La risposta del governo alla Commissione Europea

Pubblichiamo un graffiante articolo di Mario Seminerio sulla risposta del governo alle osservazioni della Commissione Europea sul bilancio 2019. Tratto dal sito www.phastidio.net

E dunque il governo italiano ha replicato alla Commissione Ue, mantenendo la propria posizione: la legge di bilancio più disfunzionale della recente storia italiana non si tocca; al più, saranno previste misure di “salvaguardia” che oscillano tra l’irrealizzabile e l’autolesionistico, dopo che il ministro dell’Economia ha deciso di prestare sino alla fine la sua immagine e la sua storia professionale a questa gigantesca operazione di voto di scambio di chiaro intento suicidario per il paese.

Già ieri, dopo un tentativo (almeno secondo la stampa) di rivedere al ribasso le stime di crescita per il 2019, Giovanni Tria non aveva trovato di meglio che dettare alle agenzie il proprio pensiero, e ribadire che le stime di crescita sono frutto di “valutazione squisitamente tecnica”, e come tali “non possono diventare oggetto di negoziato alcuno dentro o fuori dal governo” .

Che non è chiaro che significhi, esattamente: in cosa si sostanzierebbe, la “valutazione tecnica”? In una stima di crescita che è ormai del tutto irrealistica, vista l’evoluzione congiunturale? E provare a fare girare nuovamente i modelli, per verificare quello che è sotto gli occhi di tutti? Oppure la “valutazione tecnica” si sostanzia nei numeri al lotto dei moltiplicatori attesi dalla manovra? E qui servono alcune precisazioni di senso logico, prima che economico.

Se la congiuntura rallenta ma il governo tiene ferma la stima di crescita, ciò significa una ed una sola cosa: che i moltiplicatori aumentano. E già qui si fatica a restare seri. Ma non è tutto. Leggendo la lettera di replica di Tria alla Commissione, si apprende che il governo italiano punta ad alcune misure di “salvaguardia”. Ad esempio, il deficit-Pil per il 2019 al 2,4% è considerato (tenetevi forte) “limite invalicabile”.

Niente meno. Il che vuol dire che il deficit sarà sottoposto a

«[…] costante monitoraggio, verificando sia la coerenza del quadro macroeconomico sottostante le ipotesi di finanza pubblica, sia l’andamento delle entrate e delle spese»

Sarebbe troppo facile segnalare al ministro che la “coerenza del quadro macroeconomico sottostante alle ipotesi di finanza pubblica” è già andata a farsi fottere, date le stime di crescita, ma quello che è ancora più surreale è che questo precetto implica che, in caso di crollo della crescita, il governo italiano promette solennemente di adottare una stretta fiscale, per esacerbarne gli effetti. Sembra quasi che l’esecutivo pensi che, data la pessima qualità della spesa pubblica, se andiamo a comprimerla riusciamo a stimolare la crescita. La realtà è che, se mai dovessero andare a difendere il “limite invalicabile” del rapporto deficit-Pil, ciò avverrà con una stretta tributaria, ed ulteriori danni.

In aggiunta, Tria “segnala” alla Commissione che la manovra è “costruita sul tendenziale e non tiene conto della crescita programmata”. Tradotto: poiché puntiamo a 1,5% e non a 0,9%, avremo circa uno 0,2% di Pil di maggiori entrate fiscali “virtuali” indotte da questa previsione, e di conseguenza il deficit-Pil andrebbe previsto al 2,2% e non al 2,4%. Meraviglioso: inventarsi la crescita per poi spendersi l’extragettito. Ci si chiede perché non immaginare un bel 2% di crescita, con tesoretto fiscale “programmatico” di 0,4%, allora. Oppure il 3%, con beneficio di 0,7%. Avremmo quadrato i conti prima e meglio, ipotizzando di avere come interlocutori la famosa colonia di gibboni. Il genio italiano della truffa, spesso ritratto nella nostra cinematografia, non è più quello di una volta, ahimè.

Segue poi, direttamente dal governo che combatte le “privatizzazioni” e vuole dare nuovo impulso allo stato imprenditore e regolatore, l’ideuzza di mettere un bel rinforzino alla discesa del rapporto debito-Pil, iscrivendo al bilancio 2019 proventi da dismissioni per ben 18 miliardi di euro, l’1% del Pil. Saranno “immobili che non servono”, si è affrettato a dire Giggino, per non irritare l’ala statalista dell’esecutivo, e magari anche revisioni ai regimi di concessione. Peccato che questi ultimi giungano a scadenza nei decenni, quindi anche la loro meritoria revisione non si materializzerà nell’arco del triennio di previsione. Ma resta sempre in essere qualche magheggio con la Cassa Depositi e Prestiti, sempre che le fondazioni bancarie e Giuseppe Guzzetti siano d’accordo.

Quanto al resto, ho già detto e scritto alla nausea: una misura sulle pensioni che fa esplodere il debito pensionistico e mette una corda al collo delle giovani generazioni, spacciata come un’epocale generazione di nuova occupazione (attenderete a lungo, ragazzi); la previsione di spesa pensionistica nel 2019 che è già del tutto sballata, secondo i calcoli dell’Ufficio parlamentare di bilancio; la necessità di avere effetti differiti dei pensionamenti “perché altrimenti la pubblica amministrazione entra in sofferenza”, con tutte quelle uscite. Abbiamo fretta di avere risultati ma non subito, perché dobbiamo limitare il tiraggio di spesa pubblica. E poi aiutiamo le imprese, come noto, con un epocale alleggerimento fiscale. Ah no, aspetta.

Dovrebbe esserci un “limite invalicabile” anche a stupidità e malafede. Purtroppo pare che quel limite, nel caso italiano, sia stato spostato enormemente più in là.

Come riscriverei la manovra

Articolo di Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

Visto che in questo paese ogni occasione è opportuna per organizzare giochi di società ed ingannare il tempo in attesa del dissesto, oggi vorrei dedicarmi ad una “riscrittura” della manovra del nostro confuso governo pro tempore, anche per rispondere alle stucchevoli obiezioni di chi non mi legge né ascolta su base regolare ma trova modo (da anni) di uscirsene con la solita frasetta scema del tipo “fai troppe critiche, proponi qualcosa, invece”. E quindi, giochiamo.

Vediamo come rettificare le misure principali di una legge di bilancio fatta di spesa corrente con coperture una tantum, al punto che persino Moody’s ha fatto confusione (forse), oppure ha dato prova di ottimismo, pensando davvero che l’intervento sulle pensioni alla fine non andrà oltre il 2019.

Se obiettivo è quello di svecchiare gli organici, decisamente meglio prevedere dei fondi aziendali o settoriali per gestire gli “scivoli” alla pensione, sulla falsariga di quello esistente nel credito, e alimentarli con contributi datoriali e dei lavoratori, con eventuale residuale integrazione pubblica. Presentare il ritorno delle pensioni di anzianità nel paese più vecchio del mondo come misura per spingere l’inesistente staffetta generazionale, o addirittura per “rendere le aziende più competitive”, indica solo il micidiale mix di ignoranza e malafede dei proponenti. Per i seniores in azienda si potrebbe pensare a forme di part-time con protezione della contribuzione piena, comunque.

Misure come l’Ape sociale dovrebbero restare, essendo una sorta di “salvaguardia” implicita all’impianto della legge Fornero.

In luogo di reintrodurre la Cigs per cessazione, che alla fine tutela il posto di lavoro (morto) e non il lavoratore, servirebbe potenziare la Naspi.

Quanto al reddito di cittadinanza, la mia proposta è di irrobustire invece il reddito di inclusione e non fare casini col mercato del lavoro, perché qui finiremo a disincentivare l’offerta ed incentivare il nero. Il Rei è misura del tutto tardiva e quantitativamente insufficiente dei governi Pd della scorsa legislatura ma non per questo va buttata nello sciacquone. Il reddito di cittadinanza, per come è costruito e per gli importi in gioco, sarà solo una devastante rendita parassitaria travestita da ibrido tra mercato del lavoro e politiche sociali. In pratica, sarà la forma terminale del voto di scambio.

Serve poi “riqualificare” gli 80 euro di Renzi, dieci miliardi che ingessano ogni anno il bilancio dello Stato. In che modo? Due opzioni: creare l’equivalente di un EITC, cioè tax credit rimborsabile (quindi a beneficio anche degli incapienti) per aiutare i working poor, quindi mantenendo la misura legata alla presenza di lavoro. Oppure usare quei fondi per ridisegnare la curva Irpef, smorzandone la pendenza attraverso azione sulle detrazioni.

Sarebbe poi utile introdurre anche in Italia la fiscalità in base al nucleo familiare, per evolvere verso il quoziente in modo da non disincentivare l’offerta di lavoro del secondo percettore di reddito della famiglia.

Servirebbe poi prevedere altre risorse per la riduzione strutturale del cuneo fiscale, dopo che anche la scorsa legislatura è stata sprecata preferendo la via alternativa di decontribuzioni a termine o generazionali, che di conseguenza hanno favorito distorsioni del mercato del lavoro e mantenuto il tempo determinato come forma contrattuale elettiva per il datore di lavoro. Quando i costi dell’indeterminato sono elevati, così come l’incertezza (domestica ed esterna), mi pare evidente che le imprese non si fiondino ad assumere in via permanente. Ma qui purtroppo serve fare i conti con la scarsità di risorse fiscali disponibili. Di certo, se dovessi andare in guerra contro la Commissione Ue e gli altri governi europei per un ampio sforamento dei conti pubblici, lo farei per misure di questo tipo, non per demenziali misure clientelari.

In sintesi, e dopo alcune proposte certamente non esaustive: servono soldi, e tanti. Questi interventi sono il correttivo minimo ad una manovra da scappati di casa che sta mettendo il cappio attorno al collo del paese. Innegabile che nella scorsa legislatura sono state sprecate molte risorse e, se la memoria non mi inganna, ne ho scritto e parlato ad nauseam, con buona pace della memoria selettiva (e della malafede) di quanti mi chiedono conto ora. Le risorse costano, perché per definizione sono scarse, nel mondo reale. Quindi, se proprio devo cercare di lottare per prendermi margini, meglio farlo per misure differenti dalla pura spesa corrente. A proposito: ma dove sono tutti questi investimenti?

Che fine ha fatto il decreto dignità?

È un po’ che l’abbiamo perso di vista. Eppure il decreto dignità è l’unico atto di governo prodotto dal M5S in questi mesi. Ce ne parla Mario Seminerio in un articolo pubblicato il 19 settembre su www.phastidio.net

“Oggi sul Sole trovate un’interessante inchiesta, a firma di Giorgio Pogliotti e Claudio Tucci, in cui vi sono numerose evidenze aneddotiche di quello che tutti o quasi sapevano, da subito: il cosiddetto decreto dignità è destinato semplicemente ad aumentare il turnover dei contratti a tempo determinato. Ovviamente, il “quasi” è riferito agli scienziati che hanno fortemente voluto una simile idiozia.

I responsabili aziendali interpellati, appartenenti ad un vasto spettro di settori, con differente generazione di valore aggiunto e differente incidenza dei rapporti a tempo indeterminato, rispondono secondo un denominatore comune: la sostanziale inapplicabilità delle causali, che di conseguenza spinge a restare sul contratto acausale entro i 12 mesi di durata.

Le imprese hanno attivato una strategia di “riduzione del danno”, portando a scadenza i contratti a termine stipulati con le vecchie disposizioni. Per evitare il contenzioso giudiziario, la scelta è di ridurre a 12 mesi la durata dei nuovi contratti, per l’impossibilità di applicare le rigide causali. Si ricorre maggiormente al turnover, per una durata massima accorciata.

Il tutto si innesta su quella che appare una ormai evidente decelerazione della congiuntura, che quindi porterà a livello aggregato a sfoltire gli organici mediante mancato rinnovo dei tempi determinati, dove col termine “rinnovo” si deve intendere, da qui in avanti, non un nuovo contratto a termine per lo stesso lavoratore bensì per uno differente. Interessante notare che le aziende sondate sono concordi nel parlare di danno anche per loro, oltre che per i precari che resteranno sempre più tali.

Nello specifico, ci sono aziende che operano su commessa e che ritengono di restare sul tempo determinato sulle linee di produzione, ma sono preoccupate per i rischi di contenzioso da causali. Il manager di una multinazionale con sede centrale in Veneto e cinque sedi produttive in Italia, afferma:

«Mi sono sforzato di capire come declinare le causali, ma sinceramente ritengo che sarà praticamente impossibile utilizzare i contratti per un periodo superiore ai dodici mesi. È ragionevole prevedere una perdita di efficienza e maggiori costi derivanti dalla sostituzione del personale perché non è pensabile trasformare tutti i contratti a tempo determinato e somministrati in rapporti a tempo indeterminato. La flessibilità è infatti per noi fondamentale per adattarci alla stagionalità delle esigenze produttive che sono più alte nella prima metà dell’anno»

Appare del tutto evidente che le aziende hanno costi strutturalmente elevati, con o senza stagionalità, e che ove possibile preferiscano stare sul tempo determinato, che costa comunque di meno, complessivamente, essendo privo di oneri di uscita per mancato rinnovo. Per tacere del fatto che sui tempi indeterminati si è aggiunta la maggiore onerosità degli indennizzi per licenziamento illegittimo ma anche della procedura per evitare il contenzioso mediante buonuscita al lavoratore.

Ciò premesso, ci sono però anche aziende che ricorrono genuinamente al tempo determinato per fluttuazioni produttive, e di solito sono quelle che generano più valore aggiunto, quindi in grado di reggere un costo del lavoro maggiore, a tempo indeterminato, che è il portato di profili professionali più qualificati. Ma anche in queste aziende ci sono addetti di linea produttiva, che vanno certamente formati ma sono più fungibili con altri lavoratori che possono essere chiamati da fuori. Prima si prende coscienza di ciò, meglio è.

Se l’obiettivo del decreto dignità era quello di incentivare le trasformazioni a tempo indeterminato, quell’obiettivo rischia di essere completamente mancato. In primo luogo perché, come abbiamo appena letto, il tempo determinato è fisiologico anche nelle imprese “vere”, quelle che producono più valore aggiunto. Non stiamo parlando di imprese marginali, quindi, né di quelle che si occupano dei famigerati “lavoretti”, che comunque per qualcuno è meglio che restino in nero e non regolamentati. Poi, come detto, nulla è stato fatto per agevolare le trasformazioni, in termini di taglio dell’onerosità del contratto a tempo indeterminato, ma quest’ultimo è stato ulteriormente irrigidito di oneri potenziali, sui licenziamenti giudicati illegittimi.

Al netto del nucleo della componente di lavoratori più fluttuante e legata in modo diretto alla congiuntura, le aziende si sono ritrovate con maggiori oneri potenziali, di tipo legale, ed hanno quindi deciso di percorrere la via dei maggiori costi legati all’aumentato turnover. Resta una perdita, ma per le imprese appare una scelta di riduzione del danno.

Serviva agire per ridurre il costo del lavoro, in modo da incentivare le conversioni a tempo indeterminato; quello che si otterrà, invece, sarà un aumento del turnover e delle sofferenze di chi lavora a tempo determinato, quindi sarebbe meglio chiamarlo decreto turnover, anziché dignità. Così vanno le cose, quando si legifera con i piedi o altre parti anatomiche. Cioè come gente che col mondo del lavoro ha assai scarsa dimestichezza. Altrimenti detti, “scappati di casa”.”

Quattro passi nel delirio agostano nazionalista-socialista

Il mese di agosto è, per tradizione, quello in cui le forze politiche sparano più idiozie del solito, oltre che quello in cui i giornali devono saturare la foliazione di luoghi ancor più comuni del solito. Quest’anno la situazione è simile ma differente. Perché abbiamo un esecutivo che danza sull’orlo di un vulcano attivo, perché si è già innescata una copiosa fuga di capitali dall’Italia, perché le iniziative legislative sono qualcosa di demenziale, ad essere gentili, e perché le dichiarazioni alla stampa hanno frequenza direttamente proporzionale al tasso di stupidità delle medesime.

Prendete la rassegna stampa di oggi. In essa scoprite che la maggioranza starebbe raggiungendo una convergenza su un controllo pubblico integrale di Alitalia, senza partner industriale, cioè senza vettore estero nell’azionariato, e per questo compito sarebbero stati individuati Ferrovie dello StatoCassa Depositi e Prestitie la sua controllata Poste italiane. Almeno, questo è quanto scrive oggi Nicola Lillo su La Stampa.

Come ho già commentato giorni addietro, la partecipazione di CDP in un’azienda decotta non è un vero ostacolo: basta gemmare da CDP una finanziaria ad hoc, che come tale non è soggetta ai vincoli di investire in soggetto “viable“, cioè economicamente vitale, come dicono gli anglosassoni. Oppure si può creare una newco, che come tale non ha una storia di perdite cumulate ma solo un meraviglioso business plan da guardare con gli occhiali da sole.

Se davvero l’orientamento governativo è questo, prepariamoci ad un bagno di sangue, visto che obiettivo dei nostri nazionalisti socialisti è quello di mantenere gli attuali livelli di occupazione. Meravigliosa la frase pronunciata stamane a Radio24 da Luigi Di Maio: “Alitalia deve essere un’azienda che ci consenta di gestire i flussi turistici del futuro con una regia politica”. Chissà che gli è accaduto, da bambino.

Altro tema estivo che ha protagonista il piccolo nordcoreano Di Maio è il tormentone Ilva, in cui si chiede ad Arcelor Mittal di prendersi in carico tutti i livelli occupazionali correnti, e nel frattempo si invoca l’Avvocatura dello Stato per valutare l’annullamento in autotutela della gara che ha assegnato la società siderurgica. Quando si dice dare certezza ad un negoziato… Soprattutto considerando che Di Maio pare non voler tenere in carico al pubblico gli esuberi precedentemente identificati. Forse, in luogo di 3.500, è preferibile avere 14 mila persone in carico al pubblico, chissà.

Ancora una volta, l’Italia si pone come la grande benefattrice d’Europa: non solo il rischio dissesto sul Btp è in crescita, ed il rialzo dei rendimenti sui nostri titoli pubblici innesca un movimento di “flight to quality” che porta ad acquisti sugli altri titoli di stato europei, iniettando in tali paesi uno stimolo espansivo rigorosamente Made in Italy. Nel caso di Ilva, se l’impianto dovesse chiudere, avremmo tagliato una robusta quantità di eccesso di capacità produttiva europea e globale nell’acciaio, con conseguente sostegno ai prezzi ed agli utili dei produttori rimasti. L’Italia, per parte sua, dovrebbe importare acciaio e potrebbe quindi spianare il suo surplus commerciale, come nei desideri del prestigioso economista che guida pro tempore gli Affari europei nel nostro esecutivo. Perché, come sapete, c’è questa corrente di pensiero secondo cui un avanzo commerciale è tutta domanda interna distrutta, signora mia.

Ma forse le cose non andranno così: forse Arcelor Mittal si ritirerà, e verrà sostituita da un gruppo di investitori solo tricolori: che ne dite di Ferrovie, CDP, Poste?

Sempre dalla rassegna stampa di oggi, si legge anche che la maggioranza starebbe convergendo verso “quota 100” nelle pensioni finanziando la manovra con la famosa “pace fiscale” cara a Matteo Salvini. Almeno, questo è quanto si legge oggi sul Messaggero, a firma di Marco Conti. In pratica, si dovrebbe pagare a saldo e stralcio il 25% del dovuto, sia su cartelle esattoriali sino a centomila euro che su liti in corso. Che poi, è esattamente il contrario di quanto suggerito dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che nei giorni scorsi ipotizzava semplicemente rateizzazioni del dovuto, non scontato. Il gettito stimato da questo saldo e stralcio, una dozzina di miliardi in due anni, servirebbe a finanziare la quota 100 nelle pensioni. Se vi chiedete come sia possibile finanziare con misure una tantum una maggiore spesa corrente permanente, sono con voi.

Ancora, la “lotta allo spread”: ieri, in una intervista ad Amedeo La Mattina su La Stampa, il sottosegretario leghista alle Infrastrutture, Armando Siri, è tornato ad ipotizzare il patriottico riacquisto del debito pubblico italiano in mano agli stranieri, precisando meglio il suo pensiero:

«Il problema del debito pubblico deve essere ridimensionato perché a 2.200 miliardi di debito pubblico corrispondono 5.000 miliardi di risparmio privato. Il problema è costituito dai titoli di Stato che sono nelle mani di soggetti stranieri. Noi dovremmo essere in grado di incentivare le famiglie ed i risparmiatori in titoli di stato, offrendo loro sgravi fiscali.

Io con un gruppo di esperti stiamo lavorando a una proposta dettagliata che verrà presentata ai presidenti delle commissioni bilancio e finanza della Camera e del Senato e al ministro dell’Economia: la creazione di uno strumento individuale di risparmio che va in questa direzione. Se la maggior parte del debito pubblico fosse nelle mani dei italiani non ci sarebbe più il problema dello spread»

Ecco, giusto: creiamo i Pir del debito pubblico italiano, abbiamo già l’acronimo: Siri, strumento individuale di risparmio italiano. Qualcuno però avverta il leghista che la manovra è infattibile, perché lo stesso beneficio fiscale andrebbe esteso anche a titoli Ocse. Di tutte le altre criticità, diciamo così, di questa meravigliosa idea del signor Siri, giornalista pubblicista senza laurea, ho già scritto qui.

Che dire di questo fil rouge nel delirio, quindi? Che la speranza è che si tratti di amplificazione giornalistica agostana di sussurri etilici orecchiati in malo modo. Perché, se così non fosse, credo che avremo nell’ordine il declassamento a spazzatura del debito pubblico italiano, tra il 31 agosto ed inizio settembre, un violento attacco speculativo al debito pubblico che nessun buyback “segreto” del Tesoro potrebbe contenere, ed il rapido avvitamento del paese nel caos.

Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

A quota 100 c’è fame e freddo

Pubblichiamo un intervento di Mario Seminerio tratto dal suo blog www.phastidio.net sulla riforma delle pensioni annunciata dal governo.

In attesa che il governo gialloverde prenda le prime decisioni pesanti, qualificanti e caratterizzanti il Contratto, ieri sono stati pubblicati i risultati di una simulazione col nuovo metodo di “quota 100”, come previsto da Alberto Brambilla, esperto previdenziale e consigliere della Lega per la riforma. Sono cose già note, in particolare le avevo tratteggiate qui, quando parlavo di nuove pensioni da fame nera e vera, ma è utile ribadirle con qualche dettaglio aggiuntivo.

Che troviamo su Repubblica di ieri, in un articolo di Valentina Conte. Riassumiamo in modo semplice quanto sappiamo sinora: prevista la “quota 100”, quindi uscite con almeno 64 anni di età e 36 di contributi – oppure “quota 41 e mezzo” – di soli contributi, a prescindere dall’età. C’è tuttavia una sorpresa che semplicemente non è tale, perché prevista ed ampiamente segnalata dallo stesso Brambilla: il ricalcolo col contributivo di quanto versato dal 1996 al 2011, cioè prima che entrassero in vigore le norme della legge Fornero che hanno generalizzato il contributivo.

In pratica, per ridurre il salasso a carico dei conti pubblici, si attua una sorta di “opzione donna” selettiva per un quindicennio di contribuzione, il 1996-2011. E che implica, ciò? Un taglio medio dell’importo della pensione del 9-10%. In pratica, la quota 100 ricalcolata produce gli stessi effetti dell’attuale regime dell’Ape Sociale, ma impatta a titolo definitivo sul trattamento pensionistico, inclusa l’eventuale reversibilità, mentre l’Ape sociale oggi resta in carico solo al pensionato e non ai suoi eredi, in termini di taglio dell’assegno di reversibilità.

Repubblica ha chiesto una simulazione del probabile nuovo regime ad una società specializzata, Tabula, guidata da Stefano Patriarca, ed i risultati di sintesi (di cui ho già scritto), sono questi:

«[…] chi ha avuto carriere discontinue o brevi (come statisticamente accade nel Sud e per le donne) oppure interruzioni superiori ai 2 anni per cassa integrazione o malattia (per “quota 100” valgono al massimo 2 anni di contributi figurativi) rischia con la “riforma Brambilla” di posticipare l’uscita dal lavoro fino a 3 anni. Quando va bene, non ha alcun vantaggio: esce alla stessa età di oggi. Analogo disagio toccherebbe a quanti oggi usufruiscono dell’Ape sociale e possono andare in pensione a 63 anni, fino ad un massimo di 1.500 euro, anche solo con 28, 30 o 36 anni di contributi, se appartenenti alle 15 categorie protette: dalle infermiere alle maestre di asilo, dagli operai edili ai siderurgici, dai facchini ai camionisti. L’Ape sociale verrebbe abolita, tra l’altro senza risparmiare granché, perché la misura termina a dicembre 2018, andrebbe rifinanziata e al massimo potrà garantire 200-300 milioni di soldi non spesi. Privi di Ape sociale (a carico dello Stato), le professioni più gravose perderebbero un importante ombrello di protezione, senza altra rete. Se non i 41 anni e mezzo di contribuzione: ma chi li ha, visto il nero e l’intermittenza che caratterizzano quei mestieri?»

Mi pare che il concetto sia chiaro. Se non lo fosse, agevolo con una tabella riepilogativa in calce a questo post. C’è poi altro punto da considerare, e cioè i giovani e le loro storie contributive, disastrate peggio delle strade di Roma:

«Infine l’impatto sui giovani e sui conti pubblici. I primi sono i perdenti a tutto tondo: pagano di tasca loro le riforme e controriforme di oggi e incasseranno domani, a 70 anni, pensioni da fame grazie a carriere piene di buchi e corse in bicicletta a portare pizze. Patriarca, ex consigliere di Palazzo Chigi nel governo Gentiloni, calcola che servono i versamenti di 5 giovani di oggi per pagare un solo anno di anticipo del nuovo “quotista” gialloverde. Se davvero l’intera operazione costasse 5 miliardi, come indica invece Brambilla – ma Patriarca la valuta in 9 miliardi – risucchierebbe il gettito contributivo di 900 mila under 30. In cambio di cosa? Il contratto di governo non lo dice. Perché ha dimenticato il capitolo “giovani”»

Quindi: pensioni con taglio di circa il 10%, per effetto del ricalcolo contributivo del periodo 1996-2011, e penalizzazioni anche forti, spesso sino al ripristino della riforma Fornero “hard”, cioè prima dell’ammortizzatore rappresentato dall’Ape sociale ed anche di quella volontaria, per chi ha carriere contributive brevi e/o discontinue.

Sempre ammesso che questa riforma veda la luce. Si, lo so, lo so: “lasciateli lavorare”. Sono alcuni lustri che la sento, in effetti.

Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

Il bluff di Salvini e Di Maio

Ripubblichiamo un articolo di Mario Seminerio tratto dal suo blog Phastidio.net

Quando ieri mattina ho scritto questo post, a metà tra la satira e l’ucronia, avevo espresso l’auspicio che il capo dello Stato accogliesse tutti i nomi della squadra di governo gialloverde, incluso quello per l’Economia, perché ritengo che solo la realtà possa occuparsi degli italiani. Così non è andata, Mattarella ha esercitato le proprie prerogative costituzionali, in quello che tutti sappiamo era, è e sarà un gigantesco gioco a somma negativa per questo disgraziato paese. E ora?

L’idea di Matteo Salvini, con a ruota gli inconsapevoli grillini, era semplice e geniale, nella sua coerenza: presentare una lista della spesa di costo stratosferico, finanziarla a deficit con creazione di circolazione monetaria parallela, vedere se la Bce accettava il diktat di comprarsi a piè di lista il nuovo debito italiano. In alternativa, decreto legge d’urgenza notturno, blocco della circolazione dei capitali, forze dell’ordine, esercito e qualche corpo paramilitare costituito alla bisogna per le strade. Questo a voler credere ad un Salvini disposto e deciso ad arrivare alle estreme conseguenze.

In alternativa, che poi è quello che è accaduto, Salvini poteva presentarsi come difensore della democrazia popolare, e condurre una nuova campagna elettorale all’attacco, per drenare non solo porzioni di elettorati di Forza Italia ma anche del M5S, che è il vero sconfitto di tutte queste manovre. Unica criticità, ora Salvini ed i suoi dovranno prendere da subito chiara posizione pro o contro l’uscita dalla moneta unica, e quanto  più risulteranno credibili, tanto più ci saranno reazioni dolorose sui mercati che porranno il capo leghista davanti alla scelta se proseguire o fermarsi prima, e quindi capitolare.

Giunti sin qui, proviamo ad analizzare persone, paesi e circostanze che hanno costruito questo psicodramma o che con esso possono avere attinenza.

Paolo Savona – Il vero deus ex machina nero della pièce teatrale. Ridicolo lo stupore di quanti si sono detti sconcertati per i veti a quello che, a loro giudizio, sarebbe solo una pregiata, stagionata e rassicurante riserva della Repubblica. Mai, e sottolineo mai, sottovalutare l’ego ed il mondo psichico di un economista, soprattutto di quelli in là con gli anni. A volte possono finire a convincersi di essere dei veri demiurghi, in grado di plasmare la realtà ai propri voleri (alcuni di loro lo fanno ampiamente anche da giovani). Nel caso di Savona, queste caratteristiche ci sono tutte, da molti anni, incluso il passo marziale (da “figlio di militare”) ai giardinetti di Villa Borghese ed i piani per destituire nottetempo tutti i dipendenti dello Stato resisi colpevoli di intelligenza col nemico nazi-europeo. Massima coerenza con la tesi leghista della inutilità di un referendum consultivo sull’euro, tanto caro invece agli sprovveduti grillini.

Alleanze europee – Quello di Savona, che nel marziale e reticente comunicato di ieri pomeriggio era soprattutto preoccupato di non spoilerare il suo editore e le sue memorie, mai è stato un piano A, ma sempre e solo uno scoperto piano B. In Europa, infatti, non c’è proprio nessuno in grado di schierarsi con questa Italia e queste richieste. Neppure Emmanuel Macron, che per rendersi credibile agli occhi di Berlino ed estrarre concessioni sta tentando di attuare riforme dal lato dell’offerta e non stimoli dal lato della domanda, che invece sono l’unico menù che gli italiani vogliono leggere, in ogni schieramento. Né alleato di questa Italia potrebbe essere il nuovo Shangri-la della nostra destra geneticamente mutata, il Gruppo di Visegrad, ormai esteso sino al Brennero. Ieri il cancelliere austriaco Sebastian Kurz ha espresso chiara e netta preoccupazione che il suo paese possa finire a pagare il conto del nuovo debito italiano. Sono “alleati”, che volete farci?

Euro e lepenismo – Un’altra leggenda metropolitana che sarebbe tempo di smontare è quella secondo cui Marine Le Pen sarebbe stata battuta dallo charme energetico di Emmanuel Macron e dai suoi simbolismi ibridi tra Marsigliese e Inno alla Gioia. No: Marine Le Pen è stata in primo luogo sconfitta dalla paura dei francesi di perdere i propri risparmi, denominati in euro. Tutto è cominciato col balbettio della Le Pen su improbabili doppie circolazioni franco-euro, ritorno allo Sme e consimili idiozie. Il problema, o meglio la tragedia, è che i francesi a maggioranza hanno capito l’antifona, votando col portafoglio. Dubito che gli italiani possano fare lo stesso, stante la loro abissale ignoranza. Meglio, molto meglio, sentire le farneticazioni di qualche giovanotto senza arte né parte, che delira di complotto delle agenzie di rating contro la Patria. Ecco la differenza, esiziale, tra noi e la Francia. Una crassa, incoercibile ignoranza.

Che c’è di nuovo, quindi? Forse, il fatto che ormai il genio è uscito dalla bottiglia, ed il premio al rischio Italia è qui per restare. Se Mattarella avesse dato via libera al governo Savona (con prestanome Conte), in poche settimane o giorni saremmo arrivati al redde rationem con la realtà. Ma forse l’esito non è tutto da gettare: da oggi in avanti, non ci sarà più modo di chiedere fantascientifiche modifiche ai trattati europei né fingere di voler attuare costosi programmi di spesa tacendo delle inesistenti coperture. Unica via, la messa alla prova del tessuto economico e sociale italiano di fronte ad aumenti del costo del debito ed alla fuga di investitori internazionali ma anche domestici (inclusa la base elettorale leghista di imprenditori del Nord), che voterebbero col portafoglio e con i piedi (per lo spallonaggio) o con tastiera e mouse per esprimere il proprio giudizio sul programma elettorale. Lì serve arrivare, lì arriveremo.

Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

Le camaleontiche mutazioni del M5S

Dal blog Phastidio.net pubblichiamo un intervento di Mario Seminerio che parla della mutazione del M5S col suo stile graffiante e ironico.

Dal primo giro di consultazioni del capo dello Stato, per quadrare il cerchio e dare agli italiani un governo che li deluderà profondamente, a causa di aspettative patologicamente gonfiate, emerge soprattutto un riscontro: il M5S è in continuo divenire, diciamo così. Letteralmente scorre. E in questo scorrere, guardato da molti commentatori politici con sguardo che varia dall’incuriosito al benevolo, si rischia di trovare oggi posizioni ben differenti da quelle di ieri e di domani. Ma dietro c’è un disegno superiore.

Non è per essere naÏf, sia chiaro: la politica è l’arte del possibile, eccetera. La coerenza non è di questo mondo né men che mai di questo paese, come noto. Può quindi accadere che il giovane unto dal Popolo, al secolo Luigi Di Maio, ed i suoi colleghi/compagni/amici ci straccino le gonadi per anni con suggestioni anti-Ue ed anti-euro, vagheggiando un referendum consultivo che da subito appariva uno spettacolare lancio di lemming dalla scogliera, e pressoché nessuno (a parte pochi perditempo solitari) faccia notare la vastità della stronzata. Ora è tutto archiviato.

Quello che conta è impossessarsi dell’agenda politica e del chiacchiericcio mediatico, quello grazie al quale moltitudini di editorialisti pagano le bollette e le rate del mutuo, mentre esplicano la loro fondamentale funzione di mediatori culturali tra i poteri assai poco forti di questo paese. Quindi il M5S ha vinto, pilotando l’agenda psichedelica della politica, quella per la quale la realtà è un optional, e la coerenza un decadente vizio.

Poi vennero le elezioni, l’eclatante 32% del 72% di votanti, la mistica convinzione che l’Italia intera abbia chiesto ai pentastellati di farsi prendere per mano da loro, i veti a tutto e a chiunque tenti di frapporsi tra Di Maio e Palazzo Chigi, le elucubrazioni sul contratto “alla tedesca” (che, se fossi un patriota e non il rinnegato che sono, mi girerebbero i cabbasisi non poco) che non è chiaro che minkia sia, se non “noi governiamo, voi aderite”, come si fa per un contratto di luce e gas.

C’è (anzi, c’era) anche il momento palingenetico, quello del “chi ha fallito, lasci”, con chiamata nominativa ai due ultimi Grandi Falliti della storia patria, Berlusconi e Renzi. Resta il problema di fondo: come conciliare queste visioni di calvinismo estremo in salsa pomiglianese col fatto che persistono ampie porzioni di cittadinanza che hanno continuato a votare per Berlusconi (circa il 14% dei votanti) e per Renzi (circa il 18%) resta un mistero, che forse si risolve col pesare i voti, anziché contarli. Un po’ come dire che i memorabili “cappotti” del M5S nelle regioni del Sud, quelli stessi che un tempo erano appannaggio del centrodestra, non sono (più) figli del controllo della volontà popolare da parte della criminalità organizzata bensì di una epocale sollevazione civica.

Ieri, all’uscita dal colloquio con Sergio Mattarella, Di Maio è apparso in tutto il suo fulgore di giovane statista occidentale: sì all’Europa (senza neppure specificare “ma non così”), sì all’euro, sì alla Nato, con grande scorno dei descamisados de sinistra che hanno votato il Mo’ViMento anche per porre fine alle sopraffazioni yanqui e nel glorioso ricordo di Sigonella, dove si fece il patriottismo levantino della Nazione.

Ma Di Maio ed il Mo’ViMento notoriamente non sono di destra né di sinistra. E infatti, almeno per qualche ora, paiono aver dismesso persino l’ipotesi di chiedere l’ostracismo di Matteo Renzi e la sua consegna al cassonetto dell’umido della Storia:

«Non ho mai chiesto una scissione interna, e se mi rivolgo al Pd, mi rivolgo a quel partito nella sua interezza»

Quindi Renzi incluso, par di capire. Ma perché insistere in questo ozioso passatempo di cercare la coerenza oraria nelle posizioni pentastellate? In fondo, come ci segnala il direttore del Fatto, Marco Travaglio, il Mo’ViMento è “cambiato profondamente”, negli ultimi tempi. Le sparate referendarie su euro, Ue e Nato erano solo momenti di brainstorming movimentista, dopo tutto. E se ve lo dice la persona che da sempre dedica la sua esistenza e le sue energie a trovare contraddizioni tra e nei politici, potete crederci: il mutamento è davvero epocale e genuino. E ove mai si giungesse ad un “contratto” col Pd-incluso-Renzi, siamo certi che Travaglio troverebbe il Bene anche in quell’evento, forse proprio la redenzione del parolaio di Rignano, che ad oggi nel suo partito è l’unico soggetto dotato di una visione politica, nel bene e nel male, e della spina dorsale per perseguirla. Pd “derenzizzato”? No, se Di Maio non vuole. Ma i piddini non vogliono redimersi, sigh.

Non è incoerenza, approssimazione, improvvisazione: è il potente Disvelamento della Storia, che insuffla di sé questi meravigliosi ragazzi che cercano di guadare il Mar Rosso portandosi sulle spalle gli inconsapevoli e gli ignavi, per il loro Bene. Non sono camaleonti con brame di entrare nella stanza dei bottoni e farsi gli affari propri: questo vale per chiunque altro, anche di fronte a “revisioni” di posizione meno frequenti e radicali. Per il Mo’ViMento, che tiene sulle proprie spalle la Nazione, proprio come Atlante faceva con la Terra, è aguzzare lo sguardo. Da lassù si ha la prospettiva che manca a chi è impantanato nella quotidianità; si scruta l’orizzonte della Storia e l’approdo. E chi non riesce a capirlo è un mafioso, un ladro e un farabutto.

Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

Brexit: che mangino sovranità

A proposito di indipendentismi e di sovranità del popolo che si eleva al di sopra di leggi e costituzioni pubblichiamo uno scritto di Mario Seminerio che lucidamente mette in guardia dalle pericolose illusioni che vengono date in pasto alle opinioni pubbliche di vari Paesi partendo dalla Brexit.

brexit“A quasi un anno e mezzo dal referendum, e ad altrettanto dal termine di uscita dalla Ue ex articolo 50 del Trattato di Lisbona, il Regno Unito prosegue a trascinarsi da un proclama all’altro, senza riuscire a schiodare il negoziato con l’Unione. Dopo innumerevoli proclami, minacce, blandizie, teoremi, castelli in aria, ipotesi di proroghe, bizantinismi, guerriglia parlamentare, accessi di tosse incoercibile, fondali che si sbriciolano, “Brexit means Brexit” e così spero di voi, siamo di fatto fermi al punto di partenza.

In questo stucchevole minuetto, tra una comparsata a Firenze a proclamare il proprio amore per l’Europa ed una zuffa permanente tra Conservatori brexiter duri, molli, intermedi e ben cotti, i nostri eroi d’Oltremanica tentano ancora di cercare la chiave di casa sotto il lampione. Un aspetto molto interessante è nel frattempo emerso: tra i paesi dell’Unione, al momento nessuno ha interesse a rompere la disciplina di blocco e offrire ai britannici una via d’uscita purchessia, ad esempio l’offerta di un paio d’anni di transizione aggiuntiva, fatta passare per determinazione britannica.

nazionalismiLa realtà è una ed una soltanto: ogni processo di decostruzione di stati e sovrastati ha tempi lunghi e costi di transizione elevatissimi, che nei casi più gravi rischiano di essere intollerabili per una democrazia. Ma il concetto è troppo difficile da cogliere per quanti hanno deciso, per pure beghe partitiche, che “il popolo è sovrano”, ed hanno aperto un vaso di Pandora di proporzioni colossali. Nell’ultimo anno abbiamo sentito tutto ed il contrario di tutto: un Regno Unito “sociale e solidale”, anzi no, una Singapore piantata nell’Atlantico, anzi no, una socialdemocrazia con lavoratori nei cda delle imprese, un trattato di libero scambio con gli antipodi, col Giappone, con Trump, con Marte, adesione al Nafta riveduto e corretto. Perché Brexit means Brexit, pappagalleggiava Theresa May, figura tragicomica e monumento vivente all’insipienza della politica che si confronta con un mondo fatto di complessità ed interdipendenze estreme.

Il campionario di casini è vastissimo e si estende sino a Westminster, dove i parlamentari chiedono che il rimpatrio dei poteri da Bruxelles non venga sequestrato dall’esecutivo ma redistribuito armoniosamente ai parlamenti devoluti britannici, e sempre sottoposto a controllo del potere legislativo che non sia un semplice si o no su una indipendenza della Catalognamozione. Ecco un’ottima occasione per scoprire quanto può essere seccante una democrazia compiutamente rappresentativa, appena smette di essere mitologicamente “diretta”. Per tacere dei numerosi guitti italiani che a giugno dello scorso anno preconizzavano una marcia trionfale britannica verso la “libertà”. Quella stessa libertà di dire e predicare cazzate che è la quintessenza della comunicazione politica contemporanea, un po’ ovunque.

Superfluo (o forse no) segnalare che ogni velleità di separazione e costruzione di piccole patrie con i loro piccoli simboli e tradizioni implica lo stesso problema, come si stanno accorgendo i catalani, che pure non appaiono monoliticamente a favore della secessione. Ma con questo non voglio dire che vinca sempre la signora TINA (there is no alternative), sia chiaro. Anzi, credo i tempi siano ormai più che maturi per prendere posizione. Che è questa: solo una Hard Brexit può contemporaneamente produrre il rispetto della sovrana volontà popolare e fornire al popolo il riscontro diretto e non mediato dalla politica delle sue scelte sovrane.

indipendentismo e sovranitàQuindi, da oggi auspicherò che a marzo 2019 il Regno Unito esca immediatamente dalla Ue; che ricada nelle norme WTO su tariffe doganali; che le sue banche perdano il passporting verso la Ue; che una dogana fisica separi il territorio della Repubblica d’Irlanda da quello dell’Irlanda del Nord, così come le merci in entrata ed uscita dal Regno Unito siano assoggettate ai controlli doganali. Perché il Popolo è sovrano, e deve avere ciò che ha chiesto. Ogni ingerenza politica per deviare od opporsi al corso della Storia è un crimine contro il Popolo. Avanti tutta. Che il Popolo gusti sino in fondo la sua sovranità. E che ciò possa finalmente accadere anche agli italiani, che ne hanno estremo bisogno. E se questo porterà qualche profeta a finire appeso in piazza, per delusione popolare sugli esiti promessi, poco male: la Storia continua a non essere un pranzo di gala.

Mario Seminerio tratto da http://phastidio.net

Facciamo il punto sul M5S

Ora che il lavacro di democrazia digitale ha incoronato a furor di bit Luigi Di Maio come candidato del M5S alla presidenza del consiglio, e dopo l’ultimo di una lunga ed ormai logora serie di colpi di teatro da parte di Beppe Grillo, che negli ultimi anni si è reso protagonista di una vera a propria maratona di passi di lato senza muoversi di un millimetro, possiamo tentare di mettere un punto più o meno fermo e valutare a che punto si trova questo sorprendente movimento e che ruolo potrà giocare nella vita italiana.

Di MaioDico subito che a me, del M5S, ha sempre causato reazioni tra il divertito e l’irritato l’ormai dismesso e patetico slogan di “uno vale uno”, che già alle origini mi pareva un’affascinante sfida a cercare di comprendere se fossimo di fronte ad un caso di malafede portata all’estremo o a quello di una ingenuità politica quasi infantile, cioè pre-politica. Sarà l’abituale cinismo, ma personalmente ho sempre pensato che chiunque creda che in una struttura sociale possa esistere una prevalente “orizzontalità”, dovrebbe farsi vedere da uno bravo. Senza tirare in ballo per l’ennesima volta l’ormai abusata “Legge ferrea dell’oligarchia” di Robert Michels, l’aspetto sorprendente di questo movimento ricco di contraddizioni è aver fatto credere che fosse realmente possibile organizzare un’agorà fisica ma soprattutto digitale in grado di distillare la Verità del Popolo, giacobinamente ribattezzato i Cittadini, e non in realtà pilotarlo dicendogli quello che vuole sentirsi dire.

Il tutto sotto la regia di un imprenditore dotato di meta-visioni di ingegneria sociale piuttosto scontate (e poi del suo erede) alla testa di una società di consulenza di comunicazione. A fare da frontman dell’operazione, un comico sulfureo definitosi “garante” (della purezza dei principi fondativi) e gatekeeper, cioè guardiano del cancello, colui che impedisce le infiltrazioni di corruzione mondana e che oggi tenta di mantenere lo stesso ruolo dissimulandolo dietro la propria canizie.

populismoIl programma politico del M5S, per come si è andato consolidando negli anni, è una sorta di pesca a strascico in quel cupo lago di insoddisfazione e mugugno che è questo paese, che produce naturalmente un giustizialismo deformato che urla in piazza “onestà”, che ha rafforzato il convincimento degli adepti del movimento a considerare delinquente abituale chiunque venga avvisato di garanzia ed a chiederne quindi con infantile petulanza le dimissioni a colpi di tweet ed hashtag, salvo quando tali avvisi raggiungono propri esponenti, provocando in quei casi meritori soprassalti di garantismo, peraltro neppure applicato erga omnes perché la lotta politica, che contamina gli umani, è purtroppo giunta ad infettare anche il purissimo movimento.

Il messaggio di “tanto son tutti ladri” ha fatto rapidamente presa su ampi strati di una opinione pubblica che, un quarto di secolo dopo, continua ad essere orfana di Mani Pulite e delle sue manette e non intende compiere ripensamenti e rielaborazioni neppure di fronte all’eclatante autocritica di Antonio Di Pietro. Questi sono i naïf, quelli che pensano che a colpi di codice penale si possa surrogare l’assenza di senso della comunità e della cosa pubblica che permea vasti e forse maggioritari strati dell’elettorato. Ricordate “Tutti dentro” dell’arcitaliano Alberto Sordi, con lo zelante magistrato manettaro che diventa vittima di quella stessa cultura che egli ha titillato? Correva l’orwelliano anno 1984.

leader e follaMa il M5S è stato anche altro: ad esempio, il tormentone del reddito di cittadinanza, abile tentativo di capitalizzare l’ignoranza economica degli italiani (vedasi le coperture “che ci sono, oh se ci sono”) e l’antica e mai sopita aspirazione popolare a vivere di rendita, “perché siamo l’unico paese europeo a non avere un reddito di cittadinanza”. Assoluta sciocchezza ma la goccia comunicativa scava la roccia. E mai che i grillini ricordino che abbiamo un welfare malato e frutto di una pluralità di “redditi di cittadinanza” erogati per decenni sotto forma di pensioni di invalidità o come prestazione pensionistica a fronte di contribuzioni pressoché inesistenti. Un messaggio molto astuto, quello dei pentastellati, che si inscrive nella domanda di certezza ansiolitica che sale dalle viscere dell’elettorato, non solo italiano, di fronte ad un mondo che demolisce certezze e spesso anche speranze.

La realtà, fatta di compromessi spesso corrosivi ma soprattutto di vincoli, resta la mortale nemica del grillismo, come del resto dell’intera classe politica italiana. La terapia per le soverchianti dissonanze cognitive risiede nel galvanizzare il proprio “popolo”, ululare al complotto dei poteri forti e di oscure forze del male; spesso questa antica tecnica narrativa italiana, quella del vittimismo e del cospirazionismo, ha successo e riesce a rinviare la resa dei conti con la realtà. Quella stessa realtà che ha stroncato o congelato promettenti carriere politiche fuori dall’Italia.

no vaxQuesto non è quindi il necrologio del M5S. Che continuerà a mietere consenso elettorale presso ampi strati di opinione pubblica di un paese che ha ben pochi anticorpi culturali contro Gatti & Volpi di ogni epoca e provenienza. Il movimento potrà andare al potere, sino a giungere ai piani altissimi del Palazzo, oppure potrà finire a disintegrarsi in guerre per bande, soprattutto di probi viri e garanti della purezza ideologica, nell’altro grande topos del più puro che ti epura. Quello che resterà nella storia italiana, in attesa del prossimo packaging elettorale, è la presenza di una forte subcultura che adora le scorciatoie e far “piazza pulita” di tutto quello che “va male”, mentre anela disperatamente ad essere cooptata dal sistema ed essere partecipe degli stessi riti.

Sono “uomini qualunque”, spesso con non lievi pulsioni totalitarie; amano le fughe in avanti e molto più spesso all’indietro; vogliono diffondere consapevolezza ma spesso fanno leva su timori ed ignoranza, ad esempio alimentando posizioni antiscientiste nel solco del cospirazionismo che è la cifra del loro essere anti-sistema. Per questo il M5S non morirà: perché in realtà non è nato una decina di anni addietro ma molto, molto prima. E continuerà, nelle sue reincarnazioni e nei suoi eterni ritorni, a ricordarci tutto quello che non ha funzionato nel processo di crescita civile della nostra comunità nazionale. A ben poco servirà la consolazione di apprendere che anche altri paesi, considerati ben più “evoluti” del nostro, stanno sperimentando tettoniche elettorali del genere.

Mario Seminerio tratto da http://phastidio.net

Atac corrotta, nazione infetta

“È questa indulgenza di branco, alla fine, la radice della mentalità mafiosa italiana”. Così si conclude l’analisi di Mario Seminerio che parlando di Atac tocca alcuni elementi del “sistema Italia” che ci condanna all’inefficienza e allo spreco sulla base della testimonianza del neo direttore generale di Atac. Da leggere e rileggere.

gestione atacBen due interviste, su Fatto e Corriere, al direttore generale della municipalizzata romana di trasporto pubblico, Atac, segnano l’ennesimo sveglia che suona per la sindaca Virginia Raggi, che deve ancora decidere che fare da grande. Ma tra le righe delle interviste c’è anche una sveglia per il governo centrale, che continua a non voler mettere mano ad una revisione della disciplina dello sciopero nei servizi pubblici e nella rappresentanza sindacale. Quando l’evidenza non viene colta.

Bruno Rota è ad Atac da aprile, dopo sei anni all’Atm di Milano, dove ha raggiunti risultati positivi, ma solo dal 28 giugno è dotato delle deleghe operative di direttore generale. Oggi conferma quello che tutti sanno, da sempre: Atac è un bubbone, che andrebbe inciso o escisso da una città che pare non avere anticorpi per reagire a quello che non è più declino ma decomposizione, e che rischia di portarsi dietro l’intero paese.

Il punto centrale richiamato da Rota è che Atac è sepolta dal debito: 1.350 milioni totali, 325 milioni verso fornitori, che stanno progressivamente cessando di rifornirla. Rota invoca quindi la ristrutturazione del debito, anche considerando che ad Atac serviranno molti soldi per investire nell’ammodernamento del parco circolante di mezzi, ormai sempre più soggetti a fermi per guasti, veri e presunti.

Rota, con gli intervistatori (Federico Fubini e Gianni Barbacetto) parla anche del personale. Al Fatto dichiara:

turni atacÈ stato scritto che Atac licenzierà 2.500 dipendenti.
«Falso. Il nostro problema non è tagliare i dipendenti, ma farli lavorare, perché oggi non riusciamo a coprire i turni. Troppe assenze, turni di lavoro abbreviati perché molti macchinisti non timbrano l’ora di entrata e di uscita e nessuno controlla. Qualcuno approfitta della situazione riconsegnando dopo qualche ora di lavoro il suo mezzo dicendo che non funziona più bene. Bisogna ripristinare un sistema di regole e di controlli per impedire che ognuno faccia ciò che gli pare»

Al Corriere, sullo stesso tema, la risposta è più articolata ma pare sempre rigettare l’ipotesi degli esuberi strutturali:

«[…] chi capisce di organizzazione aziendale, vede subito che il tema centrale oggi non è ridurre il numero dei dipendenti. Chi lo sostiene ora fa solo del terrorismo psicologico. Anzi i dipendenti in un certo senso mancano, visti i tassi di assenteismo consolidati nel tempo. Il tema è far lavorare di più e meglio quelli che ci sono. Oggi con questi tassi di assenteismo si fa fatica a coprire i turni»

Ah, beh, al vostro buon cuore. Ma non c’era un accordo sindacale sulle timbrature, ad esempio?

«Gli accordi di timbratura sono in larga parte lettera morta. Il personale di linea continua a timbrare poco e male. Per questo insisto che bisogna iniziare rispettare le regole, sono anni che non lo si fa. Si parla di turni massacranti e c’è gente che non arriva a tre ore effettive di guida, quando le fanno. Bisogna che si prenda coscienza anche di questi problemi. Non si timbra, malgrado le regole dicano altrimenti, e si prendono salari su orari di lavoro presunti. È intollerabile sia nei confronti di chi fa il proprio mestiere, sia di coloro che un lavoro non riescono ad averlo»

lotte sindacaliPiuttosto chiaro, no? Però il problema non è il personale, pare. D’accordo, serve politica e molta. Serve (forse) convincere la svagata Raggi a prendere la strada livornese del concordato preventivo, come fatto dal sindaco labronico cinquestelle Filippo Nogarin. Se Rota pensa di andare in questa direzione, è troppo esperto e preparato per non capire che le dimensioni ed il grado di sfacelo di Atac rendono questa strada poco o per nulla percorribile. Il suo resta un tentativo disperato.

Rota, per puntare sulla cosiddetta “pace sociale”, in nome della quale si fanno marcire ampie parti del paese, pensa forse di recuperare produttività, dopo aver liberato risorse per investimenti mediante ristrutturazione del debito. Ma i problemi di Atac sono arcinoti: da molto tempo Andrea Giuricin, economista dei trasporti, li ha bene evidenziati. Troppi amministrativi, troppo pochi operativi. Tutti ferocemente sindacalizzati, come spiega in modo disarmante lo stesso Rota al Corriere:

Che rapporti ha con i sindacati di Atac?
«Prima mi faccia dire che all’Atm di Milano ho avuto rapporti anche ruvidi in certi momenti, ma sempre costruttivi. Abbiamo lavorato in squadra e i risultati si sono visti. Insieme abbiamo rilanciato e reso più efficiente un’azienda che ha difeso il lavoro e ha creato una riserva di cassa importante»

E a Roma?
«I sindacati rappresentativi li ho incontrati tutti. Per la verità qui si presentano come rappresentanti delle posizioni del sindacato gente che ha trecento iscritti su undicimila dipendenti. Gente che va in tivù a spiegare come funzionano i sistemi di sicurezza dei mezzi senza saperne nulla»

Non saranno tutti così…
«No, certo. Ci sono sindacati più rappresentativi. Quando ho incontrato i loro rappresentanti ho avuto l’impressione che non avessero fino in fondo la percezione della gravità e della dimensione del problema. Poi naturalmente sono andati in assessorato a chiedere garanzie. Non hanno capito che è l’ultima spiaggia»

sistema ItaliaDifficile essere più chiari di così. La frantumazione sindacale e le protezioni politiche, che sono trasversali, paralizzano l’azienda e la fanno morire. A questo si sommano gli ampi margini offerti dalla regolamentazione del diritto di sciopero nei servizi pubblici, mai rivista, dove micro sindacati bloccano milioni di persone ed il loro diritto alla mobilità. Rota non lo dice, ma servirebbe soprattutto quello: in primo luogo, regolare con legge nazionale la rappresentanza aziendale, in modo da evitare che questa proliferazione di cobas al cornetto e cappuccino affondi l’azienda. E poi, rivedere le norme sulla proclamazione degli scioperi. Se l’Italia avesse un governo centrale di soggetti adulti e responsabili, questa revisione del diritto di sciopero e della rappresentanza l’avremmo già, come altri paesi adulti e civili.

Invece, da noi ciò non avviene, perché c’è sempre un’elezione dietro l’angolo, foss’anche quella per il parcheggiatore abusivo di quartiere, e perché si teme sempre che al momento topico qualche termite equa e solidale, di sinistra come di destra “sociale”, si alzi a strepitare contro il liberismo che flagella questo paese. Nel mezzo, quelli che contano o dovrebbero contare, in senso numerico: gli elettori. Che evidentemente non trovano modo di esprimere maggioritariamente il loro disagio temendo che prima o poi qualcuno “venga a prendere” anche loro, nelle loro piccole e grandi rendite di posizione. Ma scordando che quel “qualcuno” è la realtà, che sfonda le porte a calci, senza bussare. La realtà ha un noto bias liberista, forse.

mentalità mafiosaTornando a Rota, auguri per la sua mission impossible. Per ora siamo alla captatio benevolentiae verso l’irresoluta sindaca, che “ascolta e sostiene”. Poi, se e quando deciderà di agire, ci farà sapere. Atac, come detto più volte da Raggi, è “patrimonio dei romani”. Un patrimonio radioattivo, si direbbe. L’inazione non è un’opzione, però. La scommessa di Rota è quella di usare la ristrutturazione del debito come volano di produttività ma anche di senso civico e dignità del personale, oltre che dell’utenza. Una scommessa pressoché disperata, quando il contesto culturale è degradato come a Roma.

Paradigmatica, in questo senso, è la chiusura dell’intervista al Fatto:

Rimpiange Milano?
«Rimpiango tantissimo Milano e Atm. Mi mancano quasi fisicamente. Mi manca il clima di verità in cui sono sempre avvenuti anche i confronti più aspri, per esempio con le forze sindacali. E mi manca la “squadra” di colleghi capaci che avevo faticosamente messo insieme in Atm. Qui a Roma, vincoli legislativi e la situazione aziendale rendono quasi impossibile rafforzare la squadra»

Raggi, se sei in vita batti un colpo. E piantala di dire che “è colpa di quelli che ci hanno preceduto”: questa motivazione può andare bene per il primo mese dopo l’insediamento, e continuare ad essere perfetta per tutti i piccoli pasdaran falliti che imperversano sui social e nel mondo reale. Quelli per i quali leggi e circostanze si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici. È questa indulgenza di branco, alla fine, la radice della mentalità mafiosa italiana.

Mario Seminerio tratto da http://phastidio.net

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