Elezioni: come scegliere? I programmi non bastano (di Claudio Lombardi)

Domenica si vota e così si chiuderà questa tornata elettorale. La campagna elettorale è stata (ed è ancora) intensa soprattutto per le città più importanti che ancora devono scegliere: Milano e Napoli.

Scorrendo i programmi elettorali dei candidati si rimane frastornati per la quantità di proposte e di impegni ognuno dei quali andrebbe messo a confronto con quello del competitore ed approfondito per coglierne tutte le implicazioni. C’è da dubitare che questo esercizio sia stato fatto da molti elettori anche perché poi mica basta prendere i singoli punti dei programmi e confrontarli: bisogna vedere che effetto fanno nel loro insieme e, infine, misurarli su quello che è stato effettivamente fatto da chi ha governato fino ad ora. Insomma un esercizio difficile e complicato.

Sappiamo, però, che basta molto meno ai cittadini per fare la propria scelta. Per esempio confrontare alcuni punti dei programmi, quelli che danno il senso di una proposta complessiva. O valutare dai comportamenti e dai discorsi per capire che cultura esprime un candidato. Considerare lo schieramento politico nel quale egli si riconosce per vedere se ci si può fidare sulla base anche dei comportamenti di quelli che vengono riconosciuti come punti di riferimento o come leader a livello nazionale. In definitiva si giunge al voto per vie diverse.

Vediamo di ragionarci un po’.

I programmi. Non tutti i punti sono uguali: ce ne sono alcuni che rivelano di più del progetto del candidato e che valgono più degli altri.

Per esempio: se nel programma di Letizia Moratti si propone un cimitero per i cani e i gatti e l’azzeramento dei campi Rom irregolari oltre alla riduzione di quelli regolari non si tratta di proposte di pari valore. La prima può essere utile, ma non rivela granchè della direzione di marcia del futuro sindaco. Le seconde dicono che un problema sociale non viene affrontato per quello che è, ma viene visto come ostacolo per la vita della città. E la soluzione proposta lo aggraverà sicuramente aumentando l’instabilità e l’insicurezza, perché non è una soluzione, ma una dichiarazione di ostilità.

Pisapia propone nel suo programma di coinvolgere i cittadini in un sistema di controllo sulla qualità, efficacia e rendimento dei servizi pubblici attuando una legge che esiste dal 2007 e rimasta finora inattuata (comma 461 della legge 244/2007). Propone anche di dare una sistemazione ai luoghi di culto della principale religione che viene praticata in città dopo quella cattolica , quella islamica. Affronta in chiave costruttiva il problema dei Rom e, con la massima apertura e concretezza, quello degli immigrati. Mette al centro la lotta per i diritti e contro la corruzione. Non si tratta di proposte come le altre, ma di elementi che dichiarano che tipo di città e di collettività civica si vuole costruire.

Passiamo a Napoli. Abbiamo visto un duro confronto fra i due candidati, Lettieri e De Magistris, sulla questione rifiuti. Mentre il primo insiste sulla costruzione di un inceneritore non dimenticando anche la raccolta differenziata e le stazioni di compostaggio, il secondo non lo vuole proprio l’inceneritore. Come succede con vari termini della nostra lingua conta dove cade l’accento. Si scrive pesca e pesca, ma nella pronuncia si dice pèsca e pésca per intendere due cose molto diverse. Nel caso dei rifiuti napoletani dove cade l’accento? Se sull’inceneritore si può essere certi che si intende mettere in movimento grandi capitali su cui la criminalità organizzata ha la quasi certezza di mettere le mani. Come già accaduto con l’inceneritore di Acerra che non ha risolto alcun problema, però è costato tanti soldi. La storia dell’emergenza rifiuti a Napoli è stata già trattata su civicolab con due articoli lunghi e pieni di informazioni da Walter Ganapini e Paolo Miggiano, vale la pena di leggerli. Comunque su questo esistono migliaia di pagine per documentarsi. Il fatto certo è che a Napoli e in Campania la camorra c’è e che chiunque voglia amministrare deve innanzitutto dire e dimostrare di schierarsi e voler agire contro e stare lontano dai politici “in odore” di camorra. Fatto questo possiamo anche interessarci alle “fioriere che si vogliono mettere nelle strade” cioè alle proposte di minor peso. Altrimenti significa che qualcuno ci vuole far fessi.

De Magistris intende costituire un consiglio comunale allargato dove comitati, movimenti e associazioni possano esprimere il loro punto di vista e poter votare sulle politiche dei beni comuni. Non è la stessa cosa che ispirarsi ad una generica partecipazione dei cittadini che, se non incardinata in luoghi e procedure, diventa un artificio retorico e nulla più.

Chi appoggia chi e come. Ancora non si è placata la discussione sulla trasmissione contemporanea su diverse reti televisive di una finta intervista a Silvio Berlusconi Presidente del Consiglio, ma anche candidato coinvolto nelle elezioni del consiglio comunale di Milano nonché capo indiscusso del PDL. Abbiamo ascoltato i suoi “argomentati” giudizi su chi vota il candidato dello schieramento avverso al suo (“senza cervello chi vota contro di noi”). Si tratta di comportamenti inammissibili in una democrazia che rivelano una pulsione dittatoriale e una mancanza di scrupoli che dovrebbe preoccupare tutti gli italiani. Conosciamo bene Silvio Berlusconi per i suoi comportamenti, per i reati di cui è accusato, per il continuo tentativo di attentare alla legalità e alla stabilità istituzionale, per i legami con la mafia che hanno segnato la sua affermazione imprenditoriale. Lo conosciamo anche, però, come capo di governi che hanno governato male. Se l’Italia (stabilità dei conti pubblici a parte pagata con tagli ai servizi e agli investimenti) sta andando sempre peggio lo si deve a questo “avventuriero” che ha usato e usa la politica per farsi gli affari suoi. E lo si deve a tutti quelli che lo hanno seguito, magari credendoci all’inizio, ma poi continuando per vigliaccheria e per fare i propri interessi personali.

Grazie al berlusconismo l’Italia della partitocrazia, che sembrava finita con la stagione di mani pulite, ha conosciuto molti altri anni di prosperità nel corso dei quali tanti si sono arricchiti a spese della decadenza di un Paese intero. Si può dire che hanno sfasciato lo Stato e calpestato la legalità con i mezzi della politica cioè della democrazia tentando di instaurare un regime autoritario personale capeggiato da Berlusconi, ma imitato e sostenuto da tanti altri capi, capetti e portaborse.

Ecco perché non è possibile sostenere quelli per i quali si schiera Silvio Berlusconi. L’Italia non ripartirà finchè non sarà sconfitto il regime fondato sul potere personale e sulla concezione proprietaria dello Stato.

Sì possiamo mettere le fioriere nelle strade e fare il cimitero degli animali, ma nessuna propaganda può nascondere che per amministrare bene le città bisogna tornare alla legalità e mettere al centro gli interessi generali.

Per fare questo è inevitabile sconfiggere il berlusconismo a cominciare dal voto di domenica.

Claudio Lombardi

Elezioni amministrative a Napoli: un’istantanea tra primo turno e ballottaggio (di Fabio Pascapè)

La dinamica elettorale in corso a Napoli pone svariati interrogativi. E’ una vera e propria cartina al tornasole dei processi partecipativi e, più in generale, dello stato dell’arte del rapporto del cittadino con la politica e con il rilievo che questi avrebbe potuto avere nel processo di individuazione (prima ancora che di elezione) dei propri amministratori.

Certamente il processo è ancora in corso e questo, quindi, limita il respiro dell’analisi. E’ tuttavia possibile svolgere alcuni rilievi.

Per quel che concerne le candidature la loro definizione è stata condizionata, ovviamente, dal fatto che queste consultazioni arrivano al termine di un periodo di governo del centro sinistra che, non solo è durato circa 18 anni, ma che è stato caratterizzato in massima parte da un allineamento istituzionale sia con la Regione che con la Provincia.

Per la individuazione dei candidati la coalizione di centro-destra e quella di centro hanno, in buona sostanza, seguito un processo più o meno tribolato, ma tutto interno ai ranghi di partito ed alla relativa dialettica. L’area di centro sinistra è invece stata caratterizzata da una particolare difficoltà di scelta che ha avuto uno sviluppo complesso. Un primo tentativo è stato quello delle primarie che, però, sono finite con un nulla di fatto,  per vicende interne di partito, ma con un grosso clamore mediatico che non ha certo rafforzato la fiducia dei cittadini. Nel bel mezzo di questa crisi Luigi de Magistris si è autoproposto come candidato e questo è avvenuto addirittura in parziale disaccordo anche con Italia dei Valori che è il suo partito di appartenenza. Sul suo nome non è stato trovato un accordo e quindi il Partito Democratico è ritornato sui suoi passi rinunciando definitivamente a consultare gli elettori e, insieme ad altre formazioni, ha individuato un proprio candidato secondo un percorso più tradizionalmente interno e d’apparato.

Il quadro che si è parato innanzi all’elettore è stato sostanzialmente composto (senza contare i candidati minori naturalmente) da quattro principali candidati di cui tre individuati secondo percorsi più o meno tradizionali e d’apparato ed uno sostanzialmente autopropostosi.

Il risultato del primo turno è stato sostanzialmente scontato tranne che per un aspetto. Il candidato di centro destra (Lettieri) ha, infatti, avuto una decisiva (ma non schiacciante) affermazione con il 38,52%, il candidato di centro (Pasquino) ha sostanzialmente confermato le aspettative con il 9,75%, il candidato del centro sinistra (Morcone) ha avuto una pesante e prevista sconfitta con il 19,15%. La sorpresa, grossa, è venuta dall’affermazione del candidato autopropostosi. Luigi De Magistris ha raccolto infatti il 27,52% dei consensi approdando al ballottaggio a dispetto dei pronostici.

Consideriamo la percentuale dei voti dati al solo candidato sindaco senza esprimere una preferenza di lista (voti solo sindaco sul totale di quelli ricevuti).

Lettieri ha avuto 179.575 voti con il 38,52%, ma solo 9.676 voti solo sindaco (il 5,39%).

Pasquino ha avuto 45.449 voti (9,75%) e 2.829 voti solo sindaco (6,22%).

Morcone con 89.280 voti (il 19,15%) ha preso 6.166 voti solo sindaco (6,91%).

De Magistris con 128.303 voti (27,52%) ha ricevuto 35.050 voti solo sindaco (27,32%).

Quindi, mentre il range di voti solo sindaco di tre candidati è andato dal 5,39% al 6,91%, De Magistris ha ricevuto ben il 27,32%. Per completezza occorre considerare che in questo primo turno si è registrata una contrazione del numero dei votanti rispetto a quello registrato per le amministrative 2006. Hanno votato infatti ben 60.000 persone in meno con una flessione del 6,31 %, (552.100 votanti alle amm.ve 2006 a fronte di 490.142 votanti alle amm.ve 2011).

Il risultato del primo turno ha una sua significatività particolare. Senza naturalmente entrare nel merito dei singoli programmi (e relativi schieramenti e candidati) è positivo che nonostante l’ingessatura complessiva del sistema politico sia stato di fatto possibile realizzare un’autocandidatura, addirittura a dispetto degli indirizzi iniziali del partito di appartenenza (IDV), riscuotendo un significativo successo elettorale al primo turno. Il voto a De Magistris è stato però un voto con una forte connotazione protestataria e questo ce lo dice il fatto che votare per De Magistris ha significato, per chi lo ha fatto, assumere un consistente rischio di perdere le elezioni (date le percentuali di partenza del partito di appartenenza) che è passato in secondo piano rispetto alla volontà di dare un segnale forte e deciso. Altro elemento che fa pensare ad un voto di protesta viene dall’analisi della percentuale di voti “solo sindaco” dalla quale emerge un dato sconcertante: De Magistris ha riportato una percentuale superiore di ben quattro volte alla media registrata dagli altri tre candidati presi in considerazione.

Circa la natura sembra trattarsi di una protesta sostanzialmente interna allo schieramento di centro sinistra. E qui sorge spontanea una domanda: possibile che la protesta per potersi esprimere abbia dovuto utilizzare delle consultazioni elettorali finalizzate a ben altro scopo e cioè alla individuazione di amministratori capaci di tirare fuori Napoli dal baratro? E la politica che fine ha fatto? Dov’è finito tutto il sistema di sezioni di partito, circoli, assemblee, comitati, associazioni che funzionavano da punti di ascolto, raccolta ed elaborazione delle istanze dei cittadini?

La stessa questione è posta da Andrea Geremicca in una intervista resa poco prima di morire ad Andrea Rossomando per “Napoli Monitor”.

“Era inevitabile – dice Geremicca riferendosi al sindaco-governatore Bassolino- che dopo il collasso dei partiti vi fosse un momento personale e leaderistico. L’errore è stato non utilizzare questo momento per ricostituire un gruppo dirigente ma puntare sul partito personale. Appena una figura cresceva lui la liquidava. Al comune di Napoli Ada Becchi Collidà, membro di giunta, figura visibile evidente, Antonio Napoli, assessore, Vezio de Lucia, assessore, Barbieri, assessore…” E’ il caso di ricordare che alcuni di essi sono tra i firmatari del Manifesto degli elettori di centro sinistra che sostengono la candidatura di Lettieri.

“Lui (Bassolino) ogni tanto affermava – continua Geremicca – che non credeva nella democrazia plebiscitaria, ma in realtà ha usato il rapporto diretto con la città e ogni elemento di mediazione diventava un elemento di insicurezza e di offuscamento. Uno dei suoi più importanti sostenitori, Marone, ha detto: “Bassolino ha avuto una grande intuizione, ha diretto la città “bypassando” la macchina amministrativa”. Io sostengo che questo è uno dei suoi talloni di Achille, perché non si può gestire una città complessa in questo modo. Bassolino ha ritenuto che il rapporto con la società civile dovesse avvenire attraverso la cooptazione: tutta la politica delle consulenze… Da un lato ha voluto creare un sistema di potere, ma l’altra metà della verità è che lui attraverso le consulenze ha inglobato nel sistema istituzionale le forze della cultura, della società civile. Insomma, per capirci, la città si governa nel conflitto, ci deve essere un conflitto, non si può semplificare nel ruolo di una persona e di un’istituzione tutta la complessità sociale”.

In altri termini Geremicca ha individuato una delle cause dello stato di agonia della politica che è emerso dai risultati del primo turno a Napoli. La politica che piano piano prende le distanze dai cittadini, che si fa apparato completamente autoreferenziale, che coopta la società civile con una pioggia di consulenze e contributi, creando un sistema costosissimo di organizzazione del consenso che è franato sotto gli occhi di tutti portando al deficit tutti e tre gli enti coinvolti. La politica che crede di possedere le chiavi di lettura dei bisogni e che, degli ambiti di partecipazione, fa un uso molto limitato e relativo. La politica che ha creato i presupposti di “un’antipolitica arrabbiata” (come efficacemente evidenzia Paolo Macry dalle colonne del Corriere del Mezzogiorno del 22 maggio) che ha raccolto la protesta ma che non è frutto di ascolto, partecipazione, elaborazione e tantomeno processi bottom-up.

E il cittadino? E’ soprattutto spettatore stretto tra inefficienze e macroscopici disservizi da una parte ed un ceto politico litigioso ed autoreferenziale dall’altra. Profondamente disorientato ed alla ricerca di un senso il cittadino si avvia ad un voto delicatissimo avendo sotto gli occhi una città morente, tirato per il bavero da chi prova a riassumere la rinascita in un’unica parola d’ordine (fosse anche la legalità condizione indispensabile, ma non sufficiente alla rinascita oppure anche uno sviluppo economico che viene fatto apparire a portata di mano) o da chi tenta di chiudere in fretta la lunga stagione delle occasioni perdute. Il cittadino è disorientato e vorrebbe trovare la strada di un nuovo inizio.

A complicare le cose ci si mette anche il meccanismo perverso del premio di maggioranza e degli apparentamenti i cui effetti sono paradossali rendendo quasi quasi conveniente alle coalizioni che hanno perso il primo turno (Morcone e Pasquino) la vittoria di Lettieri al ballottaggio come si vede chiaramente nello schema che segue che riporta il numero dei consiglieri nelle due ipotesi.

Per non parlare poi del fatto che uno dei due scenari potrebbe portare a 244 voti la soglia di accesso al consiglio comunale di una città di un milione di abitanti.

coalizioni Vince
Lettieri
Vince
De Magistris
Lettieri 29 11
De Magistris 6 29
Morcone 9 6
Pasquino 4 2

Quel che è certo è che il sistema elettorale deve essere ripensato in quanto crea effetti perversi che rischiano di compromettere il diritto del cittadino di scegliersi gli amministratori che ritiene più opportuni ed efficaci per il governo dei beni comuni. È anche altrettanto certo che dopo le elezioni dovremo tutti rimboccarci le maniche per recuperare un deficit di cittadinanza che nella mancata costruzione di ambiti partecipativi ha trovato una delle principali leve e, prima ancora, dovremo ricostruire una cultura della partecipazione e della consapevolezza di essere Stato da parte di tutti i cittadini. Speriamo anche che, chiunque vinca, si renda conto che la politica deve fare un passo indietro ridando credibilità e autorevolezza alle istituzioni e far fare tanti passi avanti ai singoli cittadini. Certo è che comunque vada, il dopo non sarà semplice, ma il nostro impegno di cittadini resta indispensabile e l’unica base solida sulla quale costruire.

Buon voto a tutti.

Fabio Pascapè Assemblea territoriale di Cittadinanzattiva Napoli centro