Perché non abbiamo il Mattarellum

Ma come mai stiamo ancora qui a girare intorno ad una legge elettorale che sembra la pietra filosofale che tutti cercano e che nessuno trova? Obiettivamente è una perdita di tempo colossale che ha frenato il Parlamento ed ha condizionato alleanze e governi. Una spiegazione ce la fornisce il Foglio con un articolo nel quale si risale alla sentenza della Corte Costituzionale del 4 dicembre 2013 con la quale si dichiarò incostituzionale la legge Calderoli cioè il famoso Porcellum. In quella occasione i giudici decisero di abrogarla parzialmente lasciando in vigore soltanto alcune norme e creando le premesse perché si dovesse pensare ad una nuova legge elettorale. Avrebbero potuto fare diversamente? Secondo il Foglio sì, i giudici avrebbero potuto abrogare totalmente il Porcellum provocando l’automatica reviviscenza della legge precedente, l’altrettanto famoso Mattarellum.

corte costituzionaleI giudici scelsero la strada dell’abrogazione a pezzi, secondo il Foglio, per ragioni squisitamente politiche e cioè per non pregiudicare il minimo di stabilità che si era raggiunto in un Parlamento che era stato eletto soltanto pochi mesi prima. D’altra parte le forze politiche non manifestarono alcun interesse per il ritorno al Mattarellum e così rinunciarono ad esercitare sui giudici qualunque forma di pressione persuasiva (moral suasion). Nulla di scandaloso: i giudici infatti non decidono in un empireo fatto di norme astratte, ma tengono conto degli effetti delle loro decisioni e del contesto.

Fu così che il Parlamento dopo quel 4 dicembre ebbe come suo compito precipuo quello di approvare una legge elettorale valida per poi concludere la legislatura ed andare a nuove elezioni. Ovvio, ricordiamo tutti il coro di sottofondo che ad ogni passo denunciava la pretesa illegittimità del Parlamento in carica e, dunque, non ci si può stupire che la ricerca di una legge elettorale fosse avvertita come un’esigenza primaria.

Ricerca quanto mai difficile. Si trattava pur sempre di quel Parlamento che dimostrò la sua incapacità di eleggere persino un Presidente della Repubblica e che acclamò Napolitano che accettò il reincarico con un discorso molto duro nei confronti dei parlamentari.

mozione GiachettiEh ma allora perché non l’hanno proposto i partiti di maggioranza il ripristino del Mattarellum magari anche anticipando il giudizio della Consulta? Già, perché? Un passo indietro. Nel maggio del 2013, appena si seppe della decisione della Cassazione di inviare alla Consulta il ricorso sulla legge Calderoli, partì un’iniziativa trasversale di 84 parlamentari di varie forze politiche promossa da Roberto Giachetti del Pd a favore del ritorno alla legge del 1993. Incredibilmente questa iniziativa fu duramente contrastata dall’allora Presidente del Consiglio Enrico Letta perché in quel momento il governo era sostenuto da una maggioranza tra Pd e Forza Italia e quest’ultima era fortemente contraria al sistema elettorale precedente a quello voluta da Berlusconi nel 2005.

In quel momento il Pd era diretto da Guglielmo Epifani succeduto a Bersani che si era dimesso proprio agli inizi di maggio. Giachetti fu lasciato solo e la sua iniziativa cadde. È legittimo pensare che il gruppo dirigente di quel partito fu totalmente d’accordo con Letta e ignorò la questione di un Parlamento eletto con una legge che sarebbe stata certamente abrogata dalla Corte Costituzionale e la cui operatività sarebbe stata messa in discussione perché da quel momento il tema dominante della legislatura non sarebbe più stato il governo del Paese, bensì la legge elettorale da approvare.

Il governo Renzi travolse questo italico tirare a campare imponendo una legge elettorale nettamente maggioritaria e una riforma costituzionale rivoluzionaria entrambe travolte nel referendum del 4 dicembre.

Ed ecco perché stiamo ancora qui a parlarne come se fosse un problema irrisolvibile

Claudio Lombardi

La legge elettorale e il gioco dell’oca

Nel gioco dell’oca se si arriva alla casella 58 si torna alla 1 e il gioco ricomincia. Qualcosa di simile è accaduto oggi sulla legge elettorale. Lasciamo perdere l’occasione (in tutte le battaglie parlamentari c’è un emendamento o un voto killer) e concentriamoci sull’immagine di una parte della classe dirigente politica incapace di definire e approvare una legge elettorale. Non è affatto la decisione più complicata che possa toccare ad un parlamento. In fin dei conti si tratta solo di stabilire le regole del gioco democratico. Basterebbe anche solo copiare uno dei sistemi elettorali che già hanno dato buona prova in altri paesi. In Europa ce ne sono almeno tre: quello francese, quello tedesco e quello inglese. Se hanno funzionato lì perché non dovrebbero farlo da noi?

elezioniMa basterebbe anche solo ripristinare il sistema elettorale approvato nel 1993 (“mattarellum”). Ha funzionato bene fino a che Berlusconi, gli ex missini e la Lega vollero sostituirlo con il “porcellum” (legge 270 del 2005). L’intenzione era quella di assumere un controllo assoluto sugli eletti e di tagliare la strada al centrosinistra. In realtà non raggiunse nessuno dei due obiettivi poiché le maggioranze riflettevano comunque gli orientamenti del corpo elettorale e i parlamentari cambiarono gruppo più che nel passato. Comunque la legge fu dichiarata incostituzionale nel 2014. Un anno e mezzo dopo fu approvata una nuova legge elettorale (“italicum”) come parte di una generale riforma del sistema istituzionale che fu effettivamente approvata dal Parlamento, ma, sottoposta a referendum, fu bocciata dal voto del 4 dicembre 2016. Successivamente la Corte Costituzionale dichiarò l’incostituzionalità del ballottaggio e così smontò la legge che, comunque, era stata concepita solo per l’elezione della Camera dei deputati e dopo il fallimento della riforma costituzionale doveva essere riscritta.

confronto legge elettoraleDopo che sulla legge elettorale e sulle riforme costituzionali si è discusso per anni bisogna dare atto al governo Renzi di aver avuto la capacità di arrivare ad una conclusione su entrambe. Chiaramente la bocciatura della riforma costituzionale ha rimesso tutto in discussione e anche la recente proposta del Pd di tornare alla legge del 1993 o di prenderla a base di un nuovo testo è stata respinta da quei partiti che hanno puntato fin dall’inizio sul ritorno al proporzionale.

La proposta ispirata al sistema tedesco sulla quale era stato raggiunto un accordo tra i quattro maggiori partiti era un compromesso tra la posizione a favore del maggioritario del Pd e quella per il proporzionale con preferenze del M5S. Adesso il compromesso è saltato probabilmente perché il M5S ha intuito che avrebbe pagato un prezzo per la sua scelta. È anche probabile che ci fosse il disegno di addossare al Pd la responsabilità di un sistema elettorale che avrebbe reso indispensabile una qualche alleanza per formare una maggioranza. Con estrema disinvoltura si è passati dall’attacco a Renzi e al Pd con lo slogan dell’uomo solo al comando a quello dell’inciucio con Berlusconi aggiungendoci anche il disegno di far finire la legislatura prima del 2018.

bugiePurtroppo è vero che una bugia gridata forte e ripetuta più volte diventa una mezza verità. Si sa l’opinione pubblica è impressionabile e così magari non fa caso che si attacca il Pd per ciò viene programmato o proclamato da altri. Dell’intenzione di Renzi di far cadere il governo per anticipare il voto si è parlato diffusamente anche se sulla base di impressioni dei commentatori. Sull’obiettivo dichiarato di far finire la legislatura da parte del M5S, della Lega e anche di una parte dei gruppi a sinistra del Pd invece si è sorvolato. Si vede che chi informa l’opinione pubblica vuole far prevalere le proprie impressioni sui fatti o semplicemente ha fatto la sua scelta politica e la ammanta di oggettività. Oggi la sola posizione che può aiutare a fare chiarezza è il ritorno al “mattarellum”, ma proclamato a voce alta da chi lo ha già proposto e cioè il Pd. Spiegassero gli altri perchè non lo vogliono.

Claudio Lombardi

Legge elettorale: tante chiacchiere e il nulla (di Gloria Monaco)

Certo che discutere oggi di legge elettorale con tutto quello che sta accadendo sembra quasi anacronistico e rischia soltanto di dare l’immagine di una “classe dirigente” occupata più a “mantenere lo status quo” che ad operare per il bene della comunità. Eppure le regole che permettono ai cittadini di esprimersi in libere elezioni dovrebbero essere fondamentali per la buona salute della nostra democrazia.

Inizialmente avevo pensato di proporvi delle schede sintetiche sulle quali riflettere assieme poi mi sono resa conto che “l’offerta” delle varie proposte di legge all’esame del Parlamento è talmente variegata che sintetizzarla sarebbe stato impossibile e comunque estremamente “forzato”. Ho deciso quindi di “andare a ruota libera” e tradurre in articolo le molte chiacchierate che da umile “studiosa” della materia ho fatto in questo periodo.

Una breve premessa: il 30 settembre 2011 – solo l’anno passato non un secolo – il Comitato promotore dei referendum per i collegi uninominali presieduto dal Prof. Andrea Morrone, consegnava all’ufficio centrale per i referendum presso la Corte di Cassazione (il Palazzaccio per intenderci) più di 1.200.000 firme di cittadini che chiedevano l’abrogazione del “Porcellum”. Un’impresa non da poco considerati i tempi di raccolta (poco più di un mese), e l’assoluto silenzio che aleggiava attorno alla “auspicata” riforma della legge ma per la quale l’impegno non si è mai tradotto in azione. Purtroppo a febbraio di quest’anno la Corte Costituzionale, per motivi che appaiono più di opportunità politica che di merito vero e proprio, ha dichiarato i quesiti inammissibili (impossibile far rivivere una norma abrogata da una legge successiva) e vanificato l’unico sforzo vero di arrivare al cambiamento.

E così si arriva all’appello del presidente Napolitano alla riforma ed al “rinnovato” impegno dei partiti sul tema. Solo che anziché andare nella direzione indicata dai cittadini, o da una logica di semplicità (basterebbe una leggina di un articolo che abrogasse il porcellum e ripristinasse il mattarellum in modo da superare anche le obiezioni di costituzionalità) i costituzionalisti e non, di tutti gli schieramenti si sono lanciati nell’immaginare nuove ipotesi di lavoro, dando più che altro l’impressione di voler arrivare ad una riforma che “mantenga nelle mani della dirigenza la scelta dei parlamentari”… perché, diciamolo, fa gran comodo avere degli eletti che rispondono al segretario o al capobastone che li ha voluti in lista e fatti eleggere, che non al popolo sovrano che adopera criteri di scelta diversi.

Ipotesi: Ed ecco tramontare l’ipotesi di un proporzionale puro col voto di preferenza (unica, almeno in questo caso nel rispetto dei referendum vinti negli anni ’90 e che hanno contribuito all’introduzione del sistema maggioritario), anche perché difficilmente alcuni tra i 950 eletti si sarebbero visti riconfermare nell’incarico. Ed ecco che anche l’idea del collegio uninominale dà fastidio perché “radica” troppo l’eletto al territorio che rappresenta, allenta la fedeltà al leader ed aumenta quella nei confronti dei rappresentati. Per non parlare di sbarramenti, diritto di tribuna, premi di maggioranza, al partito piuttosto che non alla coalizione, tutto nell’assoluta consapevolezza che – se come appare dai sondaggi l’astensione o il non voto che potrebbe arrivare al 55% rappresenterebbe il vero vincitore della prossima consultazione – PDL, UDC, SEL, IDV, PD, Lega ecc. si troverebbero a rappresentare si è no 1/3 degli aventi diritto (passatemi la semplificazione)con la conseguente certificazione della “morte della politica” e l’apertura ad un Monti-bis.

La mia proposta: Il quadro è desolante eppure continuo ad essere dell’idea che solo un maggioritario a collegi uninominali, con primarie obbligatorie per legge ed eventuale doppio turno, in modo da garantire massima  rappresentatività, possa essere il sistema che riporti la politica al servizio dei cittadini nell’interesse della collettività. Le primarie eviterebbero il moltiplicarsi delle candidature interne ad uno stesso partito o ad una stessa coalizione; il collegio implicherebbe che tu eletto risponda a me elettore in ogni fase del tuo mandato; il doppio turno, che forze concorrenti possano superare la volontà di pesarsi nell’ottica del bene comune.

Il dibattito in Parlamento: Ovviamente come dimostrano le innumerevoli proposte all’esame della commissione Affari Costituzionali del Senato, questo mio auspicio appare oggi irrealizzabile. Il Sen. Calderoli, lo stesso autore della legge attuale che lui stesso definì una “porcata”, proprio in queste ore si è fatto carico (ma qualcuno glielo ha chiesto? No perché davvero queste sono le cose da sapere!) di trovare un accordo su un testo che diventi l’unica base di lavoro per il Parlamento. E’ così che proprio poco fa si è cominciato a parlare di “modello spagnolo” estremamente “italianizzato”…. Collegi plurinominali, con liste ovviamente bloccate (però sono più corte…. Come se cambiasse qualcosa nella capacità di un segretario di imporre un proprio uomo!), premio di maggioranza al 12% a chi supera il 40% (sottraendo quindi seggi dal totale) al partito o alla coalizione lo si deciderà… Insomma gran confusione e ancora un nulla di fatto con le elezioni che si avvicinano e la pessima sensazione che alla fine, forse, il male minore sia proprio la “porcata” alla quale ci hanno costretti.

Se alla fine la “montagna partorirà il topolino” e l’ennesima legge vergogna sarò ancora una volta pronta a raccogliere firme e a lasciare che siano i cittadini ad esprimersi!

Gloria Monaco

Referendum e legge elettorale: non recriminare, ma rimettersi al lavoro (di Claudio Lombardi)

Con la sentenza della Corte Costituzionale del 12 gennaio che ritiene inammissibili i referendum abrogativi della legge elettorale del dicembre 2005 si chiude una fase della battaglia del movimento contro una normativa antidemocratica e anticostituzionale che rappresenta una vergogna per un Paese civile.

La storia delle leggi elettorali e dei referendum inizia venti anni fa quando un voto popolare cancellò le preferenze plurime e lasciò all’elettore un’unica preferenza. Era iniziato un processo di fuoriuscita dal proporzionale puro e dal “mercato” delle preferenze sul quale si era costruita la rappresentanza politica nell’Italia repubblicana. Infatti, il referendum Segni del 1991 era espressione di un ampio movimento di opinione pubblica favorevole ad una semplificazione del quadro politico per indurre una maggiore stabilità delle maggioranze sottraendo l’assoluto arbitrio della scelta ai partiti e facendo esprimere gli elettori direttamente sulla scelta dei governi.

La legge del 1993 detta Mattarellum tentò di tradurre questa spinta in un sistema elettorale misto maggioritario-proporzionale, ma fu da subito avvertita come una tappa intermedia fra il vecchio proporzionale e un sistema diverso che, però, non si sapeva quale dovesse essere non essendoci pareri unanimi fra i partiti e gli esperti che alimentavano il dibattito pubblico e la ricerca teorica.

La legge del dicembre 2005 (l’attuale Porcellum) nacque da un patto fra Berlusconi e la Lega e rispondeva all’esigenza di garantirsi una rappresentanza del tutto sottratta al potere di scelta degli elettori che veniva attribuito ai vertici dei partiti grazie al sistema delle liste bloccate. Non solo, veniva introdotto, per la prima volta nella storia repubblicana, un premio di maggioranza che scattava non per lo schieramento che avesse raggiunto la maggioranza assoluta (50%+1), ma per la semplice maggioranza relativa (25%+1 nel caso di 4 concorrenti per esempio). Si trattava di una norma chiaramente anticostituzionale (nella sostanza se non nella forma) perché introduceva una sorta di conquista del potere assoluto a favore di una minoranza.

Le elezioni del 2006 si svolsero con questa legge elettorale. Ciò che è strano è che la maggioranza uscita dalle urne (il “famoso” governo dell’Unione guidato da Prodi), per quanto precaria e incerta, non agì con determinazione per cancellare questo obbrobrio come ci si sarebbe aspettato dando così l’idea che lo strapotere dei vertici dei partiti non dispiacesse ad alcuna delle forze politiche di maggior peso.

Così si arrivò alle elezioni del 2008 che furono stravinte da Berlusconi e furono anche quelle che riempirono il Parlamento di equivoci personaggi imposti da pure logiche di potere. Alcuni di costoro sono passati ben presto alle cronache giudiziarie che ne hanno messo in luce le caratteristiche “prepolitiche” ossia del tutto inclini a farsi gli affari propri. Altri, anzi, altre sono balzate in primo piano per le loro caratteristiche fisiche e per curriculum dove spiccava sempre una scelta diretta da parte del Capo supremo o per attività che non avevano nulla a che fare con la politica, bensì per la cura delle relazioni personali fra uomini e donne.

Un primo tentativo referendario fallì nel 2009 (referendum Guzzetta) perché gli italiani non andarono a votare. Un altro tentativo (iniziativa Passigli e altri) nato nella primavera del 2011 fu abbandonato per dare spazio alla proposta di referendum bocciata dalla Consulta ieri 12 gennaio.

Bisogna solo aggiungere che ogni anno dal 1991 in poi è stato sempre vigoroso il dibattito su quale sistema elettorale sostituire in via definitiva a quello proporzionale. Anche adesso fra i partiti e, all’interno di questi, fra le diverse componenti non vi è unità di vedute e continua in maniera surreale il confronto nel quale vengono tirati in ballo i modelli elettorali più diversi e stravaganti.

Da questo rapido riepilogo si capiscono alcune cose. La prima è l’incapacità della politica, quella che poi deve formulare le leggi e approvarle, di arrivare ad un punto di comune accordo. Le opinioni variano in base alle esigenze del momento di gruppi e componenti che ignorano del tutto la ricerca di un interesse comune ad adottare un sistema elettorale efficace e democratico. L’ignorano nei fatti anche se, a parole, tutti si proclamano interpreti della centralità degli elettori.

In questa confusione i tentativi referendari non riescono a riportare un po’ d’ordine per i limiti intrinseci dello strumento referendario e per la mancanza di una visione lungimirante e concreta.

Se questa ci fosse stata forse sarebbe stato meglio riservare alle aule universitarie e ai convegni le esercitazioni sulla possibilità di reviviscenza delle norme abrogate posta alla base dei referendum bocciati dalla Corte Costituzionale. Bisogna dirlo chiaro: i dubbi c’erano fin dall’inizio, ma i promotori erano sicuri della validità della loro tesi abituati, forse, più ai confronti dottrinari che alle battaglie politiche.

Con simili dubbi, forse, non si doveva promuovere una raccolta di firme che ha illuso gli italiani e attestarsi su una proposta referendaria di minore impatto, ma con maggiori possibilità di riuscita. Consapevoli che le nuove leggi non si scrivono con i referendum e che questi possono tutt’al più creare una situazione che rende indispensabile una nuova legge necessariamente da approvarsi in Parlamento. Diverso è il caso delle scelte nette che non richiedono leggi ulteriori: nucleare sì o no, aborto sì o no, divorzio sì o no. Come tuti sanno inn materia elettorale ciò non è ammesso.

Non aver tenuto conto di ciò e cioè delle reali possibilità dello strumento referendario in materia elettorale ha portato a sprecare un’occasione preziosa ed è inutile adesso prendersela con la Corte che deve decidere il più possibile in maniera “asettica” senza prendere parte altrimenti diventa un organismo politico il che non può essere. Certo le sue sentenze contengono sempre una visione politica, ma non legata alle strategie o alle esigenze di questo o quello schieramento.

È anche inutile adesso prendersela con il Parlamento di nominati che dovrebbe approvare una nuova legge elettorale. Bisogna solo riprendere il lavoro e “semplicemente” convincere decine di milioni di italiani a far sentire la loro voce e a far capire al Parlamento di nominati che i cittadini osserveranno le loro mosse e giudicheranno. Se funzionerà sarà più efficace di un referendum perché farà nascere una nuova cultura civica e una nuova maggioranza politica.

Claudio Lombardi

Un referendum per riprendersi la democrazia (di Roberto Ceccarelli)

“In un momento drammatico come questo, con il Governo italiano commissariato dall’Europa, il Paese ha più che mai bisogno di un Parlamento pienamente rappresentativo, capace di prendere decisioni impegnative ma condivise da tutti.
Affidando la nomina dei parlamentari a pochi capipartito, la legge elettorale che chiamiamo “porcellum” li ha separati dai cittadini, facendoli apparire come una casta di privilegiati.
Vogliamo impedire che la “legge porcata” sporchi anche il prossimo Parlamento: lo dicono in troppi da 6 anni, ma il “ porcellum” è ancora lì.
Firmate per consentire al popolo di abrogarla.
Firmate per ridare al cittadino il diritto costituzionale di scegliere i propri rappresentanti attraverso i collegi uninominali.
Firmate per rafforzare e migliorare il sistema bipolare italiano e assicurare l’alternanza politica, consentendo ai cittadini di scegliere i parlamentari e chi deve governare il Paese.”

Questo il testo dell’appello di Andrea Morrone e Arturo Parisi per lanciare il referendum con il quale si chiede l’abrogazione dell’attuale legge elettorale.

I quesiti referendari sono stati proposti dal comitato referendario per i collegi uninominali. L’oggetto è la legge per l’elezione dei due rami del Parlamento, conosciuta come “legge Calderoli” che la propose e la sostenne in prima persona da ministro del governo Berlusconi e da lui stesso soprannominata (e da tutti conosciuta) col nome di “porcellum” o di “legge porcata”. Già questo nomignolo basterebbe a capire come fu fatta una legge importante come quella elettorale e a squalificare chi la propose e la sostenne per sottrarre agli elettori ogni possibilità di scelta consegnandola nelle mani dei capi partito.

Nel dettaglio i quesiti referendari propongono: il primo l’abrogazione integrale di tutte le disposizioni di modifica della disciplina elettorale per la Camera e per il Senato introdotte dalla legge n. 270 del 2005; e il secondo un’abrogazione delle singole disposizioni con le quali furono sostituite le leggi per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica.

Si tratta delle leggi che raccolsero la volontà popolare espressasi nel referendum del 18 aprile 1993 (il referendum Segni) e che introducevano, al posto della disciplina precedente (di tipo proporzionale), un sistema misto, in base al quale i seggi di Camera e Senato erano assegnati per il 75% mediante l’elezione di candidati in altrettanti collegi uninominali, e per il restante 25% con metodo proporzionale (legge definita il “Mattarellum”, dal nome del deputato Sergio Mattarella, relatore del testo).

Il secondo quesito costituisce una variante del primo ma ha il medesimo obiettivo: nel senso che, con una tecnica abrogativa mirata, disposizione per disposizione, elimina comunque la disciplina introdotta dalla “legge Calderoli” al fine di ripristinare la “legge Mattarella”.

Il risultato, quindi, sarà lo stesso: abrogare in maniera totale la “legge porcata”, eliminando tutti i suoi principali contenuti.

In pratica, attraverso l’abrogazione della “legge Calderoli” o “porcata”, come legge che sostituisce singole disposizioni della disciplina previgente (il c.d. Mattarellum), si vuole produrre la reviviscenza di quest’ultima.

L’effetto di entrambi i quesiti è eliminare, come detto, la “legge porcata” con l’effetto di ripristinare quella precedente che ha il grande merito di aver permesso, per la prima volta nella storia politica dell’Italia, l’alternanza degli schieramenti di governo (nel 1996 e nel 2001). Con l’introduzione dei collegi uninominali si è permesso all’elettore di scegliere direttamente il candidato del proprio territorio; con il mantenimento di una quota proporzionale si è assicurata la rappresentanza anche delle forze politiche minori, anche se limitata da una soglia di sbarramento implicita del 4% di molto superiore a quella attualmente vigente che è pari all’1 o al 2% e che è causa di frammentazione e di ricatti all’interno delle coalizioni.

Il 12 giungo 4 referendum hanno raggiunto il quorum, sono stati gli elettori a dire No alla privatizzazione dell’acqua pubblica, al nuovo programma nucleare e al legittimo impedimento. La vittoria, a distanza di 16 anni dall’ultimo quorum referendario raggiunto, ha riabilitato, l’istituto referendario che sembrava morto e sepolto, ridando ai cittadini il diritto di decidere su temi di grande importanza per la loro vita.

Questo vuol dire che gli italiani sono ancora capaci di appassionarsi alla politica, reagire e tentare di cambiare.

Adesso spetta a noi cogliere questa nuova occasione di espressione della volontà popolare e trasformarla nello spartiacque, tra una fase politica che si sta chiudendo ed una nuova che dovrà essere costituente e riformatrice, per ammodernare lo Stato, ridurre i costi della pubblica amministrazione, della politica, rendere più equo il sistema fiscale e rilanciare la crescita economica.

Bisogna raccogliere 500.000 firme entro il 30 settembre, con tutti i problemi delle campagne referendarie, ma per un’impresa sacrosanta. E’ l’unico modo per cancellare una vergogna nazionale. I partiti non si muoveranno mai da soli. C’è poco tempo, ma  bisogna provarci, non abbiamo alternative, dobbiamo consideralo un dovere nei confronti del futuro del nostro Paese, andando a firmare presso i comuni ed i banchetti in tutta Italia, convincendo tutte le persone che conosciamo ad andare a firmare. Il futuro è nelle nostre mani, dobbiamo riprendercelo, ma dobbiamo fare in fretta, perché c’è poco tempo…..

Roberto Ceccarelli