La libertà di informazione per Lucio Musolino

Ci sono posti dove la libertà di informazione si paga con il rischio della propria persona. Uno di questi è il nostro Sud e in particolare alcune zone nelle quali mafia, camorra e ‘ndrangheta spadroneggiano sentendosi titolari di un potere di dominio del territorio e delle persone.

Il giornalismo nel Sud ha un suo proprio elenco di martiri che non diventeranno mai santi, ma che hanno pagato con la vita la testardaggine di non piegarsi alla prepotenza dei delinquenti che controllano il territorio. Un’informazione libera è condizione di civiltà e di emancipazione. Per questo l’intimidazione resta ancora un’arma per tentare di fermare chi dell’informazione ha fatto la propria professione. Ciò che stupisce è che ci siano tanti giovani cronisti che non si piegano e che lavorano con coraggio per affermare che la legalità deve essere più forte della violenza mafiosa.

Ai tanti che l’hanno preceduto si aggiunge ora Lucio Musolino, giornalista professionista calabrese,  poco più che trentenne e già passato alle cronache per una serie di minacce da parte della malavita e della politica. Da giovane cronista potrebbe anche far finta di niente evitando commenti scomodi, inchieste a rischio. Lui però non lo fa, non pratica il servilismo e non si fa zittire dalle minacce. In uno stato di diritto il giornalista scrive ciò che crede e chi dissente lo dice, chi si sente calunniato usa gli strumenti del diritto. Mai è ammissibile che si minacci l’incolumità personale.

Stavolta però c’è una reazione. Nasce così una pagina Facebook per sostenere lui e la libertà di fare informazione senza il rischio di subire violenza. Ecco l’indirizzo per aderire

https://www.facebook.com/pages/Io-Sto-Con-Lucio-Musolino-No-Al-Bavaglio-Dellinformazione/561481647306040?fref=ts

25 milioni per zittire la Gabanelli (di Stefano Corradino)

Gabanelli reportCi sono tanti modi per chiudere la bocca alle voci non omologate. Il fascismo vietava direttamente la pubblicazione dei contenuti scomodi e incarcerava i giornalisti non allineati. Qualche anno più tardi la strategia censoria consisteva nel mettere l’informazione sotto il rigido controllo dei governi. Si chiamava P2, loggia massonica che poi fu sciolta ma con alcuni dei suoi illustri accoliti, tuttora in Parlamento, ad esercitarne la pervicace continuità. Oggi il bavaglio si avvale di strumenti più sottili ma non meno temibili. Uno di questi è rappresentato dalle cosiddette “querele temerarie“: in pratica se un’inchiesta giornalistica dà fastidio al potente di turno, politico, economico o religioso che sia, scatta la querela. Con richiesta milionaria di risarcimento. E così, il più delle volte, l’autore smette di proseguire il suo lavoro di documentazione intimorito dal procedimento legale.

Il 16 dicembre 2012 la giornalista Milena Gabanelli lancia un servizio dal titolo “Ritardi con Eni” per fare chiarezza sull’attività del gruppo produttore di energia. Ieri l’azienda, sesto gruppo petrolifero mondiale per giro di affari, con una querela di ben 145 pagine accusa Report di averne leso l’immagine e fa richiesta di risarcimento: 25 milioni di euro.

Chi si sente diffamato ha tutto il diritto di tutelarsi ma è piuttosto evidente che una cifra di queste proporzioni si configura come un palese tentativo di intimidazione. Una minaccia non pronunciata ma che di fatto suona così: “la prossima volta ci penserai bene prima di occuparti di noi”.

La Gabanelli ha vinto praticamente tutte le (e sono tante) cause a cui è stata sottoposta. Sicuramente anche in questo caso non arretrerà di un passo e non chiederà nemmeno all’Eni di ritirare la querela per dimostrare, come ha fatto in ogni circostanza, la veridicità delle sue inchieste.

Normalmente questo tipo di cause non vanno a compimento (anche perché occorrono svariati anni per completare l’iter dei dibattimenti). E così il querelato viene assolto “perché il fatto non costituisce reato”. Ciononostante il querelato ha comunque incassato la vittoria che si proponeva fin dall’inizio: bloccare l’inchiesta giornalistica nei suoi confronti.
Per questo il meccanismo perverso dell’intimidazione preventiva va assolutamente demolito. Come afferma l’avvocato Domenico D’Amati, membro del comitato giuridico di Articolo21 e molto competente nella materia, “con le querele temerarie si verifica che lo strumento giudiziario è utilizzato con scopi intimidatori. Tra l’altro la Suprema Corte di Cassazione ha iniziato a recepire le indicazioni della Corte europea dei diritti dell’Uomo, laddove questa afferma che il diritto all’integrità della reputazione, e il diritto alla riservatezza cedono di fronte alla libertà di informazione”.

Su questa materia il Parlamento ha avviato un lavoro bipartisan nella passata legislatura. Un iter che ovviamente giace ora impolverato nei cassetti.

Sul sito Change.org lanciamo una petizione (che vi invitiamo a firmare)  per chiedere che il nuovo Parlamento voglia immediatamente mettere mano ad una revisione della materia che preveda una sostanziosa penalità nei confronti di chi utilizza strumentalmente questo tipo di richieste, condannando il querelante, in caso di sconfitta in sede giudiziaria, al pagamento del medesimo importo: se cioè chiedi 25 milioni di euro alla Gabanelli di risarcimento e poi perdi la causa la risarcisci della stessa cifra. E vince il diritto di informare ed essere informati. Dura lex sed lex.

Stefano Corradino da www.articolo21.org

Informazione e giornalisti: uscire dal “ventennio” (di Silvia Resta)

Cari amici, care colleghe e colleghi candidati. Mai come in questa campagna elettorale i giornalisti sono tanti: una vera pattuglia. Distribuiti nelle varie liste, tanti nomi, volti noti e firme di grande rispetto. E molti, permettetemi di dirlo, siete amici miei. Non ho mai avuto così tanti amici candidati…

Con qualcuno ho diviso la strada, la cronaca, grandi e piccoli fatti, le aule bunker in cui abbiamo girato per anni nei processi per mafia, o terrorismo. Le attese fuori dalle porte. I morti ammazzati.

A qualcuno devo dire grazie per il suo impegno nel sindacato, nell’ aver tenuto accesa la fiaccola della libertà di informazione, in questi anni di buio della ragione e di disprezzo delle regole.

C’è chi è stata per me maestra di coraggio, e chi una firma da leggere la mattina, insieme al  caffè. Con qualcuno abbiamo fatto qualche festa, brindato, suonato, cantato insieme.

Roberto, Saverio, Rosaria, Sandra e Sandro, Massimo e Maurizio, Corradino, Carmine, Michele .

Credo di comprendere la motivazione che vi ha spinto a impegnarvi in politica, in questo momento delicato e cruciale; credo che abbiate pensato ai figli, se ne avete, e che vi stiano a cuore le sorti di questo paese, reduce da  un ventennio che a detta di molti lascia macerie e povertà. Spero che possiate portare in politica la vostra esperienza e le vostre qualità.

Dunque : buon lavoro. Ma vorrei affidarvi una piccola raccomandazione. Un messaggio in bottiglia da leggere quando sarete eletti e siederete in Parlamento.

Avete raccontato e attraversato un bel pezzo di storia di questo paese. Avete nuotato nel fiume fangoso degli ultimi venti anni, che sono stati anni difficili per il giornalismo. Anni barbari e tosti: di bavagli, guinzagli,  museruole e mortificazioni. Di censure e di tabù. Di informazione ridotta a serva. Di microfoni senza giornalisti. Di risposte senza domande. Di direttori body guard, di controllo e mistificazioni. Di trucchi da prestigiatore. Anni del metodo Boffo.

Ecco: per favore, non lo dimenticate. Anni in cui non si poteva parlare di mafia & politica. Mangano era un “eroe”. E le condanne dei potenti venivano- abracadabra-  trasformate in assoluzioni. Anni in cui la donna è stata raccontata come corpo e usata come tangente.

Il femminicidio è stato occultato,  negato: raptus di follia, tango della gelosia, eccesso di amore.

Anni di  editti bulgari,  in cui i telegiornali hanno parlato degli psicologi per i cani, del gelato alla fragola o al limone, di come si accoppia la foca monaca, dei tacchi a spillo misura diciotto, degli asinelli bianchi e dei panda dello zoo di Pechino, dei gioielli di lusso per le signore, dei nuovi  lifting, di quanto è caldo d’estate e quanto è freddo d’inverno. E di quanto, d’estate e d’inverno,  fossero affollate le piste da sci.

Anni in cui i telegiornalisti facevano spot per i pannolini. Perché siamo “liberi”, e tutto si può fare.

Mentre l’ Italia impoveriva, arretrava, saccheggiata dei suoi pubblici beni.

Riverenze ai potenti e disprezzo per i deboli. Non tutta l’informazione è stata asservita. Certo, ma c’è stato un  giornalismo che si è nutrito del sangue e del clamore. La povera Sara e zio Michele. Plastici e infotainement.

E vi ricordate il terremoto de l’ Aquila? Quando tutto filava, la ricostruzione e le grandi opere a gonfie vele, le casette per tutti  con le bottiglie di champagne incorporate, i bertolasi sempre  in tv a dire “tutto va bene madama la marchesa”.

E guai a far vedere le macerie. La gente che soffre. Guai a parlare di scandali, di corruzione, di soldi spesi male: rischiavi di sentirti dire che eri  “antitaliano”.

I monologhi e i cappelli del premier: oggi col casco da minatore, domani col Borsalino o con la bandana. La fiction finiva nel frullatore dei media, sempre più ammalati di conflitto di interessi. Le regole del nostro mestiere spesso sono state calpestate sostituite da un unico diktat: non disturbare il manovratore.

Hanno provato a metterci veri e propri bavagli, ma alla fine, dobbiamo dire, non ci sono riusciti.

Abbiamo respinto la legge sulle intercettazioni (anche lì, quante menzogne…quando passava il messaggio “siamo tutti intercettati”…). E, negli ultimi mesi, il giornalismo è tornato protagonista a raccontare gli scandali del palazzo: Ruby e d’ Addario, le ostriche dei Fiorito, il Pirellone, Lusi. Tarantini e Lavitola. Lo scandalo Mps.

A illuminare i retrobottega dei poteri, scoprendo la punta dell’ iceberg della corruzione. Bastava aprire il coperchio e guardare dentro. Ma per anni, dove eravamo?

Sprofondati al 61esimo posto  della classifica mondiale secondo Reporter sans frontieres. Nell’ultima classifica siamo risaliti al 51 mo. Ma se vogliamo parlare di spread, questo altro si che è spread.

Adesso, insieme ad una ripresa delle buone intenzioni del giornalismo,  mi pare di intercettare una specie di voglia di amnesia che vorrebbe cancellare, farci dimenticare, far passare in cavalleria  quello che è stato. Andare avanti.

Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato…

Beh, io non ci sto. Non si può uscire da questo ventennio senza girare pagina: senza un cambiamento netto, senza uno scatto; ma anche senza  una condanna esplicita  e  un risarcimento.

Condanna per chi è stato regista e complice. Per chi si è fatto comprare. Per chi ha trasformato il giornalismo in macchina del fango.

Risarcimento per coloro che hanno mantenuto la curiosità, l’ autonomia, il coraggio e la passione. Per quelli fatti fuori con un colpo di purga. Per le colleghe tolte dal video perché “disubbidienti”. O non “allineate”. Per le giornaliste che non l’ hanno data, e hanno detto no.

Per chi ha continuato a lavorare sulla trattativa stato-mafia. Ed è diventato “scomodo”. Per chi non ha fatto carriera. Nonostante il merito.

Per le giornaliste e i giornalisti minacciati. Per chi non ha padrini. Per i colleghi denunciati dai propri direttori. Per le notizie rimaste nei cassetti e per quelle finite nei cestini.

Per le periferie tenute al buio. Per le tante zone grigie che non ci hanno fatto illuminare.

Per chi è costretto all’ umiliazione del precariato, e al conseguente ricatto. Giornalisti sottopagati, e a partita iva.

Per i cittadini, a cui va il nostro lavoro. Che sono stati imbrogliati, truffati, drogati.

Perché, in quel prezioso articolo 21, c’è la nostra ragion d’essere. Cari amici, se sarete eletti, rimanete orgogliosamente giornalisti. E non dimenticate di mettere al centro dei lavori della prossima legislatura la battaglia per l’ informazione: sempre servizio pubblico, bene comune da difendere. E il conflitto di interessi, prima emergenza  da risolvere.

Al di là delle liste che vi dividono, fate pool, e battetevi per questo. Solo così la vostra “migrazione” in politica avrà senso compiuto.

E ricordate: il risarcimento. Anche una medaglietta, un bottone di latta. Una pergamena stropicciata. Un nastrino. Un pezzetto di carta. Per i tanti operai/operaie dell’ informazione che  in questi anni hanno ingoiato bocconi amari ma hanno resistito, tenendo stretta quella tessera rossa che, prima di ogni altra, noi abbiamo in tasca.

Silvia Resta giornalista

Le mani di Berlusconi su La7? (di Claudio Lombardi)

Impazza la campagna elettorale che sancisce la fine dell’interregno del governo dei tecnici e, nel pieno di una crisi economica e finanziaria devastante, accompagnata dall’esplosione di uno scandalo dietro l’altro, deve dare all’Italia un nuovo governo e una nuova rappresentanza parlamentare.

Intanto con la rinuncia del Papa, si prepara una svolta epocale nella Chiesa cattolica al termine di una stagione di disordine e di crisi.
Mentre tutta l’attenzione è rivolta a questi grandi eventi si sta consumando nella disattenzione generale un incredibile assalto berlusconiano all’unica televisione libera emersa nel settore privato in questi anni di duopolio fra Mediaset e una Rai di fatto privatizzata e colonizzata dai partiti e dai governi in carica.
La7, la tv di Gad Lerner, di Enrico Mentana, di Santoro, di Lilli Gruber, di tanti giornalisti e di tante trasmissioni che danno un punto di vista diverso da quello delle reti di proprietà di Berlusconi e dei partiti che si sono suddivisi il controllo della Rai sta per essere venduta da Telecom ad altri imprenditori privati.
Chi sono quelli che, zitti zitti, hanno conquistato la pole position?
Indovinate… sono persone molto vicine a Berlusconi. I fondi Clessidra e Cairo communication in tanti modi collegati a Berlusconi sia per legami personali che per presenza diretta di suoi capitali.
Ora, immaginate un pò le implicazioni e le conseguenze di una ulteriore espansione dell’impero berlusconiano. Immaginate che Grillo vinca le elezioni e possa attuare la sua proposta di lasciare alla Rai una rete televisiva interamente finanziata col canone vendendo le altre due sul mercato nel quale, intanto, Berlusconi ha conquistato altre posizioni grazie a prestanome e a una girandola di fondi e società in grado di neutralizzare qualunque regola di limiti al possesso delle azioni.
Grillo, infatti, dice che nessuno deve avere più di un tot di una rete tv. E che problema è per un impero che possiede già tre reti, si avvia a conquistare la quarta e che può ricorrere a tutti i trucchi per mascherare l’acquisto di altre due reti della Rai?
Diciamo che Berlusconi si prepara alla prossima riforma della Rai che se non punterà sul potenziamento del servizio pubblico e sull’indipendenza dai partiti segnerà il drastico declino della tv per la quale si paga il canone. Declino funzionale al suo spezzettamento e alla sua vendita.
Ecco lo scenario che si presenta se non si blocca la vendita de La7 agli amici di Berlusconi.
La parola d’ordine per tutti quelli che vogliono la libertà e il pluralismo è impedire la conquista de La7 e poi dopo le elezioni ridare ai cittadini il controllo della Rai con la riforma proposta da MoveOn Italia

Iniziativa dei cittadini europei per la libertà di informazione

L’iniziativa popolare europea (Ice) è prevista all’art. 11 del Trattato di Lisbona, che recita “Cittadini dell’Unione, in numero di almeno un milione, che abbiano la cittadinanza di un numero significativo di Stati membri, possono prendere l’iniziativa d’invitare la Commissione europea, nell’ambito delle sue attribuzioni, a presentare una proposta appropriata su materie in merito alle quali tali cittadini ritengono necessario un atto giuridico dell’Unione ai fini dell’attuazione dei Trattati”.

Il 7 febbraio è partita la raccolta di firme per l’iniziativa a favore della libertà di informazione. Invitiamo tutti ad aderire collegandosi al sito www.mediainitiative.eu

Di seguito il testo dell’appello.

La libertà e il pluralismo dei media sono sotto attacco in Europa. L’erosione del diritto a un’informazione indipendente, libera e plurale è una minaccia al pieno esercizio della cittadinanza europea. Ma è un diritto che i cittadini europei possono rivendicare, firmando oggi a sostegno dell’Iniziativa Europea per il Pluralismo dei Media. Chiediamo all’Europa, grazie al nuovo strumento di democrazia diretta previsto dal Trattato di Lisbona, l’Iniziativa dei Cittadini Europei, di salvaguardare con norme comuni e vincolanti il diritto a un’informazione indipendente e pluralista, come sancito dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea.

L’Italia per troppo tempo è stata un esempio negativo, con un servizio pubblico radiotelevisivo assoggettato alla politica, oltre alla commistione del potere economico, politico e mediatico consentita per legge, legittimando così un conflitto d’interesse senza pari al mondo. E purtroppo abbiamo fatto scuola: il peggioramento della normativa nel nostro paese è stato seguito da mosse restrittive anche in altri, come l’Ungheria, la Bulgaria e la Romania. Anche in un paese con un sistema mediatico maturo come la Gran Bretagna, le inchieste in corso sul gruppo Murdoch stanno dimostrando come è la democrazia a soffrire in situazioni di concentrazione eccessiva dei media.

L’Iniziativa dei Cittadini Europei per il Pluralismo e la Libertà dei Media, che raccoglie oltre cento tra associazioni e organizzazioni della società civile in tutta Europa, gode anche del sostegno di numerose testate giornalistiche, di personalità del mondo della cultura, dello spettacolo, della politica e delle università. La nostra ambizione è quella di mobilitare i cittadini per rivendicare l’impegno delle istituzioni europee a sostegno dei diritti civili e delle libertà fondamentali, anche quando gli Stati li trascurano, come sempre più sta avvenendo.

Chiediamo, in particolare:

1)      Una legislazione efficace per evitare la concentrazione della proprietà dei media e della pubblicità;

2)      una garanzia di indipendenza degli organi di controllo rispetto al potere politico;

3)      la definizione del conflitto di interessi per evitare che i magnati dei mezzi di informazione occupino alte cariche politiche;

4) sistemi di monitoraggio europei più chiari per verificare con regolarità lo stato di salute e l’indipendenza dei media negli Stati Membri.

Per questo abbiamo bisogno di raggiungere un milione di firme, un numero che permetterà all’Iniziativa e a tutti i cittadini che partecipano alla campagna di aprire un nuovo processo legislativo a livello europeo. Firmare è semplice e può essere fatto anche online.

Unisciti a noi per difendere i tuoi diritti, firma oggi stesso online!

www.mediainitiative.eu

La RAI del futuro tra mercato e servizio pubblico (di Elio Matarazzo)

Progettare nuovi sistemi dove pubblico e privato convivano nella sperimentazione dell’ideazione, produzione e distribuzione dei contenuti, è la “sfida impossibile” su cui riflettiamo da anni con la segreta speranza di fare proposte costruttive anche per il legislatore. L’ambizione è mettere al centro del sistema della conoscenza la RAI Tv – Servizio Pubblico per creare sviluppo e occupazione in questo settore strategico dell’economia della conoscenza.

La rivoluzione della “tecnologia digitale” dei mezzi di comunicazione e diffusione di contenuti (cultura, informazione, intrattenimento), attraverso la circolarità delle risorse immateriali, come la conoscenza, l’informazione, la creatività, la ricerca scientifica e tecnologica, offre un’infinita gamma di potenzialità applicative, ideative, produttive e di architetture comunicative nuove, attraverso i nuovi media digitali.

Il mercato della comunicazione, e della produzione dei contenuti, è caratterizzato  dalla concorrenza globale; questa situazione, richiederebbe in Italia la presenza di un soggetto imprenditoriale pubblico, finalizzato alla realizzazione degli interessi culturali generali del paese con l’obbiettivo di pensare un Welfare della comunicazione, promuovendo la produzione di contenuti italiani, rispetto a quelli acquistati. La RAI TV è la più grande casa editrice italiana e pensare ad una sua ristrutturazione significa pensare ad un soggetto pubblico che metta insieme tecnologia e creatività, propulsore dell’innovazione digitale, della produzione e della diffusione di contenuti. La sfida è quindi quella di far convivere le ragioni del Servizio Pubblico con quelle legate all’esigenza di stare sui mercati con un’impresa efficiente. La RAI deve diventare un grande gruppo multimediale e riconquistare la leadership nell’informazione, nella cultura, nell’ intrattenimento, nei programmi di servizio pubblico e in quelli legati al mercato, allargando la propria attività ai nuovi servizi digitali dell’industria della comunicazione digitale.

A mio giudizio le ragioni per una riforma della RAI TV sono:

1)  La ricerca del pluralismo culturale come criterio editoriale essenziale per svolgere il ruolo di Servizio Pubblico;

2)   Il rilancio della produzione, soprattutto nei settori della fiction e del cinema; la scelta dell’innovazione del prodotto, con creatività e professionalità, negli scenari aperti dalla tecnologia digitale  per tentare di competere nei mercati globalizzati;

3)   Utilizzare nella diffusione digitale internazionale della RAI TV i contenuti prodotti in Italia, come risposta alle sfide della globalizzazione;

4)  La ricerca di alleanze strategiche con altri gruppi della comunicazione e l’acquisizione di capitali privati, per non essere subalterni nella sfida della tecnologia digitale e per progettare il futuro.

La Proposta è trasformare la RAI TV in un’ azienda a rete, un’ “azienda corta”  che privilegi la flessibilità e l’autonomia dei giornalisti e degli autori, rispetto ai super-condizionamenti politici e burocratici, assicuri le condizioni strutturali del pluralismo e ricerchi la propria unitarietà nella coerenza del progetto strategico .

Un possibile modello organizzativo è basato sui seguenti elementi:

Una Fondazione  RAI:  con “atto di Dotazione” viene istituita una fondazione che ha il fine di perseguire l’interesse generale con l’esercizio del servizio pubblico radiotelevisivo; il Parlamento nomina gli amministratori che restano in carica per almeno sette anni;

RAI  Holding : società per azioni di proprietà della Fondazione  alla quale vengono conferite le azioni Rai oggi detenute dal Ministero del Tesoro; possibilità di avere una piccola quota di azioni cedute a finanziatori istituzionali (non speculativi per es. i “Fondi pensione”);

Gruppo dirigente RAI Holding:  La Fondazione RAI nomina un Amministratore Delegato e il Consiglio D’amministrazione  della RAI  Holding;

Società Operative:  La Rai Holding  nomina gli amministratori delegati delle singole società operative; decide le relative quote d’ ingresso dei privati nelle singole società operative  finalizzate ad  attività legate al mercato.  Il gruppo  dirigente delle società operative lo decidono i soci che hanno le quote di maggioranza .

Trasformare la RAI in Holding per creare una struttura che renda meno opprimente e più difficile il condizionamento esercitato dai partiti e dai poteri forti, far entrare i privati nelle società operative della Holding nei settori più legati alle esigenze del mercato.

Il vertice della Fondazione RAI, destinato ad assorbire le funzioni della Commissione Parlamentare di Vigilanza, dovrà essere nominato dal Parlamento con criteri di garanzia, uguali a quelli che regolano la nomina della Corte Costituzionale.

Cosa molto importante la proprietà dell’ Azienda deve rimanere pubblica, mentre le risorse economiche  derivanti dal canone e dalla pubblicità confluiranno nella RAI Holding. Criterio fondamentale è la distinzione fra produzione di contenuti strettamente di servizio pubblico (informazione, informazione parlamentare, programmi di interesse sociale, ecc..) che saranno finanziate solo con il canone; attività con finalità di servizio, ma con una dimensione di mercato (ad esempio le reti televisive generaliste) che potranno essere finanziate in parte con il canone e, in parte, con i proventi della pubblicità e attività prettamente di mercato (ad esempio produzione di fiction o  spettacoli di intrattenimento) che dovranno essere finanziate solo con la pubblicità. Ognuna di queste aree dovrà far capo a distinte società operative e l’ingresso di privati sarà possibile, in maniera differenziata, solo per le attività rivolte al mercato.

Tutte queste attività potranno essere collocate nella holding finanziaria con autonomia organizzativa facendo capo, come già detto, a distinte società operative. Su tutto deve dominare il criterio della trasparenza. Unitarie devono restare l’identità, la missione e la coerenza strategica del gruppo RAI TV che comunque, nello scenario italiano, deve avere obbiettivi peculiari in termini di sviluppo culturale, di pluralismo informativo, di contributo alla modernizzazione digitale del paese (banda larga) e alla politica industriale  del sistema-Italia, in collaborazione coi territori e con le risorse finanziare private.

È bene chiarire che l’ingresso di capitali privati non significa privatizzare la RAI TV o abbandonare la funzione di servizio pubblico. Significa, invece, creare le condizioni perché la RAI TV possa entrare nelle aree di mercato, con una politica industriale di produzione di contenuti digitali per tutte le piattaforme, non solo rivolta al mercato nazionale, ma anche a quelli internazionali.

Il disegno di una holding finanziaria, articolata in società operative  con una forte unitarietà strategica, è dunque la sfida per lo sviluppo, per crescere economicamente e creare buona occupazione.

Questo è un progetto concreto e adeguato ai tempi, non è fatto di sogni che sono belli e riempiono le nostre notti, tutelano il nostro sonno, ma svaniscono quando al mattino ci svegliamo.

Elio Matarazzo

Legge sulla diffamazione: una buona occasione per colpire la libertà di informazione (di Claudio Lombardi)

La diffamazione da parte di chi dispone dei mezzi di comunicazione è una gran brutta cosa ed è giusto sanzionarla. Non con il carcere perché è evidentemente una pena esagerata rispetto alla violazione commessa. Più ovvio è replicare con pene pecuniarie e con rettifiche pubblicizzate con lo stesso risalto dato alla notizia diffamante. La rettifica, in particolare, è la risposta migliore perché mette in risalto un confronto dialettico fra diffamato e diffamatore in base al quale i lettori o gli ascoltatori possono farsi una loro idea. Anche la pena pecuniaria colpisce nel segno purchè, sempre, vi sia una proporzione non solo rispetto alla violazione commessa, ma anche rispetto all’effetto concreto della pena. Infatti, è ovvio che 50mila euro possono essere sopportabili da una grande azienda che produce informazione, ma sono una sentenza di morte per un piccolo notiziario o un sito internet.

La ragionevolezza dovrebbe guidare i parlamentari chiamati a modificare la legge sulla diffamazione che era ferma al carcere e per la quale il direttore di “Libero” Alessandro Sallusti è stato condannato a 14 mesi di reclusione.

Purtroppo la ragionevolezza non guida più da tempo i politici che siedono nelle istituzioni e in troppi si mettono a giocare con le parole del diritto come fosse un Lego nel quale loro possono fare quello che vogliono inventando le costruzioni più assurde al riparo del potere di cui sono investiti.

È tanto il rancore per una informazione che è diventata la spina nel fianco di chiunque abiti nei palazzi della politica. Come è stato nel caso della legge sulle intercettazioni anche in questa occasione troppi politici tentano di regolare i conti con chi è in grado di mettersi in contatto con l’opinione pubblica informando, indagando e orientando.

Certo tra chi fa informazione ci stanno tanti provocatori di professione, tanta gentaglia in vendita al miglior offerente che non ci pensa un attimo a stravolgere la realtà e a falsificarla pur di servire il padrone di turno. Contro questa gente l’arma migliore è smascherarli togliendo loro la credibilità che pensano di avere. Per farlo, però, è necessario che l’informazione sia libera e che non operi sotto il ricatto di pene così pesanti e di regole così arbitrarie da togliere la voglia di produrre informazione a tutti quelli che non hanno un padrone ricco che li copre.

Così, la legge repressiva concepita in maniera bipartisan in Senato (e che adesso sta cambiando sotto la pressione dell’opinione pubblica), favorisce(va) proprio i malfattori al soldo di padroni ricchi e potenti. Quasi una legge ad personam si potrebbe dire. E proprio in un momento in cui c’è un enorme sviluppo del pluralismo grazie all’uso di internet. È come se questa legge volesse tornare ad un mondo dominato da poche aziende editoriali che monopolizzano l’informazione e la tengono sotto stretto controllo.

Quale altro risultato poteva raggiungere una legge che faceva pagare pene di 100mila euro più i risarcimenti per le vittime, più l’interdizione dalla professione giornalistica, più la chiusura dei siti e dei blog ? Facendo finta di migliorare la situazione si mirava a colpire i più deboli o quelli più impegnati nel lavoro di indagine e di ricerca.

Già il fatto che una legge così sia arrivata a un passo dall’approvazione indica che c’è una casta di politici che usa il potere per difendere sé stessa e i suoi protetti. Travolta da innumerevoli scandali, scoperte le ruberie, i raggiri, le truffe, l’assalto al denaro pubblico, l’uso privato del potere pubblico la casta reagisce come può e fin che può. Senza vergogna e senza ritegno.

La legge sta già cambiando e, per fortuna, questa classe politica è in scadenza, anzi, è già scaduta.

Claudio Lombardi

Partecipazione e libertà di informazione due anelli di una catena. Intervista a Marco Quaranta di MoveOn Italia

Il 18 ottobre si svolgerà a Roma in piazza Farnese la “Notte bianca della Rai ai cittadini” una manifestazione organizzata da MoveOn Italia. ce ne parla uno degli animatori del movimento, Marco Quaranta.

D: “Non voteremo più nessuno che non accetti di impegnarsi per liberare la Rai e restituirla ai cittadini. Questo è l’impegno che noi ci assumiamo, noi cittadini ce la stiamo mettendo tutta”. Così dice una frase del manifesto di MoveOn Italia. Ci puoi spiegare cos’è MoveOn Italia e quale è il suo programma?

R: Noi abbiamo preso la stessa idea che hanno avuto per sostenere Obama nella battaglia per la riforma sanitaria. Dopo 200 anni gli USA hanno adottato una riforma sanitaria valida per tutti e con la responsabilità dello Stato. Noi abbiamo pensato che MoveOn possa essere un modo giusto di partecipare alla politica avendo per obiettivi delle riforme che cambiano il sistema paese però proponendo e non solamente protestando. Noi abbiamo scelto la Rai pensando una riforma che la consegnasse ai cittadini, una riforma fatta di 5 punti che si ispira alla riforma del 2006 avanzata dal mondo della cultura  e dai giornalisti. Il punto essenziale  era e resta quello di togliere ai partiti e anche al governo la supremazia assoluta e il controllo totale della Rai. In effetti noi siamo l’unico paese occidentale che ha questo assetto dell’informazione, tutti dicono che non è tollerabile, ma non è successo niente fino a questo 2012. Alla politica diciamo e lo ribadiremo il 18 in piazza, che per cambiare davvero si può solamente dire:  “noi ci candidiamo alle prossime elezioni politiche, ma prendiamo l’impegno  di approvare queste leggi”, le leggi cioè che noi stiamo proponendo. La prima sono i 5 punti della Rai ai cittadini (trovate il testo completo sul sito moveonitalia.Wordpress.com), poi una legge di riforma dell’antitrust e una legge contro la corruzione basata sulla proposta Scarpinato (anche questa la trovate online).

D: Se la partecipazione dei cittadini è l’essenza della democrazia l’informazione ne è il presupposto indispensabile. Cosa è stato il berlusconismo e quali sono i problemi di fondo del modello Italia? Con il passaggio al governo Monti è cambiato qualcosa? Cosa dobbiamo aspettarci adesso?

R: Innanzitutto il berlusconismo è stato possibile perché in Italia c’è la spartizione del potere, non c’è la politica che si occupa dei bisogni dei cittadini. La netta sensazione è che i partiti vogliono il potere per insediarsi nei gangli vitali della democrazia e per spartirsi quello che c’è di pubblico. Questo è il dato che più sta facendo scalpore in Italia. E poi vediamo che ciò che è successo nella regione Lazio e abbiamo visto che in Lombardia l’alternativa a Formigoni era Penati. Ciò che si capisce è che c’è uno schema, un vero male italiano, nel quale non si percepisce quale possa essere una vera alternativa al berlusconismo. Per questo noi di MoveOn diciamo solo che vogliamo parlare tramite le leggi e vogliamo sentire chi le appoggia perché i discorsi vuoti non ci interessano. Impegni concreti ci vogliono e questo diremo il 18 ai politici che parteciperanno. Avremo certo dei disagi perché i cittadini sono arrabbiati anzi disperati per il comportamento dei politici ma noi, come dice spesso Saviano, non possiamo spargere fango su tutto, dobbiamo sempre trovare delle strade percorribili. Come dicevo prima Obama ha saputo trovare la strada per affermare il principio che lo Stato si deve occupare della salute del cittadino, povero o ricco che sia e che la politica di questo si deve occupare. Ovviamente chi aderisce a questa impostazione sono coloro che si sono battuti di più contro il berlusconismo. Ci sono dei personaggi che hanno trovato le strade per vincere (da De Magistris fino al M5S) e noi stiamo cercando di dire che i cittadini possono cambiare qualcosa e fare delle proposte molto concrete. Vorremmo considerare come passato tutto quello che è successo in questi anni che è a dir poco inaudito perchè è incredibile pensare che ancora sia il governo il padrone della Rai e che i partiti abbiano ancora un controllo decisivo sulla televisione pubblica.

D: Questo significa che i problemi della libertà di informazione e della partecipazione dei cittadini sono strutturali e non solo contingenti cioè fanno parte del sistema Italia e si sono enormemente aggravati negli anni del berlusconismo trionfante. Quali cambiamenti sono allora necessari perché siano affrontati e perché si muova un rinnovamento vero e non solo di formule politiche di governo?

R: Bé la prima cosa è considerare l’informazione centrale perché è il perno dell’educazione di un paese e noi sappiamo benissimo che il servizio televisivo, pubblico o privato che sia, è l’unico modo per raggiungere milioni di italiani ed è, in sostanza, uno dei pochi poteri trasversali. Sappiamo quindi molto bene che la televisione può anche condizionare il voto. Per questo è così importante il conflitto di interessi ed è una delle questioni più importanti del sistema Italia e non riguarda solo Berlusconi perché conosciamo l’intreccio fra poteri pubblici, privati e del denaro che si realizza dentro ai partiti. L’unico modo per continuare il nostro percorso democratico è una triplice riforma che tocchi la disciplina dei poteri nell’economia attraverso l’antitrust, la gestione dell’informazione televisiva e la lotta alla corruzione. Se mancheranno queste riforme su cui l’Italia è in enorme ritardo vuol dire che puniremo il merito, puniremo la possibilità di essere più liberi, puniremo la possibilità di guardare a un futuro dove la politica e l’economia siano indipendenti e dove la politica sia dedicata soltanto al bene di tutti

(intervista a cura di Claudio Lombardi)

Intercettazioni: ciò che interessa ai cittadini e il comodo bavaglio (di Alessandro Cossu)

Ci risiamo. Ogni qual volta le intercettazioni riguardino da vicino il mondo della politica o esponenti ad esso prossimi, riparte la guerra contro il loro uso, al grido di “buttiamo via i soldi”, “cose penalmente irrilevanti”, “la macchina del fango”, e così via.

Questi carissimi benpensanti, che si nascondo anche dietro i microfoni di network televisivi e radiofonici in cui si definiscono “indipendenti” e “amanti della sola giustizia”, sostengono però un mare di banalità e molte volte vere e proprie falsificazioni. Tra tutti questi, mi ha particolarmente colpito l’uscita di Massimo D’Alema, indignato da “questa valanga di intercettazioni che di penalmente rilevante non hanno nulla”. Che tempismo, mister Max, e chissà perché questa uscita solo ora.

Partiamo anzitutto con il valore economico delle intercettazioni. In effetti, secondo i dati forniti da Eurispes, l’incremento delle intercettazioni negli ultimi 7 anni è stato notevole: se nell’anno 2001 i telefoni intercettati erano 32.000 circa, nel 2002 sono diventati 45.000, nel 2003 quasi 78.000, nel 2004 quasi 93.000, nel 2005 oltre 107.000, con un ulteriore incremento nell’ultimo biennio sino a giungere al numero di 112.623 nell’anno 2007.

La spesa complessiva nel periodo 2001/2007 è stata di € 1.600.000.000 e ha raggiunto la somma di € 224.000.000 nel 2007, pari a poco meno del 3% del Bilancio del Ministero della Giustizia.

I costi delle indagini variano in relazione alle tariffe praticate dalle società private che si occupano della materiale attività di intercettazione, non avendo lo Stato strutture adeguate, in assenza di una normativa destinata a calmierare e unificare questo ricco “mercato”. In secondo luogo, potrebbe accadere che il costo apparentemente notevole di una singola inchiesta, potrebbe essere ampiamente coperto se non addirittura superato dal denaro recuperato attraverso le successive fasi processuali. Nel caso delle intercettazioni che hanno riguardato Antonveneta, la spesa di circa € 7.900.000,00 è stata “surclassata” dalle restituzioni e dai risarcimenti di coloro che hanno patteggiato la pena, giunti ad oggi ad un importo vicino ad € 350.000.000,00.

O, ancora, i risultati di una inchiesta condotta  a Firenze su di una azienda locale, permetteranno da soli di coprire il costo dell’intero anno di lavoro.

Al di là poi della copertura economica, lascio a voi immaginare come si potrebbero mandare avanti indagini in settori come la criminalità organizzata, il terrorismo, o la corruzione senza poter fare ricorso alle intercettazioni. Anche qui, i miei cari benpensanti hanno risposto dicendo: “così gli investigatori ricominceranno a fare il lavoro di indagine vero”. Come a dire che sebbene io possa utilizzare un aereo per andare da Roma a New York debba andarci con una barca a vela. Così ricomincio a viaggiare come una volta. E chissà perché poi, molti di questi stessi sostenitori non rinuncino alla loro bella auto blu a favore di una bicicletta, così potrebbero ricominciare a pedalare.

Come tutti sapete, il nuovo tentativo di imbavagliare l’informazione, franato più volte sotto la spinta popolare, è il risultato delle intercettazioni su uno degli uomini meno noti ai più, ma presente e pesante lì dove conta, Bisignani. Le trascrizioni delle intercettazioni che lo riguardano, anche lì dove non ci siano risvolti penalmente rilevanti, credo però siano fondamentali per l’opinione pubblica, per tutti noi. Come avremmo potuto avere una fotografia più nitida dello spessore culturale e gestionale di un uomo come l’ex Direttore Generale della Rai Mauro Masi? O dei movimenti intorno al servizio pubblico per fare di tutto per far scendere gli ascolti della Rai a favore del suo diretto concorrente? O capire ancora, al di là delle belle dichiarazioni di facciata, degli amorevoli scambi di opinioni sui diversi componenti della maggioranza? Della reale tenuta politica di una maggioranza parlamentare raccogliticcia?

E’ anche se tutto questo non avesse rilevanza penale (visto che saranno poi i Tribunali veri a dircelo ufficialmente), fa emergere un sistema in cui “eminenze grigie”, come si sarebbe detto una volta, possono permettersi di dettare una linea politica o una strategia di azione a organi dello Stato. Penalmente rilevante no, ma stomachevole e ributtante si, non credete? E senza neanche bisogno di ricordare gli aggettivi e le espressioni utilizzate durante queste conversazioni.

Non voglio certo sostenere che sia giusto mettere in piazza i fatti di tutti, ma ricordiamoci sempre che stiamo parlando di personaggi pubblici, e che, come tali, non possono non vedere ristretta la loro sfera privata. Vale la pena ricordare che in molti luoghi del mondo è bastato molto meno per far sparire dai parlamenti e dalla politica personaggi anche di primissimo piano. Da noi no,  tutti uniti in coro a dire che “lo scandalo non è nei comportamenti tenuti, piuttosto nella pubblicazione di intercettazioni che di penalmente rilevante non hanno nulla”. Gli stessi che poi vi ricorrono in quantità industriali per eliminare un concorrente sgradito al gruppo di riferimento.

Credete davvero, voi signori, che in una epoca come questa una leggina bavaglio servirà davvero a salvarvi dai vostri comportamenti? O forse varrebbe la pena che per una volta vi convinceste che i cittadini sono molto meglio e meno facilmente raggirabili di quanto voi pensiate?

Alessandro Cossu

Cosa ci insegna la vicenda Wikileaks (di Flavio Fusi)

Ora che è libero – anche se strettamente vigilato – Julian Assange potrà studiare le prossime mosse di una partita molto pericolosa. Un uomo solo contro le diplomazie di mezzo mondo, e soprattutto contro quel moloch del potere,  incarnato dall’ iper-potenza americana.

Il peccato mortale del fondatore di Wikileaks  – non considerando le accuse di violenza sessuale, dalle quali dovrà difendersi –  è quello di aver strappato la cortina di ipocrisia e doppia verità che guida i rapporti tra Stati e le relazioni internazionali.

 In poche settimane Wikileaks ha rovesciato sui giornali centinaia di migliaia di rapporti riservati della diplomazia americana, che mettono a nudo il  “fiume profondo” degli interessi e dello scontro di forze che scorre sotto le buone maniere del “nuovo mondo” semi-pacificato del Ventunesimo secolo.

 Si è a lungo discusso, e si discuterà a lungo,  sul vero terremoto che investe le cancellerie – dall’ Occidente, all’ Est, al Medio Oriente – ma non si è spesa una parola sul “tradimento” consumato ai danni dell’ opinione pubblica internazionale.

 E’ in gioco un diritto che nelle democrazie moderne dovrebbe essere sacro. Il diritto di sapere, di scambiare informazioni veritiere e di essere correttamente informati. 

Julian Assange si definisce  “alfiere della trasparenza assoluta”, ma anche il suo obbiettivo  è una trasparenza tra Stati, governi, poteri.  La trasparenza verso l’ uomo della strada – che la  retorica della democrazia occidentale considera il vero motore della storia – non è nemmeno presa in considerazione.

All’ opinione pubblica – oggi come ieri – non arrivano che frammenti deformati della verità dei fatti. Del resto, tutte le avventure militari  di questi albori del Ventunesimo secolo sono state scatenate sulla base di menzogne plateali, false verità, ipocrisia e vuota retorica.

 Ricordiamo che quanto si trattò di dare il via alla spedizione  americana in Iraq, il segretario di stato Colin Powell si presentò al Palazzo di vetro delle Nazioni Unite impugnando una misteriosa provetta che doveva provare la terribile minaccia delle armi di distruzione di massa in possesso di Saddam Hussein.

Era una menzogna, pura propaganda spacciata in dosi massicce, per  “vendere”  all’ opinione pubblica mondiale la guerra contro Bagdad.  Dosi massicce di menzogna, e dosi massicce di retorica.

 Oggi la vulgata del “progresso inarrestabile” vuole che il mondo sia diventato (come già diceva il vecchio McLuahn) un “villaggio globale”  e che le informazioni viaggino liberamente e senza limiti e ostacoli  tra le moltitudini che popolano il villaggio planetario.

 In realtà, in intere regioni e continenti, l’ informazione libera è una merce proibita.  E anche nel nostro fortunato pezzo di mondo la grande massa di informazione è molto spesso “avvelenata” : mistificata, amputata, piegata a potentissimi interessi politici ed economici.

 Questo ci insegna oggi la vicenda di Wikileaks e del “combattente solitario “ Julian Assange. 

L’ opinione pubblica occidentale dovrebbe gridare forte: “ci avete ingannati.” Eppure noi tutti assistiamo muti  a questo scontro di immani poteri, come una tribù primitiva che dalle sue caverne assiste sgomenta a una paurosa bufera di tuoni e lampi.

 Flavio Fusi

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