Giovani e lavoro: bamboccioni o sfruttati? (di Salvatore Sinagra)

Ormai da diverso tempo infuria il dibattito su giovani e lavoro. Un autorevole ministro, molto stimato all’estero, ebbe modo di scatenare un putiferio con l’infelice espressione bamboccioni. Un altro ministro più o meno un anno fa riuscì ad essere ancora più infelice, utilizzandola parola inglese choosy (in inglese = esigenti). Per finire, un sottosegretario ha avuto modo di definire sfigati coloro che a 28 anni non hanno ancora la laurea in tasca. La questione dei giovani è stata rappresentata da uomini di governo e giornalisti in modo grottesco e, forse, non ha fatto meglio di loro la gente comune.precario choosy

Parlare di qualche milione di giovani usando termini come sfigati e bamboccioni o schizzinosi (choosy nel senso usato dal ministro Fornero) può essere offensivo, ma anche non avere alcun fondamento oggettivo.

cervello in fugaCome dovrebbe essere evidente non esiste una popolazione giovanile omogenea. Può esserci un giovane pigro, ma ve ne sono in misura ben superiore altri che si impegnano seriamente. Basta guardarsi intorno e vedere quelli che mandano dieci curriculum al giorno, che accettano a accetterebbero un lavoro poco qualificato, che lavorano con contratti improponibili, che sono al terzo stage poco o non retribuito. È veramente difficile fare una media di situazioni così diverse e comunque non serve a contraddire una realtà percepibile da tutti. Quindi se ha ragione l’ex viceministro Michel Martone a ricordare ai giovani che non si può stare a vita sui banchi dell’Università, è pure vero che vi è una generazione di giovani (i nati dalla fine degli anni settanta in avanti), che da più di dieci anni è alle prese con un mercato del lavoro in deterioramento.

La verità è che questa tendenza è stata sottovalutata forse perché per molto tempo hanno pagato sulla loro pelle i giovani più qualificati che o sono stati sostenuti dalle famiglie o hanno imboccato in silenzio la via dell’emigrazione. Oggi la mancanza di lavoro sta toccando molte più persone e sta erodendo il ceto medio spingendolo verso l’area della povertà. Le famiglie stanno consumando le riserve e non possono più aiutare per anni figli adulti e disoccupati.

Peri di più bisogna fare i conti con i luoghi comuni condivisi spesso da molti italiani.

1)    Ci sono troppi laureati. Falso.

In Italia la percentuale dei laureati sulla popolazione totale è inferiore a quella di tutti gli altri paesi che hanno un tasso di disoccupazione minore di quello italiano. Certo il problema della sotto-occupazione dei laureati è sotto gli occhi di tutti. Come sottolinea il sociologo del lavoro Francesco Giubileo il sistema italiano basato su microimprese a conduzione familiare, fatte di tre o quattro dipendenti, deprime la domanda di lavoratori qualificati perchè spesso queste imprese non vanno oltre la famiglia dell’imprenditore e non crescono. Chiaramente per assorbire un’occupazione qualificata occorrono grandi imprese e microimprese che fanno una produzione qualificata.

precario22)    I giovani d’oggi sono incompetenti. Falso

Tutti sanno che molti italiani all’estero hanno grande successo. Spesso, nonostante la preparazione erogata dalle nostre scuole sia molto teorica, competono sullo stesso piano con pari età tedeschi, francesi, austriaci o dei paesi nordici. Certo bisogna  ricordare che l’Italia è un paese con performance scandalose in termini di analfabetismo di ritorno (quelli che hanno studiato nel passato eppure fanno fatica a comprendere anche testi semplici)

3)    Il laureato di oggi è meno qualificato del diplomato di una volta.  Falso

Oggi, nonostante i problemi delle nostre scuole superiori e delle nostre università, ogni anno arrivano sul mercato del lavoro moltissimi giovani ben preparati anche grazie a programmi europei ed internazionali. Ebbene sono proprio quelli che, spesso, vanno a lavorare all’estero. Il problema è che raramente succede l’inverso e cioè che giovani stranieri vogliano fare un’esperienza in Italia

4)     Sarebbe meglio fare studiare meno persone. Falso.giovani1

Sarebbe meglio fare studiare meglio. Il sociologo del lavoro Francesco Giubileo ritiene che ormai vi sia un mercato fortemente segmentato, quello delle professioni manuali, che ovviamente non necessita di personale con studi tecnici, liceali e universitari cioè preparato per mansioni impiegatizie. Quindi chi non ha voglia di studiare è bene che faccia una formazione professionale estremamente specifica perchè in tempi di crisi l’operaio specializzato è meno sostituibile dell’operaio generico. Fermarsi al diploma è invece sbagliato perché un giovane potrebbe essere considerato troppo vecchio per imparare un lavoro manuale e inadatto per svolgere un lavoro d’ufficio

5)     I giovani Italiani vogliono il lavoro sotto casa. Falso

Sono moltissimi gli italiani che vanno a lavorare all’estero, anche nei mercati emergenti cioè molto lontano da casa

6)     I giovani italiani non si accontentano mai. Falso/Parzialmente falso

Probabilmente ci sono molti giovani che non hanno ancora ben compreso le criticità e le sfide dei nostri tempi, tuttavia sono moltissimi i giovani, anche con formazione post laurea, che si accontenterebbero di lavori noiosi e banali. Forse le statistiche non lo dicono, ma l’esperienza quotidiana di vita sìgiovani e lavoro

7)     La disoccupazione giovanile è un problema che esiste in tutta Europa. Parzialmente falso

Oggi la disoccupazione giovanile, forse con l’eccezione di Austria e Germania, cresce in tutta Europa. La differenza con l’Italia è la capacità di reazione a livello di sistema. Quindi se il problema è comune non lo sono le possibili soluzioni.

In conclusione mi sembra si possa dire che la realtà va osservata ed interpretata liberandosi di schemi inadeguati. Uno di questi è che si possa combattere la disoccupazione dei giovani dando soldi ai datori di lavoro come incentivo all’assunzione. Anni di esperienza dovrebbero aver dimostrato che questo è il luogo comune n. 8 da aggiungere alla lista. Soldi sprecati perché chi assume lo fa a prescindere da un aiuto temporaneo. Ma anche soldi messi sotto la voce “Occupazione giovanile” e che dovrebbero essere definiti “Aiuti ai datori di lavoro”.

Salvatore Sinagra

Lettera aperta a chi è come me

Anche l’operaio vuole il figlio dottore…… Impressa nella mente e nell’indole rivoluzionaria di una 15enne che avrebbe voluto cambiare il Mondo, di chi da bambina ha vissuto le ingiustizie di un Mondo corrotto, ingiusto, quasi sempre contro i più deboli.

prospettiva giovaniIl bilancio a distanza di quasi 20 anni? Forse ci avrei dovuto rinunciare a tali pretese.

Sono cresciuta e ho maturato la mia coscienza politica nei centri sociali. Ho imparato tanto: la passione, la determinazione e la consapevolezza che i cambiamenti sono possibili con l’impegno e la dedizione: si è cominciato con le occupazioni a scuola, con le manifestazioni nella piazza di un piccolo paese di provincia che poi, ho scoperto, nessuno…. neanche i tuoi stessi concittadini, nonostante vivessero lo stesso disagio, avrebbero preso in considerazione.

Ho imparato l’amore, per me ma soprattutto per gli altri, per chi (secondo le mie illusioni gli elementi culturali e la forza di tutelare i propri diritti non ce l’aveva). AMA IL PROSSIMO TUO COME TE STESSO, per me, ha assunto le forme di “Ama il prossimo tuo più di te stesso”.

Mi sono iscritta all’Università. Ho studiato Scienze Politiche: anche qui impegno, dedizione, sete di sapere e di essere. Notti di studio, non solo strumentali agli esami perché, da qualche parte avevo letto che per essere liberi bisogna essere colti e il rapporto è direttamente proporzionale. Certamente non me lo avevano insegnato al Liceo, né tantomeno all’Università ma sapevo che era vero, in sostanza non potevo essere infinocchiata se sapevo! Che volessero farlo, infatti, mi era chiaro dallo sguardo del mentitore: in televisione, per strada, tra i miei coetanei….

Mi sono laureata nel 2006, quasi col massimo dei voti e il mio territorio mi stava troppo stretto, mi opprimeva, avevo voglia di scoprire e di essere fuori di un contesto protettivo, troppo protettivo.

Una grande opportunità: una borsa di studio per un master fuori regione. 15.000 Euro in tasca per realizzare un sogno, non solo professionale.

Valigia, ricordi, laurea e via…. Intercity per Roma….. Master in studi europei e relazioni internazionali: volevo raggiungere, in qualche modo, il mondo delle ONG.

Ancora libri, studi, dedizione, interesse molto oltre quello che imponeva il mondo accademico post-universitario.

Ecco fatto, un altro titolo in tasca…. Via, si parte con la ricerca del lavoro perché non è che nella vita si può essere rivoluzionari sognatori per sempre….

1187 Curricula inviati…. Nessuna risposta, neanche quella classica: “non siamo in cerca di nuove risorse ma terremo in banca dati le sue referenze”…. NIENTE.

Che faccio? Bagagli e a casa?giovani e futuro

No! Eccola, arriva la grande opportunità della tua vita: un progetto di servizio civile in una onlus. 13 Mesi di impegno civile e di tutela dei diritti. La lotta rivoluzionaria che col passare del tempo ti rendi conto deve essere razionalizzata, canalizzata e diventare costruttiva aveva l’opportunità di concretizzarsi. Un anno bello, intenso, piacevole, di grande valore umano….

Mi sono impegnata tanto ed ecco che, per una volta, qualcuno è stato capace di intercettare il tuo impegno: PROPOSTA DI CONTRATTO, a tempo determinato…. Ma sempre proposta di contratto…. Potevo lavorare e combattere per i valori di giustizia, libertà e uguaglianza cui sempre avevo creduto: era un’opportunità fantastica. L’ho sfruttata fino in fondo e anche i miei colleghi di lavoro e i responsabili se ne sono accorti: mi hanno offerto un lavoro a tempo indeterminato…

Ho comiciato a costruire il mio futuro, ho anche trovato l’amore: un ragazzo senegalese della mia età. Un amore meraviglioso, di quelli che fanno venire i brividi: la diversità culturale ti arricchisce, ti stimola, ti fa pensare che tutti gli uomini del mondo e della terra hanno il sangue rosso e il cuore che batte con le stesse frequenze.

Un passato doloroso ci ha uniti e la voglia di cambiare il Mondo, il motore del nostro rapporto.

In Europa però c’è la crisi. Lui non ha lavoro e rischia il rimpatrio per la mancata possibilità di rinnovo del permesso di soggiorno. La tua famiglia non condivide la tua scelta; il tuo reddito, appena sufficiente al sostentamento, adesso deve bastare per due; la tua famiglia ti è ostile e tu ricominci una trafila che ormai dura da tanti anni, da troppi: cadi e ti rialzi, cadi e ti rialzi, cadi e ti rialzi fino a non poterne più…. Fino ad esserne stremato…..

C’è qualcosa, però, che ti dice che non sarà così per sempre: hai fiducia, speranza e desiderio forte di cambiare perché quando una situazione diventa insostenibile, come quella di oggi non può essere diversamente: in meglio o in peggio la stasi non può perdurare.

Sono convinzioni personali, però, illusioni non riscontrabili nella realtà di questo nostro Paese che, a distanza di due mesi dalle elezioni politiche non riesce a darsi un governo, non riesce ad unirsi intorno ad un unico grande tema: il benessere delle persone e la restituzione della dignità ad ognuno.

Scritto da: Una persona come tante

Non c’è più niente da fare, è stato bello sognare…. (di Angela Masi)

“Io al mio popolo gli ho tolto la pace: Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero. Ho sempre affrontato le anime e le situazioni con la durezza che si addice al maestro. Non ho avuto né educazione né riguardo né tatto. Mi sono attirato addosso un mucchio di odio, ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti e di conversazione del mio popolo”.  Don Luigi Milani.

solidarietàLe cronache dei TG pochi giorni fa contemplavano anche il funerale della famiglia marchigiana che alla vita e alla lotta per la sopravvivenza ha rinunciato passando, almeno si spera, a miglior vita. Nessuna ironia in questa frase, solo rabbia e stupore…. Indignazione? Può essere, ma da qualche anno abbiamo smesso….

Il signor B. lascia il Paese in una situazione drammatica. Canti e balli per le sue dimissioni… a distanza di poco più di un anno il popolo ha dimenticato e alle urne lo premia con uno strepitoso 125 seggi alla Camera e 117 al Senato.

Il dottor Bersani continua a cercare la risposta giusta alla drammatica situazione del Paese, ma non la trova. Forse perché ha “vinto” le elezioni con così pochi voti che qualcuno ha detto:  “ancora qualche settimana e ce la facevi a perdere”. Insomma abbiamo bisogno che qualcosa cambi e di trovarla ‘sta strada almeno per dire ai cittadini di resistere e sperare, ma chi dovrebbe guidare il rinnovamento non vince.

La novità dell’anno – l’exploit del M5S – tanto acclamata all’estero e elogiata persino dalla dott.ssa Le Pen non porta chiarezza e non si sa come il movimento intende onorare il mandato che i cittadini italiani gli hanno conferito. Ci aspettavamo botti e saette e tanti cambiamenti e, invece, l’unico risultato è stato lo stallo e i comitati dei saggi. Per fare che? Per arrivare senza annoiarci al nuovo Presidente. L’unica novità i conflitti interni al movimento gestiti, o forse annullati sul nascere dal supremo garante nonché fondatore, Grillo.

Aspettiamo di vedere un po’ di personalità politica autonoma di almeno qualcuno dei grillini? O anche una proposta che non sia la solita frase provocatoria lanciata sul blog? Faccio una battuta maligna: probabilmente col primo stipendio d’oro in tasca avranno la mente rilassata per pianificare i progetti politici.

Troppe le situazioni di criticità che con il governo Monti non hanno trovato soluzione. Da una recessione economica che ha messo in ginocchio numerose imprese, causando una crisi occupazionale senza precedenti, all’emigrazione cresciuta del 30% ( più di 80.000 persone, la metà della quali di età inferiore ai 40 anni, hanno lasciato il nostro Paese); dal monito dell’Unione europea e dei suoi Paesi più forti sul rischio di default al penultimo posto destinato al bel Paese per le spese destinate alla scuola e alla cultura.

Di responsabilità veramente poca. Ognuno tenta disperatamente di dar pace a sè stesso provando a convincerci che il dramma che ci si presenta di fronte non l’ha creato lui.crisi Europa

Questo accade nel “mondo di sopra”. Nel “mondo di sotto” intanto….

Monia: “Mi sono laureata nel Luglio del 2007 in Scienze dell’Educazione e dal 2001 lavoro presso una cooperativa come Educatrice. Di anno in anno ho visto abbassare il mio stipendio fino ad arrivare a stipendi da fame. Dopo alcuni mesi dalla laurea ho avuto la fortuna di trovare un impiego a tempo determinato per una multinazionale della moda. Le condizioni di lavoro erano massacranti, stressanti ed umilianti. Mi dissero che non potevo sperare di fare quel lavoro nel migliore dei modi dato che nella vita avevo solo studiato. Dopo 7 mesi non ho avuto il rinnovo del contratto, ho trascorso l’estate da disoccupata e da circa 10 mesi invio curriculum senza ricevere una risposta. Devo, quindi, dedurre che quello che mi hanno detto forse era vero? Altamente deprimente credere che ho impiegato tutta la mia vita nello studio a sgobbare sui libri per non saper fare nulla”.
precariatoFrancesca: “Mi sono laureata in lingue nel 2001 (con specializzazione in tedesco e francese). Dopo la laurea ho iniziato al meglio. Ho lavorato all’estero per più di un anno supportando un team di ingegneri per società farmaceutiche, in Svizzera ed in Francia, dove lavoravo essenzialmente come traduttrice ed interprete nelle linee di produzione. Purtroppo si trattava di progetti con scadenze vincolate ad appalti. Così ho cominciato a lavorare in Italia come assistente con mansioni di segretaria. Ho voluto sperare nel meglio. Così ho continuato a cercare un lavoro diverso, in un contesto internazionale e stimolante. Sono approdata in una società che si occupa di ricerca e selezione di personale altamente qualificato, riconosciuta a livello mondiale. L’ambiente era piacevole e giovanile, stimolante e intellettualmente appagante. Ma è arrivato il ridimensionamento aziendale e sono stata mandata via. Faccio presente che in tutte le mie precedenti esperienze avevo un regolare contratto a tempo indeterminato… compresa quest’ultima, in cui è stato utilizzato l’espediente dei sei mesi di prova per poter concludere il rapporto di lavoro. Niente indennità di disoccupazione. E così eccomi a 34 anni, ricco curriculum professionale, ma disoccupata. Dovrei ricominciare daccapo magari rifare quello che avrei potuto fare a 18 anni subito dopo il diploma. E questo nella migliore delle ipotesi, dal momento che per molte agenzie di somministrazione vengo definita “troppo qualificata” e pertanto non idonea. Tutto ciò non deve impedirci di continuare ad inseguire il nostro sogno… quello per cui abbiamo investito tanto, anima e mente. Spero di non dover cambiare mai idea”.

Angela Masi 

Le parole d’ordine dei giovani e la politica (di Salvatore Sinagra)

Nel 2009 Matteo Renzi, divenuto sindaco di Firenze, lanciò una campagna contro l’establishment del Partito Democratico che indirettamente pose al centro del dibattito in modo vigoroso e fragoroso la questione generazionale, non solo nel suo partito, ma anche nelle altre forze politiche e nel paese.

Bisogna ammettere che la questione non era e non è infondata. Non solo i nostri politici non sono giovanissimi, ma l’intero paese sembra offrire pochi spazi ai giovani. È elevatissima l’età media degli uomini alla testa delle imprese italiane, sia grandi che a conduzione familiare. È elevatissima l’età media di coloro che svolgono le professioni liberali: avvocati, commercialisti, notai e farmacisti. Per di più l’Italia, insieme a Spagna, Portogallo e Grecia, si segnala nel novero dei paesi OCSE per l’altissima percentuale di neet, i giovani che non studiano, non svolgono attività di formazione e non hanno un lavoro.

Io oggi non voglio scrivere dei giovani big della politica nazionale, ma dei giovani che ho incontrato negli ultimi tre anni per le strade di Milano e Torino così il mio sarà un “racconto” più originale e non farò torto a nessuno visto che dichiaro subito la parzialità del mio contributo. In questo modo, però, cercherò di dare voce a chi ne ha meno degli altri.

Ma chi sono i giovani? Fino a quando si è ancora giovani? A trent’anni ti puoi sentire vecchio per cambiare vita; a cinquanta, soprattutto in Italia, puoi essere tranquillamente considerato un giovane politico. Qualche anno fa un mio collega che si occupa di affari societari mi fece vedere il curriculum di un “giovane” consigliere di amministrazione e mi disse “guarda, questo è un giovane”, io in modo provocatorio risposi “sì, ha l’età di mio padre”. Ammetto che l’ho sparata grossa, mio padre ha 9 anni in più di questo signore, ma volevo semplicemente sottolineare che per un ragazzo di 27 o 28 anni uno che va verso i cinquanta non è un giovane.

Tralasciando il relativismo, voglio raccontare qualcosa di tre giovani del mondo della politica: Raffaella De Marte, 32 anni, addetta stampa e social media manager del Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz; Manuela Conte, 40 anni responsabile del Partito Popolare Europeo per l’Italia; Matteo Mezzalira, 22 anni studente e giornalista pubblicista candidato al consiglio della regione Lombardia alle elezioni che si terranno domenica e lunedì prossimi.
Sono tre giovani europeisti, usano bene i social media, sono favorevoli alle energie rinnovabili. Per il resto sono tra loro molto diversi: qualcuno si definisce popolare, qualcuno progressista, qualcuno socialista; qualcuno fa o vuole fare il politico, altri lavorano per i politici.

I giovani non hanno tutti la stessa età! perché Manuela Conte ha quasi 20 anni in più di Matteo Mezzalira. Raffaella de Marte e Manuela Conte vivono a Bruxelles, sostengono che non c’è alternativa all’Unione Europea e che non avremmo neanche convenienza ad abbandonarla, ma affermano anche che bisogna cambiarla e pure in profondità. Manuela dice che un bilancio dell’Unione Europea che per metà finanzia l’agricoltura oggi non ha più senso, ma bacchetta gli enti locali italiani che comunque sprecano i fondi europei, talvolta rispondono con l’improvvisazione ai bandi, altre volte non riescono a fare di meglio che costruire aiuole o corsi di formazione di dubbia utilità. La sua visione “originale” emerge anche quando afferma di essere favorevole all’adesione della Turchia all’UE. Poi, quando Raffaella la pungola sulla questione dei diritti, replica che, ha poco senso parlare di difesa e promozione dei diritti in Europa, quando il budget dell’Unione finanzia in gran parte corsi di formazione e agricoltura.

Raffaella, invece, sottolinea che l’Unione Europea forse non sta rispondendo alla crisi, ma la colpa ricade in gran parte sui governi nazionali e giù un lungo elenco di posizioni ufficiali del parlamento europeo che si fermano alle frontiere nazionali: dall’introduzione della Tobin tax, alla condanna della speculazione finanziaria, alla necessità di una supervisione bancaria europea, al welfare. Con molta chiarezza afferma che spesso è la signora Merkel a battere i pugni sul tavolo, ma se non trovasse quasi sempre “compagni di viaggio” sarebbe costretta ad arrendersi.

Infine c’è Matteo Mezzalira, il più giovane dei giovani, a 22 anni ha deciso di candidarsi al consiglio regionale della Lombardia con la lista Lombardia Popolare nella circoscrizione di Como a sostegno di Umberto Ambrosoli. Matteo è tra i quattro quello che conosco meglio, l’ho incontrato a diverse iniziative pubbliche e ho ascoltato anche un suo intervento ad un incontro del Movimento Federalista Europeo, Matteo è un europeista convinto, che ha fatto esperienze internazionali con l’Erasmus e inter-cultura, ma che si interessa molto anche di vicende del suo territorio, per esempio di trasporto locale e dei problemi del lavoro in Provincia di Como. Crede negli investimenti in nuove tecnologie, formazione e banda larga e le sue proposte che mi hanno più interessato sono quelle relative al mercato del lavoro. Mi ha parlato a lungo di sgravi fiscali per chi assume i giovani e poi mi ha messo sul piatto il “patto generazionale”. A quel punto l’ho incalzato chiedendogli se non si trattasse della solita proposta generica (mi è capitato che tirassero in ballo i patti generazionali anche per la ristrutturazione di un immobile). Invece Matteo mi ha spiegato che lui e la sua squadra supportano l’introduzione e la diffusione del tutoraggio, ovvero un’esperienza lavorativa in cui un lavoratore prossimo alla pensione si occupa della formazione di un giovane.

La cosa interessante è che in Italia nel mercato del lavoro vi sono due categorie deboli: il giovane che cerca senza successo un lavoro stabile e l’anziano che se perde il lavoro rischia di non trovarlo più. In un paese in cui troppo spesso si è parlato di tutele che devono essere spalmate mi piace pensare che i deboli si uniscano per essere meno deboli e non cerchino di diventare forti mangiando gli altri. Il tutoraggio può essere assimilato ad esperimenti quali la job rotation che stiamo tentando, purtroppo con pochi risultati per ora, di importare da paesi con un mercato del lavoro di successo come l’Olanda e la Germania. Secondo il sociologo del lavoro Francesco Giubileo (anche lui è un giovane), tali interventi di investimento sul capitale umano sono stati determinanti per il “miracolo tedesco”; così mi piacerebbe si provasse concretamente a puntare sul tutoraggio, mi piacerebbe vedere tanti giovani cambiare il dibattito del lavoro, in modo che non si parli solo di come e quando licenziare, ma anche di come si può creare lavoro. I problemi del mercato del lavoro non si risolvono con un solo intervento legislativo, ma è chiaro che non si può nemmeno aspettare che la crisi finisca, il rischio è che tanti (soprattutto i giovani) si scoprano finiti prima della crisi.

Salvatore Sinagra

Dall’Europa lo spazio per la rivincita dei giovani (di Angela Masi)

Una generazione che invecchia combattendo la nostra…. Una generazione indignata, una generazione che non riesce ad esprimersi se non all’interno del disagio, arrabbiata, sofferente, senza diritto alla realizzazione di un progetto futuro, senza possibilità di scelta, ma che ha davanti a sè la sfida e la responsabilità del cambiamento, nonché la certezza di poterci almeno pensare a quei progetti per il futuro.

Siamo abituati ad un’idea di giovani senza futuro perché i progetti di vita non decollano. Anche se si è culturalmente preparatissimi non si riesce ad accettare che le risorse economiche siano state mangiate dalle generazioni precedenti e da un sistema corrotto e corruttibile.

I nostri padri e i nostri nonni hanno vissuto come se, dopo di loro non ci fosse nessuno: dalle risorse naturali del Pianeta, alla cura della democrazia, dalla crescita culturale all’investimento sulle generazioni future. Sono caduti quei principi per cui la cosa migliore che un essere umano possa fare è lasciare, a chi viene dopo, qualcosa in più e non in meno, rispetto a quello che ha trovato, consapevoli che il mondo in cui si nasce lo si prende in prestito dai propri figli e bisogna prendersene cura.

A trent’anni, oggi, si è assolutamente consapevoli (e purtroppo si nutrono poche speranze) che non è possibile affidarsi completamente e ciecamente alle soluzioni proposte dalle Istituzioni. Il sistema di welfare, di cui tanti in passato si sono giovati comincia a perdere le sue fondamenta perché cambiano i protagonisti. E le Istituzioni sono troppo lontane dai loro problemi reali. Bisogna che questi nuovi soggetti abbiano un ruolo e siano parte attiva per dire cosa è oggi la realtà e quali sono i bisogni da soddisfare. Sono loro, adesso, i protagonisti interessati alla tutela di quei diritti che sono costituzionalmente e universalmente garantiti e non possono accettare che siano messi da parte con la semplice motivazione che non ci sono più i soldi. Ad occuparsene, però, devono essere le nuove generazioni e l’Europa deve fare la sua parte.

Già, perché checché se ne dica, in contesti problematici come il nostro è l’Europa che, in forme diverse, ha creato spazi di rivendicazione giovanile attraverso lo stanziamento di fondi strutturali, nonché attraverso la creazione di programmi di studio e ricerca: dall’esperienza ”Erasmus” a quella “Leonardo da Vinci”.

Il programma Erasmus, nato nell’ormai lontano 1987, ha creato per migliaia di studenti europei la possibilità di effettuare in una università straniera un periodo di studio legalmente riconosciuto dalla propria università. Il progetto fu creato per educare le future generazioni di cittadini all’idea di appartenenza all’Unione Europea.

Insomma è difficile immaginare che i giovani europei pensino a sé stessi come cittadini fuori dell’Europa. E’ fantascienza.

Tanto più che i blog di studenti, in giro per il web, parlano di esperienze assolutamente positive di scambio interculturale ed il programma sembra raggiungere, nella maggior parte dei casi, il suo obiettivo principale: far sentire ai giovani la cittadinanza europea.

Sono gli stati nazionali ad essere in ritardo e sarà il caso che prendano più sul serio quell’idea di unione politica europea e non solo di comunità economica europea che sta scritta nei trattati e nelle dichiarazioni ufficiali in maniera solenne. Ormai è chiaro che la ricetta della crisi sta oltre la BCE e il sistema finanziario.

Forse i giovani, così abituati a questa idea di Europa hanno qualcosa di interessante da dire e da proporre fuori dalle ideologie e fuori dalle logiche di partito che sino a questo momento hanno governato gli Stati Nazionali?

Sì è arrivato il tempo di far loro spazio. Il tempo dell’immobilismo è finito da un pezzo e forse, qualcuno, dovrebbe godere del privilegio della vecchiaia.

Dal mio punto di vista ogni parola ha il suo peso e, quindi, bisogna stare attenti a non far nascere fenomeni di populismo che porta sempre con sé aspettative inutili e la rabbiosa attesa delle generazioni future che si illudono di raccogliere i frutti lasciati dai padri e, invece, scoprono che non ci sono mai stati.

Chi è venuto prima, però, deve assumersi la responsabilità ed acquisire consapevolezza del suo ruolo. Ogni sistema, sia esso sociale, economico, politico ha una struttura all’interno della quale vi sono dei ruoli che, per far funzionare quel sistema devono essere rispettati.

Inserendo nel motore di ricerca di google le parole “patto generazionale” i risultati sono 19.400. Le prime due pagine di risultati e i relativi articoli che si aprono ne parlano in relazione alla “questione giovanile”. Mai nessuno che ne parli con un’accezione contraria e cioè “la questione dell’anzianità o la questione del vecchio”: forse è brutto etimologicamente ma, se esiste una questione giovanile, non può che essere in rapporto al suo contrario.

Vero è che viviamo un momento storico in cui ogni età ha le sue priorità e ogni età attraversa un momento di crisi. Non c’è spazio per i giovani, insomma, così come non c’è spazio per i vecchi. Quale momento più favorevole per ripensare interamente il modo di stare in questa società?

L’idea di patto generazionale che mi piacerebbe sposare è, appunto, dentro l’Europa. Quella per cui chi ha qualcosa da insegnare e tramandare, chi ha costruito un’identità  lavora insieme a chi ha qualcosa da imparare da quell’identità storica che, però, deve essere bagaglio culturale e non ostinazione a volerla imporre ad una realtà che è cambiata e che può essere arricchita e vissuta solo da chi è protagonista di quel cambiamento: la generazione nuova in una Europa dinamica.

Angela Masi

I giovani e l’Europa: Marco S.

Marco S. 22 anni, studia ingegneria gestionale a Roma. Sta finendo il corso triennale e si prepara al biennio specialistico. Per sei mesi è stato a Madrid con il programma Erasmus. Sentiamo cosa pensa di questa sua esperienza.

“Da anni sento dire che in Italia non c’è futuro e che è meglio prepararsi ad andare all’estero. Così l’Erasmus è stata l’occasione per vedere cosa si prova a vivere fuori. Le difficoltà più grandi ci sono state per trovare casa: nella prima eravamo in 14 di tante nazionalità diverse, nella seconda “solo” in dieci. Se vuoi sapere come mi sentivo ti posso dire che era strano stare mischiati a giovani di altri paesi sforzandosi, però, di parlare solo spagnolo, quasi mi dimenticavo di essere italiano.

Devo riconoscere che Erasmus è un progetto formidabile e non è nemmeno l’unico che, grazie ai fondi europei, permette ai giovani di fare delle esperienze di studio e di vita fuori dal proprio paese. La cosa che mi piace è che non si tratta di possibilità che vengono da accordi tra paesi, ma di iniziative europee. Perché mi piace? Bè te lo devo dire: per fortuna siamo in Europa, se fossimo per conto nostro non ci si filerebbe nessuno perché l’Italia è debole e i paesi più forti penserebbero a loro stessi e basta. Dici che semplifico? Forse, ma io la vedo così.

Io penso che siamo fortunati a stare in Europa perchè è come quando tu metti in una classe persone che rendono di meno e altre più capaci: stando insieme gli uni possono imparare dagli altri. Non solo in un senso però, anche i paesi più forti possono imparare qualcosa da noi.

Perché dico che noi siamo più deboli? Io ho letto che tanti fondi europei arrivati in Italia sono stati spesi male, sprecati o rubati. Quindi doppio danno: i soldi con cui si poteva costruire qualcosa sprecati e l’immagine dell’Italia come paese dove è facile rubare soldi pubblici e che sta bene nella sua arretratezza. E gli altri paesi europei non dovrebbero arrabbiarsi per questo? E poi come la mettiamo con le classifiche sulla corruzione o sulla presenza delle mafie nell’economia? Stiamo sempre ben piazzati cioè stiamo messi male.

Il rigore ci vuole non c’è niente da fare perché in Italia si è troppo esagerato con le ruberie e la corruzione e adesso non abbiamo più credibilità, ma non solo verso gli altri, anche con noi stessi. Ma non vedi quanta sfiducia c’è nella gente? Appena si parla di politica e di Stato il pensiero va subito ai ladri. E così vogliamo andare avanti?

Ora sento che tanti se la prendono con l’euro. A me l’euro piace, quasi non me la ricordo la lira e mi piace andare in Francia, Spagna, Germania con la carta di identità e la stessa moneta in tasca. Perché dovrei rinunciarci? Perché chi comanda non è stato capace di dirigere bene il mio paese? Ma allora cambiamo loro, no?

Il rigore ci doveva essere già venti e più anni fa perché il debito e ruberie, sprechi e corruzione che ci sono stati sempre collegati durano da decenni e mi fanno ridere quelli che dicono “rimaniamo soli così possiamo fare ancora più debito senza alcun vincolo e svalutare come ci pare e ci piace”. Ma che si credono? Che sia una bella cosa quello che è stato fatto per tanti anni? E dove pensano di andare svalutando se i nostri concorrenti sono paesi molto più forti e ricchi di noi? Vogliamo fare concorrenza al Vietnam per i costi e intanto continuare a buttare via i soldi dello stato con gli sprechi, le tangenti e le mafie? È sicuro che in quel caso io me ne andrei via subito da qui.

Se ci avessero pensato prima oggi non staremmo in questa situazione. Dobbiamo recuperare il tempo perso e poi lanciarci nel futuro. Non basta un anno per farlo. Ogni volta che vedo in Tv un servizio sui paesi del Nord Europa mi viene voglia di andarci. Inutile girarci intorno, lì si vive meglio.

A restare qui sono disposto e pure a rinunciare a qualcosa, ma devo sapere che lo faccio per uno scopo che non è solo guadagnare più soldi, ma stare bene nel mio Paese. No, un lavoro qualunque pur di fare soldi non mi sta bene.

(intervista a cura di C.L.)

Gioventù bruciata: dalla beat alla neet generation (di Gaspare Serra)

Saranno forse “non + disposti a tutto” -ricalcando un noto slogan sindacale- ma i giovani italiani dovranno al più presto farsi le ossa per crescere in un Paese di “lupi travestiti d’agnello”, pronti a sbatterli sommariamente sul banco degli accusati.

Al bando ogni senilismo demagogico o giovanilismo di comodo, è solare che sia facile scovare, nel mucchio dell’intera “generazione Y” nata a cavallo tra gli anni ‘80 e ’90, adolescenti viziati e menefreghisti, pronti a prendersela col mondo intero pur di non assumersi le proprie responsabilità; studenti parcheggiati all’università, che preferiscono vivere di rendita piuttosto che cercarsi un lavoro; giovani fannulloni impiegati nella pubblica amministrazione i quali, conquistato il “posto fisso”, ripongono il minimo impegno nel proprio lavoro.

Di “mele marce” se ne trovano in qualsiasi paniere: chi fa politica, anzi, ha meno autorità di chicchessia nel dare lezioni di morale…

Esiste, però, un’Italia “per bene” di cui andare fieri: una “meglio gioventù”, silenziosa ma pur sempre maggioritaria, che tutti i giorni si fa in quattro per formarsi al meglio nelle nostre università, per mantenersi in qualche modo negli studi o per farsi strada nel mondo del lavoro puntando sulle proprie forze.

È accettabile, allora, che lo sport nazionale preferito da certi politici -ultimamente praticato con successo anche dai tecnici- sia divenuto il “tiro al bersaglio dei giovani”, una gara senza regole ad offendere, umiliare, bistrattare un’intera generazione (ieri sconsideratamente cresciuta a “pane e televisione”, oggi maldestramente rabbonita con “bastoni e carote”)?

Il ministro del Lavoro ha esortato i giovani ad “accontentarsi” nella ricerca di prima occupazione.

Il vero problema, semmai, è che ci si accontenta fin troppo: i più non sono affatto “schizzinosi”, né nella ricerca del primo né del secondo, terzo od ennesimo lavoro!

I dati parlano da soli: il 71% dei giovani under 35 è disponibile ad accettare qualsiasi lavoro, purché remunerato (fonte CISL), mentre il 25% dei laureati si è adattato benissimo a svolgere un’occupazione con bassa o nessuna qualifica e oltre il 30% svolge un’occupazione del tutto diversa da quella per la quale ha studiato (fonte Banca d’Italia).

Chiedere quantomeno d’essere pagati, fosse anche per il più umile mestiere, vuol forse dire esser “choosy”?

Liquidare il problema dei giovani senza lavoro con un “vadano a scaricare le cassette al mercato” (alias Renato Brunetta), poi, è quanto di più banale e demagogico si possa affermare.

Qual è la funzione della Politica? Preparare sommessamente i giovani “al peggio” oppure tentare di offrir loro opportunità, ricercando qualsiasi soluzione per sciogliere i nodi e i lacciuoli che legano il mercato del lavoro e bloccano l’economia?

Invitarli a competere con la manodopera rumena e la manovalanza tunisina o stimolarli a misurarsi con i giovani ingegneri indiani e i nuovi imprenditori cinesi?

Se s’inculca nei giovani la convinzione che il lavoro serva soltanto a guadagnarsi da vivere e “portare a casa lo stipendio”, non anche a realizzarsi e mettere in campo le proprie capacità, come stupirsi del fatto che i laureati diminuiscono sempre di più, mentre crescono gli inattivi e gli sfiduciati?

Se s’inibisce nei giovani finanche la capacità di sognare un futuro migliore, che ne sarà di loro?

L’impressione è che, dietro a queste ripetute “gaffe”, si celi una strategia ben mirata: la ricerca dell’“alibi perfetto” per sottacere le gravi responsabilità di un’intera classe dirigente nell’affrontare i problemi della mancanza di occupazione, crescita e sviluppo, che certo non dipendono solo da fattori esogeni (l’assenza di un’Europa politica, la crisi finanziaria internazionale o la congiuntura economica sfavorevole).

Un esempio chiarificatore? Tra il 1999 ed il 2007 l’Italia ha beneficiato del c.d. “dividendo dell’euro”, ovvero di bassi tassi d’interesse sul debito pubblico che hanno consentito di risparmiare centinaia di miliardi (secondo alcuni economisti, addirittura “100 miliardi” di euro all’anno).

Un enorme “tesoretto” che, se oculatamente speso in politiche d’investimento e affiancato da riforme strutturali, avrebbe consentito all’Italia di essere tra i paesi più virtuosi d’Europa, piuttosto che tra gli stati “pigs” citati come modello negativo persino nella campagna elettorale americana.

Di chi la responsabilità se l’Italia negli anni Duemila ha “dilapidato” queste risorse?

Se in capo ad ogni italiano grava un debito pubblico di oltre “30.000 euro”, in termini assoluti il terzo al mondo (tra il 1950 e il 1969 la media del debito pubblico in rapporto al Pil era del 30%, oggi ha sfondato quota 126%)? Se la spesa pubblica è lievitata a dismisura (nel 1950 si attestava sotto il 25% in rapporto al Pil, oggi supera il 50%)? Se la pubblica amministrazione è divenuta un ente erogatore di stipendi, piuttosto che di servizi (Sicilia docet)? Se il nostro regime tributario è il più opprimente al mondo (nel 1951 la pressione fiscale era del 18,2%, oggi supera il 55%)? Se i costi del lavoro e dell’energia sono nettamente più alti della media europea? Se le ultime grandi imprese italiane (vedi la Fiat) e le poche multinazionali straniere presenti (vedi l’Alcoa) pagherebbero penali pur di delocalizzare? Se la corruzione ci costa “60 miliardi” di euro l’anno, mentre l’evasione fiscale il doppio?

Di chi la responsabilità se l’Italia si è ridotta ad un Paese “a corto di futuro”, con il cappio al collo del debito e la pistola dei mercati alla tempia?

Tutto questo è forse imputabile ai giovani che solo oggi si affacciano sul mercato del lavoro, magari illusi che il mondo reale non fosse poi così distante da quello rappresentato da “mamma Tv”? È colpa dei giovani italiani se un loro coetaneo su tre è senza lavoro? Se la loro generazione è divenuta “precaria” per antonomasia? Se l’ingresso nel mercato del lavoro solitamente passa attraverso la scorciatoia obbligata di un’occupazione in nero e senza tutele? Se il mondo delle professioni è chiuso a camera stagna da caste autoreferenziali, mentre il mercato del lavoro è drogato dal precariato? Se gli stipendi degli italiani sono in media i più bassi d’Europa, per molti insufficienti a garantire una piena indipendenza economica dalla famiglia d’origine? Se molti di loro -i migliori o i più audaci- preferiscono scappare all’estero piuttosto che accontentarsi di un lavoro tanto dequalificato quanto malpagato?

Su un punto ha perfettamente ragione il viceministro Martone: essere giovani in Italia vuol dire aver ricevuto in dote dalla sorte una “sfiga” pazzesca!

A chi il compito di indicare una qualche via d’uscita, “una luce in fondo al tunnel”? A una classe politica “novecentesca”, la stessa che fin oggi ha scavato la fossa sotto i piedi dei propri figli? Ad un governo tecnico -il più sobrio degli ultimi 150 anni- che, definendo “perduta” la generazione dei 30/40enni (alias Mario Monti), ha già giudicato spacciati un quinto dei cittadini che rappresenta?

Che futuro può avere un Paese che, piuttosto che riconoscere i giovani come un “organo vitale” del Sistema, li liquida sbrigativamente come un “arto in cancrena” da amputare per salvare il resto del Corpo sociale?

  Trovi il testo completo del dossier “Gioventù bruciata” sul blog Panta Rei:

http://gaspareserra.blogspot.it/2012/11/gioventu-bruciata.html

Eataly, Alcoa e i vicoli ciechi (di Claudio Lombardi)

Aperto il 21 giugno è la novità che sta coinvolgendo un numero crescente di romani. Eataly a Roma è la prosecuzione di un esperimento già avviato a Torino, Milano, New York, Tokio. La sede romana è il vecchio terminal Ostiense costruito nel 1990 e mai utilizzato diventato nel tempo una delle zone più degradate della città. Adesso la zona è frequentata ogni sera da migliaia di persone e il terminal che non è più in stato di abbandono finalmente può anche essere apprezzato per la sua estetica rinnovata e migliorata.

Il modello Eataly è fondato sulla valorizzazione delle produzioni artigianali di prodotti alimentari di eccellenza fatte uscire dalle nicchie territoriali in cui sono nate e messe a disposizione di un pubblico numerosissimo che le può acquistare (e consumare) in spazi commerciali dove funzionano anche tanti ristoranti specializzati e punti di ristoro. L’ambiente è molto curato, armonioso, accogliente e gradevole e la qualità sta pure negli arredi e nel rapporto con il personale che ci lavora. 500 sono state le assunzioni quasi tutte di giovani e le regole che Eataly si è dato prevedono che le retribuzioni stiano nel rapporto di 1 a 5 ossia il massimo non può andare oltre 5 volte il minimo. Quindi posti di lavoro, ma anche un aumento delle produzioni di alimenti da parte di aziende piccole molto radicate nel territorio che sono incentivate a puntare sulla qualità. Scontato aggiungere che l’idea di Eataly punta a diffondersi nel mondo con un ovvio incremento delle esportazioni.

A questo punto qualcuno penserà che questo sia uno spot pubblicitario. Ebbene no, vi state sbagliando di grosso, questo è un discorso politico sulla crisi italiana in tutti i suoi aspetti: finanza pubblica, lavoro, etica pubblica e convivenza civile, posto dell’Italia nel mondo ecc.

Adesso vediamo un altro tipo di sviluppo che possiamo chiamare il modello Alcoa, ma che, in effetti, è quello che risale all’epoca delle partecipazioni statali e abusato nella fase calante quando ormai erano usate come una discarica a spese della collettività per le aziende in crisi.

Alcoa è stata per decenni un’azienda sussidiata dallo stato ovvero non avrebbe potuto funzionare senza contributi pubblici e, è bene chiarirlo, senza i contributi che tutti i consumatori di energia elettrica si sono spartiti con la bolletta elettrica. Sì perché Alcoa andava avanti grazie ad uno sconto sul prezzo dell’energia che finiva fra gli oneri che venivano scaricati su tutti gli utenti. Quindi da anni tutti noi abbiamo partecipato al finanziamento di Alcoa senza saperlo. Arrivato lo stop da parte dell’UE per gli aiuti di stato Alcoa ha cominciato a perdere ogni anno decine di milioni di euro. Non solo, ma inquina e non porta un vero sviluppo del territorio.

Il modello Alcoa è però la replica di tanti altri casi che, tutti insieme, furono definiti “le cattedrali nel deserto” e che pensavano lo sviluppo dipendesse da singole industrie piantate in territori arretrati considerati come zone da colonizzare senza tanti riguardi per l’ambiente e per la salute delle persone. Il caso dell’Ilva di Taranto lo conferma e conferma pure che, a fronte di risultati produttivi positivi, ci stanno costi esterni di molto superiori dei quali si fa carico lo stato quando se ne fa carico, altrimenti li pagano direttamente le persone con la propria vita.

Quindi costi di gestione elevati, sussidi statali o pubblici o scaricati su tutti i cittadini, costi esterni con inquinamento, malattie ecc pagati dalla collettività e il tutto senza un’integrazione con il territorio che finisce per essere dipendente dagli stipendi pagati dalla “cattedrale nel deserto” senza creare sinergie cioè tessuto produttivo coordinato o alternative.

Ma non basta. Il modello azienda sussidiata comporta o stimola inevitabilmente l’arbitrio di coloro che dispongono del potere di spendere i soldi pubblici o che devono governare un territorio. Per esempio, se le autorità chiudono un occhio sull’inquinamento ciò favorisce l’azienda; se non si monitorano gli effetti sulla salute delle persone le malattie appariranno tanti singoli casi privati scollegati fra loro; se l’erogazione dei fondi o dei sostegni di altro tipo (come gli sconti sull’energia) è decisa centralmente sarà più difficile capire chi favorisce chi e con quale motivazione e la strada sarà aperta a scambi di “utilità” fra manager, proprietà e politici.

Insomma due modelli contrapposti, Eataly e Alcoa. Entrambi portano posti di lavoro certamente, ma il primo è il motore di tanti effetti positivi su una catena che parte da produzioni di qualità radicate nel territorio e arriva addirittura a migliorare la convivenza civile attraverso la creazione di luoghi di incontro aperti a migliaia di persone che trasmettono una cultura del rispetto e del piacere di vivere. E non costa nulla alle finanze pubbliche. Il secondo dipende dai soldi pubblici e ha solo ricadute negative portando anche ad una rabbia sociale diffusa che parte da chi si sente prigioniero di quel modello e non vede alcuna alternativa.

Questo ragionamento significa che non bisogna più fare industria in Italia? Nemmeno per sogno; significa che le vie dello sviluppo sono tante, ma lo sviluppo che nasce da iniziative decise da accordi politici e imposte con i soldi pubblici è malsano, porta corruzione e distruzione di risorse e va respinto. Nei vicoli ciechi per far piacere ad industriali collusi e mantenuti, manager arraffoni e politici in cerca di potere gli italiani non ci vogliono più finire.

Claudio Lombardi

I giovani: una generazione perduta? (di Luca Aterini)

«Impegnamoci seriamente a non ripetere gli errori del passato, a non crearne altre di generazioni perdute». Nell’intervista rilasciata a Sette, Mario Monti spiega che tra le qualità che gli piacerebbe avere rientra «la spontaneità», ma talvolta la esercita con fin troppo vigore. La realtà che accomuna una fetta sempre più grande dei giovani italiani è certamente allarmante; non serve ricorrere alle opinioni per averne conferma quando, una volta tanto, basta osservare i numeri. I dati più recenti prodotti dall’Istat parlano di un tasso di disoccupazione giovanile giunto al 36,2%, un record. Fossimo davvero in un «percorso di guerra», questo sarebbe un bagno di sangue.

Se la libertà di stampa, come suggeriva Orwell, consiste nel diritto di poter dire alla gente ciò che non vuole sentirsi dire, è opportuno che il premier rimarchi la drammaticità della situazione. Un conto, però, è dire che sì, i giovani sono tra le prime vittime della crisi, ma che comunque la società tutta saprà impegnarsi per garantire loro un futuro (che è il futuro stesso della società); un altro paio di maniche è invece affermare che «la verità purtroppo non bella da dire, è che messaggi di speranza – nel senso della trasformazione e del miglioramento del sistema – possono essere dati ai giovani che verranno tra qualche anno. Ma esiste un aspetto di “generazione perduta” purtroppo. Più che attenuare il fenomeno con parole buone credo che chi in qualche modo partecipa alle decisioni pubbliche debba guardare alla crudezza di questo fenomeno e dire: facciamo il possibile per limitare i danni».

«Limitare i danni» è urgente, ma non sufficiente. Tolta anche la speranza, davvero non rimane più nulla, e questo non possiamo permettercelo: resterebbe l’accanimento terapeutico, e staccare la spina al paziente esangue sarebbe allora un attimo. Questa forma di rassegnazione ben si inserisce nella corrente che – da decenni, ormai – spinge la maggioranza dei Paesi occidentali, i cosiddetti “paesi civili”, a produrre ambienti sociali caratterizzati dalla disuguaglianza, che è l’unica cosa che cresce in questi tempi di magra economia.

Secondo dati Ocse, nel 2008 il reddito medio del 10% più ricco degli italiani era di 49.300 euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4.877 euro) indicando un aumento della disuguaglianza rispetto al rapporto di 8 a 1 di metà degli anni Ottanta. Ecco che le proteste di strada dei movimenti Occupy contro l’1% della popolazione ricca, contrapposta al restante 99%, nelle loro estremizzazioni ne nascondono un’altra, di “verità purtroppo non bella da dire”: come scrive Leopoldo Fabiani per La Repubblica, citando i dati proposti dal Nobel Joseph Stiglitz nel suo ultimo libro, The Price of Inequality: addirittura negli Stati Uniti «accade che sei persone (gli eredi della famiglia Walton che controlla l’impero commerciale Wal-Mart) dispongano di una ricchezza di 90 miliardi dollari, equivalente a quella dell’intero 30% della popolazione americana.

La disuguaglianza tra la parte più ricca e quella più povera della società, diventata clamorosamente evidente in questi anni di recessione e di impoverimento generale, ha radici che vanno indietro nel tempo».

La nostra stessa Carta costituzionale afferma, all’articolo 3, che «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Un principio di uguaglianza sostanziale, che il presidente del Consiglio non può liquidare affermando soltanto la volontà di «limitare i danni» della crisi per le nuove generazioni.

Rifacendosi alla definizione stessa di sviluppo sostenibile, stilata nel 1987 nel rapporto Brundtland della Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo, quello desiderato è «uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni». Non c’è spazio per limitazioni dei danni, quanto per la volontà propositiva di cambiare modello di sviluppo, un compito per le quali le giovani generazioni – che abiteranno il pianeta negli anni a venire – hanno un ruolo centrale.

Riscoprendosi progressista, nella stessa intervista Monti afferma che «non bisogna più avere paura, come è stato per venti-trent’anni dopo l’inizio di Reagan e Thatcher, di parlare di politiche contro le eccessive disuguaglianze e di fiscalità progressiva». Bene, cominciamo dunque a parlarne da subito, riguardo al presente e non solo ad un futuro indefinito.

Luca Aterini da www.greenreport.it

Una generazione si costituisce parte civile (di Flora Frate)

La mia generazione, scriveva Giorgio Gaber, ha perso. La nostra no, perché non ci hanno fatto nemmeno tentare. La nostra generazione è negata, nascosta, omessa. Costretta a tacere, relegata in un angolo, soffocata. Negli ultimi quindici anni, la società ha subito stravolgimenti radicali. Ci hanno raccontato la “lieta novella” che più mercato e più flessibilità fossero opportunità di un futuro glorioso. Ci hanno costretto a credere, nostro malgrado, che precarizzare il mondo del lavoro fosse non solo ineluttabile, ma soprattutto un’opportunità che avrebbe prodotto “più lavoro per tutti”, andando a sostituire la rigidità del posto fisso con la dinamicità del mercato. Uno scambio del tutto impari e totalmente al ribasso per una generazione che si vuole negare, nascondere, omettere. Basta scorrere i dati in rete e le storie di precariato saltano agli occhi in tutta la loro prepotenza: agenzie interinali, una paga da fame, turni sempre più massacranti. Nel bel Paese della legge 30 (quella stessa legge che avrebbe dovuto garantire gli ammortizzatori sociali), l’unica traccia narrativa è quella dell’umiliazione e della solitudine sociale. In un Call Center non ci si può fidanzare, pena il licenziamento in tronco. Ci si distrae e si abbassa la produttività.

Eccola la nostra generazione, repressa e costretta a vivere in una dimensione approssimativa tra ricatti e certezze mancate. Una generazione che campa grazie ad un unico ammortizzatore, le nostre famiglie: padri e madri che hanno conosciuto una mobilità sociale inversa alla nostra, di crescita e consolidamento. Noi venti/trentenni abbiamo una mobilità capovolta, verso il basso, tendente all’esclusione e all’emarginazione. E non c’è da sorprendersi se è alta, e continua a crescere sempre più, la nostra disillusione nei confronti dei partiti e delle Istituzioni.

Sentiamo la politica come un corpo estraneo ed invasivo, piuttosto che come uno strumento di indirizzo della collettività. La politica di chi ha sbagliato e rubato, ricade sulla nostra instabile generazione: ci fanno pagare un prezzo altissimo per i loro errori e i loro sprechi.

Ci chiedono di risanare questo Paese sulle nostre spalle, stringendoci sempre più in un limbo di non-esistenza. Sempre più negati, sempre più nascosti, sempre più omessi. E oltre il danno, anche la beffa. Non solo relegati ma anche offesi; bamboccioni e sfigati è il modo in cui la nostra generazione viene rappresentata dai Signori del Governo, di ieri e di oggi. Siamo descritti come “mammoni” da persone che parlano di ciò che non conoscono, che si ergono su santuari di arroganza non avendo alcuna consapevolezza degli argomenti in questione. Perché non si dice, ad esempio, che la trasformazione del sistema universitario ha generato un enorme esamificio incapace di formare la futura classe dirigente di questo paese?! Perché non si dice, ancora, che la laurea triennale è stata una clamorosa truffa generazionale, di migliaia di giovani che prima si sono visti scartati a vantaggio di chi era laureato col Vecchio Ordinamento e poi nuovamente buttati via perché il mercato esigeva laureati con la Magistrale?! Perché ci si dimentica di dire che siamo schiavi all’interno di un meccanismo infinito di tirocini, il cui requisito d’ammissione – paradossalmente – è già di per sé un’alta qualità formativa?! Perché nessuno ricorda che a lasciare questo paese sono menti valide, di studiosi e ricercatori che qui non trovano alcuna prospettiva?! Come mai nessuno denuncia che a soffrire maggiormente del precariato sono le giovani donne, che ai colloqui si sentono chiedere se hanno intenzione di fare famiglia?!

È sempre più forte lo scollamento tra la realtà e ciò che si vuole rappresentare. A cominciare dai partiti, dove la nostra presenza la si vuole sempre più testimoniale e mai intesa come una reale risorsa. Dobbiamo tacere e non contraddire il capobastone di componente, pena l’esclusione totale. Partiti balcanizzati da logiche personalistiche, contro le quali le nuove generazioni si scontrano pesantemente. Il successo del Movimento 5 Stelle ci racconta questo: Grillo a parte, esiste una generazione capace di organizzarsi facendo emergere tutto il proprio malessere.

Ed è esattamente questo che dobbiamo fare, rompere il compromesso del silenzio e della mortificazione. Ai partiti che vorrebbero sublimare la questione all’insegna di un presunto patto generazionale, noi vogliamo rivendicare che negli ultimi quindici anni siamo stati vittime di una pesante truffa generazionale. Il precariato è un vestito tagliato su misura, un’imposizione categoriale che vogliamo rifiutare. Il precariato è stato costruito per svilire il nostro potenziale, per crocifiggerci all’esistente mortificando il nostro futuro. Un futuro che non vogliamo suicidare.  Contro questa truffa la nostra generazione si costituirà parte civile contro lo Stato. Ci presenteremo come parte lesa, come soggetti pesantemente danneggiati da scelte politiche che hanno messo un’ipoteca sui nostri sogni e sul nostro talento. Non vogliamo stare fermi a guardare. E vogliamo che tutto questo parta da Napoli, da quel Sud che si vuole rappresentare come una zavorra, come peso inutile di un’Italia che altrimenti prenderebbe il volo. Da qui, dal nostro Sud, muoveremo la nostra denuncia. Presenteremo un regolare esposto contro lo Stato, un gesto che va ben oltre il simbolico.

Siamo stanchi di essere negati, nascosti, omessi. Siamo vittime di una truffa e in quanto tale ci costituiremo parte lesa. La nostra generazione deve osare.

Flora Frate (tratto dal gruppo Facebook “Generazione parte civile”)

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