina di euro al giorno per lavorare dieci o più ore e costretti poi a retrocedere ai propri sfruttatori denaro  per i pasti, per il trasporto al campo  di lavoro e per una casetta di cartone in cui dormire. Inchieste giornalistiche hanno poi denunciato consistenti abusi anche al nord.

Chiaramente tali vicende costituiscono colossali violazioni dei diritti umani e scoraggiano gli italiani ad accettare mansioni meno qualificate.

Pier Paolo Barretta, sottosegretario all’economia, denuncia che coloro che si battono (giustamente) per una sanità e per un welfare pubblici dimenticano troppo spesso che uno dei più importanti servizi sociali, la cura degli anziani svolta dalle “badanti”, è un servizio privato che in gran parte si regge sul lavoro in nero e senza tutele.

L’economista Tito Boeri ricorda che in Francia lo Stato esercita un ruolo significativo nell’intermediazione dei servizi offerti dalle “badanti” e tali mansioni vengono svolte anche da francesi (uomini e donne) come viene raccontato nel libro autobiografico Il diavolo custode, che ha avuto un grandissimo successo con la sua versione cinematografica Quasi amici.

tema immigrazioneLe conclusioni sono quindi essenzialmente tre: non è vero che gli immigrati rubano il lavoro agli italiani o tolgono loro soldi dalle tasche; non è vero che tutti gli italiani sono troppo pigri ed esigenti per svolgere lavori pesanti e poco qualificati e non è vero che si può pensare di proteggere gli italiani dalla pesantissima concorrenza degli immigrati clandestini disposti a lavorare per pochi euro l’ora o per qualche moneta ed un piatto di pasta al giorno solamente presidiando le frontiere. E’ impossibile controllare metro per metro diverse migliaia di chilometri di costa e a poco servono leggi sull’immigrazione repressive. La soluzione è combattere il caporalato con maggiori controlli, ma soprattutto con maggiori sanzioni per imprenditori e caporali che sfruttano la  manodopera irregolare e con permessi a tempo, anche adeguatamente pubblicizzati, per cercare lavoro per chi denuncia gli sfruttatori.

Finché si sanzionerà solo gente debole che non ha nulla da perdere non sarà possibile superare lo sfruttamento figlio del lato peggiore della globalizzazione.

Salvatore Sinagra