Riforme istituzionali: la strada giusta già c’è e allora?

riforma senatoSembra quasi strano non commentare i temi del momento, quelli che campeggiano sulle prime pagine e in testa ai notiziari televisivi: la legge elettorale e la riforma del Senato.

Bè veramente ci sarebbe anche la continua caduta del Pil, l’aumento della disoccupazione e la battaglia in Europa per la flessibilità di bilancio. Ma queste sono questioni che ci vengono proposte sempre dopo le altre due. Chissà, forse ci sbagliamo a sottovalutarle e hanno ragione i giornalisti e i politici a metterle al primo posto. Eppure resta un dubbio.

Diciamo la verità: si profila una legge elettorale che introduce il ballottaggio e che si basa su collegi piccoli con pochi candidati e già così si avvicina molto a quanto necessario per voltare pagina rispetto alla situazione attuale. Qualche cambiamento si potrà introdurre durante l’esame, ma, insomma, sembra che la strada sia quella giusta. D’altra parte perfino il M5S sta partecipando alle trattative per cercare la soluzione migliore.

legge elettoraleAnche sul Senato possiamo dire che le ragioni del monocameralismo e i difetti del bicameralismo sono stati così discussi negli anni passati che riesce difficile adesso comprendere un dibattito che sembra ricominciare sempre da capo.

A parte il modo in cui è stato usato il bicameralismo perfetto (che basterebbe per non avere alcun rimpianto) non si può negare che la questione dell’elezione diretta dei senatori è collegata sia alle funzioni che il Senato dovrà svolgere, sia alla scelta di fondo tra bicameralismo paritario e bicameralismo diversificato. Se si sceglie questa seconda opzione e se la funzione che si vuole far svolgere al Senato è quella della rappresentanza delle autonomie regionali e locali diventa difficile sostenere l’elezione diretta da parte dei cittadini la quale non può che essere collegata ad un piano paritario tra le camere del Parlamento.

riforme istituzionaliNon si può nemmeno sostenere che la riforma del Senato sia una strada senza ritorno o una svolta autoritaria perché la situazione di provenienza (tutti gli eletti nominati dai capi partito) era quella più favorevole ad un regime di svuotamento della democrazia. Quella nella quale abbiamo vissuto dal 2005 ad oggi e non quella che si vuole costruire. Quindi, se la democrazia italiana è sopravvissuta a quella situazione (generando anche degli anticorpi molto efficaci come il M5S e il nuovo PD oltre che lo sfaldamento del centro destra), perché dovrebbe rischiare dalla riforma in discussione oggi?

Conclusione: le riforme istituzionali sono importanti perché oggi non abbiamo legge elettorale e perché il sistema politico si è rivelato inefficiente e utile soprattutto a chi di politica vive e non ai cittadini. Una maggioranza parlamentare si è già formata e potrebbe allargarsi intorno a soluzioni che sembrano essere sulla strada giusta. Quindi discutiamone molto, ma non perdiamo di vista che le questioni cruciali sono le altre (e su queste siamo in alto mare) – caduta del Pil e disoccupazione più austerità europea – e che gridare alla svolta autoritaria per suscitare allarme fra i cittadini può solo contribuire ad allontanarli dalla politica che, spesso e volentieri, discute solo su se stessa.

Claudio Lombardi

Senato o non Senato questo è il problema?

Più si va avanti nella discussione delle riforme istituzionali (ed elettorale) e più se ne trae l’impressione che non sia questo il problema. Cioè?

In Italia abbiamo avuto decenni di bicameralismo perfetto e di proporzionale puro. Hanno funzionato per un lungo periodo, poi si sono inceppati ovvero sono stati usati male da chi pensava al suo tornaconto. Partitocrazia, clientelismo, lottizzazione, uso privato del denaro pubblico sono state le manifestazioni terminali di un modello che non era sbagliato in sé.

Cambiando sistema elettorale sembrava che dovesse iniziare una nuova era. Preferenza unica, collegi uninominali, premi di maggioranza. Tutto a posto? Sbagliato! I vizi del sistema partitocratico si esasperarono. Invece di cambiare strada i partiti del centro destra si blindarono. Il berlusconismo concepì la “madre di tutte le riforme”, il “porcellum” la legge elettorale che doveva consegnare lo Stato a un’oligarchia ristretta di potenti.

E così fu. Altri anni di dibattiti e di scontri per arrivare ad un nuovo traguardo con la proposta che è oggi in discussione. Qual’ è la sostanza? Collegi piccoli e il ballottaggio per stabilire un vincitore. Insieme a questo fine del bicameralismo perfetto e introduzione di un bicameralismo “funzionale” ossia una Camera eletta direttamente dai cittadini che rappresenta il punto di vista dello Stato centrale e una eletta indirettamente dalle autonomie locali che le rappresenta e che ha compiti diversi rispetto alla prima Camera.

Un pericolo? Un disastro? Una cosa inutile? No, forse solo un tentativo di uscire dagli schemi bloccati ai quali la politica si era abituata. Come ha detto oggi un costituzionalista battagliero, Giovanni Guzzetta, il problema è politico non tecnico perché ogni proposta può avere un suo fondamento e può funzionare, ma non tutte le proposte hanno lo stesso significato.

Ecco, forse, il senso vero della riforma è scompaginare un ceto politico che è diventato padrone dello Stato togliendoli i suoi punti di forza e costringendolo a reinventarsi e costringendo anche i cittadini a vedere le cose da un punto di vista diverso. Abituati a decenni di immobilismo pensavamo che la politica potesse solo galleggiare su sé stessa con le stesse facce immutabili senza mai modificare nulla. Un rimescolamento forte come quello scatenato da Renzi non c’era stato da molti anni. Da adesso in poi almeno abbiamo capito che le cose possono cambiare e pure molto

Governo: due passi avanti o mezzo indietro?

Sembra strano, ma il succo dell’Italicum sta tutto in quel piccolo ballottaggio che dovrebbe portare ad un solo vincitore delle elezioni. Ma come, anni e anni di polemiche, discussioni, convegni (che però danno lavoro a tante persone…), saggi, studi e, infine, la bomba della sentenza della Corte Costituzionale e poi questa è la riforma elettorale? Pare di sì. A Berlusconi piacendo ovviamente che è tornato ad essere la variabile indipendente della politica italiana (indipendente perché tutti devono tenere conto delle sue giravolte). Una riforma meglio di niente non certo il massimo cui si poteva aspirare.

Nel frattempo il governo ha trovato addirittura venti miliardi da spendere in riduzioni fiscali. Sempre benvenute, sia chiaro, ma siamo poi così sicuri che si traducano in un rilancio dell’economia? Avere più soldi da spendere per chi guadagna poco è una cosa buona e necessaria e, quindi, è giusto farla.

Se, però, ci affidiamo a 80 euro al mese in più in tasca non andiamo lontani. Meglio sarebbe lanciare un piano di opere pubbliche e infrastrutturali a tappeto. Ma non si farà perché il ritorno in termini di immagine non equivale a 80 euro in più a milioni di persone. Ci saranno, è vero, i lavori per la messa in sicurezza delle scuole. Meglio di niente sono di sicuro.

Possiamo dire due passi avanti o mezzo indietro?

Non chiamatele quote rosa

Costituzione della Repubblica italiana

Art. 51 : “Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini.”

Cosa si dice in questa norma?

  1. Si prende atto che esistono due sessi
  2. L’accesso alle cariche elettive e agli uffici pubblici deve essere uguale
  3. Le pari opportunità devono essere promosse
  4. La legge deve garantire l’eguaglianza

Pensare ad una legge elettorale che prescriva una presenza paritaria nelle liste di uomini e donne è solo un’attuazione della norma costituzionale. Se di questo tipo di attuazione non ci fosse stato bisogno (come dicono quelli che denunciano l’incostituzionalità della divisione tra donne e uomini delle candidature) nemmeno ci sarebbe stato bisogno dell’articolo 51 perché sarebbe bastato l’articolo 3 (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”).

È evidente che se esiste l’articolo 51 allora devono esistere anche le norme che lo attuano e poiché la norma costituzionale parla di uffici pubblici e di cariche elettive ecco perché la legge elettorale per prima non può non attuarla. Dire il contrario è irragionevole e chiamare l’attuazione della Costituzione “quote rosa” è ridicolo

Una guerra di posizione inutile e perdente (di Claudio Lombardi)

manovre politicheUna guerra di posizione. Così appare oggi la politica che dovrebbe, ma non ci riesce, definire e perseguire gli obiettivi di governo della collettività.

Al loro posto si susseguono sulle prime pagine gli interrogativi cruciali: chi va a Palazzo Chigi? Quando conviene di più votare? Quando si fa il rimpasto? Non ci si scontra sul costo del lavoro o sui negoziati europei o sulla lotta alla corruzione che toglie risorse preziose al Paese o sulle scelte di politica economica e fiscale da fare con urgenza.

No, una battuta di Renzi cui segue un avvertimento di Letta e una minaccia di Grillo si contendono le prime pagine come se quello fosse il cuore dell’emergenza che abbiamo di fronte. Ovviamente non è così e la distanza dai problemi reali si fa sempre più grande. C’è solo da sperare  che la gigantesca telenovela nazionale messa in piedi dai media sia una finzione per attirare più spettatori e più lettori e non sia voluta dai politici.

Battute, repliche, avvertimenti, minacce qualunque persona ragionevole le relegherebbe alla cronaca spicciola talmente è modesta la loro rilevanza rispetto alla serietà delle decisioni da prendere.

chiacchiere politiciE, invece, accade il contrario. Persino la legge elettorale occupa le prime pagine non per la sostanza delle opzioni che si confrontano, bensì per gli spostamenti che queste possono determinare nella guerra di posizione in corso.

Dello spettacolo mediatico fanno pienamente parte Grillo e Berlusconi e sono pure gli unici che se ne avvantaggiano.

Grillo punta allo sfascio del sistema e usa benissimo le armi dell’annichilimento morale dell’avversario, del disprezzo e del livore (con cui tratta i suoi stessi seguaci quando accennano a un moto di ribellione).

Berlusconi gode della sua sfrontatezza che non delude mai i suoi fans e consente loro di riconoscersi in un’identità senza l’ansia di essere politicamente corretti in una immediatezza di risultati attesi nella quale ognuno può immaginare di avere il suo tornaconto. Il ricongiungimento con Casini completa lo schieramento di quella che sarà la “grande armata” con cui tenterà la rivincita.

zavorra centro sinistraIl centro sinistra e la sinistra sono perennemente avviluppati da dilemmi, manovre, indecisioni e vaghe e inconcludenti aspirazioni rivoluzionarie.

Il quadro sembra proprio sia questo e il tentativo di Renzi di sbloccare la situazione con un programma minimo di legge elettorale e riforme istituzionali su cui avviare una fase nuova passando inevitabilmente per elezioni che superino l’anomalia delle larghe intese è, in realtà, molto debole di fronte agli opposti estremismi di chi costruisce il suo successo politico sulla rovina del centro sinistra e sulla marginalità della sinistra. Fra i due estremismi Renzi ha scelto di collaborare con quello di Berlusconi l’unico interessato ad un accordo. Triste a dirlo, ma è così.

Italia in bilicoIl problema del governo, però, è ormai di una serietà unica. Il tempo scorre e l’Italia scivola indietro. Un semplice cambio tra Letta e Renzi non avrebbe alcun senso posto che nessuno può compiere la magia di tramutare una maggioranza spuria in un indirizzo politico chiaro.

L’unica via d’uscita è dare agli italiani la possibilità di scegliere un’altra maggioranza con una legge elettorale nuova avendo, però, modificato il bicameralismo fondato su due sistemi elettorali e due elettorati diversi. Una via d’uscita dall’immobilismo non una rivoluzione.

È una conta che prima o poi si farà ed emergerà chi avrà parlato un linguaggio chiaro mostrando di avere dei principi, dei valori e un programma. Soprattutto conterà chi mostrerà la forza morale per difenderli senza farsi trascinare nella guerra di posizione tra eserciti di professionisti della politica e della comunicazione.

Lo si dice da anni, ma il pericolo più grande è ancora sempre chiudersi nel Palazzo e stare fermi lasciando che cresca la marea del rifiuto della politica perdendosi nel gioco incrociato di dichiarazioni, manovre, allusioni pensando che questa sia la sostanza e che l’opinione pubblica sia una docile creatura nelle mani degli impiegati della politica. Chi trasmette questa impressione ha perso. Il PD dovrebbe averlo capito ormai.

Grillo e Berlusconi lo sanno bene. Basta osservarli per capire come si fa

Claudio Lombardi

Luci e ombre dell’italicum

“Chi si contenta gode”. Potrebbe essere questa la massima da applicare all’accordo sulla legge elettorale. Le novità del nuovo schema sono poche, anzi, solo due: liste bloccate corte e ballottaggio se nessuna coalizione raggiunge il 37%.

Liste corte non significa che il cittadino sceglie i parlamentari: continua a sceglierli il partito. Il cittadino li deve valutare in blocco e se c’è qualcuno che proprio non gli va giù cambia voto o non vota per niente. Un gran bel passo avanti, no? No. Prendere o lasciare non è scegliere.

I piccoli partiti non ci devono stare. Questo il messaggio che la proposta rivolge agli elettori. Nemmeno con l’8% dei voti si ha diritto a stare in Parlamento. Ma se si sta in coalizione allora va bene pure il 4,5%. Per la Lega c’è una norma speciale tagliata su misura. Così i “piccoli” sono avvisati, chi fa casino e alza la voce ottiene una norma speciale; chi si comporta bene viene messo da parte.

Quindi l’unico vero passo avanti è il ballottaggio per il premio di maggioranza. Comunque il 37% è poco ed è calibrato apposta sulle possibilità di vittoria del centro destra e del centro sinistra. Non è una norma razionale, insomma: è strumentale ed opportunistica. Se fosse stata razionale avrebbe fissato una soglia alta, il 40% almeno.

Ovviamente in pochi giorni la grancassa sulle riforme costituzionali si è spenta. Lo si era già capito che, come al solito, dovevano servire a tirare la volata all’unica proposta in ballo, la legge elettorale, ma dopo le dichiarazioni di vari esponenti del centro destra adesso è certo. Le riforme saranno rinviate alla prossima legislatura

Riforme costituzionali (e legge elettorale): facite ammunina (di Claudio Lombardi)

riforme costituzionali ipocriteL’11 luglio è stato approvato in Senato il ddl che istituisce il Comitato parlamentare per le riforme costituzionali ed elettorali. Il 10 settembre è stato approvato alla Camera. Poiché è un disegno di legge che modifica la procedura per cambiare la Costituzione deve essere approvato due volte dalle Camere e così ieri 23 ottobre il Senato lo ha approvato per la seconda volta. Da oggi potrà essere esaminato nuovamente dalla Camera per l’approvazione finale che ci sarà, presumibilmente, non prima di dicembre.

Successivamente si formerà il Comitato parlamentare al quale dovranno essere assegnati i progetti di legge di revisione dei titoli I, II, III e V della Costituzione (Parlamento, Presidente della Repubblica, regioni, province e comuni) e quelli relativi alle leggi elettorali per le due camere che sono disegni di legge ordinari e non costituzionali.

perdita di tempo riformeIl Parlamento avrà 18 mesi di tempo per approvare sia la riforma della Costituzione che quella della legge elettorale. Poi bisognerà aspettare altri tre mesi per l’eventuale richiesta di referendum.

Questo è quello che la maggioranza Pd – Pdl ha pensato fin dall’inizio e che sta attuando e che sembra essere il vero patto su cui si basa il governo. Il senso è chiaro: rinviare il più possibile nuove elezioni e, quindi, assicurare una lunga durata al governo.

La senatrice Finocchiaro del Pd chiarisce così i motivi del ddl costituzionale all’esame del Parlamento: “La modifica serve a questa riforma. Mi permetto di dire che serve a questo Parlamento. Se non servisse a questo Parlamento probabilmente non ci sarebbe stata alcuna ragione di deviare dall’articolo 138. Abbiamo avuto la necessità di farlo perché altrimenti la commissione della Camera e quella del Senato avrebbero avuto composizioni non squisitamente rappresentative della forza dei singoli gruppi parlamentari”.

chiacchiere sulle riformeDunque un Parlamento così mal eletto si fa una legge costituzionale ad hoc per superare il suo vizio di origine e cioè la legge elettorale con cui è stato eletto. Ma non cambia questa legge, no, mette in piedi una procedura lunga e complessa per cambiare mezza Costituzione e solo dopo la legge elettorale. Incredibile!

Con i tempi previsti la conclusione di questo percorso ci sarà non prima della fine del 2015.

Ragioniamo e facciamo bene i conti senza farci prendere in giro dalla retorica di chi esalta lo spirito riformatore di questa maggioranza. Tra poche settimane la Corte costituzionale si pronuncerà sulla legge elettorale e sicuramente ne boccerà la parte sostanziale, il premio di maggioranza. Il Presidente della Repubblica, con scarsa coerenza rispetto al marchio di origine di questa maggioranza e al suo programma molto apprezzato dal Presidente stesso invoca l’urgenza di cambiare la legge elettorale. I cittadini sentono dire da anni che questa legge è una porcata e lo hanno sperimentato con parlamenti composti da nominati scelti dai capipartito.

italiani arrabbiatiDi fronte a tutto ciò una maggioranza priva di un progetto politico che fa? Fa ammuina, ci riempie di paroloni e di promesse, ma di fatto rinvia di due anni le decisioni vere e continua a galleggiare.

Va bene che viviamo nell’era della pubblicità, ma non siamo scemi e il senso di tutto ciò è chiaro: il Pdl si aggrappa al governo e alle riforme costituzionali per sopravvivere alla fine del suo capo e padrone; una parte del Pd fa lo stesso perché è abituata al potere e non sa quale altra strada prendere.

Nel frattempo si va avanti nella nebbia. Fino a quando e, soprattutto, perché lo dobbiamo accettare?

Claudio Lombardi

 

103 giorni di un governo di conservazione (di Claudio Lombardi)

giudizio su governo lettaMeglio avere un governo che non averlo. Meglio che qualcuno rifinanzi la Cassa in deroga, che decida di iniziare a pagare i debiti dello Stato con le imprese, che ci rappresenti in Europa. Meglio di niente. Insomma i “successi” del governo Letta scaduti i fatidici cento giorni sembrano essere tutti di questo livello: niente di clamoroso , nessuna svolta, ma una consueta ordinaria amministrazione con i soliti decreti legge che trasportano un’infinità di norme di difficile valutazione redatte da una burocrazia ministeriale onnipotente nelle cui mani sarà poi consegnata la loro attuazione. L’effetto annuncio è assicurato; i risultati nessuno li andrà a verificare. Esattamente quel che accade da molti anni: tonnellate di leggi, regolamenti, decreti, circolari che sembrano affrontare ogni più minuto problema, ma che poi non si traducono in miglioramenti sostanziali. La scienza italica del tirare a campare si arricchisce di un nuovo capitolo. Basta agganciarsi ad un’emergenza e il gioco è fatto: si invoca la stabilità e si pratica la conservazione.

doppiezza pd-pdlIn cosa è diverso il governo Letta? Nella maggioranza che lo sostiene no perché è la stessa che sosteneva il governo Monti nato dal fallimento della politica che non ha saputo guidare la crisi succeduta alla caduta del governo Berlusconi alla fine del 2011. L’unica novità è che adesso il Pd e il Pdl guidano direttamente il governo anche questo nato in una situazione di emergenza da un ulteriore fallimento della politica che non ha nemmeno saputo eleggere un nuovo Presidente della Repubblica.

In entrambe le crisi – fine 2011, post elezioni 2013 – determinante è stato il ruolo del Capo dello Stato che ha assunto la veste di suprema guida del Paese, ultima istanza alla quale rivolgersi per dirimere ogni sorta di problema. Lo si è visto anche in questi giorni con gli appelli del Pdl perché Napolitano trovi una soluzione alle condanne di Berlusconi quasi che il Presidente possa agire da costituzione vivente creando nuove norme da imporre al di sopra di quelle esistenti.

inciucioChiaramente l’alleanza Pd-Pdl non ha alcun senso che vada oltre l’emergenza e suscita profondo fastidio ricordare le altisonanti dichiarazioni di quanti, Letta in primis, prefiguravano luminosi destini per un governo che alla prova dei fatti si è avvitato sui reati di Berlusconi e sulle sue esigenze elettorali (vedi IMU) senza nemmeno riuscire ad impostare la riforma della legge elettorale. Sì, profondo fastidio per il politichese da politicanti condito con fiumi di retorica sui “cambiamenti del sistema politico” mentre l’unico provvedimento urgente, la legge elettorale, veniva consapevolmente annegato in un pateracchio di riforme costituzionali con comitati e sottocomitati di saggi in un gioco da illusionisti sperimentato ormai da oltre trent’anni.

cittadini arrabbiatiIn tutto questo gli interessi degli italiani che fine fanno? E chi se ne occupa? Il Pdl è inadatto a governare perché è dominato da una cultura politica da monarchia assoluta che si rivela ogni volta che vengono tirati in ballo gli affari di Berlusconi. Gli interessi generali, le istituzioni democratiche, la politica, lo Stato per quelli del Pdl esistono solo per servire ai loro interessi privati e di gruppo. Non esiste Costituzione, né leggi; loro chiedono il plebiscito del popolo ridotto a folla manipolata (e con il controllo di gran parte della Tv privata e della carta stampata è facile) e poi vogliono fare i comodi loro.

pd confusoIl Pd sarebbe l’unico partito rimasto dallo sfacelo del passato, ma non è mai nato e appare tonto, ottuso, incerto su tutto, confuso, sbandato. I suoi vertici esibiscono il loro senso di responsabilità come se bastasse a dire chi sono e cosa vogliono. In realtà è solo il sipario dietro cui si cela l’incapacità e la paura di assumere un’identità ben definita fondata su scelte chiare che potrebbero mettere a rischio carriere, posti di lavoro nel vasto mondo che dipende dalla politica, posizioni di potere. Per questo meglio accordarsi con gli avversari che hanno identiche esigenze piuttosto che imboccare strade nuove. Se un partito diventa un ufficio di collocamento per ottenere incarichi ben pagati o che consentono l’avvio di carriere all’ombra della politica perché rischiare? La famosa stabilità di cui tanto si parla, in realtà, è quella di chi vive di politica e grazie alla politica non quella degli italiani.

democraziaIl cambiamento da realizzare allora può partire anche da qui: un partito deve identificarsi con un programma e un progetto politico chiaro e su questi si deve mettere in gioco. Non serve a nulla governare senza questi presupposti; di fatto finiscono per governare le tecnocrazie nazionali ed europee e i poteri forti della finanza e dell’economia.

La politica è il modo per costruire il futuro che non esiste già preformato. L’Italia ha mille vincoli – quelli europei, il debito, le arretratezze – ma sopra a tutto ha un deficit di cultura politica e civile. Se questi limiti vengono accettati supinamente non se ne esce. Per questo è necessario che nascano formazioni politiche che, come già successo con il M5S, rappresentino una cultura nuova di protagonismo dei cittadini. Non servono però leader carismatici alla Grillo che poi “naturalmente” vogliono comandare tutti; serve una partecipazione articolata in una rete di luoghi fisici e di percorsi nei quali potersi esprimere e attraverso i quali condividere le decisioni e i controlli sulle politiche pubbliche.

Non si tratta però di qualcosa che riguarda solo gli iscritti ai partiti, ma di una nuova modalità di vivere la democrazia che riguarda tutti. Difficile, ma indispensabile

Claudio Lombardi

1983-2013: la presa in giro delle riforme istituzionali (di Claudio Lombardi)

distrazione riforme istituzionaliPresi dalla novità e dall’urgenza di uscire dallo stallo nonché dalle emergenze dell’economia e della finanza pubblica avevamo un po’ trascurato-sottovalutato la parte del discorso programmatico di Letta dedicata alle riforme istituzionali. Ecco, però, che la mozione approvata in Parlamento pochi giorni fa la riporta al centro dell’attenzione. La sostanza della mozione è nel seguente periodo: “per avviare una stagione di riforme costituzionali di ampio respiro, occorre definire un metodo che consenta di affrontare, secondo un disegno coerente, le principali questioni sinora irrisolte, da ultimo richiamate nel discorso programmatico tenuto dal Presidente del Consiglio dei ministri innanzi alle Camere, concernenti la forma di Stato, la forma di Governo, il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari e la riforma del sistema elettorale, la quale – naturalmente – non potrà che essere coerente e contestuale con il complessivo processo di riforma costituzionale.

Perfetto. Di cosa ha bisogno l’Italia? di rappresentanze parlamentari credibili, stimate ed efficienti. Come si selezionano? Scegliendo fra candidature che fanno capo a progetti politici e a programmi chiari, coerenti e affidabili. Come si formano queste candidature? In nuclei associativi (partiti, movimenti o come vogliono chiamarsi) che fanno politica e che ricevono dai cittadini la fiducia necessaria per essere votati senza corruzione, senza clientelismi, senza intrecci mafiosi, senza affarismi.

Questo percorso virtuoso è determinato dai meccanismi istituzionali? No. L’unico condizionamento serio è dato dalla legge elettorale vigente che è incostituzionale e favorisce i vertici dei partiti e movimenti che possono scegliere chi far eleggere. Questa è la vera e unica urgenza che qualunque maggioranza dovrebbe fronteggiare. Ma numero dei parlamentari, funzioni e poteri del Capo dello Stato, bicameralismo perfetto o no possono incidere in minima parte sulla qualità degli eletti e delle formazioni politiche e sulle scelte che vengono tradotte in leggi e nella quotidianità dell’amministrazione pubblica.

coazione a ripetereInvece ecco che la mozione citata punta a riforme costituzionali di ampio respiro. Poiché la prima Commissione Bicamerale che fu incaricata di promuovere un vasto disegno di riforme costituzionali fu la Commissione Bozzi che risale agli anni 1983-85; poiché ad essa seguì la Commissione De Mita-Iotti negli anni 1993-94; poiché arrivò anche la Bicamerale D’Alema nel 1997; poiché da allora si susseguirono cambiamenti della Costituzione che l’hanno solo peggiorata (processo, autonomie regionali) oggi è lecito arrabbiarsi  se si parla ancora di “disegno coerente di riforma della Costituzione”. Va bene che in politica succede spesso di produrre fumo per confondere le idee ai cittadini, ma adesso abbiamo tutte la ragioni per dire che siamo stufi di essere presi in giro.

Dal 1983 sono passati trent’anni. Se i politici avessero avuto realmente intenzione di cambiare qualcosa lo avrebbero già fatto; se non l’hanno fatto e hanno usato le riforme istituzionali come un puro pretesto per praticare una politica compromissoria di bassa lega allora è giusto chiedere che la smettano con questa commedia.

arrabbiatiVuol dire che non c’è bisogno di nessun cambiamento? No, vuol dire che ci sono altre priorità e che non è credibile che un governo precario nato per fronteggiare l’emergenza e composto di forze politiche alternative si metta al centro di un ridisegno, addirittura, della forma di Stato e di governo. Se il governo fosse veramente preoccupato della salute dell’Italia si atterrebbe a un programma minimo centrato sulle questioni economiche, sociali e finanziarie e sui rapporti con l’Europa, farebbe approvare una legge elettorale nuova semplice semplice ripristinando quella precedente al colpo di mano berlusconiano del Porcellum e rinvierebbe ad un successivo Parlamento tutto il resto.

Non si comprende anche l’insistenza del Presidente Napolitano sulle riforme costituzionali. Dovrebbe essere il primo a rendersi conto che un Parlamento che non è stato in grado di eleggere il Presidente della Repubblica è un Parlamento che deve essere rieletto appena possibile. Altro che riforme costituzionali! Perché insiste in una sua visione “ideale” nella quale sembra che ci sia una classe politica di brave persone che fa capo a partiti che riscuotono la fiducia dei cittadini, basata sulla condivisione di valori democratici e desiderosa di fare soltanto il bene dell’Italia? Questa classe politica non c’è, è un travisamento della realtà e non possiamo mettere la Costituzione nelle mani di chi ha dimostrato ampiamente la sua inaffidabilità e la sua confusione.

No non è questo il momento di una riscrittura della Costituzione e chi insiste o è in malafede o è un ingenuo sognatore.

Claudio Lombardi

I miei dubbi sulla revisione costituzionale (di Walter Tocci)

Sono trent’anni che parliamo di riforme istituzionali. È cambiato il mondo ma l’agenda è rimasta sempre la stessa. L’elenco delle cose da fare si è sfilacciato e rimpicciolito, ma campeggia in tutti i programmi di governo. Certo, non c’è più l’entusiasmo iniziale delle tante Bicamerali. In compenso si è tramutato in ossessione.ossessione riforme istituzionali

Il dato saliente del trentennio è il fallimento dei partiti, dei vecchi e dei nuovi, della Prima e della Seconda Repubblica. La classe politica, però, ha oscurato questa causa della crisi di governabilità e l’ha attribuita alle istituzioni. È riuscita con una sorta di transfert psicanalitico a spostare il proprio trauma sulla forma dello Stato. Ha rimosso la propria responsabilità per attribuirla alle regole. In nessun altro paese europeo si è manifestata una simile ossessione, per il semplice motivo che i partiti, pur in difficoltà per ragioni generali, non hanno mai perduto la legittimazione.

“Se non si decide, non è colpa mia ma dello Stato che non funziona”. Questo è il motto del politico, a tutti i livelli, dal governo nazionale all’ultimo dei municipi. Di questo alibi è riuscito a convincere i giornalisti e i politologi – grandi esperti di semplificazioni – e tramite loro l’intera opinione pubblica. Quando la politica è in crisi non perde affatto la capacità di convincimento del popolo, bensì si ritrova ad applicarla alle divagazioni invece che ai problemi reali.

L’equivoco ha alimentato l’accanimento a cambiare le regole, e quando è stato raggiunto lo scopo l’esito si è rivelato negativo. Si fatica a trovare un caso di successo: tutte le regole modificate sono state anche peggiorate.

La divagazione non è stata innocua. Mentre ci occupavamo dell’ingegneria istituzionale, avanzava un pauroso degrado dell’amministrazione statale. La burocrazia, l’inefficienza e l’incompetenza hanno raggiunto livelli inimmaginabili solo trent’anni fa. Le decisioni ormai si prendono solo tramite norme e incentivi, perché non esistono più gli strumenti efficaci per attuare vere politiche pubbliche, come ha denunciato autorevolmente Sabino Cassese.

italiano arrabbiatoIl malessere dei cittadini nasce proprio dalla fatica del rapporto quotidiano con la macchina statale, sempre più incomprensibile e bizzosa. Qualcuno si illude ancora che il cittadino allo sportello sentirà giovamento dalla riforma del bicameralismo. La vera priorità sarebbe una profonda riforma dell’amministrazione, che invece è addirittura scomparsa dall’agenda di governo e affidata a un modesto ministro.

Così, l’esaurimento della Seconda Repubblica ci consegna una forma istituzionale sfilacciata e una classe politica disprezzata se non rifiutata dalla metà del popolo. Alla lunga la rimozione della causa politica della crisi non ha funzionato; l’alibi è stato scoperto, e i cittadini hanno attribuito tutte le responsabilità alla Casta.

Eppure, torna all’esame del Parlamento la vecchia agenda di riforme istituzionali. E stavolta si vuole fare sul serio, cambiando prima di tutto l’articolo 138 che è la chiave di sicurezza dell’intera Costituzione. Mi pare incredibile che una decisione di tale rilevanza storico-giuridica sia presa qui frettolosamente, senza neppure conoscere il testo. Chiedo almeno un rinvio perché si possa esprimere la Direzione del partito, già convocata per la prossima settimana, o ancora meglio l’Assemblea nazionale. E su un argomento tanto importante – per la procedura e ancor di più per i contenuti – sarebbe davvero utile ascoltare il popolo delle primarie con una consultazione ben organizzata.

La vecchia agenda resiste perché appartiene alla mitologia politica, cioè a quelle fantasie che durano nel tempo proprio perché evitano di fare i conti con la realtà. Due miti sembrano i più resistenti alla smentita dei fatti.

Il primo è il futurismo legislativo: bisogna fare in fretta, il mondo cambia ed esige velocità nelle decisioni. Sembra una cosa di buon senso, ma nella realtà le leggi più brutte sono anche quelle approvate in fretta: il Porcellum in poche settimane, le norme ad personam di gran carriera, le leggi Fornero sotto lo sguardo ansioso dei mercati (mentre ora tutti vorrebbero correggerle), e così via molte altre.

Approvare una legge è diventata forma di rappresentazione mediatica che prescinde dall’utilità dell’amministrazione: quasi tutte le norme assunte per motivi propagandistici sulla sicurezza, sul fisco e sulle promesse per la crescita si sono rivelate inutili o dannose non appena spente le luci dei riflettori della scena televisiva.  rappresentazione mediatica

C’è una pericolosa tendenza alla riduzione dei concetti e delle parole. La riforma è ridotta a una congerie di norme, senza alcuna attenzione per i processi organizzativi e sociali della fase attuativa. La decisione è ridotta alla mera approvazione di una legge, senza la profondità culturale e concettuale di una vera innovazione politica.

Il decisionismo si è ridotto a iper-normativismo. Gli snellimenti delle procedure che promettevano un’amministrazione più efficiente in realtà hanno aperto gli argini all’alluvione normativo-burocratica che soffoca la vita quotidiana dei cittadini. Tutti i campi dell’amministrazione – la scuola, i tributi, la giustizia – sono travolti da continui cambiamenti delle regole. Si approva una legge, e prima di attuarla già viene modificata; si accumulano micronorme disorganiche e improvvisate che spargono confusione e contenziosi nell’ordinamento.

La vera riforma dovrebbe, al contrario, rallentare la procedura legislativa: poche leggi l’anno, magari in forma di Codici unitari che regolano organicamente interi campi della vita pubblica, delegando funzioni gestionali al governo e aumentando i poteri di controllo e di indirizzo del Parlamento. Si dovrebbe introdurre l’innovazione della policy analysis rinunciando a legiferare su un argomento prima di aver verificato i risultati della legge precedente.

Ci sono oggi tanti sedicenti liberali; ma fu un liberale vero come Einaudi a fare l’elogio della lentezza parlamentare: meno leggi si fanno – diceva – meglio è per il paese.

Il secondo mito che resiste ai fatti è l’uomo solo al comando. Eppure i guasti della Seconda Repubblica derivano proprio dall’esasperata personalizzazione politica. Sembrava ormai acquisita tra noi questa consapevolezza, e invece vedo crescere una nuova infatuazione. Si confonde la malattia con la terapia. Ho già detto che introdurre il presidenzialismo in Costituzione è come curare l’alcolista con il cognac, se vi piace il modello francese. Oppure curarlo con il bourbon, se vi piace il modello americano. Noi non abbiamo i contrappesi civili degli americani né quelli statuali dei francesi. L’uomo solo al comando si è sempre presentato come una patologia nella nostra storia nazionale, soprattutto oggi nella crisi della politica. Solo in Italia sono potuti diventare protagonisti le due figure opposte e simili del tecnico e del comico, questa addirittura in doppia versione. Tecnocrazia e populismo sono malattie endemiche in Europa. Le cancellerie europee si preoccupano non per noi ma per loro, perché sanno che l’Italia anticipa le innovazioni maligne e hanno paura del contagio del nostro virus.leader al comando

No, non si tratta della svolta autoritaria paventata da un certo refrain di sinistra. Ma il presidenzialismo non è neppure il semplice emendamento di un articolo, poiché implica la riscrittura di parti intere della Carta. È un’altra Costituzione. Non sappiamo se alla fine avremo ancora la più bella Costituzione del mondo.

Non voglio dire che sia un tabù il cambiamento della Carta. Anzi, ci vorrebbe una policy analysis delle modifiche apportate nell’ultimo decennio. Quasi tutte si sono rivelate se non sbagliate almeno controverse: il Titolo Quinto, approvato in fretta prima delle elezioni del 2001, che oggi tutti vorrebbero modificare; lo ius sanguinis, che abbiamo introdotto per consentire a un figlio di emigranti di votare alle elezioni politiche, molto diverso dallo ius soli che oggi invochiamo per dare lo stesso diritto ai figli degli immigrati che ancora non possono chiamarsi italiani; l’obbligo di pareggio di bilancio, approvato sotto il ricatto dei mercati e dell’establishment europeo, che oggi vorremmo derogare senza sapere come liberarci dalle nostre stesse macchinazioni.

chiacchiere sulla CostituzioneD’altro canto basta leggere il testo costituzionale per notare la discontinuità. La bella lingua italiana, con le parole semplici e intense dei padri costituenti, viene improvvisamente interrotta da un lessico nevrotico e tecnicistico, scandito dai rinvii a commi e articoli, come nello stile di un regolamento di condominio. Sono queste le parti aggiunte dalla nostra generazione. Dovremmo prenderne atto con un certa umiltà, con quel senso del limite di cui parla Papa Francesco. Non tutte le generazioni hanno la vocazione a scrivere le Costituzioni. Che la nostra sia inadeguata al compito è ormai evidente. Lasciamo alle generazioni future il ripensamento dell’eredità costituzionale.

Tanto meno questa ambizione può essere affidata al governo PD-PDL, che si dovrebbe occupare di altre priorità, su tutte quella di creare lavoro per i giovani. Qui si misurerà la sua efficacia, e anche il risultato politico del PD. Al governo Letta servirebbe molto pragmatismo. Non ha bisogno di cercare la santificazione con la revisione costituzionale. E allo stesso tempo non può pretendere di condizionare con la lealtà di maggioranza la discussione sulla Costituzione. Sarebbe la prima volta nella storia repubblicana.

Questo rischio è intrinseco alla mozione sull’articolo 138 che si spinge a “impegnare il governo” nella proposta di revisione costituzionale. E ancora più preoccupante è la correlazione che il testo stabilisce tra la riforma elettorale e il nuovo assetto istituzionale. Il Porcellum, dopo essere stato riconosciuto incostituzionale dalla Cassazione, rischia di essere costituzionalizzato dalla mozione parlamentare, poiché qui c’è scritto che non si potrà approvare una nuova legge elettorale prima di aver concluso il lungo processo di riforme istituzionali. È un assurdo giuridico: la legge elettorale è ordinaria e segue procedure più semplici di quella costituzionale. Ma ancor di più si tratta di un autolesionismo politico per noi del PD, dal momento che cederemmo di nuovo a Berlusconi il pallino della partita. Quando avrà esigenza di staccare la spina, non dovrà far altro che portarci a votare senza alcuna modifica al Porcellum. Già una volta, la scorsa estate, ci siamo fatti gabbare accettando di discutere la legge elettorale insieme al pacchetto istituzionale. Sappiamo come è andata a finire. Siamo rimasti col cerino in mano.

Temo che in casa nostra i professionisti della sconfitta siano ancora nella plancia di comando. Per tutte queste ragioni, non ritengo possibile votare la mozione che apre la strada al cambiamento dell’articolo 138 della Costituzione.

Discorso all’assemblea dei senatori Pd del 28 maggio 2013 (Tratto da http://waltertocci.blogspot.it)

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