Educare senza sanzioni?

Chiunque abbia bambini che vanno alle scuole elementari sa perfettamente che, ormai da diversi decenni, non solo è praticamente impossibile bocciare un bambino, ma è anche rarissimo osservare sanzioni classiche, come l’ammonizione, la nota sul registro, la sospensione. Al loro posto è invece dato osservare una serie di comportamenti sostanzialmente omissivi o elusivi: far finta di niente, limitarsi a redarguire più o meno blandamente, cercare di spiegare perché un comportamento è sbagliato e non dovrebbe essere ripetuto. I risultati sono scarsissimi, per non dire negativi, visto che il bullismo, sia quello tradizionale sia quello via internet, sono in aumento e coinvolgono spesso bambini, più sovente bande di bambini, che frequentano le ultime classi delle scuole elementari.

Ora non più. Ora si cambia. Ora quel che un maestro o una maestra potevano fare, ma nel 99.9% dei casi non facevano, ossia infliggere qualche piccola sanzione (ad esempio la nota sul registro, con convocazione della famiglia), sarà semplicemente vietato. Così ha deciso ieri la Camera, approvando un emendamento (a un disegno di legge sull’educazione civica nelle scuole elementari) che di fatto toglie a presidi e insegnanti non solo la possibilità di comminare le pene più severe (come l’espulsione dalla scuola), ma persino l’uso di strumenti sanzionatori davvero minimali, come l’ammonizione o la nota sul registro. Al loro posto si propone di estendere alla scuola elementare il farraginosissimo istituto del “Patto di corresponsabilità educativa”, che rafforza e incentiva uno dei più dannosi fenomeni culturali del nostro tempo, ovvero l’ingerenza dei genitori nel funzionamento della scuola, oltre a promuovere una sorta di Far West dei regolamenti, per cui ogni scuola si costruisce il suo patto, con tanti saluti a una delle idee più semplici della vita sociale, ossia che sia più efficace avere poche norme chiare e valide per tutti, piuttosto che lasciare a ogni comunità di darsi regole proprie (chi non avesse bambini a scuola, o non avesse idea di quanto avanti siano andate le cose rispetto a 20 o 30 anni fa, può leggere la pacata quanto agghiacciante  testimonianza dello scrittore Matteo Bussola: Sono puri i loro sogni, Einaudi Stile Libero 2017).

La vicenda è politicamente interessante. Perché, a quanto si apprende, la soppressione del regio decreto del 1928 che prevedeva la possibilità di irrogare sanzioni agli alunni delle scuole elementari, è stata voluta da tutte le forze politiche. Una chiara testimonianza di quanto certe idee, che eravamo abituati ad attribuire alla mentalità progressista, siano ormai penetrate nello spirito pubblico, coinvolgendo anche quanti un tempo le combattevano.

Ma quali idee?

Fondamentalmente tre convinzioni. La prima è che, nel processo educativo, le sanzioni non debbano e non possano svolgere alcun ruolo. Chi sbaglia deve essere convinto a cambiare comportamento con la sola forza della persuasione. L’uso di punizioni, anche di lieve entità, non solo sarebbe controproducente, ma sarebbe la testimonianza del fallimento del processo educativo.

La seconda è che, a dispetto della loro conclamata incapacità (o non volontà) di educare i figli, l’ultima parola spetti ai genitori, unici giudici dei loro pargoli, unici arbitri e custodi del destino delle loro creature. Di qui la tendenza a porsi verso ogni autorità, ma prima di tutto verso l’autorità scolastica, come sindacalisti dei propri figli.

Ma la più pericolosa è la terza convinzione, che forse più che una convinzione vera e propria è una sorta di strabismo, di partito preso, o di riflesso pavloviano. Quando qualcuno viola le regole, il che quasi sempre comporta la sofferenza di qualcun altro (si pensi alla diffusione del bullismo, già alle elementari), stranamente la pietas, la compassione, quasi automaticamente si indirizzano verso i prepotenti, che andrebbero capiti, perdonati e rieducati, e ignorano le ragioni delle vittime. Curiosamente, chi fa proprio l’imperativo del perdono, non sente altrettanto forte il dovere di impedire che altre violenze e sopraffazioni si scatenino contro nuove vittime.

Eppure è proprio questo il nodo della questione. C’è un’incredibile ingenuità pedagogica e sociologica nella credenza che, per la prevenzione di fenomeni come il bullismo e il cyberbullismo nelle scuole, possano bastare corsi, lezioni, momenti di sensibilizzazione, ammonimenti, prediche, e che ogni punizione sia inutile o addirittura controproducente. Come se la consapevolezza di non rischiare alcuna vera sanzione non fosse un potente incentivo a perseverare nei comportamenti più aggressivi, violenti e anti-sociali. Come se, soprattutto, la rinuncia delle istituzioni a sanzionare i comportamenti più scorretti, più che una forma di umana comprensione per chi sbaglia, non fosse invece quello che è: una forma di disumana indifferenza verso le vittime.

Luca Ricolfi tratto da www.fondazionehume.it

Il reddito di cittadinanza del M5S

Un articolo di Luca Ricolfi pubblicato sul sito www.fondazionehume.it analizza la proposta del reddito di cittadinanza presentata dal M5S. Seguiamo il suo ragionamento con sintesi e citazioni. Il tema del reddito minimo è presente in tutti i programmi elettorali dei partiti. Da quest’anno è operativo il reddito di inclusione voluto dall’attuale governo. Tuttavia il Movimento Cinque Stelle è la forza politica che ha fatto del reddito di cittadinanza (la sua bandiera regolamentato in dettaglio in un disegno di legge. L’obiettivo è di garantire a chiunque, indipendentemente dal fatto di lavorare o meno, il raggiungimento di un reddito familiare pari alla soglia di povertà relativa, che attualmente in Italia è di oltre 1000 euro per una famiglia di 2 persone e di 1500 euro per una di 3 persone. Ne sono esclusi soltanto i minorenni, e chi ha un reddito dichiarato superiore alla soglia di povertà.

Ecco le osservazioni di Ricolfi.

Primo punto: il costo. Ci sono varie stime ma un onere annuo intorno a 20 miliardi di euro appare plausibile. Secondo punto: il disincentivo a lavorare. Così configurato, il reddito minimo renderebbe non conveniente lavorare per ben 9 milioni di italiani. Una prestazione assistenziale di circa 780 euro al mese infatti eguaglia la retribuzione di molti lavori a tempo parziale.

In realtà è previsto che si perda il diritto al reddito di cittadinanza se non si rispettano determinati obblighi (come la ricerca di un lavoro, la formazione, la disponibilità a lavori socialmente utili) e, soprattutto, se si rifiutano le offerte di lavoro. Tuttavia si possono rifiutare ben 3 offerte di lavoro se non sono congrue. Che significa?

Lo specifica il Disegno di legge dei Cinque Stelle. Un’offerta di lavoro è considerata congrua se “è attinente alle propensioni, agli interessi e alle competenze acquisite dal beneficiario”; “la retribuzione oraria è maggiore o eguale all’80% di quella riferita alle mansioni di provenienza”; il posto di lavoro è raggiungibile in meno di un’ora e 20 minuti con i mezzi pubblici. Tutte condizioni che devono essere soddisfatte congiuntamente, altrimenti l’offerta non è congrua.

Non ci vuole moltissima fantasia ad immaginare le conseguenze. Intanto sarà difficile “accompagnare” al lavoro, al servizio civile, o nei corsi di formazione la possibile platea di beneficiari. A chiunque non voglia accettare un’offerta di lavoro perché preferisce percepire il sussidio senza lavorare (o lavorando in nero) basterà rifiutarla (ha diritto a rifiutarne ben tre senza alcuna giustificazione). Se poi fosse così sfortunato da riceverne ben quattro, e anche la quarta non gli andasse bene, gli basterà considerarla “non attinente alle sue propensioni ed interessi”, che evidentemente nessuno, tantomeno un giudice del Tar, potrà pretendere di conoscere meglio del diretto interessato. In breve: l’effetto economico più macroscopico del reddito minimo in formato Cinque Stelle sarebbe di ridurre ulteriormente l’offerta di lavoro, che in Italia è già patologicamente bassa rispetto a quella delle altre economie avanzate.

Ma il dettaglio più inquietante del reddito minimo sta nella sua iniquità. Essendo basato sul reddito nominale, anziché sul potere di acquisto, esso non potrà che creare nuove diseguaglianze. Stanti le enormi differenze nel livello dei prezzi mille euro di un operaio che vive a Milano valgono poco più della metà di quel che valgono per un manovale che vive in un piccolo comune del Mezzogiorno. In effetti tutte le misure basate sul reddito nominale sono intrinsecamente inique: rischiano di escludere dal beneficio molti veri poveri nelle regioni del centro-nord, e di sussidiare molti finti poveri in quelle del Mezzogiorno. Per non parlare dell’eterno problema degli evasori che usano le prestazioni del welfare, ma non vi contribuiscono.

Una riflessione va fatta sul possibile mutamento dello Stato da sociale ad assistenziale. Di fronte ad una trasformazione tecnologica che minaccia di sostituire gli uomini con i robot ci si può rassegnare a veder relegati alla condizione di assistiti un elevato numero di persone? Dal confronto con gli altri paesi emerge, invece, che sono molti quelli che hanno oggi un tasso di occupazione più alto di dieci anni fa.

Certo, è possibile che fra dieci o venti anni l’Italia si ritrovi irrimediabilmente al di fuori dei sentieri della crescita e della modernizzazione, e che a un manipolo di produttori sia affidato il compito di mantenere una maggioranza di cittadini impoveriti e impotenti, in un paese che decresce e diventa sempre più marginale. Ma non raccontiamoci che è colpa del progresso, o che era destino, o che la responsabilità è dell’Europa, della signora Merkel o dell’austerità. Perché se a noi andrà così, e altri invece ne verranno fuori come già stanno facendo, è solo a noi stessi che dovremo chiedere: come mai, anziché reagire alla crisi, creando posti di lavoro veri, abbiamo preferito continuare, come facciamo da mezzo secolo, a puntare tutte le nostre carte sullo Stato assistenziale?

Il lungo sonno della produttività italiana

Da tempo ci si domanda come mai l’economia italiana reagisca peggio della media europea e si è individuato un problema di paralisi della produttività. Luca Ricolfi gli dedica un ampio articolo sul Sole 24 Ore del 29 maggio. Ne riportiamo i brani più significativi.

Italia logorata“Che si torni a parlare di produttività … è senz’altro un bene. E questo per un motivo tanto semplice quanto cruciale: la produttività in Italia ristagna da vent’anni, e l’interruzione di questo lungo sonno è una condizione necessaria, assolutamente necessaria, per restituire un futuro a questo Paese. Ci sono due piccole complicazioni, tuttavia. La prima è che un eventuale risveglio della produttività … è solo una condizione necessaria di ripresa del Paese. Se questo risveglio dovesse avvenire senza un robusto aumento dell’occupazione e del Pil, o peggio ancora dovesse avvenire mediante una drastica riduzione dei posti di lavoro (come è accaduto in Spagna durante la crisi), quel risveglio si risolverebbe in un ricupero di competitività di una parte dell’apparato produttivo, ma non sarebbe in grado di tradursi pienamente in un innalzamento del benessere di tutti: salari più alti, migliori posti di lavoro, aziende più dinamiche e moderne, opportunità lavorative per i giovani.

La seconda complicazione è che, nonostante molti ritengano di sapere perché da vent’anni in Italia la produttività non cresca più, in realtà nessuno lo sa con ragionevole certezza. … Quello di cui avremmo bisogno è un racconto del caso italiano sufficientemente preciso e circostanziato da indicarci la strada per uscire dal letargo in cui il Paese è piombato a metà degli anni ’90. …

debito pubblico ItaliaPerché quello dell’Italia è davvero un caso speciale fra le economie avanzate. … quello che rende il caso italiano difficile da spiegare in modo convincente, è che non si tratta genericamente di spiegare come mai la produttività ristagna, ma di rendere conto di una precisa concatenazione di eventi: il fatto che fino al 1995 la produttività dell’Italia avesse una dinamica normale; il fatto che, a un certo punto, nella seconda metà degli anni ’90, abbia improvvisamente smesso di crescere; il fatto, infine, che la stagione del ristagno duri ininterrottamente da vent’anni. …

L’evidenza empirica disponibile pare forse ridimensionare un po’ le spiegazioni più in voga, molto incentrate su cose (peraltro importantissime) come il mercato del lavoro, le relazioni industriali, la politica fiscale, la politica monetaria, ma non sempre altrettanto pronte a cogliere quel che si muove (o non si muove) fuori del circuito economico. Forse dovremmo riflettere di più sul fatto che, a ristagnare, non è solo la produttività del lavoro, ma è la produttività totale dei fattori produttivi (capitale e lavoro), e che il brusco arresto di quest’ultima precede di ben cinque anni quello della produttività del lavoro (la produttività del lavoro ristagna dal 2000-2001, quella totale dal 1995-1996). Una produttività totale dei fattori stagnante indica una sorta di stallo, o di neutralizzazione reciproca, fra molteplici forze e contro-forze. …

Rear-Admiral Sir Horatio NelsonUna di tali forze è sicuramente il progresso tecnico e organizzativo non incorporato nel capitale, ma l’altra è il complesso delle esternalità, delle condizioni collaterali e di contesto, che rendono possibile una vita economica fluida e dinamica: una burocrazia efficiente e non pervasiva, una giustizia civile veloce, norme chiare e facili da applicare, adempimenti snelli e non troppo numerosi, poteri amministrativi ben delimitati, percorsi autorizzativi lineari, ragionevole stabilità delle leggi, dei regolamenti e della normazione secondaria, tempi certi per aprire un’attività, o anche semplicemente per ottenere un allacciamento telefonico. Ma anche: investimenti pubblici in infrastrutture materiali e immateriali, sostegno alla ricerca, valorizzazione della conoscenza (a partire da scuola e università).Ebbene, tutto questo è mancato, e forse la sua mancanza ha fatto più danni alla dinamica della produttività di quanti ne abbiano fatti gli altri innumerevoli fattori sempre evocati.

Ma la latitanza del potere politico e amministrativo, si potrebbe obiettare, c’è sempre stata, nel nostro sfortunato paese e, prima del 1995, non ha mai impedito all’Italia di crescere a un ritmo comparabile a quello delle altre economie avanzate. Perché quel che era possibile ieri ha smesso di essere possibile oggi?La mia impressione … è che quel che è successo a metà degli anni ’90 in Italia non è stato un improvviso collasso della macchina pubblica ma, molto più semplicemente, il fatto che, di colpo, complici la globalizzazione, la crisi della lira e l’imperativo categorico dell’ingresso nell’euro, tutte le nostre inefficienze, manchevolezze e ritardi sono divenute insostenibili. Da un mattino all’altro ci siamo trovati a dover tirare la cinghia, ridurre il debito pubblico, competere senza il salvagente delle svalutazioni, tenendoci un elefante pubblico di cui la maggior parte dei nostri concorrenti poteva felicemente fare a meno.

regioni ItaliaNon è l’apparato statale dell’Italia che è di colpo cambiato a metà degli anni ’90, ma è semmai l’arena in cui l’Italia e gli altri paesi europei si accingevano a competere che è cambiata …. Di fronte a un simile sconquasso, come abbiamo reagito? In parte abbastanza bene, ovvero aggredendo il debito pubblico con la più grande ondata di privatizzazioni mai vista in un’economia occidentale, anziché imponendo un decennio di sacrifici alle famiglie e alle imprese. Ma in parte malissimo, ovvero costruendo il mito condiviso del federalismo fiscale, un mito partorito dalla Lega Nord ma immediatamente sposato dalla sinistra.

Un mito che si basava su un’eccellente idea, ridurre gli sprechi dell’apparato pubblico e avvicinare la politica ai cittadini, ma che, in mano ai nostri politici affamati di voti (e qualche volta anche di altri benefit), si è rapidamente trasformato nel più grande harakiri che il paese si sia inferto dopo la seconda guerra mondiale. Anziché essere usato per ridurre i costi, quel poco di federalismo che abbiamo avuto è stato usato per duplicare, qualche volta triplicare, i centri di spesa. Ma il fatto più grave, dal punto di vista del nostro tentativo di capire l’arresto repentino della produttività in Italia, è che, in tutte le sue varianti (decentramento amministrativo prima del 2000, riforma del Titolo V nel 2001, legge 42 nel 2009), l’ideale federalista è stato di fatto tradotto in un’immane moltiplicazione dei centri di decisione, dei soggetti coinvolti nei processi politici, degli adempimenti degli operatori economici; in una pessima (perché confusa) ridefinizione dei compiti dei vari apparati della Pubblica Amministrazione, con conseguente proliferazione dei conflitti fra poteri pubblici; in un dannosissimo allungamento dei percorsi autorizzativi a tutti i livelli e per tutti i tipi di soggetti. Insomma: nel momento in cui avremmo dovuto accorgerci che uno Stato così non potevamo più permettercelo, e che era giunto il tempo di snellirlo e alleggerirlo, abbiamo invece cominciato a renderlo sempre più pesante e barocco. …

spesa pubblicaA mia conoscenza c’è un solo paese avanzato in cui, negli ultimi vent’anni, la traiettoria della produttività sia stata simile a quella dell’Italia: il Belgio. Un paio di mesi fa (dopo gli attentati terroristici a Bruxelles), su questo giornale, Beda Romano faceva notare che, in Belgio, dal 1970 si sono susseguite almeno «sei grandi riforme istituzionali», e che esse «hanno creato sovrapposizioni e inefficienze». E osservava: «è un paradosso, per salvaguardare il futuro del Belgio e rispondere alle richieste di autonomia delle tre regioni (Fiandre, Vallonia e Buxelles) e delle tre comunità (francese, fiamminga e tedesca), le sei grandi riforme istituzionali (…) hanno avuto l’effetto di indebolire lo Stato attraverso un continuo trasferimento di competenze dal centro alla periferia (…).

Tra parlamenti locali e parlamento federale, il paese conta sei assemblee».Difficile non cogliere l’analogia con la storia del nostro paese. Per questo, quando si parla del ristagno ventennale della produttività in Italia, mi sento di sottoscrivere pienamente l’invito che più volte è risuonato in questi giorni: ognuno faccia la sua parte. Purché non ci si dimentichi che, fra i tanti che dovrebbero fare la loro parte, c’è anche l’apparato pubblico. Il quale, nell’ostacolare il naturale, fisiologico, aumento della produttività una parte l’ha avuta sicuramente. E la cui parte, arrivati a questo punto, potrebbe essere innanzitutto quella di farsi un pochino da parte”