Gli imprenditori della paura

Pubblichiamo un articolo di Tito Boeri tratto dal sito www.lavoce.info

La nostra nuova classe dominante ha messo in moto un circolo vizioso sull’immigrazione. Chi ha a cuore la tenuta dei nostri conti pubblici e delle nostre pensioni, dovrebbe temere che gli immigrati e con loro molti giovani italiani se ne vadano dall’Italia invece del contrario.

LE PAURE DEGLI ITALIANI

“Quando milioni di poveracci sono convinti che i propri problemi dipendano da chi sta peggio di loro, siamo di fronte al capolavoro delle classi dominanti”.  Questo il testo di un manifesto appeso fuori da una bocciofila milanese. Ho voluto trascriverlo perché contiene, nella sua semplicità, una grande verità.

C’è, in effetti, chi ha volutamente alimentato la diffidenza nei confronti degli immigrati trasformandola in aperta ostilità e che coi toni truculenti nei loro confronti si è conquistato un posto in prima fila nella classe dirigente.

Poniamoci alcune domande. Sono davvero gli immigrati il problema numero uno del nostro paese? Cosa dovremmo temere dal loro arrivo? Non dobbiamo preoccuparci, piuttosto che dell’immigrazione, dell’emigrazione, di chi scappa dall’Italia?

Per rispondere dobbiamo partire da un’iniezione di realtà perché sul tema la disinformazione regna sovrana.

Partiamo da quanti sono. Gli italiani sono convinti che per ogni quattro persone che risiedono nel nostro paese, una di queste sia immigrata. In realtà, oggi in Italia c’è un immigrato ogni dodici italiani, quindi gli immigrati sono tre volte di meno di quanto si pensi. Gli sbarchi e le invasioni di migranti dall’Africa non sono mai stati evocati così tanto come durante gli ultimi due anni e soprattutto nella campagna elettorale per le elezioni politiche: lo testimoniano i dati di Google trends che misura il numero di volte con cui gli utenti fanno ricerche su Google sul termine “sbarchi” (linea blu nel grafico). Eppure, gli sbarchi sono calati in questo periodo di più del 90 per cento (linea rossa nel grafico).

Di cosa si ha paura? Secondo i sondaggi d’opinione, gli italiani temono soprattutto di: 1) perdere il proprio lavoro, 2) dover finanziare di tasca propria prestazioni sociali a immigrati che non lavorano, 3) vivere in città meno sicure e 4) essere contagiati da malattie portate dagli immigrati.

Vediamo cosa ci dicono i dati su ognuno di questi aspetti.

IL LAVORO

Quando in Italia il lavoro aumenta, aumenta per tutti: italiani e immigrati. Quando diminuisce, diminuisce per tutti: italiani e immigrati. Le due linee nel grafico riproducono i tassi di disoccupazione per italiani e immigrati e si muovono in parallelo.

La cosa non deve stupire perché il lavoro crea lavoro. Una badante in più permette a una donna italiana in più di lavorare e viceversa. Quasi un decimo degli immigrati sono imprenditori: creano lavoro non solo per sé stessi, ma anche per gli altri; mediamente ogni lavoratore autonomo immigrato con dipendenti assume altri 8 lavoratori. Inoltre, il lavoro degli immigrati è fortemente concentrato su occupazioni ormai abbandonate dagli italiani: il 90 per cento dei mondariso, l’85 per cento dei cucitori a macchina per produzione in serie di abbigliamento, il 75 per cento dei coglitori di frutta sono, ad esempio, immigrati. Si tratta di lavori molto duri e faticosi che gli italiani non vogliono più fare. I salari in queste mansioni non sono diminuiti negli ultimi 20 anni. Erano bassi e sono rimasti bassi e non certo per colpa degli immigrati. È bassa la produttività e se non ci fossero gli immigrati a fare questi mestieri, molte imprese fallirebbero, togliendo posti di lavoro agli italiani.

IL PESO FISCALE

C’è un grafico del primo Documento di economia e finanza del governo Conte che la dice lunga sugli effetti dell’immigrazione sui conti pubblici. Mostra tre scenari del debito pubblico nei prossimi 50 anni: 1. con immigrazione netta (immigrati meno emigrati) in linea con le previsioni (linea verde scura), 2. con immigrazione più alta di un terzo rispetto alle previsioni (linea gialla) e 3. con immigrazione più bassa di un terzo (linea verde oliva). Con l’immigrazione netta che si riduce di un terzo, il nostro debito pubblico è destinato a raddoppiare dai livelli attuali. Con un aumento di un terzo, invece, il debito pubblico non aumenta.

Come si spiega questo fatto, qui riconosciuto anche da chi nei comizi dice esattamente il contrario? Più persone che arrivano da noi vogliono dire più lavoro, più reddito nazionale, meno debito che ciascuno di noi deve portare sulle proprie spalle. E poi c’è un saldo positivo fra entrate contributive degli immigrati e prestazioni sociali: l’Inps spende ogni anno poco meno di 7 miliardi per prestazioni sociali agli immigrati, mentre incamera da questi contributi per circa 14 miliardi. Quindi c’è un surplus contributivo di circa 7 miliardi associato all’immigrazione. Diciamo che gli immigrati finanziano il reddito di cittadinanza da cui, peraltro, vengono in larga parte esclusi, anche quando sono poveri o poverissimi. Spesso si dice anche che chi fa domanda d’asilo politico drena risorse allo stato sociale. Ma un censimento fatto dall’Inps per il ministero dell’Interno documenta che su 200 mila richiedenti asilo, solo 7 persone – dicasi 7 persone – ricevevano un trasferimento dall’Inps, come pensione, Naspi, Rei-Rc o quant’altro.

La ragione per cui gli immigrati finanziano il nostro stato sociale è che sono molto più giovani degli italiani. Ormai un italiano su quattro ha più di 65 anni. Solo 1 immigrato ogni 50 è ultrasessantacinquenne. Chi ha a cuore la tenuta dei conti pubblici e delle nostre pensioni, dovrebbe temere che gli immigrati se ne vadano dal nostro paese invece del contrario.

LA CRIMINALITA’ E LA MALATTIE

Il grafico qui sopra mostra il numero di omicidi per 100 mila abitanti (linea nera) e il numero di immigrati (in milioni) nel nostro paese (linea rossa). Come si vede chiaramente l’arrivo di immigrati è andato di pari passo con una diminuzione della criminalità. Un andamento simile lo si riscontra se si guarda alle rapine in banca, ai furti d’auto e così via. In generale, la criminalità è concentrata nelle aree in cui ci sono meno immigrati. Vero che gli immigrati sono sovra-rappresentati nella popolazione carceraria, ma questo si spiega col fatto che non hanno in genere accesso alle misure alternative alla detenzione (ad esempio, gli arresti domiciliari) disponibili per gli italiani.

Quanto ai contagi, se in via di principio ci può essere un rischio che gli immigrati che arrivano da noi in condizioni disperate contraggano nel viaggio malattie, anche sistemi sanitari meno efficienti del nostro sono perfettamente in grado di prevenirli. Pensiamo al caso della Turchia che oggi ospita quasi 4 milioni di rifugiati. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, ha evitato del tutto il rischio di reintrodurre la malaria e leishmaniosi.

IL CAPOLAVORO DELLE NUOVE CLASSI DOMINANTI

Si alimenta la paura nei confronti degli immigrati per capitalizzare elettoralmente su di essa e per far passare in secondo piano i problemi di fondo del paese: la disoccupazione, la povertà, la bassa crescita. Ma com’è possibile, si dirà, che milioni di italiani si facciano ingannare dalla propaganda? Come si spiega la distanza così forte fra percezioni diffuse e realtà?

Il capolavoro della nuova classe dominante del nostro paese è proprio nell’aver messo in moto un circolo vizioso. In nome del primato degli italiani, si impedisce l’immigrazione regolare con decreti flussi risibili, si cacciano dai centri di accoglienza gli immigrati che dichiarano redditi da lavoro anche di solo 3 mila euro all’anno, si nega la protezione umanitaria a chi è da noi e ne avrebbe diritto in base ai trattati internazionali. Risultato: aumenta la presenza di immigrati irregolari nel nostro paese. Dei 45 mila rifugiati cui non è stata concessa la protezione internazionale dal giugno scorso, solo 5 mila sono stati rimpatriati (tra l’altro, perché i dati sui rimpatri sono spariti dal sito del ministero degli Interni?). Abbiamo così generato 40 mila immigrati illegali in più che vivono in Italia. Non sono gli sbarchi, ormai ridotti all’osso, ad alimentare l’immigrazione irregolare, ma questo modo di gestire, o meglio di rendere ingestibile, l’immigrazione. E l’immigrazione irregolare, comunque venga alimentata, rende più appetibile elettoralmente il messaggio di chi ha dichiarato guerra agli immigrati.

GIOVANI IN FUGA DALL’ITALIA

In un sistema pensionistico a ripartizione come il nostro i contributi di chi lavora servono ogni anno a pagare le pensioni di chi si è ritirato dalla vita attiva. Oggi abbiamo circa 2 pensionati per ogni 3 lavoratori. Il rapporto è destinato a salire nei prossimi anni, fino ad arrivare, secondo alcuni scenari, a un solo lavoratore per pensionato. Oggi un reddito pensionistico vale l’83 per cento del salario medio. Con un solo lavoratore per pensionato, quattro euro su cinque guadagnati col proprio lavoro andrebbero a pagare la pensione a chi si è ritirato dalla vita attiva. Anche per questo i nostri giovani scappano dall’Italia: devono destinare la quasi totalità dei loro guadagni a chi è stato trattato molto meglio di quanto verranno trattati loro.

Puntare sull’integrazione degli immigrati vuol dire rendere più appetibile il nostro mercato del lavoro per tutti i giovani perché vuol dire spalmare su più teste gli oneri di pagare le pensioni, versare al fisco una quota minore della retribuzione e rendere così più facile la ricerca di lavoro. Vuol dire anche assicurare ai pensionati che gli assegni che ricevono non verranno un domani ritoccati per fare cassa. Come vi mostra il grafico qui sopra, la fuga all’estero di chi ha tra i 25 e i 44 anni non accenna ad arrestarsi. Ogni anno perdiamo circa 150 mila giovani, molti dei quali altamente qualificati, e questa emorragia di capitale umano è aumentata proprio negli anni in cui diminuiva l’immigrazione.

Invece di pensare a rendere il nostro paese sempre meno ospitale per scoraggiare chi vuole venire da noi a lavorare, dovremmo fare esattamente l’opposto: rendere l’Italia un bel paese, non solo per i turisti, ma anche e soprattutto per chi vuole investire su sé stesso e sulle persone che gli stanno attorno.

Lavoro: la realtà dietro gli slogan

Un’inchiesta del Sole 24 ore non recente, ma sempre attuale, fa il punto sul lavoro. Il tema è onnipresente nei discorsi e nelle polemiche politiche tanto da trasmettere l’impressione che non abbia una sua oggettività e che dipenda unicamente dalla volontà di questo o quel leader. Ripercorriamo i punti principali dell’analisi. Al primo posto il numero di occupati, grosso modo equivalente a quelli del 2008. Dietro questo dato, tuttavia, non vi è immobilità come potrebbe sembrare. Alcune professioni sono sparite, altre si sono invece fatte avanti in un mercato sempre più avaro di opportunità soprattutto per i giovani ed è cambiata la richiesta dei settori e anche il mix dei contratti.

Meno manifattura, più colf e badanti

Il primo dato è la diminuzione del peso dell’occupazione nelle attività manifatturiere, nelle costruzioni, nella pubblica amministrazione e nella difesa. Aumentano invece gli addetti negli alberghi e nella ristorazione, nella sanità ed assistenza sociale e la quota di colf e badanti (quasi un raddoppio in dieci anni).

Tra 2008 e 2017 i lavoratori dipendenti sono cresciuti dal 74,5% al 76,7%. Quelli a tempo indeterminato sono passati dall’86,7% all’84,8%; a tempo determinato dal 13,3% al 15,2%. I lavoratori autonomi sono passati dal 25,5% al 23,3%.

I lavori che stanno scomparendo

A cambiare sono state anche le richieste delle aziende in termini di figure professionali. Tutti i profili che non abbiano una specializzazione sono obsoleti. Ad esempio: operai non specializzati, impiegati generici, commessi che non conoscono lingue straniere. La diffusione di internet (e dell’e-commerce) ha cambiato radicalmente il panorama lavorativo.

I lavori più richiesti. E quelli introvabili

Le 5 professioni più difficili da reperire in Italia nel 2017 sono state: tecnici programmatori, analisti e progettisti software, attrezzisti di macchine utensili, tecnici esperti in applicazioni, operai di macchine utensili automatiche industriali. C’è anche una forte richiesta di camerieri, cuochi, conduttori di mezzi pesanti e camion.
Fra le professioni più richieste ci sono quelle attinenti al mondo Ict (internet).

Le figure emergenti

La rivoluzione di internet si fa sentire sempre di più. Le figure che stanno nascendo o potrebbero crescere di più nei prossimi anni, in Italia e all’estero, sono caratterizzate da una propensione naturale al Web e alle applicazioni che permettono di capitalizzare le informazioni online. E questo sia che si tratti di sviluppi di professionalità già esistenti che del tutto nuove. Pochi posti? Non proprio. Una stima di un’importante società di consulenza indica in 135 mila le posizioni vacanti nell’Ict entro il 2020. Tra l’altro, già oggi in Italia, il funzionamento del Web dà lavoro a 755mila persone.

I nomi delle figure professionali richieste parlano da sole di un mondo del lavoro profondamente diverso dal passato anche recente. Per esempio il data scientist, un analista specializzato nell’estrarre informazioni dai dati online. Oppure il blockchain expert è un professionista di formazione tecnico-scientifica che si occupa di scrivere protocolli per lo scambio di criptovalute, sfruttando la tecnologia (blockchain) che fa da registro contabile per le transazioni. Il chief digital officer si occupa del processo di «trasformazione digitale» delle aziende, ovvero il coordinamento delle attività per il rinnovamento tecnologico dell’impresa. La lista potrebbe continuare con il data protection officer (responsabile della protezione dati) e il chief internet of things officer (un manager che si occupa dell’utilizzo dell’internet of things in azienda), fino a ruoli già consolidati come analisti del business digitale, hardware engineer ed esperti di cybersecurity.

Nuove professionalità in formazione per le quali è soprattutto richiesta duttilità di pensiero e capacità di apprendimento. Di sicuro si sta andando sempre più verso lavori ad alto contenuto di conoscenza e creatività il che porta, tuttavia, anche ad una forte polarizzazione fra ruoli elevati e ruoli più elementari. E infatti ecco…

La frontiera della gig economy

Un mondo che cresce e che esce dai vecchi schemi. Gig economy o “economia dei lavoretti” cioè prestazioni occasionali per conto di piattaforme online che mediano tra domanda e offerta di servizi. Gli esempi ormai classici sono quelli di Uber per i trasporti o di Foodora e Deliveroo nella consegne di cibo. Sigle dietro le quali ci sono applicazioni informatiche che mettono in contatto utenti e prestatori del servizio (che però non decidono niente del servizio). Il pagamento avviene a cottimo e chi ci lavora non gode di alcun inquadramento perché non possiede le caratteristiche né del subordinato né dell’autonomo. Il tema è di grande attualità e alcuni tentativi di regolamentare questi lavori si stanno facendo avanti (disegno di legge in discussione nel Consiglio regionale del Lazio). Tra l’altro da lavoretti tappabuchi per giovani stanno sempre più diventando occupazioni per gli over 30 dalle quali ricavare un guadagno vero. Eventuali interventi legislativi potrebbero intervenire sull’assicurazione a favore dei ciclofattorini oppure sui minimi retributivi o anche sulle modalità di calcolo dei compensi in alcuni lavori. Un altro intervento potrebbe arrivare dal welfare sotto forma di integrazione al reddito, difficile e tutto da esplorare. Ma forse la misura più semplice e immediata è di far ricorso al contratto di co.co.co previsto e disciplinato dal Jobs Act. Sempre che il governo non lo abolisca prima. Comunque due parole vanno dette anche sui consumatori sempre più abituati ad esigere prestazioni immediate e al prezzo più basso possibile. Tutto sommato se anche la consegna di una pizza a casa costasse un paio di euro in più non ci sarebbe un danno per nessuno.

In conclusione

L’Italia è a rischio. In agguato c’è un circolo vizioso composto di bassa produttività, bassi salari e limitate opportunità professionali. Occorre un grande sforzo per investire nel capitale umano. E occorre rimuovere tutti i blocchi burocratici e culturali che intralciano l’attuazione delle decisioni sia pubbliche che private. Ripetere come un mantra “investimenti investimenti investimenti” sperando che automaticamente portino lavoro e poi trovarsi impantanati in procedure estenuanti e nella mancanza di figure professionali adeguate non è un rischio, ma ciò che accade da molti anni. Cambiare questa situazione sta diventando però sempre più difficile e probabilmente non sarà questo governo a guidare il cambiamento

Claudio Lombardi

Il lavoro che c’è, le assunzioni che non si fanno

Quante volte si è letto di aziende che cercano lavoratori per determinate mansioni e non li trovano? Molte volte e, al netto dei commenti di chi imputa ad una errata ricerca le cause delle mancate assunzioni, il problema di una paradossale contraddizione tra le statistiche sulla disoccupazione (specie giovanile) e la domanda di personale che resta insoddisfatta esiste. È vero che la distanza tra richiesta di personale e disponibilità a farsi assumere esiste in molti settori e spesso la causa sta in offerte di lavoro poco interessanti sia per qualità che per retribuzione. Di lavori dequalificati pagati poco ne esistono molti. Il recente caso dei fattorini che consegnano il cibo a domicilio (i vari Foodora, Deliveroo ecc) ha messo in luce una tipologia di lavoro faticoso, rischioso e malpagato. Un lavoro però svolto soprattutto da italiani. Non c’è dunque bisogno di ricorrere ai soliti esempi di sfruttamento di manodopera straniera nei campi o nell’edilizia per capire che un problema c’è e che tocca anche figure professionali come gli avvocati, gli architetti, i medici spesso impegnati in collaborazioni gratuite o a prezzi stracciati nella speranza di entrare nel giro giusto per un lavoro meglio pagato. Proprio per questo sorprendono i numerosi casi nei quali un lavoro interessante e ben pagato viene offerto, ma non si riesce ad assumere.

Un’indagine di Milena Gabanelli pubblicata sul Corriere della Sera in questi giorni affronta l’argomento non in generale, ma centrando l’attenzione solo sulla parte che riguarda la ricerca di tecnici qualificati. La previsione è che nei prossimi cinque anni ci sarà bisogno di oltre 150 mila persone nei settori chiave della meccanica, della chimica, del tessile, dell’alimentare e dell’Ict. Il problema è che non c’è una corrispondenza tra le competenze dei lavoratori e quelle richieste dalle aziende. Il nodo è quindi quello della formazione che, nel caso italiano, è particolarmente carente.

Il primo gradino è quello degli istituti tecnici che però da sempre non vengono considerati una scelta di primo livello per i giovani italiani. Nell’articolo si ricorda che nell’ultimo decennio le scuole superiori che formano geometri, periti o ragionieri hanno perso quasi 120 mila studenti, mentre, invece, sono aumentati i liceali. Ciò significa che resiste un pregiudizio culturale sia verso il lavoro manuale che verso le professioni tecniche. Un pregiudizio che spinge ancora i giovani verso i licei che hanno come unico sbocco l’università o il pubblico impiego. Ma è noto che anche un titolo universitario in determinate discipline non garantisce un lavoro. Basti pensare all’esorbitante numero di avvocati passati dai circa 48 mila degli anni Ottanta agli oltre 235 mila di oggi.

Tuttavia, anche i diplomati degli istituti tecnici non sono completamente formati. Occorre un passaggio successivo rappresentato in Italia o dall’università o dagli Istituti Tecnici Superiori, gli ITS. Sono 95 e servono proprio per completare la formazione di tecnici qualificati (secondo il Miur l’82% dei diplomati ha trovato lavoro entro un anno dal diploma).

Gli ITS non sono scuole pubbliche, ma fondazioni che coinvolgono imprese, enti pubblici, centri di ricerca, associazioni di categoria. Si avvalgono quindi di fondi pubblici e privati e si basano sul coinvolgimento delle aziende per definire i percorsi formativi. Agli studenti comunque non viene chiesto di pagare i corsi.

Attualmente nei 95 ITS italiani ci sono quasi 10.500 iscritti mentre in Germania gli analoghi istituti di formazione superano il milione di studenti. I numeri parlano da soli e spiegano perché oggi è così difficile reperire sul mercato del lavoro le figure professionali che servono alle imprese.

Il funzionamento degli ITS costa. Il dato presentato nell’articolo della Gabanelli è di 6000 euro l’anno per ogni studente. Buona parte dei docenti proviene dal mondo delle imprese ed è uno dei modi con il quale queste contribuiscono al finanziamento degli istituti.

I fondi arrivano comunque dal Ministero dell’istruzione (Miur), dalle regioni, dalle istituzioni europee e dai privati.

Se si vuole parlare di occupazione guardando avanti e non lagnarsi o immaginare fantastiche assunzioni di massa in impieghi statali la strada della formazione è quella che appare più sensata e il miglior investimento per costruire qualcosa di duraturo

Claudio Lombardi

Come leggere i dati sul lavoro

E’ notizia di pochi giorni fa, data con la diffusione dei dati ISTAT sull’andamento del mercato del lavoro nel periodo di riferimento (2009- 2017), come , soprattutto a partire dal ° trimestre 2014, si sia verificata una crescita dell’occupazione che, al momento, si è attestata ad un +1.029.000 di occupati, dei quali, il 53% con forme di contratto a tempo pieno e indeterminato. La forma del contratto a tempo determinato, invece, è stata quella prevalente nell’ultimo anno.

I dati rilevati, come sempre, richiedono letture attente e attinenti ai periodi di riferimento, analisi complesse e riflessioni che possono anche essere estremamente necessarie nell’elaborazione di politiche mirate ad una maggiore stabilità nel mondo del  lavoro.
Quello che resta e desta comunque impressione è il dato complessivo del numero degli occupati che ha toccato e superato la soglia dei 23 milioni. Un numero mai raggiunto negli ultimi quarant’anni

La cosa che salta subito all’occhio (a meno che lo sguardo non sia offuscato da mero furore ideologico) è che le azioni dei governi fin qui succedutisi, abbiano dato i frutti per i quali erano state messe in atto. Ci si riferisce in particolare alla riforma nota col nome di “ Jobs Act” nonché a tutta la serie di incentivi fiscali e contributivi alle aziende che avessero assunto.
Tutte norme che sicuramente potevano essere migliori, assolutamente lontane dalle perfezione, ma che hanno svolto bene il loro compito nel momento contingente in cui sono state presentate. Un momento di grave e profonda crisi economico-sociale che ha colpito praticamente tutte le economie occidentali.

A parere di chi scrive, il vero punto di forza di tali proposte , è stato il riconoscimento del livello su cui si doveva intervenire. Non bisogna dimenticare che, da varie parti (soggetti politici di ispirazione vicina alla “sinistra post-marxista” ed altri di diversa collocazione politica), si spingeva per una ripresa dell’intervento diretto dello Stato nell’economia e per un’espansione  del pubblico impiego (ovviamente a carico della fiscalità generale) ritenendo l’iniziativa privata solo un sistema di sfruttamento dei lavoratori. Aver puntato sull’impresa come creatrice di opportunità di lavoro è stata una scelta giusta.

La prima preoccupazione è stata quella di arginare l’emorragia di posti di lavoro incentivando le imprese a rimanere in Italia con nuove convenienze per aumentare l’occupazione. Nulla è stato tolto a chi era già inserito nel mondo del lavoro. E comunque si tratta di politiche che devono adeguarsi ai tempi e proseguire. Già la proposta di un salario minimo garantito indica un cambiamento di direzione perché guarda alla condizione del lavoratore.

C’è però qualcosa di più da dire sui dati pubblicati dall’ISTAT. Un problema si mostra con evidenza: l’incongruenza tra offerta e richiesta di lavoro. A fianco di tanti giovani e meno giovani che cercano lavoro, ci sono tipologie di impiego che lamentano carenze nella disponibilità. I dati sulla ricerca di determinate posizioni lavorative emergono spesso nelle cronache locali e sembrano contraddire quelli sulla disoccupazione.

Una situazione che si può sintetizzare in poche parole: un po’ di lavoro ci sarebbe, ma non interessa. Si cercano falegnami, muratori, tornitori e saldatori, idraulici, elettricisti e piastrellisti, riparatori, pittori, ma anche esperti di applicazioni informatiche nella produzione. Tutti lavori che richiedono periodi di apprendistato più o meno lunghi e una preparazione di base che la nostra scuola non riesce a dare.

E questo senza tirare in ballo i lavori che, come si usa dire, gli italiani non vogliono più fare e per i quali ai datori di lavoro non resta che ricorrere a mano d’opera straniera che si presenta spesso più disponibile e anche maggiormente capace.

Una chiave di lettura sta, a giudizio di chi scrive, in almeno due grandi errori di valutazione in cui si è incorsi in passato. Il primo sta nell’illusione che la scuola potesse trasmettere a tutti la stessa cultura appiattendo le differenze individuali ed evitando la selezione delle capacità. Coerente con questa impostazione è stata la considerazione della scuola come una fabbrica di posti di lavoro per insegnanti molti dei quali non sono passati da alcuna valutazione.

Il secondo è l’idea che i nostri giovani debbano ricevere un posto di lavoro adeguato agli studi fatti anche se questi non tengono conto delle reali esigenze del mondo del lavoro. La spocchia con la quale sono stati considerati i lavori manuali (salvo poi trasferirsi a Londra o a Berlino a fare il cameriere o il lavapiatti) appartiene all’esperienza di vita di molti italiani.

In conclusione il tema del lavoro ha tante facce. Se non si cerca di scoprirle e comprenderle non si potrà nemmeno fare qualcosa di concreto

Fabrizio Principi

Lavoro, il domani che verrà

La sostituibilità tra uomo e macchine ha raggiunto livelli prima impensabili. È difficile dire quali saranno gli effetti complessivi. Ma per affrontare questi grandi cambiamenti è necessario creare un sistema diffuso di istruzione di qualità.

Apocalittici e integrati di fronte alle nuove macchine

I grandi cambiamenti tecnologici sono stati sempre accompagnati dal timore che risparmiando lavoro avrebbero generato disoccupazione. Il termine “disoccupazione tecnologica” indica per l’appunto la perdita di posti di lavoro dovuta agli avanzamenti della conoscenza umana. Non c’è quindi di che sorprendersi se anche oggi temiamo che l’automazione e la digitalizzazione possano portare a un futuro senza lavoro. In passato questi timori si sono rivelati infondati, ci sono stati vinti e vincitori, ma nel complesso la creazione di nuovi posti di lavoro ha più che compensato quelli distrutti dall’introduzione delle nuove tecnologie. Su quanto questo dovrebbe rassicurarci le opinioni sono contrastanti.

robot lavoroCon la nuova rivoluzione delle macchine, come denominata da Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, la sostituibilità ha raggiunto una qualità nuova, mai sperimentata in passato: le macchine sono in grado di rimpiazzare l’uomo in compiti che eravamo abituati a pensare da egli inscindibili. I progressi nel campo del machine learning stanno rendendo possibile lo svolgimento automatico di mansioni non di routine che coinvolgono capacità di apprendimento, ragionamento e decisione. Secondo Carl B. Frey e Michael Osborne circa il 47 per cento di tutte le persone occupate negli Stati Uniti è impiegata in lavori che potrebbero essere eseguiti da computer e algoritmi nei prossimi 10-20 anni. Altri studi mostrano che il 45-60 per cento dei posti di lavoro in Europa sono a rischio di automazione.

Si tratta però di analisi parziali, che non considerano gli effetti complessivi derivanti dal progresso tecnico. Non manca chi sostiene che i numeri sovrastimino la quota di occupazioni automatizzabili poiché non tengono conto del fatto che ogni occupazione include lo svolgimento di numerose mansioni, alcune delle quali ancora non facilmente sostituibili dalle macchine (creatività, l’intelligenza sociale e emotiva). lavoro giovaniTenendo conto di questo aspetto risulta che i posti di lavoro a rischio di automazione sono molti di meno (intorno al 10 per cento). A conclusioni simili giunge anche lo studio di McKinsey commentato di recente su questo sito. Se un’occupazione è solo parzialmente automatizzabile ci si può addirittura attendere un incremento occupazionale spinto dall’accresciuta domanda che deriva dalla riduzione di prezzo dovuta all’innovazione tecnologica. Anche i settori non direttamente colpiti dal cambiamento tecnologico potrebbero espandersi grazie ai guadagni di produttività e al lavoro liberato dalle attività svolte dalle macchine.

Giungere a stime che tengano conto di tutti questi effetti non è facile, ma un recente lavoro di Daron Acemoglu e Pascual Restrepo, che cerca di tener conto di alcuni effetti compensativi, mostra per gli Stati Uniti un forte impatto negativo dei robot sull’occupazione e sui salari (tra il 1990 e il 2007, l’aggiunta di ogni robot nel settore manifatturiero ha comportato la perdita media di 6,2 posti di lavoro). L’effetto positivo su altre attività e settori non direttamente interessati dall’innovazione è stato invece estremamente debole.

Come affrontare il cambiamento

formazione lavoratoriSe l’automazione dei lavori di routine e a bassa qualifica ha determinato, come dimostrato da numerosi studi, un incremento della diseguaglianza e la polarizzazione dei redditi, con conseguente impoverimento della classe media, cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi anni? Quanti, chi e a che prezzo riusciranno a mantenere viva la propria creatività, aggiornate le proprie competenze, alta la propria motivazione in modo da vincere la corsa contro le macchine (“Race Against the Machines”).

Essere studenti a vita è più facile a dirsi che a farsi. È indicativo il fatto, riportato nel recente libro di Thomas L. Friedman, che a seguito dell’introduzione di un programma di formazione permanente, circa il 10 per cento della forza lavoro della AT&T lascia la società ogni anno. È tanto più difficile se si tratta di lavoratori non sufficientemente istruiti. Il nostro paese sotto questo profilo soffre di un ritardo significativo ed è anche per affrontare i grandi cambiamenti che ci attendono che bisogna garantire una buona istruzione al maggior numero di individui possibile. Non basta puntare sull’eccellenza, è necessario creare un sistema diffuso di istruzione di qualità. Ai campioni andrà il grosso dei benefici, ma cercare di garantire condizioni dignitose a chi non sarà ai primi posti della classifica è la sfida da affrontare. Per rispondere al cambiamento tecnologico servono nuove “tecnologie sociali” (sistemi formativi, governativi e normativi) che permettano di trarre il meglio dai cambiamenti in atto e di ammortizzarne gli effetti negativi.

Non si può pensare di fermare il cambiamento, è necessario invece accompagnare gli individui, aiutarli nel processo di adattamento e di comprensione degli avvenimenti. Solo in questo modo si potranno evitare strade illusoriamente semplici. Un compito impegnativo perché non ci sono risposte semplici, ma al quale sarebbe da irresponsabili sottrarsi.

Maria De Paola tratto da www.lavoce.info

Lavoro: così la pensa Marco Bentivogli

Stralci di un’intervista di Marco Bentivogli segretario dei metalmeccanici della Cisl rilasciata a http://stradeonline.it.

La quarta rivoluzione industriale è l’ultima opportunità di sviluppo per rilanciare il Paese. (…) Ma il vero punto di snodo è rappresentato dalle piccole e medie imprese, ancora lontane – salvo qualche apprezzabile eccezione – dal sintonizzarsi sulle frequenze della fabbrica intelligente. Un impulso ad investire sull’innovazione può essere dato dalla partecipazione dei lavoratori, declinata anche nella nuova contrattazione territoriale e aziendale. Ciò richiede, prima di tutto, che via sia un cambiamento culturale: il lavoro non può essere un terreno di scontro ideologico, ma di costruzione e dialogo. (…)

arretratezza ItaliaServe rimuovere le cause strutturali che rendono il nostro paese un habitat sfavorevole all’impresa: l’eccesso di burocrazia, un sistema giudiziario lento e farraginoso, un costo dell’energia superiore del 30% alla media europea e un sistema creditizio che preferisce investire nella rendita piuttosto che nell’impresa. Occorre poi realizzare un sistema formativo efficiente. Siamo il Paese che ha il più elevato gap di competenze rispetto alle skills necessarie oggi e in futuro. (….) Investire in formazione, dunque, non è strategico: è vitale. In questa prospettiva nuova, bisogna passare dalla “protezione del posto di lavoro” alla “promozione del lavoratore”. Per questa ragione, nel contratto dei metalmeccanici abbiamo inserito il diritto soggettivo alla formazione, che a nostro avviso rappresenta una sorta di diritto al futuro. Abbiamo aperto una pista, ora bisogna lavorare su un sistema formativo duale che funzioni e che renda finalmente operativa l’alternanza scuola-lavoro.

(….) Siamo il paese con il Clup (il costo del lavoro per unità di prodotto) più alto d’Europa: finché non ci decidiamo ad intervenire su questo fattore c’è poco da discutere. Gli investimenti in tecnologia e in una nuova organizzazione del lavoro possono rappresentare la carta vincente da giocare per recuperare produttività e competitività e quindi creare anche nuova occupazione. (….) Se verifichiamo il Clup delle PMI, nelle quali in Italia lavora quasi il 90% delle persone, è altissimo, in particolare per quelle sotto i 20 dipendenti. Il Clup sopra i 200 dipendenti è sui livelli nordeuropei.

lavoro operaioAbbiamo perso oltre 300mila posti di lavoro nel solo settore metalmeccanico: interi settori industriali, penso a quello dell’elettrodomestico, sono stati spazzati via. Alla base di queste difficoltà c’è però anche un deficit di cultura imprenditoriale e manageriale, da cui deriva la diffidenza verso i temi dell’innovazione così come verso quelli della partecipazione. C’è poi un altro fenomeno preoccupante, che è, come già accennavo, il ripiegamento nella rendita: la perdita di 87 miliardi di investimenti si spiega anche così. L’errore di fondo è pensare che in Italia non ci sia più spazio per l’industria manifatturiera. Lo spazio invece c’è, purché si investa nell’innovazione sia sul versante delle nuove tecnologie che dell’organizzazione del lavoro. I casi di reshoring, vale a dire di rientro di produzioni precedentemente delocalizzate, che si sono verificati in FCA a Pomigliano e in Whirlpool lo dimostrano.

(….) C’è qualcuno che, spesso strumentalmente, incita ad avere paura della tecnologia. Noi no. (…) Cosa facciamo? Tassiamo anche i bancomat? Le pompe di benzina? Torniamo all’aratro a trazione umana? Dovremmo dire a FCA di smontare i 16 robot della Butterfly che saldano in pochi secondi la carrozzeria di una Jeep Renegade a Melfi perché rimpiangiamo un ambiente di lavoro che faceva respirare le esalazioni della saldatura ai lavoratori? (….)

lavoro e tecnologieLa vera novità è che l’innovazione tecnologica, se anche riduce sempre di più il numero di lavori non-sostituibili dalle macchine, ne creerà di nuovi, generando nuove professionalità; la vera sfida è saper gestire la transizione. (….) Quindi, cosa facciamo? Tassiamo il robot, come propone Bill Gates, o il valore aggiunto del suo contributo, per rendere più conveniente l’utilizzo della persona? E non sarebbe invece più utile che i big della new economy pagassero, da qualche parte, le tasse? Il fatturato per dipendente di queste multinazionali è gigantesco ed è inversamente proporzionale al loro livello di tassazione effettiva. Sarebbe perciò più utile detassare il lavoro che tassare l’innovazione (….) Se l’innovazione si intende gestirla con i tre step dell’Italietta antagonista su tutto ciò che si muove – regolarla, ipertassarla e, appena morta, sussidiarla – noi non siamo d’accordo.

Il lavoro non finirà, ma cambierà, l’idea che si va facendo strada di società in cui lavorerà solo il 10% delle persone mentre il resto vivrà di un sussidio di cittadinanza non regge. (….)
(….) Di una cosa sono convinto: l’Europa, l’euro, la globalizzazione e la tecnologia hanno fatto meglio al lavoro, rispetto ai tanti soldi, anche pubblici, spesi male. Più in generale, sta crescendo un lavoro che non è autonomo né propriamente dipendente. Credo che il lavoro del futuro sarà sempre più un progetto, su questo dobbiamo riflettere senza tentazioni ideologiche

L’innovazione tecnologica e noi

Lungo l’Alzaia del Naviglio Grande, a Milano, si vedono ancora i piani inclinati di cemento o di pietra dietro i quali nell’800 e ancora nei primi decenni del ‘900 centinaia di lavandaie si inginocchiavano per svolgere il loro lavoro durissimo, con le mani nell’acqua gelida proveniente direttamente dal Ticino. Nei decenni successivi, l’avvento delle lavatrici, intese come elettrodomestico, spazzò via tutte quelle lavandaie, che si riconvertirono in operaie di fabbrica, dattilografe, cameriere o altro. Dall’inizio della rivoluzione industriale l’innovazione tecnologica ha continuamente rivoluzionato il modo di essere del lavoro, rendendolo al tempo stesso meno faticoso, meno pericoloso e più produttivo. Lavandaie, tagliaghiaccio, persone che accendevano i lampioni o bussavano alle porte per svegliare i lavoratori di mattina, non esistono più da tempo; ma il tasso complessivo di occupazione è dovunque aumentato, non diminuito.

lavandaieLa rivoluzione cui stiamo assistendo oggi consiste nell’avvento dell’innovazione digitale: parliamo soprattutto dell’Internet of things, che ha reso gli oggetti capaci di inviare e ricevere dati; dell’industria 4.0, cioè dell’automazione alimentata dallo scambio di dati negli ambienti produttivi; e dell’intelligenza artificiale, cioè delle macchine che possono prendere decisioni sulla base di dati via via appresi. Questa fase del progresso tecnologico presenta due aspetti notevolmente diversi rispetto all’introduzione di elettrodomestici e macchinari avvenuta nel corso del ’900. Innanzitutto, le mansioni che oggi si possono automatizzare non sono solo quelle manuali, e neppure solo quelle delle tre D (dull, dirty and dangerous: noiose, sporche e pericolose), ma anche alcune mansioni di concetto, come quelle di un impiegato bancario, o quelle svolte da persone con competenze sofisticate: dai revisori contabili agli agenti assicurativi, dai commercialisti ai radiologi.  Sono suscettibili di automazione tutti i lavori in cui ci siano molti dati da processare, regole chiare da applicare e la necessità di un prodotto standardizzato. La possibilità di tradurre le immagini e i suoni in informazioni digitalizzate al servizio di un pilota automatico, poi, consentirà presto di sostituire del tutto tassisti, camionisti e autisti.

intelligenza artificialePer questo, Bill Gates – il quale ne sa qualcosa, avendo tratto personalmente beneficio considerevole dall’innovazione tecnologica – ha recentemente sostenuto che i robot dovrebbero pagare un ammontare di tasse equivalente al gettito di tasse e contributi relativi alle persone da essi rimpiazzate. Ma è davvero questa la soluzione del problema? Quand’anche fosse possibile accertare e misurare la “quantità di sostituzione” dell’uomo da parte della macchina, e fosse possibile gravare il progresso tecnologico di un’imposta applicabile in modo uguale in tutti i Paesi del mondo, questo gioverebbe poco al genere umano. Se negli anni ’50 fosse stata messa un’imposta sulle lavatrici, essa non avrebbe giovato alle lavandaie chine sui lavatoi del Naviglio Grande: avrebbe solo ritardato il loro passaggio a lavori meno faticosi e più produttivi.

Il problema non è di ritardare il progresso tecnologico, ma di redistribuirne i benefici e di riqualificare le persone cui i robot si sostituiscono, in modo che esse possano dedicarsi ai molti altri lavori richiesti ma vacanti già oggi, e soprattutto all’infinità di lavori nuovi che saranno richiesti domani e che le macchine non potranno svolgere. artigiano del legnoOggi in Italia c’è almeno mezzo milione di posti di lavoro che rimangono permanentemente scoperti per mancanza di persone competenti: tecnici informatici, elettricisti, falegnami, infermieri, artigiani dei mestieri più vari. Domani ci sarà comunque – se gli consentiremo di esprimersi – un bisogno senza limiti di lavoro umano non sostituibile dalle macchine nei settori dell’assistenza medica e paramedica alle persone, dell’istruzione, della diffusione delle conoscenze, dei servizi qualificati alle famiglie e alle comunità locali, della ricerca in tutti i campi, e l’elenco potrebbe continuare a lungo.

Per altro verso, davanti a noi non c’è solo la prospettiva dell’automazione, ma anche quella dell’“accrescimento” (augmentation), per cui la tecnologia supporta il lavoro umano: non lo sostituisce, ma lo arricchisce e lo rende più efficace. Sono già molti i casi in cui persone e macchine sono tra loro complementari: dalla telemedicina all’analisi di big data, dai controlli che assistono un pilota in volo, al computer che stiamo usando per scrivere questo articolo. Sono altrettanto numerosi i casi di disabilità gravi che possono essere neutralizzate con l’uso delle nuove tecnologie, consentendo di entrare nel mondo del lavoro a chi altrimenti ne sarebbe escluso. E qui il progresso tecnologico, lungi dall’essere penalizzato fiscalmente, dovrebbe al contrario essere incentivato.

Pietro Ichino e Pietro Micheli

(tratto dal sito www.pietroichino.it )

Crisi del lavoro sì ma non per gli immigrati

La realtà ha molte facce ed è difficile vederle tutte insieme. La realtà è anche mutevole e non procede dal bene al meglio, ma può segnare arretramenti che sconvolgono le vite delle persone. Così sta succedendo da anni nel campo del lavoro per il quale sembra essere scomparsa buona parte delle certezze alle quali erano abituate le generazioni arrivate alla maturità negli anni della crisi. Non esiste forse affermazione che raccoglie più consensi di questa: il lavoro non c’è e se c’è è pagato poco ed è precario. Le statistiche la confermano e i dati sulla fuga all’estero di tanti italiani contenuti nell’ultimo rapporto Migrantes raccontano di una parte, sicuramente coraggiosa e dinamica, delle giovani generazioni che vanno a cercare fuori dall’Italia quella speranza che il nostro Paese non riesce più ad offrire.

cervelli-in-fugaTutto vero, eppure esiste un’altra faccia della realtà, meno visibile e meno considerata sulla quale attira l’attenzione un articolo di Luca Ricolfi (Il Sole 24 Ore del 25 settembre). Ovviamente Ricolfi non disconosce gli effetti della crisi (contrazione del Pil, diminuzione degli occupati totali di un milione di unità), ma punta a far emergere qualcosa che non vediamo chiaramente e cioè che la crisi non è uguale per tutti.

Esiste, infatti, una parte della società italiana che, negli anni della crisi, si  è rafforzata sistematicamente, passo dopo passo. Si tratta degli occupati immigrati che alla fine del 2008 erano circa 1milione e 600 mila e che a distanza di otto anni crescono di 800 mila unità mentre gli italiani perdono 1,2 milioni di posti di lavoro.

Scrive Ricolfi che “queste cifre spiegano molte cose, ad esempio, perché l’opinione pubblica sia così poco convinta dall’ottimismo ufficiale. La ragione è che l’opinione pubblica resta costituita soprattutto da italiani (gli stranieri sono meno del 10%), e gli italiani hanno subito una mazzata che le cifre dell’occupazione globale, inflazionate dall’avanzata degli immigrati, non sono in grado di rilevare”. Infatti per tornare ai livelli del 2008 mancano “solo” 400 mila posti di lavoro, ma tale dato sconta una differenza tra la perdita di 1,2 milioni a totale carico degli italiani e una crescita di 800 mila a favore dei lavoratori immigrati.

migranti-al-lavoroTre sono le ragioni che spiegano tale andamento.

La prima discende dall’incremento della percentuale di stranieri nella popolazione che, di per sé, aumenta la probabilità che questi ottengano un maggior numero di posti di lavoro.

La seconda ragione è “che, durante la crisi, la domanda di lavoro è crollata nelle posizioni ad alta qualificazione (tipicamente ricercate dagli italiani) ed è aumentata sensibilmente in quelle a bassa e bassissima qualificazione (tipicamente accettate dagli stranieri)”.

La terza ragione è quella che deve suscitare una maggiore riflessione perché è più difficile accettarla. Scrive Ricolfi “anche se molto si lamentano della situazione e della mancanza di prospettive, la realtà è che la maggior parte degli italiani hanno raggiunto un livello di benessere sufficiente a renderli alquanto” esigenti nella ricerca di un lavoro. Infatti “in tanti non cercano semplicemente un lavoro, bensì un lavoro adeguato all’opinione che essi si sono fatti di sé stessi, opinione che scuola e università si incaricano di certificare. L’esatto contrario degli stranieri, che sono disposti ad accettare un lavoro anche al di sotto, molto al di sotto, delle qualificazioni acquisite e certificate”.

lavoro-integrazione-migrantiOvviamente questa situazione la si può interpretare coma una pura e semplice contrapposizione tra diritti e sfruttamento. Oppure la si può anche interpretare nel modo che segue: “Gli stranieri immigrati in Italia sono esattamente come noi, solo che vivono in un altro tempo, un tempo che noi abbiamo vissuto negli anni ’50 e ’60, quando il nostro livello di istruzione era più basso e non c’erano genitori e nonni disposti a mantenerci finché trovavamo un lavoro coerente con le nostre aspirazioni”. È duro accettare che sia anche questa la spiegazione del divario tra posti persi e posti guadagnati, eppure appare abbastanza plausibile se solo pensiamo quanto possa essere difficile per chiunque retrocedere rispetto alla famiglia di origine. Certo gli immigrati possono essere ricattabili (meno salario e meno diritti), ma non accadeva così anche negli anni ’50 e ’60 da noi, ma anche all’estero con i milioni di migranti italiani? Anche adesso molti cercano all’estero la risposta alle loro aspirazioni e sappiamo che fuori dall’Italia spesso anche le occupazioni di basso livello sono retribuite meglio che da noi. Ebbene è esattamente ciò che accade agli immigrati quando riescono a trovare un lavoro nel nostro Paese. In Italia il lavoro è pagato poco, ma per loro anche quel poco è importante.

Nell’articolo si ricorda che c’è una responsabilità della scuola perché nel Paese c’è grande bisogno di competenze tecniche e professionali che non vengono fornite da un’istruzione superiore che non le favorisce e che, spesso, vengono ritenute di minor prestigio sociale rispetto al tradizionale percorso liceo-università.

Dando per scontata la crisi ed anche la mancanza di milioni di posti di lavoro per raggiungere uno standard occupazionale adeguato e l’ingiustizia del lavoro mal pagato bisogna dire che la grinta, l’umiltà e la determinazione degli immigrati che si sono bruciati i ponti alle spalle dà a loro una marcia in più proprio come accadeva in Italia negli anni della ricostruzione e del boom economico.

La realtà ha molte facce e bisogna conoscerle per migliorarla

Claudio Lombardi

L’impresa e il lavoro per Papa Francesco

Dal discorso di Papa Francesco agli imprenditori italiani traiamo alcuni passaggi che hanno un valore assoluto per credenti e non credenti e che meriterebbero di essere assunti come indirizzo e ispirazione delle politiche pubbliche e delle relazioni sociali.


Papa Francesco
Fare insieme è l’espressione che ……. ispira a collaborare, a condividere, a preparare la strada a rapporti regolati da un comune senso di responsabilità. Questa via apre il campo a nuove strategie, nuovi stili, nuovi atteggiamenti. Come sarebbe diversa la nostra vita se imparassimo davvero, giorno per giorno, a lavorare, a pensare, a costruire insieme!

Nel complesso mondo dell’impresa, “fare insieme” significa investire in progetti che sappiano coinvolgere soggetti spesso dimenticati o trascurati. Tra questi, anzitutto, le famiglie, focolai di umanità, in cui l’esperienza del lavoro, il sacrificio che lo alimenta e i frutti che ne derivano trovano senso e valore. E, insieme con le famiglie, non possiamo dimenticare le categorie più deboli e marginalizzate, come gli anziani, che potrebbero ancora esprimere risorse ed energie per una collaborazione attiva, eppure vengono troppo spesso scartati come inutili e improduttivi. E che dire poi di tutti quei potenziali lavoratori, specialmente dei giovani, che, prigionieri della precarietà o di lunghi periodi di disoccupazione, non vengono interpellati da una richiesta di lavoro che dia loro, oltre a un onesto salario, anche quella dignità di cui a volte si sentono privati?

lavoratoriTutte queste forze, insieme, possono fare la differenza per un’impresa che metta al centro la persona, la qualità delle sue relazioni, la verità del suo impegno a costruire un mondo più giusto, un mondo davvero di tutti. “Fare insieme” vuol dire, infatti, impostare il lavoro non sul genio solitario di un individuo, ma sulla collaborazione di molti. Significa, in altri termini, “fare rete” per valorizzare i doni di tutti, senza però trascurare l’unicità irripetibile di ciascuno.
Al centro di ogni impresa vi sia dunque l’uomo: non quello astratto, ideale, teorico, ma quello concreto, con i suoi sogni, le sue necessità, le sue speranze, le sue fatiche.

Questa attenzione alla persona concreta comporta una serie di scelte importanti: significa dare a ciascuno il suo, strappando madri e padri di famiglia dall’angoscia di non poter dare un futuro e nemmeno un presente ai propri figli; significa saper dirigere, ma anche saper ascoltare, condividendo con umiltà e fiducia progetti e idee; significa fare in modo che il lavoro crei altro lavoro, la responsabilità crei altra responsabilità, la speranza crei altra speranza, soprattutto per le giovani generazioni, che oggi ne hanno più che mai bisogno………….

Dinanzi a tante barriere di ingiustizia, di solitudine, di sfiducia e di sospetto che vengono ancora erette ai nostri giorni, il mondo del lavoro, di cui voi siete attori di primo piano, è chiamato a fare passi coraggiosi perché “trovarsi e fare insieme” non sia solo uno slogan, ma un programma per il presente e il futuro…….

dignità umanaLa vostra via maestra sia sempre la giustizia, che rifiuta le scorciatoie delle raccomandazioni e dei favoritismi, e le deviazioni pericolose della disonestà e dei facili compromessi. La legge suprema sia in tutto l’ attenzione alla dignità dell’altro, valore assoluto e indisponibile. Sia questo orizzonte di altruismo a contraddistinguere il vostro impegno: esso vi porterà a rifiutare categoricamente che la dignità della persona venga calpestata in nome di esigenze produttive, che mascherano miopie individualistiche, tristi egoismi e sete di guadagno.

L’impresa che voi rappresentate sia invece sempre aperta a quel «significato più ampio della vita», che le permetterà di «servire veramente il bene comune, con il suo sforzo di moltiplicare e rendere più accessibili per tutti i beni di questo mondo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 203). Proprio il bene comune sia la bussola che orienta l’attività produttiva, perché cresca un’economia di tutti e per tutti, che non sia «insensibile allo sguardo dei bisognosi» (Sir 4,1). Essa è davvero possibile, a patto che la semplice proclamazione della libertà eco­nomica non prevalga sulla concreta libertà dell’uomo e sui suoi diritti, che il mercato non sia un assoluto, ma onori le esigenze della giustizia e, in ultima analisi, della dignità della persona. Perché non c’è libertà senza giustizia e non c’è giustizia senza il rispetto della dignità di ciascuno”.

Discorso pronunciato a Roma il 27 febbraio 2016

I migranti che finanziano l’Europa

I POLITICI possono dire quello che vogliono. E anche i cittadini qualunque, al bar o in tram. Ma gli economisti non hanno dubbi: le dimensioni del fenomeno sono troppo grandi per liquidarle con gli aneddoti sui due ragazzi di colore fermi a non far niente sul marciapiede o sulla famiglia araba nell’alloggio di edilizia popolare. Sulla base dei grandi numeri, dunque, gli economisti concludono che gli immigrati che si rovesciano a ondate sulle frontiere europee non sono il problema. Sono la soluzione del problema. Bisogna trovare il modo di sistemarli e di integrarli: un compito inedito, immane, per il quale non ci sono soluzioni facili. Ma le centinaia di migliaia di uomini e donne, giovani, fra i 20 e i 40 anni, spesso con figli al seguito, che si affollano sulle barche, sui treni, sui camion dei disperati sono quello di cui l’Europa ha bisogno. Subito.

migranti a MonacoQuando Angela Merkel apre le porte della Germania a 800 mila rifugiati, infatti, non spara troppo alto. Spara basso. Facendo un calcolo a spanne, Leonid Bershidsky, su Bloomberg , calcola che l’Europa avrebbe bisogno di 42 milioni di nuovi europei entro il 2020. Cioè domani. E di oltre 250 milioni di europei in più nel 2060. Chi li fa, tutti questi bambini?
I 42 milioni di europei in più sono, infatti, quelli che servirebbero, subito, per tenere in equilibrio una cosa a cui – nonostante quello che hanno affermato in questi giorni leader politici, come l’ungherese Viktor Orbàn – gli europei qualunque tengono, probabilmente, più che alle loro radici cristiane: il generoso sistema pensionistico. Oggi, in media, dice un rapporto della Ue, in Europa ci sono quattro persone in età lavorativa (15-64 anni) per ogni pensionato. Nel 2050, ce ne saranno solo due. Ancora meno in Germania: quasi 24 milioni di pensionati contro poco più di 41 milioni di adulti. In Spagna: 15 milioni di over 65 a carico di soli 24,4 milioni di lavoratori. In Italia: 20 milioni ad aspettare ogni mese, nel 2050, l’assegno dell’Inps, finanziato dai contributi di meno di 38 milioni di persone in età per lavorare. Le soluzioni non sono molte. O si tagliano le pensioni, o si aumentano i contributi in busta paga o si trova il modo di aumentare il numero di persone che pagano i contributi.

migranti al lavoro campiSarà un paradosso, ma è più facile che, a pagare quei contributi, sia un immigrato, piuttosto che un cittadino italiano. Oggi, la percentuale degli italiani che lavora e porta a casa soldi è pari al 67 per cento della popolazione. Fra chi è venuto qui dall’Asia o dall’Africa, la percentuale è del 72 per cento. Perché ha tolto il posto di lavoro a un italiano? Non parrebbe. Secondo l’Ocse – l’organizzazione che raccoglie i paesi ricchi del mondo – circa il 15 per cento dei posti di lavoro nei settori ad alto sviluppo è stato occupato da un immigrato. In altre parole, dove la concorrenza per il posto è forte, c’è un immigrato ogni 6-7 lavoratori. Nei settori in declino, invece, incontrare un immigrato è quasi due volte più facile: oltre un addetto su quattro non è nato in Italia. Detto più semplicemente, gli immigrati tendono ad occupare i posti di lavoro che chi è nato in Occidente preferisce abbandonare. Su quei lavori, pagano le tasse. Senza gli immigrati, il governo Renzi sarebbe, in questo momento, disperatamente alla caccia di quasi 7 miliardi di euro per tappare i buchi della legge di Stabilità. Gli stranieri hanno pagato, infatti, circa 6,8 miliardi di euro di Irpef nel 2014, su redditi dichiarati per oltre 45 miliardi di euro l’anno. La Fondazione Leone Moressa ha calcolato il rapporto costi-benefici dell’immigrazione è, per l’Italia, largamente positivo: le tasse pagate dagli stranieri (fra fisco e contributi previdenziali) superano i benefici che ricevono dal welfare nazionale per quasi 4 miliardi di euro.

integrazione immigratiPiù o meno, è quanto dicono i dati degli altri paesi europei. L’immigrazione deve essere inserita nella colonna dei più: in media, l’apporto netto all’economia, da parte di chi è giunto in Europa in questi anni, vale, secondo i calcoli dell’Ocse, lo 0,3 per cento del Pil, il prodotto interno lordo, ovvero la ricchezza creata in un anno nel paese. Se si tolgono le pensioni pagate agli stranieri residenti, l’apporto positivo supera lo 0,5 per cento del Pil. Era vero quando, negli anni scorsi, l’immigrazione era frutto di movimenti all’interno dell’Europa. Ed è vero anche oggi, che hanno assunto preminenza i flussi extraeuropei.

Il contributo degli immigrati all’economia è superiore a quanto essi ricevono a titolo di prestazioni sociali o di spesa pubblica” riassume Jean-Cristophe Dumont che guida il dipartimento dell’Ocse che si occupa specificamente di immigrazione e che ha studiato gli ultimi dati. La realtà si è incaricata di sgonfiare molte polemiche degli ultimi anni, a cominciare da quella sull’idraulico polacco che, sull’onda dell’allargamento dell’Unione, nel 2004, sarebbe stato pronto a sbarcare nei paesi della Ue a togliere lavoro ai suoi colleghi. L’Ocse ha studiato da vicino il caso dell’Inghilterra dove, negli anni immediatamente successivi al 2004, sono arrivati, in effetti, un milione di immigrati dai paesi est europei, Polonia in testa. Ma, secondo Dumont, queste centinaia di migliaia di immigrati “non hanno né aumentato il tasso di disoccupazione, né abbassato il livello medio dei salari”.
invecchiamento popolazioneDifficile che un idraulico siriano, oggi, cambi quello che non ha cambiato, ieri, l’idraulico polacco. Piuttosto, ciò che colpisce, nelle cifre sull’immigrazione, è la loro esiguità. L’impressione di un’Europa scossa e sommersa da uno tsunami migratorio è frutto di un’allucinazione. In tutto, gli immigrati oggi presenti in Europa sono pari al 7 per cento della popolazione. Gli arrivi incidono positivamente sull’economia, ma per non più di qualche decimale. Il fisco ci guadagna: uno straniero in Lombardia dichiara più di un italiano in Calabria. Ma l’Irpef complessiva degli immigrati non arriva al 5 per cento del totale delle relative entrate.

Anche le spese, nonostante le polemiche, sono ridotte. In media, nei paesi ricchi dell’Ocse, gli immigrati assorbono il 2 per cento dei fondi per l’assistenza sociale, l’1,3 per cento dei sussidi di disoccupazione, lo 0,8 per cento delle pensioni. L’Italia è in linea. Anzi sulle pensioni (pochi gli immigrati che, nel nostro paese, ci sono arrivati) la spesa per gli stranieri è dello 0,2 per cento.
Piano a dire, dunque, che la Merkel è stata accecata dalla generosità. Gli 800 mila rifugiati che è pronta ad accogliere sono meno del milione di polacchi che ha assorbito l’Inghilterra di Blair e non creeranno, probabilmente, più sconquassi.

Maurizio Ricci da La Repubblica dell’8 settembre 2015

http://www.repubblica.it/economia/2015/09/08/news/lavorano_e_fanno_figli_cosi_i_migranti_finanziano_l_europa-122423704/?ref=HREC1-2

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