Giovani, svegliatevi (di Giovanna Faggionato)

Pubblichiamo un articolo tratto da www.lettera43.it che rappresenta un punto di vista sulla questione giovanile che merita di essere conosciuto e dibattuto.

La chiamano generazione jobless, senza lavoro. Oppure perduta, come la Gioventù che diede il titolo a un film di Pietro Germi nel dopo guerra. Sono i giovani europei dai 20 ai 30 anni: un’infornata di vite interrotte dalla crisi finanziaria globale, dal riposizionamento strutturale dell’Europa nell’economia mondiale e dallo scoppio della bolla del debito pubblico italiano.
Un insieme di crisi sovrapposte ha deviato le loro biografie, modificato le abitudini e ristretto le prospettive. Forse per sempre. La stampa americana vi ha dedicato rivoli di inchiostro, la politica nostrana fiumi di parole. Ma pochi, in compenso, hanno provato ad affrontare la realtà per quella che è, a capire chi sono veramente i giovani perduti d’Europa, che prospettive hanno e come sarà il mondo quando finalmente vi troveranno posto.

LA PAROLA AGLI ESPERTI. Lettera43.it ha cercato di capire chi sono e cosa possono aspettarsi dalla vita, dialogando con il senatore, già ministro del Lavoro, Tiziano Treu, e con il sociologo, già direttore del Censis, Nadio Delai. Con un primo consiglio da tenere a mente: «I ragazzi devono prendere in mano il loro destino, dare uno scossone al sistema», ha esordito Treu. Ma partendo dalla realtà: «Devono smettere di lottare per avere il futuro dei genitori», ha avvertito Delai, «perché quello non lo avranno mai».

La crisi e un mercato del lavoro morto

La crisi del sistema Italia e dei suoi giovani risale a metà degli anni Duemila, ben prima dello scoppio della bolla dei subprime americana che ha trascinato l’economia mondiale nella recessione. Buona parte della classe imprenditoriale e politica italiana ha abbassato gli occhi, fatto finta di non vedere o incolpato qualcun altro. Il risultato è  che in Italia la platea dei perduti è più ampia che in altri Paesi.

Con buona approssimazione si può dire che la generazione jobless comprende chi oggi ha dai 20 e ai 35 anni. Poi sono arrivati a farci compagnia anche spagnoli, portoghesi e greci, ma anche francesi e olandesi. In un’Eurozona in cui la disoccupazione giovanile ha toccato il tasso record del 22,6%, si può dire che tedeschi e scandinavi sono l’eccezione.

APPRENDISTATO DIFFUSO. L’Italia in più si è presentata di fronte alla crisi con strumenti di protezione ormai diventati trappole. E le imprese hanno utilizzato il sistema della cassa integrazione per parcheggiare rami d’azienda decotti.

Secondo l’ex ministro invertire la rotta si può: con l’introduzione massiccia dell’apprendistato e con investimenti nella ricerca. «Tutte cose che già sappiamo, ma che non sono mai state fatte», ha commentato amaro. «Se iniziamo domani mattina, tra due o tre anni avremo risultati. In Germania,  intanto, il 60% dei giovani entra nel mercato del lavoro grazie a questa formula. Persino l’ex numero uno di Mercedes è stato apprendista».

TUTELARE I GIOVANI. Certo c’è un problema di volontà politica, di ricambio della  classe dirigente, ammette Treu, responsabile dell’introduzione nel 1996 dei primi contratti di lavoro interinale. Un’iniziativa di cui non è affatto pentito: «Il problema sono le aziende che distorcono gli strumenti, la precarietà diffusa delle false partite Iva». E poi la politica immobile: «Renzi», ha commentato il senatore, «sta tirando calci negli stinchi e, anche se non lo ritengo un genio, spero che continui».

Dopo tante speranze mal riposte, però, sarebbe stupido affidare il destino di una generazione a un nuovo parlamento e sperare nella politica. Piuttosto conviene prendere consapevolezza delle prospettive e costruire il proprio progetto individuale. Tenendo conto di quattro macro tendenze.

1. Meno università e figli prima

Il consiglio degli esperti è rassegnarsi su un punto: la vita da studente sarà più corta, l’illusione dell’istruzione perpetua è finita. E il mercato del lavoro Ue non tornerà ai livelli pre crisi: il sistema continentale sta dimagrendo ed è destinato a rimanere sottopeso.
In questo scenario l’Italia vanta istituti d’istruzione secondaria di eccellenza, equivalenti per preparazione alle università triennali francesi e tedesche e dovrebbe sfruttarli al meglio.
AL LAVORO A 22 ANNI. L’ingresso nel mondo del lavoro avverrà prima: in media a 22 anni, dopo una laurea triennale, sul modello dei Paesi del Nord. I master saranno probabilmente per pochi, sperando che non siano solo per pochi ricchi. «Non si può continuare a spostare la selezione sempre in avanti», ha argomentato Treu. “E anche la biologia si adatterà al nuovo sistema: si faranno figli prima e il ciclo di vita ritornerà ad assomigliare a quello dei ventenni degli anni Cinquanta e Sessanta.”

2. Il ritorno dell’industria, imprenditoria sociale e nuovo artigianato

Secondo trend: i grandi fiumi del lavoro si sono esauriti. Finiti gli impieghi pubblici, scomparsi i concorsi, ma ridotti anche gli sbocchi nei servizi, da sempre  ventre molle dell’economia italiana.
Finora tutti potevano improvvisarsi consulenti o tentare la professione di avvocato, regalandoci il più alto tasso di legulei in Europa, in media 3,7 ogni mille abitanti, quando la Germania si ferma a 1,8 e la Francia allo 0,8.

FINITA LA BOLLA DEI SERVIZI. Il terziario è destinato a sgonfiarsi almeno fino al 2017, poi la selezione sarà più stretta. Intanto sarebbe bene rivalutare le opportunità occupazionali offerte dall’architrave dell’economia italiana: la piccola e media industria. Rivalutare quindi le professionalità tecniche, anche altamente qualificate, nei campi dell’elettronica, dell’idraulica o della meccanica. Una conseguenza inevitabile sarà la contrazione verticale della scala sociale. «Forse l’universitario tornerà a fare il tornitore», ha ammesso Delai.

CURA E MANUTENZIONE. In compenso si amplieranno le possibilità nel campo dell’assistenza e della cura della persona e della famiglia, il settore paramedico e dell’educazione. E poi altro spazio ci sarà nella manutenzione del territorio e, se la classe dirigente dimostrasse intelligenza, dei beni culturali. Probabile anche un ritorno al mestiere di artigiano, anche creativo, intellettuale, magari digitalizzato: un artigianato degli anni Dieci del Terzo millennio.

3. Il disimpegno dello Stato e un nuovo equilibrio famigliare

L’altra tendenza in atto con cui confrontarsi è il progressivo ritiro dello Stato dall’intervento economico. Ci sarà dunque uno spostamento forzoso dagli impieghi pubblici a quelli privati. E sarà necessario un cambiamento profondo di mentalità, inclusa quella della famiglia.
Questa generazione smetterà di offrire ai figli abitazioni e case e piuttosto pagherà loro un soggiorno all’estero per trovare lavoro. Si passerà insomma da un investimento nella rendita a uno produttivo anche nel bilancio famigliare. L’erosione del risparmio privato, necessaria per affrontare la crisi attuale, farà sì che si ritorni al punto di partenza: ogni generazione dovrà fare da sé. Il divario tra aspettativa di vita e realtà, infatti, è destinato ad allargarsi ulteriormente: «Questa generazione ha impattato in un cambio del ciclo di vita e ora ha l’onere di costruire il proprio futuro», ha affermato Delai.

4. Nuovi migranti e una scommessa da vincere

Per costruirlo, questo futuro negato, tanti prenderanno la valigia. Una minoranza l’ha già fatto, ma oggi il 54% dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni vive coi genitori. Nei prossimi anni invece la rotta Catania – Torino su cui negli Anni 60 si mossero 3 milioni di persone, con punte di 700 mila migranti l’anno, sarà sostituita dalla Rovigo – Stoccolma, cioè dalla migrazione verso il Nord Europa. L’orizzonte diventerà quello continentale e lavorare a 200 chilometri da casa potrebbe essere normale.

TOPI NEL FORMAGGIO. «E basta dire che la generazione precedente ha rubato loro il futuro, quando magari hanno potuto studiare grazie alla pensione dei genitori. Anche loro sono topi che hanno rosicchiato nel formaggio», ha sintetizzato Delai con una metafora.
Topi pieni di illusioni gonfiate a dismisura, che a un certo punto hanno visto scoppiare la bolla delle aspettative: «Abbiamo vissuto un periodo in cui ogni desiderio era un diritto per tutti. C’è stata la bolla del mattone e della finanza e anche quella dell’individualismo».
Paradossalmente il sociologo trentino è convinto che debba tornare anche la solidarietà: «Competitività e solidarietà sono ingredienti da equilibrare in ogni società. E per troppo tempo la prima ha dominato la seconda». Forse sarà questa la chiave con cui vincere la scommessa. Forse un giorno la gioventù che oggi è perduta sarà ricordata per essere stata capace di svoltare e di costruirsi un futuro diverso.

Giovanna Faggionato da www.lettera43.it

Disuguaglianza, altro che meritocrazia! (di Samanta Di Persio)

Pubblichiamo uno degli interventi all’incontro organizzato dal gruppo VotiamoliVia a Napoli sulla condizione delle donne al Sud

Mi sono laureata nel 2004 all’età di 24 anni, l’anno dopo ho conseguito un master in statistica. Ho sempre lavorato e studiato perché a casa mia le cose funzionavano così ed anch’io ritenevo giusto non gravare completamente sui miei genitori.

Al primo superiore scoprii che la meritocrazia non esisteva. La professoressa di lettere mi interrogò insieme ad un altro compagno. Il pomeriggio precedente l’avevo trascorso a studiare, il risultato fu un 6 e mezzo per me e 7 e mezzo per il mio compagno. Scoppiai a piangere perché non ritenevo giusto quel voto, ricordo che si avvicinò Andrea e mi chiese: “Perché piangi?” “Ho studiato tutto il pomeriggio” risposi e lui aggiunse: “Ma lui è il nipote della Prof”. Diventai una furia, mi sentivo presa in giro. Dagli adulti avevo sentito ogni tanto pronunciare la parola lavoro accanto a quella raccomandazione, ma si erano dimenticati della scuola. Forse da quel momento ho iniziato ad avere repulsione per tutte le ingiustizie, prepotenze ed ingerenze. Capii che per essere appetibile nel mondo del lavoro avrei dovuto accelerare i tempi negli studi, così ho fatto.

Ma forse nel frattempo mi ero illusa che con la sola meritocrazia potessi fare grandi cose… nel 2006 passai una preselezione per l’Istituto San Paolo, ma sulla comunicazione c’era scritto: il fatto di aver superato la prova non mi dava diritto l’accesso alla prova successiva. Insomma, senza raccomandazioni non avrei trovato nemmeno il lavoretto da barista che mi ha permesso di pagarmi in parte gli studi.

Non serve un Ministro per dirmi che appartengo ad una generazione persa. Questa società l’ho trovata così, ma mentre si arrivava a questo punto io avevo 10 anni, il Premier Monti & co. erano già adulti, insegnavano, governavano, erano già in posti chiave, cos’hanno fatto per contrastare la disfatta politica, economica e sociale di questo Paese? Cos’hanno fatto per far restare i laureati della mia classe e delle successive in Italia? Nulla! Anzi, hanno partecipato a cene e banchetti offerti dai poteri forti, dalle lobby ed oggi sono stati chiamati, in base a quei rapporti coltivati nel tempo, a porre rimedio a qualcosa di irreparabile.

Mi ritengo fortunata perché almeno ho potuto realizzare il mio sogno, scrivere, parlare delle storture di questo Paese, dar voce a coloro che vengono considerati invisibili dai rappresentati che eleggiamo. Il distacco fra cittadino e politica ha creato un vuoto, questo vuoto è la causa delle generazioni perse perché i figli di papà possono studiare in scuole di prestigio, possono entrare in politica, in un consiglio di amministrazione o in aziende prestigiose, possono comperarsi un pezzo di carta (se proprio sono somari), quindi i genitori/governanti non possono nemmeno immaginare quali siano i problemi reali delle giovani generazioni (ma anche dei padri che perdono il lavoro). Devono essere contenti che non siamo una generazione violenta, perché abbiamo i nostri genitori che fungono da ammortizzatori sociali, ma quando anche loro verranno licenziati o la pensione diventerà sempre più irraggiungibile, le generazioni perse saranno diverse.

Se non pronunciamo più la parola futuro non è perché non ci piace, è perché ce l’hanno tolto ed i provvedimenti che stanno prendendo non fanno sperare nulla di buono. Alla fine: la Chiesa non paga l’Imu, gli uomini più ricchi d’Italia non pagano tasse in base al loro reddito, non è stato vietato il cumulo degli incarichi pubblici, non sono stati toccati coloro che gestiscono beni pubblici in concessione. Come potrebbe un Vescovo, un Befera o un trota sentirsi parte di una generazione persa? Al massimo potrebbero perdersi in Transatlantico! Allora chiamateci con il nostro nome: generazione indotta all’incazzatura causa disuguaglianze.

Marta Di Persio

L’indignazione dei cittadini serve, ma per costruire (di Martina Monti)

Pubblichiamo uno degli interventi all’incontro organizzato dal gruppo VotiamoliVia a Napoli sulla condizione delle donne al Sud

Io ho iniziato a fare politica all’età di 18 anni (quindi all’incirca 6 anni fa) non perché i miei genitori lo facessero a loro volta, infatti fui io a portare interesse politico in famiglia, ma per un motivo molto semplice: con l’acquisizione del diritto di voto non volevo mettere una croce su un simbolo a caso o su un simbolo consigliato dalla mia famiglia, volevo capire e scegliere con la mia testa.

Mi rattristò molto constatare il fatto che questo senso civico era nato solo in pochi miei compagni di classe e non in chiunque avesse maturato il diritto di voto.
Comunque, approfondendo il tema della politica e i programmi di partito decisi di mettermi in gioco, poiché da sempre penso che la politica sia qualcosa che deve ringiovanire, ma non nel senso anagrafico del termine e non solo come slogan elettorale, credo che ringiovanire sia semplicemente adattarsi al mutare dei tempi.

Non vedo, nel panorama politico attuale, grande capacità di adattarsi ai mutamenti sociali, vedo un rinnovamento di facciata o a parole. Paradossalmente nel 1948 i nostri Padri Costituenti scrissero una Carta Costituzionale decisamente più all’avanguardia rispetto agli ideali che oggi permeano i programmi politici di gran parte dei partiti moderni.

Così scelsi il partito che mi convinceva di più e decisi di mettere tutta me stessa nell’obiettivo di portare avanti i miei ideali e quelli che io consideravo e tuttora considero VALORI. Ma valori veri, non quelli che finiscono abusivamente negli slogan della peggior politica italiana. Per valori veri non intendo dire che i miei siano i valori assoluti o quelli per forza giusti, ma quei valori che caratterizzano in maniera positiva il mio agire nella società e che costituiscono i miei obiettivi per una società più liberale e più democratica.
Nel partito in cui stavo divenni rappresentante nazionale dei giovani in Europa e in quel modo scoprii l’abissale differenza tra la nostra politica e la politica di molti paesi dell’UE soprattutto nordici. A ripensarci siamo davvero solo noi a non voler mai esplicitare gli ideali a partire dai simboli e dai nomi dei partiti: in Europa ci sono i Liberali, i Democratici, i Centristi, i Cattolici, i Conservatori, mentre da noi ci sono Rose nel pugno, Asinelli, Margherite, alleanze di dubbio orientamento, fiamme, leghe e chi più ne ha più ne metta. Certo che un’alleanza tra i Cattolici e i Liberali in Europa potrebbe far venire i brividi a chiunque, mentre qui in Italia con la storia dei simboletti e delle figure retoriche si cerca di indorare la pillola improvvisando le alleanze più strampalate.
Partiamo dal fatto che non ho più tessere poiché ho avuto problemi con il mio partito e così adesso io mi trovo nella situazione di molti cittadini italiani. Chi votare? Ancora questo non mi è dato saperlo, ma ci sono due cose che più di tutte mi preoccupano: le primarie all’interno del centro-sinistra e il grillismo.

Per quanto riguarda le nuove leve della sinistra, la mia riflessione è semplice: al di là dello slogan ‘’rottamiamo’’ che davvero non tollero, poiché trovo che il cambiamento e il rinnovamento debbano essere graduali e non debbano prescindere da una buona e necessaria parte di esperienza, trovo impossibile che una persona di sinistra come me, in caso il Sindaco della culla del rinascimento vincesse le primarie, possa votare un elemento palesemente di destra. Per non parlare del fatto che disapprovo la smania di potere che porta un Sindaco a candidarsi alle primarie per diventare potenziale Premier mettendo in secondo piano l’importanza di chi gli ha dato il proprio voto per guidare una Città.


Il grillismo mi preoccupa per altri motivi, ovvero per la smania di smontare senza avere grandi idee per risistemare le cose. Non che le idee siano sbagliate, anzi, molte le condivido, non condivido l’atteggiamento arrogante e sanguigno di voler scardinare un sistema senza offrire un’alternativa sobria e applicabile. L’entusiasmo che muove il movimento 5 stelle è apprezzabile, ma saprebbero muoversi all’interno delle istituzioni senza sembrare elefanti in una cristalleria? Questo sinceramente è un interrogativo che mi pongo e che finora ha avuto una risposta non molto edificante.

Quello che serve è che la gente si indigni, ma in maniera positiva, non distruttiva, che decida di mettersi in gioco anche all’interno dei partiti o dei movimenti o anche delle associazioni in modo che la propria idea influisca davvero a livello politico. Starne fuori e criticare è facile, ma stare nelle istituzioni e promuovere cambiamenti graduali e intelligenti è davvero ciò che serve. Il fervore rivoluzionario è positivo ma bisogna sforzarsi di capire quale sia la via migliore per incidere davvero sul cambiamento che tutti noi stiamo spasmodicamente cercando.

Per quanto riguarda la mia esperienza di Assessore posso solo dire che c’è bisogno di un concreto cambiamento di prospettive e di metodologie di fare politica. In un momento di estreme ristrettezze economiche c’è sempre più bisogno di stare davvero al fianco dei cittadini per far loro comprendere che la politica deve esserci, deve fare i LORO interessi.
Trattando di Sicurezza urbana mi rendo conto che la maggior parte del problema, almeno qui da noi, sta nel concetto di percezione. La sicurezza non è solo quella oggettiva che si basa sui dati statistici legati ai reati, ma è anche ciò che tu senti quando cammini per strada o quando torni a casa. Se non ti senti a tuo agio o senti di essere in pericolo questo significa che c’è bisogno di intervenire, talvolta solo a parole spiegando fenomeni che spesso non vengono compresi (ad esempio quando due nigeriani parlano tra loro e sembra che stiano litigando quando invece nel loro paese hanno la particolarità di parlare a voce molto alta e può sembrare che siano aggressivi), talvolta invece con interventi strutturali come un impianto di videosorveglianza. Ma per capire davvero cosa sente il cittadino non si può restare in ufficio o parlare unicamente con le Autorità di Pubblica Sicurezza, l’unico modo per capire è girare la città, stare con le persone a prescindere dal loro colore politico e comprendere quale sia la radice del problema per intervenire. Stando dietro una scrivania si perde la parte migliore della politica, ed io sinceramente preferisco essere un ‘’Assessore stradale’’.

Sul tema immigrazione ci sarebbero tante, troppe cose da dire. Uno degli obiettivi fondamentali per me dovrebbe essere quello di garantire la parità di diritti ai servizi e alla partecipazione alla vita pubblica per coloro che vivono stabilmente in Italia. Noi a Ravenna stiamo valorizzando molto la partecipazione degli stranieri nelle istituzioni poiché troviamo che dar voce ai rappresentanti degli immigrati nelle istituzioni sia dare il quadro reale dei mutamenti della società. A febbraio avremo l’elezione di due consiglieri aggiunti in Consiglio Comunale provenienti dal mondo degli immigrati Extra UE che potranno intervenire nel dibattito politico istituzionale ed avremo l’elezione dei Consigli Territoriali (in sostituzione alle Circoscrizioni che sono state abolite), dove gli immigrati residenti sul territorio comunale avranno diritto di voto attivo e passivo.

Il cambiamento si può ottenere, basta avere pazienza e perseveranza. La cosa che spero venga superata il prima possibile è il pregiudizio che si ha verso i giovani. Quando si chiede una politica nuova si parla di giovani, ma alcuni considerano giovani quelli di 35 anni e bambini quelli della mia età (cioè 24 anni). Questo è assolutamente controproducente, io spero che un giorno si arrivi al punto di valutare competenze e contenuti a prescindere dall’età. Non bisogna per forza puntare su una fascia d’età, mi piacerebbe che si valorizzasse chi dimostra di essere ONESTO a prescindere dai dati anagrafici. Quando si valorizzeranno i contenuti senza badare all’immagine, probabilmente avremo molto più margine di crescita collettiva.

Martina Monti – assessore alla sicurezza e all’immigrazione nel comune di Ravenna

Liberare i tempi della città, creare lavoro (di Lapo Berti)

Quando si parla di liberalizzazioni, l’abbiamo visto anche in queste settimane, al centro dell’attenzione ci sono sempre le rumorose minoranze che dall’apertura dei rispettivi mercati, dall’eliminazione dei lacci e lacciuoli, di cui parlava Guido Carli tanti anni fa, si aspettano una riduzione se non l’azzeramento dei loro privilegi, delle loro rendite, dei loro vantaggi. Quasi mai si parla di coloro che dalle liberalizzazioni potrebbero ottenere vantaggi e miglioramenti delle loro condizioni di vita, i cittadini in quanto consumatori e utenti; pressoché mai si dà loro la parola.

A colmare questa lacuna, giunge ora un libretto fresco non solo di stampa, ma anche di idee e di scrittura: “Liberalizzaci dal male. Orari, mercato del lavoro, trasporti-reti: come, quando, chi, dove e perché”, Rubbettino editore (2012). L’autrice, Benedetta Cosmi, una giovane scrittrice, non ancora trentenne, esperta di comunicazione e con già alle spalle un breve ma vivace curriculum, ci mostra, in maniera accattivante e convincente, come, con un po’ di fantasia e con il coraggio di uscire “dal contingente, dall’emergenza, dall’eccezione, dal fatta la legge trovato l’inganno, da due pesi e due misure”, un po’ più di libertà e flessibilità nell’organizzazione degli spazi e dei movimenti potrebbe creare posti di lavoro e rendere più ricca e meno faticosa la vita dei cittadini. La Cosmi vorrebbe che, per una volta, fossero i lavoratori, i cittadini, gli utenti, i turisti, a scrivere l’agenda delle riforme e delle liberalizzazioni, a partire dalle loro esigenze.

Un tema su tutti: gli orari delle città, quasi sempre assurdi, quasi mai dettati per adeguarsi alle esigenze dei cittadini e agevolarne la vita. Tanti luoghi, come le biblioteche, i musei, le banche o gli uffici pubblici sono aperti quando chi avrebbe bisogno di andarci è al lavoro. Quanto costano alle aziende e ai lavoratori tutti i permessi richiesti per poter accedere a quei luoghi, per eseguire operazioni o seguire pratiche, le quali, sia detto di passaggio, in molti casi potrebbero essere affidate a servizi on-line e lo sono ancora in misura spaventosamente limitata?

Ma questo è il paese in cui un comune può emettere un’ordinanza per imporre a barbieri e parrucchieri di tenere aperto solo la mattina. La Cosmi cita in proposito la lettera aperta di un gruppo di giovani barbieri e parrucchieri che chiedono la libertà di tenere aperti i propri esercizi in nome di un principio sacrosanto che nel nostro paese è sistematicamente ignorato: “Noi dobbiamo ascoltare la gente, esserci quando il cliente ce lo chiede, e invece ad oggi fare questo vuol dire essere fuori legge”. In Italia, come tutti sappiamo, vengono prima gli interessi delle lobby, dei gruppi, anche di lavoratori, che sanno farsi valere, specialmente nel mondo dei servizi, e buon ultimi, oltraggiati e sbeffeggiati da tutti, i cittadini.

E’ uno schema da cui bisogna uscire. Occorre affrontare la pianificazione strategica degli orari delle città, per fare in modo che lo spazio urbano sia fruibile sulla base delle nuove abitudini di chi la abita permanentemente, i residenti, o transitoriamente, i turisti. Nell’era del turismo low cost, fatto di soggiorni fugaci, è impensabile ed economicamente masochistico che si debba impiegare un giorno per accedere a un museo. Ma anche i cittadini che escono dagli uffici e trovano i negozi chiusi soffrono per la stessa miopia commerciale e regolamentare.

Un ripensamento degli orari della città che riconosca e generalizzi abitudini e comportamenti che già esistono, argomenta fiduciosa la Cosmi, non solo renderebbe la vita migliore, ma offrirebbe opportunità di lavoro ai tanti che oggi invano lo attendono, magari con qualche sacrificio nell’organizzazione del proprio tempo, ma sarebbe comunque l’avvio di un processo di recupero al lavoro di fasce ampie di giovani oggi senza futuro.

I giovani, la loro condizione, il loro futuro, sono al centro delle riflessioni della Cosmi. Il suo libro è un solo appassionato pamphlet in difesa dei giovani e del loro diritto ad avere un futuro, ma è anche, inevitabilmente, una critica feroce dell’immobilismo che caratterizza il nostro paese a tutti i livelli, dell’egoismo che infetta tutti fino al punto che gli stessi genitori non si rendono conto che la difesa a oltranza dei diritti acquisiti e delle rendite di posizione di cui magari godono condanna i figli alla resa e all’inattività. E’, inevitabilmente, un paese che non trova motivazioni sufficienti per investire nel sapere dei giovani, per accrescere il loro capitale umano. Il nostro paese è “L’unico paese che non ha luoghi di cultura aperti, nelle ore dei giovani!”.

In fondo, il punto della Cosmi è semplice, come sempre sono semplici le proposte rivoluzionarie. Si tratta, molto banalmente, di mettere d’accordo una domanda di servizi e di spazi fruibili, che va ben oltre gli orari canonici, con un’offerta di lavoro, specialmente giovanile, che stenta a trovare le vie dell’occupazione nella foresta pietrificata del nostro mercato del lavoro. I giovani sono disposti a lavorare in orari “scomodi”, se a questo si accompagna una maniera tutta nuova e più libera di vivere gli spazi della città, finalmente aperti alle loro esigenze. Ma, come tutte le cose semplici, questa rivoluzione è più facile a dirsi che a farsi. Contro di essa si ergono le barriere di un consolidato sistema d’interessi, che spacca anche il mondo del lavoro e, soprattutto, ha creato un modo di pensare che è pregiudizialmente ostile al cambiamento, all’apertura dei mercati, alla competizione e, spesso, si nasconde dietro la giusta, sacrosanta tutela dei diritti dei lavoratori per proteggere vantaggi e rendite di ogni genere.

Lapo Berti da www.lib21.org

Alla ricerca dei perché della crisi italiana: da un’intervista di Marcello De Cecco

L’intervista, pubblicata sul Venerdi di Repubblica del 26 agosto 2011, parte dal semplice interrogativo se egli ritenga gli italiani consapevoli di quello che li aspetta.

Marcello De Cecco, economista, già professore alla Normale di Pisa, a Princeton, alla London School of economics e all’ENA di Parigi, risponde con scetticismo:

“ Di solito, se le persone sono informate di quel che succede, se ne rendono conto. Altrimenti lo capiscono quando vengono colpite direttamente”.

Anche il livello di informazione non aiuta. Infatti, alla domanda se egli ritenga che le persone siano informate, segue una risposta non incoraggiante:

“ Non mi pare, esclusi i pochi che leggono i giornali o guardano i Tg di nicchia. Non ci è stato ripetuto che qui tutto va bene, che la crisi ha colpito meno e che ne siamo usciti meglio? Anche Eurobarometro ha riscontrato che in Italia prevale l’ottimismo”.

Ottimismo che De Cecco non condivide assolutamente e espone alcune considerazioni sul passaggio all’euro di dieci anni fa.

“La serietà della faccenda dipende anche da quello che succede nel resto del mondo. Ma una cosa è sicura: già dalla vittoria alle elezioni del 2001, il governo Berlusconi, vedendo che il Pil non cresceva e che c’era poco reddito, ha pensato di ridistribuirlo togliendolo ai lavoratori dipendenti e passandolo ai suoi elettori. Profittando del passaggio all’euro, si è limitato a non applicare i sistemi di vigilanza sui prezzi approntati dal governo di centro sinistra, consentendo al suo elettorato di imprenditori e mediatori di stabilire i prezzi e arricchirsi alla grande. Così, grazie a questi profittatori di regime, oggi paghiamo il pane seimila lire al chilo.”

Ma perché riparlare di lire? Ecco la risposta:

“Può permettersi di ragionare in euro solo chi fa i prezzi. Se un lavoratore dipendente tira fuori una sua busta paga di dieci anni fa si rende conto di quanto si è impoverito, visto che, da subito, un euro ha smesso di valere duemila lire per passare a mille. Devo riconoscere che l’unico a prevedere e annunciare un’impennata dei prezzi fu il cavalier Berlusconi, io e altri economisti non ci pensammo proprio. Credevamo che il centro sinistra restasse al governo e fosse in grado di gestire la transizione come in Finlandia, in Germania, in Olanda. Ci sono Paesi sommersi o salvati dall’euro: i sommersi sono quelli senza Stato, perché in queste temperie di globalizzazione e integrazione internazionale solo chi ha lo Stato riesce a sopravvivere.”

In questa situazione facile prevedere un aumento dei prezzi, ma De Cecco distingue:

“Di solito a settembre si ritoccano, ma non credo che quest’anno succederà perché frutta e verdura hanno già raggiunto prezzi inimmaginabili dieci anni fa: se fanno altri rincari i negozi si svuotano. Però, a parte i preannunciati aumenti su bollette e consimili, saliranno invisibilmente quanto inesorabilmente i costi di tutti quei servizi rilasciati senza staccare una ricevuta fiscale. Quei milioni di lavoratori autonomi che ci infestano perché non c’è occupazione e allora uno se l’inventa. Inventando nuovi bisogni. Un circuito chi ci accudisce dalla nascita alla bara  senza passare per l’IVA, la cui evasione costituisce due terzi dell’intera evasione fiscale.”

Nella crisi italiana la famiglia viene caricata di nuove responsabilità:

“A questa esausta famiglia viene chiesto di far fronte a tutto. Ma la gente si è stufata. Questi poveri vecchi, queste nonne di settant’anni costrette a badare ai nipotini avuti da figli quarantenni. Ma come li possono crescere? La famiglia è l’ultimo ammortizzatore sociale che ci rimane perché tutti gli altri ci hanno tradito. Ci sono rimasti i genitori e i preti. Ma a me che sono laico dare i soldi alla Chiesa perché faccia il lavoro dello Stato non fa piacere.”

Ma non c’è da stare allegri perché:

“Il segreto dell’immobilità italiana è che le cose accadono lentamente, impercettibilmente; è anche per questo che non c’è mai stata una rivoluzione. Ci si sfilaccia, ci si logora, si consumano i risparmi, il ceto medio diventa micro borghesia, compra i mobili di Ikea perché non può permettersi più quelli fatti in Italia, ma sono cose lente. All’inizio del seicento eravamo i più ricchi d’Europa e alla fine esportavamo solo grano, lenticchie, un po’ di seta grezza. Noi andiamo male dagli anni novanta, ma ci si aggiusta, si fanno meno figli, o si rimane a casa dai genitori per non abbassare il tenore di vita.”

La riflessione di De Cecco si chiude sugli scenari internazionali  nei quali alla crisi si accompagna “un’enorme quantità di denaro messa in circolazione dalle banche centrali americane, inglesi e dalla BCE che non trova modo di essere investita nell’economia reale, stagnante quasi ovunque.”

Quindi di denaro ne circola tanto, ma è disponibile solo per avventure finanziarie “a scapito dell’economia reale”.

De Cecco conclude sottolineando che c’è un forte rallentamento dell’economia “perfino in  Germania e in Cina, i più grandi esportatori del mondo”.

Messi alcuni punti fermi per capire cosa è successo per arrivare al punto in cui ci troviamo è necessario passare alle misure concrete. Se abbiamo capito le cause possiamo trovare i rimedi.

a cura di Cl