Vicenda Marino, la festa dell’irragionevolezza

Cosa c’è di chiaro e di razionale nella vicenda Marino? Poco o nulla se la si considera con gli occhi di un cittadino comune. Marino è stato candidato dal Pd dopo essere stato scelto con le primarie. Dunque è partito con il consenso maggioritario di iscritti ed elettori del centrosinistra. È stato poi eletto direttamente dai romani. Oggettivamente la Giunta ha lavorato bene in diversi settori grazie alle capacità di alcuni assessori. La scoperta di “mafia capitale” l’ha toccata perché un assessore è stato arrestato insieme ad alcuni consiglieri comunali e a vari personaggi dell’amministrazione comunale.

dimissioni consiglieri RomaIl caso è stato esaminato dal prefetto come prescrive la legge per decidere se il Consiglio andasse sciolto per infiltrazioni mafiose oppure no. Dopo attento esame (così attento che c’è una relazione ancora segretata) il giudizio del prefetto e, quindi, del governo è stato che non c’erano i presupposti per lo scioglimento. Dunque il sindaco e la giunta hanno superato bene il momento più difficile dei due anni e mezzo nei quali sono stati in carica. Come è noto la scoperta di “mafia capitale” ha portato a mettere in luce la situazione disastrosa di tutta l’amministrazione comunale e delle aziende dei servizi. Il senatore Esposito che è stato assessore ai trasporti per due mesi ha denunciato lo sbando e l’illegalità diffusa di Atac arrivando ad individuare in questa azienda un caso di malaffare molto più grave anche dal punto di vista finanziario di “mafia capitale”.

Ebbene nulla di ciò può essere imputato alla giunta Marino che ha, invece, oggettivamente cercato di agire per risolvere alcuni nodi cruciali dell’amministrazione della capitale lasciati marcire per anni e anni come quello dei rifiuti, dei trasporti o delle irregolarità di bilancio denunciate dagli ispettori del governo. Ovviamente il lavoro della giunta è stata oggetto di attacchi, di proteste e di azioni di boicottaggio da parte degli interessi toccati dalle sue decisioni. E i romani ne hanno patito le conseguenze.

assalto al denaro pubblicoUn ruolo speciale in tutta la vicenda spetta ai rapporti tra Pd e Marino. Che Marino non sia stato benvoluto fin dall’inizio dal Pd romano è cosa nota. Non lo sono i motivi però anche se il sistema di potere malavitoso sul quale è stata fatta un po’ di luce con le indagini della magistratura ha sempre visto coinvolti esponenti di quel partito. Ma accanto a questo esiste pur sempre un versante “tradizionalmente” clientelare e spartitorio del sistema di potere che si nutre di forzature delle decisioni politiche e amministrative per favorire interessi e gruppi protetti dai vari partiti. E che ha bisogno di “comprensione” e accondiscendenza da parte di chi sta nei posti di comando. È lecito ritenere che la giunta Marino non abbia voluto questo ruolo e che si sia contrapposta, consapevolmente o inconsapevolmente suscitando così, anche in questo caso, l’ostilità degli interessi colpiti. C’è poi la questione dello stile di Marino, del suo carattere, dei suoi limiti che è sicuramente la parte più criticabile della sua esperienza di sindaco, ma certamente non così grave da portare alla rottura totale dei rapporti tra lui e il suo partito.

giunta MarinoComunque, poichè il governo di Roma era nelle mani di una squadra fatta anche da persone di indubbio valore e potenziata su inpulso del Pd nazionale all’inizio dell’estate, con il Giubileo alle porte si era raggiunto un equilibrio che pareva destinato a durare. La vicenda degli scontrini esplode con la forza “dirompente” dei suoi 700 euro di spese malamente giustificate. Immediata è la drammatizzazione che punta, forse, anche ad un crollo psicologico di Marino.

Che puntualmente si verifica. Invece di replicare ammettendo gli errori e ridimensionando la portata della vicenda lo stesso Marino compie gesti clamorosi e sconclusionati prima restituendo i soldi di tutte le spese istituzionali e subito dopo dimettendosi. Bugie e ammissioni di colpe ben più gravi completano l’opera (il falso della sua firma dichiarato alla stampa). I toni si alzano ancora e sfiorano l’isteria quando la sua maggioranza e i consiglieri del suo partito non ammettono più repliche e spiegazioni esigendo dimissioni immediate e condannando il Comune di Roma allo scioglimento. Senza alcun momento di verifica nelle sedi istituzionali che spiegasse alla città le ragioni della chiusura della consiliatura.

ostilità Renzi MarinoOggi Roma è commissariata e gli organi di governo eletti dai romani sono stati sciolti. Ovviamente tutto ciò è avvenuto per una scelta precisa e determinata del segretario del Pd nonchè Presidente del Consiglio Renzi le cui ragioni appaiono piuttosto oscure poiché è probabile che il Pd alle prossime elezioni non riuscirà a far eleggere un suo candidato e perché era pur sempre preferibile che la giunta (la giunta perchè non esiste solo il sindaco) Marino continuasse il suo lavoro fatto di cose ben più importanti degli scontrini e dei problemi caratteriali del sindaco.

Il Pd romano non ha dato né voluto spiegazioni, ma ha sentenziato che si è rotto irreparabilmente il rapporto tra Marino e la città. Forse non si sono accorti che la vera rottura è stata tra Partito Democratico e romani. Ma probabilmente se ne accorgeranno tra qualche mese

Claudio Lombardi

Il sindaco Marino e il governo di Roma

Le persone che conosco e stimo si dividono fieramente tra coloro che hanno accolto con sollievo le dimissioni (annunciate) di Ignazio Marino, considerandolo incapace di governare Roma, e coloro che si sono indignati ritenendolo vittima dei “poteri forti”.

Personalmente ritengo che ci sia del vero in entrambe le posizioni: per un’ampia serie di motivi Marino era ormai da tempo privo dell’autorevolezza politica e personale necessaria per governare in modo ordinario una realtà complessa come la Capitale e ancor di più per dare effettivo seguito all’intendimento annunciato della rottura degli equilibri di potere consolidati, ma probabilmente l’annuncio di quell’intendimento ha contribuito a determinare il suo isolamento.

Marino primarieIn verità il sindaco chirurgo aveva vinto le primarie come espressione di una parte delle componenti del PD romano, che avranno pure avuto tanti meriti ma non potevano certo essere considerate estranee ai modelli di governo (e di opposizione) perseguiti negli anni precedenti. Né riesco a rinvenire nell’azione della giunta Marino, precedente alla emersione dei risultati dell’indagine Mafia Capitale, significativi esempi di rottura delle pratiche consociative o clientelari nè, tantomeno, la chiara individuazione di soluzioni di continuità sui versanti cruciali della gestione dei servizi pubblici o dello sviluppo urbano. La prima fase dell’azione di Marino e della sua giunta è stata sostanzialmente “ordinaria” con qualche scelta interessante ma, francamente, con pochi segnali di radicale innovazione.

Certamente, dopo il disvelamento da parte della magistratura inquirente del sistema di malversazioni e clientelismo, il Sindaco ha giustamente cercato di utilizzare la sua personale estraneità per accentuare in alcuni ambiti le scelte di rottura (il che gli ha certamente provocato inimicizie importanti) ma non credo si possa dire che sia stato capace di proporre e perseguire una diversa visione della città e del modo di governarla.

Marino dajeIl punto è che Marino nella fase della sua elezione, in quella del governo e infine nella caduta è stato soprattutto una “figura mediatica” (un esempio di storytelling) un po’ improvvisata e peggio gestita e non il rappresentante chiaro di un progetto politico definito.

Invece è proprio di un progetto politico che Roma avrebbe bisogno. Un progetto che parta dalla considerazione che se la città non si dota di un assetto funzionale adeguato (nella mobilità, nella gestione dei rifiuti, etc.) e di scelte strategiche coerenti per il suo sviluppo (urbanistico, produttivo, relazionale e turistico) è destinata a proseguire il declino più che decennale che la sta portando ai margini del sistema dei centri urbani europei e quindi all’impoverimento.

Ma un progetto di tal genere richiede un gran numero di decisioni rivolte a sostenere un interesse collettivo tanto diffuso quanto debolmente rappresentato contro una moltitudine di interessi particolari (in alcuni casi anche legittimi) tanto concentrati quanto fortemente capaci di farsi sentire.

progetto politico RomaPer affrontare una simile sfida ci sarebbe bisogno di una grande azione di coinvolgimento di energie e competenze, di risorse intellettuali capaci di elaborare le proposte e radicamenti sociali capaci di sostenerle. Parafrasando un grande poeta c’è bisogno di un buon timone (la ragione) per seguire la rotta e di una buona vela (la passione) per far avanzare la barca. Marino non mi ha mai dato l’impressione di saper utilizzare né l’uno né l’altra.

Se davvero ama questa città (o meglio se la amasse più di quanto non ami se stesso) e se davvero vuole combattere per evitare che ritorni in mano “alla mafia”, o più realisticamente a faccendieri, brasseur d’affaires, corporazioni e politici improvvisati che ne accelererebbero il declino, qualcosa può fare.

Mettere la sua esperienza ed il consenso di cui dispone a disposizione di un progetto radicalmente nuovo fatto da donne e uomini competenti e rappresentativi disposti a dichiarare prima cosa vogliono fare, quali interessi vogliono sostenere e quali colpire. Di un tale progetto è meglio essere utilmente parte anziché proporsi inutilmente come guida.

Daniele Fichera tratto da http://manrico.social/blog

La parabola del sindaco Marino

Con le sue dimissioni probabilmente il sindaco Marino concluderà anche la sua parabola politica. Difficile pensare che possa riciclarsi in qualche altro incarico o che possa dar vita ad un raggruppamento politico del quale essere il leader. Raramente è capitato veder dilapidare un patrimonio di credibilità e di fiducia con tanta leggerezza. Per il sindaco più importante, più esposto e più osservato d’Italia la prudenza era un obbligo dovuto, prima di tutto, ai romani che lo avevano votato. Se si mettono in fila le realizzazioni della Giunta Marino e lo sconvolgimento degli equilibri di potere che ha portato a Roma la prudenza doveva diventare un imperativo categorico. Così non è stato e perdere tutto per essere scivolato su una faccenda di trascurabile entità rivela l’inadeguatezza di una persona che ha voluto per sé un’identità fatta di ingenuità, purezza, lontananza dalle lusinghe del potere, ma non è stato capace di rispettarla fino in fondo. Inadeguatezza e solitudine visto che Marino ha pensato di fare il sindaco solo al comando senza costruirsi una rete di sostegno magari anche tra le associazioni dei cittadini.

fine giunta MarinoIl partito che lo ha fatto eleggere, il Pd, lo ha abbandonato quasi subito. Di cosa era questo partito negli ultimi anni a Roma tutto è stato detto dai commentatori e dagli analisti politici. Anche la magistratura ha avuto modo di dire la sua con le indagini su “mafia capitale”. Profondamente incistato nel sistema dei poteri romani il Pd non poteva immaginare che il “marziano” candidato a sindaco in extremis nel 2013 si sarebbe ribellato non eseguendo le direttive che i gruppi di controllo del partito romano pretendevano di imporre.

Eppure intorno a Marino si sono raccolte personalità di valore che sono riuscite a raggiungere risultati importanti lottando contro l’inimicizia di partiti e poteri forti. Più che un elenco puntuale basta mettere in risalto alcuni passaggi cruciali del lavoro di questi due anni e mezzo.

Uno dei primi atti fu la richiesta di una verifica contabile agli ispettori del Ministero delle finanze. Con quella verifica è stato messo in luce il disordine dei conti e la violazione di tante regole.

giunta MarinoMarino ha scoperto, denunciato e combattuto le spese clientelari del comune buttando all’aria un sistema di affarismo che gravava sulle casse del comune e che faceva pagare con la complicità dei responsabili politici e amministrativi prezzi assurdi per ogni tipo di fornitura.

Ha messo in dubbio la correttezza della gestione delle farmacie comunali, le uniche in perdita in tutta Italia. È stato Marino a voler mettere a disposizione della magistratura tutti i documenti grazie ai quali è stato più facile scoprire e indagare “Mafia Capitale”.

Altro passaggio cruciale è stata la chiusura della discarica di Malagrotta cioè uno dei cuori del sistema di potere romano al cui centro stava il business dei rifiuti e il suo “Re”, quell’avvocato Cerroni amico e finanziatore di tutti i partiti rappresentati nei precedenti consigli comunali. Ha imposto una nuova governance all’ACEA (dove incredibilmente la maggioranza delle azioni erano pubbliche ma i vertici e la maggioranza del CdA erano privati)

mafia capitaleSempre Marino ha voluto la ridefinizione dei termini contrattuali per la realizzazione della linea C introducendo il principio che i ritardi vanno a carico dell’impresa appaltante, come è in tutto il mondo civile, e imponendo un cambio del vertice. Ciò ha portato a mettere sotto i riflettori la più costosa opera pubblica italiana di questi anni e ha fatto esplodere lo scandalo dei prezzi di realizzazione gonfiati a dismisura nella connivenza delle precedenti amministrazioni comunali.

Marino si è scontrato con la potentissima lobby dei vigili urbani sia imponendo un vertice a loro sgradito, sia esigendo una rotazione degli incarichi, sia volendo colpire con sanzioni disciplinare l’assenteismo programmato e organizzato come fu per la notte di Capodanno 2015.

conferenze urbanistiche RomaMarino ha imposto la sostituzione dei vertici di AMA il cui AD è stato poi arrestato con Mafia Capitale e ha messo alle corde l’azienda denunciando le sue inefficienze e minacciando di mettere a gara il servizio togliendole l’affidamento diretto.

Marino con il suo assessore alla legalità il magistrato Sabella è entrato in conflitto con i gruppi malavitosi che controllavano il litorale di Ostia. Ha eliminato i camion bar dal centro storico e dai monumenti scontrandosi con la potente famiglia dei Tredicine monopolista delle licenze per le vendite in strada. Ha rimosso migliaia di cartelloni abusivi dalle strade.

Ha fatto approvare il bilancio di previsione a inizio anno e non alla fine o addirittura l’anno successivo come avveniva in precedenza in un quadro di trasparenza e di rispetto delle regole contabili.

errori di MarinoHa cancellato 20 milioni di potenziali metri cubi di cemento per 160 proposte di nuove urbanizzazioni che si sarebbero riversati su 2300 ettari di Agro romano.

Ha smesso di coprire la vergogna di un patrimonio del comune con centinaia di immobili “regalati” ad occupanti sprovvisti dei titoli per abitarle.

Ha avviato progetti di trasformazione urbana con la partecipazione dei cittadini (ex caserme di via Guido Reni).

HA effettuato conferenze urbanistiche in tutti i municipi per ascoltare il punto di vista dei cittadini.

A fronte di questo (sommario) elenco positivo ci sono stati atteggiamenti di improvvisazione e di leggerezza che hanno minato la credibilità del sindaco. Comunque vada a finire l’esperienza politica di Marino è destinata a concludersi. Resta ai romani l’amarezza di non aver trovato una persona capace di unire onestà, intelligenza, lungimiranza, leadership. Che la si trovi in futuro è dubbio.

Claudio Lombardi

Via Marino per spartirsi Roma?

Almeno un merito “Mafia Capitale” lo sta avendo. Tutto il marciume del “mondo di mezzo” dove le differenze si cancellano e ci si incontra sulla spartizione dei soldi e dei beni pubblici, pur se già conosciuto o intuito, sembra acquistare il senso nuovo di una minaccia alla nostra stabilità. La politica in mano alle bande e ai gruppi di saccheggiatori ci fa paura perché ci cala in un mondo di incertezze e di arbitrio nel quale una massa di sudditi soggiace alle prepotenze dei più forti.

corruzione a RomaUn articolo di Stella e Rizzo sul Corriere della Sera ce ne fornisce una dimostrazione concreta riprendendo la vecchia questione del patrimonio del comune di Roma. Stimato in 42mila immobili, dei quali 17mila non si sa in mano a chi siano e 24mila dati in affitto a prezzi ridicoli (di 7.066 si sa che rendono un mensile di 7,7 euro). Nello stesso tempo il comune di Roma prende in affitto a prezzi esorbitanti locali da alcuni “fortunati” privati che mai avrebbero pensato di ricavare somme del tutto fuori mercato dalle loro proprietà.

Quel patrimonio e quei soldi spesi sono i nostri soldi e vengono messi a disposizione di chiunque abbia un minimo di potere per prenderseli in un giro di complicità tra burocrazie, politici e affaristi e la gestione del patrimonio è la prova concreta di quel patto.

omertà politici RomaOra, che esista da tempo chi occupa posti nelle istituzioni e nelle amministrazioni solo per rubare e per farsi gli affari suoi è cosa nota. Ciò che colpisce però è il “silenzio degli innocenti” cioè di quella parte che dovrebbe essere onesta perché non coinvolta negli scandali, ma che è talmente debole e disorientata da sembrare collusa e che ha tollerato e tollera qualunque scorreria dei predoni senza reagire. Di fatto, se non fosse per la magistratura, dall’interno del sistema politico e degli apparati amministrativi non sarebbe partita nessuna denuncia e tutto sarebbe rimasto coperto dall’omertà.

Prendiamo il caso del Pd romano. Come scrive in un suo articolo un conoscitore di cose romane, Aldo Pirone: “Non c’è uno straccio di riflessione critica e autocritica sui meccanismi politici e culturali che hanno consentito, nel corso di più di due decenni, lo svilupparsi di “cellule” tumorali che hanno portato la sinistra romana fuoriuscita, in tutti i sensi, dal PCI alla disfatta morale prima ancora che politica”.

Perché è potuto accadere? Ecco in tre punti una sintesi delle spiegazioni che da’ Aldo Pirone:

  1. a) perdita di autonomia del partito rispetto alle istituzioni;
  2. b) commistione fra l’eletto e i potentati economici attraverso i finanziamenti elettorali con conseguente perdita di ogni autonomia della politica;
  3. c) personalizzazione della politica con la formazione di correnti e cordate personali finanziate dai potentati economici.

politica e soldiLa conseguenza è stata la trasformazione delle organizzazioni di base del partito in strumenti di potere personale o in luoghi privi di peso politico. Una trasformazione con due caratteri peculiari: la politica da usare per sé e per i propri sostenitori e i soldi diventati mezzo e fine delle azioni messe in campo tramite i poteri pubblici.

Forse che tutto ciò ha riguardato il solo Pd? Ovviamente no e stranamente all’accanimento mediatico nei confronti del Pd corrisponde una singolare sottoesposizione dei comportamenti degli altri e delle destre in particolare. Tanto che l’ex sindaco Alemanno indagato per mafia perché durante il suo mandato è dilagata “Mafia Capitale” si permette di intimare a Marino di dimettersi per il bene della città.

speculazione edilizia RomaIl fatto è che il governo di Roma è stato ristretto in un modello – il modello Roma – che si è realizzato attraverso un intreccio tra poteri economici, politici, amministrativi e corporativi che ha messo sotto controllo le amministrazioni locali e ha gestito le scelte politiche e amministrative nell’interesse di pochi.

È impossibile che i politici non si fossero accorti di niente. Molto più realistico è pensare che qualcuno ne traesse un profitto e tanti altri lo ritenessero un prezzo da pagare ad una politica moderna.

Per questo l’indagine di Fabrizio Barca sui circoli romani del Pd rischia di apparire fuorviante. Cosa si vuol far pensare, che basti chiudere i circoli degenerati e riavviare il tesseramento per eliminare il vecchio sistema clientelare e corrotto? Fosse così facile non ci sarebbe nemmeno stata “Mafia Capitale” e tutto si ridurrebbe ad alcuni pacchetti di tessere false da cancellare. Purtroppo le cose sono molto più complicate e qualcuno dovrebbe pensare a ripulire la macchina amministrativa da quelli che l’hanno piegata agli interessi di bande e cricche varie. Chi avrà il coraggio, per esempio, di esaminare il lavoro dei dirigenti del comune?

pulizia nel comune RomaPer una pulizia a fondo ci vuole forza politica e coesione. Per questo lascia veramente perplessi la sfiducia di Renzi al sindaco Marino. Che senso ha in questa situazione non si capisce. A Roma gli interessi in gioco sono molto più grandi di quelli di cui era portatrice Mafia Capitale. L’ostilità di cui è stato circondato Marino fin dal suo insediamento significa che gli interessi minacciati dal sindaco “marziano” o inconsapevole o ingenuo hanno puntato da subito sulla sua caduta.

Si può pensare allora che l’ostacolo al buon governo sia Marino? Casomai è vero il contrario, Marino non garantisce poteri e interessi abituati a trattare la città come il loro bancomat. Spingere alle dimissioni Marino è paradossale. Tanto da far sorgere il sospetto che su Roma si stia tentando di ricreare un nuovo modello depurato dai suoi elementi più impresentabili per dare spazio ad un patto di moderna spartizione tecnocratica.

No non può finire così e Roma merita di più

Claudio Lombardi

L’ ordinaria illegalità culla di mafia capitale

Cosa c’è dietro Mafia Capitale? C’è una semplice verità: la città legale senza trasparenza e partecipazione apre alla città illegale. Lasciamo un attimo da parte lo scenario malavitoso di Mafia Capitale ed analizziamo i comportamenti sociali di quella città legale che è costituita da molti soggetti diversi. Riassumiamoli in tre categorie.

I primi sono i portatori di interessi economici o di gruppo – oggi si chiamano lobby – e sono in grado di dettare le regole a proprio vantaggio, forzare la mano, intervenire dentro e fuori le istituzioni, condizionare i politici in una logica di scambio che prevede anche passaggi di denaro e altre opportunità.

vivibilità cittàI secondi sono i cittadini nella loro comune condizione di abitanti della città. In questa veste sono di fatto portatori di interessi generali e difensori dei beni comuni. Ebbene questi, a differenza dei primi, fanno fatica a far sentire la propria voce e le proprie ragioni, ad orientare le scelte della politica, a far valere diritti fondamentali legati alla vivibilità dei territori, alla sostenibilità ambientale delle opere, alla difesa della salute e del patrimonio culturale.

I terzi sono tutti coloro che rappresentano la parte istituzionale e amministrativa. Sono loro che dovrebbero garantire una mediazione tra interessi diversi, ma privilegiando l’interesse pubblico che garantisce tutti. È proprio questa la parte decisiva che, però, si rivela spesso molto debole e cedevole di fronte agli interessi privati specie se questi sono in grado di proporre uno scambio e di garantire un tornaconto.

Questo è lo scenario di una “normale” legalità che c’è a Roma così come sicuramente anche in altre città. Una normalità che non può funzionare e che può produrre degli effetti devastanti.

potere mafiosoLa debolezza e l’incertezza istituzionale sono un problema sempre. Nel caso di Roma è proprio la mancanza di coraggio del Sindaco e della sua Giunta a favorire, volontariamente o no poco importa, comportamenti aggressivi delle oligarchie economiche e finanziarie della città, rivendicazioni intollerabili di diritti non scritti come quelli sollevati ad ondate ricorrenti da una variopinta congerie di soggetti che utilizzano la città, ne sfruttano le risorse e che sono piuttosto refrattari alle regole e ai controlli (l’elenco sarebbe lungo, ma diciamo che i “mitici” palazzinari ne rappresentano il prototipo).

A volte si ha l’impressione che si tratti di un esercito che invade la città e la occupa per svolgere i suoi affari. E sembra che l’Amministrazione comunale non si renda conto dei problemi che questo assalto genera e ne sottovaluti l’impatto sulla città. D’altra parte i cittadini, portatori del mero interesse alla vivibilità dei luoghi in cui abitano, si sono persino stancati di segnalare i loro disagi ad “autorità” che si comportano come i muri di gomma.

illegalità taciutaCome rispondono le “autorità”, infatti, a questi disagi? Timide ordinanze da un lato e poi permissività e tolleranza di comportamenti dannosi per la collettività dall’altro. Ciò che emerge sopra tutto è la facilità con la quale vengono elusi leggi, regolamenti, ordinanze, divieti, delibere tanto che ormai Roma sembra essere diventata una palestra della micro, macro ed ordinaria illegalità a cielo aperto.

Contemporaneamente languono o si trascinano stancamente all’interno delle istituzioni forme largamente incomplete di partecipazione popolare. Eppure dovrebbe essere proprio la partecipazione attiva e consapevole dei cittadini a creare un baluardo contro i comportamenti mafiosi e contro il malaffare.

Ne deriva una situazione ideale perché nasca e si rafforzi una città illegale dietro quella legale.

partecipazione dei cittadiniEppure un antidoto ci sarebbe, ma non lo si vuol praticare. E allora: chi ha paura della partecipazione popolare? Se ne sta perdendo perfino la cultura tra i cittadini che spesso si accontentano di sistemare il parco sotto casa o la propria strada. Cose importantissime, per carità, ma non sufficienti per rispondere come comunità della polis alle sfide che questa città ci impone.

La partecipazione attiva dei cittadini ed il loro controllo su tutto l’iter delle opere e dei servizi, dal bando, al progetto, alla realizzazione, alla gestione, costituiscono un forte antidoto alle infiltrazioni mafiose, ai comportamenti criminali, agli scambi sottobanco, alle intollerabili deviazioni della politica.

Si parla spesso e giustamente di trasparenza, ma non basta la trasparenza se poi non si attivano processi partecipativi di cittadini consapevoli e portatori di competenze, conoscenze ed esperienze, capaci di interpretare, controllare, monitorare, proporre, criticare non solo piccole e grandi trasformazioni urbane ma anche delibere, ordinanze, determine dirigenziali, nonché la gestione dei pubblici servizi.

Trasparenza e partecipazione (non esiste l’una senza l’altra) sono l’unico antidoto agli scambi di favori, alle gestioni privatistiche dei beni e dei servizi pubblici, alle infiltrazioni mafiose nelle istituzioni.

Ecco perchè  la discesa in campo dei cittadini organizzati entro strutture partecipative è il primo passo per una ripresa di una Politica alta capace di marciare a fianco dei cittadini onesti che sono la maggioranza e capace di realizzare finalmente un’idea condivisa di Città, contro ogni mafia. Non è scontato dire questo, non è banale affermare questi principi. E’ anche l’unico modo per sostenere il sindaco Marino e per allontanare definitivamente dal Campidoglio e dalla città gli affaristi e i corrotti.

Paolo Gelsomini

Il grande spreco della sinistra romana

La sinistra a Roma non aveva mai governato. Nel 1976 ci fu il sorpasso dei voti del PCI sulla DC e venne eletto il primo sindaco non democristiano dell’era repubblicana: lo storico dell’arte Giulio Carlo Argan. Muore Argan e gli succede Luigi Petroselli che rimarrà in carica fino alla sua morte nel 1981. Nel frattempo alle elezioni comunali del 1981 il PCI aumenta ancora la sua percentuale di voti e il ricordo del sindaco Petroselli resterà come un punto di riferimento della capacità di governare una realtà complessa come il comune di Roma alla testa dei cittadini e non sopra i cittadini. Lo sostituì Ugo Vetere che fece il suo dovere fino in fondo da gran lavoratore qual’era.

Nelle elezioni successive la sinistra perdette la maggioranza e la riconquistò solo nel 1993, ma con un sistema elettorale diverso che sposterà la scelta del sindaco dal Consiglio comunale al voto diretto degli elettori. Francesco Rutelli della Federazione dei verdi vinse sul suo avversario Gianfranco Fini. Nel 1997 fu confermato Rutelli con oltre il 60% dei voti. Ancora vittorie elettorali del centro sinistra con Walter Veltroni nel 2001 e nel 2006 quando eguagliò il record di Rutelli con il 61,4% dei voti.

alemanno sindacoNel 2008 questa successione di sindaci di sinistra-centro sinistra si interrompe e vince Alemanno. Nel 2013, dopo cinque anni di “cura” Alemanno, i romani capovolgono di nuovo la situazione e portano al Campidoglio un candidato che si presenta con lo slogan “non è politica è Roma”. Peccato che quel candidato – Ignazio Marino – fosse stato inventato dalle alchimie di un Pd in preda alle lotte di potere, poco sensibile alle motivazioni profonde che avevano cambiato gli orientamenti del corpo elettorale e concentrato invece sugli interessi dei propri gruppi dirigenti e degli eletti. Forse questi stessi credettero di poter gestire facilmente il nuovo sindaco e al suo rifiuto nacque quell’ostilità tra il Pd e Marino che, senza l’esplosione di “mafia capitale”, avrebbe già probabilmente portato a nuove elezioni.

Mettere al centro il solo Pd, tuttavia, significa non voler vedere che il “capolavoro” in negativo di tutta la politica romana degli ultimi 60 anni (con la significativa eccezione delle giunte Argan, Petroselli e Vetere) è stato di avvolgere la città in una rete di corruzione trasversale a bassa, media e alta intensità che ha finito per emarginare l’interesse generale dando forza alla cultura del clientelismo e dell’illegalità. La colpa inescusabile della sinistra dal 1993 in poi è stata quella di seguire questo andazzo arrivando a confondere progressivamente gli interessi personali dei suoi dirigenti e dei suoi eletti con quelli del partito fino a farli coincidere in un’unica cultura e prassi di governo.

il cammino della sinistra romanaDal 1993 ad oggi la sinistra romana si è giocata un patrimonio di fiducia e di buona reputazione mettendo in ombra anche le tante cose buone che sono state fatte. La tragedia italiana è che dalla destra ci si è sempre aspettati violazione delle regole, clientelismo, sprechi e ruberie, quasi fosse l’inevitabile soddisfazione di istinti diffusi nella propria base elettorale che considerava naturale lo scambio di favori tra politici e cittadini.

Ma la sinistra doveva essere un’altra cosa. A un certo punto, invece, la sinistra ha seguito la destra. La diversità rivendicata da Berlinguer all’inizio degli anni ’80, la sua lucida e impietosa analisi sulla degenerazione del sistema dei partiti sono state travolte da un’assimilazione di metodi e di comportamenti che all’inizio sembravano quasi una protezione della propria parte politica. Ma che alla fine hanno portato alla condivisione e alla spartizione con gli avversari del bottino rappresentato dalla spesa pubblica e dai posti di lavoro controllati dalla politica. In realtà la magistratura ha colpito una piccola parte delle illegalità, gli altri ci hanno solo guadagnato. E l’esempio ha fatto scuola.

Che si arrivi alle elezioni subito o alla scadenza naturale non è, a questo punto, decisivo. Anzi pretendere che si parta dalla caduta di Marino rischia di colpire il bersaglio dei mafiosi e non loro stessi. Conta molto di più che la pulizia dai corrotti e dai disonesti sia radicale. Ma si sappia che i raggiri e i trucchetti sono tutti scoperti e nessun signore delle tessere potrà più convincere i romani. Forse la politica romana riuscirà a rifondarsi, ma l’impressione è che questa volta si partirà da zero

Claudio Lombardi

La politica che ha fallito a Roma

Il Pd romano deve scontare molti peccati e sotto inchiesta interna e politica (per altri tipi di inchiesta ci pensa la magistratura) bisognerebbe mettere interi gruppi dirigenti lungo la linea Pci – Pds – Ds con l’aggiunta degli eredi del Psi e della Margherita che deriva da una parte della Dc. Per decenni hanno occupato il potere all’ombra delle giunte Rutelli e Veltroni e lo hanno mantenuto anche sotto Alemanno proseguendo indisturbati fino allo scandalo “Mafia capitale”. I responsabili sono loro e prima il Pd li individua e li emargina meglio è per tutti.

Ma concentrarsi sul Pd è fuorviante, ingiusto e inutile perchè si piega una vicenda di grande portata nazionale ad esigenze di lotta politica contingente. La verità è che a Roma non ha mai comandato una sola parte politica e i cosiddetti poteri forti romani sono sempre stati capaci di andare d’accordo con tutti. E poi “ mafia capitale ” ha preso il volo negli anni di Alemanno e tra gli arrestati ed indagati ci sono esponenti di vertice del centro destra. Lo stesso trasversalismo che vediamo nell’accoppiata Buzzi – Carminati si è realizzato ad ogni livello per decenni. Le mance corporative hanno tenuto buona la base sociale mentre ai piani alti impazzava l’arraffa arraffa.

Purtroppo anche ciò che di buono è stato fatto viene sepolto non solo dall’emergere dello scheletro del potere reale quanto dal fallimento del governo della città.

L’attacco adesso si concentra sulla giunta Marino quando è evidente che semmai questi è una vittima di gruppi di potere che pensavano di manovrarlo come un pupazzo. La realtà era quella che si è vista con “ mafia capitale ” con un’occupazione sistematica dell’apparato amministrativo e degli snodi fondamentali delle aziende dei servizi e delle società partecipate. Chi chiede le dimissioni di Marino dovrebbe sapere che era accerchiato dai gruppi di potere due anni fa non oggi.

Comunque chi paga il prezzo di questo sistema di potere costruito in tanti anni sono i romani che vivono male e ci mettono pure tanti soldi di tasca loro per le tasse locali. Basta girare per la città anche da semplice turista per rendersi conto dello stato dei servizi pubblici (basti vedere la pulizia della città e la gestione dei rifiuti) indegno di una capitale europea.

Diciamo la verità, i partiti a Roma hanno fallito, ma c’è pure tanta gente onesta e ci sono tanti cittadini che vogliono partecipare e prendersi cura del bene comune. È ora che la politica la rifondino loro

Mafia capitale: ancora una conferma

Almeno due capigruppo, presidente del consiglio comunale, assessore, i loro più diretti collaboratori, un capo dipartimento, un presidente di commissione consiliare, consiglieri comunali, il presidente di municipio di Ostia, un direttore di dipartimento, dirigenti di cooperative “rosse” e “bianche” (Lega Coop e la Cascina), un costruttore. Questo un elenco sintetico e ancora provvisorio degli ultimi arrestati ed indagati per “Mafia capitale“ l’inchiesta partita alcuni mesi fa e che già aveva portato all’arresto dei capi dell’organizzazione, Buzzi e Carminati.

mafia politicaNiente di sorprendente, ma solo una conferma che gruppi affaristico – criminali con agganci politici assolutamente trasversali erano arrivati a controllare il comune di Roma. Prima di “Mafia capitale” però bisogna ripensare a tutte le inchieste e agli scandali e microscandali che si sono susseguiti nel corso degli anni coinvolgendo anche solo singoli settori dell’amministrazione comunale e di singoli municipi romani. Il quadro disastroso che ne emerge dice che i gangli fondamentali dell’amministrazione che gestisce la capitale d’Italia erano sotto il controllo di bande criminali e che la corruzione era il metodo di governo normalmente praticato a tutti i livelli.

corruzione in manetteSignifica che sono tutti corrotti? No, accadeva a Roma ciò che è accaduto su scala nazionale: la parte buona sistematicamente soccombeva di fronte all’intraprendenza, alla determinazione, all’organizzazione della parte cattiva. Con l’acquiescenza e la complicità di buona parte dei partiti politici molto disinteressati all’onestà di chi dava la scalata alle cariche e ai posti nelle istituzioni e molto disponibili ad accogliere e a promuovere chi portava voti e soldi. Soldi che molto spesso arrivavano da cooperative e imprese in affari col comune. Tanti soldi distribuiti a pioggia per comprare le persone, sia quelle con cariche politiche che con incarichi amministrativi, oppure anche solo per acquisire la loro amicizia magari con finanziamenti alle campagne elettorali.

Uno schema semplice tutto sommato già praticato nelle regioni dove mafia, camorra e ‘ndrangheta avevano scoperto che la strada più breve per arrivare a rubare i soldi pubblici era scendere direttamente in politica con i propri candidati e comprare i vertici delle amministrazioni regionali e locali, ma soprattutto, preparare il terreno disattivando i meccanismi della legalità e sostituendoli con quelli della corruzione e dell’arbitrio.

no alla corruzioneE i cittadini in questo quadro che posto hanno? Quello di clienti sicuramente a cui possono venir concessi favori dietro pagamento. O quello di rancorosi spettatori, consapevoli e impotenti a cambiare le cose.

Inutile dire che questo è il vero cancro che mina le basi dello sviluppo del nostro Paese perché, ormai, sembra di fare retorica tanto è ovvio.

La domanda che ogni cittadino comune si fa è sempre la stessa: “che fare?”. Pure le risposte sono sempre le stesse: impegnarsi nel proprio piccolo perché cambi la mentalità, perché siano additati al disprezzo i corrotti, perché siano premiati gli onesti. Non arrendersi, far sentire la propria voce, non rassegnarsi. Organizzarsi entrando nei partiti e nei movimenti cercando di cambiare la politica dall’interno. Tenere gli occhi aperti e pretendere che le informazioni circolino sempre

C.L.

Campi Rom e rifugiati: il business ignobile

campi rom sfruttatiL’intreccio perverso tra politica, criminalità e affari che la procura di Roma ha messo in luce con l’inchiesta “Mondo di mezzo” supera di gran lunga quanto in molti e da tempo hanno cercato di denunciare restando del tutto inascoltati.

Di un vero e proprio BUSINESS che si è sviluppato attorno alla gestione dell’accoglienza dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati così come dei cosiddetti “campi nomadi”, non solo a Roma, noi insieme a molti altri parliamo da anni.

Solo l’anno scorso avevamo ricordato ad esempio come la gestione dell’ “emergenza Nord-Africa” proclamata nel 2011 dal governo Berlusconi avesse comportato il dispendio di 1,5 miliardi di euro disseminati in mille rivoli e tra “enti gestori” improvvisati che con le attività di accoglienza non c’entravano niente (Qui il nostro dossier I diritti non sono un costo).
Sempre l’anno scorso avevamo evidenziato che a Roma l’allestimento e la gestione del sistema di segregazione dei “campi nomadi” aveva movimentato almeno 69 milioni di euro tra il 2005 e il 2011 (dossier Segregare costa). Queste le cifre ufficiali comunicate dall’Ufficio nomadi del Comune solo dopo insistenti e ripetute richieste.

mafia capitaleLa stampa sta fornendo adesso dettagli su un sistema di potere e di controllo economico della capitale (e non solo) occulto e inquietante per la sua trasversalità e pervasività. I giudici non a caso lo hanno definito un sistema reticolare. Se molti dei personaggi chiave coinvolti hanno indubbiamente una storia “nera”, l’inchiesta esplicita molto bene che il business è capace di oltrepassare qualsiasi confine politico mettendo in relazione tra loro rappresentanti politici, amministratori e manager con storie politiche molto diverse.
Non ci soffermiamo sui “dettagli” sconcertanti messi in luce dalle cronache di questi giorni, l’hanno già fatto molto bene altri: (si vedano Huffingtonpost.it, Il Manifesto, Redattore Sociale). Non è la cronaca a necessitare di approfondimenti, ma la nostra capacità di andare oltre una lettura esclusivamente emotiva, effimera e scandalistica di quanto successo. E allora.

  1. 1.      Vi è il diritto dei migranti, dei richiedenti asilo, dei rifugiati e dei rom di ottenere delle scuse da parte di tutti quegli esponenti politici, di quei giornalisti e di quei cittadini organizzati (più o meno spontaneamente) che in questi mesi li hanno additati come indebiti destinatari delle risorse pubbliche investite nell’accoglienza e nell’inclusione sociale. I famosi 35, 40 o 50 euro messi a disposizione dei centri di accoglienza non “vanno nelle tasche” delle persone ospitate ma degli enti gestori.
  2. no razzismoTutti i giornalisti mainstream che nelle ultime settimane hanno ospitato Salvini a tutte le ore del giorno e della notte, sperando di aumentare il numero di lettori, ascoltatori e telespettatori cavalcando la sua retorica spudoratamente demagogica, intollerante e fuorviante, potrebbero decidere di dare voce direttamente ai migranti, ai rom e ai rifugiati.
  3. Vi è un problema di trasparenza dell’attività delle pubbliche amministrazioni, di qualsiasi livello siano. Servizi dati in affidamento senza procedere a gare pubbliche, articolazione dei bilanci degli enti pubblici fatta apposta per rendere impossibile la ricostruzione dell’impiego e della gestione delle risorse, mille cavilli burocratici frapposti alla legittima richiesta dei cittadini di sapere come vengono spesi i loro soldi.
  4. Vi è un problema di trasparenza dei bilanci dei soggetti privati: la reintroduzione del reato di falso in bilancio non può più aspettare.
  5. E’ necessaria e non rinviabile una programmazione intelligente degli interventi. Le emergenze non esistono. Esistono dei diritti fondamentali che devono essere tutelati e dei servizi che devono essere garantiti e le istituzioni pubbliche dovrebbero organizzarsi in modo conseguente approntando un sistema nazionale e coordinato di accoglienza e di inclusione ordinario.
  6. smantellare campi rom L’inchiesta, se mai ce ne fosse stato bisogno, dimostra in modo lampante che smantellare il sistema dei campi è l’unica cosa da fare subito. Innanzitutto perché esso produce e riproduce segregazione, esclusione e violazioni dei diritti; in secondo luogo perché è molto più oneroso di politiche di inserimento abitativo, sociale e lavorativo più lungimiranti. Per essere più chiari: il sistema dei campi è per definizione destinato ad autoalimentarsi e ad estendere la cerchia di coloro che dalla sua gestione ricavano ingenti profitti. L’unica soluzione è cancellarlo.
  7. Le organizzazioni di terzo settore che sono coinvolte nella gestione del sistema di accoglienza a cipolla (l’espressione è di Stefano Liberti) e “dei campi nomadi” sono le prime che dovrebbero ribellarsi ed esigere un cambiamento radicale delle politiche di accoglienza e inclusione sociale a livello locale e nazionale.

Le terre di mezzo romane e non solo sono troppo estese per pensare che basti un’inchiesta per cambiare nel profondo un sistema criminale consolidato. Senza una forte reazione della società civile, dei migranti e dei rom in primo luogo, è improbabile che il business indecente cresciuto sulla loro pelle possa essere fermato.

Tratto da www.cronachediordinariorazzismo.org

La truffa dei campi Rom nella capitale e la distrazione degli eletti

banda mafia capitaleUn piccolo inciso sulle intercettazioni. Se anni fa avessero approvato la legge con cui Berlusconi e tanti altri ipocriti di destra, centro e sinistra volevano abolirle o depotenziarle oggi la banda Carminati sarebbe ancor più padrona di Roma. Punto. Il resto sono chiacchiere.

Le sacrosante intercettazioni riferiscono che Buzzi con le sue cooperative ritenesse di guadagnare più con rifugiati e rom che con la droga. Mettiamo in fila i pezzi di un ragionamento semplice semplice.

Punto 1. Per guadagnare così tanto le cooperative dovevano per forza ricevere molti soldi dagli affidamenti del comune ed erogare servizi di valore infimo.

Punto 2. In molti si sono accorti da tempo che c’era questa distanza tra soldi spesi e servizi resi e lo hanno denunciato. In particolare l’associazione 21 luglio (http://www.21luglio.org/) ha prodotto corposi dossier nei quali dimostrava l’assurdità della situazione dei campi Rom rispetto ai soldi pubblici che venivano impegnati.

campo rom via di salonePunto 3. Ora che è tutto chiaro riesce veramente difficile capire come mai i tanti che potevano e dovevano vigilare non l’abbiano fatto o non si siano accorti di quelle denunce. Forse qualche funzionario era corrotto? Sì questo risulta dall’inchiesta in corso, ma vi è un altro livello che dovrebbe essere coinvolto.

Punto 4. La Giunta comunale, il Sindaco e tutti i rappresentanti politici eletti nel Consiglio comunale di Roma potevano avere un quadro della situazione ampio e chiaro precluso alla maggior parte dell’opinione pubblica. E potevano verificare sul campo la non corrispondenza tra soldi erogati e soldi effettivamente spesi. Non risulta l’abbiano fatto.

Punto 5. Risulta, invece, da notizie di stampa non smentite che la cooperativa 29 giugno abbia contribuito a finanziare le campagne elettorali di vari candidati al Consiglio comunale. Finanziamenti regolari ovviamente e regolarmente dichiarati dai candidati.

no finanziamenti da cooperative a politiciFine del ragionamento e conclusioni. Se le cooperative sociali operano su un mercato ristretto praticamente fatto solo da lavori provenienti da un unico committente (un ente pubblico territoriale comune o regione che sia) non sembra sensato che chi si candida a diventare committente (cioè a gestire l’istituzione Comune) accetti finanziamenti provenienti dai soggetti che col comune dovranno per forza lavorare.

Molte ragioni dicono che quei finanziamenti non dovevano e non dovrebbero più essere né chiesti né accettati. Altrimenti al ragionamento di cui sopra bisognerebbe aggiungere un conflitto di interessi che finora nessuno sembra avvertire e la caccia ai soldi a cui si è ridotta la politica diventerebbe la sua principale ragion d’essere

Claudio Lombardi

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