Brevi cenni sulla riforma

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Sulla riforma costituzionale proponiamo il punto di vista di Giovanni Guzzetta, professore ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Tor Vergata a Roma, con stralci di una sua recente intervista concessa al sito www.linkiesta.it.

Come si arriva alla riforma costituzionale
giovanni-guzzettaSi è tentata la strada dei disegni di legge parlamentari, dei disegni di legge governativi, delle Commissioni bicamerali, dei tavoli di lavoro, dei Comitati ministeriali o governativi. (…) La prima proposta di modificare il procedimento legislativo e ridurre la decretazione d’urgenza fu con il decalogo Spadolini del 1982. La prima proposta di differenziare il bicameralismo fu con la Commissione Bozzi, 1983. (…) La storia dimostra che il problema è sempre stato l’accordo tra le parti. L’opposizione finisce sempre per non votare la proposta della maggioranza. Magari fa un pezzo di strada insieme, ma, al dunque, si tira indietro. Mi fa sorridere che qualcuno pensi che, bocciando questa riforma, ce ne sarebbe un’altra a portata di mano, magari condivisa. (…) Nel merito, io sono convinto che questa riforma migliori rispetto allo status quo, e dunque sia meglio dell’esistente.

Nel merito della riforma la critica più pesante è quella che con l’ormai famoso combinato disposto tra riforma e legge elettorale si finirebbe per concentrare troppi poteri nelle mani del leader con il rischio di una deriva autoritaria
La deriva autoritaria ci sarà, come peraltro accaduto nel passato, se non riformeremo le istituzioni. Ormai è diventata di dominio pubblico l’affermazione di Calamandrei sul fatto che le dittature nascono dall’instabilità e dalla debolezza dei governi che non governano. Io aggiungerei quello che diceva De Gasperi: senza una maggioranza che governa, sotto il controllo dell’opposizione, andiamo verso la dittatura larvata dei decreti-legge o verso la dittatura esplicita. Lo diceva nel 1953. Oggi, con la decretazione d’urgenza che copre la stragrande maggioranza delle decisioni di governo, direi che siamo pienamente nel primo scenario. Mi piacerebbe si evitasse di arrivare al secondo.

legge-elettorale-italicumLa legge elettorale non è oggetto del referendum costituzionale, sia, banalmente, perché non è una norma costituzionale, sia, politicamente, perché sono tanti i sistemi elettorali compatibili con la riforma. La legge elettorale è al vaglio della Consulta. Dunque, se fosse vera la premessa secondo cui reca in sé i germi per una deriva autoritaria, possiamo confidare che la Corte costituzionale eviterà che ciò accada. In realtà il vero tema in gioco non è questa legge elettorale, ma ancora una volta, dopo quasi trent’anni, se si vuol tornare al proporzionale o restare in un contesto maggioritario. Il resto sono tecnicalità.

Ma per gli italiani la riforma è importante oppure no?
Certamente la riforma delle istituzioni attiene agli strumenti per governare, non alle politiche di governo. Ed è chiaro che ciò che interessa gli italiani è soprattutto il fine, non il mezzo. Ma senza una macchina che funziona non posso andare da nessuna parte. E addio fine. Ciò detto io credo che una buona quota degli indecisi abbia difficoltà a districarsi in un dibattito monopolizzato dai partiti per le loro solite beghe e schermaglie. Di queste, sicuramente i cittadini ne hanno fin sopra i capelli. Ma dovremmo tutti capire che, se restiamo dove siamo e non cambiamo questa politica rimarrà sempre la stessa.

La questione del bicameralismo e del nuovo Senato: abolizione o no?
Io sono sicuro che se si fosse abolito il Senato qualcuno avrebbe urlato al golpe decisionista che eliminava correttivi e garanzie. La verità è che una seconda camera che rappresenti gli enti territoriali è assolutamente normale in tutti gli ordinamenti federali o regionali. Stiamo discutendo di ciò che altrove è scontato.

Il referendum si sta concentrando troppo sulla figura di Renzi?
Questo è un punto molto delicato. Renzi ha bisogno del voto referendario di cittadini che non lo voterebbero alle elezioni. Deve andare oltre il perimetro della sua maggioranza. Lo sa e ha ammesso di saperlo. Il problema allora non è che lui difenda la riforma o che si dedichi alla campagna. Il problema è come rassicurare coloro a cui chiede il voto che, la vittoria del Sì non sarà solo la vittoria di Renzi e dei suoi sostenitori, ma una vittoria degli italiani. A me pare che non sia ancora riuscito a fornire questa rassicurazione. E, dunque, è comprensibile la diffidenza.

Giovanni Guzzetta è il coordinatore del comitato Insìeme Sì Cambia che raccoglie persone di vari orientamenti culturali e politici convinti che occorra discutere nel merito la riforma sulla quale gli italiani si pronunceranno con il loro voto

Lo snodo dell’ Italicum

legge elettorale italicum

L’Italicum è la legge elettorale che ha sostituito il c.d. “porcellum”, legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta. In sintesi esso prevede:

Soglia di sbarramento del 3% al di sotto della quale i partiti più piccoli non ottengono seggi;
Elezioni in 100 collegi (contro le precedenti 27 circoscrizioni) sulla base di liste composte da un numero limitato di candidati (6 in media), con capolista bloccato e possibilità di due preferenze (una per un uomo e una per una donna);

Premio di maggioranza per la lista più votata che raggiunga il 40% dei voti o, in mancanza, doppio turno di ballottaggio.

costituzione riformaMolti dei contrari alla Riforma Costituzionale, vanno ripetendo che essa, combinata con l’Italicum, la nuova legge elettorale, crea un problema per la democrazia nel nostro paese. Costoro sottolineano come un partito che prenda una percentuale di voti relativamente modesta, in una consultazione cui partecipa poco più del 50 % degli aventi diritto, potrebbe ottenere un indebito premio di maggioranza in termini di seggi. Di conseguenza dipingono scenari autoritari e concentrazione del potere in mano ad un solo uomo, Matteo Renzi, sostenuto dal PD.

Il ragionamento, esatta fotocopia di quello ormai quotidianamente svolto da Silvio Berlusconi e dai partiti di centro destra, ma caro anche a molti nostalgici del proporzionale e dei partitini del 2 %, in grado di ricattare e far cadere i Governi, fa acqua da tutte le parti, a partire dal presunto pericolo renziano.

Su quest’ultimo aspetto c’è ben poco da dire: non è affatto certo che Renzi possa vincere le prossime elezioni politiche, anzi è assai probabile che i vincitori siano i Cinque Stelle e non è affatto da escludere neppure una maggioranza di destra, nel caso quest’ultima si ricompattasse. Quindi siamo di fronte ad una legge che avrà l’effetto di garantire maggioranze certe ed esecutivi in grado di governare, ma certo non sarà di per sé vantaggiosa per uno o per l’altro dei candidati.

legge elettoraleL’Italicum, benché ancora inapplicato, è stato già rinviato da un giudice alla Corte costituzionale, ma è opinione comune, anche tra i più autorevoli giuristi, che la Corte ne confermerà la legittimità costituzionale, in quanto, differentemente dal Porcellum, la legge precedente, prevede una soglia adeguata (40%) al di sotto della quale il premio di maggioranza non scatta.

Coloro i quali dipingono i più foschi scenari, ignorano volutamente il fatto che il problema democratico non dipende dalla legge, che prevede sì un premio di maggioranza, ma solo per quel partito che raggiunga una soglia molto alta dei voti espressi: davvero raramente, in Italia, un partito ha raggiunto il 40% dei consensi.

Nel caso in cui nessun partito raggiunga tale soglia, si effettua un ballottaggio tra i due più votati ed è il vincitore ad aggiudicarsi il premio. In quest’ultimo caso, dunque, il premio viene erogato solo dopo un doppio pronunciamento degli elettori.

Occorre aggiungere che la tesi del pericolo democratico che deriverebbe dalla combinazione di Riforma costituzionale e Italicum, non è stata sostenuta neppure dai più qualificati dei sostenitori del No: i cinquanta costituzionalisti per il No, nel loro documento indicano molte ragioni di dissenso dalla Riforma, ma esprimono chiaramente il concetto: “Non siamo fra coloro che indicano questa riforma come l’anticamera di uno stravolgimento totale dei principi della nostra Costituzione e di una sorta di nuovo autoritarismo”. Quello del pericolo democratico, dunque, è solo un argomento di propaganda teso ad arrivare alla pancia di certo elettorato.

confronto riforma costituzionaleAltrettanto dicasi per coloro che accostano il premio di maggioranza previsto dall’Italicum a quello della c.d. Legge Scelba (1953), poi ritirata a causa delle fortissime proteste dei lavoratori: stiamo parlando di condizioni storiche del tutto diverse, di una legge proporzionale pura, incostituzionale per mancanza di ogni tutela e garanzia per le minoranze, in cui si contrapponeva un sistema di potere già solidamente ancoratosi nella realtà socio – economica, quello democristiano, ad un’opposizione di sinistra, che avrebbe visto gravemente compromesse le proprie possibilità di alternanza e persino di sopravvivenza.

Il vero problema democratico è da collegare, invece, alla scarsa partecipazione al voto ed alla disaffezione degli elettori, disaffezione che nulla ha a che vedere con il meccanismo elettorale, come ben noto.

Questa disaffezione, a mio avviso, è nata con la consapevolezza del fatto che non erano previste conseguenze in caso di non voto, concetto presente, invece, nel dopoguerra; si è sviluppata con l’abuso dei referendum abrogativi sugli argomenti più svariati, anche su argomenti di scarso rilievo; si è radicata man mano che cresceva un vero e proprio partito del non voto. Quest’ultimo sì pericoloso, in quanto esprime un disagio profondo.

alternanza maggioranze politicheLa legge è preordinata a favorire l’alternanza, di modo che chi governa abbia una maggioranza stabile e sicura, debba assumersi la responsabilità dei propri atti e si sottoponga, al termine del mandato, al giudizio degli elettori senza l’alibi dell’azione di freno determinata da condizionamenti, inciuci e ricatti di una parte della maggioranza, magari da gruppi piccolissimi ma determinanti in condizioni in cui manca ogni tipo di correttivo.

Il premio di maggioranza non va quindi inteso come vantaggio indebito, ma quale elemento di stabilità delle maggioranze, in modo da porre termine alle frequentissime crisi che hanno caratterizzato la nostra storia politica.

Di un sistema in cui la maggioranza abbia la forza per sostenere un esecutivo stabile, trae giovamento anche la democrazia, in quanto il voto diventa effettivamente strumento per penalizzare i meno capaci e cresce lo stimolo ad un ritorno alla partecipazione.

In un sistema caratterizzato da maggioranze instabili, da Governi senza solidità, invece, il pericolo della crescita ulteriore del populismo ed i rischi per la democrazia aumentano: ne abbiamo avuto un piccolo saggio in occasione della mancata elezione del Presidente della Repubblica, quando, dopo che erano state bruciate le più autorevoli candidature, si dovette rieleggere Giorgio Napolitano, sacrificatosi nonostante il proprio desiderio di lasciare. Fu proprio in un clima analogo (decido ma non decido, non ho la forza di decidere), che nella Repubblica di Weimar fece la sua ascesa il Partito Nazionalsocialista

Oliviero Emoroso

Una legge elettorale è una legge elettorale

responsabilità elettori

Una legge elettorale è solo uno strumento nelle mani di un elettorato. Si pensa allo strumento e non si pensa all’elettorato.

Così la legge elettorale diventa l’ultima frontiera, il deus ex machina dal quale tutto discende. La via di una deriva autoritaria o la via della salvezza. Equivoci ed illusioni.

Ci si dimentica che solo due anni fa si sono svolte elezioni nelle quali nonostante il porcellum, nonostante le macchine elettorali dei partiti, nonostante la corruzione e i mille tentacoli del potere un movimento semi organizzato ha conquistato il 25% dei voti.

Di contro, nonostante il proporzionale durato più di quaranta anni, l’Italia ha conosciuto la più pervasiva occupazione del potere e la più violenta aggressione alla libertà dei cittadini con veri e propri tentati colpi di stato e con le stragi.

Dunque non è vero che tutto ruota intorno ad una legge elettorale. Se l’elettorato trova la strada giusta riesce ad esprimersi comunque. Se non la trova non si esprime e si allontana dalla partecipazione.

Ma è poi l’italicum una strada così sbagliata? Non pare proprio. Un’approssimazione sì ed è questa, forse, la caratteristica meno convincente perché una legge elettorale si dovrebbe scrivere avendo di fronte i decenni non i mesi.

È un motivo per ricominciare la spola tra Camera e Senato? Si potrebbe anche fare se ci fosse un progetto condiviso dalla stragrande maggioranza delle forze in Parlamento e accettato dai cittadini in grado di portare alla legge nel giro di un mese. Ma così non è, perché se fosse possibile lo si sarebbe già visto.

Insomma quello in corso è il terzo esame da parte delle Camere nel giro di ben più di un anno e se si arriva ad una conclusione non è poi uno scandalo. Chi invoca il dialogo ha avuto tanto tempo per dialogare. Perché non è stato capace di produrre niente? E quale è la durata giusta del dialogo prima di decidere?

No l’italicum non è perfetto, ma tutte le leggi elettorali degli ultimi vent’anni sono state approssimazioni o deviazioni perché di meglio i nostri rappresentanti non sono stati capaci di fare. Hanno deciso nell’orizzonte di quello che a loro conveniva nell’immediato.

Siamo così costretti ad andare avanti con sperimentazioni successive peregrinando da un sistema elettorale all’altro sperando di imbroccare, prima o poi, quello giusto

Riforma della Costituzione o attentato?

proteste su riforma CostituzioneOggi la Camera ha concluso col suo voto favorevole la prima lettura del disegno di legge di riforma della Costituzione. Fra tre mesi inizierà la seconda lettura – di nuovo Camera e Senato – che, se si concluderà con un’altra approvazione, aprirà la strada al referendum che potrebbe confermare o respingere la legge. Insomma un iter complesso e lungo. Niente decreti legge, niente voti di fiducia.

Tanta strada da fare, ma anche tante polemiche. Comincia, quindi, a dar fastidio sentire levarsi alte grida di attentato alla democrazia nel momento in cui si crea una maggioranza che vota le sue proposte. Che si tratti della legge elettorale, della riforma del Senato o di altro ormai non ci sono mezze misure: la critica è sempre che la maggioranza si mostra autoritaria e nemica della Costituzione. Sarà vero?

Ogni proposta può essere giusta o sbagliata, opportuna o inopportuna,  ma si dimentica che ogni maggioranza ha il dovere di portare a compimento il suo programma e che se si tratta di difendere la Costituzione nel nostro sistema ci sono organi dello Stato che hanno questo specifico compito. Il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale stanno lì apposta per questo. Perché allora bisognerebbe credere a chi grida alla svolta autoritaria, ma lo fa da avversario politico della maggioranza?

riforma costituzioneTra l’altro uno di questi avversari – Forza Italia – fino a poche settimane fa sosteneva sia la riforma costituzionale che la legge elettorale. Oggi ha cambiato idea e si è unita a chi denuncia la svolta autoritaria. E se ne accorgono solo adesso? Un caso di evidente malafede.

Con i Cinque Stelle, invece, siamo abituati alla loro ferrea coerenza: tutti a casa e, quindi, tutti colpevoli. Di cosa? Di tutto. Ora, i Cinque Stelle sono nati come ribellione alle degenerazioni della partitocrazia ed è ovvio che non si fidino di nessuno. Sicuramente la loro presenza in Parlamento non è inutile, hanno tante buone idee, ma non è detto che siano sempre quelle giuste. Soprattutto non è detto che gli altri siano sempre in torto. Anche da parte dei Cinque Stelle gli allarmi si sprecano e tanti allarmi creano assuefazione e noia.

Parliamo della minoranza del Pd la cui aspirazione sembra essere un congresso permanente che smentisca i risultati delle primarie (68% dei voti per Renzi). Di qui le denunce e le polemiche di questi mesi. In alcuni casi si capovolge un orientamento espresso in convegni, saggi, discorsi. Nel momento in cui si passa alle decisioni ecco i mille distinguo e la ricorrente accusa di stravolgere la Costituzione e di attentare alla democrazia. E chi lo dice? C’è forse un’autorità suprema che lo certifica? Come già detto i guardiani della Costituzione esistono e non si chiamano Civati, Cuperlo, Bersani, Fassina, Vendola.

polemiche su italucmSia chiaro fanno bene tutti a battersi per le loro idee perché è l’unico modo per progredire, ma per favore arriviamo ogni tanto a una conclusione. Chi si oppone alle proposte della maggioranza e di Renzi in particolare cerchi di convincere gli elettori, i militanti del Pd, il popolo delle primarie e alla prossima scadenza si contino i voti. Ma non cerchiamo di riempire un vuoto di consensi con i continui allarmi. Anche perché tra gli allarmisti di oggi, sia di destra che di sinistra, ci sono tanti che hanno avuto la possibilità (cioè il potere) di realizzare le loro idee nel passato recente e lontano, ma non l’hanno fatto, non ci sono riusciti o, forse, le idee non erano quelle per le quali si battono con tanta veemenza oggi.

Ogni riforma si può cambiare. Dobbiamo avere fiducia che la saldezza del nostro sistema democratico sia abbastanza forte da superare errori e approssimazioni. D’altra parte in una democrazia non c’è nessuno  con il mano il dogma dell’infallibilità. Se guardiamo alla politica non solo con l’imbuto della lotta tra gruppi e singoli nei quali sono frammentate le forze politiche forse possiamo anche fare affidamento sul potere condizionante dell’opinione pubblica che poi è una delle forme di quella partecipazione dei cittadini che al momento opportuno fa sempre sentire la sua presenza

Claudio Lombardi

Cambiare la Costituzione così?

il punto del blogSarebbe meglio di no. Cambiare la Costituzione in un clima di scontro in Parlamento e fuori tra maggioranza e opposizioni e all’interno dello stesso Pd non è un bello spettacolo. Tra accuse reciproche di golpe, svolta autoritaria, irresponsabilità e quant’altro i cittadini cosa devono pensare?

Trattare le scelte politiche come atti di guerra, come battaglie nelle quali ci si gioca sempre il tutto per tutto è cosa sciagurata. L’ostruzionismo è una vecchia pratica della democrazia parlamentare, ma bisogna sempre fare la tara quando chi lo pratica lo giustifica come una necessità estrema e si sente in diritto di bloccare del tutto il lavoro parlamentare.

Eppure le cose sarebbero abbastanza semplici: la maggioranza ha deciso di proporre alcune riforme e su queste ha voluto arrivare fino all’approvazione finale. Che altro si pensava dovesse fare? Per ognuna le opposizioni hanno gridato al disastro come se si trattasse sempre dell’ultima spiaggia su cui resistere fino alla fine. Ma cosa c’è di strano in una maggioranza che vuole far approvare le sue proposte?

Si dice che, specie quella costituzionale ed elettorale, dovessero essere concordate con le opposizioni. Giusto e, infatti, è ciò che è accaduto con il famoso Patto del Nazareno oggi rotto da uno dei contraenti (Forza Italia).

Anche nel Pd ci sono stati e ci sono scontri con la minoranza interna che non ritiene vincolanti i vari voti con i quali quel partito ha scelto la sua linea. Anche qui ci vuole un po’ di ragionevolezza: cosa c’è di strano a voler applicare una decisione presa con tutti i crismi della democrazia?

Insomma da varie parti ogni occasione è buona per menare botte da orbi (in senso metaforico) cercando in questo modo una rivincita sui risultati elettorali. Diciamo pure che Renzi non aiuta con certi suoi atteggiamenti spavaldi. A volte dovrebbe ricordare che la politica è anche mediazione. Comunque così facendo si crea un clima guerresco che diseduca i cittadini alla democrazia perché fa intendere che più che il rispetto delle regole conti ciò che ogni minoranza proclama essere la verità come se si trattasse di uno scontro tra fedi religiose. Eppure sarebbe così semplice esporre le proprie ragioni in tutti i modi consentiti e poi arrivare ad una decisione. La pretesa di non concludere mai fa solo danni

A che punto sono le grandi riforme

riforme costituzionaliL’elezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica e soprattutto le particolari modalità con cui è arrivata – senza il voto di Forza Italia, soprattutto – hanno fatto discutere molto negli ultimi giorni opinionisti ed esperti del cosiddetto “patto del Nazareno“, cioè l’accordo politico trovato da Matteo Renzi e Silvio Berlusconi il 18 gennaio del 2014 presso la sede del Partito Democratico (si chiama così perché la sede del PD si trova in via di Sant’Andrea delle Fratte, poco distante da largo del Nazareno).

Al di là delle molte teorie più o meno complottiste circolate in questi mesi, Berlusconi e Renzi annunciarono che quell’accordo politico era stato trovato su tre grandi iniziative: la riforma del Titolo V della Costituzione, che consente alle regioni una forte autonomia di spesa; la fine del bicameralismo perfetto attraverso una riforma costituzionale che cambi le prerogative del Senato; la riforma della legge elettorale. Un anno e un presidente della Repubblica dopo, questo è lo stato delle riforme.

legge elettoraleLegge elettorale

Dopo molte discussioni e passaggi in commissione in aula, lo scorso 27 gennaio il Senato ha approvato una proposta di riforma della legge elettorale – il cosiddetto Italicum – apportando delle modifiche rispetto a un testo già votato alla Camera. I cambiamenti principali si possono leggere qui e hanno assecondato molte delle richieste presentate dalla minoranza del Partito Democratico, dalla soglia per accedere al premio di maggioranza alla destinazione del premio stesso alla lista e non alla coalizione più votata, fino a una parziale introduzione delle preferenze. La minoranza del PD chiede ancora di cambiare l’assegnazione dei seggi, che secondo la legge oggi avverrebbe con i capolista bloccati (quindi scelti dai partiti) e in un secondo momento, per i partiti che eleggono più di un parlamentare in quel collegio, i candidati eletti con le preferenze.

La riforma dovrà tornare alla Camera per l’approvazione definitiva. Alla Camera il PD ha una maggioranza larga e quindi può decidere cosa fare con una certa autonomia: qualora decidesse di modificare di nuovo la legge, dovrebbe tornare al Senato; questo scenario è comunque considerato improbabile. Non ci sono però notizie sui tempi previsti per il passaggio della legge elettorale alla Camera, dove oggi è in discussione la riforma costituzionale. In ogni caso, non c’è particolare fretta: un comma approvato in Senato prevede che la legge elettorale entri comunque in vigore solo a metà del 2016. Inoltre, la legge vale solo per la Camera, in vista della riforma del bicameralismo.

Riforma del bicameralismo

bicameralismoLa riforma del bicameralismo prevede che il Senato sia composto da 100 senatori e non più 315: 95 ripartiti tra le regioni sulla base del loro peso demografico e scelti dai Consigli Regionali, invece che eletti dai cittadini (74 saranno consiglieri regionali e 21 saranno sindaci), cinque nominati dal presidente della Repubblica (che sostituiranno i senatori a vita). Oltre a non essere eletti, i senatori non saranno pagati (la durata del mandato coinciderà con quella delle istituzioni territoriali di cui saranno espressione) e non voteranno la fiducia al governo. Il Senato potrà votare solo per riforme costituzionali, leggi costituzionali, leggi elettorali degli enti locali e ratifiche dei trattati internazionali, leggi sui referendum popolari e il diritto di famiglia, il matrimonio e il diritto alla salute. Una spiegazione più estesa del funzionamento del nuovo Senato si può leggere qui.

La riforma è stata approvata dal Senato in prima lettura lo scorso agosto e lo scorso 13 dicembre è stata approvata anche in commissione alla Camera, seppure con qualche agitazione per l’approvazione di due emendamenti dell’opposizione (poi cancellati da altri emendamenti). La riforma è ora all’esame dell’aula, che ne ha già approvato l’articolo 1. La riforma dovrebbe essere approvata in prima lettura anche alla Camera entro febbraio. La legge a quel punto tornerebbe al Senato: visto che si tratta di una legge costituzionale, dovrà essere approvata due volte nella stessa forma da entrambe le camere. Se non otterrà i due terzi dei voti, dovrà essere confermata da un referendum senza quorum (in cui, quindi, basterà che il 50 per cento più uno dei votanti scelga l’abrogazione per cancellare la riforma).

La maggioranza che sostiene il governo Renzi ha i numeri per approvare la riforma senza i voti di Forza Italia, sebbene abbia detto di voler fare le riforme importanti con l’opposizione. Se approvasse la riforma senza i voti di Forza Italia – come ha minacciato Renzi nelle ultime ore – sarebbe sicuramente necessario ricorrere al referendum; ma d’altra parte la ministra per le Riforme costituzionali Maria Elena Boschi si è impegnata a organizzare un referendum in ogni caso.

riforma titolo VLa riforma del Titolo V

Per quanto fosse il terzo punto del cosiddetto “patto del Nazareno”, dal punto di vista legislativo la riforma del titolo V è parte della riforma costituzionale che prevede la fine del bicameralismo perfetto. Il Titolo V è la parte della Costituzione che regola i rapporti tra lo Stato e le regioni: qui una spiegazione estesa della sua storia e del perché moltissimi lo considerano un problema. La riforma rovescia il sistema per distinguere le competenze dello Stato da quelle delle regioni e restituisce pressoché integralmente allo Stato competenze come l’energia, le infrastrutture strategiche, le grandi reti di trasporto, la salute e la previdenza.

La legge prevede tra le altre cose qualche modifica riguardo i referendum abrogativi (se le firme raccolte dai promotori saranno 800 mila e non 500 mila, la soglia per la validità del referendum sarà la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera), alza la soglia di firme necessaria per presentare leggi di iniziativa popolare (da 50 a 150 mila), introduce i referendum propositivi e sopprime il CNEL, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro.

Tratto da www.ilpost.it

Primum legge elettorale?

Il voto al gruppo Pd del Senato non fa ben sperare. Sicuramente la legge elettorale sarà approvata lo stesso con i voti di Forza Italia, ma ne uscirà indebolito il partito di maggioranza relativa (come una volta si chiamava la Dc). In effetti la lotta interna al Pd e tutte le peripezie legate al patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi hanno un po’ oscurato la sostanza di cui si tratta.

Una legge elettorale è il primo requisito di una democrazia e quella che è stata in vigore per circa dieci anni – il porcellum il Parlamento non ha voluto cambiarla. Ci ha pensato la Corte Costituzionale ad abolirla e da allora è rimasta in piedi una legge proporzionale pura. Se andasse bene potremmo anche lasciare le cose come stanno, ma, purtroppo, di proporzionale ne abbiamo avuto per decenni e non pare che ci abbia fatto un gran bene. Anche di preferenze ne abbiamo avuto e ne abbiamo e quando qualcuno vuole esemplificare il male che possono fare cita il nome di qualche consigliere regionale noto per la sua cleptomania e per l’elevato numero di preferenze di cui si fregiava.

Messo da parte il proporzionale e messe da parte anche le preferenze (vanno benissimo in Finlandia, ma non nel paese delle mafie e della corruzione) cosa si può fare? Razionalmente si dovrebbe introdurre un sistema uninominale a doppio turno nel quale i candidati competono per un collegio e se il partito sbaglia il nome perde le elezioni. A doppio turno così tutti partono insieme, ma solo i due più forti si battono per il seggio.

Cosa c’è di più semplice? Nell’Italicum un abbozzo c’è quando si prevede il ballottaggio. Ma poi ci sono i capilista bloccati e il premio di maggioranza. Ci sono anche le preferenze però. Insomma un’insalata che è un compromesso tra spinte diverse. Ma, d’altra parte, la democrazia è compromesso per definizione, quindi si vada ai voti perché prima viene la legge elettorale

Riforme istituzionali: la strada giusta già c’è e allora?

riforma senatoSembra quasi strano non commentare i temi del momento, quelli che campeggiano sulle prime pagine e in testa ai notiziari televisivi: la legge elettorale e la riforma del Senato.

Bè veramente ci sarebbe anche la continua caduta del Pil, l’aumento della disoccupazione e la battaglia in Europa per la flessibilità di bilancio. Ma queste sono questioni che ci vengono proposte sempre dopo le altre due. Chissà, forse ci sbagliamo a sottovalutarle e hanno ragione i giornalisti e i politici a metterle al primo posto. Eppure resta un dubbio.

Diciamo la verità: si profila una legge elettorale che introduce il ballottaggio e che si basa su collegi piccoli con pochi candidati e già così si avvicina molto a quanto necessario per voltare pagina rispetto alla situazione attuale. Qualche cambiamento si potrà introdurre durante l’esame, ma, insomma, sembra che la strada sia quella giusta. D’altra parte perfino il M5S sta partecipando alle trattative per cercare la soluzione migliore.

legge elettoraleAnche sul Senato possiamo dire che le ragioni del monocameralismo e i difetti del bicameralismo sono stati così discussi negli anni passati che riesce difficile adesso comprendere un dibattito che sembra ricominciare sempre da capo.

A parte il modo in cui è stato usato il bicameralismo perfetto (che basterebbe per non avere alcun rimpianto) non si può negare che la questione dell’elezione diretta dei senatori è collegata sia alle funzioni che il Senato dovrà svolgere, sia alla scelta di fondo tra bicameralismo paritario e bicameralismo diversificato. Se si sceglie questa seconda opzione e se la funzione che si vuole far svolgere al Senato è quella della rappresentanza delle autonomie regionali e locali diventa difficile sostenere l’elezione diretta da parte dei cittadini la quale non può che essere collegata ad un piano paritario tra le camere del Parlamento.

riforme istituzionaliNon si può nemmeno sostenere che la riforma del Senato sia una strada senza ritorno o una svolta autoritaria perché la situazione di provenienza (tutti gli eletti nominati dai capi partito) era quella più favorevole ad un regime di svuotamento della democrazia. Quella nella quale abbiamo vissuto dal 2005 ad oggi e non quella che si vuole costruire. Quindi, se la democrazia italiana è sopravvissuta a quella situazione (generando anche degli anticorpi molto efficaci come il M5S e il nuovo PD oltre che lo sfaldamento del centro destra), perché dovrebbe rischiare dalla riforma in discussione oggi?

Conclusione: le riforme istituzionali sono importanti perché oggi non abbiamo legge elettorale e perché il sistema politico si è rivelato inefficiente e utile soprattutto a chi di politica vive e non ai cittadini. Una maggioranza parlamentare si è già formata e potrebbe allargarsi intorno a soluzioni che sembrano essere sulla strada giusta. Quindi discutiamone molto, ma non perdiamo di vista che le questioni cruciali sono le altre (e su queste siamo in alto mare) – caduta del Pil e disoccupazione più austerità europea – e che gridare alla svolta autoritaria per suscitare allarme fra i cittadini può solo contribuire ad allontanarli dalla politica che, spesso e volentieri, discute solo su se stessa.

Claudio Lombardi

Senato o non Senato questo è il problema?

Più si va avanti nella discussione delle riforme istituzionali (ed elettorale) e più se ne trae l’impressione che non sia questo il problema. Cioè?

In Italia abbiamo avuto decenni di bicameralismo perfetto e di proporzionale puro. Hanno funzionato per un lungo periodo, poi si sono inceppati ovvero sono stati usati male da chi pensava al suo tornaconto. Partitocrazia, clientelismo, lottizzazione, uso privato del denaro pubblico sono state le manifestazioni terminali di un modello che non era sbagliato in sé.

Cambiando sistema elettorale sembrava che dovesse iniziare una nuova era. Preferenza unica, collegi uninominali, premi di maggioranza. Tutto a posto? Sbagliato! I vizi del sistema partitocratico si esasperarono. Invece di cambiare strada i partiti del centro destra si blindarono. Il berlusconismo concepì la “madre di tutte le riforme”, il “porcellum” la legge elettorale che doveva consegnare lo Stato a un’oligarchia ristretta di potenti.

E così fu. Altri anni di dibattiti e di scontri per arrivare ad un nuovo traguardo con la proposta che è oggi in discussione. Qual’ è la sostanza? Collegi piccoli e il ballottaggio per stabilire un vincitore. Insieme a questo fine del bicameralismo perfetto e introduzione di un bicameralismo “funzionale” ossia una Camera eletta direttamente dai cittadini che rappresenta il punto di vista dello Stato centrale e una eletta indirettamente dalle autonomie locali che le rappresenta e che ha compiti diversi rispetto alla prima Camera.

Un pericolo? Un disastro? Una cosa inutile? No, forse solo un tentativo di uscire dagli schemi bloccati ai quali la politica si era abituata. Come ha detto oggi un costituzionalista battagliero, Giovanni Guzzetta, il problema è politico non tecnico perché ogni proposta può avere un suo fondamento e può funzionare, ma non tutte le proposte hanno lo stesso significato.

Ecco, forse, il senso vero della riforma è scompaginare un ceto politico che è diventato padrone dello Stato togliendoli i suoi punti di forza e costringendolo a reinventarsi e costringendo anche i cittadini a vedere le cose da un punto di vista diverso. Abituati a decenni di immobilismo pensavamo che la politica potesse solo galleggiare su sé stessa con le stesse facce immutabili senza mai modificare nulla. Un rimescolamento forte come quello scatenato da Renzi non c’era stato da molti anni. Da adesso in poi almeno abbiamo capito che le cose possono cambiare e pure molto

Governo: due passi avanti o mezzo indietro?

Sembra strano, ma il succo dell’Italicum sta tutto in quel piccolo ballottaggio che dovrebbe portare ad un solo vincitore delle elezioni. Ma come, anni e anni di polemiche, discussioni, convegni (che però danno lavoro a tante persone…), saggi, studi e, infine, la bomba della sentenza della Corte Costituzionale e poi questa è la riforma elettorale? Pare di sì. A Berlusconi piacendo ovviamente che è tornato ad essere la variabile indipendente della politica italiana (indipendente perché tutti devono tenere conto delle sue giravolte). Una riforma meglio di niente non certo il massimo cui si poteva aspirare.

Nel frattempo il governo ha trovato addirittura venti miliardi da spendere in riduzioni fiscali. Sempre benvenute, sia chiaro, ma siamo poi così sicuri che si traducano in un rilancio dell’economia? Avere più soldi da spendere per chi guadagna poco è una cosa buona e necessaria e, quindi, è giusto farla.

Se, però, ci affidiamo a 80 euro al mese in più in tasca non andiamo lontani. Meglio sarebbe lanciare un piano di opere pubbliche e infrastrutturali a tappeto. Ma non si farà perché il ritorno in termini di immagine non equivale a 80 euro in più a milioni di persone. Ci saranno, è vero, i lavori per la messa in sicurezza delle scuole. Meglio di niente sono di sicuro.

Possiamo dire due passi avanti o mezzo indietro?

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