Legge di stabilità: l’equilibrio che manca

È indubbio che, per come è stata presentata e sul piano della dimensione, la manovra finanziaria del governo è in discontinuità rispetto ai quattro anni precedenti. Ma sul piano della distribuzione del carico fiscale, e su quello della crescita economica, la valutazione è meno ottimistica

abolizione ImuVi è un pregiudizio sfavorevole verso chi esprime dubbi sull’atteso impatto espansivo della legge di stabilità 2016. Ed esiste un secondo pregiudizio, altrettanto negativo, verso chi si interroga sugli effetti positivi dell’azzeramento delle imposte sulla prima casa, architrave, per le famiglie, dell’attuale manovra finanziaria del governo. Il fatto è che ogni azione di bilancio pubblico va valutata avendo due stelle polari come riferimento: l’impatto sulla crescita economica, da una parte, e la distribuzione e dunque l’equità del carico fiscale dall’altra. È l’ago della manovra posto tra questi due estremi che dà la misura di quanto un intervento di finanza pubblica privilegi l’uno o l’altro capo del binomio, oppure una loro combinazione economicamente e socialmente sostenibile.

Detto ciò, è indubbio che nei termini in cui è stata presentata, la manovra finanziaria è in discontinuità rispetto ai quattro anni precedenti. È una manovra di complessivi 27 miliardi, di cui 13 incideranno sull’aumento del deficit, da 1,4% al 2,2% del Pil. E potrebbe arrivare a 30 miliardi, se Bruxelles autorizzerà l’anticipo dei 3,2 miliardi della clausola migranti (da utilizzare per ridurre l’Ires già dal 2016). Ma se sul piano della dimensione è formalmente espansiva, su quello della distribuzione del carico fiscale, e dell’impatto complessivo determinato dall’intreccio tra il moltiplicatore dei saldi e la distribuzione del carico, la valutazione è meno ottimistica. Dunque, come valutare?

disuguaglianzaÈ una comune eredità dell’economia del benessere e della politica sociale l’opinione secondo cui entro i limiti del possibile in un mercato i punti di partenza degli individui debbano essere ravvicinati per evitare distorsioni nella disuguaglianza e per scongiurare avvitamenti verso il basso nella crescita economica. Già le recenti pagine di Thomas Piketty su crescita e disuguaglianza hanno contribuito a rilanciare, e chiarire, il ruolo della distribuzione della ricchezza nella crescita. Distribuzione della ricchezza e del reddito, aggiungiamo noi, che – per usare un’immagine di Luigi Einaudi – deve essere governata con equità distributiva attraverso l’abbassamento delle “punte” e l’innalzamento dal “basso”, affinché la produzione di ricchezza ne tragga complessivamente vantaggio. Un tema cioè, quello dell’equità, che coinvolge non solo quello della distribuzione e del contrasto alla povertà, ma anche il tema della crescita economica. Insomma, questioni cruciali che non rappresentano solo il punto di vista delle socialdemocrazie (“Noi non combattiamo la ricchezza, ma la povertà”), ma anche quello di una moderna visione liberale dell’economia e della società.

benefici legge di stabilitàAlla luce di queste considerazioni, quale valutazione possiamo dare dell’attuale legge di stabilità? Come accennato sopra il piatto forte è il taglio di Tasi e Imu sulla prima casa (pari a 3.700 milioni di euro). Certamente, sul piano mediatico, la percezione della riduzione del carico fiscale per le famiglie è immediata se paragonata ad altre forme di riduzione di imposta. Tuttavia, anche secondo la Banca d’Italia, l’eliminazione di Imu e Tasi “potrebbe avere effetti circoscritti sui consumi”, in quanto non contribuisce ad accrescere il reddito disponibile da cui dipendono i medesimi. Non solo. L’abolizione dell’Imu-Tasi sulla prima casa rende esente anche le abitazioni di grande valore e, dunque, i grandi patrimoni a cui afferiscono. Per evitare ciò, si sarebbe potuto valutare una rimodulazione dell’imposta sulla prima casa, che mantenendo la no tax-area per quelle meno pregiate (ed eventualmente i redditi più bassi), e rimodulando l’incidenza sugli immobili di medio valore, avesse lasciato inalterato il contributo “delle punte”.

L’imposta sulla casa è difatti una delle poche forme di imposta patrimoniale effettivamente applicate e ha una sua giustificazione economica molto forte in tema di corrispondenza con i benefici derivanti dalla fornitura dei servizi. È in questo modo che la fiscalità generale dovrebbe agire per spostare risorse verso i servizi universali, dalla sanità all’educazione, all’innovazione. A ciò si aggiunga che in Italia la propensione al risparmio delle famiglie si è fortemente ridotta negli ultimi venti anni (dal 21% al 13% del Pil) e che, quindi, il maggiore reddito disponibile potrebbe essere trasformato dal ceto medio in risparmio, vanificando gli effetti espansivi attesi sulla domanda, mentre quello dei ceti redditualmente più elevati potrebbe avere, come tradizionalmente accade, un impatto molto limitato sui consumi e di conseguenza sulla domanda aggregata.

luci e ombre finanziariaMa l’abolizione dell’imposta sulla prima casa (per un totale di 3 miliardi e 100 milioni) è accompagnata da altre luci e ombre. Si prenda il caso delle attività produttive. Abolire l’Imu sui terreni agricoli (400 milioni) e sugli imbullonati (500 milioni) significa alleggerire il carico fiscale sulle attività produttive e renderle relativamente più competitive. Similmente, effetti positivi sull’economia saranno determinati dalla possibilità per le imprese di portare fino al 140% l’ammortamento degli investimenti effettuati entro il 2016. Infine, l’ipotesi di riduzione dell’Ires al 2017, e se possibile già al 2016, accrescerebbe la redditività. Ma perché non vincolare questi risparmi a nuove forme d’investimento, magari rendendo fiscalmente più favorevoli quelli innovativi e ad alto contenuto tecnologico, per favorire non solo la creazione di ricchezza, ma anche per rilanciare la produttività del lavoro da cui dipende anche il salario?

occupazioneLo spostamento verso l’investimento di risorse della fiscalità potrebbe essere unito al bonus sull’occupazione, che per i contratti firmati entro il 2016 avrà una durata massima di due anni, e per una somma che scende dall’attuale tetto di 8.060 a 3.200 euro. Perché non prevedere che il beneficio fiscale sia ricondotto a forme di riqualificazione del lavoro e alla formazione continua, a spese innovative di processo e di prodotto o a investimenti qualificati? Negli ultimi venti anni in Italia si è assistito a un costante deterioramento della produttività e degli investimenti, alla caduta degli indici di progresso tecnologico, a una perdita di quote di valore aggiunto nel manifatturiero (e particolarmente nei comparti più tecnologicamente avanzati, come la meccanica, che rappresenta il cuore dell’industria italiana). Perché non tracciare già nel quadro complessivo delle spese e delle coperture della legge di stabilità l’impegno per le imprese ad ampliare la loro capacità produttiva e tecnologica, finanziando questa trasformazione attraverso quelle risorse fiscali che la manovra rende disponibili? La competitività internazionale, come il nostro recente mancato sviluppo economico ci insegna, non passa per il costo del lavoro e per la svalutazione interna, ma per la crescita della produttività.

crescita economicaTroppo lunga e dettagliata sarebbe l’analisi complessiva delle misure particolari previste nella manovra (tra cui spicca, per le perplessità che genera, l’innalzamento dell’utilizzo dei contanti fino alla soglia di 3.000 euro). Ma per dare un giudizio equilibrato non basta dire che l’azione economica sarà espansiva in quanto finanziata in deficit. Il sottofinanziamento di settori strategici come la scuola, l’università, la sanità, i deboli segnali sul tema della produttività (che riguarda il cuneo fiscale, ma non i dispositivi atti alla creazione di nuova produttività) lasciano dubbi sulla capacità della manovra di segnare un’inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti. Certamente, la ripresa economica, da cui dipende anche il rispetto degli impegni europei, deve essere sostenuta nell’immediato dall’effetto volano dei maggiori consumi e investimenti interni (anche necessari per compensare il motore internazionale della domanda mondiale attualmente in fase recessiva), ma deve essere principalmente spinta verso l’alto attraverso politiche attive (industriali, del lavoro) che mirino al rilancio stabile del progresso tecnologico e della conoscenza.

È un percorso lungo da avviare ora, senza ulteriori ritardi, per mantenere l’equilibrio dinamico tra crescita economica ed equità fiscale. Il rischio è che manovre finanziarie che non coniughino la crescita con la tassazione e la sua distribuzione, finiscano per ricadere negativamente sulla capacità produttiva del Paese e sulla sostenibilità dei suoi conti pubblici.

Giuseppe Travaglini tratto da www.rassegna.it

Una patrimoniale selettiva per il rilancio morale ed economico del Paese (di Paolo Baronti)

Un’ idea semplice ma stranamente trascurata.

In Italia, come dicono le statistiche dell’Ocse, con l’eccezione della Danimarca la tassazione sui redditi da lavoro e sulle imprese è la più alta d’Europa.

In questa prospettiva, un aumento delle imposte sui patrimoni – o parte di essi – dovrebbe essere vista da una classe dirigente meritevole di essere tale, come prima soluzione per un intervento di prelievo fiscale, senza aumentare le imposte  su chi lavora e fa impresa.

La manovra economica di luglio e la manovra-bis di Ferragosto hanno invece assestato alle  famiglie una serie di colpi micidiali ed anziché tassare i patrimoni dei ricchi, coloro ai quali anche un forte prelievo fiscale non cambierebbe la vita, s’è preferito colpire l’ammortizzatore sociale italiano per eccellenza, che è la famiglia

L’unica preoccupazione di chi governa lo Stato, ma anche molte  Regioni e  Province (meno i Comuni  perché  vi sono ancora fortunatamente molti Sindaci “veri”) è  “soddisfare il proprio elettorato”, unico orizzonte per il prossimo appuntamento elettorale, come scrive Famiglia cristiana che ha recriminato sui tanti “tesoretti intoccabili a cominciare dai 120 miliardi annui di evasione fiscale”, con la casta politica che danza allegramente sulle macerie del Paese e vanta sacrifici e riduzioni, ma non dà un taglio risoluto a costi e privilegi, ingiustificati e immorali.

Per cominciare seriamente, fattivamente e concretamente  a “mordere” la carne per arrivare all’osso dell’evasione fiscale, che rappresenta una specificità tutta italiana nel panorama europeo,  la soluzione più semplice, più giusta e più attuale, che può costituire il primo passo per ricostruire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni è l’inserimento nel decreto n. 138/11 di una tassa patrimoniale con le seguenti caratteristiche:

  • Un’aliquota alta, cioè l’1% ed estesa a tutto il patrimonio, sia mobiliare, che immobiliare; il plafond teorico  dell’entrata per l’erario sarebbe di 90 miliardi di Euro, in quanto  le stime della Banca d’Italia dicono che la ricchezza complessiva del Paese è di poco inferiore ai novemila miliardi di euro;
  • Viene prevista una detrazione  fissata intorno al 18% dell’imposta media versata negli ultimi 5 anni, sul reddito delle persone fisiche e delle società titolari del patrimonio da tassare;
  • Tale aliquota sarebbe quasi interamente corrisposta dai  titolari di rendite patrimoniali e dagli evasori fiscali;
  • Coloro, invece  che negli ultimi cinque anni hanno versato  imposte sul reddito o sulle società “compatibili” con il patrimonio accumulato, beneficeranno di  una detrazione    in modo tale da  ridurre drasticamente, fino ad azzerare l’importo della tassa stessa;
  • Per i pensionati, in ragione del fatto che con la pensione si riduce il reddito, la detrazione dovrebbe essere aumentata fino al 33% dell’imposta sui redditi versata, sempre come media degli ultimi 5 anni.

Tale proposta costituisce una puntuale -quasi scolastica- applicazione dei due  dettati costituzionali secondo cui l’Italia è fondata sul lavoro, il che significa “sul lavoro e non sulla rendita e che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.

Cioè, in buona sostanza si tratta di una patrimoniale selettiva, in quanto  privilegia i contribuenti onesti – o costretti comunque ad esserlo- riducendo od eliminando il prelievo su coloro che hanno costruito con la propria attività lavorativa regolare, il patrimonio di cui sono titolari, mentre si concentra, da una parte, sui titolari di forti rendite patrimoniali, il cui  reddito dichiarato è comunque largamente modesto rispetto al valore dei patrimoni stessi e, dall’altra, sugli evasori fiscali, che spesso sono titolari  di  patrimoni non straordinari, ma le cui origini son molto spesso sconosciute al  fisco.

Per comprendere  la virtuosità di tale proposta se ne riportano gli effetti  su due contribuenti tipo.

Un dirigente di azienda ed un artigiano carrozziere. Entrambi con  un patrimonio di 700.000 Euro, costruito nell’ultimo decennio, composto da due immobili e da risparmio gestito.

Il primo con un reddito annuo ai fini IRE di 100.000 euro, cioè con un’imposta pagata  di € 36.170,00  il secondo con un reddito dichiarato di € 15.000  con un’imposta pagata di € 3.450,00.

Il dirigente di azienda pagherà   € 7.000,00 – il 18% dell’imposta pagata (36.170 X 18/100)  € 6.510,60  =     €   489,40

L’artigiano carrozziere pagherà invece € 7.000,00 – il 18% dell’imposta pagata (3.450 X 18/100)  € 621,00  = €  6.379,00

Tenuto conto della massa dell’IRE pagata, il gettito totale di tale tassa si ridurrà, a seguito delle detrazioni previste, rispetto al plafond sopra indicato (90 miliardi di Euro), di almeno il 60%, ma la manovra ne risulterebbe di molto migliorata, in quanto il  gettito finale- circa 36 miliardi di Euro– sarebbe ampiamente sufficiente a corrispondere agli obiettivi di riduzione del fabbisogno indicati dalla Commissione Europea, consentendo di rinviare la definizione, ancorché in tempi strettissimi, del riordino  del sistema istituzionale  e della spesa a questo connessa, che parta finalmente dalle cattedrali dello spreco, Presidenza del Consiglio in primis e giù a scendere nella palude di molte  società e aziende pubbliche statali e regionali- Sanità-, risparmiando, almeno per pudore, i Comuni, in particolare quelli delle realtà montane e rurali, i cui Sindaci sono realmente i pochi ultimi eroi di un’azione politica e amministrativa intesa come impegno morale e civile.

Paolo Baronti Cittadinanzattiva Umbria

Preghiera per la scuola pubblica che muore (di Aldo Cerulli)

Padri, uomini d’ordine e formatori d’opinione, voi che applaudite al 5 in condotta e gridate al bullo e al vandalo a ogni occasione, sempre più indignati dei comportamenti della nostra gioventù, voi che confezionate servizi giornalistici e televisivi con l’esperto, il prete e lo psicologo, anche se talvolta voi stessi non sapete che pesci pigliare, quando capita a voi di essere in difficoltà nel rapporto con il vostro figliolo, mi domando se in sincerità pensate davvero che avere 33 anziché al massimo 20 studenti per classe come auspichiamo possa giovare alla causa di una gioventù più serena, più dialogante e meno incline alla violenza nelle parole e nelle azioni contro persone, cose e ambienti ( in compenso sarà difficile trovare una scuola privata con classi con più di 20 alunni).

E voi cittadini che amate la nazione e vi date pensiero del suo futuro, voi che siete consapevoli del ruolo primario dell’istruzione e contenti che si parli di insegnamento di cittadinanza e costituzione a scuola, propedeutico alla formazione di buoni cittadini, voi che già da tempo vi stupite dello scarso livello di preparazione di tanti studenti e non riuscite a capire il perché di questo scollamento tra giovani e sapere, non pensate che dai nuovi regolamenti in merito alla formazione delle classi deriva un ulteriore abbassamento culturale, oppure pensate che quei livelli di servizio e di qualità di istruzione, che la scuola non riesce a garantire oggi, potrà garantirli domani con meno insegnanti e più studenti per classe?

E voi politici e governanti, voi che dichiarate di volere conciliare la buona amministrazione con il risparmio nelle spese, avete pensato ai costi che comporterà un peggioramento della didattica in classi superaffollate? Ad esempio per un aumentato bisogno di corsi di recupero? D’accordo, i corsi di recupero non si faranno comunque per mancanza di soldi, però si faranno al mattino sottraendo 2 o 3 settimane o anche 4 se sarà necessario all’attività didattica curricolare. E però le bocciature aumenteranno, a meno di non promuovere a prescindere dal profitto, cosa che voi che siete per una scuola più seria certo non auspicate, e quanto costerà allora da un punto di vista strettamente economico l’allungamento di 1 o 2 o 3 anni della permanenza nella scuola di tanti studenti a causa di bocciature più frequenti?

E voi dirigenti scolastici che siete chiamati a tradurre in pratica i disegni del governo li condividiate o meno, diventando talvolta per eccesso di zelo più realisti del re, avete riflettuto sul fatto che siete voi che vi troverete tra le mani la patata bollente, voi che dovrete garantire la sicurezza già compromessa da stabili fatiscenti non a norma e per carenza di fondi privi di qualsiasi intervento di manutenzione sia ordinaria che straordinaria, come testimoniano i crolli e gli incidenti quotidiani in una parte o l’altra dell’Italia? Voi già adesso faticate a garantire la sorveglianza e in caso di assenza di un insegnate lasciate le classi scoperte perché le supplenze sono diventate impossibili, sia perché non ci sono i soldi per pagarle sia perché con tutte le cattedre a 18 ore gli insegnanti dell’istituto non hanno più ore a disposizione, eppure facilmente imponete pretestuose deroghe e fate accettare a studenti e docenti classi numerose che violano le misure previste dalla legge. Ma non pensate che realizzare classi di 33 alunni vorrà dire esporre sempre più la popolazione scolastica a rischi, col pericolo di andarci di mezzo legalmente anche voi, che avrete imposto questo stato di cose pur sapendo di non potervi far fronte?

E voi esperti, pedagogisti e psicologi che lavorate nelle scuole e avete quotidianamente un quadro del disagio giovanile, ci vivete a stretto contatto e ne conoscete le cause e le conseguenze, voi che siete al corrente del cambiamento dei tempi e delle accelerazioni delle trasformazioni, che sapete squadrare le tematiche dello sfaldamento della famiglia e del venir meno dei modelli di riferimento, pensate di trovare meno disagio in aule più affollate, dove i meccanismi dell’attenzione e dell’apprendimento saranno messi a dura prova e dove inevitabilmente si restringeranno gli spazi di relazione interpersonale e le possibilità dell’adulto docente di essere figura di riferimento e fattore di mediazione?

Ma soprattutto voi mamme che desiderate il meglio per il vostro figliolo, che si trovi bene a scuola e che abbia il posto migliore in classe, che abbia una buona relazione con l’insegnante e che l’insegnante si prenda cura di lui, sappia cogliere i suoi bisogni e le sue esigenze e predisponga per lui una didattica differenziata e personalizzata per rendere più pieno il suo successo scolastico, sapete cosa vorrà dire avere 33 alunni per classe? Che alla fine del primo quadrimestre gli insegnanti che hanno 1 o 2 o 3 ore di lezione la settimana non è detto nemmeno che conosceranno il nome di vostro figlio né è detto che lo sapranno distinguere da una massa urlante, altro che sicurezza, relazione e didattica personalizzata!

Alcuni di voi studenti forse pensano che qualcosa da guadagnare l’avranno, in una scuola dove crescerà il casino alcuni di voi potranno più facilmente farla franca in caso di qualche bravata, nascondendo lo zampino nella massa, però nello stesso tempo considerate: più sarete sfrenati voi, più nervosi saranno gli insegnanti. Non si conteranno le note, le sospensioni, le convocazioni delle famiglie, forse anche i 5 in condotta, dimenticavo. E certamente sarete anche sottoposti meno a verifiche, ché non si potranno fare 2 o 3 interrogazioni a quadrimestre per 33 studenti, le prove diventeranno quindi meno frequenti e meno accurate, sia quelle scritte come le orali, e questo potrebbe anche andarvi bene, tutta fatica in meno, ma il fatto è che diventeranno tutte quante prove di necessità brevi, il cui esito dipenderà molto più di oggi dal caso, il che sarà enormemente demotivante, come si fa infatti a preparasi accuratamente, quando si decide tutto in pochi minuti come in un quiz televisivo?

E infine voi docenti che amate il vostro lavoro,   a cui ho sentito dire tante volte in momenti di sconforto che siete insegnanti e non domatori di belve inferocite, voi che nonostante gli studi, il sapere e la passione avete difficoltà a ottenere rispetto e attenzione dai vostri studenti e che per questo vi deprimete e state male, perché nonostante tutto l’insegnamento vi sta a cuore e ritenete che non è un mestiere come un altro ma il più bel mestiere del mondo, voi pensate che potrete ancora perfezionare la vostra didattica e sperimentare le metodologie più appropriate alla situazione della classe, quando a causa di aule superaffollate faticherete persino a far notare la vostra presenza e l’unico vostro obiettivo sarà riuscire a sopravvivere a scuola, mentre i dirigenti scolastici sempre meno si interessano di didattica e il sistema non si cura di fornirvi strumenti adeguati a svolgere il vostro lavoro nelle mutate condizioni? Cosa farete oltre ad aspettare il suono della campanella per tirare un sospiro di sollievo e abbandonare l’aula incolumi dopo il vostro orario di lezione?

  

Dal corrente anno le classi prime e terze delle scuole superiori saranno costituite con almeno 27 studenti per classe,   per arrivare anche a 30,  e con l’incremento del 10%,   si potrebbe arrivare tranquillamente a 33 studenti per classe. Addio diritto allo studio e sicurezza nelle aule!

 La partenza della pseudo-riforma delle superiori è prevista per l’a.s. 2010/2011 e questo comporterà il taglio di 14.000 posti. Non perderanno il posto solo i docenti precari, ma anche quelli di ruolo sono a rischio, infatti lo stesso Regolamento approvato il 27 febbraio 2009 contiene tutta la procedura per la messa in mobilità del personale in esubero assunto con contratto a tempo indeterminato.

Anche il personale ATA sarà ridotto, 45.000 unità in meno in tre anni, 15.000 a partire dal corrente anno, di questi almeno 10.000 saranno collaboratori scolastici. 

Aldo Cerulli segretario Cittadinanzattiva Abruzzo