Le aberrazioni della giustizia in Italia

Pubblichiamo un articolo tratto da www.ildubbio.it. Risale a un paio d’anni fa, ma conserva tutta la sua attualità. Piero Sansonetti racconta una storia di cattiva giustizia che sconfina con la dittatura giudiziaria. Una storia simile ad altre, più o meno drammatiche per i malcapitati che ci sono finiti dentro.

Storie come queste, purtroppo, non sono infrequenti. Però se ne parla poco, perché l’idea è che se uno finisce sotto processo, almeno un pò, è colpevole. E quindi è bene che paghi. La riassumo in pochissime righe: c’è un tale – un imprenditore – che viene arrestato e sbattuto in prigione. Siccome ha una azienda e dei beni, gli sequestrano l’azienda e gli confiscano i beni. Resta in prigione per anni. Affronta svariati processi. Poi lo assolvono. Gli dicono: «Oh, scusi, ci siamo sbagliati». Lui dice: allora posso avere indietro i beni che mi avete confiscato? «Eh, no – gli rispondono – purtroppo quelli ormai sono dell’erario». Ah. E mentre ancora è stordito per questa risposta, gli arriva un conto da 3 milioni che gli viene spedito da “Riscossione Sicilia” per via di alcuni debiti con l’erario che l’azienda – che ora è tornata sua – ha accumulato durante il periodo di amministrazione giudiziaria. Deve restituirli, e in fretta.

Voi dite: vabbé non è possibile, manco Kafka si sarebbe immaginato una cosa del genere. Invece è proprio così Nomi e cognomi. Lui si chiama Enzo Mannina, è di Trapani, oggi ha 56 anni. La sua azienda si chiama “Mannina Vito Srl”, l’ha fondata suo padre una cinquantina d’anni fa. Ha 35 dipendenti. Che ora rischiano di restare per strada. L’ingiunzione della “Riscossione Sicilia” lascia pochi margini: pagare subito, entro 30 giorni. Enzo Mannina i tre milioni non li ha, perché negli ultimi anni ha vissuto molto tempo in cella e ha guadagnato poco. E i soldi che aveva guadagnato prima, come dicevamo, glieli hanno confiscati e non glieli ridanno più. E allora che si fa? Figuratevi un pò, il poveretto – invece che dare di matto, come credo avrebbe fatto chiunque di noi – ha preso carta e penna per chiedere una rateizzazione. Perché avrebbe intenzione di riprendere in mano l’azienda, farla fruttare, e piano piano pagare i debiti e i danni apocalittici combinati dallo Stato e dalla giustizia, i quali Stato e giustizia non intendono in nessun modo assumersi le loro responsabilità. Dicono: in fondo alla fine lo abbiamo assolto, dunque ha avuto giustizia. Che vuole di più?

Mannina era stato arrestato nel 2007 nell’ambito di una operazione che si chiamava “Mafia e Appalti”. Lo accusavano di far parte di Cosa Nostra e precisamente di essere il vice del capomandamento di Trapani, Francesco Pace. A quel punto erano scattati anche i sequestri preventivi, diventati poi confische, e la sua azienda era finita in amministrazione giudiziaria. Ed erano anche partite tutte le interdittive che avevano bloccato i lavori che gli erano stati commissionati da enti pubblici. Da quel momento è iniziata una serie infinita di processi, conclusi con alcune condanne e molte assoluzioni, e accompagnati da una lunga prigionia: quasi cinque anni. Poi, nel dicembre scorso, dopo un paio di rimpalli tra Appello e Cassazione, la Corte d’Appello di Palermo lo ha assolto definitivamente perché il fatto non sussiste. Finita l’odissea penale e carceraria è iniziata quella economica. Mannina, a 56 anni, si è trovato a dover ripartire da zero.

L’avvocato del signor Mannina ( Michele Guitta) ha spiegato il motivo per il quale non può riavere indietro i soldi che gli erano stati ingiustamente confiscati. Ha detto che questa situazione è il frutto della normativa vigente che prevede in caso di confisca definitiva dei beni ( che nel caso di Mannina era scattata dopo la prima condanna) “l’estinzione per confusione dei crediti erariali”. Avete capito qualcosa? No, neanch’io. Però mi sono informato. Vuol dire che una volta che ti hanno confiscato i beni, e quei beni sono finito all’erario, è successo che si sono “confusi” con gli altri beni dell’erario e non è più possibile “separarli” e dunque renderteli. Restano dell’erario. Ci dispiace: stavolta è andata male…

È chiaro che in questa storia di mischiano un numero incredibile di errori e di incongruenze della giustizia. Ho l’impressione però che siano tutti dovuti alla stessa idea: l’idea che la lotta alla mafia giustifica qualunque sopruso, perché comunque si tratta di soprusi a fin di bene. E questo sia al momento di immaginare e redigere le leggi, e le norme, e il meccanismo delle interdittive, sia nello svolgere le indagini e nel considerare un sospetto qualcosa di molto molto simile a una prova. E’ la cosiddetta pesca a strascico: la preoccupazione è quello di colpire, comunque e con durezza. Arrestare, confiscare, bloccare i lavori. Naturalmente è una preoccupazione ragionevole, nel senso che sarebbe una follia sottovalutare l’importanza della lotta alla mafia. Solo che è impossibile combattere la mafia facendo strame del diritto. E purtroppo è molto difficile far passare questa idea. La conseguenza di questa pesca a strascico è il caso Mannina. Il quale, vedrete, non appassionerà molto i giornali, i quali, di solito, a tutto sono interessati fuorché al diritto

La legge sul voto di scambio

Luci e ombre, ma la legge ora c’è e così il nuovo reato.  Le parole più equilibrate vengono da chi da anni è in prima fila nella lotta alla mafia. Questa che segue è la posizione di Libera e Gruppo Abele sul voto di scambio:

“Grazie! Il Parlamento ha finalmente modificato l’articolo 416 ter del Codice Penale che disciplina lo scambio elettorale politico-mafioso, dopo oltre 400 giorni di campagna e quasi 500mila firme raccolte.

Una buona notizia e un errore da correggere: la buona notizia è l’inserimento, dopo un iter tormentato, delle due parole “altra utilità”, che colpiscono al cuore il voto di scambio politico mafioso, finora limitato all’erogazione di denaro. Si potrà contrastare in maniera più efficace il “mercato dei voti”, venduti e comprati in cambio di favori, a partire dalle prossime elezioni di maggio, europee e soprattutto amministrative. 

L’errore, su cui Libera ha espresso fin da subito le sue perplessità, è quello della riduzione delle pene, che vanno inserite, invece, in un più generale inasprimento di tutti i reati di mafia, a partire dal 416 bis oggi sanzionato con condanne inferiori a quelle previste per l’associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. L’auspicio è che il governo intervenga quanto prima perché siano previste per i reati di mafia sanzioni più severe ed efficaci, nel rispetto del principio della proporzionalità della pena.”

Libera: educazione alla legalità, partecipazione, civismo (di Angela Masi)

libera contro le mafieLeggendo i giornali e seguendo i Tg sembra che l’Italia sia solo quella rappresentata dalle cronache politiche fatta, troppo spesso, di manovre e lotte per conquistare spazi di potere. C’è, però, un’altra Italia nella quale i cittadini si impegnano per svolgere attività di interesse generale. È il vasto mondo dell’attivismo civico e dell’impegno politico in movimenti e associazioni che non si candidano a dirigere le istituzioni, ma che esprimono una consapevolezza e una competenza che li rende degni di far parte della classe dirigente.

Libera è una di queste realtà e di essa vogliamo parlare. Il suo percorso è lungo, interessa diverse generazioni ed è centrato sull’educazione alla legalità e su un cambiamento culturale, del modo di pensare, di vivere e di agire diventato oggi assolutamente indispensabile e che, forse, costituisce il vero traguardo rivoluzionario a cui guardare.

libera no mafiaLibera è un network di associazioni che nasce nel 1995, sull’onda delle gravissime stragi di Mafia che avevano raggiunto l’apice con gli omicidi di Falcone e di Borsellino.

La sua storia, però, affonda le radici nel lontano 1965 quando fu fondato il Gruppo Abele da un’appena ventenne don Luigi Ciotti. Fin dalle origini, l’impegno dell’associazione fu legato ad un binomio inscindibile: l’impegno comune a sostegno degli emarginati e a promuovere la giustizia sociale.

solidarietàNel corso di quasi 50 anni di storia e per far fronte a sfide sempre più impegnative, l’impegno si è strutturato in comunità per problemi di dipendenza, spazi di ascolto e orientamento, progetti di aiuto alle vittime di reato e ai migranti, percorsi di mediazione dei conflitti, un centro studi e ricerche, una biblioteca, un archivio storico, una libreria, tre riviste, una casa editrice, percorsi educativi, progetti di cooperazione allo sviluppo, un consorzio di cooperative sociali che dà lavoro a persone con storie difficili alle spalle. Insomma un mondo dedicato all’impegno sociale e civile sempre dalla parte dei più deboli.

Ma Libera è conosciuta soprattutto per un altro aspetto del suo impegno. L’antefatto è l’assassinio nel 1982 di Pio la Torre, importante uomo politico siciliano. Con la legge che il Parlamento italiano approvò subito dopo ci fu la svolta di aggredire i patrimoni dei mafiosi attraverso la confisca dei loro beni. Nel 1996 Libera, nata l’anno precedente dal Gruppo Abele, raccoglie oltre un milione di firme per una norma che preveda che questi beni siano destinati ad uso sociale. Questa raccolta di firme porterà poi all’approvazione della legge 109 con la quale fu introdotta la possibilità che i beni confiscati ai mafiosi fossero riutilizzati a favore della società.

capaciNegli anni seguenti le attività realizzate a seguito della confisca dei beni ai mafiosi si sono sviluppate in tutta Italia. Nel Sud si tratta di luoghi e attività dal forte valore simbolico come le aziende agricole sui terreni una volta proprietà di Toto’ Riina, Bernardo Provenzano e Giovanni Brusca. Al Nord le confische sono minori come numero, ma segnalano un’espansione delle mafie al di là dei luoghi di origine.

Consolidata l’esperienza sulla confisca dei beni e sul riutilizzo a fini sociali, Libera si è impegnata molto sul fronte della lotta alla corruzione e per la trasparenza: nel 2011 ha avviato la campagna “Corrotti” insieme con Avviso Pubblico con cui si chiedeva l’impegno di governo e Parlamento ad adeguare il nostro codice alle leggi internazionali anticorruzione.

corruzione-italiaUna prima legge anticorruzione venne adottata nel Novembre 2012, ma a giudizio di Libera e di tante altre realtà della società civile si trattò di una legge inadeguata. Nacque così su impulso di Libera e del Gruppo Abele una nuova campagna: “Riparte il futuro” (http://www.riparteilfuturo.it/petizione/).

La campagna “Riparte il futuro” ha chiesto prima delle ultime elezioni un impegno preciso ai candidati perché si facessero promotori di una legge sullo scambio elettorale politico-mafioso. In  centinaia hanno aderito e ne è nato un intergruppo parlamentare detto dei “braccialetti bianchi” del quale fanno parte circa 250 rappresentanti di quasi tutte le forze politiche. Primo risultato l’approvazione all’unanimità della riforma del 416 ter del codice penale (scambio elettorale politico-mafioso) da parte della Commissione Giustizia della Camera.

Da questi brevi cenni è evidente che Libera porta avanti azioni concrete fuori da logiche di schieramento partitico, ma che rispondono all’interesse generale. Si conferma così che l’Italia già oggi vede all’opera una nuova classe dirigente che si occupa di riforme vere non di quelle evocate come arma di lotta politica o per distogliere l’attenzione dalle mancanze di chi dirige le istituzioni. Il caso di Libera dimostra che con l’attivismo civico e con la partecipazione dei cittadini si può governare meglio e che l’oligarchia che si è imposta nel sistema politico italiano è diventata un peso intollerabile e un freno allo sviluppo del Paese.

Angela Masi

Appello in TV di un procuratore antimafia (di Pietro Grasso)

Da “Vieni via con me” del 29 novembre 2010. Elenco delle cose di cui ho bisogno per combattere la mafia (legge il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso)pietro grasso

  1. Ho bisogno che la lotta alla mafia sia posta tra le priorità nel programma di qualsiasi partito e che le leggi per contrastarla ricevano voto unanime.
  2. Ho bisogno che imprenditoria, burocrazia, politica, rappresentanti delle istituzioni e delle professioni, insomma l’area grigia contigua alla mafia, non intrecci relazioni con essa, formando cricche e reti criminali per gestire i loro lucrosi, comuni affari.
  3. Ho bisogno che ai giovani delle forze dell’ordine, agli operatori di giustizia, ai magistrati, che tanti successi hanno conseguito con dedizione, con sacrifici, con rischio della vita, non manchino risorse, tecnologie, incentivi economici, ma anche autovetture, carburante, carta, etc..
  4. Ho bisogno che nel reato di scambio elettorale politico mafioso oltre al danaro sia compresa qualsiasi utilità in cambio della promessa di voto.
  5. Ho bisogno di conoscere tutti i segreti della mafia, i suoi progetti criminali, le sue strutture, i suoi traffici, le sue relazioni esterne attraverso pentiti e testimoni di giustizia, che vanno incentivati, e attraverso le intercettazioni, che, nel rispetto della privacy, del segreto investigativo e senza imporre bavagli all’informazione, non vanno limitate.
  6. Ho bisogno che i beni sequestrati e confiscati ai mafiosi siano al più presto destinati all’utilità dei cittadini.
  7. Ho bisogno, per evitare che i boss mafiosi continuino a comandare dal carcere, che il regime del 41 bis sia applicato in strutture adeguate e in maniera efficace.
  8. Ho bisogno che siano rapidamente sciolte le amministrazioni locali ed allontanati i funzionari infedeli, quando si pongono al servizio degli interessi e dei privilegi dei mafiosi.
  9. Ho bisogno che all’estero, dove l’Italia è apprezzata per la strategia e gli strumenti di contrasto alla criminalità organizzata, non ci siano Stati-rifugio per i tesori della mafia, della corruzione, dell’evasione fiscale.
  10. Ho bisogno di una legge sull’autoriciclaggio, per indagare, cosa attualmente non consentita, su chi commette un reato e poi ne occulta i profitti.manifestazione libera no mafia
  11. Ho bisogno di politiche di sviluppo che diminuiscano gli squilibri tra Nord e Sud, che non trattino il Sud come un vuoto a perdere, di quelli che…tanto si arrangiano, tanto si ammazzano tra di loro.
  12. Non ho bisogno per combattere la mafia dell’annunciata riforma della giustizia, almeno di quella che propone la separazione delle carriere, un Consiglio Superiore della magistratura solo per il pubblico ministero, l’appellabilità delle sentenze solo da parte del condannato, leggi ad personam, termini iugulatori per le varie fasi processuali che portano all’impunità degli imputati.
  13. Ho bisogno, invece, di una riforma della giustizia che tenda a ridurre drasticamente il numero degli uffici giudiziari, a rendere più agile e veloce il processo penale, a rivedere il sistema delle impugnazioni, ad eliminare quelle garanzie soltanto formali, che consentono strategie dilatorie, funzionali a scarcerazioni o prescrizioni.
  14. Ho bisogno di stare attento a coloro che più che riformare la giustizia e curarne i mali secolari vogliono riformare i magistrati, delegittimarli, intimidirli, renderli inoffensivi, considerarli un cancro da estirpare.
  15. Ho bisogno di quei magistrati, antropologicamente diversi, che riconoscono nei principi costituzionali, dell’obbligatorietà dell’azione penale, della dipendenza della polizia giudiziaria dal pubblico ministero e dell’autonomia e indipendenza della magistratura, un patrimonio insostituibile di democrazia, da difendere, anche da parte di tutti i cittadini, non come un privilegio di casta, odioso, come tutti i privilegi, ma come principi funzionali alla domanda di giustizia che alta si leva dalla società;
  16. di quei magistrati, che pur non essendo stati eletti dal popolo, si distinguono per il rigore etico, per la strenua ed inflessibile difesa della cosa pubblica, delle istituzioni e della società;
  17. di quei magistrati, matti o utopisti, che ancora credono che in Italia si possa riuscire a processare, oltre ai mafiosi ed ai mandanti delle stragi, anche la mafia dei colletti bianchi, gli infiltrati nelle istituzioni, i corruttori di giudici, di pubblici funzionari e di politici, coloro che creano all’estero società fittizie per riciclare denaro sporco;
  18. di quei magistrati che, come me, dinanzi alle bare rivestite del tricolore, dei berretti degli agenti di scorta e delle toghe dei magistrati Falcone e Borsellino, giurarono che la loro morte non sarebbe stata vana e che per questa Italia unita, al Nord come al Sud, sono pronti a dare la vita.

La legalità dei cittadini e la lotta alle mafie (di Adriano Amadei)

“Quando voi venite nelle nostre scuole a parlare di legalità e giustizia, i nostri ragazzi vi ascoltano e vi seguono. Ma quando questi ragazzi diventano maggiorenni e cercano un lavoro, una casa, assistenza economica e sanitaria, a chi trovano? A voi o a noi?”

Nelle parole del boss Pietro Aglieri  (u signurino) – citate da”I dieci passi” di Flavio Tranquillo e Mario Conte – abbiamo un illuminante compendio. Infatti, il boss appare disposto ad ammettere che la legalità – ma intesa come? – comunicata ai giovani, abbia un’attrazione, in sé, e, forse, ancora di più in certe situazioni di degrado, che noi potremmo definire “totale”. Ma vuole anche insegnarci che le “belle teorie” tramontano, quando non hanno una coerenza pratica, mentre intende insinuare che la vera soluzione dei problemi sono … loro, i delinquenti mafiosi.

Tale dichiarazione deve essere attentamente considerata perché ci parla della pervasività delle realtà mafiose e del fatto che nessuna (pur doverosa e indispensabile) repressione per quanto vasta – da sola: e cioè, senza essere accompagnata da sistemiche misure economiche e culturali – è mai riuscita, né riuscirebbe a debellare la mala pianta: né la repressione di Cesare Mori (1925-28), né quella, a cavallo degli anni ’90, ascrivibile a Falcone e Borsellino.

È naturale, quindi, domandarsi cosa sia la legalità.

Legalità – per me – si sostanzia di quei principi che, presenti e attivi nelle coscienze dei cittadini, hanno  informato la nostra legge fondamentale ed orientano (o dovrebbero orientare) norme ordinarie, che, praticate e fatte osservare da legittime e riconosciute istituzioni, concorrono ad una civile, rispettosa e ordinata convivenza. Lo dice con una bella immagine Pietro Grasso:  “Legalità è la forza dei deboli, delle vittime dei soprusi e delle violenze dei ricatti del potere.” E aggiunge che  “La mafia è eclissi di legalità.”

La “convivenza di tipo mafioso”, in cui – indipendentemente da manifestazioni di volontà – sono coinvolti, in qualche modo, anche i non mafiosi (non fosse altro che per vivere nei territori dove le mafie spadroneggiano), nega radicalmente la legalità.

Tale negazione non compromette apparentemente, né norme, né tantomeno le istituzioni, quanto piuttosto tende a svuotare le norme e ad adeguarle agli interessi mafiosi; a condizionare ed occupare le istituzioni. Infatti, “Non possiamo fare la guerra allo Stato, con lo Stato dobbiamo convivere.”: così, catechizzava Gaetano Badalamenti, uno dei capi storici della mafia siciliana, prima dell’avvento dei corleonesi.

E Giovanni Falcone sosteneva: “Cosa nostra non è un antistato … La mafia si alimenta dello Stato e adatta il proprio comportamento al suo.

Silvestro Montanaro e Sandro Ruotolo (1995) spiegano che la penetrazione delle mafie nello Stato si estrinseca in “ … una politica di infiltrazione occulta ed orizzontale nei segmenti vitali del tessuto politico-istituzionale mediante la costruzione di una rete di complessi e variegati rapporti, ora di collusione, ora di cointeressenza, con esponenti della politica e delle Istituzioni.

E, si deve aggiungere, il clientelismo rappresenta il varco, mentre la corruzione ne costituisce il prosieguo ed il brodo di coltura.

Che in tanti se ne rendano conto è confermato dal dato calcolato dal Rapporto Censis 2010 che stima nel 26,2% la parte degli italiani che ritiene possibile lo sviluppo del paese solo passando dalla lotta alla corruzione.

Il motivo è ovvio: le mafie uccidono la concorrenza e sottomettono tutti ad uno stesso regime di comando piegando qualsiasi attività ai loro propri interessi. Che non sono mai di sviluppo, ma di sfruttamento forsennato di tutto e di tutti. Valga, per tutti, l’esempio della Campania il cui territorio è stato trasformato in una discarica velenosa con conseguenze sulla vita e sulle attività economiche.

Come combattere le mafie? Il grande scrittore siciliano Gesualdo Bufalino diceva che, per combattere la mafia, era necessario un esercito di insegnanti. Ma non basta.

Diceva Pietro Grasso, nel suo “Per non morire di mafia” (2009):

“L’antimafia diretta alla repressione della criminalità mafiosa deve essere accompagnata dall’antimafia della politica e del mercato, dall’efficienza della pubblica amministrazione, dal buon funzionamento della scuola.”

E aggiunge:

“Le istituzioni e la società civile devono fare un salto di qualità … Il problema è unire valori e interessi, unire la lotta alla mafia a un progetto di sviluppo economico, rafforzando l’economia legale, e a un progetto di partecipazione democratica.”

“I processi di liberazione non avvengono attraverso la delega a un liberatore ma attraverso un impegno corale, quotidiano.”

È quello che può fare qualunque cittadino, sia singolarmente conducendo la propria vita con onestà e impegno, sia unendosi ad altri per svolgere attività che si prendano cura dei beni comuni e dell’interesse generale, sia rivendicando che la politica torni ad essere cura della collettività e dello Stato e che sia affidata ai migliori e non agli affaristi e ai profittatori.

Adriano Amadei segretario Cittadinanzattiva Toscana

Elenco di quello che per me significa legalità (legge Don Ciotti)

  1. «Legalità è il rispetto e la pratica delle leggi. È un’esigenza fondamentale della vita sociale per promuovere il pieno sviluppo della persona umana e la costruzione del bene comune». Sono parole di un documento del 1991 della Chiesa italiana.

  2. Legalità non sono, quindi, solo i magistrati e le forze di polizia, a cui dobbiamo riconoscenza e rispetto. Legalità dobbiamo essere tutti noi.
    Legalità è responsabilità, anzi corresponsabilità.

  3. Legalità sono quei beni confiscati alle mafie e destinati a uso sociale. Per quella legge “Libera” raccolse, quindici anni fa, un milione di firme.
    Legalità sono il pane, l’olio, il vino che produciamo nelle terre confiscate alla mafia. Tremila giovani sono arrivati dall’Italia e dall’estero per dare una mano, per formarsi, per approfondire!

  4. Legalità è l’attenzione ai famigliari delle vittime innocenti delle mafiee ai testimoni di giustizia. Sabato eravamo a Terrasini, in provincia di Palermo, con 400 famigliari. Persone che hanno avuto la forza di trasformare il dolore in impegno e chiedono tre cose: giustizia, verità, dignità. Ci hanno guidato per le strade di Milano, lo scorso 21 marzo: eravamo in 150mila. Con loro è nata nel 1995 la “Giornata della memoria e dell’impegno”, che quest’anno sarà a Potenza.

  5. Legalità sono quei percorsi che Libera anima in oltre 4500 scuole, quei protocolli firmati con circa il 70% delle università. E poi i progetti con alcune istituzioni e col ministero, la “nave della legalità”, la “carovana antimafie” che attraversa ogni regione d’Italia.  «La mafia teme la scuola più della giustizia. L’istruzione taglia l’erba sotto i piedi della cultura mafiosa» diceva Nino Caponnetto.

  6. Non può esserci legalità senza uguaglianza! Non possiamo lottare contro le mafie senza politiche sociali, diffusione dei diritti e dei posti di lavoro, senza opportunità per le persone più deboli, per i migranti, per i poveri. Legalità sono i gruppi e le associazioni che si spendono ogni giorno per questo.

  7. Legalità è la nostra Costituzione. E’ il nostro più formidabile testo antimafia. Le mafie e ciò che le alimenta – l’illegalità, la corruzione, gli abusi di potere – si sconfiggono solo costruendo una società più giusta.

  8. Legalità è speranza. E la speranza si chiama “noi”. La speranza è avere più coraggio. Il coraggio ordinario a cui siamo tutti chiamati: quello di rispondere alla propria coscienza.

Da “Vieni via con me” del 29 novembre 2010

Elenco delle cose di cui ha bisogno per combattere la mafia (legge il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso)

 

  1. grassoHo bisogno che la lotta alla mafia sia posta tra le priorità nel programma di qualsiasi partito e che le leggi per contrastarla ricevano voto unanime.

  2. Ho bisogno che imprenditoria, burocrazia, politica, rappresentanti delle istituzioni e delle professioni, insomma l’area grigia contigua alla mafia, non intrecci relazioni con essa, formando cricche e reti criminali per gestire i loro lucrosi, comuni affari.

  3. Ho bisogno che ai giovani delle forze dell’ordine, agli operatori di giustizia, ai magistrati, che tanti successi hanno conseguito con dedizione, con sacrifici, con rischio della vita, non manchino risorse, tecnologie, incentivi economici, ma anche autovetture, carburante, carta, etc..

  4. Ho bisogno che nel reato di scambio elettorale politico mafioso oltre al danaro sia compresa qualsiasi utilità in cambio della promessa di voto.

  5. Ho bisogno di conoscere tutti i segreti della mafia, i suoi progetti criminali, le sue strutture, i suoi traffici, le sue relazioni esterne attraverso pentiti e testimoni di giustizia, che vanno incentivati, e attraverso le intercettazioni, che, nel rispetto della privacy, del segreto investigativo e senza imporre bavagli all’informazione, non vanno limitate.

  6. Ho bisogno che i beni sequestrati e confiscati ai mafiosi siano al più presto destinati all’utilità dei cittadini.

  7. Ho bisogno, per evitare che i boss mafiosi continuino a comandare dal carcere, che il regime del 41 bis sia applicato in strutture adeguate e in maniera efficace.

  8. Ho bisogno che siano rapidamente sciolte le amministrazioni locali ed allontanati i funzionari infedeli, quando si pongono al servizio degli interessi e dei privilegi dei mafiosi.

  9. Ho bisogno che all’estero, dove l’Italia è apprezzata per la strategia e gli strumenti di contrasto alla criminalità organizzata, non ci siano Stati-rifugio per i tesori della mafia, della corruzione, dell’evasione fiscale.

  10. Ho bisogno di una legge sull’autoriciclaggio, per indagare, cosa attualmente non consentita, su chi commette un reato e poi ne occulta i profitti.

  11. Ho bisogno di politiche di sviluppo che diminuiscano gli squilibri tra Nord e Sud, che non trattino il Sud come un vuoto a perdere, di quelli che…tanto si arrangiano, tanto si ammazzano tra di loro.

  12. Non ho bisogno per combattere la mafia dell’annunciata riforma della giustizia, almeno di quella che propone la separazione delle carriere, un Consiglio Superiore della magistratura solo per il pubblico ministero, l’appellabilità delle sentenze solo da parte del condannato, leggi ad personam, termini iugulatori per le varie fasi processuali che portano all’impunità degli imputati.

  13. Ho bisogno, invece, di una riforma della giustizia che tenda a ridurre drasticamente il numero degli uffici giudiziari, a rendere più agile e veloce il processo penale, a rivedere il sistema delle impugnazioni, ad eliminare quelle garanzie soltanto formali, che consentono strategie dilatorie, funzionali a scarcerazioni o prescrizioni.

  14. Ho bisogno di stare attento a coloro che più che riformare la giustizia e curarne i mali secolari vogliono riformare i magistrati, delegittimarli, intimidirli, renderli inoffensivi, considerarli un cancro da estirpare.

  15. Ho bisogno di quei magistrati, antropologicamente diversi, che riconoscono nei principi costituzionali, dell’obbligatorietà dell’azione penale, della dipendenza della polizia giudiziaria dal pubblico ministero e dell’autonomia e indipendenza della magistratura, un patrimonio insostituibile di democrazia, da difendere, anche da parte di tutti i cittadini, non come un privilegio di casta, odioso, come tutti i privilegi, ma come principi funzionali alla domanda di giustizia che alta si leva dalla società;

  16. di quei magistrati, che pur non essendo stati eletti dal popolo, si distinguono per il rigore etico, per la strenua ed inflessibile difesa della cosa pubblica, delle istituzioni e della società;

  17. di quei magistrati, matti o utopisti, che ancora credono che in Italia si possa riuscire a processare, oltre ai mafiosi ed ai mandanti delle stragi, anche la mafia dei colletti bianchi, gli infiltrati nelle istituzioni, i corruttori di giudici, di pubblici funzionari e di politici, coloro che creano all’estero società fittizie per riciclare denaro sporco;

  18. di quei magistrati che, come me, dinanzi alle bare rivestite del tricolore, dei berretti degli agenti di scorta e delle toghe dei magistrati Falcone e Borsellino, giurarono che la loro morte non sarebbe stata vana e che per questa Italia unita, al Nord come al Sud, sono pronti a dare la vita.

Da “Vieni via con me” del 29 novembre 2010