Nazionalpopulismo contro democrazia/4

Pubblichiamo la quarta parte della conferenza di Claudio Martelli “La resistibile ascesa del nazionalpopulismo” tenuta a Milano il 20 giugno.

Il nazionalpopulismo e l’Italia

“Oggi è diventato tanto di moda da risultare stucchevole sostenere che destra e sinistra sono categorie del passato, superate o da superare perché incapaci di cogliere i dati della realtà attuale. Si tratta, in verità, di un vecchio ritornello che molte nuove formazioni hanno intonato per farsi largo e catturare consensi trasversali. Risentire quel ritornello è come sfogliare l’album di famiglia della destra sociale e nazionalista. E’ l’album del nazionalpopulismo. Per un momento riapriamolo.

Il primo tentativo di abbattere i vecchi confini tra destra e sinistra e di fondere elementi dell’una e dell’altra si compie in Italia col fascismo che già nel nome richiamava un’esperienza socialista come quella dei fasci siciliani. Per non dire del Mussolini socialista rivoluzionario che si converte alla guerra in nome della sacralità della nazione, e che poi contro i rossi neutralisti e disfattisti vuole vendicare l’Italia tradita dalle élite liberali colpevoli di aver firmato trattati di pace che mutilavano la vittoria conquistata sui campi di battaglia. Balle, esagerazioni. L’italietta liberale era anche geograficamente la più grande Italia che ci sia mai stata, ben più grande di quella lasciataci da Mussolini dopo vent’anni di boria imperialista e di disastri politici e militari.

Anche al culmine del regime, col partito-stato e la dittatura personale ben consolidati, Mussolini mentre perseguiterà implacabilmente socialisti e liberali, comunisti e cattolici, non trascurerà le condizioni dei lavoratori, cercherà anzi di migliorarle promuovendo con imponenti opere pubbliche l’occupazione e apprestando istituti di garanzia sociale. Ancora alla fine della sua parabola, nel disastro del ‘43, licenziato dal Gran consiglio e dal re, prigioniero dell’alleato tedesco, battezzerà come Repubblica Sociale la sua ultima disperata invenzione.

In Germania il nazionalsocialismo compì la stessa operazione. Da un lato diede una forma aggressiva, sciovinista, al nazionalismo teutonico piegato ma non sradicato dalle potenze vincitrici della Prima guerra mondiale che avevano imposto alla Germania debiti di guerra inesigibili. Dall’altro il nazismo adottò misure economiche e sociali capaci di conquistare il consenso delle masse popolari sottraendole ai socialdemocratici e ai comunisti. Esattamente come aveva fatto il suo maestro Mussolini, anche Hitler con le sue milizie armate fomentò il disordine nello stato borghese, ne reclutò uomini e mezzi (soprattutto tra militari, ex militari e forze di sicurezza), per imporsi infine come la forza che avrebbe instaurato un nuovo ordine.

Naturalmente la storia non si ripete mai eguale. Oggi non sono alle viste partiti di massa dichiaratamente fascisti o nazisti ma solo sparute minoranze con le stesse caratteristiche del passato. Ma, al netto di tutte le differenze, assistiamo a una nuova vita di quel connubio nefasto proprio negli odierni partiti o movimenti nazionalpopulisti.

Qualcuno potrebbe obiettare che tutti i movimenti rivoluzionari, eversivi o che si propongono come autori di grandi, epocali cambiamenti, di nuove repubbliche e di un nuovo ordine, dichiarano di farlo in nome del popolo e per il popolo. Vero. Ma non tutti indicano come nemici gli stranieri, le organizzazioni sovranazionali e gli immigrati; non tutti additano come traditori dell’interesse nazionale in combutta con gli stranieri gli avversari interni; infine non tutti scelgono come alleati i campioni stranieri del nazionalismo che a rigor di logica dovrebbero essere temuti come i più aggressivi tra i concorrenti e i rivali.

Al netto di Fratelli d’Italia (ultima metamorfosi del Msi), la formazione che oggi più richiama le tragiche esperienze del passato, la Lega di Matteo Salvini, nei sondaggi veleggia intorno al 30 per cento dei voti. Il suo Eldorado, l’unica vera pacchia di cui è giusto parlare, è quella della Lega che sobilla e sfrutta il dramma infinito dell’immigrazione che vuol governare con parole incivili e atti d’imperio. Ma non c’è solo l’immigrazione e non c’è solo la Lega.

L’altro protagonista del populismo italiano sono i Cinque stelle. Qual è la vera natura e il vero orizzonte di questo strano movimento? Lo vedremo.

Intanto, oggi, caso unico, il fronte nazionalpopulista governa un paese tra i più ricchi e democratici del mondo. Quali mutamenti economici sociali, culturali e politici hanno creato l’humus propizio a questa avventura? Quali responsabilità, cioè errori e colpe delle élite italiane, della sinistra e della destra liberal-democratiche li hanno favoriti? Quale atteggiamento assumere rispetto a un’Unione europea satura di regole e digiuna di idee forza, di idee rinnovatrici? L’Europa è diventata nostra nemica? L’occidente non sarà più il nostro destino? E quale altro sarebbe di grazia?

Mi fermo qui, a questi interrogativi. Nei prossimi incontri cercheremo di rispondere”

Fine quarta e ultima parte

Il voto conferma il governo M5S Lega

Anche l’ultima tornata elettorale conferma che la maggioranza degli italiani che vanno a votare sceglie Lega e M5S. Il governo appena formato è dunque in sintonia con il Paese che deve guidare. Chi è convinto che questa maggioranza di governo con il suo contratto, con il suo Presidente del Consiglio privo di autonomia e di una propria forza politica, con la netta e crescente prevalenza di Salvini e della Lega sia una iattura per l’Italia bisogna però che un paio di domande se le faccia: e se avessero ragione loro? E se fossero proprio loro l’espressione dello spirito del tempo presente?

Buona parte dei commenti si concentrano sull’ulteriore sconfitta del Pd. Sì certo erano elezioni locali, ma per quale motivo avrebbe dovuto ricevere voti se in questi mesi che ci separano dal 4 marzo ha passato più tempo ad occuparsi delle diatribe interne che a dialogare con l’opinione pubblica? Dopo che il suo segretario si è dileguato sbarrando, però, la strada ad un qualsiasi cambiamento nell’evidente stallo causato dall’incertezza se far affondare il Pd e fondare un altro partito oppure rilanciarlo, poche sono state le occasioni nelle quali ha fatto sentire la sua voce sui temi che toccano le sorti del Paese. E pure quelle poche segnate dall’incertezza e dalla debolezza di un gruppo dirigente diviso in tanti pezzi diversi e, comunque, in attesa delle decisioni di Renzi. E questo da parte di un partito che ha diretto i governi di un’intera legislatura con risultati positivi in tutti i campi. Basti pensare che nemmeno sono riusciti a rivendicare il drastico calo del numero di migranti sbarcati sulle nostre coste rispetto all’anno scorso grazie al successo delle azioni del ministro Minniti e del Presidente Gentiloni. Per non parlare della crescita di occupati e Pil, della soluzione di tante crisi aziendali, di provvedimenti che hanno dato un sollievo economico a milioni di italiani. Sono bastate le dimissioni di Renzi e il Pd è evaporato. Forse queste dimissioni non dovevano proprio essere date, forse un partito con la responsabilità del Pd doveva continuare la sua battaglia con lo stesso gruppo dirigente dopo una seria analisi critica sulle cause della perdita di voti. Agendo come si è agito si è soltanto dimostrato all’opinione pubblica che il Pd non aveva la forza politica per essere un punto di riferimento nemmeno per i suoi elettori. Un partito in preda al personalismo dei suoi dirigenti impegnati in una interminabile guerra di posizione.

Torniamo alla maggioranza di governo. Perché sarebbe espressione dello spirito del tempo? Ma perché nel mondo occidentale sono rinati i nazionalismi e Lega e M5S esprimono quello italiano. L’Europa già oggi è tenuta insieme più dalla paura dei disastri che verrebbero dalla separazione che da un’idea comune. Siamo nella fase nascente di un cambiamento che minaccia di approfondire le differenze tra paesi e di riportarli ad una competizione che parte sempre dal commercio, ma che poi è destinata ad invadere anche altri spazi con sviluppi imprevedibili. Sempre più basata sugli equilibri dei rapporti intergovernativi l’Europa si sta dividendo tra gruppetti di paesi che si riconoscono simili per tendenze politiche e approcci culturali. Il casus belli è l’immigrazione perché è la questione che più rischia di turbare gli equilibri nazionali. Non si tratta solo di quanto costa, ma anche dell’immissione di persone provenienti da culture profondamente diverse da quelle europee. Tensioni e scontri ci sono stati in molti paesi europei nei quali i migranti si sono insediati e hanno dato vita anche alle seconde generazioni. Episodi di terrorismo hanno coinvolto proprio persone nate e cresciute in Europa che si sono ribellate in nome di un’ideologia pseudo religiosa. Bisogna riconoscere che i sogni di un’integrazione rapida guidata dal desiderio di riconoscersi nella stessa nazione sono svaniti.

Se la questione immigrazione è il casus belli le divisioni in Europa hanno una radice economica evidente negli squilibri che le ondate di crisi hanno prodotto tra i vari paesi. È in particolare la moneta unica che ha creato una costante tensione tra sistemi economici, sociali e statali. Chi era abituato ad usare la svalutazione della moneta ha pagato il prezzo non solo dei limiti di bilancio imposti dagli accordi, ma anche della svalutazione interna per mantenersi competitivo. In Italia ciò ha significato assistenza sociale e servizi tagliati, retribuzioni di chi lavora frenate insieme a disoccupazione per la chiusura o la delocalizzazione di aziende. Questi gli effetti più evidenti di fronte ai quali un numero crescente di italiani non ha più accettato le giustificazioni delle forze politiche tradizionali ed ha sostenuto chi invitava chiaramente alla protesta e al cambiamento.

Questo è accaduto e qui ci sono i motivi per la conferma della maggioranza a Lega e M5S. Chi non si è accorto di ciò che stava accadendo e ha comunicato accettazione dei sacrifici, apertura alla competizione economica globale e all’ingresso di tutti i migranti che riuscissero a mettersi in mare per arrivare da noi (le Ong andavano a prendere i migranti davanti alle coste libiche perché un accordo stipulato dal governo italiano lo consentiva), pur avendo lavorato bene al governo, non può sperare adesso di ricevere molti consensi elettorali.

Poiché si tratta innanzitutto del Pd bisogna che questo partito riparta dalla realtà. Un buon metodo è rimettere in piedi una base di militanti ed ascoltarli

Claudio Lombardi

Governo Conte o nuova Italia?

Ora che il governo Conte sta partendo bisogna prendere un po’ di distacco e cercare di capire cosa è successo in Italia. Certo, dopo tre mesi di travaglio, quasi non ci credeva più nessuno e per questo lo choc (sia positivo che negativo) c’è è inutile negarlo ed è pari a quello che ci fu nel 1994 quando si impose al centro della scena politica Silvio Berlusconi. Come allora si tratta di un passaggio epocale. Come allora è stato preparato da molti anni di cambiamenti nel substrato culturale che orienta gli umori e le reazioni dell’opinione pubblica. Come allora questa incubazione ha dato forza e slancio all’offerta politica che oggi si è tradotta nella coalizione gialloverde. Ovviamente, a differenza del 1994, il governo Conte non si basa sul carisma e sulla popolarità del suo Presidente. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo tanto è evidente, ma è giusto farlo perché, in realtà la novità (una rivoluzione culturale? ) che rappresentava Berlusconi allora oggi viene incarnata da due partiti fino a poco tempo fa poco credibili come leader di una svolta epocale. E invece è proprio quello che stanno facendo Lega e M5S camminando sulle loro gambe e senza avere le spalle coperte da “fratelli maggiori” che garantiscano per loro (come accadde con i governi Berlusconi). La loro affermazione non deriva dal lavoro di un’agenzia pubblicitaria come fu con la Forza Italia delle origini. Lo stesso Movimento Cinque Stelle, pur essendo una creatura saldamente stretta nel controllo della coppia Grillo-Casaleggio che l’hanno pensata e costruita con un lento avvicinamento alla politica durato anni, è arrivato alle elezioni del 2013 e, ancor più a quelle del 2018, con un forte radicamento nell’opinione pubblica e nel territorio. Per la Lega è anche superfluo ricordare che ormai è il più vecchio partito rimasto sulla scena della politica essendo nato nel 1989. La mutazione genetica voluta e guidata da Salvini lo ha definitivamente trasformato in partito nazionalista abbandonando l’antica vocazione separatista che risale all’inizio degli anni ’80 (Liga Veneta e Lega Lombarda).

Perché di svolta epocale si tratta e perché non durerà poco? In realtà Lega e M5S hanno un tratto in comune che li rende molto forti. Hanno intercettato il profondo bisogno della maggior parte degli italiani di liberarsi dai vincoli del realismo che li vorrebbe sempre sottomessi all’idealismo delle compatibilità. Globalizzazione, regole di mercato, parametri europei di finanza pubblica questi sono i limiti che non solo gli italiani, ma una parte crescente dei popoli avverte come imposizioni ingiuste. Da Brexit all’elezione di Trump ai governi nazionalisti dell’est Europa ormai la tendenza è chiara.

Nella sua declinazione italiana questa rivolta contro quelle che appaiono come imposizioni degli establishment assume i connotati della difesa degli interessi concreti di tutti coloro che si ritengono penalizzati dal “sistema”. Cosa unisce un giovane disoccupato del Sud al rider del nord che consegna le pizze a domicilio all’artigiano lombardo o al piccolo imprenditore del centro-nord? Tutti sentono che è arrivato il momento di difendere i propri interessi e non vogliono più un governo che presenti loro delle compatibilità o dei vincoli senza offrire alternative concrete. Purtroppo l’accumulo dei problemi ai quali non è stata data risposta ha creato la base rancorosa che poi è esplosa di fronte ad alcuni spettacoli indecorosi offerti dal mondo della politica allargato a tutti coloro che da questa hanno ricevuto avallo e copertura. Da Tangentopoli in poi. Tutti quelli che sono stati identificati come “vecchia politica” sono stati bollati con il marchio d’infamia di complici o collusi con chi non ha pagato il prezzo delle crisi che si sono susseguite nel corso degli anni riuscendo sempre a far apparire inevitabile che a pagarlo fossero gli altri.

La spinta che ha portato ai risultati elettorali e al governo Conte non si esaurirà facilmente. A meno che non accada qualche catastrofe che mostri l’avventurismo di un programma velleitario che ignora la realtà. Anche da sinistra si è detto in questi giorni che non si possono presentare lo spread o i mercati come i giudici supremi ai quali piegare le scelte di un popolo. Giusto, ma non di questo si tratta. Gli elettori che hanno voluto questa svolta epocale si rifiutano di riconoscere che l’Italia vive a debito dovendo mantenere una massa di titoli venduti sui mercati che vanno rinnovati non appena vengono a scadenza perché non possono essere riassorbiti dal bilancio dello Stato. Se ciò accadesse, ovvero se non ci fosse bisogno di mantenere lo stock di debito (peraltro in crescita), allora sarebbe una situazione diversa. Molti lo dicono da anni che un debito gigantesco è un condizionamento pesante alla libertà di azione di qualunque governo e che ridurlo progressivamente, in assoluto e in rapporto al Pil, sarebbe la più grande liberazione che gli italiani dovrebbero augurarsi.   In queste condizioni invece si moltiplicano le spinte e i progetti per liberarsi del debito rompendo con l’euro e magari anche facendo default. Il famoso piano B elaborato dal prof Savona e coerente con le campagne antieuro della Lega e del M5S esiste e spiega come si ridurrebbe il debito grazie alla svalutazione (almeno il 30% iniziale) e al taglio imposto ai creditori esteri.

Il taglio, però, colpirebbe anche stipendi, salari, pensioni, risparmi di tutti gli italiani. Gli elettori che si ribellano ai vincoli dell’establishment e che invocano la rottura con l’Europa lo hanno capito?

Purtroppo a questo appuntamento si è arrivati tardi e male. Bisognava pensarci prima e prevenire. La Germania ha imposto negli anni più difficili un rigore inutile quando, invece, sarebbe stato più utile allargare i deficit pubblici per spingere i consumi e l’economia. Il Fiscal Compact da noi inserito in Costituzione nel 2012 sta lì a testimoniarlo. D’altra parte la classe dirigente italiana (politici, intellettuali, alte burocrazie, imprese, sindacati, media) non ha avuto il coraggio di mettere mano ai limiti strutturali del “modello Italia”, a tutti quei fattori cioè che hanno fatto arretrare per molti anni il nostro Paese e che erano mascherati negli anni della lira dalle svalutazioni per mantenere la competitività. Dovremmo finalmente renderci conto che il problema non è l’Europa o l’euro, ma siamo noi e che non possiamo pensare che gli altri – la Germania, l’Europa, la finanza internazionale – ci sostengano perché noi dobbiamo mantenere tutti i nostri problemi insoluti.

Il programma o contratto di governo Lega-M5S non fa altro che aggirare la questione fingendo che un po’ di decisionismo e di intransigenza possa sostituire un piano di sviluppo e di ristrutturazione dell’Italia. Reddito di cittadinanza e taglio fiscale a favore dei redditi più alti facendo esplodere il deficit e il debito. Questa è la sostanza. La svolta epocale c’è stata e non finirà presto, ma il governo Conte ha già imboccato la strada che lo porta sul ciglio del burrone

Claudio Lombardi

Nuovo governo: continuità o rivoluzione?

Il nuovo governo sembra ancora lontano e quelli che se ne contendono la leadership non possono ammettere ciò che è ovvio ossia che non ci potrà essere nessuna rivoluzione qualunque sia la formula che si metterà in campo. Tutt’al più qualcuno che vuole a tutti i costi apparire alfiere del cambiamento potrà mettere in atto una sostanziale continuità rivestita di una nuova veste comunicativa. La vicenda dell’attacco di Usa, Francia e GB, alla Siria, al di là di ragioni e torti, serve a richiamare l’attenzione sulla dura realtà e sul contesto di interdipendenze nelle quali vive l’Italia.

L’eredità dei governi della passata legislatura è complessa e andrà gestita con cura perché ha messo in piedi politiche che produrranno i loro effetti, volenti o nolenti, nei prossimi anni.

Probabilmente i nuovi governanti si concentreranno su alcuni errori dei precedenti governi e a questi si attaccheranno per mostrare le loro virtù  innovatrici. Si tratterà  però  di aggiustamenti e non di sconvolgimenti. D’altra parte cosa ci sarebbe da cancellare, travolgere e sconvolgere? Forse quel complesso di provvedimenti noto come industria 4 che ha favorito la crescita di Pil, produttività ed esportazioni? O forse la politica sui migranti del ministro Minniti? O, magari, gli interventi avviati per contrastare la povertà. Qualcuno pensa di abolire il reddito di inclusione oppure preferisce scagliarsi contro gli 80 euro? Vorranno eliminare la quattordicesima per le pensioni minime? O gli interventi per le famiglie con figli? E le leggi sul “dopo di noi” e sulle unioni civili che fine faranno? Probabile che nessuno vorrà  fare brutta figura cercando di annullare diritti che migliorano la vita delle persone.

Eh già, ma c’è il Jobs Act. Lì sicuramente ci sarà una restaurazione, tornerà  l’art. 18 e gli unici contratti ammessi saranno a tempo indeterminato. Sicuri?

Cassa integrazione (anche sotto i 15 dipendenti), Naspi (per due anni dopo il licenziamento), nuovo assegno di disoccupazione (finita la Naspi), assegno di ricollocazione e Discoll (indennità di disoccupazione per collaboratori coordinati e continuativi, ricercatori, borsisti e dottorandi), Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal). Anche questo è  Jobs Act. Che si fa? Cancelliamo tutto?

Va bene, allora si punta alla riforma Fornero che sembra mettere d’accordo M5S e Lega. Dicono che va cancellata. Anche qui meglio leggere bene anche tra le righe. Per esempio si è parlato di un’altra riforma che contemperi equità  generazionale e sostenibilità  dei conti. Tutto sommato non molto diverso da quanto si sta facendo, a piccoli passi, da cinque anni a questa parte prima con gli interventi per gli esodati e poi con l’Ape social e non social.

Salvini e la destra in generale parlano ancora, a campagna elettorale finita, di un’Italia ridotta allo stremo dai governi Renzi e Gentiloni. Strano perché i dati statistici e le stime (quella ultima del FMI lo conferma) rilevano la crescita del Pil e dell’occupazione nonché del reddito disponibile delle famiglie. Anche le esportazioni vanno benissimo e quindi si presume vi siano molte imprese che marciano a pieno regime.

La verità è che c’è una parte del Paese che cresce e vive a livelli nordeuropei e un’altra parte che arranca. È la frattura che separa il Mezzogiorno dal resto dell’Italia e non si è certo prodotta in questi ultimi anni. È uno dei problemi strutturali più difficili e complicati da affrontare e non sarà un cambio di maggioranza ad inventare un modo nuovo per affrontarlo. C’è poi l’immensa macchina dello Stato che comprende ogni pur piccola amministrazione locale e le aziende da questa dipendenti. Qui allignano inefficienza, spreco e anche corruzione. E a questa vanno ricondotti i veri costi della politica.

La destra e i Cinque Stelle avranno il coraggio di metterci mano? Ovviamente no e come potrebbero dall’alto dei loro programmi campati per aria, velleitari e azzardati? Non c’è dunque da aspettarsi nessuna rivoluzione. La continuità è la cifra dei governi e delle politiche che vogliono raggiungere i maggiori benefici senza correre rischi eccessivi.

E la continuità sarà anche quella di qualunque governo si dovesse formare nelle prossime settimane. O, almeno, dobbiamo augurarci che sia così perché se i nostri pretendenti alla carica di Capo del governo dovessero tentare spericolate esibizioni di forza si accorgerebbero subito che non hanno in mano una bacchetta magica e che ogni loro decisione avrà ripercussioni di sistema alle quali non potranno sfuggire. Di Maio sembra averlo già capito e, infatti, ha adeguato toni, proposte, dichiarazioni e l’approccio alla costituzione del governo mettendosi implicitamente sulla linea della continuità. Salvini vuole spingere ancora sulla demagogia e sulla protesta. Potrà funzionare ancora per un po’, poi si capirà che serve a nascondere la sua incapacità

Claudio Lombardi

Elezioni: la secessione degli italiani

La domanda è: cos’è accaduto alle elezioni domenica 4 marzo? Forse il termine più appropriato è secessione. Una gigantesca secessione di parti cospicue del corpo sociale dallo Stato e dalla classe dirigente riformista che si era assunta l’onere di guidare il Paese fuori dalla crisi che il berlusconismo non era stato in grado di affrontare.

Oltre il 55% degli italiani (senza contare gli astenuti) hanno scelto forze antisistema per esprimere una secessione da ogni progetto politico che avesse al suo centro l’Europa, i diritti civili, il rigore finanziario, la cultura, la difesa del patrimonio artistico e ambientale e l’inclusione sociale. Di fronte alla scelta tra futuro e rabbia/paura la maggioranza degli italiani ha scelto questa seconda via che però Lega, FdI e M5S declinano in maniera diversa.
Ci sono due secessioni: quella del nord e quella del sud che vanno lette con lenti diverse.

Quella del sud va interpretata confrontando Pil e distribuzione del voto. Nel sud più è basso il primo più i voti si orientano in direzione dei 5S: la secessione qui dunque affonda le sue radici nel progressivo approfondirsi della “questione meridionale” che né i governi locali di centro sinistra, né i governi nazionali di Renzi e di Gentiloni hanno saputo affrontare facendone uno dei problemi centrali della ripresa economica. Ciò non significa che in questi territori non sia accaduto nulla, perché molte zone del Meridione si sono agganciate alla ripresa e stanno crescendo anche se non come il resto dell’Italia. Ma la ricaduta sociale è stata inferiore e poco percepita perché si è scontrata con tare storiche del sud, la prima delle quali è costituita da un’amministrazione pubblica inefficiente, combinata con una classe politica totalmente inadeguata: clientelismo e cacicchi (basta guardare Emiliano per capirlo) in sintesi che hanno allargato il solco che separa le due Italie. Una che sta nell’Europa che cresce, dalla Toscana alla Danimarca; l’altra che sta con quella arretrata, dalla Sicilia alla Grecia, ai Balcani, all’est europeo. Come in altre circostanze della storia italiana recente il sud rabbioso che si sente emarginato e costretto in una condizione sempre più periferica sceglie un intreccio tra ribellismo antistatalista, aspettative assistenzialiste, finte rivoluzioni fideistiche, conservatorismo antiriformista per incanalare la propria protesta: basta ricordarsi Lauro, fino ai sindaci “arancione” o il movimento dei forconi.

Oggi è l’ora del populismo del M5S che ha promesso mari e monti e soprattutto quel reddito garantito che ha convinto molti. Ma soprattutto è stato scelto perché tutti sanno che lascerà che le vecchie pratiche clientelari, la distribuzione di risorse assistenziali, l’evasione delle tasse locali, il nero nelle attività economiche rimarranno fonte di reddito supplementare. E’ una secessione che va a destra contro la quale il messaggio europeista e riformista del Pd, raccontato da classi politiche locali screditate e divise, non ha avuto nessuna possibilità di essere recepito. Neanche evocare la vecchia ricetta socialdemocratica però ha avuto successo, come testimonia l’eclisse di D’Alema. Come è ovvio questa scelta non risolverà nessuno dei problemi del Mezzogiorno, ma intanto ha consentito di mettere da parte programmi ritenuti minacciosi – i controlli fiscali, la lotta contro l’abusivismo “di necessità”- a favore del ritorno della spesa pubblica erogata a difesa dei redditi, piuttosto che per progetti di sviluppo a lunga durata. In sintesi bisogna ripensare al Sud come si fece negli anni 60, o alla fine del secolo scorso: in grande e con una visione strategica.

La marginalità dei 5S al nord è la conferma che il populismo assistenzialista e statalista si ferma “a Eboli” potremmo dire. Al nord trionfano invece gli imprenditori della paura non della rabbia raccogliendo il consenso dei ceti medi in declino a cui l’Europa non ha saputo dare risposte convincenti sul bisogno di sicurezza e per un’integrazione degli immigrati governata dai poteri pubblici. La Lega di Salvini sta con l’Europa di Visegrad, sovranista ed euroscettica, che sta vincendo in molte altre parti d’Europa e nei confronti della quale la sinistra riformista è poco competitiva. Almeno fino a quando l’Europa non sarà in grado di uscire dalle secche dell’asfissia rigorista e lanciare un grande piano di sviluppo espansivo e socialmente sostenibile.

Questa è la partita che sta di fronte alla discussione interna nel Pd, che resta comunque una forza del 20%, tra le più forti d’Europa: non una rotta dunque, ma un grave battuta d’arresto che impone un salto di qualità profondo della sua proposta politica. Certo che se tutto si riduce a discutere se appoggiare un governo 5S, vuol dire che la crisi del Pd non si risolverà.

Alberto De Bernardi

Scelgano gli italiani: suicidio o nuova Italia? (di Claudio Lombardi)

Dunque la famosa lettera della BCE al Governo italiano dettava i singoli provvedimenti che dovevano essere assunti come condizione per il sostegno ai titoli del debito pubblico. Lo sapevamo già, se ne era parlato ampiamente in agosto quando si seppe della sua esistenza, ma il Governo non volle renderla pubblica. Forse si vergognava di essere caduto così in basso da farsi dettare le scelte politiche dall’autorità monetaria europea. Soltanto un governo nel pieno delle sue funzioni può prendersi la responsabilità di decidere tagli di spesa che colpiscono alcune categorie di cittadini o servizi pubblici essenziali. Il fatto stesso che il nostro Governo si sia messo nelle condizioni di farsi dettare le decisioni dalla Banca Centrale Europea indica una situazione di sbando e la dimostrazione di un fallimento dopo dieci anni di governi berlusconiani (con due anni di interruzione di Governo Prodi). La BCE non ha il compito di dettare le politiche ai governi, ma se ciò accade significa che siamo, appunto, sull’orlo del fallimento.

Lo squallido balletto intorno alla nomina del Governatore della Banca d’Italia, massima autorità di vigilanza e di regolazione del sistema bancario italiano, conferma che questa è una maggioranza di governo di irresponsabili, incapaci e dannosi per la salute del Paese. Come tutti sanno la nomina del Governatore spetta al Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio e con il parere del Consiglio superiore della Banca d’Italia. Punto. Che c’entra Tremonti? Che c’entra che ogni componente del Governo presenti il suo candidato? Nulla, è pura follia sempre ed è manifestazione di assoluta mancanza di senso dello Stato, ma in questo momento è un attentato all’Italia perché mostra ai mercati un Paese allo sbando privo di una guida e, quindi, inaffidabile. Vogliamo poi prendere per buone le dichiarazioni del leader della Lega visto che è il principale partito della maggioranza dopo il PDL? Ebbene allora siamo finiti perché dire, come ha fatto Bossi, che uno è meglio dell’altro dato che è nato a Milano (così come fare pernacchie o alzare il dito medio) vuol dire parlare da ubriaconi di strada avendo, però, il potere di guidare le istituzioni. Si può capire che la Lega debba nascondere l’assoluto fallimento della sua più che decennale presenza nelle stanze del potere e che, quindi, considerando i suoi elettori degli imbecilli, voglia dare l’impressione di essere sempre in lotta con “Roma ladrona”. La verità è un’altra: la Lega è diventata “Roma ladrona” e adesso ha interessi economici suoi da difendere e una cospicua fetta di potere in tutto ciò che dalla politica dipende.

In questa situazione il Governo ritiene una priorità che non si venga a sapere delle avventure di Berlusconi fra appalti, incarichi di sottogoverno, processi per appropriazione indebita, corruzione di testimoni, prostituzione minorile e orge (con smercio di droga? Ancora non si sa, ma vorremmo saperlo) nelle sue case con prostitute comprate in quantità su tutti i mercati.

Le intercettazioni devono essere bloccate, questa è la priorità, perché nessuno deve sapere, magistratura innanzitutto e poi elettori, che razza di gente si è impossessata del potere grazie a una legge elettorale truffa. Non si tratta solo di una questione di sesso, ma del commercio di cariche pubbliche e in aziende di proprietà pubblica per tenere insieme un sistema di potere basato sulla corruzione e sul furto del denaro dello Stato cioè di tutti gli italiani. Ci ricordiamo che in questi giorni sono stati rinviati a giudizio i protagonisti dello scandalo della cricca (Anemone, Balducci, Bertolaso)? E cos’è la cricca? Un intreccio di esponenti di Governo diretta emanazione di Berlusconi, alti funzionari e pseudo imprenditori. Di cosa sono imputati? Di aver rubato soldi dello Stato, cioè di una parte di quei soldi che oggi disperatamente si cercano facendoli pagare agli italiani che lavorano o vivono di pensione.

Andando indietro negli anni questo intreccio si ripresenta sempre in tutte le vicende che hanno trasformato i problemi di governo in emergenze e che sono stati gestiti dalle amministrazioni pubbliche e dai politici come un’occasione per succhiare soldi pubblici con il massimo disinteresse per i risultati da raggiungere. In questo modo Napoli è ancora invasa dai rifiuti, così la Salerno-Reggio Calabria deve ancora essere completata, così il Ponte sullo stretto di Messina è già costato centinaia di milioni solo in studi e progetti, così gli interventi nel Mezzogiorno hanno dilapidato capitali immensi senza lasciare traccia (dalla Cassa per il Mezzogiorno in poi), così centinaia di altri casi. Se un giorno si farà il bilancio dei decenni del malgoverno democristiano-socialista e del quasi ventennio berlusconiano si comprenderà come gli italiani abbiano acconsentito allo spreco e al furto di ricchezze pubbliche che avrebbero fatto dell’Italia il “giardino” d’Europa, un Paese ben organizzato, con una forte industria, un’agricoltura avanzata, un patrimonio artistico e monumentale esemplare per condizioni e per fruibilità, un ambiente naturale protetto, delle città vivibili, servizi pubblici eccellenti.

Ciò che è accaduto è l’esatto contrario ed è accaduto con il consenso degli italiani che hanno ceduto al desiderio di potersene fregare degli interessi generali per dedicarsi a quelli loro personali nel disprezzo di tutto ciò che è pubblico e sfruttando lo Stato e il territorio per i loro affari anche loschi, anche criminali. Si tratta, ovviamente, di una parte degli italiani, ma sono quelli che hanno comandato. Oggi il fenomeno è più evidente perché ormai siamo alla fine di una parte della nostra storia, non abbiamo più margini e ci vorrebbe una rivolta morale che spazzi via la banda che occupa le istituzioni e che impoverisce il Paese. Ma questa rivolta c’è in piccola parte, forse perché molti pensano che tanto tutto si aggiusterà e che loro potranno continuare a farsi gli affari propri lasciando alla politica il campo libero per rubare e fare patti con altre bande che controllano il territorio (dalla prima mafia siciliana, alla banda della Magliana, ai rifiuti napoletani l’intreccio politica criminalità organizzata è una costante della storia d’Italia).

L’apoteosi di questo sistema c’è stato con il berlusconismo il cui capo con la furbizia (e nei libri che hanno studiato il suo caso si dice con i soldi del traffico di droga e dei sequestri della mafia ) si è procurato il denaro, col denaro ha comprato i favori della politica e si è fatto strada fino ad impossessarsi delle istituzioni e da lì ha scatenato una campagna per la conquista di ogni parte del potere, dalle televisioni alle cariche amministrative, per sottrarre agli italiani la possibilità di informarsi, valutare e decidere. È diventato straricco e oggi pretende di essere imperatore come “amabilmente” lo chiamano alcune delle sue prostitute e gli uomini di una delle sue bande, la P3. Non vuole essere controllato da nessuno, vuole licenza di commettere qualunque reato, vuole disporre dello Stato come fosse una sua proprietà.

Sta agli italiani decidere se suicidarsi andando dietro a questo progetto o imboccare la strada per costruire una nuova Italia.

Claudio Lombardi