Lo stadio Italia

bandiera italiana calpestataMa il nostro paese è uno stadio? Si parla in questi giorni di “morte della Repubblica”, di resa dello Stato, di accordi con i capi ultras. Ma qualcuno ricorda che questo è il paese in cui ancora non sono stati individuati i responsabili delle stragi che hanno segnato gli anni ’70 e che in ognuna di esse sono risultati coinvolti gli apparati di sicurezza dello Stato? Qualcuno ricorda che in intere regioni il controllo del territorio, delle amministrazioni locali e regionali, della spesa pubblica, delle regole di convivenza è più delle organizzazioni affaristico criminali come mafia, camorra e ‘ndrangheta che dello Stato e che lo si è imposto a suon di omicidi e di attentati? E ci vogliamo stupire se le bande di teppisti camuffati da tifosi dettano legge dentro e nei dintorni dello stadio?

Il problema serio è che, se lo Stato è sentito come “cosa nostra” da gruppi di potere o ceti sociali che lo usano per i loro fini, diventa poi molto difficile diffondere e difendere una cultura civile e democratica. Quando si parla di ordine pubblico bisogna sapere che è fatto di due componenti: 1. L’accettazione di un modello di convivenza, delle sue regole e delle sue istituzioni; 2. Il controllo del territorio da parte di un’autorità riconosciuta come superiore a tutte le altre.

Detto in altre parole ci vogliono i cittadini che si sentono parte di una comunità e ne accettano le leggi e ci vogliono gli apparati dedicati a gestire il controllo del territorio e la sicurezza di tutti. Per questo motivo questi apparati sono gli unici autorizzati a gestire la “forza”, dispongono delle armi e sono autorizzati ad usarle a determinate condizioni. Se una di queste due condizioni viene a mancare la sicurezza di tutti è compromessa.

scambio politico mafiosoPensiamo adesso a quanti gruppi organizzati sulla base della violazione delle regole agiscono sul territorio e pensiamo a come utilizzano la forza “militare”. La presenza degli ultras divenuti ormai veri specialisti della violenza di strada che migrano da una manifestazione estremista ad una partita di calcio mette seriamente in discussione sia la convivenza civile che il monopolio della “forza” che spetta allo Stato, ma limitatamente a quei momenti nei quali il teppismo si mette a giocare alla guerra. In quei momenti diventa fondamentale stroncare la loro “forza” e far prevalere quella dello Stato altrimenti i cittadini ricevono il messaggio che una banda violenta riesce sempre a prevalere. Non ci sono differenze tra i cosiddetti black bloc e gli ultras e vanno trattati tutti allo stesso modo cioè, tanto per essere chiari, con una repressione dura. Alla faccia dei tanti che discettano sulla risposta giusta da dare e sui problemi che sono sempre “ben altro” da quello che ragionevolmente bisogna fare. Chi gioca a fare la guerra alla polizia deve essere fermato. Punto.

La partita vera però si gioca negli altri momenti nei quali gruppi organizzati per la conquista e la gestione del potere impongono la loro legge che non solo nega quella approvata dalle istituzioni democratiche, ma ormai riesce a sostituirla con le leggi (e con l’azione amministrativa) realizzate dai propri rappresentanti politici più o meno regolarmente eletti.

Bisogna essere consapevoli che quando si legittima la prevalenza degli interessi particolari su quelli generali (e basta un appalto pilotato o una delibera comunale truccata per farlo) si compie sempre un atto che disgrega la convivenza civile e l’autorità delle istituzioni.

In tutti questi casi la democrazia si deve difendere e la repressione è l’altra faccia della battaglia culturale per far prevalere la maggioranza di quelli che la convivenza civile e il rispetto delle regole li vogliono. L’una senza l’altra non serve a nulla

C L

Berlusconi fuori dalle istituzioni (di Claudio Lombardi)

berlusconi fuoriOggi inizia l’esame del caso Berlusconi nella Giunta che in Senato si occupa delle elezioni e delle immunità parlamentari. Il caso di B è così semplice che ci si dovrebbe aspettare una decisione rapida per prendere atto della realtà dei fatti che sono chiari: condanna definitiva per un reato di truffa e evasione fiscale commesso anche rivestendo la carica di Presidente del Consiglio. C’è una legge che impone la decadenza da parlamentare per chi ha avuto una condanna, ma c’è un’etica pubblica ed una logica secondo le quali il potente che usa il suo potere contro lo Stato e contro la fiducia dei cittadini non dovrebbe avere più posto nelle istituzioni e in politica.

Difficile da accettare per chi è nato e cresciuto sulla violazione della legalità spacciata per rivoluzione liberale. La forza propulsiva del berlusconismo è stata l’ideologia del “facciamo quello che ci pare”, piaciuta molto ad un bella fetta di italiani che hanno pensato fosse la scorciatoia giusta per risolvere i loro problemi. Provenendo da decenni di clientelismo e di oligarchie (più o meno illuminate) al comando è sembrato uno sbocco naturale alla fine delle ideologie classiche e dei partiti popolari trasformatisi in macchina di potere e di ricatto.

legalitàIl problema è che l’ideologia del “facciamo quello che ci pare” funziona seconda la legge della giungla ossia il più grande mangia il più piccolo. Esattamente questo è avvenuto negli ultimi venti anni con una ridistribuzione del reddito e della ricchezza che è andata dai più deboli (lavoratori dipendenti, pensionati, piccoli artigiani, giovani disoccupati) ai più forti (tutti quelli che hanno avuto il potere di stabilire i prezzi e di godere dell’impunità per l’evasione fiscale più tutti quelli che hanno conquistato una posizione di potere politico e amministrativo da cui ritagliarsi una fetta più grande del reddito nazionale).

L’illusione di arricchirsi liberi da vincoli per una fetta di italiani è stata la base ideologica su cui si è costruito un gigantesco sistema di corruzione e di rapina delle risorse pubbliche che ha portato le istituzioni in mano a banditi e farabutti di ogni risma che hanno messo a tacere i capaci e gli onesti.

Il capo di tutti, il padrone assoluto di quella specie di partito che si chiama Popolo delle libertà è stato il vertice di questo sistema in assoluta coerenza con la sua storia che parte con un patto tra lui e la mafia e passa per un elenco infinito di reati.

Oggi i nodi sono venuti al pettine e l’Italia arriva impoverita e stravolta all’appuntamento con una crisi devastante che non ammette poteri pubblici corrotti e inefficienti.

Oggi i cittadini hanno tutto il diritto di aspettarsi una svolta che metta la legalità al primo posto e stronchi il potere personale di stampo mafioso-feudale che vorrebbe continuare ad usare le istituzioni per prendere in giro gli italiani.

Claudio Lombardi   

Berlusconi deve uscire dalla politica (di Claudio Lombardi)

Berlusconi ha superato il limite e deve andar via dalla politica. Non c’è altra possibilità. Le sue vicende private non devono più ostacolare il governo dell’Italia.berlusconi via

Sei anni di carcere e interdizione perpetua dai pubblici uffici” è la richiesta di condanna di Ilda Boccassini per Berlusconi accusato di concussione e favoreggiamento della prostituzione minorile. Quattro anni di carcere e 5 di interdizione dai pubblici uffici è la sentenza confermata in appello per la truffa dei acquisti all’estero di Mediaset. Condanna in primo grado per il caso dell’intercettazione giudiziaria rubata e divulgata nel 2005 per danneggiare l’allora leader della sinistra Pero Fassino. La storia giudiziaria di Silvio Berlusconi si arricchisce di tre nuovi capitoli. Tre capitoli che aiutano a definire i tratti di una persona che delinque consapevolmente e sistematicamente.

Questa volta è difficile pensare a qualche legge ad personam che lo salvi dai guai. Non c’è prescrizione che tenga, non c’è impedimento per impegni di governo, non c’è più nessuna scusa.

Nella sua lunga carriera di imputato S.B. le ha provate tutte per sfuggire ai processi. La sentenza definitiva, quella che lui ha temuto e teme così tanto se l’è già data da solo. Un uomo con un potere così grande che unisce come mai nella storia d’Italia quello mediatico, quello politico (e istituzionale per tanti anni) e quello economico non sfugge ai processi se è sicuro della propria innocenza. Fa il contrario: chiede che i processi si svolgano di corsa per dimostrare che lui non ha commesso nessun reato. E ne esce assolto con formula piena.

berlusconiInvece è il comportamento ventennale di Berlusconi la sua condanna. Fugge perché è colpevole. Ormai conosciamo la solenne presa in giro degli italiani quando inveisce contro i giudici comunisti e quando afferma di essere vittima di un complotto. La faccia tosta a Berlusconi non è mai mancata, con quella ha saputo costruire un impero non da imprenditore, ma da esperto sfruttatore della politica e da navigante nelle torbide acque del malaffare e dei capitali di origini così poco oscure che il marchio mafioso su quei soldi viene dato per certo nelle ricostruzioni storiche.

Ma soprattutto se Berlusconi non avesse saputo inventare e utilizzare un sogno del tutto irreale e spacciarlo per buono agli italiani sarebbe già finito all’estero in qualche staterello da cui non è concessa l’estradizione.

L’invenzione di una rivoluzione liberale che lui non ha mai nemmeno concepito, ma che, evidentemente, gli italiani desideravano tanto gli ha dato la spinta iniziale che si è poi tradotta in una versione aggiornata dell’italianissima versione dell’arte di arrangiarsi fregandosene degli interessi generali e anteponendo a tutto i propri interessi particolari.

Berlusconi è stato bravissimo a dare forza propulsiva nuova a questo vecchio “sogno” italiano che affonda le sue radici nel menefreghismo di un popolo invaso e privo di una dignità nazionale condivisa e nemico dello Stato.

La sua resistenza ai vertici della politica non ha i caratteri della battaglia delle idee, ma è solo una strenua resistenza a difesa dei suoi affari che più si conoscono e più si scoprono di stampo malavitoso.

Purtroppo è capitato in un periodo storico di assoluta incapacità delle forze alternative di definire un progetto convincente e di conquistare il consenso degli elettori e purtroppo ha capito per primo la potenza della televisione di cui si serve tuttora per inventare una realtà parallela da spacciare per vera.

Colpisce che abbia un seguito così vasto, con molti voti e un partito che gli obbedisce come un fedele servitore. Nessuno scrupolo nei suoi seguaci, tutti compatti a difesa del capo.

Nessuno che si sia vergognato dell’esempio dato agli italiani e ai giovani in particolare e che si sia preoccupato dei danni. Un Paese vive anche di etica, di regole, tutti capiamo che non se ne può fare a meno. Questo è il danno peggiore prodotto dal berlusconismo. La corruzione elevata a valore e a regola di vita, l’illegalità come principio.in fondo al tunnel

Tutto ciò non si può accettare perché disgrega la convivenza civile. Non si può rinviare questa battaglia culturale e politica a quando i vari pezzi del centro sinistra avranno trovato la proposta giusta per convincere gli  italiani a sostenerli con la maggioranza dei voti giustificando con questa mancanza il potere di Berlusconi. No, c’è bisogno di chiarezza e di tenere separati piani che sono distinti. Se il centro destra ha una proposta più valida e attuale del centro sinistra gli elettori giudicheranno, ma non si può accettare la disarticolazione dello Stato per lasciare in piedi il potere di uno solo.

Claudio Lombardi

Anticorruzione: avanti piano fra mille ostacoli (di Vittorino Ferla e Giuseppe Bianco)

Il ddl anticorruzione passa al Senato e ora ritorna alla Camera per la quarta lettura. Certamente un risultato importante se si pensa al degrado della vita pubblica in questo momento storico. Il provvedimento è, da un lato, il frutto della maggiore autonomia del governo dei tecnici dalle pressioni delle diverse forze politiche, e, dall’altro, il frutto di una pressione molto forte da parte della società civile stanca di assistere allo squallore diffuso dei comportamenti degli ufficiali pubblici, siano essi politici o funzionari.

Alcune misure sembrano particolarmente efficaci: i protocolli di legalità obbligatori, il monitoraggio costante delle prefetture sulle aziende esposte al rischio di penetrazione mafiosa, la maggior tutela dei segretari comunali e provinciali, il divieto di collocare i pubblici impiegati condannati anche con sentenza non passata in giudicato in uffici deputati alla gestione delle gare di appalto (misura che serve ad ovviare la sostanziale disapplicazione della pena accessoria dell’estinzione del rapporto di pubblico impiego), la delega al Governo per la non candidabilità in organismi di rappresentanza politica di soggetti condannati per corruzione e reati similari.

Si tratta di misure che in qualche modo contribuiscono a creare un sistema di preallarme rispetto agli inizi dei fenomeni di corruttela. Ed è quanto suggeriva la Commissione Cassese già nel 1996.

Letta nel suo complesso, però, la legge approvata assume più un valore simbolico che reale, a causa delle numerose lacune che i diversi passaggi parlamentari non sono riusciti a colmare.

In primo luogo, non convince la formulazione dei nuovi reati. Per esempio, sono previste pene davvero minime per reati come il traffico di influenze. Ciò impedirà di condurre indagini approfondite attraverso, tra l’altro, l’uso delle intercettazioni. Il reato di corruzione fra privati – che serve a perseguire le forme di corruzione conseguite al processo di esternalizzazione dei compiti pubblici (società miste, consulenti, general contractor) – riguarderà solo i vertici delle strutture private e mai i quadri intermedi o i dipendenti: esattamente al contrario delle raccomandazioni del rapporto GRECO (il Gruppo degli Sati Europei contro la Corruzione).

In secondo luogo, nel provvedimento spiccano soprattutto gli assenti: non si accenna al ripristino del falso in bilancio né al reato di autoriciclaggio (fattispecie suggerite dallo stesso Fondo Monetario Internazionale) che incidono sui campi limitrofi della corruzione sistemica. L’evasione e i bilanci falsi servono a creare le provviste in nero prima della corruzione, il riciclaggio in tutte le sue forme serve a nasconderne dopo i proventi.

La Autorità Anticorruzione è individuata nella CIVIT, organo che non ha alcun profilo di indipendenza dall’autorità politica, privo di poteri ispettivi e sanzionatori, di profilo modesto sul piano delle competenze attualmente messo in campo e il cui ex presidente – oggi ancora membro del collegio – ha fatto parlare di sé per essere protagonista di casi che oggi – proprio con la nuova legge – sarebbero classificati come esempi di traffico di influenze. Difficilmente i funzionari pubblici disponibili a segnalare comportamenti illeciti di altri colleghi – saranno davvero spronati a denunciare ad un ente di nomina governativa in un sistema complessivo in cui gli organismi indipendenti di valutazione sono tutti occupati da colleghi dirigenti.

In verità, dunque, resta ancora molto da fare per questo Governo, a partire dal rendere immediatamente effettiva l’incandidabilità dei condannati in vista delle prossime elezioni.

Segnaliamo almeno quattro azioni concrete che il Governo dovrebbe fare subito per essere credibile: 1) rendere trasparenti gli atti della PA fin dalla loro formazione e, in particolare, rendere pubblici e comprensibili i bilanci di enti pubblici e partiti a tutti i livelli istituzionali, centrali e territoriali; 2) attribuire alla Civit (futura commissione anticorruzione) piena autonomia dalla politica e poteri ispettivi e sanzionatori reali, perché finché sarà così nessun dirigente pubblico sarà libero di denunciare episodi di peculato e malversazione; 3) allungare i tempi della prescrizione per i reati contro la pubblica amministrazione per garantire lo svolgimento dei processi e la condanna dei corrotti; 4) rendere sempre più diffuso il recupero delle risorse sottratte e poi la loro restituzione alla collettività, anche attraverso la confisca e l’uso sociale dei beni dei corrotti.

Ecco perché l’impegno dei cittadini per la trasparenza e la legalità non può diminuire proprio adesso.

Articolo tratto da www.cittadinanzattiva.it

Vittorino Ferla – Responsabile Cittadinanzattiva per la Trasparenza e la Legalità
Giuseppe Bianco – Magistrato, Procuratore della Repubblica, Firenze

La sentenza per il massacro della Diaz e la responsabilità dei cittadini

Dopo undici anni la Corte di Cassazione pronuncia una sentenza definitiva di condanna nei confronti di 25 tra agenti, funzionari e dirigenti responsabili dei gravi reati commessi dalla polizia a Genova con il massacro contro persone inermi all’interno della scuola Diaz.

La verità giudiziaria su ciò che accadde la notte del 21 luglio del 2001 è chiara. Dirigenti e operatori della Polizia di Stato tradirono la Costituzione e le leggi con la forza della loro divisa massacrando 93 persone che non avevano commesso alcun reato.

Dopo quella che fu definita “macelleria messicana” persino da un dirigente della polizia si dedicarono a costruire prove false per dimostrare un’aggressione inesistente nei loro confronti da parte delle persone che dormivano all’interno della scuola.

La sentenza della Cassazione riguarda un numero ristretto di persone, ma tutti capiscono che molte altre sono chiamate in causa a cominciare dai ministri degli interni che si sono succeduti da allora in quella carica e che non hanno mosso un dito per cercare la verità coprendo, di fatto, i responsabili di un attentato all’ordine costituzionale che Amnesty International definì “la più grande sospensione di diritti democratici in un Paese occidentale dalla fine della seconda guerra mondiale” e finendo all’ultimo poliziotto che ritenne giusto scatenarsi in una furia vigliacca e bestiale contro persone indifese.

Ciò che è sconvolgente per i cittadini è la prova che l’esercizio del potere può essere assolutamente arbitrario e violento e che le regole più elementari di razionalità e di umanità possono non contare nulla così come le leggi più sacre messe a tutela della legalità e della persona umana.

In un’epoca nella quale i segni di un uso abnorme del potere sono una moltitudine e nella quale si chiede alle persone comuni di pagare i costi di una crisi economica e di bilancio di cui non portano la responsabilità, è fondamentale che si cambi strada.

Occorre costruire gli strumenti per garantire trasparenza e visibilità alle decisioni delle istituzioni. Occorre selezionare le persone più oneste e affidabili alle quali affidare incarichi istituzionali. Occorre severità nel valutare chi lavora negli apparati dello Stato. E occorre che i cittadini imparino a scegliere e a sentirsi responsabili per le proprie scelte, perché la democrazia è, innanzitutto, potere di scegliere.

Pubblica Amministrazione, Cittadino e Responsabilità Sociale d’Impresa: costruire una filiera civica (di Fabio Pascapè)

Viviamo in un mondo complesso come i problemi che lo affliggono.

Prendiamo ad esempio i rifiuti. La raccolta differenziata stenta a decollare in Campania con il 29,3% del totale dei rifiuti prodotti in regione (fonte: ISPRA, 2011), a fronte di una media nazionale pari al 33,6% secondo quanto emerge dal dossier rifiuti dell’Osservatorio prezzi & tariffe di Cittadinanzattiva. L’ultimo rapporto dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici (presentato nell’aprile 2011) evidenzia come in Campania la produzione pro capite di rifiuti urbani è diminuita solo dello 0,2% rispetto all’anno prima. Tutto questo a fronte del fatto che in Campania (378,00 €) la spesa media annua per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani è più cara rispetto a qualunque altra regione italiana e questo nonostante nell’ultimo anno si sia registrato un decremento tariffario del -1,6% in controtendenza rispetto al dato nazionale che ha registrato un incremento del 2,1%.

Eppure viviamo sempre sul filo di una incipiente ennesima crisi dei rifiuti. Occorre prendere coscienza del fatto che la complessità del problema è tale da richiedere un approccio alla risoluzione diverso da quello solito. Occorre in altri termini che tutti gli stakeholder della filiera dei rifiuti prendano coscienza e responsabilità della entità del problema sedendosi insieme intorno ad un tavolo con spirito collaborativo rendendosi disponibili a rinunziare ad una parte delle rispettive rendite di posizione per potere avere una chance concreta di risolvere il problema. Il cittadino deve collaborare alla realizzazione della raccolta differenziata, i produttori devono orientare la produzione al contenimento della quantità degli imballi, la grande distribuzione deve incentivare i dispenser per la vendita al dettaglio dei detersivi e così via.

Lo stesso discorso vale per altri problemi che affliggono il nostro tempo come ad esempio quello della legalità. Un imprenditore che decide di opporsi al pizzo, ad esempio, inizia un cammino molto delicato durante il quale prezioso può essere l’apporto di tutti gli stakeholder di filiera. Il fornitore che gli fa credito, le forze di polizia che forniscono protezione, il cittadino che ne premia l’iniziativa orientando il proprio consumo, etc. Insomma quello che emerge è un quadro nel quale il ruolo delle “filiere civiche” può essere determinante. Ad ognuno il suo.

In tema di responsabilità sociale di impresa ad esempio il ruolo degli attori della filiera costituita da cittadini, imprenditori, pubblica amministrazione è determinante laddove tutti prendano coscienza, appunto, di essere filiera civica. Il cittadino può contribuire orientando il consumo alle imprese socialmente responsabili, utilizzandolo, quindi, come una sorta di incentivo, di leva premiale. Come spesso abbiamo avuto modo di rilevare questo presuppone che un numero sempre maggiore di meri “abitanti” divengano “cittadini” attivi e proattivi sviluppando un “know-how civico” che renda il comportamento di consumo un atto consapevole, maturo e critico. Gli imprenditori intesi nella loro accezione più ampia devono prendere sempre più coscienza del ruolo chiave che possono svolgere nella risoluzione dei complessi problemi che affliggono la nostra società muovendosi in direzione di una “integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate” come la Commissione europea ha evidenziato nel Libro verde del 2001.

La Pubblica Amministrazione ed in particolare gli enti locali possono, a dispetto di ciò che può apparire “prima facie”, svolgere un ruolo determinante adottando e promuovendo pratiche operative improntate alla cittadinanza di impresa. Il territorio è, peraltro, tutt’altro che inesplorato. Molti soggetti operanti nella P.A. hanno intrapreso questo cammino, molti di più di quanto non si possa immaginare. Il Comune di Roccastrada, ad esempio ha conseguito la certificazione SA 8000 e l’ISO 14001. Per quel che concerne in particolare l’ISO 14001 si contano ben 519 P.A. locali e nazionali che l’hanno conseguita. Al Global Compact hanno aderito enti come la Regione Toscana; il Comune di Canelli il Comune di Taranto, il Comune di Acerra; l’INAIL; l’ACI, l’ANAS; etc. Non mancano esempi avanzati di enti che hanno legiferato a riguardo come ad esempio la Regione Toscana con la legge 8 maggio 2006, n. 17 “Disposizioni in materia di responsabilità sociale delle imprese” o la Regione Liguria che con la Legge n. 30/2007 ha istituito il Registro dei datori di lavoro socialmente responsabili.

Vi sono poi esempi di interventi di sostegno pubblico come quello attuato dalla Regione Toscana che attraverso un bando pubblico copre parte dei costi sostenuti dalle imprese per l’ottenimento della certificazione SA8000 o quello della Regione Umbria che ha previsto la creazione di un albo regionale delle imprese certificate per le quali sono previsti vantaggi nell’assegnazione di concessioni autorizzative o per gli appalti di opere o servizi. A testimonianza del fermento citiamo in ultimo la proposta di legge del Deputato Miglioli, presentata a luglio del 2010 e finalizzata alla istituzione del marchio etico per il riconoscimento delle imprese socialmente responsabili.

Occorre considerare come anche un Comune di grosse dimensioni possa essere una leva decisiva per l’affermazione di prassi di responsabilità sociale d’impresa. Prendiamo ad esempio il Comune di Napoli che conta circa diecimila dipendenti, 150 dirigenti, ed un bilancio che considerando solo le spese correnti movimenta circa 1.500.000,00 euro l’anno (dato 2009) di cui circa 450.000,00 per il personale e 700.000,00 per acquisire prestazioni di servizi. I numeri (con la loro intrinseca qualità di facilitatori della partecipazione) non lasciano dubbi sul peso enorme che potrebbero esercitare la P.A. ed in particolare gli enti locali adottando e promuovendo comportamenti socialmente responsabili.

Sotto un profilo più squisitamente interno e, quindi, dell’adozione di comportamenti socialmente responsabili le politiche del personale potrebbero essere espressamente e decisamente orientate alla prevenzione del mobbing, delle pari opportunità, alla lotta alla discriminazione. Utilizzando i canali informativi interni si potrebbe fare opera di sensibilizzazione per suggerire ai dipendenti comportamenti improntati ad uno stile di consumo critico e responsabile. Nella gestione del patrimonio immobiliare di proprietà si potrebbe iniziare un percorso di efficientamento energetico.

Sotto un profilo più squisitamente esterno e, quindi, della promozione di comportamenti socialmente responsabili gli enti potrebbero ricorrere (laddove necessario ovviamente) ai fitti passivi privilegiando immobili in possesso di certificazione energetica. Nei rapporti con gli istituti bancari privilegiare quelli che si sono dotati di un codice etico. Definire capitolati di gara che premino le imprese eticamente e socialmente responsabili. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito. Quello che conta fare emergere in questa sede, però, è l’importanza delle filiere civiche nella risoluzione dei problemi complessi della nostra epoca. Un cittadino che consumi in maniera responsabile e critica incentiva imprenditori che abbiano fatto questa scelta a consolidarla nel tempo. Una Pubblica Amministrazione al passo con i tempi e cosciente fino in fondo del peso che esercita adotta ed incentiva l’adozione di comportamenti socialmente responsabili. Tutti uniti dalla consapevolezza che la complessità dei problemi che ci troviamo ad affrontare è tale da imporre alla totalità degli stakeholder una presa di coscienza della necessità di farsi “filiera civica” rinunciando a parte della rispettiva rendita di posizione.

Fabio Pascapè Assemblea Territoriale NAPOLICENTRO Cittadinanzattiva

 

Note:

La norma SA (Social Accountability) 8000 è uno standard internazionale elaborato nel 1997 dall’ente americano SAI, e specifica nove requisiti sociali (lavoro infantile, lavoro obbligato, salute e sicurezza sul lavoro, libertà di associazione, diritto alla contrattazione collettiva, discriminazione, procedure disciplinari, orario di lavoro, criteri retributivi) orientati all’incremento della capacità competitiva di quelle organizzazioni che volontariamente forniscono garanzia di eticità della propria filiera produttiva e del proprio ciclo produttivo. Si basa sulle convenzioni dell´ILO (International Labour Organization), sulla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sulla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Bambino

La ISO 14001 è una norma internazionale ad adesione volontaria, applicabile a qualsiasi tipologia di Organizzazione pubblica o privata, che specifica i requisiti di un sistema di gestione che rispetti determinati parametri in funzione degli impatti ambientali dei processi dell’azienda.

Il Global Compact è una iniziativa per la promozione della cultura della cittadinanza d’impresa lanciata, nel 1999, dall’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Alla quale possono aderire aziende ed organizzazioni che decidono di condividere, sostenere ed applicare un insieme di principi universali relativi a diritti umani, lavoro, ambiente e lotta alla corruzione, contribuendo così alla realizzazione di “un’economia globale più inclusiva e più sostenibile”.

Dalla strage di Oslo un monito alle democrazie (di Claudio Lombardi)

Il terrorismo che si è scatenato in Norvegia, sembra, ad opera di appartenenti a gruppi filonazisti impone una riflessione. La democrazia e la società civile norvegesi  rappresentano quanto di più avanzato ci sia nel mondo occidentale. Afferma Adriano Sofri su La Repubblica di oggi: “Nessun posto del mondo è così bello e così civile” e poi ancora: “tutti i cittadini partecipano degli aiuti al mondo povero, per i quali la Norvegia è di gran lunga al primo posto”. Certo, questo non significa che non vi siano tensioni e contrasti, ma su un livello infinitamente minore di tanti altri paesi e con un sistema economico, sociale e istituzionale esemplare.

Dunque perché lì si scatena la furia devastatrice di qualcuno che ha dichiarato guerra ai suoi concittadini?

C’è un problema che sembra riguardare i regimi democratici in varie parti dell’occidente ed è un problema che si manifesta in vari modi. Non sembri azzardato menzionare fra questi non solo le esplosioni di follia omicida a sfondo politico, ideologico o religioso, ma anche gli assalti allo Stato che si esprimono con la corruzione, con l’intreccio fra criminalità organizzata (mafiosa o di altro genere) ed esponenti politici, l’uso degli apparati militari e di sicurezza a fini di lotta politica che sconfina nella costituzione di “bande” organizzate, la manipolazione dei mass media per distorcere e falsificare l’informazione ed annullare il pluralismo delle idee.

Si tratta sempre di manifestazioni che approfittano degli spazi che i regimi democratici garantiscono, delle garanzie del sistema giudiziario e di quello repressivo. A parte eccezioni dirette sui più deboli, alcuni dei quali pagano con la vita (vedi il caso Cucchi e tutti quelli analoghi) e a parte le azioni repressive pilotate per fini politici (il G8 a Genova per esempio) che, però, rientrano nei casi di “abuso” della democrazia citati prima, la democrazia si difende lentamente e con molti scrupoli dall’assalto di gruppi determinati a perseguire i loro scopi di sconvolgimento della legalità. Ovviamente questi gruppi sono abili nell’occupare posizioni di potere e nello sfruttare una rete di connivenze e di protezioni a vari livelli.

La morbidezza delle democrazie nei confronti dei suoi veri nemici è un problema che non può essere ignorato o affrontato con il fatalismo di chi dice che poco si può fare e che una generale crescita della cultura e del coinvolgimento oltre che la soluzione dei problemi di disparità sociale è l’unica risposta possibile.

Quest’ultima in particolare, è stata sempre invocata come attenuante di comportamenti violenti che venivano ricondotti alle cause che li avevano generati comunque e sempre imputabili ad inadempienze ed insufficienze della società.

Io credo che, invece, le democrazie abbiano il problema della repressione e della difesa dai loro nemici e questo proprio perché assicurano tutte le garanzie e le opportunità (o dovrebbero farlo dato che questa in effetti è la loro principale ragion d’essere).

Repressione senza timidezze e timori di apparire “poco democratici”, repressione come garanzia che le conquiste popolari non siano alla mercé di violenti, pazzi o lucidi che dir si voglia, organizzati o cani sciolti.

Per esempio: come è possibile che gruppi neonazisti possano agire indisturbati, armarsi, organizzarsi, propagare le loro idee e, infine, compiere stragi senza che gli apparati degli stati sappiano prevenire e reprimere questi fenomeni?

Anche negli USA diversi anni fa ci furono attentati di matrice neonazista che fecero tante vittime, anche in Svezia fu assassinato Olof Palme, anche in altri paesi il cosiddetto terrorismo di destra e di sinistra ha fatto quello che ha voluto. Dopo si piangono le vittime, ma prima lo Stato non è capace di agire. In realtà, nell’esperienza italiana nemmeno dopo se è vero come è vero che le principali stragi che hanno segnato la storia nazionale negli ultimi 40 anni sono ancora senza colpevoli, ma in tutte, in un modo o nell’altro, emerge il coinvolgimento dei servizi segreti dello Stato. O c’è un’incapacità di prevenire, magari in nome di una malintesa libertà di espressione del pensiero, o c’è l’incapacità e la non volontà di perseguire i colpevoli.

Occorre essere coscienti che la democrazia vive se c’è sicurezza e se tutto si svolge con la massima trasparenza, se non ci sono segreti e se i cittadini sono messi al corrente di come si gestisce il potere. Servizi segreti deviati come li abbiamo conosciuti in Italia fino a ieri e, forse, fino ad oggi, sono nemici dello Stato. Gruppi che si organizzano come forza paramilitare sono nemici e vanno ostacolati e repressi. La criminalità organizzata va repressa duramente e deve essere un tabù per chiunque si occupi della cosa pubblica. Non possono essere ammesse vicinanze e connivenze. Non ci devono essere ostacoli alla conoscenza di ciò che compie il potere politico e i suoi rappresentanti.

La legalità deve essere il confine da non superare mai. Se la democrazia permette che sia facile e conveniente scavalcare quel confine sta scavando la sua fossa.

Claudio Lombardi

Fare i conti con la realtà: i conti pubblici e l’interesse degli italiani (di Claudio Lombardi)

Il Documento di economia e finanza approvato dal Consiglio dei ministri, con allegato Piano nazionale di riforme, delinea un serio impegno dell’Italia su obiettivi di finanza pubblica. In sintesi si prevede di arrivare al pareggio fra entrate e spese in quattro anni in un quadro nazionale di bassa crescita dell’economia ed europeo di aumento dei tassi d’interesse. Per questo bisogna ragionare e capire cosa ci aspetta.

Fra il 2011 e il 2014 la spesa pubblica al netto degli interessi dovrà scendere di 5,5 punti rispetto al Pil e l’indebitamento netto è previsto in calo di 3,7 punti sempre in percentuale rispetto al Pil. Tradotto in euro significa che il rapporto fra entrate e spese dovrà ridursi di oltre 55 miliardi di euro con una decrescita più pesante che graverà sugli anni 2013 e 2014.

Nel contempo la crescita del Pil è prevista in leggero aumento dal 2011 al 2014 (+1,1%, +1,3%, +1,5%, +1,6%). La previsione è, dunque, che l’economia si svilupperà a ritmi “tranquilli” senza balzi in avanti.

I tassi di interesse sui titoli del debito pubblico (oggi al 120% del Pil), presumibilmente saranno superiori ai livelli attuali data la generale tendenza al rialzo a livello internazionale.

Saranno, quindi, necessarie più manovre di finanza pubblica per riportare i conti nel sentiero previsto. Aumento di entrate ? Riduzione di spese ? Altre alternative non sembrano esserci al momento.

In effetti il piano del Governo dà per scontate due diminuzioni – spesa corrente e spesa per investimenti – e un incremento – spesa per interessi – nel periodo 2011-2014, mentre la pressione fiscale è data in leggera diminuzione, dal 43,1% al 42,5%. Quindi niente aumento di entrate, ma riduzioni di spesa che, dopo i tagli degli anni passati, non saranno uno scherzo e peseranno sugli italiani forse più di quanto è già accaduto finora. Certo, il 2014 è lontano e le cose possono sempre migliorare, ma non si può assolutamente sottovalutare lo sforzo che si richiederà al Paese.

I numeri, però, non dicono tutto. Dietro le cifre ci sono strade diverse. Se c’è un’Italia in decrescita che va avanti con i settori tradizionali che tirano le esportazioni, ma senza sostanziali innovazioni e senza, soprattutto, cogliere l’occasione per fare ordine in casa propria e avviare una nuova fase di sviluppo interno allora non c’è un bel futuro per gli italiani. Per i giovani soprattutto.

La stampa ha riportato alcune dichiarazioni di ministri e di esperti secondo i quali il lavoro ci sarebbe pure, ma i giovani italiani non lo vorrebbero perché troppo faticoso e se lo prenderebbero tutto gli immigrati. Come è noto gli immigrati sono spesso sottopagati anche grazie alla “provvidenziale” legge che, introducendo il reato di clandestinità, li espone a chiunque se ne voglia approfittare dato che non possono far valere alcun diritto. Perché mai ci si stupisce se i giovani italiani, non essendo clandestini, tentano di rifiutare lavori faticosi e sottopagati? Tentano perché è risaputo che tantissimi giovani italiani passano da un precariato all’altro con retribuzioni molto basse. Non che quelle della maggioranza dei lavoratori dipendenti siano alte, anzi. Il basso livello delle retribuzioni è molto diffuso e indica un problema serio per chi ci deve vivere e per l’economia nel suo complesso. Anche perché i servizi pubblici e sociali spesso non aiutano a colmare i vuoti lasciati da stipendi insufficienti.

Facciamo adesso un confronto fra questi dati e queste analisi e la realtà dell’azione di  Governo anche tenendo conto di come viene comunicata all’opinione pubblica perché in questo caso forma e sostanza coincidono.

Finora, sembra, che i risultati di tre anni di governo consistano nella tenuta dei conti pubblici, nella riforma della scuola e dell’università e nell’arginamento (con la cassa integrazione) delle conseguenze più drammatiche della crisi economica per una parte del lavoro dipendente. Oltre a ciò ci sono state alcune emergenze, come i rifiuti a Napoli o la gestione del post terremoto a L’Aquila, che hanno generato scandali odiosi perché hanno mostrato un’ampia area di corruzione e collusione fra politica, criminalità e affaristi di varie risme; un’area solida e dotata di molte radici che nessuno può giurare si sia ridotta sostanzialmente per effetto dell’azione del Governo. Su questo è stato scritto molto e basta documentarsi per rendersene conto.

Altro non sembra esserci. Ora, su cosa il Governo e la maggioranza che lo sostiene richiamano continuamente l’attenzione degli italiani? Sulla giustizia o, meglio, sui processi a carico di Berlusconi. Siamo giunti alla situazione tragica in cui il capo del Governo, imputato in diversi processi per reati comuni, rivendica il suo “diritto” di far approvare leggi ad personam che lo salvino non tanto da possibili condanne, che evidentemente ritiene probabili, ma dagli stessi processi poiché, a suo giudizio, si sarebbe in presenza di un’azione eversiva della Magistratura.

La tragicità sta tutta nella contrapposizione fra procedimenti giudiziari basati su notizie di reato concrete e verificate nel pieno rispetto di tutte le norme scritte nelle leggi e nella Costituzione, e una valutazione politica, quella di Berlusconi, che egli ritiene dover prevalere su tutto. Formalmente e sostanzialmente l’eversore che proclama una visione opposta a quella scritta nella Costituzione e compie gesti emblematici per sovvertire l’ordinamento costituzionale è il Presidente del Consiglio.

La pretesa di Berlusconi è di poter disporre, per sé e per altri scelti fra gli appartenenti alla classe dirigente, di un diritto personale diverso da quello che si applica alla generalità dei cittadini. Purtroppo per lui ciò implica un cambiamento della forma di Stato oltre che di governo, perché la forma repubblicana democratica non consente di praticare questa strada.

Ovviamente le conseguenze di questa dura lotta contro la legalità da parte di chi rappresenta il vertice del potere esecutivo e cui spetta indirizzare tutta l’attività del Governo sono pesanti e rischiose per la stabilità delle istituzioni e per l’efficacia della loro azione.

Come si fa a conciliare questa impostazione con l’esigenza di una vasta opera di sistemazione dello Stato e degli apparati pubblici, con il rilancio dell’economia e con lo sviluppo sociale che punti ad unire le energie e non a dividere?

Le opinioni sono concordi sulla bassa crescita dell’Italia causata da un’altrettanto bassa produttività non limitata ai processi produttivi, ma estesa all’intero sistema paese.

La via d’uscita? Creare valore con l’utilizzo del capitale sociale e umano di cui è ricca l’Italia. È strano sentir parlare di lavoro che non si trova e poi osservare il degrado in cui versa il nostro patrimonio artistico, monumentale e ambientale. Oppure constatare il regresso in settori di punta nei quali la gran parte dei consumi interni (se non tutti) si soddisfano con prodotti di importazione. O anche veder trascurati settori primari come l’agricoltura e la zootecnia. O ancora osservare le grandi aree urbane afflitte da una mobilità difficile perché mancano le risorse per lo sviluppo del trasporto pubblico. C’è poi la scuola, povera di mezzi e colpita da tagli di risorse e dal disprezzo degli uomini del Governo. C’è l’università alle prese con una riforma che non si capisce come possa realizzarsi tanto è complessa e segnata dall’assenza di risorse.

C’è poi un assetto civico che avrebbe bisogno di una profonda opera di ricostruzione per mettere la grande forza della partecipazione e della condivisione dei cittadini al servizio dell’Italia ponendo fine alla maledizione che vede prevalere da noi il culto del “particolare” contro l’interesse collettivo.

Insomma sarebbero tanti i campi nei quali darsi da fare per far rinascere il nostro Paese. Non farlo, perdere altri anni dietro alle avventure di un multimiliardario palesemente inadatto a governare perché assolutamente disinteressato a tutto ciò che non rientra nel suo interesse personale e contornato da gruppi di affaristi che la pensano come lui, sarebbe un delitto contro l’Italia.

Claudio Lombardi

Il valore della legalità; è ora che vinca la Costituzione e lo stato di diritto (di Claudio Lombardi)

La legalità è un valore fondante di ogni convivenza sociale. Per questo, di fronte alle urla scomposte di chi al vertice del Governo accusa la Magistratura di eversione per aver osato imputare di reati comuni il Presidente del Consiglio, bisogna tenersi alla lettera e al senso delle norme sulle quali si fonda il nostro Stato. Fra queste riportiamo alcune di quelle che, nella Costituzione, riguardano la Magistratura e la Giurisdizione

Art. 25. Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge

Art. 101. La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge

Art. 104. La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere

Art. 107. I magistrati sono inamovibili. Non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi o funzioni se non in seguito a decisione del Consiglio superiore della magistratura, adottata o per i motivi e con le garanzie di difesa stabilite dall’ordinamento giudiziario o con il loro consenso

Art. 112. Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale.

Di seguito una definizione di eversione rintracciabile in qualunque vocabolario della lingua italiana

Eversione: attività politica distruttiva, che punta con ogni mezzo a creare disordine per scardinare le istituzioni esistenti

Ed ecco una descrizione dello stato di diritto che corrisponde a quella di qualunque enciclopedia o manuale di diritto.

Nello stato di diritto tutti i poteri sono attribuiti, regolati e limitati dal diritto. Per evitare che il legislatore divenga tiranno, creandosi leggi su misura, si è storicamente ricorsi a due mezzi: all’idea che esista un limite invalicabile costituito dai diritti naturali dell’individuo che il legislatore non può violare; e a una normazione che sta sopra e alla base della legge che vincola, perciò, lo stesso legislatore ordinario e cioè a una costituzione rigida che richiede procedure speciali per essere modificata tranne alcune norme che sono immodificabili (la forma repubblicana dello Stato e l’eguaglianza per esempio).

Concorrono a dare equilibrio e stabilità allo Stato anche la divisione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario); la fiducia parlamentare di cui deve godere il Governo; l’indipendenza dei giudici; la sottomissione delle leggi al giudizio di legittimità costituzionale; la sottomissione della pubblica amministrazione alla legge e alla giurisdizione di organismi indipendenti; l’obbligo di tenere elezioni per il rinnovo delle cariche elettive; la sottoposizione al giudice naturale precostituito con legge; l’obbligo di esercitare l’azione penale in caso di notizia di reato che giunga a un pubblico ministero.

Come si vede sono norme e principi assolutamente necessari alla convivenza civile. Senza questi si scatenerebbe l’assalto alla conquista dei poteri pubblici o alla ricerca delle complicità con chi li esercita al fine di sottrarsi alle leggi e di commettere qualunque reato rivendicando per sé stessi l’impunità. Verrebbe meno lo stato di diritto e si affermerebbe il diritto del più forte esattamente come avvenne nei secoli passati quando l’Europa emerse dal crollo dell’Impero romano e non esisteva altra autorità che quella di bande di predoni che stabilivano la loro legge sfruttando e tormentando chi soccombeva.

La certezza del diritto è, quindi, il primo bene pubblico indispensabile per tutti i cittadini.

Ciò che sta accadendo in questi giorni mette a rischio questo bene in nome di interessi di parte. Il Presidente del Consiglio viene accusato di gravi reati nell’assoluto rispetto delle procedure e delle leggi. Invece di dimostrare la propria innocenza mettendo a disposizione della Magistratura tutti gli elementi che dovrebbero scagionarlo da accuse infamanti per qualunque persona e inammissibili per chi riveste cariche pubbliche, scatena un’aggressione contro i magistrati sostenuto da molti esponenti della sua parte politica e da esponenti del Governo che, come il ministro della giustizia, dovrebbero astenersi dal preparare strategie di attacco ai magistrati in combutta con un imputato.

Ciò che sta avvenendo da parte del Presidente del Consiglio e di altri corrisponde esattamente alla definizione di eversione riportata più sopra.

Colpisce che le argomentazioni portate a sua difesa da tutti gli esponenti della sua parte politica ignorino la gravità delle accuse, ricorrano a sofismi grossolani per stravolgere e nascondere evidenti dati di fatto rendendo le loro prese di posizioni simili a quelle di complici che devono a tutti i costi sottrarre alle accuse il loro capo.

Speriamo che alla fine vinca la Costituzione e lo stato di diritto perché i cittadini hanno estremo bisogno di fidarsi delle leggi, delle istituzioni e degli apparati dello Stato e hanno estremo bisogno che il Governo non sia nelle mani di una banda che lo utilizza per i propri interessi privati.

Claudio Lombardi

La legalità dei cittadini e la lotta alle mafie (di Adriano Amadei)

“Quando voi venite nelle nostre scuole a parlare di legalità e giustizia, i nostri ragazzi vi ascoltano e vi seguono. Ma quando questi ragazzi diventano maggiorenni e cercano un lavoro, una casa, assistenza economica e sanitaria, a chi trovano? A voi o a noi?”

Nelle parole del boss Pietro Aglieri  (u signurino) – citate da”I dieci passi” di Flavio Tranquillo e Mario Conte – abbiamo un illuminante compendio. Infatti, il boss appare disposto ad ammettere che la legalità – ma intesa come? – comunicata ai giovani, abbia un’attrazione, in sé, e, forse, ancora di più in certe situazioni di degrado, che noi potremmo definire “totale”. Ma vuole anche insegnarci che le “belle teorie” tramontano, quando non hanno una coerenza pratica, mentre intende insinuare che la vera soluzione dei problemi sono … loro, i delinquenti mafiosi.

Tale dichiarazione deve essere attentamente considerata perché ci parla della pervasività delle realtà mafiose e del fatto che nessuna (pur doverosa e indispensabile) repressione per quanto vasta – da sola: e cioè, senza essere accompagnata da sistemiche misure economiche e culturali – è mai riuscita, né riuscirebbe a debellare la mala pianta: né la repressione di Cesare Mori (1925-28), né quella, a cavallo degli anni ’90, ascrivibile a Falcone e Borsellino.

È naturale, quindi, domandarsi cosa sia la legalità.

Legalità – per me – si sostanzia di quei principi che, presenti e attivi nelle coscienze dei cittadini, hanno  informato la nostra legge fondamentale ed orientano (o dovrebbero orientare) norme ordinarie, che, praticate e fatte osservare da legittime e riconosciute istituzioni, concorrono ad una civile, rispettosa e ordinata convivenza. Lo dice con una bella immagine Pietro Grasso:  “Legalità è la forza dei deboli, delle vittime dei soprusi e delle violenze dei ricatti del potere.” E aggiunge che  “La mafia è eclissi di legalità.”

La “convivenza di tipo mafioso”, in cui – indipendentemente da manifestazioni di volontà – sono coinvolti, in qualche modo, anche i non mafiosi (non fosse altro che per vivere nei territori dove le mafie spadroneggiano), nega radicalmente la legalità.

Tale negazione non compromette apparentemente, né norme, né tantomeno le istituzioni, quanto piuttosto tende a svuotare le norme e ad adeguarle agli interessi mafiosi; a condizionare ed occupare le istituzioni. Infatti, “Non possiamo fare la guerra allo Stato, con lo Stato dobbiamo convivere.”: così, catechizzava Gaetano Badalamenti, uno dei capi storici della mafia siciliana, prima dell’avvento dei corleonesi.

E Giovanni Falcone sosteneva: “Cosa nostra non è un antistato … La mafia si alimenta dello Stato e adatta il proprio comportamento al suo.

Silvestro Montanaro e Sandro Ruotolo (1995) spiegano che la penetrazione delle mafie nello Stato si estrinseca in “ … una politica di infiltrazione occulta ed orizzontale nei segmenti vitali del tessuto politico-istituzionale mediante la costruzione di una rete di complessi e variegati rapporti, ora di collusione, ora di cointeressenza, con esponenti della politica e delle Istituzioni.

E, si deve aggiungere, il clientelismo rappresenta il varco, mentre la corruzione ne costituisce il prosieguo ed il brodo di coltura.

Che in tanti se ne rendano conto è confermato dal dato calcolato dal Rapporto Censis 2010 che stima nel 26,2% la parte degli italiani che ritiene possibile lo sviluppo del paese solo passando dalla lotta alla corruzione.

Il motivo è ovvio: le mafie uccidono la concorrenza e sottomettono tutti ad uno stesso regime di comando piegando qualsiasi attività ai loro propri interessi. Che non sono mai di sviluppo, ma di sfruttamento forsennato di tutto e di tutti. Valga, per tutti, l’esempio della Campania il cui territorio è stato trasformato in una discarica velenosa con conseguenze sulla vita e sulle attività economiche.

Come combattere le mafie? Il grande scrittore siciliano Gesualdo Bufalino diceva che, per combattere la mafia, era necessario un esercito di insegnanti. Ma non basta.

Diceva Pietro Grasso, nel suo “Per non morire di mafia” (2009):

“L’antimafia diretta alla repressione della criminalità mafiosa deve essere accompagnata dall’antimafia della politica e del mercato, dall’efficienza della pubblica amministrazione, dal buon funzionamento della scuola.”

E aggiunge:

“Le istituzioni e la società civile devono fare un salto di qualità … Il problema è unire valori e interessi, unire la lotta alla mafia a un progetto di sviluppo economico, rafforzando l’economia legale, e a un progetto di partecipazione democratica.”

“I processi di liberazione non avvengono attraverso la delega a un liberatore ma attraverso un impegno corale, quotidiano.”

È quello che può fare qualunque cittadino, sia singolarmente conducendo la propria vita con onestà e impegno, sia unendosi ad altri per svolgere attività che si prendano cura dei beni comuni e dell’interesse generale, sia rivendicando che la politica torni ad essere cura della collettività e dello Stato e che sia affidata ai migliori e non agli affaristi e ai profittatori.

Adriano Amadei segretario Cittadinanzattiva Toscana