La politica e la situazione dei giovani

crisi-giovani

Si sa che i giovani hanno votato in stragrande maggioranza NO al referendum (dal 68 all’81% secondo diverse rilevazioni). I promotori del No hanno festeggiato la loro vittoria, ma c’è poco da festeggiare perché più del dissenso sulla riforma costituzionale ha pesato la situazione dei giovani e il loro rapporto con la politica che non sembra in grado di migliorare la loro condizione.

disoccupazione-giovaniUna conferma viene da un’altra rilevazione che fissa una prevalenza del NO al 66% dei voti nei 100 comuni con più disoccupati cui corrisponde il 59% di Sì nei 100 comuni con meno disoccupati. Il fatto è che in Italia i giovani stanno pagando più degli altri le conseguenze della crisi tanto è vero che si è prodotta una disuguaglianza speciale, tutta per loro, che li allontana dalle altre classi di età.

Secondo dati della Banca d’Italia negli ultimi 20 anni il reddito delle persone con più di 65 anni è cresciuto del 19% mentre quello dei minori di 35 anni è diminuito del 15% e quello della fascia fra 35 e 44 anni ha segnato un meno 12%. In pratica la crisi è stata pagata dalle classi di età che comprendono la giovinezza e la maturità, mentre i più anziani hanno goduto di una tutela efficace ed estesa.

lavoro-giovaniUn trend confermato dal Censis che ha rilevato nel corso degli ultimi 25 anni una diminuzione di reddito del 15% per le famiglie di giovani con meno di 35 anni che si traduce anche nella diminuzione della ricchezza disponibile. Nel concreto significa che i giovani hanno potuto beneficiare del patrimonio accumulato dalle famiglie di origine, ma non sono in grado di farsene uno proprio. Inoltre, nel confronto tra il 1991 e il 2016 il reddito dei giovani di oggi è inferiore del 26,5% a quello dei coetanei di allora. Ma il reddito di coloro che hanno più di 65 anni è aumentato del 24,3%. Se ci aggiungiamo che la disoccupazione giovanile è al 36% e che la riforma del mercato del lavoro ha creato più occupazione per gli adulti abbiamo un quadro veramente demoralizzante per i giovani.

Per correggere le disuguaglianze ci sono però due strumenti politici da utilizzare: il fisco e la spesa pubblica. Funzionano? Sembra di no.

Alcuni analisti esemplificano la situazione paragonando la disuguaglianza dei redditi italiana a quella dell’Inghilterra, ma non con la pressione fiscale inglese bensì con quella, molto alta, della Svezia. Un record singolare, non c’è che dire.

spesa-pubblicaL’effetto della spesa pubblica viene rappresentato da un dato: l’intervento dello Stato fa crescere la disuguaglianza invece di ridurla. In pratica, per dirla brutalmente, lo Stato preleva con le tasse molti soldi che non servono a ridurre il disagio di chi sta peggio ma vanno a chi sta meglio. Dati Ocse dicono che il 35% della spesa sociale va al 20% più ricco  e meno del 10% al 20% più povero. La spesa pensionistica in rapporto al Pil è al 16% e la pressione contributiva sui salari al 33%, percentuali fra le più alte al mondo. Dulcis in fundo, chi gode delle prestazioni del welfare è all’84% anziano. Naturalmente si potrebbe dire dato che gli anziani godono di pensioni che assorbono un’alta percentuale di spesa pubblica e sono i maggiori fruitori delle prestazioni assistenziali e sanitarie. Tutto ciò porta Roberto Perotti ex responsabile della spending review del governo e docente presso l’università Bocconi di Milano a scrivere nel suo ultimo libro (Status quo) che il rischio di povertà estrema grava soprattutto sui giovani.

Si dice che il lavoro è la prima preoccupazione degli italiani. È vero, ma bisogna precisare che non si tratta solo di una questione personale perché al lavoro corrisponde il futuro del nostro Paese. Come stupirsi se ad ogni occasione proprio i giovani esprimono la loro protesta contro chi governa? Se i politici non capiscono questa situazione si condannano ad essere rifiutati

Claudio Lombardi

Pensioni e lavoro. La questione giovanile oggi

futuro giovani

Da quando Tito Boeri è diventato presidente dell’INPS ha subito aspre critiche, per ultima quella di creare panico tra i giovani. E’ innegabile che chi ha iniziato a lavorare a partire dagli anni novanta rischia la povertà quando non sarà più in grado di lavorare per ragioni anagrafiche.

pensione anzianiA partire dalla riforma Amato si sono succeduti tanti interventi, per ultimo quello che porta il nome di Elsa Fornero, orientati alla doppia finalità di alzare l’età pensionabile e convertire le pensioni dal sistema retributivo al contributivo. Questi interventi sono sempre stati orientati alla tutela del diritto acquisito. Ai giovani non è mai stata spiegata la situazione. In pratica mentre qualche mio coetaneo protestava per fare andare i suoi genitori in pensione a 60 anni, ma nessuno gli spiegava che la sua età pensionabile era già di 70 ed era destinata a crescere.

In Italia, chi ha iniziato a lavorare prima del 1978, percepisce una pensione integralmente computata con il sistema retributivo, che, mediamente, ha garantito un rapporto tra ultima retribuzione e prima pensione dell’80%. Con il passaggio al sistema contributivo il rapporto è destinato a scendere al 50% per chi ha iniziato a lavorare negli anni ’90, a condizione che l’Italia riesca a crescere nei prossimi anni a tassi non troppo lontani dall’1%.

Intendiamoci, in una certa misura è ragionevole tutelare i diritti acquisiti. Ricalcolare tutti gli assegni con il metodo contributivo, anche quelli inferiori ai 2.000 euro netti mensili, sarebbe ingiusto e economicamente inefficiente poiché comporterebbe un crollo della domanda.

pensioni riccheCerto però quando ci sono disparità forti come quelle di cui stiamo parlando qualche intervento importante dal punto di vista simbolico e utile a ottenere un paio di miliardi per il contrasto alla povertà è doveroso. Si potrebbe chiedere per esempio un contributo piccolo per i pensionati con un assegno di oltre 3.000 euro netti al mese, che cresca in misura significativa per gli assegni superiori ai 5.000 euro netti ed un contributo a chi ha ottenuto una baby pensione e poi ha iniziato un’altra attività o appartiene ad una famiglia con redditi elevati. Si potrebbe anche pensare ad una revisione degli assegni multipli dato che ben 300.000 italiani hanno addirittura quattro pensioni.

Ma prima di ogni cosa occorre una gigantesca operazione trasparenza. Per anni il predecessore di Boeri, Mastrapasqua ha affermato che non poteva spiegare ai giovani con quale trattamento presumibilmente avrebbero passato la vecchiaia per ragioni di ordine pubblico. In sostanza la classe dirigente del paese ha preferito nascondersi, quando avrebbe dovuto raccontarci i suoi ed i nostri errori. pensioni inpsLa trasparenza serve per far fare giuste scelte in termini di previdenza complementare a chi può permettersi di risparmiare per la pensione e per avviare un dibattito politico sugli strumenti e le risorse che lo Stato dovrà mettere in campo per garantire una pensione ai precari ed ai meno abbienti che schiacciati dalla logica dell’emergenza non possono affrontare i problemi che avranno tra quarant’anni. Servirà grande capitale politico per fare redistribuzione in contesti in cui molti pensionati non arriveranno a 1.000 euro al mese.

Di fatto il precariato è diventato una grande scuola di sacrificio per i giovani. Oggi il mercato del lavoro è caratterizzato da una concorrenza spietata, ed vero che è necessario laurearsi in tempi non troppo più lunghi di quelli legali, ma certe polemiche degli ultimi tempi mi sembrano orientate a far passare il messaggio che i giovani hanno meno opportunità perché sono più viziati, meno combattivi e meno dotati dei loro genitori. In sostanza i giovani sarebbero poveri per proprie responsabilità. E pensare che la polemica proviene quasi sempre da parte di persone che appartengono a generazioni che hanno goduto di condizioni pensionistiche e anche retributive difficilmente ripetibili per i giovani di oggi.

giovani lavoratoriLa questione giovanile deve essere analizzata in termini culturali prima ancora che di investimenti e riforme. Oggi i giovani migliori non vanno via dal paese perché sono più poveri dei loro nonni e dei loro genitori che sono rimasti in Italia, ma perché non sono rappresentati dall’Italia che conta nell’arena politica ed economica. Probabilmente si è dimenticata la lezione del passato quando le industrie della chimica, metalmeccaniche e dell’energia attiravano i cervelli invece di farli fuggire.

I giovani non si trattengono in Italia sminuendo il loro operato, facendo loro la ramanzina, negando i problemi o ancor peggio alzando muri. Si convincono a rimanere con proposte credibili.

Salvatore Sinagra

Genitori contro figli? I giovani e il lavoro

giovani e lavoro1Continua la saga dell’epiteto con cui vengono etichettati i giovani. Di recente il commissario unico di Expo Giuseppe Sala ha dichiarato che la gran parte di coloro che hanno inviato un curriculum ha rifiutato offerte di lavoro remunerate tra 1.300 e 1.500 euro e sarà un grosso problema trovare qualche centinaio di lavoratori. Aldo Grasso, noto giornalista e docente si è subito scagliato contro i bamboccioni e sono partite in rete le invettive: molte migliaia di persone non hanno esitato ad ingiuriare i giovani, sarebbero loro, troppo schizzinosi e poco avvezzi al lavoro, il più grosso limite del nostro paese.

Nell’Italia provata da anni di crisi economica e da anni di pochezza di idee la questione sociale si interseca con quella giovanile, ma non la sostituisce perché sono i figli di chi ha meno a pagare a più caro prezzo le transizioni scuola-lavoro troppo lunghe, la disoccupazione giovanile e gli stage non retribuiti. Affermare che i giovani non trovano lavoro perché hanno pretese esagerate e non accettano la fatica altro non che è una moderna rivisitazione della convinzione Thatcheriana secondo cui i poveri sono poveri per colpa loro. La prima generazione italiana che ha passato tutta la vita senza conoscere la guerra oggi si scopre liberista con i suoi figli, ma lo è stata ben poco con se stessa nei decenni precedenti.

ricerca del lavoroIn Italia ci sono circa 3 milioni di disoccupati, ma gli esperti del mercato del lavoro affermano che sarebbe utile conteggiare anche gli sfiduciati per fare comparazioni con altri paesi. Secondo diversi ed autorevoli analisti in realtà i disoccupati in Italia sono 5 o 6 milioni. Ci insegna la teoria economica che più alta è la disoccupazione più si riscontra disponibilità ad accettare opportunità di lavoro poco allettanti, sia dal punto di vista della remunerazione che da quello delle mansioni. Sui manuali di economia politica è riportata una formula che tutti gli studenti di economia hanno almeno una volta nella vita scritto su un foglio durante un esame che lega salari e disoccupazione. Ora io credo non occorra aver studiato economia politica per capire che in un paese ove ci sono 5 o 6 milioni di disoccupati o sfiduciati non si possa fare fatica a riempire 15.000 o 20.000 posizioni lavorative remunerate 1.300 o più euro al mese, come non si può far fatica a riempire un secchio nell’oceano.

Del resto un sociologo del lavoro incisivo e preparato come Francesco Giubileo ben prima delle sparate di Sala e Grasso ha più volte segnalato, numeri alla mano, che non è vero che in Italia chiunque può trovare un lavoro se si accontenta. Giubileo scrive negli ultimi anni in merito almeno tre articoli illuminanti per Linkiesta (“non esistono lavori che i giovani non vogliono fare”; “diffidate da chi vi dice che ci sono tanti posti di lavoro”; “ la disoccupazione reale è il doppio di quella ufficiale”.

crisi e giovaniScriveva un paio di settimane fa sul Corriere della Sera Antonella De Ruggero che in Cina gli ingegneri italiani hanno molto successo, sono considerati più preparati dei cinesi e si accontentano di stipendi più bassi dei cinesi. Non è mai metodologicamente corretto citare la propria esperienza quando si parla di mercato del lavoro, eppure io che ho amici delle superiori che lavorano in Gran Bretagna, in Germania e addirittura in Nigeria e Cina mi chiedo spesso su quale pianeta vivano coloro che affermano che i giovani italiani sono disoccupati perché cercano un lavoro solo sotto casa. E’ vero che in altri paesi tra cui la stracitata (spesso a sproposito) Germania i buoni livelli di occupazione sono stati raggiunti anche grazie al fatto che i giovani che rifiutano il lavoro perdono il sussidio erogato dallo Stato, ma in Italia i giovani che non hanno mai lavorato non hanno nessun assegno. Se si ritiene opportuno che un giovane fuori dal mercato del lavoro debba accettare anche un lavoro pagato poche centinaia di euro in una grande città lontano da casa, lo Stato deve integrare la remunerazione con un adeguato contributo per l’alloggio.

expo MilanoE’ chiaro che c’è qualcosa che non gira nella ricostruzione di Grasso e Sala. La verità è che Expo purtroppo si fonderà sul lavoro di qualche migliaio di giovani volontari, che avranno al massimo un rimborso spese per l’alloggio ed a cui verrà comunicata l’assunzione negli ultimi giorni di Aprile. Non è certo il massimo per chi deve prendere un aereo per arrivare a Milano. Eppure tutto ciò non basta ancora a sfatare il mito dei bamboccioni. La voglia dei baby boomers, o almeno di troppi di loro, di sottolineare la loro differenza e superiorità morale e materiale rispetto ai propri figli è più forte di un fiume di accurate ricerche. Allora basta un video di un Grasso che passa per strada (tra l’altro è un esperto di cinema e non di mercato del lavoro), per scatenare l’ira funesta dei vecchi contro i giovani.

Mi permetto quindi, forse con un pizzico di presunzione, di consigliare alla generazione dei miei genitori di smetterla di prendere a calci i figli (e tra l’altro troppo spesso non i propri ma quelli degli altri), perché l’Italia del calo demografico e della fuga dei cervelli ha bisogno disperato dei giovani. Ma, in particolare, vista la scarsa propensione degli italiani ad iscriversi a facoltà scientifiche, bisogna mettere a punto al più presto una strategia per rendere più allettante questo paese per i nostri migliori ingegneri e per i nostri fisici e chimici, ed anche per quelli che potrebbero arrivare dall’estero. Se non si affronta così il problema continuare a parlare di innovazione per tornare a crescere avrà la stessa valenza di due chiacchiere in ascensore sul clima

Salvatore Sinagra

Mercato del lavoro e licenziamenti: siamo concreti (di Salvatore Sinagra)

chiacchiere art 18In Italia si discute dall’inizio del nuovo millennio sui licenziamenti e il dibattito appare spesso poco documentato e soprattutto poco attento agli input che arrivano dall’estero: viene detto  genericamente  che è necessario adeguarsi all’Europa; si citano, spesso a sproposito, riforme di altri paesi e quasi mai documenti. L’articolo 18 ed in generale i licenziamenti in Italia sono caratterizzati da un elevato livello di conflittualità politica. Colpisce per esempio il fatto che un importante manager come Marchionne affermi che l’articolo 18 impedisce alle imprese in crisi di liberarsi dei lavoratori in eccesso, perché le crisi aziendali si gestiscono con le norme per il licenziamenti collettivi e non con l’articolo 18 che fa riferimento ai licenziamenti individuali. Colpisce che il fondatore di Esselunga Caprotti faccia polemica sulla riforma dei contratti a termine voluta da Elsa Fornero dopo che la normativa in questione è stata modificata per ben due volte.

Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta la flessibilità del mercato del lavoro in uscita diventa negli Stati Uniti una priorità dei repubblicani; nel 1994 l’OCSE pubblica un rapporto, il Jobs study, che suggerisce di passare dalla protezione del posto di lavoro alla protezione del lavoratore, in sostanza  l’OCSE invita gli Stati ove licenziare è particolarmente difficile a rendere più facili i licenziamenti individuali e a garantire la copertura universale tramite sussidi di disoccupazione. Dal 1994 sono passati 20 anni e hanno avuto luogo una serie di “esperimenti economici e sociali” che in Italia sono stati citati molto e analizzati poco.

flessibilità lavoratoriNegli anni novanta il governo socialdemocratico danese vara la tanto discussa flexsecurity, viene data possibilità di licenziare e vengono introdotti generosissimi ammortizzatori sociali e corsi di formazione. Qualche anno dopo i programmi in questione vengono fortemente ridimensionati, perché l’esperienza ha dimostrato che molti cittadini hanno rinunciato a cercare lavoro e sono rimasti per anni nel “parcheggio della formazione”. Infatti, qualcuno dice che da anni non esiste più alcun modello denense.

La infelice vicenda degli “esodati” che deve essere inquadrata in un molto più ampio processo di espulsione dal mercato del lavoro, doveva comportare un ampio ragionamento sugli interventi che possono essere rivolti ai lavoratori considerati anziani (e che spesso non lo sono). Infine è opportuno ricordare che la “ultra-citata” Agenda 2010 di Gerhard Schröder ha intaccato solo marginalmente le regole sulla possibilità di licenziare i lavoratori a tempo indeterminato. In Germania la flessibilità in uscita è stata garantita dal ricorso ai lavoratori a tempo determinato, dalle esternalizzazioni e dalle agenzie interinali.

Di tutte queste circostanze hanno preso atto l’Unione Europea e le organizzazioni internazionali. La Commissione Europea di recente ha enfatizzato la necessità per l’Italia di politiche attive più efficienti e finanziate con più risorse, ovvero ha invitato l’Italia a spendere di più per la formazione ed il ricollocamento dei disoccupati, infine l’OCSE ha diffuso uno studio che afferma che la Germania è tra i paesi in cui è più difficile licenziare.

riforma del lavoroQuindi  le tesi di Sacconi e Nuovo Centro Destra si potevano considerare sulla frontiera dell’innovazione e dell’efficienza nel 1994, oggi sembrano proprio fuori tempo massimo.

Molti economisti sottolineano che non esistono studi che dimostrano una relazione diretta tra produttività del lavoro e facilità di licenziare; in Europa si possono trovare economie solide ove è abbastanza difficile licenziare, è il caso della Germania; economie solide ove è abbastanza facile licenziare, è il caso dell’Olanda; economie in crisi ove è abbastanza facile licenziare, è il caso della Spagna (tra parentesi: la deregulation di Madrid, avvenuta a diverse riprese fin dall’inizio degli anni novanta, non ha comportato nel lungo periodo né crescita, né sostenibilità del debito pubblico).

Inoltre, se l’obiettivo del governo è quello di rendere “business friendly” il mercato del lavoro italiano e facilitare nuove assunzioni, visto che nella gran parte dei casi dopo il licenziamento immotivato il lavoratore sceglie l’indennizzo e non il reintegro, non si capisce bene perché costituisca una priorità l’abolizione o il mantenimento del reintegro e non la drastica riduzione dei tempi del processo del lavoro. Si noti tra l’altro che nel caso in cui il licenziato scelga il risarcimento, lo stesso verrà computato anche tenendo conto dei mesi persi in attesa della sentenza. La politica ha grosse responsabilità perché non ha effettuato un intervento in merito, che avrebbe prodotto limitata conflittualità e grandi benefici.

giovani disoccupatiRenzi ha scatenato notevoli reazioni affermando che esiste un  apartheid ai danni dei giovani e di coloro che non hanno un contratto di lavoro “tradizionale”. Oggi, rispetto a molti altri paesi d’Europa, chi non ha mai avuto un lavoro, i meno protetti, i lavoratori sfiduciati appaiono sicuramente svantaggiati. Qualcuno ha anche parlato di due milioni di cittadini colpevolmente dimenticati dalla politica, tuttavia ci sono solo due interventi che possono attenuare questa situazione di svantaggio: l’introduzione di un sussidio unico di disoccupazione, che a determinate condizioni venga percepito anche da chi non ha mai lavorato ed un “disboscamento” delle troppe fattispecie contrattuali per mezzo di un contratto unico di inserimento o di un contratto a tutele crescenti, interventi che non postulano necessariamente l’abolizione dell’articolo 18.

Oggi la difficoltà più grande di rivolgersi agli esclusi consiste nell’orientare a loro favore una parte della spesa pubblica, se non vi sono le risorse economiche e politiche per farlo è meglio non dilettarsi più in estenuanti discussioni sulla normativa dei licenziamenti e non polarizzare il paese facendo riferimento a dolorose esperienze come quelle dell’apartheid.

Salvatore Sinagra

Jobs act. Il lavoro senza qualità (di Andrea Ranieri)

jobs actCi risiamo. La politica dell’occupazione viene ricondotta, come accade da un ventennio, a misure lavoristiche. La presunta rigidità del mercato del lavoro è ancora vista come causa della disoccupazione. Intendiamoci, nei provvedimenti sul lavoro del “piè veloce” Renzi ci sono cose utili e sacrosante: le riduzioni Irpef per i dipendenti, che dovrebbero portare in busta paga le famose 80 euro al mese, le misure per garantire alle donne il diritto alla maternità qualunque lavoro svolgano, l’impegno a misure per incentivare la conciliazione fra tempi di lavoro e di vita, e tanto altro. Ma è la logica complessiva e soprattutto il contenuto delle prime poste in essere – quelle del decreto Poletti – che va da tutt’altra parte. E non coglie l’obiettivo fondamentale: creare lavoro nuovo e di buona qualità.

Perché le due cose – bisognerebbe convincersene dopo anni nei quali il lavoro è divenuto più precario e la disoccupazione è aumentata – vanno insieme. Ce lo ha detto, da ultimo, il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco: «Il miglioramento della competitività delle imprese passa dalla valorizzazione del capitale umano di cui dispongono, anche in collaborazione con il sistema di istruzione e di ricerca. Studi della Banca d’Italia mostrano come rapporti di lavoro più stabili possano stimolare l’accumulazione di capitale umano, incentivando i lavoratori ad acquisire competenze specifiche all’attività dell’impresa. Si rafforzerebbero l’intensità dell’attività innovativa e, in ultima istanza, la dinamica della produttività».

lavoro precarioSe il problema del nostro sistema industriale è la scarsa produttività e propensione all’innovazione, se sono queste le cause di fondo che frenano lo sviluppo e la crescita dell’occupazione, allora continuare a rendere più facile e conveniente il ricorso a forme di lavoro precario è un freno allo sviluppo. Ed è anche un segnale sbagliato mandato alle imprese: continuate pure a sacrificare lo sviluppo futuro per ottenere risparmi di brevissimo periodo. Perché la capacità di innovazione produttiva e organizzativa richiede stabilità e investimenti di lunga lena sulle capacità e le competenze delle persone. La cosa che sembra non importare affatto al governo, visto che nelle misure non c’è nessun segnale di rafforzamento della formazione permanente, nonostante l’avviso che l’Ocse ci ha mandato con la ricerca Piaac. Uno studio molto chiaro: tra i 24 Paesi indagati i lavoratori italiani hanno il più basso livello di competenze; e ben il 70 per cento di loro, per capacità di leggere, scrivere e far di conto, è al di sotto del livello 3, che per l’Ocse è il livello minimo per vivere e lavorare dignitosamente.

Non sembra essersene accorto il ministro Giuliano Poletti, il quale con tutta tranquillità voleva addirittura far fuori la formazione dall’apprendistato professionalizzante. Se non ci riuscirà è perché si è insinuato il timore che quell’apprendistato non sarebbe stato considerato dall’Ue coerente coi fini della “Garanzia Giovani”, dal momento che si sarebbe caratterizzato come un puro aiuto di Stato alle imprese e non uno strumento di rafforzamento delle competenze dei lavoratori. La “Garanzia Giovani”, un provvedimento europeo, già cofinanziata e impostata dal governo Letta, è allo stato dei fatti l’unica misura attuabile utile ai giovani disoccupati. Il combinato disposto dei primi provvedimenti del governo Renzi va in direzione esattamente contraria a quella annunciata dal Renzi segretario del Pd.

giovani e lavoroAnnunciando il Jobs act alla direzione del Pd, il segretario disse che la priorità era far crescere la produttività e l’innovazione delle nostre imprese, per portarle a competere sulle produzioni di maggior qualità e a maggior valore aggiunto. Il suo primo decreto da capo del governo è invece funzionale all’esatto opposto: lasciare le nostre imprese nella fascia bassa della produzione di merci e servizi, quella appunto che compete quasi esclusivamente sulle dinamiche di costo e sulla riduzione delle tutele dei lavoratori. I contratti temporanei “liberalizzati” non creano più occasioni di lavoro. Lavoce.info ha pubblicato una ricerca relativa alla Spagna, in cui l’aumento esponenziale dei contratti temporanei ha prodotto meno giornate di lavoro e salari più bassi. La stessa Spagna – oggi in piena deflazione e con la disoccupazione giovanile in crescita – che qualcuno continua ad additare come esempio “riformatore”.

E se i contratti temporanei vengono “liberalizzati”, il famoso contratto di inserimento a tutele crescenti, salutato con favore anche in ambienti “liberal”, perde la qualifica di “unico”, la sola che poteva giustificare il superamento della giusta causa sui licenziamenti nel periodo di ingresso. E diventa un contratto tra i tanti: non una misura per ridurre la frammentazione del mercato del lavoro, ma per rendere più flessibile i tempi indeterminati residui.

spending reviewIntanto incombe la cosiddetta spending review, che “revisiona” poco, ma taglia molto. Anche questa un’occasione persa, perché il nodo che dovremmo affrontare per ridare fiato all’occupazione è un altro: come ridare efficienza, efficacia, qualità ai servizi, a partire dalla Pubblica amministrazione. Che è il settore dove il lavoro potrebbe crescere, dando risposta al bisogno di salute e istruzione, ai desideri di cultura, città vivibili e paesaggi restituiti alla loro bellezza. Su questi terreni l’Italia ha un numero di occupati in rapporto ai cittadini molto inferiore rispetto a tutti gli altri Paesi europei. Combattere gli sprechi ha senso se in questi settori si reinveste e si crea nuovo lavoro.  Insomma, la questione dell’occupazione non può più essere affidata esclusivamente al mercato. Meno che mai al mercato del lavoro. La durezza della crisi ci ha fatto dimenticare che la crisi è venuta dopo anni di crescita senza occupazione. Porsi sul serio il problema del lavoro vuol dire affrontare i nodi di fondo che hanno frenato lo sviluppo del sistema produttivo. Per immaginare un ciclo virtuoso, che metta in sintonia il lavoro col desiderio delle persone di vivere in un mondo più pulito, più giusto, più sano. Più bello.

Andrea Ranieri tratto da www.left.it

Giovani e lavoro: tre proposte concrete (di Salvatore Sinagra)

giovani e lavoroTutti i media riportano l’ultimo dato sulla disoccupazione giovanile, 42,4%. È un dato che fa impressione anche se si riferisce a giovani che in gran parte sono nell’età degli studi. Il dato generale sfiora, invece, il 13% e pure questo è drammatico. Resta il fatto che la crisi colpisce innanzitutto i giovani dei quali, giorni fa, il ricco erede della famiglia Agnelli, John Elkann, ha detto che avrebbero tante opportunità, ma non le colgono perché sono mammoni. Detto da lui fa un po’ rabbia, ma il tema merita attenzione anche perché non è la prima volta che si tira in ballo l’argomento dei giovani che “preferiscono stare in famiglia”.

Poiché affermazioni simili girano da anni mi chiedo se sia da sani di mente pensare che quasi tutti coloro nati dagli anni settanta in avanti siano incapaci o pigri.

Si dice che oggi i giovani possono puntare sui mercati emergenti che prima non c’erano oltre che su l’Europa e gli USA. E’ innegabile che grazie ad iniziative come il programma Erasmus attivo dal 1987 i giovani oggi hanno opportunità di conoscere altri paesi e di tentare di farsi una vita altrove che, di certo, non avevano i ragazzi del dopoguerra. Grazie ai voli low cost, per esempio, un giovane può non solo viaggiare, ma anche fare colloqui di lavoro con facilità e con costi ragionevoli in tutta Europa. Certo, le cose non sono sempre facili e la crisi produce pure reazioni di razzismo e di intolleranza nei confronti di chi viene da “fuori”.

disoccupazione giovaniResta il fatto che è duro a morire lo stereotipo dell’italiano mammone che non rende giustizia ad una nazione in cui la mobilità dei lavoratori è sempre stata elevatissima almeno da sud a nord, e che rischia di tornare ad essere terra di emigrazione. Il 2,3% dei laureati italiani lavora all’estero, contro lo 0,6% dei tedeschi e l’1,1% dei francesi. Certo abbiamo anche record negativi come quello degli studenti fuori corso, ma  non è corretto usare questo dato per attaccare l’etichetta di fannulloni a diverse generazioni negando l’evidente realtà che il nostro paese non premia nemmeno coloro che hanno studiato bene e in tempi ragionevoli.

ostacoli per i giovaniE poi domandiamoci: i giovani a casa stanno veramente così bene? Possibile, ma l’alternativa com’è? Bisognerebbe, infatti, chiedersi come stanno quelli che vivono fuori casa. In una città come Milano per esempio, un precario incontra grandi difficoltà anche nello stipulare un contratto d’affitto. Per non parlare dei prestiti bancari. E poi i lavori sono in buona parte sottopagati rispetto al costo della vita e così in una grande città un giovane che fa il lavoro per cui ha studiato rischia di non potersi  permettere altro che una condivisione di un appartamento per anni. Molti giovani, tra l’altro, mentre fanno tirocini e stage di solito ben poco retribuiti sono pure costretti ad arrotondare facendo altri lavoretti: consegna di pizze, lezioni private, servizio presso ristoranti. E’ chiaro che se dopo qualche anno di fatica il giovane (ormai neanche troppo giovane) non ottiene l’incremento di reddito necessario per condurre una vita da adulto, è forte la tentazione di ritornare in famiglia. Se poi a lavori precari si alternano periodi di disoccupazione allora il ritorno a casa è quasi certo. Basta informarsi per capire che la vita autonoma, magari in una grande città, non permette “vuoti lavorativi”.

giovane in crisiCosì si arriva anche a rinunciare alla ricerca del lavoro. All’estero li chiamano scoraggiati, in Italia li chiamiamo “bamboccioni”. Invece il fenomeno dei lavoratori scoraggiati è una cosa seria ed è determinato in gran parte da fattori economici, sociali e geografici. Il fatto che i giovani disoccupati tedeschi o olandesi  siano più attivi di quelli italiani nella ricerca del lavoro non dipende  dalla voglia di fare dei popoli nordici, ma in larga misura dal welfare, ovvero da un sistema di aiuti ed obblighi, che spinge, e spesso costringe, i giovani a non demordere nella ricerca del posto di lavoro pena la perdita non solo del sussidio ma anche dei servizi dei centri per l’impiego.

Arriviamo alle proposte. Le riassumo in tre punti:

Un sussidio ai giovani che cercano lavoro.  Un sussidio statale potrebbe integrare un reddito da lavoro e sarebbe un incentivo ad iniziare una vita autonoma. Si tratterebbe di una  misura di “mobilità sostenibile dei giovani lavoratori”  che dovrebbe, però, essere accompagnata da misure per evitare che i datori di lavoro diventino i veri beneficiari di tali interventi “delegando” lo Stato a pagare una parte delle retribuzioni. Un reddito minimo ovviamente non garantirebbe ai giovani disoccupati e precari un tenore di vita elevato, tuttavia darebbe loro uno stimolo ad uscire dalla cerchia degli scoraggiati, evitando che la lunga crisi che stiamo vivendo bruci il capitale umano di un’intera generazione.

Mappe che censiscano le opportunità di lavoro su tutto il territorio nazionale. Ciascun centro per l’impiego potrebbe individuare le competenze che sono richieste nel proprio territorio, poi i diversi centri potrebbero procedere allo scambio di informazioni. In questo modo il disoccupato che apprende da fonte affidabile che le sue competenze potrebbero realmente servire in una data area può prendere in considerazione l’idea di recarvisi senza timore di girare a vuoto.

Un sistema di voucher gestito dai centri per l’impiego, che supporti i giovani che vogliono fare colloqui di lavoro lontano da casa (con tutte le opportune condizioni per evitare che qualcuno se ne approfitti).

Ovviamente tali tre misure non sono in grado di riassorbire nel mercato del lavoro qualche milione di giovani e devono essere adeguatamente finanziate, tuttavia sono preferibili alla facile demagogia di chi risolve la questione parlando di “bamboccioni” o di giovani svogliati. Prima di parlare di merito e di impegno bisogna garantire le condizioni perché si creino opportunità accessibili a tutti

Salvatore Sinagra

La Concordia e l’orgoglio italiano (di Angela Masi)

naufragio ItaliaStanding ovation mondiale per il raddrizzamento della Concordia…. Adesso il Gigante del mare è quasi pronto per lasciare quelle acque. Tanti, a cominciare dal Capo del governo,  esultano al successo italiano e parlano di orgoglio dell’Italia.

Siamo tutti contenti che il relitto della Concordia possa essere portato via, ma tanto entusiasmo andrebbe ben calibrato. Il successo non è dell’Italia che si è, anzi, dimostrata incapace di prevenire il disastro causato da un’incredibile sequela di violazioni di norme e del semplice buon senso in omaggio a una concezione rapace dove l’interesse privato la fa da padrone.

Il successo è di quelli che hanno concepito, organizzato e effettuato la rimozione della nave. Bravi tutti dagli ingegneri all’ultimo lavoratore nel compiere l’eroica impresa, ma non ci stupiamo: fra gli italiani ci sono tesori di competenza e di capacità che il mondo ci invidia. E infatti il “mondo” riesce sistematicamente a prenderseli. Il problema è che non rimangono in Italia perché qui non c’è molto posto per i meriti, ma ce n’è tanto per le cordate, le camarille, le fedeltà personali.

i buchi dell'ItaliaLasciamo quindi perdere l’orgoglio italiano e parliamo piuttosto delle conseguenze del disastro e della prevenzione di una sua ripetizione.

Sulle conseguenze sappiamo che un maxi processo è in corso e che lo Schettino è agli arresti domiciliari. 32 morti, non si sa quanti feriti, danni all’ambiente, un miliardo perso tra nave affondata e recupero e Schettino sta ai domiciliari pronto a dichiararsi innocente. A quando la dichiarazione di essere un perseguitato dei giudici?

Circa la prevenzione le cronache parlano di passeggiate dei transatlantici nella Laguna di Venezia per soddisfare il turismo “mordi e fuggi” e l’emozione di vedere il Campanile di S. Marco dall’alto del ponte superiore di una grande nave.

navi VeneziaMa è mai possibile che l’Italia abbia così poca dignità? Vorremmo sapere dalle autorità competenti se ritengono di intervenire con la proibizione assoluta di avvicinarsi in nave a piazza S. Marco o se è meglio aspettare l’incidente per cadere dalle nuvole e accorgersi del problema.

Comunque in Italia sappiamo bene cosa voglia dire “abbandonare la nave prima che affondi” anche se la nave non la comandiamo noi. Troppo grandi i mostri da combattere, troppo poche le briciole di Hansel e Gretel da spargere per ritrovare la strada…

La cronaca politica “pompata” dai media sembra un gigantesco fotoromanzo fondato sul pettegolezzo. Si perdono i dati di fatto, i punti di riferimento vengono stravolti e ogni volta cambiati per cui adesso sembra che chi invoca la legalità sia un pericoloso provocatore. Il pluricondannato Berlusconi lancia proclami televisivi contro i giudici e diventa la notizia del giorno non per condannarlo, ma per studiarne le mosse. E vogliamo scandalizzarci se Schettino pilotava la Concordia come un motorino?

giovani e lavorocercasi classe dirigenteLa gente comune spera che l’Italia esca dalla crisi, spera che i rappresentanti politici si facciano carico dei loro drammi e che il Governo, nato all’uopo, risolva delle emergenze che mettono a rischio la tenuta del Paese.

Spera, ma poi ascolta i telegiornali, legge i quotidiani e capisce che i politici si occupano d’altro, presi da un meccanismo impenetrabile alla gente comune e che si autoalimenta e per il quale non è fondamentale il destino del Paese; importante è che l’ultimo che rimane abbia il “bastone” del comando.

Ci sono tanti giovani che hanno studiato e che vorrebbero lavorare, ma si trovano le porte sbarrate perché ….. la crisi e i tagli, i tagli e la crisi….. Intanto, però, dovremmo entusiasmarci all’abolizione della prima rata dell’IMU. Dico: ma siete matti voi che avete il potere di decidere per tutti?

Non sarà il caso di rischiare con un cambiamento radicale che dia una scossa vera allo stato di cose esistenti? Dobbiamo proprio rassegnarci ad essere mal governati?

Angela Masi

Civanomics: idee per rispondere alla crisi dal PolitiCamp di Civati (di Salvatore Sinagra)

cambiamentoIl 5, 6 e 7 Luglio, a Reggio Emilia, ho partecipato, insieme ad altre 1.500 persone (presenze registrate dagli organizzatori) all’incontro – maratona indetto da Pippo Civati e chiamato W LA LIBERTA’.  Era inevitabile si parlasse di rapporto con l’elettorato, del partito democratico e di partecipazione politica, ma non poteva mancare uno spazio dedicato anche all’economia. Si è parlato di tasse (in testa a tutti l’IMU), ma soprattutto di mercato del lavoro e di disoccupazione giovanile.

Poche parole sulle tasse. Civati è favorevole alla riduzione delle imposte sul lavoro e quindi contrario al superamento dell’IMU. La sua posizione è assolutamente allineata a quella delle più importanti organizzazioni internazionali, che hanno di recente sottolineato che se vi fosse margine per ridurre le imposte sarebbe preferibile, ai fini della crescita, agire su quelle sui redditi e non su quelle sul patrimonio. Giustamente Civati ha ricordato che non sono circoli di intellettuali di sinistra o enti solidaristici che ammoniscono l’Italia di non toccare l’IMU, ma lo fa il Fondo Monetario Internazionale.

giovane lavoratore1Ancor più centrali sono stati i temi della disoccupazione ed in particolare della disoccupazione giovanile, su cui oltre Civati, sono anche intervenuti gli economisti Rita Castellani e Filippo Taddei (e l’ex ministro Fabrizio Barca in apertura). In questi anni le lunghe ed estenuanti discussioni sull’articolo 18 hanno forse portato molti a pensare che i problemi del lavoro si riducano solo alla normativa sui licenziamenti; il dibattito sul lavoro così è stato inquinato e deviato. Ora questa polemica si è spenta e si riecse a vedere la vera natura dei problemi.

Rita Castellani ha sottolineato che non ha senso analizzare il problema disoccupazione in prima battuta con la lente della normativa sui licenziamenti. I problemi occupazionali che colpiscono soprattutto i giovani, ma negli ultimi tempi anche lavoratori over 50, sono dovuti in gran parte alla debolezza della domanda cioè ci sono pochi datori di lavoro disposti ad assumere. E’ prioritario quindi effettuare azioni volte a rilanciare la domanda, ovvero è prioritario favorire la nascita di imprese nei settori a più alto valore aggiunto.

Castellani ha poi sottolineato che non è vero che in Italia ci sono troppi laureati, come non è vero che i giovani italiani sono poco qualificati, mentre sono molto alte le disparità e il cosiddetto ascensore sociale (la possibilità di migliorare la posizione rispetto al punto di partenza) non funziona più (ammesso che sia mai esistito).

Per questo è vaniloquio continuare ad invocare riforme strutturali come se fossero una bacchetta magica senza spiegare quali riforme e per fare che cosa.

direzione lavoroCivati su lavoro e disoccupazione ha affermato che è ormai necessario un welfare che parli a tutti, che si rivolga anche a coloro che sono fuori dal mercato del lavoro. Si è impegnato ad introdurre il contratto unico tanto caro a Boeri ed ha affermato che è prioritario aprire un dibattito sul reddito minimo garantito (l’estensione a tutti degli ammortizzatori sociali), ma ciò non può avvenire se non insieme ad un gigantesco sforzo per la riqualificazione della forza lavoro.

La questione del reddito minimo garantito, centrale nel dibattito politico di tutti o quasi tutti i paesi europei, è arrivata nell’arena politica italiana nell’ultima campagna elettorale, Civati ha ricordato che si tratta di una grossa sfida che implica doveri, sia per il percettore del reddito che deve accettare percorsi di riqualificazione, sia per lo Stato e per il nostro sistema educativo  e della formazione.

Le tasse, la normativa del lavoro e il sostegno ai disoccupati,  non costituiscono che la cornice del contesto economico. La Civanomics è fatta anche di politica industriale, di investimenti in settori produttivi innovativi e non convenzionali, a partire dalla cultura e dall’economia verde. Un quadro ampio, ma fattibile composto di assi strategici e proposte concrete e, soprattutto, di tanta serietà. Lo “stile” Civati insomma.

Salvatore Sinagra

Giovani e lavoro: bamboccioni o sfruttati? (di Salvatore Sinagra)

Ormai da diverso tempo infuria il dibattito su giovani e lavoro. Un autorevole ministro, molto stimato all’estero, ebbe modo di scatenare un putiferio con l’infelice espressione bamboccioni. Un altro ministro più o meno un anno fa riuscì ad essere ancora più infelice, utilizzandola parola inglese choosy (in inglese = esigenti). Per finire, un sottosegretario ha avuto modo di definire sfigati coloro che a 28 anni non hanno ancora la laurea in tasca. La questione dei giovani è stata rappresentata da uomini di governo e giornalisti in modo grottesco e, forse, non ha fatto meglio di loro la gente comune.precario choosy

Parlare di qualche milione di giovani usando termini come sfigati e bamboccioni o schizzinosi (choosy nel senso usato dal ministro Fornero) può essere offensivo, ma anche non avere alcun fondamento oggettivo.

cervello in fugaCome dovrebbe essere evidente non esiste una popolazione giovanile omogenea. Può esserci un giovane pigro, ma ve ne sono in misura ben superiore altri che si impegnano seriamente. Basta guardarsi intorno e vedere quelli che mandano dieci curriculum al giorno, che accettano a accetterebbero un lavoro poco qualificato, che lavorano con contratti improponibili, che sono al terzo stage poco o non retribuito. È veramente difficile fare una media di situazioni così diverse e comunque non serve a contraddire una realtà percepibile da tutti. Quindi se ha ragione l’ex viceministro Michel Martone a ricordare ai giovani che non si può stare a vita sui banchi dell’Università, è pure vero che vi è una generazione di giovani (i nati dalla fine degli anni settanta in avanti), che da più di dieci anni è alle prese con un mercato del lavoro in deterioramento.

La verità è che questa tendenza è stata sottovalutata forse perché per molto tempo hanno pagato sulla loro pelle i giovani più qualificati che o sono stati sostenuti dalle famiglie o hanno imboccato in silenzio la via dell’emigrazione. Oggi la mancanza di lavoro sta toccando molte più persone e sta erodendo il ceto medio spingendolo verso l’area della povertà. Le famiglie stanno consumando le riserve e non possono più aiutare per anni figli adulti e disoccupati.

Peri di più bisogna fare i conti con i luoghi comuni condivisi spesso da molti italiani.

1)    Ci sono troppi laureati. Falso.

In Italia la percentuale dei laureati sulla popolazione totale è inferiore a quella di tutti gli altri paesi che hanno un tasso di disoccupazione minore di quello italiano. Certo il problema della sotto-occupazione dei laureati è sotto gli occhi di tutti. Come sottolinea il sociologo del lavoro Francesco Giubileo il sistema italiano basato su microimprese a conduzione familiare, fatte di tre o quattro dipendenti, deprime la domanda di lavoratori qualificati perchè spesso queste imprese non vanno oltre la famiglia dell’imprenditore e non crescono. Chiaramente per assorbire un’occupazione qualificata occorrono grandi imprese e microimprese che fanno una produzione qualificata.

precario22)    I giovani d’oggi sono incompetenti. Falso

Tutti sanno che molti italiani all’estero hanno grande successo. Spesso, nonostante la preparazione erogata dalle nostre scuole sia molto teorica, competono sullo stesso piano con pari età tedeschi, francesi, austriaci o dei paesi nordici. Certo bisogna  ricordare che l’Italia è un paese con performance scandalose in termini di analfabetismo di ritorno (quelli che hanno studiato nel passato eppure fanno fatica a comprendere anche testi semplici)

3)    Il laureato di oggi è meno qualificato del diplomato di una volta.  Falso

Oggi, nonostante i problemi delle nostre scuole superiori e delle nostre università, ogni anno arrivano sul mercato del lavoro moltissimi giovani ben preparati anche grazie a programmi europei ed internazionali. Ebbene sono proprio quelli che, spesso, vanno a lavorare all’estero. Il problema è che raramente succede l’inverso e cioè che giovani stranieri vogliano fare un’esperienza in Italia

4)     Sarebbe meglio fare studiare meno persone. Falso.giovani1

Sarebbe meglio fare studiare meglio. Il sociologo del lavoro Francesco Giubileo ritiene che ormai vi sia un mercato fortemente segmentato, quello delle professioni manuali, che ovviamente non necessita di personale con studi tecnici, liceali e universitari cioè preparato per mansioni impiegatizie. Quindi chi non ha voglia di studiare è bene che faccia una formazione professionale estremamente specifica perchè in tempi di crisi l’operaio specializzato è meno sostituibile dell’operaio generico. Fermarsi al diploma è invece sbagliato perché un giovane potrebbe essere considerato troppo vecchio per imparare un lavoro manuale e inadatto per svolgere un lavoro d’ufficio

5)     I giovani Italiani vogliono il lavoro sotto casa. Falso

Sono moltissimi gli italiani che vanno a lavorare all’estero, anche nei mercati emergenti cioè molto lontano da casa

6)     I giovani italiani non si accontentano mai. Falso/Parzialmente falso

Probabilmente ci sono molti giovani che non hanno ancora ben compreso le criticità e le sfide dei nostri tempi, tuttavia sono moltissimi i giovani, anche con formazione post laurea, che si accontenterebbero di lavori noiosi e banali. Forse le statistiche non lo dicono, ma l’esperienza quotidiana di vita sìgiovani e lavoro

7)     La disoccupazione giovanile è un problema che esiste in tutta Europa. Parzialmente falso

Oggi la disoccupazione giovanile, forse con l’eccezione di Austria e Germania, cresce in tutta Europa. La differenza con l’Italia è la capacità di reazione a livello di sistema. Quindi se il problema è comune non lo sono le possibili soluzioni.

In conclusione mi sembra si possa dire che la realtà va osservata ed interpretata liberandosi di schemi inadeguati. Uno di questi è che si possa combattere la disoccupazione dei giovani dando soldi ai datori di lavoro come incentivo all’assunzione. Anni di esperienza dovrebbero aver dimostrato che questo è il luogo comune n. 8 da aggiungere alla lista. Soldi sprecati perché chi assume lo fa a prescindere da un aiuto temporaneo. Ma anche soldi messi sotto la voce “Occupazione giovanile” e che dovrebbero essere definiti “Aiuti ai datori di lavoro”.

Salvatore Sinagra

Lettera aperta a chi è come me

Anche l’operaio vuole il figlio dottore…… Impressa nella mente e nell’indole rivoluzionaria di una 15enne che avrebbe voluto cambiare il Mondo, di chi da bambina ha vissuto le ingiustizie di un Mondo corrotto, ingiusto, quasi sempre contro i più deboli.

prospettiva giovaniIl bilancio a distanza di quasi 20 anni? Forse ci avrei dovuto rinunciare a tali pretese.

Sono cresciuta e ho maturato la mia coscienza politica nei centri sociali. Ho imparato tanto: la passione, la determinazione e la consapevolezza che i cambiamenti sono possibili con l’impegno e la dedizione: si è cominciato con le occupazioni a scuola, con le manifestazioni nella piazza di un piccolo paese di provincia che poi, ho scoperto, nessuno…. neanche i tuoi stessi concittadini, nonostante vivessero lo stesso disagio, avrebbero preso in considerazione.

Ho imparato l’amore, per me ma soprattutto per gli altri, per chi (secondo le mie illusioni gli elementi culturali e la forza di tutelare i propri diritti non ce l’aveva). AMA IL PROSSIMO TUO COME TE STESSO, per me, ha assunto le forme di “Ama il prossimo tuo più di te stesso”.

Mi sono iscritta all’Università. Ho studiato Scienze Politiche: anche qui impegno, dedizione, sete di sapere e di essere. Notti di studio, non solo strumentali agli esami perché, da qualche parte avevo letto che per essere liberi bisogna essere colti e il rapporto è direttamente proporzionale. Certamente non me lo avevano insegnato al Liceo, né tantomeno all’Università ma sapevo che era vero, in sostanza non potevo essere infinocchiata se sapevo! Che volessero farlo, infatti, mi era chiaro dallo sguardo del mentitore: in televisione, per strada, tra i miei coetanei….

Mi sono laureata nel 2006, quasi col massimo dei voti e il mio territorio mi stava troppo stretto, mi opprimeva, avevo voglia di scoprire e di essere fuori di un contesto protettivo, troppo protettivo.

Una grande opportunità: una borsa di studio per un master fuori regione. 15.000 Euro in tasca per realizzare un sogno, non solo professionale.

Valigia, ricordi, laurea e via…. Intercity per Roma….. Master in studi europei e relazioni internazionali: volevo raggiungere, in qualche modo, il mondo delle ONG.

Ancora libri, studi, dedizione, interesse molto oltre quello che imponeva il mondo accademico post-universitario.

Ecco fatto, un altro titolo in tasca…. Via, si parte con la ricerca del lavoro perché non è che nella vita si può essere rivoluzionari sognatori per sempre….

1187 Curricula inviati…. Nessuna risposta, neanche quella classica: “non siamo in cerca di nuove risorse ma terremo in banca dati le sue referenze”…. NIENTE.

Che faccio? Bagagli e a casa?giovani e futuro

No! Eccola, arriva la grande opportunità della tua vita: un progetto di servizio civile in una onlus. 13 Mesi di impegno civile e di tutela dei diritti. La lotta rivoluzionaria che col passare del tempo ti rendi conto deve essere razionalizzata, canalizzata e diventare costruttiva aveva l’opportunità di concretizzarsi. Un anno bello, intenso, piacevole, di grande valore umano….

Mi sono impegnata tanto ed ecco che, per una volta, qualcuno è stato capace di intercettare il tuo impegno: PROPOSTA DI CONTRATTO, a tempo determinato…. Ma sempre proposta di contratto…. Potevo lavorare e combattere per i valori di giustizia, libertà e uguaglianza cui sempre avevo creduto: era un’opportunità fantastica. L’ho sfruttata fino in fondo e anche i miei colleghi di lavoro e i responsabili se ne sono accorti: mi hanno offerto un lavoro a tempo indeterminato…

Ho comiciato a costruire il mio futuro, ho anche trovato l’amore: un ragazzo senegalese della mia età. Un amore meraviglioso, di quelli che fanno venire i brividi: la diversità culturale ti arricchisce, ti stimola, ti fa pensare che tutti gli uomini del mondo e della terra hanno il sangue rosso e il cuore che batte con le stesse frequenze.

Un passato doloroso ci ha uniti e la voglia di cambiare il Mondo, il motore del nostro rapporto.

In Europa però c’è la crisi. Lui non ha lavoro e rischia il rimpatrio per la mancata possibilità di rinnovo del permesso di soggiorno. La tua famiglia non condivide la tua scelta; il tuo reddito, appena sufficiente al sostentamento, adesso deve bastare per due; la tua famiglia ti è ostile e tu ricominci una trafila che ormai dura da tanti anni, da troppi: cadi e ti rialzi, cadi e ti rialzi, cadi e ti rialzi fino a non poterne più…. Fino ad esserne stremato…..

C’è qualcosa, però, che ti dice che non sarà così per sempre: hai fiducia, speranza e desiderio forte di cambiare perché quando una situazione diventa insostenibile, come quella di oggi non può essere diversamente: in meglio o in peggio la stasi non può perdurare.

Sono convinzioni personali, però, illusioni non riscontrabili nella realtà di questo nostro Paese che, a distanza di due mesi dalle elezioni politiche non riesce a darsi un governo, non riesce ad unirsi intorno ad un unico grande tema: il benessere delle persone e la restituzione della dignità ad ognuno.

Scritto da: Una persona come tante

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