Democrazia, partecipazione, politica: intervista a Luca Gaburro

Diamo la parola ai protagonisti. Parla Luca Gaburro responsabile per Roma dell’associazione Spazio Civile.

D: Questo è un periodo di grande mobilitazione della società civile, in tanti si domandano cosa possono fare per il cambiamento perché avvertono che istituzioni e forze politiche non riescono a tener testa alla crisi. A mobilitarsi sono tanti singoli cittadini che creano associazioni e movimenti, che non riconoscono più ai partiti un ruolo centrale nella politica e che vogliono agire in prima persona. Cosa sta cambiando nella società italiana?

R. I cittadini – chiamati a grandi sacrifici – sono diventati insofferenti a quella parte della classe politica autoreferenziale e scarsamente interessata alla sorte del nostro Paese.  Non a caso tutte queste nuove associazioni e movimenti, pur con diverse e talvolta contrapposte genesi, hanno quale denominatore comune la richiesta di una riforma elettorale come anche la proposta di tagliar fuori chi abbia subito condanne penali. Darei anche la giusta considerazione alle Primarie di partito, che  rappresentano un primo passo per il ritorno alla normalità nei rapporti tra i cittadini e la politica.

D: La politica è la questione centrale perché si tratta della funzione sociale con la quale la collettività decide su sé stessa, si autogoverna. Il vecchio modello partitocratico ha fatto danni enormi. Con cosa lo sostituiamo? Voi cosa potete fare?

R. La questione non è la sostituzione dei partiti, perché anche l’esperienza dei “movimenti” in taluni casi del passato non è stata edificante, quanto sostituire quella parte della classe politica spinta da interessi di bottega e da logiche lobbyste che sono state un freno alla crescita economica, produttiva ed occupazionale del Paese. Da questo punto di vista ritengo fondamentale l’esperienza della Cisal, e più in generale dei sindacati autonomi, avulsa da dinamiche che avrebbero potuto costringere il sindacato a compromessi.

In questo momento storico abbiamo voluto dare il nostro contributo attraverso la recentissima stipula di una serie di contratti collettivi,  per il settore privato, che tengono conto del momento di difficoltà che vivono le aziende e della crisi occupazionale che mette a rischio i posti di lavoro e facilita il lavoro sommerso. Questi  contratti intendono rispondere alle esigenze di dare spazio alla flessibilità e alla produttività e di calibrare una parte della retribuzione al diverso valore che la stessa ha nelle diverse Regioni Italiane.

Non solo, ci siamo battuti affinché la spending rewiew – assolutamente lodevole come principio – non colpisse indiscriminatamente i lavoratori pubblici con tagli lineari che avrebbero avuto riflessi ancora più pesanti anche sulla qualità dei servizi alla cittadinanza e sulle decine di migliaia di lavoratori dell’indotto.

D: Il fenomeno delle prossime elezioni saranno le liste civiche. Voi pensate che siano necessarie? E, soprattutto, pensate che siano sufficienti a cambiare le cose? Quali altri modi di partecipare alla politica pensate che siano efficaci?

R. Le liste civiche da sole non possono centrare l’obiettivo del cambiamento, ma possono concorrere insieme alle forze sane del Paese al suo raggiungimento, ognuna offrendo il proprio prezioso contributo. Da questo punto di vista, ritengo sia stato un errore gravissimo da parte dell’ultimo Governo  scegliere deliberatamente di non confrontarsi con i Sindacati su diversi temi col pretesto dell’eccezionalità della situazione. Auspichiamo che il nuovo esecutivo voglia coinvolgere – com’è normale che sia – le Parti sociali in ogni scelta inerente il lavoro ed il rilancio dell’economia.

(intervista a cura di Angela Masi)

Quali liste civiche? Intervista a Roberto Crea

Roberto Crea è segretario di Cittadinanzattiva Lazio

Alle prossime elezioni molti si presenteranno con una lista civica o, almeno, metteranno “civico” sul loro simbolo. Sembra che questa sia la moda del momento. Cosa pensi delle liste civiche? Sono necessarie e sufficienti per un cambiamento? Quali altri modi di partecipare alla politica pensate che siano efficaci?

Nelle risposte che ho già dato nelle altre due parti in cui è divisa questa lunga intervista ho già detto qualcosa in proposito. A mio avviso il M5S, per iniziare da una sigla ormai nota non rappresenta affatto l’antipolitica, tuttavia rischia di prendere una deriva populista anche pericolosa. E comunque, Grillo a parte, avendo conosciuto diversi membri di questo raggruppamento, ho visto il desiderio e la voglia di impegnarsi in prima persona. Tuttavia, nella maggior parte dei casi si tratta di persone che non hanno alcuna esperienza né conoscenza dei temi specifici che poi saranno oggetto di attività amministrativa. Quindi onestà e buona volontà, certo, ma che non bastano più: servono anche competenza e preparazione. Ho saputo recentemente che alcuni dei gruppi di M5S si sono messi in contatto con altri cittadini attivi per “conoscere” i problemi, ma si sono anche, con modestia, iscritti ad un interessante corso di formazione presso “Fondaca” che li avvicinerà ad una maggiore comprensione di quello che li circonda nella società. Questo è un elemento importante: la consapevolezza che occorre competenza, occorre imparare per poter intervenire nella gestione della cosa pubblica, indipendentemente che si sia amministratori o cittadini attivi.

Sulle altre liste civiche. Ne vediamo di diverso tipo: strumentali a supporto di candidati di partito, costituite da persone che di impegno civico spesso non hanno mai nemmeno sentito parlare; altre che sono a supporto di qualche politico che si vuole riciclare, magari – come vediamo in più di un caso – dicendo che la politica e i partiti hanno fallito e che è giunto il momento dei cittadini. Peccato che si tratti di persone, talvolta personaggi, che fino a ieri erano assolutamente “organici” al sistema che ci ha portati a questo punto.

Poi identifico una terza tipologia; quella di chi magari è anche davvero nuovo alla politica, ma che agisce in modo autoreferenziale perché è più interessato al proprio successo piuttosto che a quello dei valori che sostiene di portare avanti.

Infine, ma sto davvero semplificando, vedo qualche tentativo che definirei virtuoso: lo sforzo per portare avanti idee e valori insieme ad altri, senza voler mettere necessariamente alcune persone davanti ad altre.

Certo il sistema elettorale non aiuta queste formazioni, che dal loro canto al momento non si capisce nemmeno quale schieramento, per usare un termine tradizionale, sosterranno.

Tuttavia, il limite più grosso alla partecipazione e alla presa di responsabilità in prima persona con una candidatura, è rappresentato dal costo potenziale di una campagna elettorale. Occorre quindi che, per avere successo, le liste civiche “vere” abbiamo un radicamento sul territorio, siano costituite da candidati/e che sono conosciuti/e nei quartieri per impegno civico, che abbiamo dimostrato di occuparsi in modo disinteressato dei problemi delle persone.

Se questo modo di costituire, alimentare e sostenere liste civiche funzionerà, potremo iniziare il cambiamento del sistema dal basso. Stessa cosa, ancora ci credo, se qualche partito avrà il coraggio di schierare nelle proprie liste in buona fede qualche personaggio attivo nella società civile, non, però, per far vedere una diversità, ma per aprire il proprio apparato e il proprio modo di concepire la politica e l’attività amministrativa a idee e comportamenti nuovi, a partecipazione e trasparenza.

Tutto questo, però, richiede la crescita dell’impegno civico al di fuori delle istituzioni, per favorire da un lato la collaborazione con esse attraverso la partecipazione civica – anche per restituire il prestigio che le istituzioni, in quanto tali, devono avere – e dall’altro, come detto, per esercitare quell’azione di controllo, vigilanza ed eventualmente contrasto propria di una società sana, partecipata ed evoluta.

(intervista a cura di Angela Masi)

Sostituire la partitocrazia? Intervista a Roberto Crea

Roberto Crea è segretario di Cittadinanzattiva Lazio.

La politica è la questione centrale perché si tratta della funzione sociale con la quale la collettività decide su sé stessa, si autogoverna. Il vecchio modello partitocratico ha fatto danni enormi e deve scomparire per sempre. Con cosa lo sostituiamo? Voi cosa potete fare?

La discussione sulla partitocrazia va avanti, senza grandi risultati pratici, da molti anni. Forse è cresciuta la consapevolezza tra i cittadini dei danni che questa determina alla nostra società e più prosaicamente alle nostre vite. Ricordiamo le battaglie solitarie dei radicali e gli appelli di Berlinguer, poi Tangentopoli e Mani Pulite, ormai oltre vent’anni fa, o oggi quello che vediamo, con uno scoramento collettivo.

Lo scandalo della regione Lazio, per esempio, e il rifiuto ripetuto di far votare i cittadini non ha scatenato reazioni significative, non abbiamo visto manifestazioni di massa sotto la sede della Regione. In tutti questi anni, il rifiuto dell’abuso di potere partitocratico (che, ricordiamo, ha anche portato al debito che pesa sulle prossime generazioni di cittadini italiani) è stato in realtà appannaggio di una minoranza perché pesa molto la sottocultura alimentata per decenni che tollera gli abusi della partitocrazia.

Perché questa realtà cambi deve cambiare prima di tutto la cultura civile dei cittadini. Allora il sistema partitocratico, che ancora è tra noi e continua a procurare danni, potrà scomparire. Sembra un luogo comune, ma ancora oggi si vive di raccomandazioni e di abusi di vario tipo: del resto i politici e gli amministratori corrotti hanno ricevuto valanghe di voti, e i comportamenti quotidiani di moltissimi nostri concittadini non sono certo all’insegna del senso civico e del rispetto per lo spazio pubblico e per i beni comuni.

Allora che fare? Le frasi fatte tipo “sono tutti uguali” oppure “è tutto un magna-magna” che sono tanto diffuse servono a poco. Molto più importante è l’impegno nella costruzione di modelli di politica alternativa. Non si tratta solo di impegno diretto sui problemi del territorio perché oggi esiste una forte spinta alla formazione di liste civiche per un impegno diretto dei cittadini nelle istituzioni. Tuttavia le liste civiche sono spesso il paravento dietro cui si ripropongono persone con un passato, anche recente, legato proprio alla partitocrazia e alla politica tradizionale.

Credo, quindi, che molte liste civiche non porteranno alcun cambiamento sostanziale. In parte ciò è dovuto anche alla loro frammentazione e alla cronica incapacità di trovare i punti che uniscono piuttosto che quelli che dividono in funzione della visibilità di aspiranti (piccoli) leader autoreferenziali.

Auspicabile, invece, è l’impegno all’interno di partiti che vogliono rinnovarsi o all’interno di liste civiche organizzate e “evolute” di persone che, impegnate fino ad oggi nella società civile e nell’associazionismo, decidano di dare un proprio contributo all’interno delle istituzioni.

Non mi è chiaro, ancora, a che risultato questo possa portare in termini di cambiamento di modello politico-amministrativo. Comunque si tratta di mutamenti che avvengono nel medio termine e che si vivono anche di piccoli passi esemplari. In questo modo chi rimane “fuori” dai palazzi della politica, i cittadini attivi che operano per la tutela e la partecipazione civica, avrà un vantaggio competitivo in più perché potrà contare su alleati all’interno del sistema politico e amministrativo per spingere verso modelli di partecipazione, trasparenza e controllo più efficaci. Se questo modello funzionerà potremo anche raggiungere quell’evoluzione culturale della nostra società che, come dicevo, è alla base di un vero cambiamento.

Tutto ciò non basta però. Credo anche che sarà importantissimo, per la cosiddetta “società civile”, organizzare delle modalità strutturate e sistemiche di vigilanza, monitoraggio e valutazione dei comportamenti degli amministratori rispetto alle promesse e ai programmi elettorali, per mettere in evidenza pubblicamente coerenze e “tradimenti”, correttezza istituzionale e rispetto delle norme, e chiedere conto di tutto quello che non viene fatto o viene fatto male. Un sistema del genere, molto evoluto e con molte risorse a disposizione, è attivo ed efficace negli Stati Uniti. Stiamo lavorando con altre associazioni per strutturare un sistema simile come concetto e capacità anche di interdizione di politiche e scelte amministrative inaccettabili per l’interesse collettivo.

Credo che il nostro ruolo sia quello di far crescere consapevolezza e partecipazione attraverso azioni, condivisione di buone pratiche, educazione a partire dai problemi che i cittadini si trovano ad affrontare sul territorio tutti i giorni. Occorre mettere insieme risorse e idee per raggiungere massa critica e riuscire a parlare in modo adeguato a quante più persone possibile, ma anche utilizzare strumenti moderni di comunicazione per dare prospettive e la speranza che le cose possano davvero cambiare in meglio.

Infine, sempre in termini di verifica e intervento da parte delle organizzazioni civiche, credo sia giunto il momento di avere una maggiore capacità di intervento di contrasto legale degli atti amministrativi illeciti o apertamente illegali. La situazione è così grave, e sto parlando della nostra regione e dell’amministrazione comunale di Roma e di altre città del Lazio, che credo sia necessario porre un argine ad abusi e violazioni normative di forma e di sostanza che si moltiplicano in modo preoccupante. Stiamo lavorando quindi alla creazione di una sorta di gruppo di azione giuridica intra-associativo che sia in grado di operare a tutela dei cittadini in modo strategico, con un ampio respiro, avviando battaglie legali su temi importanti al fine di indicare nuove strade normative per il futuro.

(intervista a cura di Angela Masi)

Democrazia, partecipazione, politica: intervista a Lorenzo Misuraca (associazione da sud)

Diamo la parola ai protagonisti. Tre domande, tre risposte. Parla Lorenzo Misuraca, associazione Dasud

  1. Parliamo di democrazia, di partecipazione e di politica. Questo è un periodo di grande mobilitazione della società civile, in tanti si domandano cosa possono fare per il cambiamento perché avvertono che istituzioni e forze politiche non riescono a tener testa alla crisi. A mobilitarsi sono tanti singoli cittadini che creano associazioni e movimenti, che non riconoscono più ai partiti un ruolo centrale nella politica e che vogliono agire in prima persona. Cosa sta cambiando nella società italiana?

Innanzi tutto va detto che la spinta al cambiamento non sarebbe così forte se il sistema partitico italiano non venisse da almeno due decadi di crisi dovuta a una forte autoreferenzialità, all’incapacità di effettuare un ricambio generazionale e alla corruzione, che è una costante nel sistema politico-amministrativo italiano.

In questo quadro si introducono due fattori scatenanti, uno dai tratti positivi e uno dai tratti negativi. Il primo è l’esplosione della rete come mezzo di comunicazione, organizzazione e condivisione di idee e umori. Senza internet e i social network, non sarebbe stato immaginabile per molti organizzare il proprio movimento politico in forma così radicalmente diversa dai vecchi partiti. Tutte le novità in questo senso, nascono su internet.

L’altro fattore è la durissima crisi economica e finanziaria degli ultimi anni. Crisi che è rapidamente diventata rimessa in discussione dell’intero modello economico-politico dominante, quello liberista, e che ha comportato conseguenze drammatiche anche dal punto di vista sociale (aumento disoccupazione, tagli alla sanità, al welfare, maggiore tensione e quindi maggiori misure repressive).

Questi tre fattori messi insieme (crisi dei partiti, esplosione del web 2.0 e crisi di modello economico) causano la forte spinta al cambiamento che si vede in Occidente e anche in Italia.

  1. La politica è la questione centrale perché si tratta della funzione sociale con la quale la collettività decide su sé stessa, si autogoverna. Il vecchio modello partitocratico ha fatto danni enormi e deve scomparire per sempre. Con cosa lo sostituiamo? Voi cosa potete fare?

Noi crediamo che non si debba essere teneri rispetto ai ripetuti fallimenti dei partiti italiani e alla loro incapacità di leggere i bisogni della società. Ma allo stesso tempo rifiutiamo il semplicismo con cui molti nuovi movimenti sostengono che basti cambiare la parola “politico” con quella di “cittadino” e “partito” con quella di “movimento” per risolvere i problemi.

Per quello che ci riguarda, il nostro compito, come tutte le organizzazioni che promuovono un cambiamento in positivo della società, (nel nostro caso il cardine è la battaglia antimafia a partire dall’estensione dei diritti sociali e civili), è fare pressione, dialogare quando è possibile, svelarne le colpe quando bisogna, con tutte le istituzioni e con i rappresentanti della politica. Che siano partiti o movimenti. E contemporaneamente innalzare il livello di coscienza e conoscenza del fenomeno mafioso nell’opinione pubblica.

Dunque per noi non è molto importante se la Repubblica che verrà sarà rappresentata nelle istituzioni più da persone provenienti da partiti o da movimenti, ma è importante che siano persone oneste e che abbiano una visione seria e complessa del fenomeno mafioso e che usino gli strumenti adatti per contrastarlo.

 3. Il fenomeno delle prossime elezioni saranno le liste civiche (quelle vere ovviamente nate dalla cittadinanza attiva e dai movimenti con il M5S in testa). Voi pensate che siano necessarie? E, soprattutto, pensate che siano sufficienti a cambiare le cose? Quali altri modi di partecipare alla politica pensate che siano efficaci?

Noi pensiamo che organizzarsi collettivamente per contribuire al miglioramento della società sia sempre un bene (fatta eccezione per le organizzazioni che perseguono obiettivi ricollegabili al fascismo, al razzismo, al sessismo). Crediamo che la democrazia abbia bisogno di momenti di partecipazione diretta e di luoghi in cui la democrazia funzioni per delega, come in Parlamento.

Entrambe le due fasi hanno bisogno l’una dell’altra per creare un circolo virtuoso. La storia del secondo dopoguerra italiano insegna che molte delle riforme in senso progressista sono state approvate grazie ad una forte spinta dei movimenti organizzati e della società civile in genere.

(intervista a cura di Angela Masi)

Quali liste civiche? Intervista a Paolo Andreozzi

Diamo la parola ai protagonisti. Tre domande, tre risposte. La risposta alla terza domanda. Parla Paolo Andreozzi membro del direttivo dell’associazione “da Zero” (www.dazero.org). La prima la leggete qui (http://www.civicolab.it/?p=3821) e la seconda qui (http://www.civicolab.it/?p=3824).

 Il fenomeno delle prossime elezioni saranno le liste civiche (quelle vere ovviamente nate dalla cittadinanza attiva e dai movimenti con il M5S in testa). Voi pensate che siano necessarie? E, soprattutto, pensate che siano sufficienti a cambiare le cose? Quali altri modi di partecipare alla politica pensate che siano efficaci?

Tutto ciò premesso, però è chiaro che ci si deve aspettare un grande protagonismo delle liste civiche alle prossime elezioni – nazionali, regionali, comunali. Delle liste civiche vere, e delle liste cosiddette ‘civetta’ (quelle in cui un esponente – fino a ieri – del ceto politico professionale, o suo strettissimo co-interessato, tenta oggi di ‘riciclarsi’ in veste di fuori-casta, di ‘voce dei cittadini’).

pluralismoQuanto però alla ‘patente di verità’ di una lista civica, bisogna essere accorti. M5S è una lista civica? Solo perché nasce dall’impulso di soggetti esterni alla politica professionale, come Casaleggio e Grillo, e perché si autocertifica come ‘fuori dal teatrino’ e tanti suoi sostenitori credono ciò in buona fede?

Ma allora fu lista civica anche Forza Italia ai suoi tempi. Eppure non riesco a vedere qualcosa di più connaturato al potere e di più lontano dall’esperienza di vita comune e dai bisogni e desideri civici degli italiani, dell’intera parabola storico-politica di Forza Italia, del Polo e del Popolo delle Libertà – fortunatamente ora agli sgoccioli.

Attenzione con le definizioni. Per me civica è una lista che risponde contemporaneamente a un requisito formale e a uno sostanziale: quello formale, più facile da far proprio (o da fingere di far proprio), è quello per cui il ‘personale’ afferente il soggetto politico nuovo non provenga da ruoli minimamente rilevanti nei partiti che esistono già, e le metodiche di elaborazione e di selezione interna siano massimamente inclusive verso l’intelligenza e la competenza dei singoli; quello sostanziale però (per me più importante – e su cui ‘misuro’ ciò che man mano viene alla ribalta) è tale per cui l’obiettivo politico del soggetto in formazione sia effettivamente l’obiettivo dell’interesse generale – della polis, appunto – che sintetizza e trasforma gli interessi settoriali dei cittadini, individui o gruppi, che danno vita alla lista e che la sosterranno, e non la mera somma delle visioni particolaristiche di tutti i delusi dalla democrazia impostata dalla nostra stupenda Costituzione – delusi, per il suo innegabile tradimento da parte delle élite, ma quindi perlopiù risentiti e facilmente mal consigliabili.

coinvolgimento cittadiniUna lista civica è qualcosa che può dare un altissimo contributo all’uscita dalla crisi presente verso un progresso sostenibile, una democrazia sostanziale, uno sviluppo dei diritti civili, un’equità sociale infine emancipata dai ricatti dei soliti gruppi di pressione. Ma se invece è la traduzione nell’ordine elettorale dell’egoismo rancoroso di un’assemblea condominiale, fa tanti danni quanto il sistema che dice di combattere.

Ci voglio idee forti, da spendere come ‘visioni’ nei tempi lunghi dell’evoluzione delle comunità complesse e da attuare in parte anche subito, come misure specifiche di governo, per rispondere ai problemi del lavoro, dell’ambiente, dei servizi – per citarne tre soli.

Ci vuole un’organizzazione trasparente come una casa di vetro e solida come il cemento armato, con metodologie democratiche in ogni processo interno e con criteri di attuazione concreta delle decisioni così deliberate.

E ci vogliono delle figure di spicco – io direi dei capi, fermo restano quanto detto appena sopra, se non temessi che questa parola spaventa un sacco di gente – che sappiano moltiplicare il raggio al quale può spingersi l’appetibilità politica della lista civica, molto più in là del gruppo dei promotori e dei già ‘sensibilizzati’, per arrivare al grande e grandissimo pubblico.

A queste condizioni – i due requisiti di prima e i tre ‘strumenti’ ora detti – una lista civica cambia la faccia della storia, in un momento come questo.

Ci si riuscirà? Ci proviamo con tutto il cuore, e il cervello e le gambe e la voce.

Ma intanto, come diceva quel grande, ‘studiate, organizzatevi, agitatevi’.

(intervista a cura di Angela Masi)

I percorsi paralleli per la ristrutturazione dell’Italia (di Claudio Lombardi)

“Cambiare si può” e primarie del centrosinistra. Sabato e domenica. L’uno e l’altra. C’è un collegamento fra i due eventi? Da un lato un mondo fatto di associazioni, comitati, movimenti, di promotori di liste civiche e di gruppi politici impegnati nel tentativo di riunire la sinistra e di tante singole persone che si sono trovati insieme nell’impegno su problemi concreti (dal referendum sui servizi pubblici locali alla Tav, alle lotte contro le mafie) e nel sostegno alla elezione dei sindaci un anno fa. Dall’altro un insieme di partiti che hanno deciso di dar vita ad un polo di centrosinistra e che hanno messo nelle mani dei cittadini la scelta del candidato alla Presidenza del consiglio dei ministri.


Due storie parallele destinate a non incontrarsi o due approcci allo stesso problema e cioè il rilancio di una politica partecipata non oligarchica, non spettacolare, non espressione dei poteri “forti”?
Qualsiasi voglia essere l’interpretazione bisogna guardare agli effetti concreti che questi due percorsi stanno producendo, alle risposte che danno, agli interrogativi che pongono.
Un primo evidente effetto è una mobilitazione politica di massa che torna ad essere al centro dell’attenzione e non perchè vive solo di manifestazioni di piazza che si contrappongono alle politiche del governo, ma perchè esprime la volontà di partecipare alle scelte della politica e di proporre all’Italia una vera alternativa di governo.
Delle primarie del centro sinistra si è già detto molto. Anche in questa domenica di ballottaggio l’affluenza ai seggi e il confronto che lo ha preceduto fatto di passione, di polemiche e di vera competizione conferma tutti i giudizi positivi che sono già stati espressi. Uno schieramento di partiti che, dopo aver firmato una carta di intenti, si rimette al giudizio dei cittadini per la scelta del suo candidato a guidare il governo nella prossima legislatura, fa un gran bene alla democrazia e alla politica. Certo, non è una bacchetta magica che ci porta dritti verso una società ideale, ma è, comunque, una forte risposta ad un ventennio berlusconiano di smarrimento di senso e di lucidità nelle forze di opposizione. Dopo queste primarie le cose dovranno continuare a cambiare con un investimento sempre più convinto sulla partecipazione dei cittadini in una politica che non potrà fare a meno di ripulirsi e rinnovarsi.
Nella stessa direzione va l’iniziativa di “Cambiare si può”. A differenza di esperienze del recente passato stavolta non sono le formazioni politiche che si collocano all’estrema sinistra a cercare di formare un’alleanza più o meno elettorale. Stavolta sono innanzitutto i movimenti formatisi nelle lotte sul territorio a prendere la guida di un processo innanzitutto programmatico che dia vita a una presenza politica fortemente caratterizzata per i contenuti concreti che vengono proposti.
Entrambe queste strade portano sulla scena politica la novità che è maturata in questi anni di sbandamento istituzionale con uno stato guidato da gruppi di affaristi e da un’ideologia egoista ed anarchicheggiante che ha coinvolto milioni di italiani illusi (e complici) del “sogno” berlusconiano. Una novità che porta in primo piano una nuova cittadinanza attiva molto impegnata nei problemi sociali, del territorio e del lavoro. Una novità di cui va dato merito, per la verità e in gran parte, alla società civile che ha trovato da sè le vie della mobilitazione e dell’organizzazione prima della protesta e poi della proposta


Se questa è la novità la prosecuzione dei percorsi paralleli di cui si è detto all’inizio è importante così come è importante che, a un certo punto, le parallele arrivino ad incontrarsi. Il punto di contatto non potrà che essere costituito da un disegno di ristrutturazione generale che coinvolga le politiche del prossimo governo a partire da quella europea fino a una spinta “rivoluzionaria” per la cura del territorio passando per una ridefinizione delle modalità di convivenza civile e di funzionamento del sistema democratico.
E’ inutile illudersi che un cambiamento di questa portata possa essere fatto in poco tempo e con la sola forza della volontà. Occorrerà tempo, un grande consenso e una grande partecipazione di popolo. Per questo i percorsi paralleli dovranno per forza di cose e per la sopravvivenza dell’Italia incontrarsi senza neanche pensare che si potrà fare a meno di altre componenti come quelle che esprimono un sincero e spontaneo consenso a diverse liste civiche in formazione, o quelle che stanno alla base del successo del M5S e senza dimenticare le componenti più avanzate del mondo cattolico.
La ricostruzione del nostro Paese (con forti ripercussioni in Europa che dovrà cambiare indirizzi politici in maniera radicale) dovrà durare a lungo e cambiare nel profondo il patto fra stato e cittadini, l’assetto delle istituzioni, la struttura dell’economia, il livello dei diritti garantiti, la cultura civile degli italiani.
C’è lavoro per tutti e tutti avranno il loro peso nel determinare il risultato finale. Meglio capirlo subito.
Claudio Lombardi

Partecipare con una lista civica? Cittadini in movimento a Roma (di Roberto Marino)

Si corre verso le elezioni per il sindaco di Roma nella più assoluta confusione, tra annunci di candidature improbabili e in attesa di una ridefinizione del quadro politico nazionale. Venuta meno la candidatura di Zingaretti, il centrosinistra procede in ordine sparso; il partito democratico ripropone  a livello locale i mal di pancia e le divisioni che lo attraversano, in conseguenza della vicenda delle primarie. Il centrodestra appare stordito, timoroso di una sconfitta che sembra sicura, dopo la disastrosa gestione Alemanno, e con un occhio alla possibile scomposizione del Pdl. Il centro cattolico attende le mosse del nuovo soggetto politico benedetto da Montezemolo; una lista arancione nazionale nuova di zecca ha gemmato a Roma una lista che sostiene Sandro Medici; Emma Bonino annuncia una sua possibile candidatura; la “notte bianca della buona politica” lancia una lista civica dietro cui si riconosce Confcommercio.

Ha senso, in questa situazione, e a fronte di un dilagante rifiuto della politica, pensare a una nuova lista civica?

No, per chi giudica definitivamente fallito l’attuale sistema di democrazia rappresentativa.

No, per chi sostiene la teoria del “voto utile” e teme la dispersione del voto di sinistra.

No, per chi ritiene, pragmaticamente, che non ci sia più il tempo per organizzarsi, e lanciare un programma e un candidato credibili, con qualche possibilità di successo.

Eppure. Roma contiene una grande varietà e ricchezza di esperienze e di lotte, che devono poter influire sulle decisioni del governo cittadino. I sondaggi e il caso recente delle elezioni siciliane, dicono di un’astensione crescente ma non irrecuperabile. Si avverte un desiderio di cambiamento, che ha bisogno di occasioni e di strumenti per esprimersi: vedi su questo il bell’articolo di Paolo Andreozzi di qualche giorno fa (http://www.civicolab.it/?p=3246), che ragiona sulle potenzialità di un elettorato progressista, pronto a mobilitarsi su situazioni concrete (ad esempio il referendum sull’acqua), anche se restio ad un impegno più duraturo.

La strada giusta è certo quella di connettere le tante realtà cittadine, associazioni e movimenti, e le esperienze che esse esprimono, di lotta, di solidarietà e di democrazia partecipata; e serve una riflessione collettiva sulle possibili vie di uscita dall’insopportabile situazione in cui si trovano la città e l’Italia intera. Una strada lunga e difficile, il cui punto di arrivo non è sicuro, e che merita tuttavia di essere cominciata, con umiltà e pazienza. Ma intanto, vale la pena rinunciare ad essere in qualche modo presenti, nei prossimi cinque anni, nel governo della città?

daZero chiama cittadini e associazioni a riflettere su questo, in un’assemblea sabato prossimo 24 novembre, presso la facoltà di architettura di Roma Tre, a Testaccio, Largo Giovanni Battista Marzi 10, alle ore 10.

daZero è un’associazione di cittadini che da un anno e mezzo si interroga su un nuovo modello di società e di città, e che ha affidato la sua riflessione a un documento (si chiama “la città che saremo” e si trova su www.dazero.org ), che mette ora a disposizione di un percorso comune, con la volontà dichiarata di costituire una lista civica per le elezioni del sindaco di Roma. Lo fa con altri cittadini e altri pezzi della società civile (a cominciare dai sottoscrittori dell’appello “la Roma che vogliamo”), convinti di poche cose ma chiare:

–          che l’onestà e il rispetto delle regole possono essere, nella situazione attuale, addirittura rivoluzionari;

–          che devono trovarsi semplici ma efficaci forme di controllo popolare sull’operato dell’amministrazione, tali da ristabilire un corretto rapporto tra elettori ed eletti;

–          che dalla crisi si esce con un modello nuovo di sviluppo e di convivenza, più attento alle relazioni che alla produzione di profitto;

–          che si deve ripensare lo sviluppo urbanistico della città, e rinunciare al patto scellerato tra amministrazione e costruttori che ha caratterizzato l’ultimo decennio;

–          che Roma merita di recuperare e rafforzare la sua vocazione culturale e la sua tradizione di tolleranza e solidarietà;

–          che queste cose – purtroppo! – non hanno possibilità di realizzarsi dentro ai partiti (e alle liste civetta che li affiancheranno);

–          che il lavoro comune intorno ad una lista civica può aiutare lo sforzo di aggregazione delle realtà e dei movimenti presenti a Roma, e dare un valore aggiunto alle loro proposte e alle loro vertenze, troppo spesso confinate in ambiti ristretti, per settore o per territorio.

Vale la pena di provarci? Io dico di sì

                                                                  Roberto Marino

Legge elettorale: la grande truffa dei soliti noti (di Claudio Lombardi)

Un tagliente articolo di Roberto D’Alimonte sul Sole 24ore del 15 novembre descrive, come meglio non si potrebbe, la sceneggiata della legge elettorale. Ripercorriamone le parti principali.

“Sulla riforma elettorale si sta consumando un altro colpo di mano da parte della maggioranza di centrodestra. Il primo è stato quello del 2005 quando Berlusconi, Casini, Fini e Bossi hanno approvato una riforma elettorale usando la maggioranza che avevano in Parlamento per impedire alla sinistra di vincere. Adesso lo schema si ripete. La legge approvata nel 2005 non va più bene alla destra perché oggi farebbe vincere il Pd. E allora, come se fosse una cosa normale, si cambiano di nuovo le regole a pochi mesi dal voto.”

D’Alimonte non nega che ci voglia una modifica dell’attuale legge elettorale, ma precisa che farlo adesso sarebbe una farsa e io aggiungo una truffa. Quella nuova proposta sempre dagli stessi imbroglioni prevede una soglia per il premio di maggioranza del 42,5% . Perché proprio quella cifra? Ma perché i sondaggi dicono che oggi nessuna coalizione potrebbe raggiungerla. E così si tornerebbe automaticamente al proporzionale con tutti i poteri di ricatto per partiti e gruppi di potere che potrebbero vendere a caro prezzo i loro voti. Nulla di nuovo sotto il sole. Il centro destra è abituato a vendere e a comprare a suon di soldi e di favori qualunque cosa e ne abbiamo avuto molteplici esempi nella vita politica e in quella privata a cominciare dal loro capo Silvio Berlusconi. Privi di principi che non siano la pura e semplice conquista del potere e i soldi ora abbracciano l’esatto contrario di quello che sostennero 7 anni fa.

Continua D’Alimonte: “E così una questione delicata come una riforma elettorale che dovrebbe favorire la governabilità del paese in un momento così difficile è stata trasformata in una trattativa che assomiglia a un mercato in cui l’esito finale dipende esclusivamente dalla forza contrattuale dei contendenti.” “In questa trattativa però il Pdl ha il coltello dalla parte del manico. E qui sta un altro paradosso dell’attuale situazione. Mentre il partito di Berlusconi si è indebolito nel paese, in Parlamento il suo gruppo parlamentare vota compatto come una falange macedone. Per questo il Cavaliere può imporre la riforma elettorale che gli fa più comodo in questo momento.”

Dice D’Alimonte che oggi lo possono fare anche perché manca la pressione di un referendum come ci fu nel 1993 (prima riforma) e manca la spinta dell’opinione pubblica che non si appassiona alla riforma elettorale.

Il rischio è che, mentre sale la protesta contro la corruzione dei vecchi partiti e contro lo strapotere che hanno esercitato senza ritegno e mentre la maggioranza berlusconiana è ancora intatta dentro al Parlamento, si prepari una truffa contro gli italiani con una legge proporzionale che serve solo a quelli della vecchia maggioranza per conservare ancora un potere di ricatto. Tutto ciò per l’Italia avrebbe conseguenze drammatiche. Anche perché è prevedibile che molti dei vecchi politici si camufferanno dietro finte liste civiche in modo da dirottare a loro favore almeno un po’ della protesta che dilaga fra gli italiani. Il risultato sarebbe un Parlamento pieno di gruppi e gruppetti in competizione per avere una fetta di potere e tutti pronti a vendere a caro prezzo i loro voti, probabilmente indispensabili per comporre una maggioranza di governo.

A questo punto resta una sola possibilità che adombra anche D’Alimonte nel suo articolo: andare a votare con la legge attuale e con il solenne impegno dei probabili vincitori – il centro sinistra – ad approvare all’inizio della legislatura una nuova legge elettorale uninominale a doppio turno l’unica che concilia rappresentanza e governabilità. Andare a votare al più presto non c’è più tempo da perdere con un Parlamento che non rappresenta più gli italiani.

Claudio Lombardi

Cittadinanzattiva: un progetto politico per l’Italia (di Claudio Lombardi)

Si tiene in questi giorni il congresso nazionale di Cittadinanzattiva, l’organizzazione che ha, per prima, scelto di essere un movimento politico per la partecipazione civica. L’atto di nascita risale ad oltre trenta anni fa quando un gruppo di giovani decise di imboccare una strada nuova che coniugasse la politica e l’azione civica. L’evoluzione successiva portò a cambiamenti di nome e di struttura, ma si trattò, comunque, dello svolgimento di un concetto iniziale che segnava una novità sostanziale per l’Italia.

Alla fine degli anni ’70, infatti, i conflitti politici e sociali si concentravano su ideologie contrapposte o sulle rivendicazioni e gli interessi di ceti identificati in base al proprio lavoro e al reddito. L’idea che la base della società e dello Stato fossero i cittadini e che li accomunasse una fitta trama di obiettivi – i diritti declinati in base ai principi costituzionali e realizzati attraverso le politiche pubbliche – e di strumenti istituzionali non era molto popolare. L’azione civica era già conosciuta e praticata grazie alle tante iniziative di base sviluppate nel mondo cattolico più che in quello che si riconosceva nella sinistra sindacale e politica. Alcuni eventi catastrofici come l’alluvione che inondò Firenze e che precedette l’esplosione del ‘68, tuttavia, portarono in primo piano una generazione di giovani che sperimentò concretamente cosa poteva essere fatto con l’azione diretta che aveva la sua base nella solidarietà e nella responsabilità derivanti dalla condizione di cittadini e il suo oggetto nei beni comuni da salvare.

Gli eventi successivi (il 1968, le lotte operaie, la stagione delle bombe e lo stragismo di Stato) non aiutarono chi parlava di coscienza civica e di diritti civili. Furono anche gli anni, però, delle battaglie per il divorzio e per l’aborto che segnarono una prima divaricazione fra i partiti che detenevano la rappresentanza politica e la volontà dei cittadini.

Quell’ispirazione iniziale portò prima alla nascita del Movimento Federativo Democratico, poi al Tribunale dei diritti del malato e, quindi, a Cittadinanzattiva.

Oggi a parlare di cittadinanza attiva e di civismo sono in tanti e gli stessi partiti che hanno goduto di un consenso vastissimo pensano di rifondarsi per assumere le sembianze di movimenti civici, anzi, di liste civiche. Le liste civiche per le prossime scadenze elettorali si moltiplicano e il successo del Cinque stelle di Beppe Grillo indica che c’è un grande consenso in cerca di una rappresentanza.

La crisi radicale che ha colpito gran parte dei partiti che si sono impadroniti delle istituzioni depredandole e che hanno dimostrato il loro fallimento nel governo del Paese si trasforma in una spinta potente a crearsi nuovi canali di rappresentanza che portino ai posti di comando una nuova classe dirigente fatta anche di tanti cittadini comuni.

Il fenomeno strano è che questa spinta punta direttamente alle elezioni e non si basa su un’esperienza di azione civica che si fa politica. Il passaggio dai blog e dai gruppi che si ritrovano in rete alle liste elettorali e alle cariche istituzionali è concepito come una linea diritta. Non per tutti, però. I movimenti e le associazioni che si sono misurate con i referendum e che già praticano la politica dal basso sono molto più prudenti.

Cittadinanzattiva si presenta in questo panorama così diverso dagli anni della sua formazione con una sua caratteristica peculiare – l’azione civica prima di tutto – e riconfermando la scelta di non partecipare in quanto movimento alle elezioni.

Si tratta di un approccio diverso da ogni altro movimento che ha nell’idea della valutazione civica il suo fulcro e nella costante ricerca della convergenza di intenti fra cittadini, istituzioni e amministrazioni pubbliche il suo luogo di azione privilegiato.

Un approccio meno battagliero di quello proposto da liste civiche, movimenti e comitati vari, ma molto più concreto e penetrante. Certo, il momento della protesta e della pubblica indicazione di responsabilità di chi viene meno al suo dovere o si rivela disonesto o incapace non può mai mancare. Ma la scelta di porsi come cittadini che sentono la cosa pubblica come la loro dimensione e, quindi, individuano uno specifico ruolo per partecipare alle scelte e per verificarne l’attuazione riconoscendo ad altri soggetti, politici, istituzionali e amministrativi, i ruoli a loro spettanti (e rivendicando che siano assolti nell’interesse generale) è una scelta di profondo significato che guarda all’oggi prefigurando la società di domani.

La valutazione civica implica la conoscenza, la responsabilità, la consapevolezza e si basa su una partecipazione di elevata qualità. L’orizzonte è quello delle politiche pubbliche assunte e attuate in un contesto istituzionale radicalmente democratico nel quale non hanno diritto di cittadinanza ruberie, slealtà, trame occulte, affarismo, corruzione.

Portare il cittadino comune a questo livello significa impegnarsi in un serio lavoro di costruzione di una classe dirigente diffusa potenzialmente estesa a chiunque voglia parteciparvi.

È auspicabile che il congresso di Cittadinanzattiva precisi meglio questa strategia e che punti alla crescita della propria rete organizzata, del coinvolgimento dei cittadini e del peso politico delle azioni civiche che si fanno politica. L’Italia ha bisogno che questo progetto politico di cambiamento profondo vada avanti e abbia successo.

Claudio Lombardi

A “tutto civismo”: movimenti e liste civiche alla carica (di Claudio Lombardi)

Non è solo il Movimento 5 stelle e non sono nemmeno più soltanto le liste civiche “tradizionali” che nelle elezioni locali sono presenti da anni per sostenere, senza simboli di partito, singoli candidati alle cariche di sindaco o di presidente di provincia. Adesso l’idea di lista civica sta diventando qualcosa di diverso che nasce nel locale e lì si sviluppa, ma si propone di assumere dimensioni nazionali e di diventare un soggetto politico autonomo. A promuoverle e a farle conoscere niente attori o personaggi dello spettacolo, ma cittadini comuni che si collegano fra loro e usano internet per dibattere e definire programmi e proposte.

Così la Rete dei cittadini (http://retedeicittadini.it) che si è presentata alle regionali del Lazio nel 2010 e così l’iniziativa per la costituzione di una lista civica nazionale nata da un fitto intreccio di realtà locali (http://www.perunalistacivicanazionale.it). Entrambe si propongono come uno sviluppo della democrazia fondata sui partiti. Probabilmente non sono e non rimarranno le sole anche perché il civismo sarà un’ancora cui si aggrapperanno anche alcuni partiti con la speranza di camuffare le loro precedenti esperienze di governo. Staremo a vedere.

Ai movimenti civici va ascritto anche il Movimento 5 stelle che, in realtà, non si definisce come una lista civica anche se di liste locali ne ha presentate molte. Secondo il suo statuto (anzi, Non statuto) non si tratta nemmeno di un’associazione bensì di una Non associazione come è specificato nell’art. 1 che definisce il Movimento come “una piattaforma ed un veicolo di  confronto e di consultazione che trae origine e trova il suo epicentro nel blog www.beppegrillo.it.”. Sempre il blog individua le campagne e i temi da affrontare e il Movimento è “lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati” a promuoverle sul territorio. Movimento-strumento e, dunque, anche aderenti-organi dello strumento. Se la logica e le parole hanno un senso.

Si ritrova qui una “doppia verità” tipica dei movimenti fondati da personalità di spicco o da gruppi ristretti che vogliono mantenere il controllo senza rischiare di perderlo attraverso il confronto democratico. Molto battaglieri in nome della partecipazione verso l’esterno e molto autoritari verso l’interno dove non sono assicurate o rispettate le più elementari regole per la formazione delle decisioni. Molto spesso ciò accade “di fatto” (o con cavilli giuridici negli statuti) cioè con l’affermazione teorica di regole democratiche contraddette dalla pratica quotidiana nella quale i fondatori del movimento fanno valere la loro assoluta preminenza. Nel caso del M 5 S, invece, queste regole nemmeno esistono e, semplicemente, viene accettato il marchio proprietario di Beppe Grillo creando l’assurda situazione di un movimento che si batte per la totale trasparenza e apertura della politica, ma non accetta le forme più semplici della partecipazione al suo interno considerando i suoi aderenti come strumenti della volontà di uno solo.

Questo assetto inficia il programma che si propone come un elenco di punti che non vengono motivati e che sono scollegati da una analisi e da un quadro d’insieme. Nel complesso si presentano non come frutto di una visione politica, bensì tecnica. Messi lì senza collegamenti e spiegazioni assumono quasi le sembianze di una ricetta o di un manuale di istruzioni per l’uso. Se si aggiunge che non si sa da dove provengano – se da discussioni locali, nazionali, dai forum sul sito o dalla mente di Grillo – si ha il quadro di un non movimento che propone una non politica basata sull’attuazione di un programma tecnico. Ma l’opinione pubblica e gli elettori e nemmeno gli aderenti non danno molta importanza a questi aspetti. Secondo un recente sondaggio conta molto di più la personalità del leader e la forza del messaggio ossia l’impressione che lascia in chi ascolta. Ma, attenzione, questo vale solo per movimenti che esistono e hanno visibilità per i personaggi che li creano e che li rappresentano.

Ben diversa l’impostazione delle reti che stanno lavorando all’idea di una lista civica nazionale. Su tutto prevale la preoccupazione della democrazia interna che le spinge ad una cura persino pignola dei procedimenti decisionali. Entrambe le iniziative propongono un Manifesto o una Dichiarazione di intenti che serve a chiarire le intenzioni dei promotori e le finalità. La definizione dei programmi viene demandata ad assemblee nazionali precedute da numerose iniziative locali e da un fitto scambio di idee su internet. In ogni momento si sollecita la massima partecipazione individuale senza vincoli che non siano le cornici di principi, intenti e finalità messe a base delle iniziative.

Filo conduttore di entrambe (ma, a parole, anche del Movimento 5 stelle) è il superamento dell’assoluta preminenza della democrazia rappresentativa fondata sulla delega ai partiti e sulla separazione fra cittadini e istituzioni e l’espansione di tutte le forme di democrazia diretta.

A differenza del movimento di Grillo sia la Rete dei cittadini che Perunalistacivicanazionale indicano i punti del programma che intendono scrivere, ma dichiarano prima quali sono le finalità. In pratica presentano un approccio politico e non tecnico ai problemi del governo della collettività.

Il ragionamento non sarebbe completo senza parlare anche di Alba (www.soggettopoliticonuovo.it) il nuovo soggetto politico che nasce dal movimento referendario del 2011 per l’acqua (e non solo l’acqua) pubblica. Coagulato anch’esso sull’affermazione dei principi di massima partecipazione dei cittadini alle scelte della politica pone al centro della nuova politica la cura dei beni comuni. Anche in questo caso le regole della partecipazione interna sono definite per garantire apertura e trasparenza per chiunque voglia condividere il manifesto che ha lanciato l’iniziativa. E anche in questo caso l’approccio è dichiaratamente politico non essendoci elenchi di punti da attuare, ma un percorso, delle finalità e dei principi da cui muovere.

Se anche Alba, come è probabile, deciderà di presentarsi alle prossime elezioni il panorama politico italiano sarà sconvolto dalla presenza di diversi soggetti politici nuovi con una forte connotazione civica. Civica perché si partirà dal riconoscimento della centralità del cittadino come soggetto posto a base dello Stato. Vale la pena seguire questa evoluzione non dimenticando che il civismo da anni si esprime con tante associazioni che operano direttamente sui problemi della condizione sociale e dei servizi o sulla vita nelle città e che il patrimonio di esperienze accumulato deve, in qualche modo, entrare in contatto con le formazioni politiche che stanno nascendo. Altrimenti il civismo sarà una buona intenzione o uno slogan, ma non una realtà concreta. In ogni caso i partiti, se vorranno sopravvivere, dovranno misurarsi con questa realtà.

Claudio Lombardi

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