La droga del deficit che ci salverà

Pubblichiamo un articolo di Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

Ma voi la sapete quella del paese scarsamente produttivo che tuttavia riuscì a scavarsi alacremente la fossa? No? Ve la racconto. C’era una volta un paese che esprimeva governanti convinti che l’universo complottasse contro di esso. Una parte dell’universo, nello specifico: la regione in cui tale paese era situato.

Ad ogni elezione, i governanti pro tempore si dicevano certi di aver trovato la soluzione alle angustie della popolazione, sempre più anziana e sempre meno istruita, anche a seguito dell’emigrazione dei soggetti meno patriottici. Una popolazione sfibrata, in passato colpita da pesanti salassi per ripagare il debito fatto da chi per decenni diceva che quello sarebbe stato il passaporto per la prosperità.

E così, di volta in volta, ecco le soluzioni: ad esempio, un grande piano di mance alla popolazione, diciamo 80 euro al mese per alcuni milioni di cittadini lavoratori a reddito basso ma non bassissimo. Da lì, come d’incanto, sarebbe scaturita la fiducia, il boom dei consumi, la ripresa degli investimenti, il Rinascimento italiano.

Per riuscire a finanziare queste misure servivano soldi. Che fare, quindi? Idea: aggiungere deficit. Oggi si dice attingere al deficit, quel pozzo di San Patrizio che tanto bene fa alla popolazione. Dopo uno psicodramma negoziale che sfocia in psicodramma, si giunge ad un accordo di compromesso con l’Entità Esterna che vigila sui conti del paese. Che poi è una comunità di stati sovrani, che si sono dati regole di cooperazione. Ma è chiaro che tale presunta cooperazione è sempre stato in realtà un ignobile espediente per impoverirci. Sin quando non abbiamo aperto gli occhi.

Per trovare quei soldi, si promette all’Entità Esterna che, ove non altrimenti reperibili, per restituirli si provvederà a tassare di più i consumi. Affare fatto! Passa un anno, il deficit seminato nell’Orto dei Miracoli non ha prodotto il miracolo sperato e si deve quindi mettere mano all’aumento della tassazione dei consumi. State scherzando, vero? Sarebbe una catastrofe, vergogna, l’Entità Esterna ci vuole affamare, è un complotto per mettere le mani sul nostro servizio di piatti del dì di festa. C’è gente che è morta, per ridarci il deficit la libertà!

Tosto, si convocano le televisioni per informare il Popolo che stiamo resistendo alla cattiva Entità Esterna, di cui viene fatta sparire la bandiera. Dopo ulteriore snervante negoziato con l’Entità, si ottiene di poter restituire solo una parte di quel prestito, accendendone un altro. Nel frattempo, il governo è cambiato, sono arrivati dei veri patrioti che hanno scoperto, dopo anni di esercizio ed esperimenti su Twitter, che tagliando le tasse l’attività economica esplode e quel taglio viene ripagato, sempre con corposi interessi.

Metti sul mio conto, Entità Esterna! Tra un anno tornerò qui e ti ridarò tutto con gli interessi. “Ma veramente lo devi ridare non a me ma ai tuoi connazionali ed anche agli stranieri che hanno comprato quel debito”, echeggia una vocina dall’Entità Esterna. “Sono sciocchezze!”, replicano i Patrioti. “Se solo potessimo crearci i soldi che ci servono, metteremmo in moto un circolo virtuoso con cui fare crescere l’economia, e avremmo modo di ripagare tutto, con gli interessi e oltre!”.

Nel frattempo, per prestare soldi al Tesoro del paese, i creditori richiedevano tassi sempre più alti. “Voi non capite, noi siamo ricchi!”, ripetevano i Patrioti pro tempore al governo.

Nel frattempo, il paese viveva una vera e propria rinascita culturale. Era tutto un florilegio di dibattiti e convegni su John Maynard Keynes e contro una cosa chiamata “neoliberismo” che non era chiaro cosa fosse esattamente ma che era chiarissimo avesse sino a quel momento impoverito il paese. Milioni di cittadini sognavano ad occhi aperti la socialdemocrazia e finanche il socialismo, quella magica condizione in cui lo Stato pensa a te, dalla culla alla tomba, nel caso anche stampando denaro, e tu nel frattempo puoi restare sul divano a guardare Barbara D’Urso in televisione.

Ma nessuno intendeva votare per partiti di sinistra perché, in quel caso, sarebbero arrivate nuove tasse per finanziare il welfare. “Meglio creare banconote, meglio ancora se con la faccia di Tardelli sopra”, rispondevano convinti i Patrioti. “Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani!” In questo clima di fervore culturale, le radio suonavano il remake attualizzato di una canzone del grande Renato Carosone: “Io, MMT e tu“.

A parte ciò, “Keynes sì che sapeva come combattere le recessioni!”, strepitavano i Patrioti. “Faceva deficit quando c’era crisi”. Una vocina si levava chiedendo “ma sapete che, quando l’economia torna a crescere, il precetto di Keynes era quello di stringere i cordoni della borsa, per ripagare il debito?” Pronta, arrivava la risposta: “‘zzo dici, da noi la ripresa non c’è mai stata, e comunque la nostra idea è quella di fare più deficit quando c’è crisi e più deficit quando c’è ripresa. Vorrete mica soffocare la ripresa in culla, eh? Eh?”. Non fa una piega, in effetti.

Nel frattempo, il tasso d’interesse richiesto dai creditori sul debito pubblico del paese era sempre più alto, e la spesa pubblica si gonfiava per pagarne gli interessi. “Ma chi se ne frega, quest’anno abbiamo fatto più deficit per 4 miliardi, è solo l’inizio”. La solita vocina, sospirando, faceva presente che nel frattempo la maggiore spesa annua per interessi era di 5 miliardi, ma veniva zittita dalla rabbia sempre più cupa dei cittadini.

“Sentiamo delle vocine: o siamo il popolo eletto dal Signore, oppure qualcuno sta cercando di fregarci!”, ringhiavano molti cittadini, sgranando nervosamente un rosario e danneggiandosi i denti mordendo crocefissi, perché era stato loro detto che “Maria e il Signore ci proteggono da lassù”. Si levava anche qualche isolato bestemmione per la mancata crescita, di quando in quando; di solito appena prima che si celebrassero convegni pro-famiglia in cui si chiedeva di mettere fuorilegge l’aborto, uno dei maggiori responsabili della nostra mancata crescita, giuravano in molti. E c’erano anche luminari che ricalcolavano il Pil senza la legge 194: un boom senza precedenti.

Ma eravamo e restavamo ad un passo dal decollo: bastava solo attingere ad un po’ di deficit aggiuntivo, e il meccanismo virtuoso si sarebbe innescato. “Ancora un po’ di deficit, ci siamo quasi, l’ultimo e poi inizierà il riscatto!”, si sgolavano i Patrioti. Ma il miracolo tardava a compiersi. Anzi, la crescita era sempre più esile, e in alcuni periodi si trasformava in una contrazione. “Per forza, è evidente che, con tutte queste vocine, la popolazione è a disagio e non riesce a spendere e crescere!”, berciavano i patrioti.

Ormai l’intero paese era in preda ad una nevrosi sempre più grave: i telegiornali dicevano che non riuscivamo a crescere perché nottetempo continuavano a sbarcare stranieri, che poi divoravano i nostri alberi e svuotavano le nostre dispense. Altri sostenevano che non riuscivamo ad arricchirci perché, in giro per il mondo, c’erano dei malvagi che spacciavano formaggi rancidi ed altre porcherie bisunte scrivendoci sopra “Made in Italy”.

Ma ormai la decisione era presa: serviva fare altro deficit, a cui “attingere”, per arrivare finalmente a crescere. L’ultimo buco e poi è fatta, giuro.

L’illusione monetaria dei keynesiani all’italiana

Pubblichiamo un articolo di Mario Seminerio tratto dal suo blog www.phastidio.net

Mentre il paese si prepara ad andare a sbattere con violenza contro gli scogli della realtà, con un deterioramento delle condizioni economiche frutto delle scelte demenziali di questo governo, tali da pompare incertezza ed amplificare la negativa congiuntura globale e soprattutto europea, ci sono poche speranze che il paradigma fallito che ci ha portati sin qui possa essere rovesciato in tempo per evitare il naufragio. Anzi, è assai probabile che questo stesso paradigma verrà riproposto da qualsiasi altra forza politica ambisca al timone del relitto Italia.

Sono due i capisaldi di questo fallimentare paradigma. Il primo è il convincimento che la spesa pubblica sia la leva strategica per aumentare non solo il livello del Pil ma anche la sua pendenza, cioè il tasso di crescita. Da lì originano tutte le idiozie su leggendari moltiplicatori della spesa, non solo di quella per investimenti ma anche di quella corrente.

Ovviamente, questa credenza è quella che ha portato il paese ad avere una spesa pubblica di qualità infima, e col passare del tempo ulteriormente degradata da tagli necessari a tenerla sotto controllo, in presenza di aumento della spesa per interessi sul debito pubblico.

Malgrado anni di denaro facile della Bce, l’Italia non è riuscita a piegare il rapporto debito-Pil a causa di una crescita nominale sempre inferiore al costo medio del debito. In conseguenza di ciò, ecco l’esigenza di incaprettarsi con persistenti ed elevati avanzi primari, che qualche genio pensa siano una raccolta punti da far valere a Bruxelles per vincere più deficit anziché la misura tangibile del fallimento della politica economica di un paese. Che fare, qui? Di certo, suggerire di monetizzare il debito “perché tanto l’inflazione è bassa” non porterà in Italia il Nobel per l’Economia.

Eppure, ad ogni legislatura, non manca mai la proposta geniale che vede spesa pubblica in aumento ed in grado di aumentare livello e pendenza del Pil. Un classico esempio di follia, quello di credere che ripetendo ossessivamente le stesse azioni si possa conseguire un esito differente.

L’altro caposaldo del paradigma è quello che crede che il problema italiano sia una insufficiente competitività a causa del cambio. In pratica, si argomenta, svalutando il cambio riusciremmo ad aumentare la crescita. Anche no. Intanto, i dati sulla competitività indicano che l’Italia dispone già oggi di un settore produttivo vocato all’export che è molto competitivo, pur se non molto grande.

Questa tesi non considera inoltre l’esistenza delle catene globali del valore (Global Value Chain) che sono quelle che hanno sin qui determinato un aumento del contenuto di import delle esportazioni. Detto in parole povere, i componenti del prodotto finito viaggiano attraverso i confini, spesso facendo la spola. Quindi una svalutazione serve assai meno di un tempo, e rischia di essere controproducente.

Credere che un paese competa sulla base del solo fattore prezzo, o meglio che quest’ultimo dipenda in modo determinante dal cambio anziché dal contenuto di valore aggiunto e dalla crescita della produttività è argomentazione che penso non usino più neppure in Bangladesh. Ma evidentemente, in Italia c’è un mainstream rimasto agli anni Settanta o che ambisce a retrocedere nella catena del valore. Non è un caso che, mentre noi facciamo la ola per le fulgide prospettive di esportazione di arance, altri vendono Airbus alla Cina. Ho la sensazione che il nostro deficit commerciale bilaterale con Pechino non si ridurrà, anzi.

Un corollario del secondo caposaldo sostiene ossessivamente da anni che “se non si può svalutare il cambio, si svaluta il lavoro”. Ottimo punto per chi soffre di illusione monetaria e vede un mondo fatto di grandezze nominali e non reali.

Prescindiamo per il momento dalla capacità di innovazione, ci porterebbe troppo al largo. Focalizziamoci sulla frontiera tecnologica esistente, e quindi sul breve-medio termine. Vedete, se il problema è recuperare competitività, e non si ritiene di dare peso a quella fanfaluca per professoroni nota come produttività (che qualche giornalista pensa derivi dal numero di ore lavorate pro capite, pensate che pazienza occorre), allora sappiate che la competitività si misura come metrica reale, e non nominale.

Quindi? Quindi svalutazione nominale del cambio richiede comunque svalutazione dei salari reali, altrimenti niente recupero di competitività, signora mia. Ma questo non vi verrà detto, ovviamente.

In sintesi: in Italia vige una forma di “keynesismo” caricaturale, dove la spesa pubblica (meglio se corrente) è il pivot di tutto (sia in recessione che in espansione), oltre ad una patologica illusione monetaria che ignora che le uniche variabili che contano, in economia, sono quelle reali. Probabile che l’Italia sia stata pesantemente spiazzata dalla globalizzazione, in cui è entrata con un’economia mediamente a basso valore aggiunto ed un settore domestico di servizi non tradable che spesso sono caratteristici dell’economia di vicolo. Ma le ricette che continuano ad essere proposte sono la via diretta per il fallimento.

La recessione e il paese che si autoinganna

Pubblichiamo un articolo di Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

“Nel quarto trimestre 2018, la stima preliminare del Pil italiano indica una contrazione dello 0,2%, peggiore delle attese, poste a -0,1%. A livello annuale, corretto per i giorni lavorati, la crescita italiana segna un imbarazzante +0,1%. In attesa della disaggregazione puntuale, a inizio marzo, sappiamo che la domanda interna ha fornito nel trimestre un contributo negativo, mentre quella estera netta ha aggiunto crescita. Ma quello che davvero sappiamo è che l’Italia sta dirigendosi verso gli scogli, in splendida solitudine.

La Francia, per non fare nomi, cresce nel trimestre dello 0,3%, malgrado i casseur chiamati Gilet Jaunes. E la domanda interna transalpina non si contrae, mentre anche in questo caso l’export sostiene la crescita. La Spagna mette a segno il suo ormai abituale +0,7% trimestrale, per un +2,4% annuale. La Germania non ha ancora reso noto il dato trimestrale, ma sappiamo già da ora che non sarà comunque negativo.

L’Italia è in contrazione, unico tra i grandi paesi europei. Questa contrazione è frutto non solo e non tanto di tensioni esterne, come quelle protezionistiche, o della filiera automotive europea che sta ancora cercando di venire a capo dei nuovi test di omologazione oltre che della crisi esistenziale del diesel.

No, non è solo questo: l’Italia paga un prezzo carissimo alla politica economica dilettantesca, vandalistica e criminale che questo esecutivo e questa maggioranza perseguono su base sistematica. La fortissima incertezza generata su base domestica, con l’aumento dello spread, le misure autolesionistiche sul mercato del lavoro, la creazione di un clima ostile all’impresa e centrato su un assistenzialismo distruttivo, l’accensione di un’ipoteca devastante sui conti pubblici, con misure di esplosione della spesa corrente che sono prive di copertura, dopo il 2019.

La spada di Damocle di un aumento monstre delle imposte indirette nei prossimi due anni, che finirà a lasciare il posto a nuovi tributi patrimoniali, per mancanza di alternative.

Nel frattempo, è tutta un’azione di lavaggio del cervello di massa, orchestrata da piccoli Goebbels che si aggrappano a idiozie come il signoraggio, il Protocollo dei Savi di Sion, o a manovre diversive come l’alimentazione di un razzismo di massa o un nazionalismo stupidamente aggressivo contro i nostri maggiori partner commerciali e politici europei. Su questa azione di programmazione di menti deboli e semplici, l’azione indecente di giornalisti fiancheggiatori, con le loro testate ed i loro momenti di liquame televisivo.

Su tutto, il tradizionale vittimismo italiano, quello che ben conosciamo nella storia, e una propensione a mentire e manipolare la realtà che sta raggiungendo livelli deformi di narrazione distopica. Ogni giorno ha una giustificazione ed un alibi: è stata la Bce che non ci aiuta, è stata la Commissione europea, c’è un piano europeo per distruggerci, se solo potessimo stampare moneta faremmo tremare il mondo.

Un Presidente del Consiglio che è l’epitome di questa farsa tragica, che va in un consesso internazionale e si dice convinto che l’Italia potrà crescere di 1,5% nel 2019. Pochi giorni dopo si reca a parlare con gli imprenditori di una delle regioni-traino del paese, e dice che per qualche mese sarà stagnazione ma la colpa è di fattori esterni e comunque nel secondo semestre ripartiremo. Servirebbe maggiore rispetto di sé, come prerequisito per rispettare gli interlocutori. Ma questo è oggi il mainstream italiano.

In questo clima, prosperano nullafacenti colpiti da improvviso benessere, faccendieri ripuliti ma neppure troppo, millantatori, accademici falliti che sognavano da una vita la loro rivincita. Tutti con un solo programma: mentire ossessivamente e manipolare, come neppure negli scritti di Orwell troverete riscontro.

Un paese alla deriva, una drammatica deriva che sfocerà in tragedia, se e quando vi sarà una recessione a livello internazionale. Sarebbe assai blando risarcimento, se mestatori e manipolatori fossero puniti da quelle stesse anime semplici risvegliate furiose dalla manipolazione. La verità è che è più probabile che il fallimento di questi creerà un nuovo ceppo batterico resistente ad ogni antibiotico, fatto di una regressione ancora più profonda, che condurrà a forme ancor più deleterie di fasciopopulismo e renderà l’Italia un caso unico di regressione civile nel mondo sviluppato.

Il Signore, o chi per esso, aiuti questo disgraziato paese.”

Conte, il liberoscambista protezionista

Ieri a Davos il presidente del consiglio, Giuseppe Conte, ha tenuto il suo “atteso” discorso, davanti ad una platea non particolarmente folta. L’evento non resterà negli annali della storia ma è stato l’occasione per ribadire alcuni assai logori luoghi comuni che fanno ormai parte della cultura mainstream di questo paese, e che ne garantiranno il declino.

Tralasciamo le note di colore su quanto detto da Conte prima ed ai margini del suo speech. Ad esempio, sulla possibilità che il Pil italiano cresca quest’anno del famoso 1,5%, che era apparso in sogno ai nostri eroi a fine estate, e che già allora pareva frutto dei postumi di una sbornia o dell’uso di sostanze, pure tagliate male.

Non è dato sapere su quali motivazioni fattuali e razionali poggi il convincimento di Conte. Forse trae alimento da altre dimensioni, più fideistiche, che per un seguace di Padre Pio potrebbe pure starci. Il premier ha poi bacchettato le intese tra Francia e Germania sul seggio permanente all’Onu, rivendicandolo per l’intera Ue. E questo direi che è punto condivisibile, a grandi linee.

Ha poi fatto seguito la ormai abituale lamentazione contro la Francia, esercizio stucchevole di programmazione neurolinguistica per titillare il popolo straccione e qualche principe della penna e della lingua, che su concitata base giornaliera narra queste sceneggiate italiane attraverso canoni di lettura manco fossimo prossimi allo scoppio della prima guerra mondiale. Ma transeat.

Conte esalta il tipico nazionalismo asimmetrico dei somari arruffapopolo di casa nostra. Del tipo: “ehi, ora mettiamo i dazi per proteggerci ma se voi non ci aprirete i vostri mercati, saranno guai!”. Che accadrà, se questa Italia verrà considerata inaffidabile per partnership economiche da altri paesi europei? Semplice: Che le verranno preclusi i maggiori deal, e che quelli in essere verranno smontati, per logoramento.

Il caso Fincantieri-STX promette di essere la prova-costume di questa realtà, e dubito che strepitare contro il cattivone Macron serva, visto che anche Marine Le Pen ha già detto esplicitamente che, se fosse per lei, STX andrebbe nazionalizzata o comunque resa francese al 100%.

Per farla breve, non mi pare che un paese come l’Italia, che ha un avanzo commerciale bilaterale con la Francia di 11 miliardi (ammesso che questa metrica valga realmente qualcosa), possa permettersi di suicidarsi insolentendo i francesi (e non solo Macron). Ma attenzione, perché nazionalismo chiama nazionalismo.

Il discorso di Conte a Davos è soprattutto un gran mischione di temi globali e locali. Nel senso che finisce ad imputare alla globalizzazione (e soprattutto all’euro) quelli che sono stati esclusivamente errori nel percorso di crescita italiano, da molto tempo a questa parte. Qualche esempio?

Il popolo italiano è stato paziente e disciplinato per molti anni. Ha avuto fiducia nelle istituzioni italiane ed europee, politiche e tecniche. Per anni, gli italiani hanno fatto propri i principi economici fondamentali predicati dal cosiddetto ordine liberal-democratico: l’integrazione nel mercato globale, la libera circolazione di persone e capitali, la disciplina di bilancio, l’adozione incontrollata di nuove tecnologie e la crescita senza limiti della finanza globale”.

Signora mia, gli italiani sono stati pazienti verso la globalizzazione e l’ordine liberal-democratico, vivendo in un paese devastato dal corporativismo e da una corrosiva mentalità socialista ed antimercatista, che coinvolge pressoché tutte le cosiddette élite di casa nostra, quelle che da sempre spolpano lo stato per preservare le proprie rendite parassitarie. Ma ora basta: fermate il mondo, il Popolo (italiano) vuole scendere! Altrimenti proveremo con “l’ordine illiberal-antidemocratico”, è una promessa.

E come finì che Conte scambiò cause ed effetti, confermandosi ultimo bardo di quel socialismo surreale che è alla base del fallimento di questo paese? Con questa profonda lettura delle vicende dell’euro:

Il prezzo da pagare per avere una moneta stabile e una bassa inflazione è stato un debito pubblico crescente, nonostante si richiedesse continuamente di stringere la cinghia per mantenere la spesa pubblica primaria (al netto della spesa per interessi) costantemente al di sotto delle entrate fiscali. La disciplina di bilancio ha frenato la crescita del PIL. Nel terzo trimestre del 2018, il PIL è ancora 5 punti percentuali al di sotto del picco massimo di questi anni, registrato nel 2008”.

L’Avvocato del Popolo non pare avere grande dimestichezza con la logica. Il che è strano, per un avvocato. Ma forse non per un avvocato italiano. Come che sia, l’avanzo primario è stato la corda a cui si è impiccato un paese che non riusciva a crescere con riforme strutturali e doveva rassicurare i creditori: non è certo figlio dell’euro e men che mai della globalizzazione, quella cattiva e con tante b.

Fantastica, poi, le lettura keynesiana all’amatriciana sulla “disciplina di bilancio che ha frenato la crescita del Pil”. Affermazione demenziale che postula che unico motore della crescita sia il deficit pubblico. Ma certo, certo. E tuttavia, in questo concetto di Conte c’è davvero l’essenza del mainstream italiano: basta “austerità”, signora mia. Un paese ed un popolo che non riescono a comprendere che ripetere ossessivamente la stessa cosa attendendosi ogni volta un esito differente è l’anticamera della follia, non può che finire ad avere al governo gente come Di Maio, Castelli, Toninelli e compari. Ma anche i leghisti, il cui motto primigenio localistico era “evasione fiscale & sussidi pubblici”, ed ora tentano di esportarlo in tutto il paese, con lusinghiero successo di pubblico.

E dopo tutte queste pippe mentali sui massimi sistemi, in cui globalizzazione ed euro sono i cattivi che ostacolano il Popolo italiano nel raggiungimento della felicità, premesse che aprono di fatto la strada a teorizzazioni molto ardite e quasi inedite, del tipo “protezionismo & spesa pubblica”, narrano le cronache che il buon Conte abbia avuto un bilaterale col neo presidente brasiliano, Jair Messias Bolsonaro. Con richieste di quest’ultimo che subito metteranno alla prova l’Avvocato del Popolo ed i suoi intimi convincimenti.

Scrive oggi Marco Bresolin su La Stampa, riguardo al programma di vendita di corvette italiane al Brasile, per cui sono in corsa Fincantieri e Leonardo:

“Conte promette al suo interlocutore che farà lobbying a Bruxelles per aprire le porte del mercato europeo alla carne e ai prodotti agricoli in arrivo dal Brasile. Per superare le resistenze francesi – assicura – si farà promotore di un «gruppo di pressione» per sbloccare i negoziati sull’accordo Ue-Mercosur. Lo stesso accordo che secondo la Coldiretti «affosserà il Made in Italy» e porterà a una «invasione di prodotti stranieri a dazio zero». Ma il capo del governo sembra pronto a sacrificare le rivendicazioni degli agricoltori sull’altare dell’industria militare. Sempre che il suo vice Matteo Salvini non si metta di traverso”.

Che mondo difficile, avvocato professor Conte: essere al contempo liberoscambisti e protezionisti, per servire il Popolo.

Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

La risposta del governo alla Commissione Europea

Pubblichiamo un graffiante articolo di Mario Seminerio sulla risposta del governo alle osservazioni della Commissione Europea sul bilancio 2019. Tratto dal sito www.phastidio.net

E dunque il governo italiano ha replicato alla Commissione Ue, mantenendo la propria posizione: la legge di bilancio più disfunzionale della recente storia italiana non si tocca; al più, saranno previste misure di “salvaguardia” che oscillano tra l’irrealizzabile e l’autolesionistico, dopo che il ministro dell’Economia ha deciso di prestare sino alla fine la sua immagine e la sua storia professionale a questa gigantesca operazione di voto di scambio di chiaro intento suicidario per il paese.

Già ieri, dopo un tentativo (almeno secondo la stampa) di rivedere al ribasso le stime di crescita per il 2019, Giovanni Tria non aveva trovato di meglio che dettare alle agenzie il proprio pensiero, e ribadire che le stime di crescita sono frutto di “valutazione squisitamente tecnica”, e come tali “non possono diventare oggetto di negoziato alcuno dentro o fuori dal governo” .

Che non è chiaro che significhi, esattamente: in cosa si sostanzierebbe, la “valutazione tecnica”? In una stima di crescita che è ormai del tutto irrealistica, vista l’evoluzione congiunturale? E provare a fare girare nuovamente i modelli, per verificare quello che è sotto gli occhi di tutti? Oppure la “valutazione tecnica” si sostanzia nei numeri al lotto dei moltiplicatori attesi dalla manovra? E qui servono alcune precisazioni di senso logico, prima che economico.

Se la congiuntura rallenta ma il governo tiene ferma la stima di crescita, ciò significa una ed una sola cosa: che i moltiplicatori aumentano. E già qui si fatica a restare seri. Ma non è tutto. Leggendo la lettera di replica di Tria alla Commissione, si apprende che il governo italiano punta ad alcune misure di “salvaguardia”. Ad esempio, il deficit-Pil per il 2019 al 2,4% è considerato (tenetevi forte) “limite invalicabile”.

Niente meno. Il che vuol dire che il deficit sarà sottoposto a

«[…] costante monitoraggio, verificando sia la coerenza del quadro macroeconomico sottostante le ipotesi di finanza pubblica, sia l’andamento delle entrate e delle spese»

Sarebbe troppo facile segnalare al ministro che la “coerenza del quadro macroeconomico sottostante alle ipotesi di finanza pubblica” è già andata a farsi fottere, date le stime di crescita, ma quello che è ancora più surreale è che questo precetto implica che, in caso di crollo della crescita, il governo italiano promette solennemente di adottare una stretta fiscale, per esacerbarne gli effetti. Sembra quasi che l’esecutivo pensi che, data la pessima qualità della spesa pubblica, se andiamo a comprimerla riusciamo a stimolare la crescita. La realtà è che, se mai dovessero andare a difendere il “limite invalicabile” del rapporto deficit-Pil, ciò avverrà con una stretta tributaria, ed ulteriori danni.

In aggiunta, Tria “segnala” alla Commissione che la manovra è “costruita sul tendenziale e non tiene conto della crescita programmata”. Tradotto: poiché puntiamo a 1,5% e non a 0,9%, avremo circa uno 0,2% di Pil di maggiori entrate fiscali “virtuali” indotte da questa previsione, e di conseguenza il deficit-Pil andrebbe previsto al 2,2% e non al 2,4%. Meraviglioso: inventarsi la crescita per poi spendersi l’extragettito. Ci si chiede perché non immaginare un bel 2% di crescita, con tesoretto fiscale “programmatico” di 0,4%, allora. Oppure il 3%, con beneficio di 0,7%. Avremmo quadrato i conti prima e meglio, ipotizzando di avere come interlocutori la famosa colonia di gibboni. Il genio italiano della truffa, spesso ritratto nella nostra cinematografia, non è più quello di una volta, ahimè.

Segue poi, direttamente dal governo che combatte le “privatizzazioni” e vuole dare nuovo impulso allo stato imprenditore e regolatore, l’ideuzza di mettere un bel rinforzino alla discesa del rapporto debito-Pil, iscrivendo al bilancio 2019 proventi da dismissioni per ben 18 miliardi di euro, l’1% del Pil. Saranno “immobili che non servono”, si è affrettato a dire Giggino, per non irritare l’ala statalista dell’esecutivo, e magari anche revisioni ai regimi di concessione. Peccato che questi ultimi giungano a scadenza nei decenni, quindi anche la loro meritoria revisione non si materializzerà nell’arco del triennio di previsione. Ma resta sempre in essere qualche magheggio con la Cassa Depositi e Prestiti, sempre che le fondazioni bancarie e Giuseppe Guzzetti siano d’accordo.

Quanto al resto, ho già detto e scritto alla nausea: una misura sulle pensioni che fa esplodere il debito pensionistico e mette una corda al collo delle giovani generazioni, spacciata come un’epocale generazione di nuova occupazione (attenderete a lungo, ragazzi); la previsione di spesa pensionistica nel 2019 che è già del tutto sballata, secondo i calcoli dell’Ufficio parlamentare di bilancio; la necessità di avere effetti differiti dei pensionamenti “perché altrimenti la pubblica amministrazione entra in sofferenza”, con tutte quelle uscite. Abbiamo fretta di avere risultati ma non subito, perché dobbiamo limitare il tiraggio di spesa pubblica. E poi aiutiamo le imprese, come noto, con un epocale alleggerimento fiscale. Ah no, aspetta.

Dovrebbe esserci un “limite invalicabile” anche a stupidità e malafede. Purtroppo pare che quel limite, nel caso italiano, sia stato spostato enormemente più in là.

Come riscriverei la manovra

Articolo di Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

Visto che in questo paese ogni occasione è opportuna per organizzare giochi di società ed ingannare il tempo in attesa del dissesto, oggi vorrei dedicarmi ad una “riscrittura” della manovra del nostro confuso governo pro tempore, anche per rispondere alle stucchevoli obiezioni di chi non mi legge né ascolta su base regolare ma trova modo (da anni) di uscirsene con la solita frasetta scema del tipo “fai troppe critiche, proponi qualcosa, invece”. E quindi, giochiamo.

Vediamo come rettificare le misure principali di una legge di bilancio fatta di spesa corrente con coperture una tantum, al punto che persino Moody’s ha fatto confusione (forse), oppure ha dato prova di ottimismo, pensando davvero che l’intervento sulle pensioni alla fine non andrà oltre il 2019.

Se obiettivo è quello di svecchiare gli organici, decisamente meglio prevedere dei fondi aziendali o settoriali per gestire gli “scivoli” alla pensione, sulla falsariga di quello esistente nel credito, e alimentarli con contributi datoriali e dei lavoratori, con eventuale residuale integrazione pubblica. Presentare il ritorno delle pensioni di anzianità nel paese più vecchio del mondo come misura per spingere l’inesistente staffetta generazionale, o addirittura per “rendere le aziende più competitive”, indica solo il micidiale mix di ignoranza e malafede dei proponenti. Per i seniores in azienda si potrebbe pensare a forme di part-time con protezione della contribuzione piena, comunque.

Misure come l’Ape sociale dovrebbero restare, essendo una sorta di “salvaguardia” implicita all’impianto della legge Fornero.

In luogo di reintrodurre la Cigs per cessazione, che alla fine tutela il posto di lavoro (morto) e non il lavoratore, servirebbe potenziare la Naspi.

Quanto al reddito di cittadinanza, la mia proposta è di irrobustire invece il reddito di inclusione e non fare casini col mercato del lavoro, perché qui finiremo a disincentivare l’offerta ed incentivare il nero. Il Rei è misura del tutto tardiva e quantitativamente insufficiente dei governi Pd della scorsa legislatura ma non per questo va buttata nello sciacquone. Il reddito di cittadinanza, per come è costruito e per gli importi in gioco, sarà solo una devastante rendita parassitaria travestita da ibrido tra mercato del lavoro e politiche sociali. In pratica, sarà la forma terminale del voto di scambio.

Serve poi “riqualificare” gli 80 euro di Renzi, dieci miliardi che ingessano ogni anno il bilancio dello Stato. In che modo? Due opzioni: creare l’equivalente di un EITC, cioè tax credit rimborsabile (quindi a beneficio anche degli incapienti) per aiutare i working poor, quindi mantenendo la misura legata alla presenza di lavoro. Oppure usare quei fondi per ridisegnare la curva Irpef, smorzandone la pendenza attraverso azione sulle detrazioni.

Sarebbe poi utile introdurre anche in Italia la fiscalità in base al nucleo familiare, per evolvere verso il quoziente in modo da non disincentivare l’offerta di lavoro del secondo percettore di reddito della famiglia.

Servirebbe poi prevedere altre risorse per la riduzione strutturale del cuneo fiscale, dopo che anche la scorsa legislatura è stata sprecata preferendo la via alternativa di decontribuzioni a termine o generazionali, che di conseguenza hanno favorito distorsioni del mercato del lavoro e mantenuto il tempo determinato come forma contrattuale elettiva per il datore di lavoro. Quando i costi dell’indeterminato sono elevati, così come l’incertezza (domestica ed esterna), mi pare evidente che le imprese non si fiondino ad assumere in via permanente. Ma qui purtroppo serve fare i conti con la scarsità di risorse fiscali disponibili. Di certo, se dovessi andare in guerra contro la Commissione Ue e gli altri governi europei per un ampio sforamento dei conti pubblici, lo farei per misure di questo tipo, non per demenziali misure clientelari.

In sintesi, e dopo alcune proposte certamente non esaustive: servono soldi, e tanti. Questi interventi sono il correttivo minimo ad una manovra da scappati di casa che sta mettendo il cappio attorno al collo del paese. Innegabile che nella scorsa legislatura sono state sprecate molte risorse e, se la memoria non mi inganna, ne ho scritto e parlato ad nauseam, con buona pace della memoria selettiva (e della malafede) di quanti mi chiedono conto ora. Le risorse costano, perché per definizione sono scarse, nel mondo reale. Quindi, se proprio devo cercare di lottare per prendermi margini, meglio farlo per misure differenti dalla pura spesa corrente. A proposito: ma dove sono tutti questi investimenti?

Che fine ha fatto il decreto dignità?

È un po’ che l’abbiamo perso di vista. Eppure il decreto dignità è l’unico atto di governo prodotto dal M5S in questi mesi. Ce ne parla Mario Seminerio in un articolo pubblicato il 19 settembre su www.phastidio.net

“Oggi sul Sole trovate un’interessante inchiesta, a firma di Giorgio Pogliotti e Claudio Tucci, in cui vi sono numerose evidenze aneddotiche di quello che tutti o quasi sapevano, da subito: il cosiddetto decreto dignità è destinato semplicemente ad aumentare il turnover dei contratti a tempo determinato. Ovviamente, il “quasi” è riferito agli scienziati che hanno fortemente voluto una simile idiozia.

I responsabili aziendali interpellati, appartenenti ad un vasto spettro di settori, con differente generazione di valore aggiunto e differente incidenza dei rapporti a tempo indeterminato, rispondono secondo un denominatore comune: la sostanziale inapplicabilità delle causali, che di conseguenza spinge a restare sul contratto acausale entro i 12 mesi di durata.

Le imprese hanno attivato una strategia di “riduzione del danno”, portando a scadenza i contratti a termine stipulati con le vecchie disposizioni. Per evitare il contenzioso giudiziario, la scelta è di ridurre a 12 mesi la durata dei nuovi contratti, per l’impossibilità di applicare le rigide causali. Si ricorre maggiormente al turnover, per una durata massima accorciata.

Il tutto si innesta su quella che appare una ormai evidente decelerazione della congiuntura, che quindi porterà a livello aggregato a sfoltire gli organici mediante mancato rinnovo dei tempi determinati, dove col termine “rinnovo” si deve intendere, da qui in avanti, non un nuovo contratto a termine per lo stesso lavoratore bensì per uno differente. Interessante notare che le aziende sondate sono concordi nel parlare di danno anche per loro, oltre che per i precari che resteranno sempre più tali.

Nello specifico, ci sono aziende che operano su commessa e che ritengono di restare sul tempo determinato sulle linee di produzione, ma sono preoccupate per i rischi di contenzioso da causali. Il manager di una multinazionale con sede centrale in Veneto e cinque sedi produttive in Italia, afferma:

«Mi sono sforzato di capire come declinare le causali, ma sinceramente ritengo che sarà praticamente impossibile utilizzare i contratti per un periodo superiore ai dodici mesi. È ragionevole prevedere una perdita di efficienza e maggiori costi derivanti dalla sostituzione del personale perché non è pensabile trasformare tutti i contratti a tempo determinato e somministrati in rapporti a tempo indeterminato. La flessibilità è infatti per noi fondamentale per adattarci alla stagionalità delle esigenze produttive che sono più alte nella prima metà dell’anno»

Appare del tutto evidente che le aziende hanno costi strutturalmente elevati, con o senza stagionalità, e che ove possibile preferiscano stare sul tempo determinato, che costa comunque di meno, complessivamente, essendo privo di oneri di uscita per mancato rinnovo. Per tacere del fatto che sui tempi indeterminati si è aggiunta la maggiore onerosità degli indennizzi per licenziamento illegittimo ma anche della procedura per evitare il contenzioso mediante buonuscita al lavoratore.

Ciò premesso, ci sono però anche aziende che ricorrono genuinamente al tempo determinato per fluttuazioni produttive, e di solito sono quelle che generano più valore aggiunto, quindi in grado di reggere un costo del lavoro maggiore, a tempo indeterminato, che è il portato di profili professionali più qualificati. Ma anche in queste aziende ci sono addetti di linea produttiva, che vanno certamente formati ma sono più fungibili con altri lavoratori che possono essere chiamati da fuori. Prima si prende coscienza di ciò, meglio è.

Se l’obiettivo del decreto dignità era quello di incentivare le trasformazioni a tempo indeterminato, quell’obiettivo rischia di essere completamente mancato. In primo luogo perché, come abbiamo appena letto, il tempo determinato è fisiologico anche nelle imprese “vere”, quelle che producono più valore aggiunto. Non stiamo parlando di imprese marginali, quindi, né di quelle che si occupano dei famigerati “lavoretti”, che comunque per qualcuno è meglio che restino in nero e non regolamentati. Poi, come detto, nulla è stato fatto per agevolare le trasformazioni, in termini di taglio dell’onerosità del contratto a tempo indeterminato, ma quest’ultimo è stato ulteriormente irrigidito di oneri potenziali, sui licenziamenti giudicati illegittimi.

Al netto del nucleo della componente di lavoratori più fluttuante e legata in modo diretto alla congiuntura, le aziende si sono ritrovate con maggiori oneri potenziali, di tipo legale, ed hanno quindi deciso di percorrere la via dei maggiori costi legati all’aumentato turnover. Resta una perdita, ma per le imprese appare una scelta di riduzione del danno.

Serviva agire per ridurre il costo del lavoro, in modo da incentivare le conversioni a tempo indeterminato; quello che si otterrà, invece, sarà un aumento del turnover e delle sofferenze di chi lavora a tempo determinato, quindi sarebbe meglio chiamarlo decreto turnover, anziché dignità. Così vanno le cose, quando si legifera con i piedi o altre parti anatomiche. Cioè come gente che col mondo del lavoro ha assai scarsa dimestichezza. Altrimenti detti, “scappati di casa”.”

Quattro passi nel delirio agostano nazionalista-socialista

Il mese di agosto è, per tradizione, quello in cui le forze politiche sparano più idiozie del solito, oltre che quello in cui i giornali devono saturare la foliazione di luoghi ancor più comuni del solito. Quest’anno la situazione è simile ma differente. Perché abbiamo un esecutivo che danza sull’orlo di un vulcano attivo, perché si è già innescata una copiosa fuga di capitali dall’Italia, perché le iniziative legislative sono qualcosa di demenziale, ad essere gentili, e perché le dichiarazioni alla stampa hanno frequenza direttamente proporzionale al tasso di stupidità delle medesime.

Prendete la rassegna stampa di oggi. In essa scoprite che la maggioranza starebbe raggiungendo una convergenza su un controllo pubblico integrale di Alitalia, senza partner industriale, cioè senza vettore estero nell’azionariato, e per questo compito sarebbero stati individuati Ferrovie dello StatoCassa Depositi e Prestitie la sua controllata Poste italiane. Almeno, questo è quanto scrive oggi Nicola Lillo su La Stampa.

Come ho già commentato giorni addietro, la partecipazione di CDP in un’azienda decotta non è un vero ostacolo: basta gemmare da CDP una finanziaria ad hoc, che come tale non è soggetta ai vincoli di investire in soggetto “viable“, cioè economicamente vitale, come dicono gli anglosassoni. Oppure si può creare una newco, che come tale non ha una storia di perdite cumulate ma solo un meraviglioso business plan da guardare con gli occhiali da sole.

Se davvero l’orientamento governativo è questo, prepariamoci ad un bagno di sangue, visto che obiettivo dei nostri nazionalisti socialisti è quello di mantenere gli attuali livelli di occupazione. Meravigliosa la frase pronunciata stamane a Radio24 da Luigi Di Maio: “Alitalia deve essere un’azienda che ci consenta di gestire i flussi turistici del futuro con una regia politica”. Chissà che gli è accaduto, da bambino.

Altro tema estivo che ha protagonista il piccolo nordcoreano Di Maio è il tormentone Ilva, in cui si chiede ad Arcelor Mittal di prendersi in carico tutti i livelli occupazionali correnti, e nel frattempo si invoca l’Avvocatura dello Stato per valutare l’annullamento in autotutela della gara che ha assegnato la società siderurgica. Quando si dice dare certezza ad un negoziato… Soprattutto considerando che Di Maio pare non voler tenere in carico al pubblico gli esuberi precedentemente identificati. Forse, in luogo di 3.500, è preferibile avere 14 mila persone in carico al pubblico, chissà.

Ancora una volta, l’Italia si pone come la grande benefattrice d’Europa: non solo il rischio dissesto sul Btp è in crescita, ed il rialzo dei rendimenti sui nostri titoli pubblici innesca un movimento di “flight to quality” che porta ad acquisti sugli altri titoli di stato europei, iniettando in tali paesi uno stimolo espansivo rigorosamente Made in Italy. Nel caso di Ilva, se l’impianto dovesse chiudere, avremmo tagliato una robusta quantità di eccesso di capacità produttiva europea e globale nell’acciaio, con conseguente sostegno ai prezzi ed agli utili dei produttori rimasti. L’Italia, per parte sua, dovrebbe importare acciaio e potrebbe quindi spianare il suo surplus commerciale, come nei desideri del prestigioso economista che guida pro tempore gli Affari europei nel nostro esecutivo. Perché, come sapete, c’è questa corrente di pensiero secondo cui un avanzo commerciale è tutta domanda interna distrutta, signora mia.

Ma forse le cose non andranno così: forse Arcelor Mittal si ritirerà, e verrà sostituita da un gruppo di investitori solo tricolori: che ne dite di Ferrovie, CDP, Poste?

Sempre dalla rassegna stampa di oggi, si legge anche che la maggioranza starebbe convergendo verso “quota 100” nelle pensioni finanziando la manovra con la famosa “pace fiscale” cara a Matteo Salvini. Almeno, questo è quanto si legge oggi sul Messaggero, a firma di Marco Conti. In pratica, si dovrebbe pagare a saldo e stralcio il 25% del dovuto, sia su cartelle esattoriali sino a centomila euro che su liti in corso. Che poi, è esattamente il contrario di quanto suggerito dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che nei giorni scorsi ipotizzava semplicemente rateizzazioni del dovuto, non scontato. Il gettito stimato da questo saldo e stralcio, una dozzina di miliardi in due anni, servirebbe a finanziare la quota 100 nelle pensioni. Se vi chiedete come sia possibile finanziare con misure una tantum una maggiore spesa corrente permanente, sono con voi.

Ancora, la “lotta allo spread”: ieri, in una intervista ad Amedeo La Mattina su La Stampa, il sottosegretario leghista alle Infrastrutture, Armando Siri, è tornato ad ipotizzare il patriottico riacquisto del debito pubblico italiano in mano agli stranieri, precisando meglio il suo pensiero:

«Il problema del debito pubblico deve essere ridimensionato perché a 2.200 miliardi di debito pubblico corrispondono 5.000 miliardi di risparmio privato. Il problema è costituito dai titoli di Stato che sono nelle mani di soggetti stranieri. Noi dovremmo essere in grado di incentivare le famiglie ed i risparmiatori in titoli di stato, offrendo loro sgravi fiscali.

Io con un gruppo di esperti stiamo lavorando a una proposta dettagliata che verrà presentata ai presidenti delle commissioni bilancio e finanza della Camera e del Senato e al ministro dell’Economia: la creazione di uno strumento individuale di risparmio che va in questa direzione. Se la maggior parte del debito pubblico fosse nelle mani dei italiani non ci sarebbe più il problema dello spread»

Ecco, giusto: creiamo i Pir del debito pubblico italiano, abbiamo già l’acronimo: Siri, strumento individuale di risparmio italiano. Qualcuno però avverta il leghista che la manovra è infattibile, perché lo stesso beneficio fiscale andrebbe esteso anche a titoli Ocse. Di tutte le altre criticità, diciamo così, di questa meravigliosa idea del signor Siri, giornalista pubblicista senza laurea, ho già scritto qui.

Che dire di questo fil rouge nel delirio, quindi? Che la speranza è che si tratti di amplificazione giornalistica agostana di sussurri etilici orecchiati in malo modo. Perché, se così non fosse, credo che avremo nell’ordine il declassamento a spazzatura del debito pubblico italiano, tra il 31 agosto ed inizio settembre, un violento attacco speculativo al debito pubblico che nessun buyback “segreto” del Tesoro potrebbe contenere, ed il rapido avvitamento del paese nel caos.

Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

A quota 100 c’è fame e freddo

Pubblichiamo un intervento di Mario Seminerio tratto dal suo blog www.phastidio.net sulla riforma delle pensioni annunciata dal governo.

In attesa che il governo gialloverde prenda le prime decisioni pesanti, qualificanti e caratterizzanti il Contratto, ieri sono stati pubblicati i risultati di una simulazione col nuovo metodo di “quota 100”, come previsto da Alberto Brambilla, esperto previdenziale e consigliere della Lega per la riforma. Sono cose già note, in particolare le avevo tratteggiate qui, quando parlavo di nuove pensioni da fame nera e vera, ma è utile ribadirle con qualche dettaglio aggiuntivo.

Che troviamo su Repubblica di ieri, in un articolo di Valentina Conte. Riassumiamo in modo semplice quanto sappiamo sinora: prevista la “quota 100”, quindi uscite con almeno 64 anni di età e 36 di contributi – oppure “quota 41 e mezzo” – di soli contributi, a prescindere dall’età. C’è tuttavia una sorpresa che semplicemente non è tale, perché prevista ed ampiamente segnalata dallo stesso Brambilla: il ricalcolo col contributivo di quanto versato dal 1996 al 2011, cioè prima che entrassero in vigore le norme della legge Fornero che hanno generalizzato il contributivo.

In pratica, per ridurre il salasso a carico dei conti pubblici, si attua una sorta di “opzione donna” selettiva per un quindicennio di contribuzione, il 1996-2011. E che implica, ciò? Un taglio medio dell’importo della pensione del 9-10%. In pratica, la quota 100 ricalcolata produce gli stessi effetti dell’attuale regime dell’Ape Sociale, ma impatta a titolo definitivo sul trattamento pensionistico, inclusa l’eventuale reversibilità, mentre l’Ape sociale oggi resta in carico solo al pensionato e non ai suoi eredi, in termini di taglio dell’assegno di reversibilità.

Repubblica ha chiesto una simulazione del probabile nuovo regime ad una società specializzata, Tabula, guidata da Stefano Patriarca, ed i risultati di sintesi (di cui ho già scritto), sono questi:

«[…] chi ha avuto carriere discontinue o brevi (come statisticamente accade nel Sud e per le donne) oppure interruzioni superiori ai 2 anni per cassa integrazione o malattia (per “quota 100” valgono al massimo 2 anni di contributi figurativi) rischia con la “riforma Brambilla” di posticipare l’uscita dal lavoro fino a 3 anni. Quando va bene, non ha alcun vantaggio: esce alla stessa età di oggi. Analogo disagio toccherebbe a quanti oggi usufruiscono dell’Ape sociale e possono andare in pensione a 63 anni, fino ad un massimo di 1.500 euro, anche solo con 28, 30 o 36 anni di contributi, se appartenenti alle 15 categorie protette: dalle infermiere alle maestre di asilo, dagli operai edili ai siderurgici, dai facchini ai camionisti. L’Ape sociale verrebbe abolita, tra l’altro senza risparmiare granché, perché la misura termina a dicembre 2018, andrebbe rifinanziata e al massimo potrà garantire 200-300 milioni di soldi non spesi. Privi di Ape sociale (a carico dello Stato), le professioni più gravose perderebbero un importante ombrello di protezione, senza altra rete. Se non i 41 anni e mezzo di contribuzione: ma chi li ha, visto il nero e l’intermittenza che caratterizzano quei mestieri?»

Mi pare che il concetto sia chiaro. Se non lo fosse, agevolo con una tabella riepilogativa in calce a questo post. C’è poi altro punto da considerare, e cioè i giovani e le loro storie contributive, disastrate peggio delle strade di Roma:

«Infine l’impatto sui giovani e sui conti pubblici. I primi sono i perdenti a tutto tondo: pagano di tasca loro le riforme e controriforme di oggi e incasseranno domani, a 70 anni, pensioni da fame grazie a carriere piene di buchi e corse in bicicletta a portare pizze. Patriarca, ex consigliere di Palazzo Chigi nel governo Gentiloni, calcola che servono i versamenti di 5 giovani di oggi per pagare un solo anno di anticipo del nuovo “quotista” gialloverde. Se davvero l’intera operazione costasse 5 miliardi, come indica invece Brambilla – ma Patriarca la valuta in 9 miliardi – risucchierebbe il gettito contributivo di 900 mila under 30. In cambio di cosa? Il contratto di governo non lo dice. Perché ha dimenticato il capitolo “giovani”»

Quindi: pensioni con taglio di circa il 10%, per effetto del ricalcolo contributivo del periodo 1996-2011, e penalizzazioni anche forti, spesso sino al ripristino della riforma Fornero “hard”, cioè prima dell’ammortizzatore rappresentato dall’Ape sociale ed anche di quella volontaria, per chi ha carriere contributive brevi e/o discontinue.

Sempre ammesso che questa riforma veda la luce. Si, lo so, lo so: “lasciateli lavorare”. Sono alcuni lustri che la sento, in effetti.

Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

Il bluff di Salvini e Di Maio

Ripubblichiamo un articolo di Mario Seminerio tratto dal suo blog Phastidio.net

Quando ieri mattina ho scritto questo post, a metà tra la satira e l’ucronia, avevo espresso l’auspicio che il capo dello Stato accogliesse tutti i nomi della squadra di governo gialloverde, incluso quello per l’Economia, perché ritengo che solo la realtà possa occuparsi degli italiani. Così non è andata, Mattarella ha esercitato le proprie prerogative costituzionali, in quello che tutti sappiamo era, è e sarà un gigantesco gioco a somma negativa per questo disgraziato paese. E ora?

L’idea di Matteo Salvini, con a ruota gli inconsapevoli grillini, era semplice e geniale, nella sua coerenza: presentare una lista della spesa di costo stratosferico, finanziarla a deficit con creazione di circolazione monetaria parallela, vedere se la Bce accettava il diktat di comprarsi a piè di lista il nuovo debito italiano. In alternativa, decreto legge d’urgenza notturno, blocco della circolazione dei capitali, forze dell’ordine, esercito e qualche corpo paramilitare costituito alla bisogna per le strade. Questo a voler credere ad un Salvini disposto e deciso ad arrivare alle estreme conseguenze.

In alternativa, che poi è quello che è accaduto, Salvini poteva presentarsi come difensore della democrazia popolare, e condurre una nuova campagna elettorale all’attacco, per drenare non solo porzioni di elettorati di Forza Italia ma anche del M5S, che è il vero sconfitto di tutte queste manovre. Unica criticità, ora Salvini ed i suoi dovranno prendere da subito chiara posizione pro o contro l’uscita dalla moneta unica, e quanto  più risulteranno credibili, tanto più ci saranno reazioni dolorose sui mercati che porranno il capo leghista davanti alla scelta se proseguire o fermarsi prima, e quindi capitolare.

Giunti sin qui, proviamo ad analizzare persone, paesi e circostanze che hanno costruito questo psicodramma o che con esso possono avere attinenza.

Paolo Savona – Il vero deus ex machina nero della pièce teatrale. Ridicolo lo stupore di quanti si sono detti sconcertati per i veti a quello che, a loro giudizio, sarebbe solo una pregiata, stagionata e rassicurante riserva della Repubblica. Mai, e sottolineo mai, sottovalutare l’ego ed il mondo psichico di un economista, soprattutto di quelli in là con gli anni. A volte possono finire a convincersi di essere dei veri demiurghi, in grado di plasmare la realtà ai propri voleri (alcuni di loro lo fanno ampiamente anche da giovani). Nel caso di Savona, queste caratteristiche ci sono tutte, da molti anni, incluso il passo marziale (da “figlio di militare”) ai giardinetti di Villa Borghese ed i piani per destituire nottetempo tutti i dipendenti dello Stato resisi colpevoli di intelligenza col nemico nazi-europeo. Massima coerenza con la tesi leghista della inutilità di un referendum consultivo sull’euro, tanto caro invece agli sprovveduti grillini.

Alleanze europee – Quello di Savona, che nel marziale e reticente comunicato di ieri pomeriggio era soprattutto preoccupato di non spoilerare il suo editore e le sue memorie, mai è stato un piano A, ma sempre e solo uno scoperto piano B. In Europa, infatti, non c’è proprio nessuno in grado di schierarsi con questa Italia e queste richieste. Neppure Emmanuel Macron, che per rendersi credibile agli occhi di Berlino ed estrarre concessioni sta tentando di attuare riforme dal lato dell’offerta e non stimoli dal lato della domanda, che invece sono l’unico menù che gli italiani vogliono leggere, in ogni schieramento. Né alleato di questa Italia potrebbe essere il nuovo Shangri-la della nostra destra geneticamente mutata, il Gruppo di Visegrad, ormai esteso sino al Brennero. Ieri il cancelliere austriaco Sebastian Kurz ha espresso chiara e netta preoccupazione che il suo paese possa finire a pagare il conto del nuovo debito italiano. Sono “alleati”, che volete farci?

Euro e lepenismo – Un’altra leggenda metropolitana che sarebbe tempo di smontare è quella secondo cui Marine Le Pen sarebbe stata battuta dallo charme energetico di Emmanuel Macron e dai suoi simbolismi ibridi tra Marsigliese e Inno alla Gioia. No: Marine Le Pen è stata in primo luogo sconfitta dalla paura dei francesi di perdere i propri risparmi, denominati in euro. Tutto è cominciato col balbettio della Le Pen su improbabili doppie circolazioni franco-euro, ritorno allo Sme e consimili idiozie. Il problema, o meglio la tragedia, è che i francesi a maggioranza hanno capito l’antifona, votando col portafoglio. Dubito che gli italiani possano fare lo stesso, stante la loro abissale ignoranza. Meglio, molto meglio, sentire le farneticazioni di qualche giovanotto senza arte né parte, che delira di complotto delle agenzie di rating contro la Patria. Ecco la differenza, esiziale, tra noi e la Francia. Una crassa, incoercibile ignoranza.

Che c’è di nuovo, quindi? Forse, il fatto che ormai il genio è uscito dalla bottiglia, ed il premio al rischio Italia è qui per restare. Se Mattarella avesse dato via libera al governo Savona (con prestanome Conte), in poche settimane o giorni saremmo arrivati al redde rationem con la realtà. Ma forse l’esito non è tutto da gettare: da oggi in avanti, non ci sarà più modo di chiedere fantascientifiche modifiche ai trattati europei né fingere di voler attuare costosi programmi di spesa tacendo delle inesistenti coperture. Unica via, la messa alla prova del tessuto economico e sociale italiano di fronte ad aumenti del costo del debito ed alla fuga di investitori internazionali ma anche domestici (inclusa la base elettorale leghista di imprenditori del Nord), che voterebbero col portafoglio e con i piedi (per lo spallonaggio) o con tastiera e mouse per esprimere il proprio giudizio sul programma elettorale. Lì serve arrivare, lì arriveremo.

Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

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