Scandali: la triste verità che prende a schiaffi l’Italia (di Claudio Lombardi)

Di scandalo in scandalo si fa sempre più chiara una semplice verità già conosciuta e detta, ma che ancora sorprende per la sua crudezza. La politica è stata invasa e conquistata da affaristi. L’unica vera ideologia nella quale hanno creduto ( nascosti dietro l’invenzione della padania o dietro la rivoluzione liberale o la paura del comunismo) è stata quella della conquista del potere e delle risorse che il potere permette di controllare. Mai come adesso il peso di tutto ciò che è promana dai poteri pubblici è stato così grande. Poteri pubblici contagiosi che hanno supportato un sistema di potere fondato sulle relazioni e sulle fedeltà personali che si è esteso a tutta la società e all’economia. I meriti e la libera competizione sono stati schiacciati sotto tonnellate di raccomandazioni, di scelte discrezionali, di connivenze e di collusioni implicite ed esplicite senza incontrare resistenze e sbarramenti, lasciando così unicamente alla Magistratura  il compito di inseguire i reati più macroscopici.

Sarebbe ora che si prendesse coscienza della geniale operazione di marketing che negli ultimi venti anni ha preso il posto dei vecchi partiti. Il sogno che è stato suggerito agli italiani è la liberazione di quelle pulsioni individualistiche che prima ci si vergognava ad esibire e la liberazione dai valori tradizionali della serietà, della responsabilità, dell’onestà che ancora resistevano nell’immaginario collettivo. La “rivoluzione liberale” di Berlusconi è stata questa: una sottile mano di vernice che salvasse le apparenze di una spinta alla corruzione di massa guidata e mediata dalla politica e pagata con le ricchezze dell’Italia.

I partiti che si sono opposti da sinistra sono riusciti a guidare il governo per periodi non brevi e pure con risultati importanti frutto dell’incontro con le componenti più intelligenti presenti al loro interno e in altre parti politiche, ma non hanno capito la forza dell’assalto del berlusconismo e non hanno prodotto idee unificanti. Da un lato ha prevalso una sinistra vecchia incapace di comprendere ciò che stava accadendo e concentrata sul culto delle proprie differenze. Dall’altro lato l’opposizione al berlusconismo si è basata su una ripulsa morale, ma lì si è fermata.

L’immaturità delle opposizioni ha permesso che la “narrazione” favolistica delle destre prendesse il sopravvento fornendo agli italiani l’unica ideologia che li abbia davvero unificati in questi venti anni: l’affermazione di sé, il rifiuto di limiti e di regole, il disinteresse verso la collettività avvertita come limite e non come risorsa.

Su queste basi ogni intervento pubblico è stato distorto nell’interesse di privati e il disastro segnalato dall’abnorme livello del debito pubblico non è la sua entità, ma il sistematico spreco di risorse per il quale è stato utilizzato. Fare appello oggi ad una espansione dell’intervento pubblico senza intervenire in profondità sui meccanismi del potere rischia di essere una tragica presa in giro.

Contro le degenerazioni della politica l’appello alla società civile è diventato rituale, vuoto e stucchevole. È ora di dire che le forze sane sono solo una parte della società civile nella quale finora hanno prevalso l’apatia, la visione angusta e accidiosa del familismo amorale, la cultura dei furbi legittimata dall’esibizione della ricchezza comunque conseguita, il gusto della lamentela in attesa che dall’alto piova qualcosa, l’inclinazione ad attendere che siano gli altri a farsi carico dei problemi.

C’è poi un’altra parte che sta crescendo. Una miriade di iniziative sociali, culturali, politiche che aspirano a un mondo diverso, cercano di prefigurarlo, di metterlo in atto, facendo lucidamente e coraggiosamente i conti con le sfide del presente. E’ l’immenso bacino del volontariato e del terzo settore, in cui si sta formando una nuova classe dirigente e dove si sperimentano modelli sociali ed economici alternativi. Sono i giovani che tenacemente s’impegnano nell’amministrazione dei loro territori; sono i giovani e meno giovani che profondono energie nel mondo delle professioni intellettuali, cercando forme di lavoro e di socialità nuove. Sono i giovani che cercano all’estero quello che non trovano in patria e spesso ci riescono brillantemente.

Anche l’economia è ricca di energie positive, di imprese piccole e grandi che innovano, che si misurano con le sfide della globalizzazione, che non aspettano protezione ma esigono supporto.

Il problema è che questa parte della nostra società non è rappresentata nella politica. Eppure in un’economia mista quale è quella italiana le politiche pubbliche hanno un ruolo decisivo. La situazione italiana è grave perché chi detiene i poteri pubblici non è affidabile e, fino a quando la sfera dell’azione pubblica non sarà risanata, l’economia non potrà contare sull’apporto dello stato e del governo. Per questo un programma minimo per la ricostruzione dell’Italia dovrà prevedere:

  • lotta senza quartiere all’illegalità e alla corruzione;
  • eliminazione di tutte le posizioni di privilegio e delle normative che le sostengono;
  • drastico abbattimento delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza quindi limiti alle retribuzioni e reintroduzione di una imposizione sui patrimoni ereditati;
  • liberalizzazione piena delle attività economiche accompagnata da una sostanziale revisione dei meccanismi e degli organismi di controllo e supervisione dei mercati;
  • riforma radicale della pubblica amministrazione, con una verifica delle reali necessità di impiego non solo nelle amministrazioni centrali, ma anche negli enti locali e nelle regioni sia a statuto ordinario che speciale;
  • programma di investimenti finalizzati nella ricerca scientifica;
  • promozione degli investimenti nella green economy;
  • riqualificazione del sistema dell’Istruzione pubblica, basata sulla valorizzazione del merito e la tutela dei soggetti deboli.

Non è tutto, ovviamente, e non tutte queste cose potranno essere attuate contemporaneamente e con lo stesso tasso di riuscita. Ciò che conta è rendersi conto che è da qui che si dovranno misurare i programmi delle liste che chiedono il voto per governare. Ed è sempre da questo elenco che si misurerà la serietà dell’impegno di chi avrà la maggioranza nel futuro parlamento.

Claudio Lombardi

L’Economist dossier Italia: privilegi e corporazioni

Un anno fa, a giugno del 2011, l’Economist pubblicò un dossier sulla situazione italiana che fece scalpore per il giudizio su Berlusconi identificato come “l’uomo che ha fottuto un intero paese”. In realtà l’analisi era molto più ricca e approfondita. Qui se ne ripropone una sintesi, divisa in quattro parti, utile a comprendere un punto di vista esterno e non coinvolto nelle polemiche politiche nostrane.

 

I privilegi delle corporazioni

L’Italia è una giungla di piccoli privilegi, rendite e mercati chiusi. Ognuno ha la sua lobby di riferimento, con cui contribuisce a rendere quasi impossibile qualsiasi riforma. Il fenomeno è particolarmente evidente nel settore dei servizi e l’accesso a professioni che potrebbero attirare lavoratori immigrati è ostacolato da enormi barriere. In Gran Bretagna il personale delle farmacie è costituito in buona parte da brillanti giovani di origini asiatiche. In Italia la legge imponeva fino a poco tempo fa una distanza minima tra due farmacie, garantendo un enorme vantaggio a quelle già avviate, impedendo che se ne aprissero di nuove. Quando il titolare di una farmacia moriva, i suoi eredi avevano il diritto di gestire l’attività per dieci anni anche senza le qualifiche necessarie.

pericoloUn altro mercato chiuso è il settore dei taxi, in cui di solito gli immigrati sono la forza lavoro principale. A New York è difficile trovare un tassista di origine statunitense. A Milano, la città più dinamica d’Italia, è difficile trovare un taxi. Secondo un sondaggio informale condotto nell’arco di una settimana nel capoluogo lombardo, tutti i tassisti della città sono italiani e hanno sborsato una cifra consistente per entrare in una corporazione che, limitando il numero di taxi in circolazione, fa crescere i loro guadagni.

Il principio secondo cui a pochi individui sono garantiti dei comodi privilegi a discapito di tutti gli altri non è circoscritto al mondo del lavoro. In Italia manca un sistema di sussidi di disoccupazione universale: le persone che lavorano nella stessa linea di produzione ma svolgono operazioni differenti possono ricevere indennità diverse e per periodi diversi quando perdono il posto. Potrà sembrare un sistema ingiusto, ma metterlo in discussione è politicamente sconveniente e nessun partito è seriamente intenzionato a farlo. Inoltre, i gruppi di privilegiati sono da tempo un elemento distintivo della stessa politica italiana.

giovani e lavoroIn questi sistemi chiusi i perdenti vanno a ingrossare le fila dei disoccupati, di cui i giovani rappresentano una percentuale davvero troppo alta. Più di un quinto degli italiani di età compresa tra i 15 e i 29 anni non studia né lavora. Dopo una riforma introdotta nel 2003, i giovani con un lavoro in regola sono spesso costretti ad accettare condizioni svantaggiose (licenziamenti più facili e niente sussidi di disoccupazione). Di conseguenza la precarietà nel mercato del lavoro colpisce soprattutto una minoranza formata da giovani. Forse anche per questo gli italiani preferiscono un posto di lavoro difficile da trovare ma anche difficile da perdere e per questo motivo il sistema è bloccato.

I sistemi chiusi si prestano ad essere penetrati dalle organizzazioni mafiose come accade nei campi dell’edilizia e della movimentazione terra. Persino al nord le cosche mafiose sono riuscite a controllare diversi consigli comunali con il sostegno di poche centinaia di meridionali che si sono trasferiti dal sud.

Ma l’avversione alla concorrenza non è circoscritta alle piccole imprese. Nel 2008, quando Air France- Klm presentò la sua offerta d’acquisto per Alitalia, ormai in bancarotta, Berlusconi definì la proposta “offensiva”. Il governo ha deciso invece di scaricare 1,2 miliardi di euro di debiti di Alitalia sul bilancio dello stato (oltre ai tre miliardi già versati dai contribuenti) e di vendere la compagnia a una cordata di imprenditori italiani, garantendole per tre anni il monopolio della tratta Roma-Linate (l’aeroporto più comodo per raggiungere Milano).

televisioniNon è facile smantellare sistemi così convenienti. Dopo il successo delle reti di Berlusconi nel settore della tv commerciale, in Italia si è creato un duopolio televisivo formato da Rai (l’emittente di stato) e Mediaset. Il sistema è stato turbato nel 2003 dall’arrivo di Sky Italia, la pay tv di proprietà della News Corporation di Rupert Murdoch. Sky Italia è cresciuta in fretta: nel 2010 ha raggiunto quasi cinque milioni di abbonati. Il suo successo, tuttavia, gli ha creato dei problemi. È stata raddoppiata l’iva per le pay tv e Sky è stata inoltre penalizzata da una legge che abbassa i tetti di raccolta pubblicitaria per i canali a pagamento e li alza per i canali in chiaro, che costituiscono la principale fonte di guadagno di Mediaset.

Forse per questo il tasso di investimenti diretti esteri negli ultimi vent’anni sono sempre stati (in rapporto al pil) ben al di sotto della media europea.

Gli italiani di orientamento liberale criticano questo sistema, ma non sono abbastanza numerosi da esercitare un’influenza politica. Se sono così pochi è a causa di un ambiente ostile. Dopo la seconda guerra mondiale la maggior parte degli elettori italiani si è diviso per 50 anni tra la Democrazia cristiana, che aveva ereditato dalla chiesa cattolica l’avversione al libero mercato, e il Partito comunista. Anche gli attuali partiti di destra – il Popolo della libertà di Berlusconi e la Lega nord – sono chiaramente ostili alla concorrenza.

Invece in questi ultimi anni la sinistra ha fatto di più per aprire i mercati. Pier Luigi Bersani, un ex comunista che oggi guida il Partito democratico, il principale partito d’opposizione, ha avviato una serie di riforme durante l’ultimo governo di centrosinistra, tra il 2006 e il 2008. (fine seconda parte)

Spero che i miei figli possano studiare (di Marta Boneschi)

Gebré è un contadino etiope. Abita con la famiglia in un villaggio a nord di Addis Abeba, dove possiede due costruzioni rotonde in pietra, di un vano ciascuna: la prima contiene i silos dei cereali, la provvista dell’acqua nella tanica di plastica gialla, un paio di giacigli; l’altra ricovera il bestiame, pecore e galline. Da sotto il turbante bianco, tenendo la croce copta sul petto (è anche custode della chiesa locale), Gebré dichiara: «Spero che i miei figli possano studiare, perché potranno scegliere la loro vita. Io non l’ho fatto e sono rimasto contadino, come mio padre, e suo padre prima di lui».

Se pure privo di istruzione, Gebré sa – e lo dichiara alla telecamera che esplora il suo modo di vita a beneficio degli spettatori dell’intero globo – che dentro al villaggio, da tempo immemorabile, le cose vanno nello stesso modo. Là fuori, invece, esiste un mondo libero, dove l’istruzione è una risorsa che apre molte porte su orizzonti impensabili.

Essere liberi di scegliere in famiglia e nella società è una grande conquista civile, per la quale i nostri avi e ave si sono battuti. La libertà di scelta ha costruito il mondo moderno, un mondo dove non c’è più posto per la schiavitù. Come mai il contadino etiope Gebré è così fiducioso nella libertà dei figli, mentre il professore italiano Luigi Frati se ne infischia e, anzi, dispone dei parenti con potere feudale? Privo di istruzione, ma non di sogni, Gebrè non ha niente da perdere. Frati invece, rettore della Sapienza di Roma, non può abdicare all’impero acquisito palmo a palmo, e occupa porzioni crescenti della scacchiera dove già ha annidato moglie, figlio e nipote.

Se Gebrè parla da padre, che desidera la libertà per i figli, Frati si comporta da padrino, che dispone per i “suoi” e intralcia prepotentemente i “non suoi”. E’ curioso, ma Gebré appare come un miglior cittadino rispetto a Frati (e ai “baronetti” come lui, attivi e operanti, oltre che nelle accademia, anche nella professioni, nell’imprenditoria, nel commercio), il quale blocca la dinamica della società, ostacolando il riconoscimento del merito e deprimendo il valore degli studi.

Se Gebré non conosce i fondamenti della convivenza che in occidente si sono venuti formando dal Settecento in poi, pazienza. Non è colpa sua. Ma un “barone” (che in questo caso, grazie alle mirabili potenzialità del lessico italiano, usiamo come accrescitivo di “baro”, imbroglione) dovrebbe sapere che lo “spirito di famiglia”, quando pretende di governare la comunità, è pernicioso. Il mondo moderno ha accantonato il capofamiglia onnipotente e indiscusso, privilegiando l’individualità, il talento, la volontà libera di esprimersi. Non da Gebré ma da Frati ci potremmo aspettare un maggior rispetto per i classici; avrebbe potuto, lui sì, leggere e assimilare la bella pagina di Cesare Beccaria nella quale il capofamiglia, come proprietario assoluto delle cose e delle persone, è contestato con argomenti inoppugnabili. E smantellato, per il bene di tutti. Peccato, anche perché Dei delitti e delle pene, citato di solito come il primo manifesto mondiale contro la pena di morte e contro la tortura, è invece ricco di spunti sul diritto alla felicità per il più gran numero di persone, utili anche nel secolo ventunesimo.

L’«aver considerato piuttosto la società come un’unione di famiglie che come un’unione di uomini» ha generato ingiustizie come questa, illustrata da Beccaria: «Vi siano cento mila uomini, o sia ventimila famiglie, ciascuna delle quali è composta di cinque persone, compresovi il capo che le rappresenta: se l’associazione è fatta per le famiglie, vi saranno ventimila uomini e ottantamila schiavi; se l’associazione è di uomini, vi saranno cento mila cittadini e nessuno schiavo. Nel primo caso vi sarà una repubblica, e ventimila piccole monarchie che la compongono, nel secondo lo spirito repubblicano non solo spirerà nelle piazze e nelle adunanze della nazione, ma anche nelle domestiche mura, dove sta gran parte della miseria e della felicità degli uomini».

Le ragioni della famiglia non possono schiacciare quelle degli individui, perché in questo caso la felicità è iniquamente distribuita e l’infelicità dilaga. A quanti meritevoli di gestire un’azienda, di insegnare da una cattedra o di esercitare una professione il nepotismo sbarra la strada? E quanti inetti il familismo mette in posizione di potere, con un doppio danno per la società?

Nonostante il fatto che la Costituzione riconosca la parità in famiglia – un approdo del quale siamo debitori all’età dei lumi e ai suoi preveggenti philosophes – troppi italiani credono sia loro dovere proteggere i figli, metterli al sicuro, tracciare la loro strada professionale, collocandoli a viva forza in un posto e in uno stipendio. «E’ per il suo bene», e niente è più ripugnante che ammantare di buoni sentimenti un’azione iniqua e incivile, un gesto da padrino (che, sempre grazie alla meravigliosa flessibilità del lessico italiano, usiamo come diminutivo di padri, cioè padri infimi).

Quindi per il nostro bene, quello vero, ricordiamo di prendere adeguate informazioni genealogiche prima di farci tagliare la pancia, riparare un dente, acquistare una casa o un mobile. Meglio sapere se il dentista è figlio di falegname: il tavolo lo compreremo dal padre, tranquilli di poterci masticare sopra un pranzo e una cena grazie alla protesi ben realizzata dal figlio.

Marta Boneschi da www.lib21.org

Liberare i tempi della città, creare lavoro (di Lapo Berti)

Quando si parla di liberalizzazioni, l’abbiamo visto anche in queste settimane, al centro dell’attenzione ci sono sempre le rumorose minoranze che dall’apertura dei rispettivi mercati, dall’eliminazione dei lacci e lacciuoli, di cui parlava Guido Carli tanti anni fa, si aspettano una riduzione se non l’azzeramento dei loro privilegi, delle loro rendite, dei loro vantaggi. Quasi mai si parla di coloro che dalle liberalizzazioni potrebbero ottenere vantaggi e miglioramenti delle loro condizioni di vita, i cittadini in quanto consumatori e utenti; pressoché mai si dà loro la parola.

A colmare questa lacuna, giunge ora un libretto fresco non solo di stampa, ma anche di idee e di scrittura: “Liberalizzaci dal male. Orari, mercato del lavoro, trasporti-reti: come, quando, chi, dove e perché”, Rubbettino editore (2012). L’autrice, Benedetta Cosmi, una giovane scrittrice, non ancora trentenne, esperta di comunicazione e con già alle spalle un breve ma vivace curriculum, ci mostra, in maniera accattivante e convincente, come, con un po’ di fantasia e con il coraggio di uscire “dal contingente, dall’emergenza, dall’eccezione, dal fatta la legge trovato l’inganno, da due pesi e due misure”, un po’ più di libertà e flessibilità nell’organizzazione degli spazi e dei movimenti potrebbe creare posti di lavoro e rendere più ricca e meno faticosa la vita dei cittadini. La Cosmi vorrebbe che, per una volta, fossero i lavoratori, i cittadini, gli utenti, i turisti, a scrivere l’agenda delle riforme e delle liberalizzazioni, a partire dalle loro esigenze.

Un tema su tutti: gli orari delle città, quasi sempre assurdi, quasi mai dettati per adeguarsi alle esigenze dei cittadini e agevolarne la vita. Tanti luoghi, come le biblioteche, i musei, le banche o gli uffici pubblici sono aperti quando chi avrebbe bisogno di andarci è al lavoro. Quanto costano alle aziende e ai lavoratori tutti i permessi richiesti per poter accedere a quei luoghi, per eseguire operazioni o seguire pratiche, le quali, sia detto di passaggio, in molti casi potrebbero essere affidate a servizi on-line e lo sono ancora in misura spaventosamente limitata?

Ma questo è il paese in cui un comune può emettere un’ordinanza per imporre a barbieri e parrucchieri di tenere aperto solo la mattina. La Cosmi cita in proposito la lettera aperta di un gruppo di giovani barbieri e parrucchieri che chiedono la libertà di tenere aperti i propri esercizi in nome di un principio sacrosanto che nel nostro paese è sistematicamente ignorato: “Noi dobbiamo ascoltare la gente, esserci quando il cliente ce lo chiede, e invece ad oggi fare questo vuol dire essere fuori legge”. In Italia, come tutti sappiamo, vengono prima gli interessi delle lobby, dei gruppi, anche di lavoratori, che sanno farsi valere, specialmente nel mondo dei servizi, e buon ultimi, oltraggiati e sbeffeggiati da tutti, i cittadini.

E’ uno schema da cui bisogna uscire. Occorre affrontare la pianificazione strategica degli orari delle città, per fare in modo che lo spazio urbano sia fruibile sulla base delle nuove abitudini di chi la abita permanentemente, i residenti, o transitoriamente, i turisti. Nell’era del turismo low cost, fatto di soggiorni fugaci, è impensabile ed economicamente masochistico che si debba impiegare un giorno per accedere a un museo. Ma anche i cittadini che escono dagli uffici e trovano i negozi chiusi soffrono per la stessa miopia commerciale e regolamentare.

Un ripensamento degli orari della città che riconosca e generalizzi abitudini e comportamenti che già esistono, argomenta fiduciosa la Cosmi, non solo renderebbe la vita migliore, ma offrirebbe opportunità di lavoro ai tanti che oggi invano lo attendono, magari con qualche sacrificio nell’organizzazione del proprio tempo, ma sarebbe comunque l’avvio di un processo di recupero al lavoro di fasce ampie di giovani oggi senza futuro.

I giovani, la loro condizione, il loro futuro, sono al centro delle riflessioni della Cosmi. Il suo libro è un solo appassionato pamphlet in difesa dei giovani e del loro diritto ad avere un futuro, ma è anche, inevitabilmente, una critica feroce dell’immobilismo che caratterizza il nostro paese a tutti i livelli, dell’egoismo che infetta tutti fino al punto che gli stessi genitori non si rendono conto che la difesa a oltranza dei diritti acquisiti e delle rendite di posizione di cui magari godono condanna i figli alla resa e all’inattività. E’, inevitabilmente, un paese che non trova motivazioni sufficienti per investire nel sapere dei giovani, per accrescere il loro capitale umano. Il nostro paese è “L’unico paese che non ha luoghi di cultura aperti, nelle ore dei giovani!”.

In fondo, il punto della Cosmi è semplice, come sempre sono semplici le proposte rivoluzionarie. Si tratta, molto banalmente, di mettere d’accordo una domanda di servizi e di spazi fruibili, che va ben oltre gli orari canonici, con un’offerta di lavoro, specialmente giovanile, che stenta a trovare le vie dell’occupazione nella foresta pietrificata del nostro mercato del lavoro. I giovani sono disposti a lavorare in orari “scomodi”, se a questo si accompagna una maniera tutta nuova e più libera di vivere gli spazi della città, finalmente aperti alle loro esigenze. Ma, come tutte le cose semplici, questa rivoluzione è più facile a dirsi che a farsi. Contro di essa si ergono le barriere di un consolidato sistema d’interessi, che spacca anche il mondo del lavoro e, soprattutto, ha creato un modo di pensare che è pregiudizialmente ostile al cambiamento, all’apertura dei mercati, alla competizione e, spesso, si nasconde dietro la giusta, sacrosanta tutela dei diritti dei lavoratori per proteggere vantaggi e rendite di ogni genere.

Lapo Berti da www.lib21.org

Notariato: invece della liberalizzazione i Comuni. Una proposta virtuosa (di Paolo Baronti)

 Il notariato: origini ed organizzazione attuale. Il notaio o nella antica dizione tuttora talvolta usata, notaro (dal latino “notare” ossia “annotare, prender nota”), è un libero professionista  esercente una funzione pubblica o, in qualche ordinamento, un pubblico funzionario al quale è affidata la funzione di garantire la validità dei contratti e, più in generale, dei negozi giuridici, attribuendo pubblica fede agli atti e sottoscrizioni apposte alla sua presenza. L’atto notarile ossia il documento redatto dal notaio con le prescritte formalità, garantisce la legittimità del negozio giuridico che contiene ed ha il valore probatorio dell’atto pubblico (art. 2700 codice civile: l’atto pubblico fa piena prova, fino a querela di falso, della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha formato, nonché delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti). Tale definizione si riferisce più propriamente al cosiddetto notaio latino, presente nella grande maggioranza dei paesi di civil law, con la notevole eccezione dei paesi nordeuropei di Common law quali Inghilterra e Stati uniti. In tali paesi le funzioni del notaio latino sono generalmente svolte da un avvocato. In questi paesi non esistono documenti dotati di pubblica fede, giacché tutti i documenti fanno fede fino a sentenza contraria. È comunque prevista la figura del notary public che, a differenza del notaio latino, ha solo il compito di autenticare le firme. L’organizzazione del notariato moderno, nei paesi dove vige il cosiddetto notariato latino, risale sostanzialmente alla Rivoluzione francese (decreto del 29 settembre 1791. L’ordinamento francese fu ricalcato, nel Regno d’Italia, dalla legge del 25 ventoso anno XI (16 marzo 1803), che improntò a sé anche le successive leggi emanate nei vari Stati italiani dopo la Restaurazione; avvenuta l’unificazione, il notariato fu regolato in Italia dal R.D. 25 maggio 1879, n. 4900, poi sostituito dalla legge 16 febbraio 1913, n. 89, tuttora in vigore. Secondo tale legge (detta “legge notarile”), I notari sono ufficiali pubblici istituiti per ricevere gli atti tra vivi e di ultima volontà, attribuire loro pubblica fede, conservarne il deposito, rilasciarne le copie, i certificati e gli estratti. Per la sua funzione di pubblica utilità, il notariato non è configurabile come mera attività di impresa, ed è soggetto alla disciplina antitrust e ai principi di libera concorrenza secondo un regime specifico. L’esistenza di un albo professionale e di un tariffario di riferimento non è sanzionabile come una forma di cartello. In particolare le funzioni del notaio Italiano sono anche quelle di liquidare e riscuotere le imposte per conto dello Stato relativamente agli atti pubblici ricevuti. Il notaio italiano deve inoltre effettuare i controlli ipotecari e catastali, effettuare tutti gli adempimenti nei vari uffici pubblici quali ad esempio la registrazione dell’atto presso l’Agenzia delle Entrate, la trascrizione presso la Agenzia del Territorio, la voltura presso il Catasto, le annotazioni presso il Registro dello Stato Civile, le iscrizioni al Registro delle Imprese. Si diventa notaio col superamento di un concorso nazionale articolato su tre prove scritte ed una prova orale. Il concorso è gestito direttamente dal Ministero della Giustizia e non dal Notariato. Il numero dei notai è fissato e programmato dal Ministero della Giustizia. I notai in esercizio sono 4.554 (dati giugno 2010).

Gli introiti dell’attività di notaio. Il costo dell’atto notarile si compone essenzialmente di 4 voci:

  • l’ammontare delle imposte che il notaio riscuote per lo Stato
  • le spese che devono essere sostenute presso Pubbliche amministrazioni per la preparazione dell’atto e i successivi adempimenti;
  • i compensi spettanti al Notaio per l’attività che svolge
  • l’IVA sui compensi che il Notaio incassa e riversa allo Stato

Nonostante che in tutti i siti internet ed in tutte le pubblicazioni del mondo notarile si evidenzi che i  compensi del Notaio costituiscono quindi solo una delle quattro voci di costo di un atto notarile, per giustificare gli enormi esborsi che i cittadini devono versare per la redazione di un contratto di compravendita, la categoria dei notai rimane da sempre ai vertici di tutte le graduatorie per i maggiori redditi dichiarati al fisco. Sarà pur vero che i notai non possono nascondere nulla al fisco, ma il sistema delle tariffe, con una progressività delle stesse sulla base del valore dell’immobile produce effetti sui costi molto consistenti. Per un contratto di vendita di 50.000 euro, la tariffa è di 1.400 euro (iva compresa), poi le tariffe salgono secondo gli scaglioni. Oltre i 100.000 euro, aumenta di circa 100 euro per ogni 25.000 euro di valore. Per le donazioni è previsto l’atto pubblico che comporta una maggiore tariffa di circa 150 euro.

 Il notariato: una funzione pubblica da recuperare al sistema pubblico. L’articolo 118 della Costituzione italiana, dopo la riforma del 2001 introduce il principio di sussidiarietà verticale, secondo il quale: “Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza”. La funzione del notariato è una funzione pubblica primaria della Repubblica e pertanto appare “naturale” il suo esercizio da parte dell’Ente costituzionalmente individuato per svolgere le funzioni di amministrazione più vicino ai cittadini, cioè il Comune. Capire come mai una funzione redditizia sia rimasta per due secoli delegata dallo Stato ad una corporazione, è materia da storici del diritto, ma principalmente si possono individuare  già ora tre fattori principali:

  • il ruolo dominante della borghesia, come classe sociale che ha imposto, attraverso la grande rivoluzione borghese del 1789 in Francia, tale modello a tutta l’Europa continentale, al seguito delle conquiste napoleoniche e poi è sopravvissuta alla Restaurazione per la obiettiva efficacia del sistema;
  • il sostanziale buon funzionamento complessivo della funzione notarile, che è rimasta largamente indenne da fenomeni di corruzione o malversazione, anche se, negli ultimi anni, in Italia,   si sono rilevati episodi seri, dal concorso truccato e poi annullato, ad inchieste su notai per falso;
  • la forza di una corporazione che ha sempre contrastato, sul nascere, qualsiasi ipotesi di modifiche alla situazione attuale.

Ma la situazione della Pubblica amministrazione in Italia è radicalmente cambiata. Contrariamente all’inizio dell’Ottocento ed al momento della formazione dello Stato unitario, essa ha a disposizione una dotazione più che adeguata di laureati in Giurisprudenza, idonei, con brevi corsi di aggiornamento, a svolgere le funzioni notarili.  Non a caso, già oggi, la legge – art. 97, comma 4, lett. c) del d.lgs. 267/2000  attribuisce al Segretario comunale  la competenza  a rogare tutti i contratti nei quali l’ente è parte ed autenticare scritture private ed atti unilaterali nell’interesse dell’ente”. Infatti il segretario comunale è il funzionario pubblico a cui sono affidati anche funzioni notarili esercitabili nel solo interesse dell’ente.

Le liberalizzazioni fallite. Secondo una recentissima indagine della Cgia di Mestre le liberalizzazioni hanno portato pochi vantaggi nelle tasche dei consumatori italiani. Nella stragrande maggioranza dei casi si è registrata, invece, una vera  e propria impennata dei prezzi o delle tariffe. Tra l’anno di liberalizzazione ed il 2011, i prezzi o le tariffe sono cresciute  con buona pace di chi sosteneva che un mercato più concorrenziale avrebbe favorito il consumatore finale: si è passati  da una situazione di monopolio pubblico a vere e proprie oligopoli controllati dai privati, con aumenti fino al 186% – Assicurazioni auto. La vera questione politica da affrontare, infatti, che è la madre di tutti gli aumenti, è la constatazione che nel nostro Paese non riesce ad affermarsi, prima come convincimento culturale diffuso e poi come prassi operativa, tra tutte le categorie imprenditoriali, quello che è il caposaldo di un mercato liberalizzato, cioè l’effettiva  concorrenza tra le imprese.  Le imprese o le professioni dei servizi liberalizzati,  invece di operare miglioramenti organizzativi e/o  produttivi volti a migliorare la qualità e/o a ridurre i prezzi, preferiscono operazioni di cartello mantenendo tutti lo stesso prezzo. Si verificano, cioè,  collusioni oligopolistiche, diffusissime quali prassi ordinarie, con la conquista di settori di mercato non attraverso un miglioramento qualitativo dell’offerta (minor prezzo) ma eliminando i concorrenti, attraverso accordi bonari o acquisizione degli stessi con offerte pubbliche di acquisto (opa) ostili. I cittadini consumatori,  soprattutto quelli a reddito fisso e basso, assistono impotenti a tali prese in giro, perché delle liberalizzazioni di cui  i Governi che si sono succeduti si proclamano alfieri, non le vedono, ma assistono impotenti e senza tutela alcuna all’aumento di prezzi, tariffe, accise e via dicendo.

Liberalizzare il notariato: una proposta inutile. Pensare che i cittadini ricavino qualche giovamento sostanziale da un aumento del numero dei notai, appare un’ipotesi basata su una visione libresca, astratta dalla realtà e dai meccanismi oggettivi, reali che sono quelli sopra descritti. Le tariffe notarili sono stabilite per decreto ministeriale. Potrà essere prevista una riduzione della tariffa da rendere pubblica: ciò è vero, ma a fronte di una riduzione degli introiti, tutti i notai, vecchi e nuovi, arriveranno ad un accordo per non ridurre i prezzi e poi si alleeranno, ancora più compatti, per chiedere un aggiornamento delle tariffe! Chi aveva visto giusto nel difficile processo delle liberalizzazioni e nei possibili effetti perversi delle stesse, era stato Tommaso Padoa Schioppa, che in un articolo su Il Mulino, nel 2004, ammoniva che, in assenza di una cultura realmente liberale e rispettosa dei principi della concorrenza, si sarebbero manifestate patologie molto gravi e pertanto auspicava che, nel periodo iniziale, lo Stato avrebbe dovuto svolgere il ruolo di calmieratore, intervenendo, con un proprio soggetto imprenditoriale a garanzia del corretto realizzarsi dei processi di liberalizzazione. Un’analisi profetica di cui, però, nessuno si è avvalso, neppure lui quando, poco dopo, divenne ministro dell’Economia, nel Governo Prodi

Una proposta virtuosa. Il notariato risorsa economica per i piccoli comuni rurali e montani.  Sono oltre 7.000 i piccoli comuni senza la sede di un ufficio di un notaio nel loro territorio. In tali realtà si può legittimamente prevedere che il Segretario comunale, che è già  abilitato agli atti di rogito ed autentiche di scritture private in presenza di un interesse del Comune, possa, senza alcuna complicazione organizzativa, divenire un notaio, con tariffe più basse per i cittadini residenti nel proprio Comune. Sarebbe, tale intervento, un calmiere messo in campo dal sistema pubblico a garanzia dell’efficacia della riforma.  Tale  attività  da parte dei piccoli Comuni, inoltre, porterebbe risorse aggiuntive nei loro  Bilanci, taglieggiati in questi ultimi anni da tutte le finanziarie, estive ed invernali che si sono succedute. 

Paolo Baronti

Liberalizzare anche le associazioni dei consumatori? Il ruolo della partecipazione nei servizi locali (di Claudio Lombardi)

Il 24 e il 25 gennaio si tiene a Milano l’annuale conferenza programmatica del Consiglio Nazionale Consumatori e Utenti (CNCU) l’organismo costituito presso il ministero dello sviluppo che raccoglie le principali associazioni dei consumatori presenti su scala nazionale.

Il tema dell’incontro di quest’anno è “Servizi pubblici e partecipazione civica”, tema vasto, ma declinato con alcune parole chiave (qualità, tutela dei diritti, sostenibilità, partecipazione) e focalizzato su una legge che ormai ha già superato i quattro anni di vita senza mai aver conosciuto applicazione: il comma 461 della legge 244/2007.

Questo incontro segue di pochi giorni l’annuncio del pacchetto di liberalizzazioni varato dal Governo nel quadro della cosiddetta fase 2 e ciò merita una riflessione. Come è noto fin da quando in Italia fiorì la stagione dell’associazionismo dei consumatori (e sono quasi venti anni) si disse che l’ingresso di questo nuovo soggetto sulla scena doveva servire a sostenere un passaggio epocale, quello dallo Stato imprenditore allo Stato regolatore e quello dal cittadino-consumatore soggetto passivo al cittadino che fa pesare la sua voce e chiede il rispetto dei suoi diritti.

Quindi associazionismo dei consumatori, espansione della democrazia e partecipazione dovevano servire a delineare i tratti distintivi di un assetto nel quale la concorrenza e il mercato potessero svolgere il compito di liberare energie inutilizzate e immetterle nel campo delle attività economiche e di servizio migliorando le prestazioni a favore dei consumatori e dei cittadini senza aumentare il potere dei soggetti forti (le aziende) a scapito di quelli deboli  (i consumatori).

Che ciò sia accaduto in questi quasi venti anni su entrambi i fronti è tutto da verificare, ma sicuramente i diritti dei consumatori hanno conosciuto una stagione inedita mai prima vissuta nel nostro Paese e le associazioni dei consumatori sono diventate un punto di riferimento e un interlocutore che ha prodotto significativi miglioramenti sul piano dei rapporti contrattuali e delle relative tutele normative. Meno significativi sono stati i progressi sul piano della partecipazione e della possibilità di definire e verificare le scelte politiche dei servizi in un confronto che tenesse conto del punto di vista dei cittadini.

Se per alcuni servizi a rete il confronto gestito dalle Autorità di regolazione ha visto nelle associazioni dei consumatori un interlocutore sempre presente, nel vasto ambito dei servizi locali ciò si è verificato in misura nettamente inferiore.

Pensiamo alla gestione e trattamento dei rifiuti, pensiamo ai servizi idrici e ai trasporti locali e regionali. In questi settori la voce dei cittadini si è fatta sentire più con la presenza di comitati e di movimenti che con l’opera delle associazioni dei consumatori. Ed è stata una voce che non è riuscita ad influenzare le scelte assunte nelle sedi istituzionali ed amministrative fortemente condizionate, al contrario, dalle aggregazioni di interessi economici e politici “forti” che hanno deciso sulla pelle dei cittadini e non tenendo in alcun conto, se non costretti, il loro punto di vista.

In questi ambiti sono venuti al pettine i nodi di una rappresentanza dei consumatori con forti limiti sia perché concentrata su obiettivi di funzionalità e di sopravvivenza delle associazioni, sia perché indirizzata a mettere in primo piano la contrattazione di vantaggi normativi e monetari. Sotto quest’ultimo aspetto ci sono state conquiste importanti come il codice del consumo, la class action e la mediazione, oppure un controllo di alcune tariffe che non vanno sottovalutati.

Ciò che è finora mancata però, è stata la capacità di dar vita ad un movimento di consumatori che puntasse a divenire un soggetto influente sulle scelte nel campo delle politiche pubbliche. Per farlo, tuttavia, non si poteva considerare il cittadino solo come consumatore ovvero titolare di interessi nel rapporto di scambio fra merci e servizi. Occorreva abbracciare l’intera soggettività del cittadino come fondamento dello Stato e rivendicarne il ruolo di protagonista nelle scelte compiute in suo nome nelle sedi istituzionali.

Senza invadere campi che sono propri dei partiti riesce difficile immaginare una tutela di diritti nei servizi pubblici che non si presenti anche come interlocuzione con le politiche e che non solleciti, quindi, anche la partecipazione dei singoli andando oltre, quindi, la consultazione delle associazioni che agiscono in nome dei consumatori.

I nodi venuti al pettine in questi anni si condensano nella mancata applicazione del comma 461 a cui sarà dedicata una sessione dell’incontro di Milano.

Il comma 461 rappresenta un modello di relazioni fra associazioni, singoli cittadini, aziende e enti locali fondato sulla centralità delle politiche e sulla partecipazione. Definizione di standard, verifiche di adeguatezza, monitoraggi e verifiche annuali ruotano intorno al cittadino protagonista in un sistema dinamico mosso dall’ente locale e che attribuisce funzioni precise alle associazioni dei consumatori. La centralità delle politiche emerge non da una gerarchia di funzioni, ma dall’interazione dei soggetti protagonisti che sono spinti dalla norma a focalizzare la loro attenzione sul funzionamento dei servizi in relazione al soddisfacimento delle esigenze dei cittadini.

Un sistema armonico che ha bisogno di due condizioni per funzionare: l’apertura ai cittadini vera e non solo dichiarata, l’esistenza di associazioni radicate nel territorio cioè partecipate e espressione degli abitanti.

Senza queste due condizioni il comma 461 non può funzionare perché è cosa diversa dall’attività autoreferenziale delle aziende dei servizi che gestiscono il monitoraggio del loro proprio lavoro; è cosa diversa dalla pratica dei tavoli di consultazione; è cosa diversa dal finanziamento di singoli progetti che non incidono sul sistema di governance dei servizi.

Il fatto che il comma 461 non sia stato applicato pone seri interrogativi sulla volontà e sulla possibilità di realizzare le due condizioni sopra indicate.

In tempi crisi e di liberalizzazioni c’è un gran bisogno di una visione diversa del funzionamento delle istituzioni, delle amministrazioni e dei servizi. E c’è un gran bisogno che i cittadini siano messi al centro ascoltando la loro voce e sollecitando una loro responsabile partecipazione. Responsabile perché finalizzata a condividere le scelte di governo di un territorio,  ma effettivamente partecipe per la presenza di una intelaiatura normativa che lo preveda e per l’esistenza di soggetti sociali che hanno questo come scopo della loro presenza.

Diversamente non si comprende come ci si aspetti una spinta corale verso il rilancio del sistema Italia che passa necessariamente attraverso un suo profondo rinnovamento.

La partecipazione responsabile dei cittadini dovrà essere considerata come uno degli elementi più forti della ripresa perché punterà su una migliore organizzazione dei servizi, su una più forte coesione sociale e un innalzamento della qualità della vita nei territori.

È auspicabile che i soggetti collettivi e, quindi, anche le associazioni dei consumatori, sappiano raccogliere questa sfida. Queste ultime, in particolare, senza nascondersi al riparo di poteri, mezzi e prerogative che l’ordinamento ha costruito per loro nel presupposto che potessero essere autorevoli espressioni della società civile. Presupposto in gran parte rimasto sulla carta.

In ogni caso sono nate o già esistono altre espressioni della società civile che stanno conquistando visibilità e incisività nel campo dei servizi (trasporti pendolari, servizi idrici, rifiuti). Un ruolo dovranno necessariamente averlo anche se l’ordinamento non assegna loro strumenti, tutele, mezzi, poteri.

Che sia necessaria una liberalizzazione anche qui?

Claudio Lombardi

Basta rendite e privilegi: è ora di liberalizzare (di Lapo Berti)

La drammaticità della crisi economica attuale in Italia è il prodotto di una crisi globale che è andata a sommarsi a un declino economico ormai in atto da decenni. Se non s’interrompe quel declino, anche l’uscita dalla crisi, ammesso che ci sia, sarà solo precara. Ma il declino è frutto di un ingessamento che ha radici antiche e che si alimenta di rendite, di privilegi ingiustificati, di parassitismo. Occorre spezzare questa morsa. Liberalizzare i mercati significa aprire l’economia e la società a dinamiche nuove e trasparenti, mettere in campo energie nuove, giovani, spazzare la cattiva politica che si fonda sull’intermediazione delle risorse pubbliche. Ma liberalizzare ha senso solo se si liberalizza, una volta per tutte, l’intero sistema.

Un mercato chiuso alla concorrenza assomiglia un po’ a una torta che un gruppo di persone hanno deciso, sulla base di norme, regole scritte e non scritte, accordi, consuetudini, di dividersi fra di loro secondo certe proporzioni.

Di volta in volta, la torta viene riprodotta e suddivisa. Nessuno è indotto a introdurre cambiamenti o innovazioni, neanche per provare a ingrandire la torta.

Quello che conta è impedire che arrivi qualche nuovo soggetto che vuole partecipare alla spartizione. Ci si organizzerà, quindi, per evitare che questo avvenga. Si cercherà di ottenere una legge che sancisca la spartizione. Si faranno accordi, sotto qualsiasi forma, per renderla immodificabile. Se è il caso, si metteranno in scena proteste pubbliche più o meno virulente, tali, comunque, da condizionare la prospettiva breve, e miope, dei partiti.

Se il mercato viene aperto alla concorrenza, le cose cambiano di parecchio.

Tutti possono concorrere alla spartizione della torta. I nuovi aspiranti metteranno in campo strategie innovative, inventeranno nuove soluzioni, per aggiudicarsi una parte della torta, creando nuove opportunità e nuovi vantaggi per i clienti e consumatori che, con i loro acquisti, determinano la formazione della torta.

Il risultato è che tutti coloro che erano abituati a mangiarsi, anno dopo anno, la loro fetta di torta, si vedono improvvisamente posti di fronte alla possibilità che qualche “estraneo” gliela sottragga o, quanto meno, li costringa a ridurla, diminuendo o azzerando il beneficio, o, meglio, la rendita, assicurata dall’eliminazione della concorrenza.

E’ chiaro che, posti di fronte a questa prospettiva, molti saliranno sulle barricate, ma è altrettanto chiaro che, se si vuole arrecare un beneficio duraturo ai consumatori e all’economia nel suo complesso, quelle barricate andranno smantellate. Fra quelli che erano abituati a spartirsi la torta senza colpo ferire, in genere con la semplice conferma di una fedeltà politica, alcuni non ce la faranno e saranno costretti ad andarsene, altri tenteranno di adeguarsi alla nuova situazione, innovando o abbassando i prezzi e migliorando i prodotti e i servizi. Di nuovo, con un vantaggio per i clienti e i consumatori e con una maggiore efficienza per l’economia nel suo complesso.

L’Italia ha un’economia formata da tante torte, piccole e grandi, che da tempo immemorabile e, in genere, con la connivenza dello stato, sono appannaggio di gruppi fissi di soggetti che si trasmettono il “diritto” alla spartizione della torta da una generazione all’altra.

Il risultato è un’inefficienza complessiva del sistema che produce costi ingiustificati per i consumatori e, specialmente se si tratta di servizi, anche per le imprese. E’ un sistema in cui prevale la rendita, assicurata da norme che singoli gruppi d’interesse contrattano con il potere politico in un regime di rapporti opachi in cui spesso alligna la corruzione. Si calcola che, in questo modo, il settore dei servizi che sono erogati al riparo dalla concorrenza porti nelle tasche dei produttori profitti quasi doppi rispetto al resto dell’area dell’euro.

Tutto ciò ha ragioni storiche profonde, che hanno a che vedere con il modo in cui l’Italia, fin dalla costituzione dello stato unitario, ha imboccato la via dell’industrializzazione.

Un’insufficiente disponibilità di capitale accumulato, rispetto alle nazioni concorrenti come l’Inghilterra, la Francia, la Germania, ha imposto il predominio delle banche nel finanziamento delle imprese, riducendo a un ruolo secondario il mercato borsistico. La guida del processo d’industrializzazione è irrimediabilmente finita nelle mani dello stato, attribuendo ai governi un potere da cui ancora non si sono separati.

Si è stabilito allora quell’intreccio perverso fra governo, forze politiche di maggioranza, sistema bancario e imprese che ha condizionato in profondità il modello capitalistico italiano e che solo negli ultimi anni ha cominciato a subire smottamenti, facendo intravedere la possibilità di un cambiamento di sistema. Le imprese si sono abituate a ricercare, anche con mezzi illeciti, la protezione dello stato piuttosto che il confronto con il mercato. Si sono moltiplicate le lobby, che hanno trasformato il parlamento e, quindi, la politica in un mercato delle vacche sempre meno trasparente e sempre più corrotto.

Le persone si sono abituate a pensare che per trovare un lavoro, per fare carriera, era meglio rinunciare a far valere le proprie capacità per porsi al riparo di qualche corporazione, economica, politica, sindacale che fosse.

Ne sono risultate indebolite tutte le spinte che normalmente rendono dinamico un contesto sociale, dalla premiazione del merito alla ricerca del successo, dalla voglia di innovare all’assunzione del rischio. Ne è derivato il desolante e stagnante panorama sociale che abbiamo di fronte.

Un programma di liberalizzazioni come quello annunciato dal presidente Monti rappresenta, in sé, una svolta epocale. Se venisse attuato e, soprattutto, se avesse la necessaria ampiezza e completezza, costituirebbe, per l’Italia, un cambiamento di paradigma. Cambierebbero le regole del gioco e, quindi, i comportamenti degli attori economici, imprese, lavoratori, consumatori. Cambierebbero i valori di riferimento. Cambierebbero le aggregazioni politiche, verrebbe ridisegnata la mappa degli schieramenti politici.

Una rivoluzione, in pratica, quella rivoluzione liberale di cui, già quasi un secolo fa, parlava, inascoltato, Piero Gobetti, prefigurando una convergenza di interessi, nel nome del liberalismo, fra tutti coloro che volevano porre fine a un’economia parassitaria e a una politica corrotta.

Certo, le liberalizzazioni non sono la soluzione di tutti i problemi, ma sono la premessa per voltare pagina, per provare a sottrarre l’Italia al declino cui è attualmente condannata, per tentare di dare vita a nuovi modelli economici e sociali. A patto, naturalmente, che non si guardi in faccia a nessuno e si agisca rapidamente e contemporaneamente in tutti i settori, con una logica di sistema. Il governo Monti, relativamente al riparo dai ricatti della piccola politica, può farlo.

Lapo Berti da www.lib21.org

Le liberalizzazioni utili (di Claudio Lombardi)

Siamo alla fase 2 della manovra del governo Monti e il tema del giorno sono le liberalizzazioni. Il confronto-scontro si svolge nel pubblico dibattito e nelle strade dove i tassisti hanno deciso di contrastare con durezza, come hanno sempre fatto, ogni ipotesi di aumento del numero delle licenze. In altri settori lo staranno facendo sicuramente, ma con meno visibilità.

Liberalizzare significa dare la possibilità di svolgere ogni attività senza ostacoli che non siano i legittimi adempimenti legati alla trasparenza e alla sicurezza. Principio giustissimo che si pone in alternativa a quello di monopolio innanzitutto, ma anche a tutti i limiti che sbarrano l’accesso a professioni, mestieri e servizi.

Principio sì, ma non atto di fede, perché monopolio, accesso limitato e liberalizzazione sono strumenti con i quali si realizza la governance delle società (concetto più ampio del semplice governo istituzionale perché include le forze economiche e sociali). In un periodo può essere utile il monopolio, in un altro l’assoluta liberalizzazione. Ciò che sempre non può mancare è un’autorità pubblica che rappresenti e persegua gli interessi generali e che sorvegli e decida le regole da rispettare a garanzia di tutti.

Per questo occorre domandarsi: perché c’è bisogno di liberalizzare alcune attività? La risposta che viene data è semplice: perché l’assenza di liberalizzazione costituisce un freno alla crescita economica e all’incremento dell’occupazione. Basta questo? No.

Nello scorrere le pagine dei giornali o nell’ascoltare i dibattiti, infatti, si ha l’impressione che manchi qualcosa. Taxi, farmacie, professioni, energia, RC auto, poste, ferrovie, carburanti, autostrade; tutto è mescolato e messo sotto l’etichetta “liberalizzazioni” che assume il ruolo di ragione e fine ultimo. Manca una motivazione che non sia la riaffermazione della necessità e giustezza delle liberalizzazioni.

Prendiamo i taxi. Dire: aumento delle licenze perché è giusto è un conto. Dire: aumento delle licenze perché ci poniamo l’obiettivo che il taxi divenga un mezzo di trasporto ordinario nelle grandi città in un quadro di limiti al traffico privato, è un’altra cosa.

Compito degli uomini delle istituzioni e dei politici è mettere singoli provvedimenti dentro strategie che mostrino i veri fini cui si tende. Per questo occorre porre sul tappeto la questione della mobilità nelle aree urbane che ne contiene molte altre: la vivibilità dell’ambiente, la facilità degli spostamenti, il risparmio di risorse fisiche ed economiche (quanto ci costa stare in fila ore ed ore nel traffico?), l’efficienza del sistema città nel suo complesso. In definitiva si tratta della qualità della vita. Chi vive nelle grandi città si rende conto che non è possibile ed umano continuare a restare prigionieri del traffico e dell’inquinamento. Qual’ è la soluzione? Chiudere al traffico privato almeno le aree centrali e far circolare soltanto i mezzi del trasporto pubblico fra i quali ci sono anche i taxi. Ecco allora che il progetto politico dentro cui sta la liberalizzazione delle licenze è la chiusura delle città al traffico privato e l’investimento sul trasporto pubblico. E se si riesce ad incrementare l’utilizzo dei taxi del 100% è evidente che quelli attuali non bastano ed ecco che più licenze non danneggiano nessuno (specie se si attuano forme di risarcimento per chi la licenza l’ha comprata) perché l’obiettivo è far lavorare molte più persone di oggi, migliorare la vivibilità delle città e una mobilità più veloce per i cittadini. Magari qualcuno rinuncerà pure all’auto privata e risparmierà usando solo i mezzi pubblici. E già questo potrebbe/dovrebbe essere un obiettivo strategico di chi avverte la necessità di un nuovo modo di vivere e consumare.

Ovvio che non basta dirlo per far cessare le proteste; i cittadini, però, capiranno meglio qual è la strategia che si sta seguendo e potranno far sentire il loro consenso. Certo, se poi nessuno riuscirà ad attuarla (le amministrazioni comunali e le regioni) allora sarà il segnale che ciò che conta è la lotta fra le categorie e fra queste e il principio della liberalizzazione che, come principio, è molto più vulnerabile.

Quindi ad ogni liberalizzazione deve corrispondere un progetto politico che ne dimostri l’utilità.

Prendiamo il caso del trasporto ferroviario regionale. Che la situazione sia drammatica lo hanno scritto tutti i giornali e lo sanno bene i pendolari. Come si sa le regioni stipulano con Trenitalia contratti per lo svolgimento del servizio che prevedono un finanziamento pubblico che, quest’anno, parte con un netto taglio rispetto all’anno passato. Liberalizzare questo servizio significa metterlo a gara sapendo, però, che i miracoli la concorrenza non li fa. Occorre partire da un patto con gli utenti e i cittadini: più servizio e meglio pagato un po’ a carico del pubblico un po’ del privato. Se si riesce a dare agli utenti la certezza che il servizio sarà svolto con alti standard qualitativi dall’operatore migliore grazie alla concorrenza e grazie a più risorse messe in campo il vantaggio potrà essere generale perché potranno circolare più treni (=più lavoro), i cittadini avranno una mobilità più facile e diminuirà il traffico privato in assoluto il più faticoso e il più costoso per il singolo utente.

Un sogno? No, perché in altri paesi ci sono riusciti.

In ogni caso è meglio evitare gli scontri di principio che esasperano le posizioni e cercare di mostrare a tutti la convenienza in termini di sistema di un diverso approccio alle politiche che sono necessarie e che passano per le liberalizzazioni.

Sarebbe anche un bene stilare una graduatoria delle liberalizzazioni urgenti e di quelle secondarie altrimenti si corre il rischio di illudere i cittadini che ne possa venire un immediato beneficio economico e si mantiene un riserbo preoccupante su liberalizzazioni necessarie, ma troppo grandi come quella della rete del gas per esempio sulla quale il governo non si pronuncia. In definitiva bisogna credere che dire la verità al Paese anche sui propri limiti sia un requisito indispensabile per segnare la differenza rispetto al passato.

Claudio Lombardi