Pensioni e demografia

Ben più del lavoro il centro del dibattito sulle questioni sociali è occupato dalle pensioni. A volte i toni sono drammatici come se in Italia i pensionati fossero l’ultima ruota del carro. Per fortuna non è così, ma nella concitazione dei confronti tra governo e sindacati o nello scontro politico spesso si smarriscono i punti di riferimento. Ce li ricorda Marco Ruffolo in un recente articolo su Repubblica del quale riproduciamo ampi stralci.

baby boomerRuffolo parte dalla demografia e cita tre onde anomale con le quali ci si troverà a fare i conti nel prossimo futuro. “La prima arriva nel 2032: è l’anno in cui vanno in pensione tutti in una volta un milione e 35 mila baby boomers, un picco assoluto. Sono i neonati del 1964”. Le nascite saranno invece 473 mila quest’anno e nel 2032 si prevede che scenderanno a 450 mila. La seconda onda anomala arriva nel 2044. “È l’anno in cui ci si accorge che il rapporto tra giovani e anziani si sta progressivamente ribaltando. (…) Quasi 8 milioni di under 54 in meno rispetto a vent’anni prima, e 6 milioni in più di over 65, ormai un terzo di tutta la popolazione (…) questo fatto spezza tutti gli equilibri. A cominciare da quello pensionistico. La spesa previdenziale raggiunge un picco imprevisto, il 16,3% del Pil, ma l’Eurostat la prevede ancora più alta: 18,3%. Il problema è che a rimpolpare la popolazione attiva, a sostenere con i loro contributi il sistema pensionistico italiano, non contribuiscono più come prima gli immigrati, fin qui una sorta di ciambella di salvataggio dei nostri conti pubblici e demografici. Nelle sue ultime proiezioni la Ragioneria generale dello Stato prende tutti di sorpresa. Le stime di qualche tempo fa sono ormai superate: proprio intorno al 2044 il flusso di immigrati si riduce dai 233 mila annui inizialmente attesi a 155 mila. Un saldo pur sempre positivo, ma fortemente ridimensionato. (…) Il risultato è che alla fine, nonostante l’aumento dei requisiti di età pensionabile al crescere della speranza di vita, e nonostante comincino a uscire dal lavoro persone con la pensione calcolata tutta con il sistema contributivo, intorno al 2044 la spesa pensionistica schizzerà più in alto del previsto.

pensione giovaniTerza e ultima onda anomala: 2065. È l’anno in cui il numero dei decessi doppia quello delle nascite: 850 mila contro 422 mila. L’invecchiamento e la denatalità nel nostro Paese arrivano a tal punto che la popolazione, prevista inizialmente in leggera crescita, vede sparire rispetto ad oggi 7,1 milioni di persone e si avvia malinconicamente verso quota 50, dai 60 milioni attuali. Per la verità, senza il contributo degli immigrati (che pur ridimensionato pesa ancora molto) i residenti calerebbero addirittura del doppio. (…) L’età media nazionale raggiunge il massimo: 50 anni. Le donne toccano per la prima volta i 90 anni di speranza di vita. Ma il 2065 è anche l’anno in cui la spesa pensionistica, dopo il picco di vent’anni prima, torna a ridursi in rapporto al Pil. Come mai? Il motivo va sempre ricercato in quello che succede alla foltissima schiera dei baby boomers, il vero asse portante del nostro sistema demografico e previdenziale. Dopo essere andati in pensione tra il 2020 e il 2040 pesando inevitabilmente sui conti previdenziali, adesso i figli del miracolo economico passano semplicemente a miglior vita, per via dell’età. (….) Le nascite continuano a battere la fiacca, ma almeno i contributi dei nostri figli e nipoti non dovranno più pagare la pensione a quella sterminata massa di vecchietti.

spesa pensioniTutto risolto, dunque, con la loro “eliminazione”? Non proprio. Quelle ondate demografiche lasceranno più di un segno al loro traumatico passaggio. Lo lasciano soprattutto sui conti pubblici, creando uno squilibrio sempre maggiore tra i contributi via via versati dai lavoratori (ridotti dalla denatalità e dalla bassa occupazione) e le pensioni da coprire con quei contributi (gonfiate dalla crescente longevità degli anziani). L’effetto finale è un maggior debito pubblico di oltre 30 punti percentuali (…). Ma l’Eurostat parla addirittura di 117 punti in più. Ovviamente, questo non è un problema che imponga una immediata soluzione: i prossimi dieci- quindici anni saranno ancora finanziariamente coperti dalle riforme messe in campo, ma successivamente non basterà più l’aumento previsto dei requisiti di età, non sarà sufficiente l’effetto calmierante del sistema contributivo. (….) Se così stanno le cose, pensiamo a cosa potrebbe succedere nei prossimi decenni se si interrompesse di colpo l’adeguamento dell’età pensionabile alla speranza di vita, come vorrebbero oggi alcune forze politiche, spinte evidentemente da una pressante motivazione elettorale. L’Inps ha stimato questo eventuale costo aggiuntivo in 140 miliardi, che si sommerebbero ai 51 che si dovranno comunque trovare in assenza di nuovi immigrati o di una ripresa della natalità. Siamo disposti a lasciare in sospeso questo debito enorme sopra la testa dei nostri figli e nipoti?

Investimenti vo cercando…

Non c’è articolo di giornale o discorso di politici che non parli della necessità di espandere gli investimenti. Pubblici e privati ovviamente. Il controllo diretto però lo Stato lo ha solo su quelli pubblici. Per gli altri bisogna creare condizioni favorevoli e incentivanti. Quelli pubblici però possono essere trainanti e imprimere uno slancio all’economia oltre che cambiare la situazione infrastrutturale del Paese. Dirlo, però, non significa farlo e ogni tanto bisogna pure ricordare che si tratta di una materia spinosa. Marco Ruffolo alcune settimane fa su Repubblica ha fatto il punto della situazione partendo dall’avvio del governo Renzi. Al suo esordio il nuovo governo trovò “una macchina delle opere pubbliche ridotta più o meno così: progetti portati avanti senza uno straccio di valutazione, zero risorse o quasi per interventi salva-vita come la difesa del suolo e la messa in sicurezza degli edifici, fondi europei non spesi o sprecati in una miriade di micro-interventi affidati alla cieca a Comuni e Regioni, dieci anni di attesa e più per il completamento di infrastrutture di oltre 50 milioni di euro”.

opere pubblicheDopo circa tre anni alcuni cambiamenti si erano realizzati. Una lenta ripresa degli investimenti pubblici in primo luogo, ma, rilevava Ruffolo, le grandi opere di collegamento come l’alta velocità “hanno a disposizione molte più risorse delle opere salva-vita, quelle che dovrebbero prevenire alluvioni, frane, crolli di edifici e incidenti ferroviari”. Avere risorse, però, non significa spenderle. Risale a pochi mesi fa la denuncia dell’Ufficio parlamentare di bilancio sull’assoluta incapacità dei ministeri nella valutazione dei progetti e l’assenza di una seria programmazione nazionale.

Un deficit di capacità storico si potrebbe dire. Prosegue l’analisi di Marco Ruffolo che fissa alcuni punti. Innanzitutto le risorse che adesso ci sono. Infatti “L’Italia ha vinto due battaglie con Bruxelles ottenendo da una parte la fine del patto di stabilità interno che impediva a molti Comuni di investire e dall’altra la possibilità di finanziare in deficit parte degli investimenti già decisi”; inoltre sono cresciute le risorse per le infrastrutture segnando un’inversione di tendenza dopo che “tra il 2008 e il 2015 i soldi per le opere pubbliche sono crollati del 42,6%. Questa volta dunque i soldi ci sono. Come si stanno spendendo e con quali priorità?”
terremotoI terremoti del 2016 hanno costretto a rimettere al centro le opere di messa in sicurezza sia degli edifici che del territorio, ma hanno anche messo a nudo i limiti di un apparato pubblico farraginoso reso ancor più lento dalle norme per prevenire la corruzione.
Nemmeno la constatazione che i danni sono sempre stati di gran lunga superiori ai costi della prevenzione ha cambiato granchè. La questione cruciale è però quella della capacità di valutazione, di decisione e di realizzazione.

L’Ufficio parlamentare di bilancio in suo recente studio afferma che: “I ministeri non dispongono di personale interno con le competenze professionali specialistiche necessarie, e lo stesso si può dire per i Nuclei di valutazione. Non c’è scambio di informazioni all’interno, non sono mai state applicate sanzioni per chi non fa il suo dovere”. Non c’è quindi da stupirsi se i progetti sono fatti male e si impantanano in un crescendo di tempi e di costi. Le competenze per di più sono frammentate con Regioni e Comuni che hanno il potere di rallentare ogni opera e di aprire un contenzioso dopo l’altro. Conclude l’analisi di Marco Ruffolo: “Di fronte a questo affresco di deresponsabilizzazioni, si capisce come in tutti questi anni siano finiti i soldi dei progetti europei: da una parte in maxi-opere che si sono presto impantanate con costi e tempi fuori controllo, dall’altra in migliaia di micro-progetti locali che non rientrano in nessuna strategia nazionale”.

Claudio Lombardi