Le due strade dell’Italia e l’urgenza di una guida politica (di Claudio Lombardi)

Due strade contrapposte si aprono di fronte al governo e di fronte al Paese. La prima è quella dell’Europa nella quale stanno maturando le condizioni per una svolta che metta fine alla sciagurata politica del rigore nei conti pubblici. Hollande ha parlato e il suo discorso indica una strategia e una politica persino utopiche rispetto alla situazione attuale. Tuttavia ha parlato il Presidente della Francia che si è sempre opposta ad una Unione Europea che prendesse una parte dei poteri che spettano agli stati nazionali. Oggi, invece, il percorso di Hollande è un altro e porta ad un bilancio europeo governato da istituzioni democratiche europee e indirizzato ad attuare politiche europee sostenute da un debito pubblico e da una fiscalità europee.

strade divergentiSe si seguisse questa strada nel giro di pochi anni la crisi sarebbe superata e l’Europa non sarebbe più quella presenza matrigna che mette solo divieti, ma diverrebbe la “nuova frontiera” capace di mobilitare enormi risorse economiche e umane del continente.

L’Italia è già parte di questa strategia sia per una sensibilità europea da sempre più viva che in altri paesi, sia perché solo da una reale unione politica ed economica il nostro Paese può trarre le energie per risolvere i problemi strutturali che ci indeboliscono. Si danno tante colpe all’introduzione dell’euro e si ha ragione a dire che una unione monetaria senza politica e bilanci comuni non si sarebbe dovuta fare, ma non si ricorda mai abbastanza che l’Italia ha goduto di un lungo periodo di bassi tassi di interesse che sono stati un’occasione persa per l’incapacità e la corruzione di una classe dirigente che ha fallito la sua missione.

Purtroppo c’è anche la strada interna che minaccia di far saltare qualunque prospettiva di sviluppo. Ogni giorno ha la sua provocazione, il suo inciampo, il suo pretesto per distogliersi dall’ esigenza di non andare allo sbando proprio adesso.

Il catalogo è ampio: dalla legge elettorale, ai processi di Berlusconi, alla riscoperta della sua ineleggibilità, alle evoluzioni di Grillo e del M5S, alla crisi del Pd.

Sulla necessità di cambiare la legge elettorale sembra che siano tutti d’accordo. Ma è falso perché, come è stato negli ultimi anni, tutti seguono solo i loro calcoli quotidiani e cambiano posizione con la leggerezza dell’irresponsabilità. Come è noto la Corte Costituzionale prenderà in esame questa legge elettorale ed è probabile che dichiari incostituzionale il premio di maggioranza. Che faranno allora i partiti?Italia bilico

Il Pdl e la Lega in realtà pregano perché ciò non accada dato che sono loro gli autori della legge e dato che l’hanno scritta apposta per garantirsi o la maggioranza o l’impossibilità di vittoria di un altro schieramento politico. La legge porcata è stata scritta in modo che possa ottenere la maggioranza al Senato solo chi si aggiudica le quattro regioni nelle quali la Lega è determinante. Ecco perché Berlusconi se non vince comunque riesce ad impedire ad altri di vincere. E volete che Berlusconi cambi una legge così?

In realtà se si dovesse fare una legge elettorale seria preoccupati solo di garantire la governabilità l’unica soluzione sarebbe quella basata su collegi uninominali con il doppio turno e il ballottaggio. Che possa funzionare lo dimostra l’esperienza dei comuni dove un meccanismo simile (non uguale) è in vigore da molti anni.

Ad una soluzione tanto semplice e razionale non si oppongono solo i “bari” autori del porcellum, ma anche tutti coloro che finora hanno approfittato di questo meccanismo per tenere in pugno i loro partiti. Per non parlare dell’alta burocrazia depositaria di un potere reale invisibile ai più, ma molto penetrante da sempre interessata ad una politica debole e altamente predisposta alla corruzione. Solo da pochi mesi insospettabili giornali come il Sole 24ore e il Corriere della Sera hanno “osato” valicare il muro di discrezione che circonda i vertici amministrativi dello Stato denunciando veri e propri sabotaggi dell’azione del governo e il mantenimento di privilegi scandalosi basati sull’omertà di casta.

Intanto i partiti che dovrebbero rappresentare l’alternativa a questo assetto non riescono a trovare la lucidità per farlo. Il Pd si dibatte in un congresso permanente che gira intorno al peso di gruppi di potere e non ad opzioni politiche e ideali chiare. Se si guardasse solo ai dirigenti verrebbe da ripetere l’invettiva di Nanni Moretti di un decennio fa (“Con questi dirigenti non vinceremo mai!”). Per fortuna che sta emergendo una spinta degli iscritti e di una nuova generazione di parlamentari e di rappresentanti territoriali che non accettano più di sottomettersi ai vecchi giochi di potere.

Italia malataIl M5S che doveva essere il motore di un cambiamento radicale non riesce ad uscire da uno stato di minorità creato dalla soggezione a Grillo e a Casaleggio. L’ultima trovata è stata quella dei parlamentari al guinzaglio a cui un’ipocrita “circolare” dello staff di Casaleggio vorrebbe togliere la libertà di comunicazione con la stampa. La natura di movimento e non di partito non viene rivendicata per mostrare una maggiore apertura alla società, ma per evitare sedi democratiche di decisione e la creazione di gruppi dirigenti espressione della base. Se questa minorità non viene superata il M5S potrà urlare quanto gli pare, ma è destinato ad essere inutile per un cambiamento vero per il semplice motivo che non può guidarlo chi non lo vive e non lo incarna e non sembra proprio che la museruola ai parlamentari e l’assenza di sedi decisionali siano un esempio di cambiamento.

Le due strade del governo sono le due strade dell’Italia sotto stress perché protesa ad un cambiamento possibile e raggiungibile, ma trattenuta da interessi ristretti ad ampio spettro sia personali che di gruppo presenti in tutti gli schieramenti politici e nel cuore dello Stato. Urge una guida politica che rappresenti la parte migliore del Paese.

Claudio Lombardi

Dalle primarie alla grande riforma della politica (di Claudio Lombardi)

Il confronto che si è svolto ieri sera in TV fra i cinque candidati a rappresentare il centro sinistra alle prossime elezioni ha suscitato un grande interesse e non pochi entusiasmi (incluso quello di chi scrive).

Cosa vuol dire ciò? Siamo concreti. Non ci sono bacchette magiche e non basta l’iniziativa delle primarie a cancellare azioni inaccettabili ed errori di linea politica che hanno segnato il percorso del centro sinistra da ormai lunghi anni. Nessuno si illude che le persone che abbiamo ascoltato ieri sera escano da un mondo nuovo o provengano da un altro pianeta e possano proclamarsi al di sopra di ogni responsabilità per la situazione in cui versa l’Italia oggi.

Se questi fossero i requisiti per formare la nuova classe dirigente non avremmo altra possibilità che escludere del tutto chiunque si sia presentato sulla scena politica negli ultimi trenta anni. Ci sono gruppi che lo propongono, come il M5S e, probabilmente, avranno molti voti alle prossime elezioni. Sicuramente, però, molti cittadini voteranno altre formazioni politiche e, fra queste, il centro sinistra è accreditato della maggioranza relativa dei voti. Poichè in democrazia nessuno, al di sopra del corpo elettorale (e salvo il potere della magistratura di perseguire i reati) è autorizzato a dire “tu sì, tu no” con la realtà sarà bene fare i conti.

Detto questo le primarie del centro sinistra possono essere una innovazione importante nella politica italiana. Una e non la sola, ovviamente. Non si può sottovalutare che uno schieramento politico che non ha padroni si presenti agli elettori prima del voto per decidere chi sarà il suo massimo rappresentante alle prossime elezioni. È vero che le precedenti primarie, tutte in ambito centro sinistra, apparivano a risultato predeterminato, ma, comunque, ci sono state (in pieno impero berlusconiano torbido e corrotto come poi si è visto), ma questa volta la competizione è reale e i cittadini saranno chiamati a scegliere un candidato alla Presidenza del Consiglio e un programma.

È poco tutto ciò? No, non lo è, soprattutto se si pensa cosa offre il resto del mondo politico. Compresa “l’antipolitica” del M5S di Grillo che sta dando di sé l’immagine di un movimento con caratteristiche autoritarie e settarie che fa torto alla passione civile dalla quale ha preso origine. Del Pdl è inutile parlare tanto è squallido ciò che questa gente sta mostrando di sé appesa ai capricci, ai soldi e ai processi penali di un padrone – Berlusconi – che è una vergogna per l’Italia.

Alcune osservazioni sono, però, necessarie.

La prima è che il modello delle primarie va oltre la discussione sulla legge elettorale perché implica un sistema nel quale si presentino pochi schieramenti con un leader predeterminato. Il logico corollario di questo modello non può che essere il sistema uninominale a doppio turno alla francese e, magari, anche l’elezione diretta del premier. Lasciando perdere quest’ultima, però, il doppio turno uninominale è perfettamente fattibile fin dalla prossima legislatura.

La seconda osservazione riguarda il sistema dei partiti. Le primarie non possono coesistere con un mercanteggiamento dei posti di governo e sottogoverno né con lo stravolgimento del programma votato dai cittadini. La forza delle primarie sta nell’uscire dalle stanze dei palazzi della politica e nel presentarsi al giudizio di tutti. Una volta ottenuto il consenso diventa molto più difficile mettersi a trafficare con i giochi di potere perché i cittadini continueranno ad osservare e a giudicare.

Ed ecco la terza riflessione. Le primarie sollecitano una partecipazione alla politica che non si identifica con i gruppi dirigenti e gli apparati dei partiti. E nemmeno con le loro organizzazioni territoriali. Una volta aperta la porta della politica ci devono entrare tutte le formazioni che praticano la cittadinanza attiva e devono assumersi le loro responsabilità. Non può avere più senso una politica come affare di pochi professionisti che occupano le istituzioni e manovrano le leve del potere mantenendo la società civile nell’ignoranza e nell’opacità.

Le primarie sono un tassello al quale deve seguire una ristrutturazione della politica che si deve aprire ai cittadini e che deve tendere ad essere una funzione sociale diffusa di autogoverno della collettività con forti elementi di democrazia diretta.

Questa dovrà essere la grande riforma del prossimo futuro e la scommessa per una rifondazione della cultura civile degli italiani.

Claudio Lombardi

Legge elettorale: tante chiacchiere e il nulla (di Gloria Monaco)

Certo che discutere oggi di legge elettorale con tutto quello che sta accadendo sembra quasi anacronistico e rischia soltanto di dare l’immagine di una “classe dirigente” occupata più a “mantenere lo status quo” che ad operare per il bene della comunità. Eppure le regole che permettono ai cittadini di esprimersi in libere elezioni dovrebbero essere fondamentali per la buona salute della nostra democrazia.

Inizialmente avevo pensato di proporvi delle schede sintetiche sulle quali riflettere assieme poi mi sono resa conto che “l’offerta” delle varie proposte di legge all’esame del Parlamento è talmente variegata che sintetizzarla sarebbe stato impossibile e comunque estremamente “forzato”. Ho deciso quindi di “andare a ruota libera” e tradurre in articolo le molte chiacchierate che da umile “studiosa” della materia ho fatto in questo periodo.

Una breve premessa: il 30 settembre 2011 – solo l’anno passato non un secolo – il Comitato promotore dei referendum per i collegi uninominali presieduto dal Prof. Andrea Morrone, consegnava all’ufficio centrale per i referendum presso la Corte di Cassazione (il Palazzaccio per intenderci) più di 1.200.000 firme di cittadini che chiedevano l’abrogazione del “Porcellum”. Un’impresa non da poco considerati i tempi di raccolta (poco più di un mese), e l’assoluto silenzio che aleggiava attorno alla “auspicata” riforma della legge ma per la quale l’impegno non si è mai tradotto in azione. Purtroppo a febbraio di quest’anno la Corte Costituzionale, per motivi che appaiono più di opportunità politica che di merito vero e proprio, ha dichiarato i quesiti inammissibili (impossibile far rivivere una norma abrogata da una legge successiva) e vanificato l’unico sforzo vero di arrivare al cambiamento.

E così si arriva all’appello del presidente Napolitano alla riforma ed al “rinnovato” impegno dei partiti sul tema. Solo che anziché andare nella direzione indicata dai cittadini, o da una logica di semplicità (basterebbe una leggina di un articolo che abrogasse il porcellum e ripristinasse il mattarellum in modo da superare anche le obiezioni di costituzionalità) i costituzionalisti e non, di tutti gli schieramenti si sono lanciati nell’immaginare nuove ipotesi di lavoro, dando più che altro l’impressione di voler arrivare ad una riforma che “mantenga nelle mani della dirigenza la scelta dei parlamentari”… perché, diciamolo, fa gran comodo avere degli eletti che rispondono al segretario o al capobastone che li ha voluti in lista e fatti eleggere, che non al popolo sovrano che adopera criteri di scelta diversi.

Ipotesi: Ed ecco tramontare l’ipotesi di un proporzionale puro col voto di preferenza (unica, almeno in questo caso nel rispetto dei referendum vinti negli anni ’90 e che hanno contribuito all’introduzione del sistema maggioritario), anche perché difficilmente alcuni tra i 950 eletti si sarebbero visti riconfermare nell’incarico. Ed ecco che anche l’idea del collegio uninominale dà fastidio perché “radica” troppo l’eletto al territorio che rappresenta, allenta la fedeltà al leader ed aumenta quella nei confronti dei rappresentati. Per non parlare di sbarramenti, diritto di tribuna, premi di maggioranza, al partito piuttosto che non alla coalizione, tutto nell’assoluta consapevolezza che – se come appare dai sondaggi l’astensione o il non voto che potrebbe arrivare al 55% rappresenterebbe il vero vincitore della prossima consultazione – PDL, UDC, SEL, IDV, PD, Lega ecc. si troverebbero a rappresentare si è no 1/3 degli aventi diritto (passatemi la semplificazione)con la conseguente certificazione della “morte della politica” e l’apertura ad un Monti-bis.

La mia proposta: Il quadro è desolante eppure continuo ad essere dell’idea che solo un maggioritario a collegi uninominali, con primarie obbligatorie per legge ed eventuale doppio turno, in modo da garantire massima  rappresentatività, possa essere il sistema che riporti la politica al servizio dei cittadini nell’interesse della collettività. Le primarie eviterebbero il moltiplicarsi delle candidature interne ad uno stesso partito o ad una stessa coalizione; il collegio implicherebbe che tu eletto risponda a me elettore in ogni fase del tuo mandato; il doppio turno, che forze concorrenti possano superare la volontà di pesarsi nell’ottica del bene comune.

Il dibattito in Parlamento: Ovviamente come dimostrano le innumerevoli proposte all’esame della commissione Affari Costituzionali del Senato, questo mio auspicio appare oggi irrealizzabile. Il Sen. Calderoli, lo stesso autore della legge attuale che lui stesso definì una “porcata”, proprio in queste ore si è fatto carico (ma qualcuno glielo ha chiesto? No perché davvero queste sono le cose da sapere!) di trovare un accordo su un testo che diventi l’unica base di lavoro per il Parlamento. E’ così che proprio poco fa si è cominciato a parlare di “modello spagnolo” estremamente “italianizzato”…. Collegi plurinominali, con liste ovviamente bloccate (però sono più corte…. Come se cambiasse qualcosa nella capacità di un segretario di imporre un proprio uomo!), premio di maggioranza al 12% a chi supera il 40% (sottraendo quindi seggi dal totale) al partito o alla coalizione lo si deciderà… Insomma gran confusione e ancora un nulla di fatto con le elezioni che si avvicinano e la pessima sensazione che alla fine, forse, il male minore sia proprio la “porcata” alla quale ci hanno costretti.

Se alla fine la “montagna partorirà il topolino” e l’ennesima legge vergogna sarò ancora una volta pronta a raccogliere firme e a lasciare che siano i cittadini ad esprimersi!

Gloria Monaco

La Repubblica democratica: un patrimonio comune, un obiettivo da raggiungere (di Claudio Lombardi)

Nel giorno del compleanno della Repubblica dobbiamo essere consapevoli che questa casa comune che gli italiani hanno costruito è un patrimonio che ci appartiene e che è infinitamente meglio di quello che c’era prima – il regime fascista – e prima ancora – la monarchia. Dobbiamo essere consapevoli che l’architettura che è stata disegnata da chi ha fondato la Repubblica e ha scritto la Costituzione è ancora un quadro di riferimento valido fatto di principi e di indicazioni programmatiche vivi e attuali. Dobbiamo metterci bene in testa che i guai dell’Italia non derivano da un’impostazione sbagliata della nostra Costituzione, ma da scelte politiche che hanno deviato dal disegno costituzionale e da comportamenti di singoli e di gruppi ripetuti nel tempo e tollerati (o premiati) che sono diventati cultura di governo e cultura civile di massa.

Molto si è parlato dell’illegalità come fenomeno orizzontale e come disvalore riconosciuto e condiviso degli italiani, una sorta di minimo comune denominatore. Chiunque può, con la sua esperienza di vita, dire se si tratta di verità o di invenzione, ma la realtà di una presenza diffusa e massiccia di veri  e propri sottosistemi di potere paralleli e intrecciati con quello dello Stato è un fatto che non si può contestare. Creati e sostenuti da chi? Politici, membri di apparati pubblici, affaristi e criminalità organizzata. In pratica una classe dirigente occulta, ma molto potente e feroce che non ha esitato anche in combutta con stati stranieri ad eseguire, coprire ed organizzare stragi, assassinii, ruberie.

Forse all’inizio si è trattato dell’appoggio delle mafie per raccogliere voti, poi ci si è aggiunta la guerra fredda che ha messo la democrazia sotto ricatto perché qualsiasi evoluzione sgradita al blocco di appartenenza si è tradotta in una reazione feroce e occulta. È stato così che al potere formale si è sovrapposto un potere parallelo al di fuori di ogni controllo. Intere regioni sono cadute nelle mani del blocco di potere politico-affaristico-mafioso finalizzato allo sfruttamento violento di ogni risorsa pubblica e privata. Il male che è stato fatto non si misura solo con gli assassinii e con le stragi, ma, con la distruzione delle ricchezze nazionali, con la condanna all’arretratezza dell’intero Meridione e con una deformazione clientelare e corrotta di ogni aspetto della vita pubblica e dell’economia che ha lasciato il segno nell’intero Paese come le vicende attualissime del presidente della Lombardia Formigoni a libro paga di un intrallazzatore di affari in sanità (Daccò) dimostra. Sarebbe interessante calcolare quanti soldi sono stati dilapidati in questo sistema di potere contrastato e conosciuto solo per alcuni squarci di verità grazie all’opera della Magistratura e ad un’opposizione politica e sociale che ha sopportato repressioni durissime.

Questa doppiezza del potere con le sue apparenze e con la sua effettività nascosta e protetta da apparati criminali sia pubblici (come i tristemente famosi servizi segreti deviati) e dalle mafie ha disarticolato il sistema democratico.

Certo, non tutto è stato storia criminale, ma i progressi nella costruzione di un Paese migliore sono stati il frutto di lotte epocali della parte più pulita degli italiani sia al vertice che alla base.

La lista dei caduti è lunga e va dall’umile bracciante ucciso a Portella Delle Ginestre dalle mitragliatrici del bandito Giuliano al soldo di una parte dello Stato, ad Enrico Mattei, ad Aldo Moro, a Falcone e Borsellino, a Guido Rossa, a Marco Biagi. La lista è troppo lunga e arriva fino ai nostri giorni passando per pagine vergognose e indegne di un regime democratico come è quella dell’aggressione di polizia alla scuola Diaz a Genova nel 2001.

Tutto ciò ci dice che la strada per dire che abbiamo costruito un regime democratico è ancora lunga e che non mai stato facile farlo né lo è adesso né lo sarà da adesso in poi.

Ecco perché non c’è ingegneria costituzionale in grado di farlo di per sé e di tener testa a questa combinazione micidiale di poteri occulti e reali, formali e sostanziali fondati sul consenso di un elettorato sottoposto a ricatti, a pressioni, spaventato con le stragi e con la severità della legge verso i più deboli o blandito con il clientelismo, la corruzione e con il permesso di violare la legalità.

Per questo suona male che in questi tempi di crisi un Parlamento delegittimato perché incapace di formare una maggioranza politica e di approvare una legge elettorale di minima decenza si metta a scrivere grandi riforme della Costituzione.

Già è successo con la legge costituzionale che vieta l’indebitamento dello Stato, una legge giudicata da molti stolta e ottusa e da altri perfettamente inutile. Ora si fa il bis con norme approssimative che cambiano ben poco di sostanziale, ma che aprono la strada ad un cambio di forma di governo spingendo ancora di più verso quella personalizzazione della politica che ha già fatto troppi danni.

L’elezione diretta del Presidente della Repubblica dotato di poteri analoghi a quello francese appare l’ennesimo sviamento dalla sostanza dei problemi fosse solo perché gli italiani non cercano un condottiero, ma onestà, verità, trasparenza e serietà.

La sostanza dei problemi è che l’Italia deve ancora completare la costruzione di uno Stato unitario fondato su un patto sociale e su una religione civile che faccia di ogni cittadino un protagonista consapevole e attivo, dotato di poteri e di responsabilità, di diritti e di doveri.

Riuscirci è l’augurio migliore che si possa fare alla nostra Repubblica e a noi stessi.

Claudio Lombardi

Referendum e legge elettorale: non recriminare, ma rimettersi al lavoro (di Claudio Lombardi)

Con la sentenza della Corte Costituzionale del 12 gennaio che ritiene inammissibili i referendum abrogativi della legge elettorale del dicembre 2005 si chiude una fase della battaglia del movimento contro una normativa antidemocratica e anticostituzionale che rappresenta una vergogna per un Paese civile.

La storia delle leggi elettorali e dei referendum inizia venti anni fa quando un voto popolare cancellò le preferenze plurime e lasciò all’elettore un’unica preferenza. Era iniziato un processo di fuoriuscita dal proporzionale puro e dal “mercato” delle preferenze sul quale si era costruita la rappresentanza politica nell’Italia repubblicana. Infatti, il referendum Segni del 1991 era espressione di un ampio movimento di opinione pubblica favorevole ad una semplificazione del quadro politico per indurre una maggiore stabilità delle maggioranze sottraendo l’assoluto arbitrio della scelta ai partiti e facendo esprimere gli elettori direttamente sulla scelta dei governi.

La legge del 1993 detta Mattarellum tentò di tradurre questa spinta in un sistema elettorale misto maggioritario-proporzionale, ma fu da subito avvertita come una tappa intermedia fra il vecchio proporzionale e un sistema diverso che, però, non si sapeva quale dovesse essere non essendoci pareri unanimi fra i partiti e gli esperti che alimentavano il dibattito pubblico e la ricerca teorica.

La legge del dicembre 2005 (l’attuale Porcellum) nacque da un patto fra Berlusconi e la Lega e rispondeva all’esigenza di garantirsi una rappresentanza del tutto sottratta al potere di scelta degli elettori che veniva attribuito ai vertici dei partiti grazie al sistema delle liste bloccate. Non solo, veniva introdotto, per la prima volta nella storia repubblicana, un premio di maggioranza che scattava non per lo schieramento che avesse raggiunto la maggioranza assoluta (50%+1), ma per la semplice maggioranza relativa (25%+1 nel caso di 4 concorrenti per esempio). Si trattava di una norma chiaramente anticostituzionale (nella sostanza se non nella forma) perché introduceva una sorta di conquista del potere assoluto a favore di una minoranza.

Le elezioni del 2006 si svolsero con questa legge elettorale. Ciò che è strano è che la maggioranza uscita dalle urne (il “famoso” governo dell’Unione guidato da Prodi), per quanto precaria e incerta, non agì con determinazione per cancellare questo obbrobrio come ci si sarebbe aspettato dando così l’idea che lo strapotere dei vertici dei partiti non dispiacesse ad alcuna delle forze politiche di maggior peso.

Così si arrivò alle elezioni del 2008 che furono stravinte da Berlusconi e furono anche quelle che riempirono il Parlamento di equivoci personaggi imposti da pure logiche di potere. Alcuni di costoro sono passati ben presto alle cronache giudiziarie che ne hanno messo in luce le caratteristiche “prepolitiche” ossia del tutto inclini a farsi gli affari propri. Altri, anzi, altre sono balzate in primo piano per le loro caratteristiche fisiche e per curriculum dove spiccava sempre una scelta diretta da parte del Capo supremo o per attività che non avevano nulla a che fare con la politica, bensì per la cura delle relazioni personali fra uomini e donne.

Un primo tentativo referendario fallì nel 2009 (referendum Guzzetta) perché gli italiani non andarono a votare. Un altro tentativo (iniziativa Passigli e altri) nato nella primavera del 2011 fu abbandonato per dare spazio alla proposta di referendum bocciata dalla Consulta ieri 12 gennaio.

Bisogna solo aggiungere che ogni anno dal 1991 in poi è stato sempre vigoroso il dibattito su quale sistema elettorale sostituire in via definitiva a quello proporzionale. Anche adesso fra i partiti e, all’interno di questi, fra le diverse componenti non vi è unità di vedute e continua in maniera surreale il confronto nel quale vengono tirati in ballo i modelli elettorali più diversi e stravaganti.

Da questo rapido riepilogo si capiscono alcune cose. La prima è l’incapacità della politica, quella che poi deve formulare le leggi e approvarle, di arrivare ad un punto di comune accordo. Le opinioni variano in base alle esigenze del momento di gruppi e componenti che ignorano del tutto la ricerca di un interesse comune ad adottare un sistema elettorale efficace e democratico. L’ignorano nei fatti anche se, a parole, tutti si proclamano interpreti della centralità degli elettori.

In questa confusione i tentativi referendari non riescono a riportare un po’ d’ordine per i limiti intrinseci dello strumento referendario e per la mancanza di una visione lungimirante e concreta.

Se questa ci fosse stata forse sarebbe stato meglio riservare alle aule universitarie e ai convegni le esercitazioni sulla possibilità di reviviscenza delle norme abrogate posta alla base dei referendum bocciati dalla Corte Costituzionale. Bisogna dirlo chiaro: i dubbi c’erano fin dall’inizio, ma i promotori erano sicuri della validità della loro tesi abituati, forse, più ai confronti dottrinari che alle battaglie politiche.

Con simili dubbi, forse, non si doveva promuovere una raccolta di firme che ha illuso gli italiani e attestarsi su una proposta referendaria di minore impatto, ma con maggiori possibilità di riuscita. Consapevoli che le nuove leggi non si scrivono con i referendum e che questi possono tutt’al più creare una situazione che rende indispensabile una nuova legge necessariamente da approvarsi in Parlamento. Diverso è il caso delle scelte nette che non richiedono leggi ulteriori: nucleare sì o no, aborto sì o no, divorzio sì o no. Come tuti sanno inn materia elettorale ciò non è ammesso.

Non aver tenuto conto di ciò e cioè delle reali possibilità dello strumento referendario in materia elettorale ha portato a sprecare un’occasione preziosa ed è inutile adesso prendersela con la Corte che deve decidere il più possibile in maniera “asettica” senza prendere parte altrimenti diventa un organismo politico il che non può essere. Certo le sue sentenze contengono sempre una visione politica, ma non legata alle strategie o alle esigenze di questo o quello schieramento.

È anche inutile adesso prendersela con il Parlamento di nominati che dovrebbe approvare una nuova legge elettorale. Bisogna solo riprendere il lavoro e “semplicemente” convincere decine di milioni di italiani a far sentire la loro voce e a far capire al Parlamento di nominati che i cittadini osserveranno le loro mosse e giudicheranno. Se funzionerà sarà più efficace di un referendum perché farà nascere una nuova cultura civica e una nuova maggioranza politica.

Claudio Lombardi

Un referendum per riprendersi la democrazia (di Roberto Ceccarelli)

“In un momento drammatico come questo, con il Governo italiano commissariato dall’Europa, il Paese ha più che mai bisogno di un Parlamento pienamente rappresentativo, capace di prendere decisioni impegnative ma condivise da tutti.
Affidando la nomina dei parlamentari a pochi capipartito, la legge elettorale che chiamiamo “porcellum” li ha separati dai cittadini, facendoli apparire come una casta di privilegiati.
Vogliamo impedire che la “legge porcata” sporchi anche il prossimo Parlamento: lo dicono in troppi da 6 anni, ma il “ porcellum” è ancora lì.
Firmate per consentire al popolo di abrogarla.
Firmate per ridare al cittadino il diritto costituzionale di scegliere i propri rappresentanti attraverso i collegi uninominali.
Firmate per rafforzare e migliorare il sistema bipolare italiano e assicurare l’alternanza politica, consentendo ai cittadini di scegliere i parlamentari e chi deve governare il Paese.”

Questo il testo dell’appello di Andrea Morrone e Arturo Parisi per lanciare il referendum con il quale si chiede l’abrogazione dell’attuale legge elettorale.

I quesiti referendari sono stati proposti dal comitato referendario per i collegi uninominali. L’oggetto è la legge per l’elezione dei due rami del Parlamento, conosciuta come “legge Calderoli” che la propose e la sostenne in prima persona da ministro del governo Berlusconi e da lui stesso soprannominata (e da tutti conosciuta) col nome di “porcellum” o di “legge porcata”. Già questo nomignolo basterebbe a capire come fu fatta una legge importante come quella elettorale e a squalificare chi la propose e la sostenne per sottrarre agli elettori ogni possibilità di scelta consegnandola nelle mani dei capi partito.

Nel dettaglio i quesiti referendari propongono: il primo l’abrogazione integrale di tutte le disposizioni di modifica della disciplina elettorale per la Camera e per il Senato introdotte dalla legge n. 270 del 2005; e il secondo un’abrogazione delle singole disposizioni con le quali furono sostituite le leggi per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica.

Si tratta delle leggi che raccolsero la volontà popolare espressasi nel referendum del 18 aprile 1993 (il referendum Segni) e che introducevano, al posto della disciplina precedente (di tipo proporzionale), un sistema misto, in base al quale i seggi di Camera e Senato erano assegnati per il 75% mediante l’elezione di candidati in altrettanti collegi uninominali, e per il restante 25% con metodo proporzionale (legge definita il “Mattarellum”, dal nome del deputato Sergio Mattarella, relatore del testo).

Il secondo quesito costituisce una variante del primo ma ha il medesimo obiettivo: nel senso che, con una tecnica abrogativa mirata, disposizione per disposizione, elimina comunque la disciplina introdotta dalla “legge Calderoli” al fine di ripristinare la “legge Mattarella”.

Il risultato, quindi, sarà lo stesso: abrogare in maniera totale la “legge porcata”, eliminando tutti i suoi principali contenuti.

In pratica, attraverso l’abrogazione della “legge Calderoli” o “porcata”, come legge che sostituisce singole disposizioni della disciplina previgente (il c.d. Mattarellum), si vuole produrre la reviviscenza di quest’ultima.

L’effetto di entrambi i quesiti è eliminare, come detto, la “legge porcata” con l’effetto di ripristinare quella precedente che ha il grande merito di aver permesso, per la prima volta nella storia politica dell’Italia, l’alternanza degli schieramenti di governo (nel 1996 e nel 2001). Con l’introduzione dei collegi uninominali si è permesso all’elettore di scegliere direttamente il candidato del proprio territorio; con il mantenimento di una quota proporzionale si è assicurata la rappresentanza anche delle forze politiche minori, anche se limitata da una soglia di sbarramento implicita del 4% di molto superiore a quella attualmente vigente che è pari all’1 o al 2% e che è causa di frammentazione e di ricatti all’interno delle coalizioni.

Il 12 giungo 4 referendum hanno raggiunto il quorum, sono stati gli elettori a dire No alla privatizzazione dell’acqua pubblica, al nuovo programma nucleare e al legittimo impedimento. La vittoria, a distanza di 16 anni dall’ultimo quorum referendario raggiunto, ha riabilitato, l’istituto referendario che sembrava morto e sepolto, ridando ai cittadini il diritto di decidere su temi di grande importanza per la loro vita.

Questo vuol dire che gli italiani sono ancora capaci di appassionarsi alla politica, reagire e tentare di cambiare.

Adesso spetta a noi cogliere questa nuova occasione di espressione della volontà popolare e trasformarla nello spartiacque, tra una fase politica che si sta chiudendo ed una nuova che dovrà essere costituente e riformatrice, per ammodernare lo Stato, ridurre i costi della pubblica amministrazione, della politica, rendere più equo il sistema fiscale e rilanciare la crescita economica.

Bisogna raccogliere 500.000 firme entro il 30 settembre, con tutti i problemi delle campagne referendarie, ma per un’impresa sacrosanta. E’ l’unico modo per cancellare una vergogna nazionale. I partiti non si muoveranno mai da soli. C’è poco tempo, ma  bisogna provarci, non abbiamo alternative, dobbiamo consideralo un dovere nei confronti del futuro del nostro Paese, andando a firmare presso i comuni ed i banchetti in tutta Italia, convincendo tutte le persone che conosciamo ad andare a firmare. Il futuro è nelle nostre mani, dobbiamo riprendercelo, ma dobbiamo fare in fretta, perché c’è poco tempo…..

Roberto Ceccarelli

Una rivoluzione civica che cacci la politica corrotta e inefficiente (di Claudio Lombardi)

Questo Governo e questa politica in buona parte corrotta e inefficiente sono un lusso che l’Italia non può più permettersi. Prima i cittadini se ne renderanno conto e meglio sarà per tutti. Forte è la tentazione di esprimere giudizi generali e radicali, ma occorre fare lo sforzo di distinguere a patto che quelli che lo vogliono veramente si distinguano loro per primi da un’onda che rischia di travolgere la comunità nazionale.

L’onda non è quella della speculazione internazionale; questa è, semmai, l’occasione per rivelare un baratro, un pozzo nero nel quale sono state riversate energie, ricchezza, risorse prodotte da questo Paese per decenni e distrutte da una classe dirigente nella quale ha prevalso la parte delinquenziale.

Parole forti? Sì come forti sono le rivelazioni che stanno mostrando, giorno per giorno, il volto criminale di tanti che si sono impadroniti del potere e lo hanno usato per i propri interessi tradendo e danneggiando lo Stato e la collettività e imbrogliando gli elettori.

Come altrimenti definire ciò che rivela l’azione, mai come adesso preziosa, di una magistratura che tutto il Governo avrebbe voluto ridurre al silenzio e contro la quale si è scatenata una guerra che dura da troppo tempo ormai?

Avevamo scritto che questa guerra appariva la guerra degli imputati contro i rappresentanti della legge che avevano scoperto le loro trame. Adesso si può dire tranquillamente che gli imputati appaiono i colpevoli che dovrebbero essere puniti con la massima severità per i loro crimini. Altro che sconti di pena: la punizione dovrebbe essere molto più severa di quella riservata ai comuni cittadini perché i reati sono stati commessi usando il potere che deriva dalla democrazia e questa deve essere un’aggravante non un’attenuante delle pene.

Sulla crisi finanziaria e sulla manovra è stato detto tutto. Un gruppo dirigente politico che dovrebbe curare lo Stato è arrivato all’emergenza, come accaduto tante volte nel passato, prima di risvegliarsi dalla sua disattenzione ed assumere misure di emergenza che adesso tutti dobbiamo digerire e pagare. Noi, non loro.

Misure inefficaci, dispendiose e sostanzialmente inutili perché basate sulla solita logica dei tagli e delle tasse per tappare una falla oggi senza pensare al domani.

Da varie parti sono state avanzate proposte alternative. Lo ha fatto Sbilanciamoci e abbiamo pubblicato la sua posizione ( http://www.civicolab.it/?p=1346). Lo hanno fatto altri come Tito Boeri che ha proposto alcune misure immediate ed efficaci: il Fondo Interventi Strutturali per la Politica Economica dotato per il 2012 di ben 5,85 miliardi di euro non sia speso per interventi elettorali a discrezione del ministro dell’economia, ma sia abolito destinando i soldi alla riduzione del disavanzo; riduzione immediata delle indennità parlamentari fissando un limite di spesa corrispondente all’ammontare delle indennità medie dei parlamentari in Europa ed USA parametrato su 300 membri da dividere fra tutti i parlamentari in modo che ci sia l’interesse a ridurne il numero fino a 300 (più sono meno guadagnano, ma guarda cosa si deve fare con gente che dovrebbe essere l’espressione migliore della società !); nuovo sistema di calcolo delle pensioni dei parlamentari applicando il regime pensionistico generale; scioglimento dei consigli provinciali e trasformazione in assemblee dei comuni; aggregazione dei comuni sotto i 5000 abitanti.

Tutte misure che darebbero il segnale che c’è una classe dirigente seria e decisa a cambiare strada. Senza questi segnali e con gli scandali che esplodono quasi ogni settimana gli italiani sono autorizzati a pensare che la palla al piede del Paese sia una gran parte della politica e che l’obiettivo più immediato, passata la “nottata” della speculazione finanziaria, sia una rivoluzione civica che cacci la gente di malaffare che si è impadronita della politica, ma anche quelli che pensano di farsi i propri affari e che non sono capaci di svolgere le funzioni che hanno assunto.

Il primo da cacciare è lo pseudo Presidente del Consiglio che abbiamo e che sempre più si rivela per quello che è sempre stato: un affarista e un avventuriero che ha commesso ogni genere di reati per arrivare al potere ed aumentare la sua ricchezza, che se ne frega dell’Italia e del bene pubblico e che è pronto a distruggere ogni cosa pur di restare ricco e potente.

Lui e il suo sistema di potere e la gente che lo segue ed esegue i suoi ordini sono il vero cancro dell’Italia e rivelano i limiti di una costruzione statuale e nazionale che non si è mai compiuta e che si è intrecciata con il potere malavitoso e mafioso e con il culto dell’individualismo e di quello che fu chiamato il “familismo amorale” che affligge gli italiani.

Per fortuna esiste anche un’altra Italia fatta da milioni di persone impegnate in politica o nell’associazionismo e nel volontariato. Questa Italia deve pretendere di prendere il potere democratico nelle sue mani, attraverso libere elezioni e imponendo ai partiti che danno minime garanzie di onestà e di lealtà istituzionale di fare spazio ai suoi rappresentanti. Elezioni da svolgere con una legge elettorale nuova che bisogna imporre a questo Parlamento con una pressione dal basso e che si devono svolgere al più presto possibile.

A questo punto questa è l’unica svolta alla quale si può credere

Claudio Lombardi

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