I vizi della società civile (di Marta Boneschi)

Pubblichiamo ampi stralci dell’articolo di Marta Boneschi la cui versione integrale sta su www.lib21.org.

Chi ha letto l’articolo vecchiotto ma straordinariamente fresco e vitale di Francesco De Sanctis (Mali antichi: l’Italia, una società assente e irresponsabile), avrà valutato la profondità del male da estirpare, e il lungo cammino di civiltà che occorre intraprendere. Sono passati centotrentasei anni, e ancora l’avversario da battere è, sì, un leader di partito indecente (uno dei tanti), ma più di tutto ciò che nasconde sotto la giacca, nelle cellule cerebrali, nel fondo dell’anima: l’angustia dell’egoismo (ricordate il “padroni in casa propria”?), l’indifferenza (“rubano tutti, che male c’è?”) e il particolarismo (“il 75 per cento delle tasse resta in Lombardia”), l’elementare semplicità delle soluzioni (“cacciamoli tutti”).

Se atonia e ipocrisia erano mali troppo diffusi già nel 1877, data dell’articolo di De Sanctis, e se li ravvisiamo ancora oggi tra noi, vuol dire che siamo alle prese con una malattia subdola. La stessa che ha prodotto l’incompetenza di Adua nel 1896, l’autoritarismo del maggio 1898, l’ascesa irresistibile del fascismo nel 1922 e, ancora vivi e operanti, il clericalismo, l’ignoranza, le connivenze, la mentalità corporativa.

Scriveva De Sanctis che «il paese spettatore, ingigantendo, fantasticando, generalizzando, assiste allo spettacolo e ne fa il suo passa ozio. E’ una malattia che colpisce tutte le classi, le infime in una forma grossolana, e quasi cinica le altre, sotto un’apparenza ipocrita che mai dissimula il vuoto». … Il paese spettatore si accontenta, affidando il proprio destino in mani altrui, in mano a qualcuno che è maestro nell’arte di imbonire piuttosto che di ragionare sui casi reali….

Possibile che l’Italia di oggi presenti gli stessi vizi, soffra di debolezze quasi uguali? La risposta è sì, perché il suffragio universale, la buona alimentazione e un suv in garage non sono tutto. Manca il senso profondo della solidarietà e della convivenza, la buona educazione (che non sono le buone maniere), risorse preziose da accumulare in decenni, nel corso di generazioni, non da acquistare al supermercato.

Ancora più impressionante è il seguito di De Sanctis, perché tratta non dei contadini isolati e non istruiti, ma di quella che si suppone sia la classe dirigente….

La “classe intelligente” di De Sanctis si è trasformata, ora ha ampio diritto di parola, si esprime in linguaggio forbito, ma nelle fibre intime è rimasta passiva, indifferente, miope. E’ questa la cosiddetta “società civile”, una dizione fittizia e ingannevole. Non esiste alcuna società civile, ma individui o gruppi che si comportano anche da cittadini, e individui o gruppi che non dispongono (o rifiutano di disporre) degli strumenti che li innalzano a qualche cosa di più di una piccola e fragile creatura inerme. Non è questione di società civile, contrapposta a una società politica, a una casta.

La divisione in seno alla comunità nella quale viviamo passa tra chi accetta la sfida di cercare il meglio, e farlo, e chi si adagia e subisce. …. Circolano sempre la moneta cattiva e quella buona. …. La moneta buona sono i banchieri onesti e capaci, gli insegnanti che non smettono di studiare, le volontarie degli ospedali, delle case di riposo, delle case famiglia, e più semplicemente i medici che curano, i genitori che educano, gli studenti che studiano e così via.

E’ vero che moneta cattiva scaccia quella buona, ma con un po’ di ostinazione può – e deve – accadere il contrario. … In questo senso possiamo trarre coraggio dal caso di Milano… Tutt’altro che immune da lentezze ed errori, la giunta Pisapia è riuscita a mostrare impegno per i problemi reali della città. Lo spirito civico dei milanesi più accorti si rispecchia in questo impegno, e torna a sperare il meglio.

Dunque, per tornare al punto di partenza, le elezioni sono importanti: il nuovo Parlamento, il nuovo governo e le nuove amministrazioni regionali sono attesi con ansia. Ma è giusto considerare la svolta, che ci sarà, soltanto come punto di partenza verso un nuovo patto tra istituzioni e cittadini: se le une lavorano in trasparenza e onestà per il bene pubblico, gli altri lo riconoscono, lo apprezzano e forse si sforzeranno di adeguarsi, recuperando a loro volta onestà e solidarietà.

Al caso virtuoso della cittadinanza milanese va contrapposto, purtroppo, il caso vizioso della pubblica amministrazione, incallita a vessare quanto la cosiddetta “società civile” è pervicace nell’evadere obblighi e doveri. Il varo del redditometro è un esempio illuminante: strumento del tutto inutile ai fini pratici, il redditometro è però utile a ricordare che il suddito è per lo più inerme di fronte al Leviatano statale. Terrorizza e non educa, aumenta i doveri del contribuente e moltiplica il lavoro dell’amministrazione. Proprio ciò che non desideriamo per il nostro futuro.

Avvertiva Montesquieu che «la tirannia di un principe non è più rovinosa per uno Stato di quanto sia per una repubblica l’indifferenza per il bene comune».

Se vogliamo archiviare per sempre l’accorata analisi di De Sanctis, senza cadere nel dilemma proposto da Montesquieu, occorre un patto nuovo, onesto e dignitoso, tra i cittadini amministrati e i cittadini che amministrano, ovvero tra chi ha il potere e chi non ce l’ha. Non importa chi depone le armi per primo, purché qualcuno lo faccia. Quel che importa è che la cultura paranoica (lo Stato ce l’ha con me, il fisco mi vessa, il politico ruba per mestiere), lasci il posto alla speranza che un giorno o l’altro potremo leggere le parole di De Sanctis come la testimonianza di un passato barbaro e incivile.

Marta Boneschi (tratto dalla versione integrale su www.lib21.org)

Tra comici e politica (di Marta Boneschi)

Roberto Benigni presenta alla televisione pubblica la Costituzione per farne uno spettacolo istruttivo. Luciana Litizzetto strappa le risate raccontando la politica della settimana. Quando descrive la scena politica italiana The Economist non omette di registrare la presenza ingombrante di “the comedian Beppe Grillo”. Maurizio Crozza si promuove come maître à penser della sinistra e Nichi Vendola come fine dicitore del medesimo pubblico. I comici di Striscia la notizia fungono da difensori dei consumatori e contribuenti, mentre il capo, Silvio Berlusconi, da quasi un ventennio occupa il palcoscenico con una pièce dietro l’altra.

In un clima dominato dal faceto si forma l’opinione pubblica e viene plasmata la cultura civica. Il serio è messo ai margini, patrimonio polveroso di pochi ricchi che leggono i libri, di stravaganti che rifiutano di mettere ogni cosa in ridere. La serietà divide lo stesso destino dell’onestà, non fa vincere punti percentuali e non fa diventare ricchi. Sciocchi i seri, stupidi gli onesti.

Nella nostra comunità, il comico prevale sulla scena pubblica come gli ottoni nei concerti delle bande musicali.  E invade i campi dove sarebbe auspicabile, oltre che efficace, attenersi alla serietà. Il comico, in quanto offre una prospettiva gradevole, aiuta a dimenticare e solleva l’animo, ma non risolve i problemi. Dà sollievo come un cerotto sull’infezione, ma non guarisce la ferita.

Amare il teatro a tal punto da innestarlo nella vita vera e fare della vita vera un teatro quotidiano, con pochi intervalli e innumerevoli colpi di scena, è un uso antico e ben radicato dalle nostre parti. Nel 1786 Wolfgang Goethe intraprende il suo Viaggio in Italia. Arriva a Venezia e assiste a una rappresentazione delle Baruffe chiozzote di Carlo Goldoni, autore molto contestato di un teatro ispirato alla vita vera e non agli eroi e agli dei del mito classico.

Calato il sipario, annota : «Neppure m’era mai capitato di assistere a un’esplosione di gioia come quella cui s’abbandonò il pubblico, nel veder rappresentati così naturalmente se stessi e i propri simili: risa, grida di giubilo dal principio alla fine». Gli spettatori si confondono con gli attori, la vicenda narrata si fa improvvisazione veridica. Tutto è teatro, e il popolo si diverte e si consola.

Questa abitudine non è cambiata nella sostanza, ma soltanto nei mezzi, i quali oggi sono tecnologicamente avanzati per una comunicazione globale e ininterrotta. Volgere in riso se stessi e i propri simili resiste ai secoli, come passatempo prediletto. Tutto questo non sarebbe in sè un male, se il riso lasciasse uno spazio appropriato ad altri generi, altri toni, altri modi di esprimersi e di comunicare.

Il fatto che la Costituzione della Repubblica non sia illustrata a scuola ma in televisione, e per giunta in uno spettacolo di satira, ha qualcosa di patologico. Meglio di niente, commenta qualcuno. Certo, l’intenzione è buona, il comico eccellente, e adeguatamente supportato da esperti. Però la coscienza civile non si forma soltanto davanti al teleschermo, e la memoria delle battute non ha lo stesso peso delle nozioni lette, meditate, ripetute e consolidate dall’esperienza.

Qui si evidenzia un’altra falla della cultura italiana, quella che la sua diffusione debba svolgersi esclusivamente ai più bassi livelli: i professori sono soporiferi, i comunicatori poco colti ma i comici molto apprezzati. Quel che manca è una via di mezzo, scarseggiano i divulgatori capaci e accattivanti (il termine “divulgatore” è usato spesso come spregiativo) e si perpetua così la distanza tra una cultura alta, e la rozza ignoranza diffusa nella stragrande maggioranza del pubblico.

Il risultato di tante risate è sotto i nostri occhi: dopo un’esperienza amara durata quasi vent’anni, possiamo concludere che il successo berlusconiano (seguito da quello grillesco) è in gran parte dovuto alla capacità di fare della politica un cabaret non stop, una gaia mistificazione di ogni fatto e di ogni opinione. Come dimenticare l’intreccio perverso di congiuntivi e condizionali di Silvio Berlusconi, l’infantile gesto delle corna, le barzellette osées e altre prestazioni, tutte capaci di mettere i discorsi presidenziali sullo stesso piano della chiacchiera da bar, sintassi compresa?

Il punto è soltanto questo: non c’è niente di male nella capacità di ridere di se stessi e degli altri, purché esista un’area immune dal frizzo e dal lazzo. Tanto più in tempi critici, come quelli che stiamo attraversando, sarebbe meglio, oltre che sano, riservare uno spazio e un tempo – non confinato ai salotti raffinati o alle conventicole professionali – per imparare, riflettere e prendere posizione. Non c’è niente di noioso nell’impegno intellettuale, il quale non riserva «risa, grida di giubilo dal principio alla fine» ma regala la profonda soddisfazione di essere attivi protagonisti della vita propria e altrui, insomma cittadini veri e non soltanto spettatori, persone capaci di scegliere e non sudditi da manipolare. Corrado Augias, che in televisione ha offerto e continua a offrire discorsi seri sulla Costituzione, parla soltanto all’ora di pranzo, momento eccellente per pensionati e casalinghi, e non è purtroppo osannato come un comedian.

Dare spazio e tempo al serio, senza trascurare il faceto, è una mirabile conquista di civiltà. Potrebbe garantire la guarigione da un altro vizio antico, che è quello della polemica e della rissa, del lamento e dell’indignazione sterili.

Già Stendhal rimproverava ai patrioti italiani l’eccesso di teatralità, la sostanza fanatica e irrazionale del loro agire. Pochi di quelli da lui conosciuti nell’ambiente dell’opposizione anti austriaca meritavano la sua stima. A Pecchio, alle sue Osservazioni semiserie di un esule in Inghilterra, siamo debitori di una limpida descrizione di come facevano politica teatrale, o teatro politico, i nostri cospiratori falliti – ma ben riusciti esuli – nei tardi anni Venti dell’Ottocento: «molta immaginazione, molta sensibilità, molta ambizione, vanità ancor più che vera ambizione ed un’irritabilità e inquietudine in estremo grado. Non fa dunque meraviglia se dove tali elementi sono in abbondanza si vedano discordie, querele e dispute senza fine, continui lamenti…».

La confusione tra serio e faceto pervade i gesti quotidiani: applaudiamo ai funerali e ridiamo dei politici adulteri e ladri. Ascoltare gli articoli della Costituzione ridendo di Berlusconi non contribuisce a formare una coscienza civica più di quanto un corteo sindacale per il lavoro serva a mitigare la disoccupazione. Così come non esiste “una” soluzione al declino morale e materiale che stiamo attraversando, non esiste “una” sola tonalità, il comico, per esprimere la realtà, e non è sghignazzando che si può modificarla.

Marta Boneschi (stralci dell’articolo pubblicato da www.lib21.org)

Chi educa i bambini e i giovani? (di Marta Boneschi)

Quale cultura civica può avere una società che non educa i bambini, non addestra gli adolescenti, non mette alla prova i giovani e, insomma, rifiuta di imparare e di insegnare? Quale cultura civica è possibile esprimere in una società che esalta la famiglia in toni retorici, ma la restringe a un solo modello, quello delle coppia unita al fine di procreare e benedetta dal matrimonio (ovviamente cattolico) e nello stesso tempo ne pratica gli aspetti più retrogradi, asfissianti e protettivi?

Della cultura civica, che appare tanto modesta tra noi italiani, vale la pena di parlare perché la società non può sollevarsi dal ristagno se non si provvede di coesione (lo ripete, piuttosto solitario, Napolitano, e da parecchio tempo) e se ogni italiano non ha una buona coscienza di sé e della comunità della quale fa parte (ma la comunità non può limitarsi alla sola famiglia, chiusa nell’appartamento di proprietà, isolata nella seconda casa fuori città, delimitata dai conti correnti, dalle automobili, dai rispettivi garage e poco altro).

Siamo invece fortissimi in cultura paranoica, quella cioè che assegna sempre a qualcun altro la colpa dei guai che ci affliggono, come persone e come nazione. Di questa inclinazione alla cultura paranoica stiamo vedendo i risultati, giorno dopo giorno: bambini pestiferi (bisognosi di un SOS Tata televisivo, come i rispettivi genitori), adolescenti fragili e confusi (più di quanto non sia già fisiologico nel transito dall’infanzia all’età adulta), genitori onnipotenti, invadenti, scontenti di sé quanto della prole. Poiché il motto dei paranoici è “piove, governo ladro”, il fatto che le nuove generazioni si dimostrino così poco dinamiche e promettenti non li riguarda. Come conseguenza, proliferano i pessimi cittadini, che sono tutti anche pessime persone.

La cultura civica si rafforza a partire dall’educazione, in casa, a scuola, in pubblico. Ma chi educa i bambini e i giovani? Nel paese che ha prodotto Maria Montessori (e che l’ha ripudiata, perché di intenti troppo liberali per essere accettati dal fascismo prima della seconda guerra mondiale, dalla chiesa cattolica e dal marxismo nella seconda metà del Novecento) l’educazione è un’opzione, non un obbligo sacrosanto – e un’appassionante esperienza dello spirito – degli adulti nei confronti dei più giovani.

A guardare bene, nell’Italia del ventunesimo secolo sembra tuttora molto più apprezzato e remunerativo il nascere “bene”. Studiare, faticare, riflettere, trovare la propria strada tenendo conto non soltanto dei propri bisogni personali ma anche di quelli della comunità, pare la strada prediletta dagli sciocchi. I furbi la sanno più lunga, si sente dire di solito. E’ vero l’esatto contrario.

Maria Montessori aveva capito già alla fine dell’Ottocento che la società moderna è salda quando è un insieme di persone libere, capaci di scegliere, di battersi per il meglio e di costruire qualche cosa di duraturo. Questo si impara da bambini, affrontando le avversità, e lavorando duro. I cardini del metodo montessoriano sono il lavoro e l’indipendenza, non le condizioni della nascita. In altre parole, non il sangue e la terra, ma la mente e il cuore.

Prendiamo, ad esempio, il caso di un paio di famiglie molto in vista o, come usava dire Franca Valeri quando ancora il pubblico italiano aveva voglia di ridere non soltanto di trite battute e di banali sconcezze, di famiglie “suissimo”, i Berlusconi e i Bossi. Può darsi che ancora qualcuno desideri essere ricco come Silvio Berlusconi e venerato come Umberto Bossi, ma alzi la mano chi vorrebbe avere figli come quelli dei due capi popolo, ora in declino.

Nei due casi, il sangue e la terra sono tutto, la mente e il cuore nulla. Abbiamo visto e stravisto, nel corso dell’ultimo ventennio, gli eredi Berlusconi immortalati nelle loro feste, sulle loro barche, li abbiamo visti in posa come eredi al trono, in una triste, polverosa e volgare ripetizione della grande iconografia regale e in uno sfiorito ripetersi della tradizione da rotocalco che, almeno, negli anni Cinquanta, sulle testate gloriose di Oggi o Gente, aveva il nobile compito di tenere lontano il socialismo reale e scongiurare l’analfabetismo di ritorno. Gli eredi Berlusconi sono capitani d’industria per merito biologico. Non sono gli unici nel panorama nazionale di un’economia che, infatti, è traballante.

Nel panorama nazionale di una politica altrettanto traballante, l’erede Bossi presenzia (o meglio: presenziava; ma a volte ritornano), anche lui, per merito di sangue. Nel caso leghista è messo in scena non il gusto volgare dei nuovi ricchi, ma l’imbarazzante commercio da eterni poveri di titoli di studio e l’arraffo di banconote per la benzina e le piccole spese. Per un ammontare che sarebbe sufficiente a mantenere diversi nuclei familiari nel decoro.

Non c’è posto per l’educazione nell’ambiente del “lei non sa chi sono io”. Il quale, beninteso, non affligge soltanto la destra politica: è tradizione della sinistra di candidare vedove, orfani, mogli e fidi amici, non importa con quali competenze. Nessuno degli eredi del “lei non sa chi sono io” ha imparato a consolarsi, a ottenere ciò che desidera conquistandolo da sé, a fissare un traguardo e raggiungerlo con fatica e studio, ad apprendere dai propri errori e a fare tesoro di ogni esperienza, buona o cattiva.

L‘erba voglio cresceva nel loro giardino in tutte le stagioni; tutto si può ottenere con il denaro e il potere: una faccia nuova fornita dal chirurgo, un’auto costosa, un diploma, tutto era a portata nelle loro case, concesso da genitori dissennati. Sarebbero fatti loro, se il potere acquisito per l’insipienza di troppi italiani, non avesse fatto dilagare la convinzione che così si fa, che l’educazione è facoltativa e il sangue è quel che conta. Sotto la crosta sottile dei politici prepotenti, cultori della terra e del sangue, esiste per fortuna una grande popolazione che insiste con pervicacia a educare i ragazzi, a usare in famiglia e in pubblico un “per favore”, un “grazie”, a distinguere il bene dal male, ad affrontare la vita e non a farsela regalare.

Cara grande popolazione, ascolta questo appello: fermiamoli.

Basta poco. Come fanno i genitori saggi con i piccoli riottosi, bisogna dire di no a chi passa davanti in coda, a chi butta la lattina nel prato, a chi pretende un sette non avendo fatto i compiti. E a chi succhia il denaro dei contribuenti, sotto qualsiasi forma e con il pretesto della democrazia, per abbandonarsi al proprio comodo.

Marta Boneschi da www.lib21.org

Spero che i miei figli possano studiare (di Marta Boneschi)

Gebré è un contadino etiope. Abita con la famiglia in un villaggio a nord di Addis Abeba, dove possiede due costruzioni rotonde in pietra, di un vano ciascuna: la prima contiene i silos dei cereali, la provvista dell’acqua nella tanica di plastica gialla, un paio di giacigli; l’altra ricovera il bestiame, pecore e galline. Da sotto il turbante bianco, tenendo la croce copta sul petto (è anche custode della chiesa locale), Gebré dichiara: «Spero che i miei figli possano studiare, perché potranno scegliere la loro vita. Io non l’ho fatto e sono rimasto contadino, come mio padre, e suo padre prima di lui».

Se pure privo di istruzione, Gebré sa – e lo dichiara alla telecamera che esplora il suo modo di vita a beneficio degli spettatori dell’intero globo – che dentro al villaggio, da tempo immemorabile, le cose vanno nello stesso modo. Là fuori, invece, esiste un mondo libero, dove l’istruzione è una risorsa che apre molte porte su orizzonti impensabili.

Essere liberi di scegliere in famiglia e nella società è una grande conquista civile, per la quale i nostri avi e ave si sono battuti. La libertà di scelta ha costruito il mondo moderno, un mondo dove non c’è più posto per la schiavitù. Come mai il contadino etiope Gebré è così fiducioso nella libertà dei figli, mentre il professore italiano Luigi Frati se ne infischia e, anzi, dispone dei parenti con potere feudale? Privo di istruzione, ma non di sogni, Gebrè non ha niente da perdere. Frati invece, rettore della Sapienza di Roma, non può abdicare all’impero acquisito palmo a palmo, e occupa porzioni crescenti della scacchiera dove già ha annidato moglie, figlio e nipote.

Se Gebrè parla da padre, che desidera la libertà per i figli, Frati si comporta da padrino, che dispone per i “suoi” e intralcia prepotentemente i “non suoi”. E’ curioso, ma Gebré appare come un miglior cittadino rispetto a Frati (e ai “baronetti” come lui, attivi e operanti, oltre che nelle accademia, anche nella professioni, nell’imprenditoria, nel commercio), il quale blocca la dinamica della società, ostacolando il riconoscimento del merito e deprimendo il valore degli studi.

Se Gebré non conosce i fondamenti della convivenza che in occidente si sono venuti formando dal Settecento in poi, pazienza. Non è colpa sua. Ma un “barone” (che in questo caso, grazie alle mirabili potenzialità del lessico italiano, usiamo come accrescitivo di “baro”, imbroglione) dovrebbe sapere che lo “spirito di famiglia”, quando pretende di governare la comunità, è pernicioso. Il mondo moderno ha accantonato il capofamiglia onnipotente e indiscusso, privilegiando l’individualità, il talento, la volontà libera di esprimersi. Non da Gebré ma da Frati ci potremmo aspettare un maggior rispetto per i classici; avrebbe potuto, lui sì, leggere e assimilare la bella pagina di Cesare Beccaria nella quale il capofamiglia, come proprietario assoluto delle cose e delle persone, è contestato con argomenti inoppugnabili. E smantellato, per il bene di tutti. Peccato, anche perché Dei delitti e delle pene, citato di solito come il primo manifesto mondiale contro la pena di morte e contro la tortura, è invece ricco di spunti sul diritto alla felicità per il più gran numero di persone, utili anche nel secolo ventunesimo.

L’«aver considerato piuttosto la società come un’unione di famiglie che come un’unione di uomini» ha generato ingiustizie come questa, illustrata da Beccaria: «Vi siano cento mila uomini, o sia ventimila famiglie, ciascuna delle quali è composta di cinque persone, compresovi il capo che le rappresenta: se l’associazione è fatta per le famiglie, vi saranno ventimila uomini e ottantamila schiavi; se l’associazione è di uomini, vi saranno cento mila cittadini e nessuno schiavo. Nel primo caso vi sarà una repubblica, e ventimila piccole monarchie che la compongono, nel secondo lo spirito repubblicano non solo spirerà nelle piazze e nelle adunanze della nazione, ma anche nelle domestiche mura, dove sta gran parte della miseria e della felicità degli uomini».

Le ragioni della famiglia non possono schiacciare quelle degli individui, perché in questo caso la felicità è iniquamente distribuita e l’infelicità dilaga. A quanti meritevoli di gestire un’azienda, di insegnare da una cattedra o di esercitare una professione il nepotismo sbarra la strada? E quanti inetti il familismo mette in posizione di potere, con un doppio danno per la società?

Nonostante il fatto che la Costituzione riconosca la parità in famiglia – un approdo del quale siamo debitori all’età dei lumi e ai suoi preveggenti philosophes – troppi italiani credono sia loro dovere proteggere i figli, metterli al sicuro, tracciare la loro strada professionale, collocandoli a viva forza in un posto e in uno stipendio. «E’ per il suo bene», e niente è più ripugnante che ammantare di buoni sentimenti un’azione iniqua e incivile, un gesto da padrino (che, sempre grazie alla meravigliosa flessibilità del lessico italiano, usiamo come diminutivo di padri, cioè padri infimi).

Quindi per il nostro bene, quello vero, ricordiamo di prendere adeguate informazioni genealogiche prima di farci tagliare la pancia, riparare un dente, acquistare una casa o un mobile. Meglio sapere se il dentista è figlio di falegname: il tavolo lo compreremo dal padre, tranquilli di poterci masticare sopra un pranzo e una cena grazie alla protesi ben realizzata dal figlio.

Marta Boneschi da www.lib21.org

La neve che scioglie le buone maniere (di Marta Boneschi)

Basta un po’ di neve per scardinare i meccanismi della convivenza di massa? Poiché è da poco svanito il gelo, che quest’anno ha portato con sé guai non trascurabili, con un po’ di anticipo sull’arrivo della pioggia di primavera, vale la pena di ripensare al comportamento di noi italiani di fronte all’avvicendarsi delle stagioni. Non si tratta di discutere del meteo e del clima, ma del coraggio e del buon senso. Non della devastazione del territorio, ma della cura e dell’amore della “casa” comune. Non della scienza e della tecnologia, ma del fattore umano e delle sue straordinarie variabili.

Elio De Nardo è il nostro eroe, insieme alle persone che sono capitate sulla sua strada. A Roma il 7 febbraio De Nardo cade sul ghiaccio e si frattura un polso. Trovato un taxi, si fa portare al Policlinico Umberto I. L’autista rifiuta di essere pagato. Il passeggero insiste. Entra al pronto soccorso e, «pur nello squallore dei locali vetusti e affollati» dell’ospedale romano, viene assistito e curato in modo cortese ed efficiente. Radiografia, diagnosi, gesso, è pronto per la dimissione. Si fa chiamare un taxi, che arriva subito. Passata poco più di un’ora, De Nardo è già a casa.

Scrive al Corriere della sera raccontando la virtuosa disavventura, per rendere merito a chi lo ha aiutato e assistito. Il 19 febbraio il quotidiano pubblica la lettera, intitolandola «Grazie a tutti».

Poche righe, ma preziose. De Nardo racconta con una voce fuori dal coro, cristallina e consolante: nel disagio della nevicata ognuno ha compiuto il proprio dovere, e per giunta con amabilità. Molte righe, invece, ci hanno tediato nella stessa circostanza, con un coro di recriminazioni e invettive, che trovano posto tutte e quante nel proverbiale spartito: «Nevica, governo ladro», inno di categoria degli indignati e degli impotenti.

La voce sola, da una parte, e il coro, dall’altra, stonano in maniera insopportabile. E non c’è verso di conciliarle. Sono il prodotto di due culture, conviventi nello stesso ambiente umano, ma opposte e nemiche tra loro. La prima è quella di chi, individuo libero e responsabile, fa quel che deve e ci aggiunge la buona voglia, il sorriso, la gentilezza. La seconda è di chi, servo e inconsapevole, protesta e s’indigna, ma è incapace di agire, pur da solo, in libertà e responsabilità. E tutto finisce in un vocìo sguaiato.

Esiste e serpeggia tra noi, forte dei suoi buoni risultati, una «cultura civica», patrimonio di individui che sanno quel che fanno, che partecipano alle sorti della comunità, che conoscono diritti e doveri e li praticano con semplicità. Accanto a questa, pullulano i seguaci della «cultura paranoica»: la colpa è sempre di qualcun altro, possibilmente un potere oscuro e inavvicinabile che trama per il male di tutti. Se non urli, la tua opinione non arriva fin lassù. Se non protesti ti schiaccia.

Tra il seguace della «cultura civica» e quello della «cultura paranoica» passa all’incirca la differenza che corre tra il cittadino e il suddito. Nella storia dell’Italia unita, i cittadini hanno sempre preferito battersi attraverso la politica, il dialogo, il negoziato, magari faticando e soffrendo, mentre i sudditi hanno tagliato corto, impugnando il forcone (o la molotov, secondo la moda del momento).

«Nella cultura paranoica risolvere i problemi è inutile, lamentarsi è obbligatorio. Dobbiamo lamentarci e applaudire chi si lamenta meglio» scrive un quasi trentenne, Alessandro Aresu, autore di Generazione Bim Bum Bam (Mondadori, 208 pagine, 17 euro), un’opera brillante che, con la scusa di rivalutare il valore pedagogico dei cartoni animati della sua infanzia (negli anni Novanta), visita il nostro presente con spirito anticonformista. Rappresentante di una generazione che «non si sente attesa sulla terra», Aresu osserva che «l’atteggiamento degli italiani davanti ai problemi è divertente. Gli italiani inseguono una miriade di ipotesi, non sanno che fare, cercano di capire di chi è la colpa, frugano con attenzione i ritagli di giornale degli anni Ottanta, cercano un appiglio europeo, cercano un appiglio internazionale, vanno a vedere cosa succede sui mercati, trovano un sacco di cinesi, analizzano l’evoluzione della Commissione Trilaterale, dicono che è colpa della famiglia, dicono che senza la famiglia non saprebbero che fare, sperano in un miracolo, dicono che il miracolo sta avvenendo, insultano quelli che credono nei miracoli e poi, alla fine, il debito pubblico è aumentato, noi siano qui a scrivere che l’Italia è un paese di merda e non sappiamo che fare. Allora ci si attacca al vincolo esterno».

E’ inconsueto e sorprendente prendere lezioni da un trentenne. Torniamo presto alla neve, però, e prepariamoci alle piogge, forse saremo pronti, e più costruttivi, per la calura estiva. L’avvicendarsi delle stagioni, in Italia, porta sempre un’emergenza. La «cultura paranoica» fa fronte con i lamenti, quella «civica» si attiene al dovere e al buon senso. Al di là delle norme e regolamenti, che spesso confondono, hanno compiuto il loro dovere i portinai che nei giorni della neve a Milano hanno spazzato i marciapiedi e sparso il sale; non hanno compiuto il loro dovere i lavoratori dei cantieri che, come d’abitudine privi di casco anche nel pieno centro della città e sotto l’occhio della polizia municipale, non hanno provveduto alla pulizia e hanno lasciato che si formasse il ghiaccio.

Qualche volta le cose sono semplici e chiare, e la «cultura civica» si esplica quasi naturalmente. E’ il caso dei medici e paramedici del Policlinico romano, protagonisti della storia di De Nardo. Oppure altri casi appaiono altrettanto semplici e chiari: un’anziana senza tetto cade nella strada, i passanti accorrono e un medico scende dalla sua auto per soccorrerla. Le cose si complicano quando – chi non l’ha sperimentato almeno una volta? – l’idraulico (falegname, muratore, lavamacchine, ma anche medico, architetto) suggerisce un pagamento in chiaro, una fattura di piccola entità, accompagnata da una ricevuta informale, un foglietto stropicciato per il saldo. Accettare, rifiutare, denunciare?

Un principio può guidare nell’esplorazione e nella pratica della «cultura civica», al sud come al nord (dove pure, ci ha insegnato Robert Putnam ne La tradizione civica delle regioni italiane, il civismo è radicato e diffuso): ognuno di noi è un individuo, e fa parte di una comunità (famiglia, quartiere, città, regione e così via, ma anche classe di una scuola, azienda, condominio). Più della contrapposizione tra individuo e potere, è preferibile tenere a mente la coesione e la solidarietà tra simili.

Anche nei minimi gesti quotidiani: un giorno ero all’ufficio postale; arrivato il mio turno, mi sono avvicinata allo sportello. «Buon giorno» ho detto all’impiegata. Guardandomi sbalordita, la signora non giovanissima ha risposto: «E’ la prima persona che mi saluta da quando faccio questo lavoro». E’ possibile costruire le piramidi, con tenacia e buona volontà. Se vogliamo lasciare ai nostri figli, nipoti e discendenti una «cultura civica» e un vivere decente, cominciamo dalle buone maniere. Non quelle del bon ton insegnate da donna Letizia negli anni Sessanta e da Lina Sotis negli anni Ottanta, ma quelle suggerite dalla convinzione che ognuno è parte di una comunità, e che il destino di tutti noi è intrecciato, sia quando si tratta di denunciare una costruzione abusiva (o brutta, perché no?, la bellezza conforta il vivere evoluto) sia quando prendiamo le parti dei figli contro gli insegnanti, deplorando che la scuola pubblica è un disastro (combinato da chi, se non da noi cittadini, tolleranti della cattiva politica, dell’eccesso di burocrazia, dell’incompetenza e del demerito?).

Marta Boneschi da www.lib21.org