I giovani italiani che vogliono scappare

Voglio raccontarvi la sintesi di una telefonata alla TIM. E’ una bella e brutta storia, ma merita. Per la giovane operatrice e per quello che ha trasmesso a me, a tutti noi, con una elementare ma perfetta “rasoiata”.

Piccolissima premessa per capire. Dall’ADSL passo a Fibra. Ma TIM si sbaglia e fa una voltura. Come fossi un nuovo cliente. La domiciliazione (durata 30 anni) scompare e mi ritrovo due bollette in morosità senza saperlo. Le pago, ma poi mi ritrovo 2,22 euro x 2 bollette di multa per ritardato pagamento. Ovvio. E in più, spulciando la bolletta, vedo che TIM Vision che mi era stata promessa gratis, me la fanno pagare 1 euro.

Bene, dico, visto che fanno gli accattoni loro, faccio il tirchio anche io. Pure per un euro. Chiamo il 187 e spiego la questione. Senza rabbia, ma con buon senso e ragionevolezza, senza un briciolo di alterazione emotiva.

L’operatrice mi ascolta e su Tim Vision dice che il contratto “è quello da 30 euro”. Ti dicono pure che Tim Vision è gratis ma in realtà è obbligatorio, cioè 29 euro la linea + 1 Tim Vision. Vabbè. Sembra la stessa cosa, ma non mi trattate da deficiente. Allora (replico) ridatemi i soldi per avermi fatto pagare multe per un vostro errore. “Deve aprire un reclamo – mi dice l’interlocutrice – e dovrà dimostrare lei il loro errore”. Ma si può litigare per 2 euro?

MA AD UN TRATTO, ECCO GLI SNODI: Con un pizzico di attenzione, ringrazio la ragazza che mi ha ascoltato con pazienza e le dico che, anche se non sembra, sono arrabbiato, perchè tutte le aziende, ACEA, ENI, ENEL, le Banche, Vodafone e gli uffici fanno tutte come Tim: un continuo confronto-scontro per cose che non vanno, in cui l’utente però è sempre soggiogato dalla loro forza economica e dal loro potere.

Ed ho accennato alla operatrice che anche lei, nella sua vita reale, sarà una utente e “smadonnerà” a destra e a sinistra per tutti gli impicci quotidiani piccoli o grandi simili al mio.

Ed ho aggiunto: con le aziende CHE PAGANO I CALL CENTER SOLO PER STOPPARE LE LAMENTELE AL 50% E PER RISOLVERE I PROBLEMI REALI NELL’ALTRO 50.

A questo punto l’operatrice mi interrompe, e mi dice: NO. L’80% SONO LAMENTELE. L’80% no il 50.

E poi mi accenna (con mio dolore umano) e mi rasoia il volto: “Lei ha l’età di mia nonna (cavolo, vero, io ho 70 anni, lo avrà capito dal CF o dal contratto?), e mia nonna ogni giorno mi dice di scappare da questo Paese, di SCAPPARE PRESTO, CHE ALTRIMENTI IL MIO FUTURO E’ SEGNATO“.

Non le chiedo il nome, non approfondisco oltre, e si che avrei voluto capire la sua storia professionale, le ragioni più profonde del suo dire. Invece le chiedo solo quanti anni ha.

Ci pensa un po’ e poi sottovoce: ventuno.

Ecco, sentire genericamente dai giovani che bisogna scappare, è un leitmotiv quotidiano, forse ormai privo di sentimenti, che ci ha abituato a tanto al chilo.

Ma sentirlo direttamente da una ragazza (intelligente, educata, colta e capace di fare il suo lavoro, ma “pagata solo per reggere alle incazzature degli utenti evitando noie alla azienda”), con la consapevolezza di ciò che diceva – perchè nella telefonata parlava di sua nonna, MA ERA LEI CHE VOLEVA SCAPPARE – ecco, questo ti ferisce il cuore e capisci che quando viene meno la speranza, soprattutto nei giovani, viene meno l’identità. Di un lavoro. Di un amore. Di un Paese. E ci si perde. A meno di scappare.

E qui non si tratta di governo o di poteri politici, o meglio non solo: si tratta della presa di atto definitiva, di un tessuto sociale, produttivo, emozionale… ormai liso, sfilacciato, ad solo un minuto secondo dalla sua definitiva rottura

Michele Pizzuti

Io sto con i penultimi (di Michele Pizzuti)

SARA’ PURE VERO  CHE GLI ULTIMI SARANNO I PRIMI, MA IO STO CON I PENULTIMI

fine vicina

Papa Francesco sta facendo bene. Anzi benissimo. Un Papa ( e chi se non lui? ) deve guardare agli ultimi, ai reietti, ai senza bandiera, ai diseredati. Gli ultimi saranno i primi, aveva detto Gesù, ed i successori di Pietro, a volte, dimenticata questa intensa vocazione, hanno fatto l’occhiolino ai fasti, alla vanità, al potere. Al ruolo.

Nessun Papa però, tra i tanti che avevano tentato di mettere in atto questa spinta “verso”, l’aveva esposta con tanta semplicità e ne aveva tratto altrettanta credibilità. Per cui se Francesco mantenesse la metà delle nostre aspettative, atei e cattolici, agnostici e di altre professioni di fede, sarebbero (saremmo) tutti felici di vedere applicate insieme le tre virtù teologali: la Fede, la Speranza, la Carità. Cristiana. Con la Carità che diventa atto di fede e di speranza al tempo stesso.

Gli Ultimi. La Carità verso gli ultimi. Non sappiamo ancora se costoro riusciranno a risalire la china, ma intanto hanno conquistato il centro degli obiettivi delle fotocamere. Bisogna dare atto al Vescovo di Roma di avere rimesso sul palcoscenico questa variabile e adesso dalla politica alla religione, dal Santo Padre al Presidente della Camera, dai programmi di Governo al futuro capo di Governo, è tutto un chiacchiericcio, un incrocio di affidavit verso questa disgraziata e pietosa categoria, che smuove milioni di coscienze e sensi di colpa. Ma anche milioni di euro e di business. Perché gli ultimi, lo dobbiamo sapere, generano business. Solo che le ingenti risorse spese per loro, diventano poca cosa, proprio nel momento in cui arrivano agli ultimi. Ci sarebbe molto da dire sugli affari generati dalla lotta alla fame nel mondo. Qualche carezza, qualche panno caldo o qualche medicina magari scaduta non mancano mai, ma gli intermediari – come al solito – sono quelli che a volte si “cuccano” la parte più cospicua e migliore della filiera soprattutto quando sono in combutta con governi corrotti. Tutt’altra storia quella dei volontari e delle molte Onlus che fanno un lavoro prezioso di sostegno e di assistenza a casa nostra e in giro per il mondo. Un lavoro che ha, giustamente, un costo sempre inferiore a quello che costerebbe un’assistenza statale.

Ma adesso non voglio parlare degli intermediari, nè voglio criticare gli operatori che all’interno di queste organizzazioni ci mettono l’anima, il cuore e a volte ci rimettono la propria pelle. Lo dico persuaso che stare dietro “ai nulla”, stare dietro ai poveri, confidare sugli ultimi, osservando la questione dal lato della Chiesa, è sintomo di grandezza e lungimiranza, seppure in questi ultimi tempi, c’è un bisogno di rimuovere gli errori commessi nel passato recente e una volontà di riscattare questi errori. Ma lo ripeto, la Chiesa fa bene. Il Papa fa bene a parlare dei poveri.ceti medi

Inizio invece a preoccuparmi se, cito ad esempio e “parlo pro domo mia”, per la Presidenza della Camera stare dietro agli ultimi significasse avere la stessa lungimiranza del Papa accennata poco fa, perché di lungimiranza non si tratterebbe.

Mi spiego. Puntare sugli ultimi significherebbe che anche la Boldrini – che di esperienza di diseredati ne ha lo zaino pieno – ha intuito che stiamo tutti andando verso la povertà. E quindi ella attinge energie politico-progettuali da questo “ripopolato segmento” e lo richiama non solo come valore (o alla peggio come proprio bacino elettorale), ma lo cita a memoria perché lo percepisce in crescita o addirittura in forte espansione. Per questo mi preoccupo assai.

Io allora, nel mio piccolo, mi dissocio politicamente da chi sta con gli ultimi e dichiaro formalmente di stare con i penultimi, cioè con la classe media, quella che è l’ossatura del paese, che produce, lavora, consuma, si fa il mazzo. Dichiaro di stare con le famiglie normali, con le imprese che creano (creavano) ricchezza e con chi ancora tiene duro alla crisi economica e dei valori. Sebbene questi penultimi, questa classe media, sia stata massacrata e spremuta senza competitor. Perché se agli ultimi si deve dare, se ai Primi non si riesce a prendere, i penultimi invece si possono spremere impunemente che di “succo” ne esce sempre una quantità insperata e ritenuta infinita.

Io credo che per un Paese, puntare sugli ultimi ed abbandonare i penultimi al loro destino, è sintomo di un intellettualismo salottiero e di miopia economicistica.

Sia chiaro, non è che non me ne frega nulla dei poveri, anzi. Ma se l’economia non riparte, se le famiglie stringeranno la cinghia sino a dover creare nuovi buchi, mi interesserà eccome sapere di quale malattia sarà infine sterminata questa categoria, verso la quale stiamo navigando a doppia velocità di crociera.

No grazie, se posso decidere in piena autonomia, io preferisco stare con i penultimi, perchè solo con loro, con la loro presenza, fatica e produttività, e non con la carità, proprio i poveri, avranno un briciolo di speranza di risalire la china. Se la classe media sarà condannata a morire oppure costretta a vivere solo attraverso la carità dei cortigiani, dei ricchi e dei privilegiati, diventando anch’essa ultima, sarà la catastrofe.

Michele Pizzuti

ILVA: girare pagina non è semplice, meglio girare il libro (di Michele Pizzuti)

ILVA di Taranto. Una trappola senza uscita o con l’unica uscita possibile che termina con una trappola. Qualunque cosa fai-dici-pensi-progetti essa ha forti possibilità di essere rigettata. Tento di approfondire il problema. L’ILVA inquina e va chiusa subito? Oppure si, vabbè, inquina, ma va bonificata, però in alcuni anni e continuando a produrre?

La Magistratura non conosce vie di mezzo, o meglio conosce l’unica via, quella della legalità e perciò applica la legge: l’ILVA inquina, è pericolosa per la salute pubblica, ergo va fermata. Il Governo da par suo non si è lasciato intimorire e di fronte all’ordine di sequestro ha reagito, spinto da mille ragioni (politiche, di opportunità, di piazza, di economia produttiva strategica) ed ha emana un decreto legge e afferma: tre anni per ristrutturare e intanto si continua  a produrre.

Allora, qual è la cosa giusta? Ah sì c’è quel microscopico particolare da tenere in leggerissima considerazione: 13 mila lavoratori (più quelli dell’indotto) che non possono da un giorno all’altro restare senza stipendio. Allora che si fa? Molti chiedono la nazionalizzazione. Si fermi la produzione e si faccia pagare dallo Stato i lavoratori per tutti gli anni necessari alla ristrutturazione. Ah già, altro piccolo problemino: nel frattempo dove si comprerà l’acciaio non più prodotto a Taranto? E come lavoreranno le altre fabbriche del gruppo che dalla produzione di Taranto dipendono? Ma con l’acciaio comprato all’estero! Quindi si chiude l’Ilva, si compra l’acciaio all’estero, lo Stato paga i lavoratori di Taranto (circa 20mila con l’indotto) impiegandoli (in parte) nelle attività di bonifica e fra qualche anno si vedrà se la nuova ILVA potrà ancora produrre acciaio con gli impianti rinnovati e a chi lo potrà vendere. Semplice no?

Sì, però se questa è la solfa più armonica, allora lo Stato dovrebbe anche tirar fuori i soldi per non chiudere gli ospedali romani, oppure per non licenziare 276mila precari dalla pubblica amministrazione, oppure per… e poi e poi, per tante altre cose. Ma lo Stato non è un sogno dove tutto si avvera, è una costruzione umana che vive nella storia e va avanti adeguandosi alle condizioni reali. Non basta dire: nazionalizziamo e assumiamo tutti e 20mila i lavoratori. Bisogna dire come questo si concilia con tutti gli altri impegni e con tutte le altre esigenze alle quali lo Stato deve far fronte. Il ragionamento non è politico in senso stretto, purtroppo è semplicemente ragionevole. E forse solo per questo appare di primo acchitto ideologico. Altre idee? E i proprietari che fanno? Ecco, i proprietari, giusta riflessione.

Ci sarebbero (dovrebbero essere) i Riva, responsabili dell’inquinamento a dover tirare fuori i soldi e sembra che il decreto legge a questo li obblighi, pena multe salate e l’esproprio. Ma la questione non cambia di molto: ILVA è e ILVA rimane.

Comunque si dice: la salute delle persone è un valore assoluto protetto dalla Costituzione e nessuna mediazione è possibile. Giusto.

Cambiamo scenario. Da Taranto arriviamo a Roma in un giorno feriale in una delle tante vie invase dal traffico. Lunghe code di vetture, motociclette, bus, camion e camioncini occupano le strade. I veicoli stanno quasi fermi, però i motori sono in funzione e da migliaia di tubi di scappamento, polveri sottili e gas velenosi vengono immessi nell’aria in quantità industriale.

La stessa cosa si può dire per tante altre città grandi, medie e piccole. Ognuna ha la sua bella coda e il suo bel traffico. Il danno per la salute è ben conosciuto nonostante le normative impongano limiti di emissione molto bassi, ma, pur sempre, nocivi. L’unico modo per evitarlo sarebbe l’uso di veicoli elettrici o a gas. Tutti gli altri fanno male. Certo molto di meno rispetto al passato, ma la salute non si giova certamente a respirare i prodotti della combustione di gasolio e benzina.

Anche in questo caso c’è un valore assoluto che viene intaccato. Forse la concentrazione di veleni rispetto all’ILVA è minore, forse è diversa. Anzi, no, senza forse, è minore e diversa. Ma che vuol dire? Che ci si possono fare le cure termali coi tubi di scappamento? No, è ovvio.

Però nessuno pensa di bloccare tutti i motori a benzina e gasolio e si procede un passo alla volta con le euro 1, 2, 3, 4, 5 e i blocchi in certi giorni. Niente di risolutivo però. Come mai?

Altro esempio ancora più ridotto. Dietro casa mia c’è stato per anni un accampamento di persone che vivevano anche commerciando il rame e bruciando gomma e plastica per ricavarlo. Le baracche erano coperte di amianto che si sfarinava e si disperdeva nell’aria. Nessuno è intervenuto perché quelle persone non si potevano spostare né si potevano controllare. Alla fine un grande incendio ha bruciato tutto,  amianto compreso e l’aria che ho respirato è stata zuppa di particelle tossiche rilasciate dalla combustione di quei materiali. Nessuno è intervenuto. Solo dopo l’inevitabile sgombero e dopo altri 2-3 mesi si è bonificata l’area. Nel frattempo io e altre decine di persone siamo stati danneggiati senza colpa.

Una piccola vicenda, ma la mia salute per me è un valore assoluto. Eppure nessuno lo ha tutelato e nessuno si è scandalizzato.

Altri esempi di questo tipo potrebbero essere fatti, ma sempre ci si imbatterebbe in una constatazione: che tutta la storia dell’uomo è fatta di aggiustamenti progressivi verso uno stato di maggior benessere. Chiudere una pagina e aprirne un’altra richiede tempo, non è un’operazione intellettuale, non è un gioco di idee e di concetti scritti in comunicati o in documenti. Ci vogliono azioni concrete, piccole e grandi. Natura non facit saltus diceva uno qualche secolo fa, ma non parlava dell’ILVA. Insomma l’ILVA inquina, ma è tutta la nostra storia ad essere inquinata e lo scopriamo adesso e in quattro e quattr’otto vogliamo aggiustare tutto? Insomma la logica è: fermate il mondo che voglio scendere. Vabbè, ho capito, sto provocando ed esagero. Ma è tutto l’amianto che ho in corpo che sta già facendo effetto sulla mia mente …. Alla prossima, per ora basta così.

Michele Pizzuti

E adesso parliamo di referendum (di Michele Pizzuti)

Ma come, ne abbiamo parlato fino ad ora e adesso ricominci?

Sì, ricomincio. Intanto ne parlo fino a lunedì. Fino alle 15. E poi pure dopo le 15 e dopo lunedì. Intendo lanciare una proposta di modifica costituzionale. Come semplice cittadino. Attivo. Ma una riflessione breve breve sui referendum di oggi, prima di partire in quarta, la voglio fare.  Stiamo decidendo se aprire o chiudere una strada. Abbiamo messo sul tavolo problemi veri che toccano la vita delle persone e la possibilità di avere fiducia nel governo della collettività e nelle persone che ne hanno la responsabilità. Quindi, innanzitutto, questo è un invito al voto. Propendo per almeno un paio di SI. Ma che anche chi dice lo NO lo esprimesse esplicitamente.

Detto questo non voglio parlare dei referendum, ma di referendum.

Referendum abrogativi? Sì, certo: sono la mia passione! E proprio per questo, ritengo che così come sono regolamentati adesso, non vanno. Non vanno assolutamente. La paura che il popolo, i cittadini si esprimano in via diretta è sempre alta. Troppi problemi, tanti ostacoli, regole irragionevoli.

Io ho una semplice idea, attenzione, non da azzeccagarbugli o da leguleio costituzionalista, ma da cittadino presuntuosamente pensante. Una idea semplice che si spiega in cinque passi.

Un referendum popolare abrogativo può essere indetto con le stesse procedure attuali più le seguenti e sostanziali modifiche:

1) Firme: oggi sono necessarie 500.000 firme. La mia proposta è che ce ne vogliano il doppio: un milione. Il tempo per la raccolta dovrà essere aumentato (di 30/60 giorni?) per dare maggiori possibilità di raggiungere questo ambizioso target (oggi il limite è di 90 giorni). La raccolta sarà naturalmente faticosa ed incerta, ma proprio la raccolta delle firme deve diventare l’asse prioritario di tutto l’ambaradam, premiata dal punto 5, che chiarisce i motivi di questa apparente farraginosità.

2) Procedure: oggi, dopo la faticosa raccolta delle firme, la Cassazione verifica che tutto sia a posto (firme, numero, autenticità). OK. Questo ci deve stare.

3) Ammissibilità: superato questo scoglio, spetta alla Corte Costituzionale decidere sull’ammissibilità del referendum stesso. Cavolo – mi viene da dire – dopo tutta la fatica che ho fatto mi bocci la mia proposta abrogativa proprio dopo aver tagliato il traguardo perchè non rientra nelle norme (tipo un trattato internazionale)? E non me lo potevi dire prima? Quindi, mi sembra evidente che questa valutazione debba essere fatta prima della raccolta delle firme. Se si inizia a raccoglierle si sa già che si sta facendo un lavoro che non sarà mandato all’aria.

4) Stop a modifiche: fermo restando il rinvio della data del voto se ci sono elezioni anticipate, una volta dato l’OK, il parlamento da quel momento e sino all’esito del voto, non può più intervenire con ritocchi su quella legge. Stop! Questo per evitare che una piccola norma votata in fretta e furia, da una parte o dall’altra, dia adito alla Corte Costituzionale (che deve valutare se quel ritocco inficia il referendum) di fermare il gioco. Con quel che ne consegue. Quindi nulla. Legge congelata. Si resta in attesa del parere del popolo e si evitano trucchetti.  Poi, dopo, ci sarà tutto il tempo di fare una legge. Ma quando ci si è appellati ai cittadini, si sono raccolte le firme e tutto sta filando liscio, prima si esprimono i cittadini e poi il Parlamento. Sennò ci poteva pensare prima, no?

5) Quorum. Al voto, al voto! Questo è il punto rivoluzionario. Mi hai fatto faticare e un milione di cittadini hanno richiesto il referendum. Mi hai detto che ho rispettato le norme. Hai stabilito la data, la correttezza del quesito e poi se solo venticinquemilioni di cittadini si recano alle urne ma manca un voto per raggiungere la maggioranza, mi invalidi la votazione? E che, siamo ad una assemblea del condominio?  No, non sono d’accordo. Non ci dovrà essere più quorum che tenga e che renda nullo il voto se non si raggiunge il 50% più uno degli aventi diritto. Per cui (esempio): se votano in tutto 400 persone e 199 votano NO e 201 votano SI, il referendum è valido e la legge è abrogata. I sostenitori del no, se ci tengono, vanno a votare e fanno valere le loro ragioni.

Semplice, no? E allora pensiamoci da martedi in poi.

Michele Pizzuti

Cittadini e ostaggi: slalom fra norme, regole, diritti e violazioni (di Michele Pizzuti)

Esistono due figure professionali che, quando le chiami, non sanno mai farti un preventivo preciso: gli idraulici e gli avvocati.

Cominciamo dagli idraulici. “Gli stagnari” (a Roma si chiamano così perché una volta, per le tubazioni e le saldature, usavano piombo e stagno, oggi invece è tutto ABS, colla e incastri termici), quando, dopo almeno un paio di appuntamenti mancati vengono finalmente a casa ed iniziano il sopralluogo, li vedi mettersi le mani nei capelli: “Madonna, ma questo è un guaio serio. Qui c’è da sfasciare tutto. E speriamo di trovare subito dove perde!”. Poi, tanto per darti una prospettiva di ottimismo aggiungono: ”Ce l’ha un paio di metri quadri di mattonelle di ricambio? Perché altrimenti bisognerà rifare tutto il pavimento!”.

E quella macchietta microscopica di umidità che il tuo vicino del piano di sotto ha scoperto da appena un paio di giorni e l’ha descritta come la marea di acqua che ha affondato il Titanic, tra imbiancatura e manodopera sul soffitto del suo bagno e i lavori sul pavimento del tuo bagno – senza contare gli allacci del tuo water alla colonna – anche se l’idraulico non ha ancora fiatato, hai già capito che ti costerà almeno 2.500 euro.

Ok – gli dici amaramente – proceda”. Anche per evitare che il tuo vicino ti faccia causa.

Il giorno dopo lo stagnaro arriva prestissimo. Lui e un rumeno. Alle 17,00 ha finito.  Un giorno di lavoro. “Quant’è?” Gli chiedi col terrore in corpo

So’ 2.300 euro, dottò. E meno male che abbiamo trovato subito la perdita. Però stia tranquillo, sono comprese le rifiniture che faremo appena si asciuga tutto. Non si preoccupi, ci metteremo massimo un’oretta!”.

Ecco i 2.300 euro. In contanti, li vuole. Banconote da piccolo taglio. Né assegno né bonifico. “Che, vuole pure la fattura?” Il tono è minaccioso nella sostanza. Non sia mai! Come per dire: non t’azzardare a chiederla che ti ci metto pure l’IVA e i contributi. Eh già, con l’IVA dovrei aggiungere altri 460 euro. E anche se capisco – in un barlume di consapevolezza tributaria – che lui senza fattura ci guadagna almeno 1.000 euro, accetto il ricatto e pago.

Un anno dopo, stessa perdita, stessa marea del Titanic. Chiamo uno, due, tre volte lo stagnaro, che mi aveva detto che il lavoro sarebbe durato cento anni, ma non risponde. A quel punto la decisione. Chiudo il rubinetto centrale dell’acqua e vado avanti con quella minerale. Che da LIDL, se prendo quella da due litri, mi costa meno di un giorno dell’idraulico. Ora la uso anche per lavare i piatti e le camice. Che si smacchiano che è una favola. L’unica difficoltà è la fatica di mantenere sempre pieno lo sciacquone. Se vengono ospiti. Ma è solo un piccolo sacrificio. Ci può stare.

Con gli avvocati è la stessa cosa. Prendi un appuntamento e quando entri nel loro studio non hai ben chiaro se sia peggio lì che non entrare a Regina Coeli.

Intendiamoci, dagli avvocati non è come dai notai, dove l’attesa è sempre lunghissima, dove devi parlare piano, dove tutto è soffuso, dove c’è un silenzio come nelle chiese. Con quell’arredamento scuro e ottocentesco che ti informa che sono almeno quattro le generazioni di notai che hanno lavorato in quello studio, uno studio dove hai il terrore di parlare a voce alta e dove ti è permesso solo di firmare sotto quel dito indice inquisitorio qui, qui e qui, senza avere possibilità di chiedere uno straccio di chiarimento.

Dall’avvocato è diverso. Ti accolgono a braccia aperte, ti lavorano come in una manifattura, dispensano sorrisi e caffè in capsule. Uno studio pieno di luci e rumori dove vedi girare nelle decine di sale degli avvocati associati belle segretarie, brutti ceffi, alta borghesia, criminali certi e (contemporaneamente) anche le loro vittime.

Finalmente un professionista dello studio ti accoglie. Ti sorride e ti fa capire ammiccando che sarà dalla tua parte, sempre e comunque, anche se il tuo problema fosse che hai appena ucciso, dopo averla stuprata, una minorenne tua parente acquisita.

Senta – gli dici ben conscio della banalità della questione a fronte dei grandi processi che lo avranno visto protagonista – il problema è semplice. il mio vicino entra di soppiatto nel mio giardino, mi  distrugge i fiori. E’ un po’ fuori di testa, ma per i fiori mi dispiace. Ho tutte le registrazioni video. Sono costretto a denunciarlo. Faccio bene? Quanto mi costerà la causa?”.

Certo che fa bene, è un suo diritto costituzionale. Ma per i costi, chi lo sa! – risponde guardando il cielo – nessuno al mondo può saperlo. Il costo varia secondo quante udienze ci saranno, se si sconfina nel penale, se si resta nel civile,  se  servono perizie. E poi è difficile ipotizzare quanti saranno i gradi di giudizio. C’è il giudice di pace, il primo grado, l’appello. C’è il Tribunale del riesame e quello della libertà. Per non parlare del TAR, della Corte di conti e del Consiglio di Stato. Poi ci dovremo relazionare col GIP, il GUP, i PM e le parti civili… E chissà, se ci fosse bisogno di un incidente probatorio, tipo quello di Avetrana, non sappiamo dove andremo a finire.

Vabbè, lo immaginavo – aggiungo sconfortato – ma posso sapere quanto tempo ci vorrà per avere uno straccio di sentenza?”

Sentenza definitiva? Mah. La definitiva è una chimera. Una sentenza intermedia almeno cinque-sei anni. Minimo. Poi se cambia giudice, se c’è una amnistia, se ci sono le elezioni anticipate o una riforma dei codici i tempi si allungano.

Ok, avvocato, ho capito. Ma se vinciamo la causa, le spese processuali le paga il mio vicino, no?”

Si e no. Perché i miei compensi potrebbero essere più alti di quelli che il tribunale stabilirà. Addirittura poi, se lei perde, dovrà pagare anche le spese di giudizio e l’avvocato e i periti della controparte. Una tombola!

Ma ho delle possibilità di vincere, no? E’ tutto registrato!”

“Non la faccia facile. Vincere, nessun avvocato lo promette. Per vincere dipende da tante cose. Potrebbe farcela, ma anche non potrebbe. Bisognerà vedere le ragioni del suo vicino, cosa diranno i periti, i suoi avvocati… E poi anche il destino e la fortuna contano, sa, la verità processuale è diversa da quella reale!”

Ho capito, pure la fortuna conta. Ma alla fine, avvocato, quantificando, quanto mi potrà venire a costare questa causa?”

Non lo so. Proprio non lo so. Non me lo chieda. Come detto bisogna vedere quante udienze e rinvii ci saranno. Calcoli almeno 5-6.000 euro. Ma come minimo. Se alla fine la causa dura 7-8 anni un po’ di più. Se si va in Appello o in Cassazione molto di più, ma non so quantificare, potremmo anche arrivare a 15-20 mila euro. Ma stia tranquillo, è tutto fatturato, mica siamo idraulici!

Grazie avvocato è stato molto gentile, le farò sapere

Grazie anche a lei per aver scelto noi. Intanto per questa consulenza sono 400 euro. Che può pagare alla segreteria. Sappia però che se ci affiderà la causa, questi 400 glieli verranno scalati dal totale.”

Ho asfaltato il giardino.

Michele Pizzuti

Caso Ruby-Berlusconi: Ove nun potette “u Terzu Polu”, potette “U Pilu” (di Michele Pizzuti)

Sono sconfortato. Titolo sarcastico a parte, sarò molto serio. Ho letto i giornali, i forum, le testate classiche rosse e nere, quelle calve e quelle ricciolute. Ho visto i servizi in TV. Sentito i commenti degli amici e degli avversari. Annusato l’aria che tira. Ma ormai siamo all’epilogo. Alla fine. Alla frutta. Mancano solo le monetine lanciate all’auto del Presidente mentre esce da palazzo Grazioli e tutto finirà a puttane. Come era iniziato, del resto.

“Un paese di bacchettoni e moralisti come il nostro non è in assolutamente in grado di reggere alla marea delle incredibili notizie che si accavallano”.

Anche i più libertari erotomani si sorprendono. O per lo meno fanno finta. Per celare quel pizzico di invidia.

Anche i sostenitori più accaniti di Berlusconi, quelli per lo meno non inseriti nel sistema di potere e che a lui hanno sinceramente creduto, sono disorientati dal clima di ultimo impero. O peggio dall’insipienza di chi, pur guidando il Paese, si fa fregare da Ruby, da Mora e da Fede.

Notizie false, inventate, immaginarie? Forse. Anche trucchi e menzogne? Si. Magari anche menzogne. Ma ormai le favole “passano moralmente in giudicato” se diventano cronaca quotidiana. Se assomigliano alla realtà. Se sono la realtà.

Serve dire che i media ci inzuppano il pane? Che c’è esagerazione? Serve dire che non ci sembrano esserci reati diretti ma solo “relata refero”? Serve sottolineare che le Procure loro sì che sono fuori legge in spregio a qualsiasi legalità avendo violato una privacy e immettendo nel circuito mediatico giudiziario solo persecuzione politica?

Non serve. Anche se fossero tutte considerazioni vere. Non servirebbe.

Oggi questa difesa non ha neppure la forza di un placebo. Il vaso era forte, ma si è rotto. E per la legge dell’entropia, i cocci non sarà più possibile incollarli.

Certo, l’opposizione non è stata mai capace di proporsi come alternativa. Il PD si è mosso a rimorchio delle procure. Berlusconi ha mostrato di avere cento vite e mille idee. Il governo poteva e doveva far di più.

Ma mi sarebbe piaciuto che questo governo fosse caduto sul versante dei contenuti. Sulla politica.

Invece siamo al termine dell’esperienza Berlusconiana perché la legge, un pool di PM – da un punto di vista giudicati guardoni e pettegoli, da un altro punto di vista letti come integerrimi difensori del senso civico del Pese – ha spulciato il pelo nell’uovo. Anzi “U Pilu”. Io la penso così. Che quasi mi verrebbe da dire: né con i PM né con Berlusconi. Ma non lo dico. Troppo facile.

Ma siccome oltre a Berlusconi (fortunatamente) in questo Paese c’è ancora un Popolo Sovrano che patisce e gioisce, un’idea di Paese Liberale che non deve andare persa, un Movimento di Opinione Civile Moderno e Riformatore che sarebbe suicida gettare a mare con la sconfitta del Presidente, bisogna avere il coraggio di guardare avanti. Anche con il voto. Tuttavia lo sguardo in avanti verso l’orizzonte dove sta tramontando il sol dell’avvenir, mi fa vedere solo un uomo.

Senza orecchini. Che non so se sia un Orco o un Piccolo Principe. Davanti a questo periglioso mare, io infatti vedo solo… Solo… Solo…Aspetta un momento che c’ho il sole negli occhi che sta proprio basso, sul filo dell’orizzonte. No, niente. Non riesco a vedere nulla. Ancora troppa luce. Aspettiamo un po’, allora.

Che di notte nel firmamento brillerà sicuramente qualche altra Stella.

Michele Pizzuti

Marchionne, la FIAT e il bianco perlato della 500 (di Michele Pizzuti)

Cittadinanza attiva… Civico Lab… Apparentemente potrebbero bastare queste due parole per poter dire qualsiasi cosa. Cioè: io sono un cittadino attivo. Io sono una persona civile. Io sperimento idee in questo laboratorio. Sono vostro ospite.

Perciò dico a tutti voi che leggete: siete degli incompetenti. Anzi dei cretini. Sommessamente e senza boria ripeto: siete incompetenti e cretini. E non vi dico neanche le ragioni del mio ardire. Fatti miei. E’ il prezzo della libertà.

Bene. Un approccio di questo tipo meriterebbe una bella reazione. Liberi va bene, ma offendere… Civili (anzi Civico) sì, ma una reazione me l’aspetto. Mica siete babbei.

Fermi. Scherzavo. E’ il contesto che mi interessa. Anzi mi interessa un’altra cosa, la parola. Una parola (cretino o incompetente è lo stesso) non fa la storia di un laboratorio civile se la storia, anzi il laboratorio, non guarda al futuro.

Ecco perchè dico che la parola “sindacato”, se il sindacato continua a guardarsi allo specchio, non significa per nulla quello che significava quando, davvero, il padronato era il padrone delle ferriere.

Ricatto? Quello di Marchionne è un ricatto? Forse. Anzi, si. Formalmente lo è. Bello e buono. Ma dietro a Marchionne (e Marchionne si fa forza di questo dietro) rimbomba vigoroso il grido di dolore disperato di tanti medi e piccoli imprenditori che non reggono più alle regole nazionali. Ai diritti sempre e comunque. Non reggono più alle “sregole” della globalizzazione. Anzi non reggono più al disastro di un paese per vecchi, che non riesce a modernizzarsi. Per colpa di una classe politica insipiente. Per i veti delle lobbies. Ed ai quali (ai quali imprenditori) va tutta la mia considerazione. Si vabbè, tutte cose risapute. Ma davanti a Marchionne che c’è? Il Danubio o il Po?

Beh, andiamo con ordine. Intanto, davanti a Marchionne  c’è la Punto EVO e la Panda. Mica una Mercedes. C’è pure la 500. Carina. Davvero carina la “cinquecento”. Ma 1.000 euro per il bianco perlato, dove li mettiamo? Sulla carrozzeria? Tutta qui la nuova FIAT? Mah ! Togliamo 10 minuti di pausa anche ai progettisti e ai manager. Perché una cosa è certa: un piano industriale automobilistico ha successo se le vetture sono competitive. E belle. E con il bianco perlato a misura di portafoglio.

Poi c’è il contesto. Che mi interessava approfondire. Ecco il contesto: un vuoto di infrastrutture e un insieme di difficoltà burocratiche. E quindi abbiamo capito che c’è il Po e non il Danubio. E sullo sfondo del Po, verso il Monviso, c’è Mirafiori. E la catena di montaggio. E gli operai. Che fino a ieri credevo non esistessero più. Che nessuno ne parlava più. Neanche De Gregori.

Allora, se per stringere una vite basta un cinese analfabeta, come deve trasformarsi l’operaio italiano per non farsi infinocchiare da un cinese che studia? Da quello che ho visto in TV – e vi confido che seppur amo poco il cachemire, non ho mai visto da vicino una catena di montaggio (sono laureato e intellettuale) – penso che il futuro della catena prevederà azioni più complesse di quelle di ieri (la vitarella) o di oggi (una serie di azioni standardizzate che dopo un addestramento tecnico possono essere eseguite senza eccessive difficoltà anche dal cinese appena citato), ma una serie di azioni in cui la parte umana (purtroppo tendente alla marginalizzazione, ma su questo siamo impotenti) possa avere ancora un ruolo operativo significativo.

Significativo. Ecco, qui c’è la differenza. Quella capacità che fa del nostro popolo, un gruppo di uomini e donne capace di adeguarsi ai cambiamenti e di guardare al futuro. Per questo i contratti saranno sullo sfondo. E il sindacato con loro. Mentre la forza lavoro dovrà assolutamente modernizzarsi all’interno di un contesto che, se non si arricchirà di infrastrutture che permettano loro una maturazione ed una crescita capace di battere la globalizzazione, invece di farlo vivere, questo popolo maledetto, lo farà morire.  

Insomma, sì. Ci riempiamo la bocca di speranze. Ma chiudiamo le orecchie al suono del futuro. Diciamo che c’è la globalizzazione ma non ne prendiamo atto. Ne parliamo solamente. Ma non l’abbiamo capita. Non abbiamo neanche la minima idea di quello che sta succedendo. Altro che riscaldamento globale. Mi chiedo. Il modello è diventare schiavi come i cinesi nelle sartorie di Prato e nelle Miniere (fa sempre effetto accennare alle miniere)? Certo che no. Ma se domani i cinesi, i brasiliani, gli indiani produrranno a prezzi competitivi anche manifatture di qualità, chi gli starà dietro? La Fiom? Certo che no. Lo so, lo so. Il problema è complesso. E non mi va neanche di semplificarlo. Ma se il sindacato non si modernizza, permettetemi di dire che sono degli incompetenti. Anzi dei veri e propri cretini. Con il rispetto dovuto. Modernizzarsi. Lo devono fare per i lavoratori. Ed anche per il paese. Ma i lavoratori non possono rimanere “estranee singolarità”. Unici a difendere ciò che esiste. Ormai, si è capito, non si tratta di più di difendere e basta. Ormai è ora di prendere in mano le redini di uno sviluppo nuovo. E qui, davvero, i sindacati non bastano mica, e nemmeno i lavoratori. Ci vuole un Paese intero che intraprenda questo percorso ed un leader che lo guidi saggiamente. Che sappia dove andare e ci faccia partecipi di questo percorso. “Damose da fà”, lo diceva un quasi Beato. Tutto dipende anche da noi, dal nostro orientamento. Cretini che non siamo altro.

Michele Pizzuti

Tra un “ossimoro ed un iperbato” ve la faccio più semplice: perché Berlusconi vince? (di Michele Pizzuti)

Cari miei lettori, come intuite dal presuntuoso incipit amichevolmente roboante, proprio qualche minuto fa sono stato colto da un violento attacco di megalomania maniacale, che dai soliti esperti viene metaforicamente descritto come “sindrome di onnipotenza conseguente ad una ipertrofia narcisistica dell’Io”.

Ma non è tutto. Sulle ali dell’energia che questa sindrome butta dentro al corpo, ho preso un’altra decisione: inserirmi tra la Barbara Spinelli di Repubblica e Giuliano Ferrara, direttore de Il Foglio. Non come terzo incomodo, per disturbare una relazione sensuale mai nata (ne sarei tra lo schiacciato e l’agghiacciato) ma solo come disinteressato opinionista. Ruolo di moda. Il che potrebbe anche essere peggio.

Infatti un articolo della Spinelli dalla intrigante titolazione “l’Osceno normalizzato” http://www.repubblica.it/politica/2010/11/24/news/spinelli_osceno_normalizzato-9439047/index.html?ref=search ha scatenato una piccata ma gustosa reazione di Giuliano Ferrara che, da Il Foglio, ha replicato sinteticamente cercando di capire in quale categoria umana essa (la Spinelli) si collocasse: se in quella dei “mozzorecchi” o in quella degli uomini di mondo che conoscono i limiti della natura umana

L’articolo della Spinelli in verità affronta temi importanti: la Mafia, il Berlusconismo, gli ipotizzati collegamenti tra l’imprenditore e questo mondo. Ma è lungo e per la verità noiosetto. Cioè non porta nulla di nuovo alla tesi del legame primitivo tra Mafia e Berlusconi. Praticamente la linea editoriale di Repubblica.

Invece tra le righe la Spinelli (forse involontariamente) pone una questione sulla quale Ferrara, istintivo animale da fiuto dei sentimenti umani (confermo: “dei” sentimenti e non “dai” sentimenti) quale è, ci si aggancia magistralmente.

Partendo dal concetto dei ricatti o della ricattabilità degli uomini di potere, Giuliano si pone come un uomo che, per le sue esperienze, “pensa di conoscere l’incorreggibile torsione del mondo al peggio“. Sublime. Questo mi invita a nozze, per affrontare due temi a me molto cari: il lato B della natura umana e il perché – quelli che invece prediligono il lato A, cioè gli standardizzati cittadini onesti – permettono ai lati B di imperversare, lasciando passare addirittura anche qualche lato C indisturbato sulle loro teste e nelle loro tasche senza fiatare più che tanto.

E’ vero, sto dando i numeri. Ma talvolta dalla pazzia può nascere anche qualche idea interessante e quindi voglio dire la mia. Ma prima di chiudere il cerchio, adesso me la prendo amichevolmente anche con Civicolab, anzi con Cittadinanzattiva.

Ferrara per spiegarsi usa un ossimoro, io per fare confusione butto lì un iperbato: Cittadinanzattiva è una organizzazione (sintetizzo e riformulo) il cui marchio di fabbrica (il nome) implica la suggestione che “i cittadini sono naturalmente attivi e che questa organizzazione, che li rappresenta o che vuole interpretare le loro ragioni, è un loro saldo punto di riferimento per battersi contro chi non li ascolta o li vessa”.

In realtà, andando avanti nel tempo e osservando i comportamenti della massa, la prima domanda che mi porrei è: ma davvero la cittadinanza di questo paese, politicamente parlando, è attiva? E la seconda: non è che sia prevalentemente passiva e solo se toccata su precisi interessi personali, si attiva? E la terza a corollario di tutto: non è che, invece, a volte, sarebbe interessante parlare della “passività della cittadinanza” e lavorare di cervello per capirne le ragioni o i torti?

Ovvio che forzo i concetti, ma attività e passività, etica e amoralità, oggetto di ricatto o ricattatore, lato A e lato B, o più semplicemente buono e cattivo, mi ricorda tanto la definizione che Freud da’ nel suo saggio ”Al di là del principio del sapere” sulle due pulsioni innate che albergano nell’uomo: eros e thanatos, quella della vita e quella della morte.

Sempre sul Foglio, nella rubrica HPC, alcuni mesi fa accennavo a questi temi (http://www.ilfoglio.it/hydepark/archivio/13090) in chiave cosmologica (o per lo meno all’interno dei 2000 caratteri permessi), ma la questione “l’Osceno normalizzato” mi sembra simile ad essa.

Questo articolo della Spinelli spinge perciò a fare un passo avanti: se fosse vero quello che afferma cioè, sostanzialmente, che “con la fine della mafia e il trionfo della legalità il mostro dal capo di Idra mica è certo che perirà” come è possibile che la maggioranza degli italiani a più riprese abbia sostenuto a Premier (il mostro) Berlusconi? Cosa c’è dietro questa reiterata scelta? C’è quasi un 50% di mafiosi (o simpatizzanti tali) in giro, ma lo capiamo solo perché il cavaliere vince le elezioni?

Se sì, saremo costretti a cambiare nome alla testata per rinominarla: “Incivicolab”?

Non scherziamo, la natura umana merita qualcosa di più che un ironico cambio di marchio.

A mio parere gran parte dei cittadini italiani ha intrinsecamente un forte e consolidato pianale assistenzialistico, partorito dalla storia recente di questo paese. Purtroppo però, il senso di colpa di masse (impoverite dal dopoguerra) che sono finalmente arrivate al benessere senza avere interiorizzato le regole per mantenerlo tale, produce anch’esso degli effetti. Deleteri.

Perciò questo paese è un luogo dove in molte zone vige ancora il predominio dell’aiutino, della piccola furbizia, della richiesta penosa che anche se incanta e infinocchia l’istituzione (tutti noi), “machissenefrega”. E’ questo il paese del primato personale contro il primato della collettività. Prima penso a me, poi si vedrà. Salvo poi, nel caso di un bisogno che non ce la faccio da solo a soddisfare, il rivolgermi esigente (accampando i miei diritti costituzionali) proprio verso quella collettività che disprezzo quotidianamente, ma dalla quale ora esigo risposte.

Ecco, questa secondo me è la categoria dei mozzorecchi, il regno di thanatos, la piazza di quelli che (mi verrebbe da dire se non fosse banale) predicano bene e razzolano male. Sono moralisti di mestiere sempre pronti a sfruttare “il meglio e l’occasione” in qualsiasi modo: lontani mille miglia dal senso della solidarietà schietta, dall’etica e dalla fratellanza di specie, tipica invece degli uomini di buona volontà che conoscono il mondo e le sue imperfezioni.

Questi ultimi, consapevoli delle pochezze umane e del pericolo del lato B, che non nascondono, ma che anzi combattono a viso aperto, a volte sono perdenti.

Concludendo, se la natura umana è complessa, altrettanto complesse sono le motivazioni più profonde e istintuali che spingono un cittadino a sostenere uno schieramento politico invece che un altro.

Ma i motivi del perché Berlusconi vince, non sono semplici da categorizzare. Qualcuno potrebbe dire che “i perché sono scritti proprio nel lato B del DNA umano, del quale lui è un grandioso interprete-sostenitore, riuscendo addirittura a santificarlo questo lato. Per questo i suoi elettori si identificano con lui sino in fondo e lo votano”.

Altri potrebbero accennare che c’è pure una disgrazia in aggiunta: un centrosinistra che oggi annaspa incerto senza far scattare “né ai no global mozzorecchi, né agli uomini di mondo o di buona volontà” i meccanismi della speranza.

Per cui ai cittadini del lato A non rimane che andarsene al mare anche se è giorno di elezioni. Oppure (è un consiglio) decidersi a fare veramente “i cittadini attivi” per tentare di prendere nelle loro mani le sorti del Paese.

Michele Pizzuti psicologo

Dialogo tra “sordi e sòrdi”: apologo sul presente (di Michele Pizzuti)

Donne, è arrivato l’ombrellaro. Arrotino. Avvicinatevi co’ fiducia, è arrivato il robivecchio. Svuoto cantine, ritiro metalli, pulisco soffitte. Donne, avvicinatevi co’ fiducia. Stracci e cartoni, tutto quello che non ve serve più lo prendo io. Ombrellaro… Spazzacamino…”

– Ehi, buon uomo… – Era una signora elegante quella che gli fece un cenno. E in perfetto italiano aggiunse con un sorriso forse un po’ affettato: – Robivecchi, robivecchi, prende davvero tutto?

L’ombrellaio si avvicinò rapidamente ad essa: – Sissignora, ce penso io, prendo tutto.

La signora, indicando un corpo semivestito lì a terra, miagolò: – Ecco, prego prenda questo, allora. Può tenerlo per un po’ e ripararlo?

L’uomo guardò meglio quel corpo e si sorprese: – Ma che è? Sembra un cadavere. Ho detto che prenno e riparo tutto signò, ma no i morti.

– Lo so, buon uomo, lo so. Ma se lo prende, potrebbe rimetterlo in forma? Fra tre mesi me lo riconsegna. Fra tre mesi, sino alle elezioni anticipate.

– Che? Devo tenerlo pe’ tre mesi e poi glielo riporto? Sta scherzà, signò? Elezioni? E che c’entro io co’ le elezioni e coi morti? Io so’ ombrellaro mica cassamortaro.

La signora però continuò a insistere: – Lo prenda. Lo aggiusti. Le persone come me le pagheranno il necessario. Quel corpo è’ un bene comune. Non lo faccia definitivamente morire. Altrimenti la colpa ricadrà su di lei. Come anche le ricadute del decesso. Compia un atto di solidarietà civile, politica, suvvia…

Al “suvvia”, il cadavere ebbe come una scossa. Un brivido. Di agitazione. Di ansia. E mosse le labbra, impercettibilmente.

– Signora, a signò… ma ‘sto cadavere non è morto, è moribondo. Anzi me pare vivo! Sta a parlà.

– Per questo ho chiesto il suo qualificato intervento. Per fare in modo che non muoia. Io… noi, stiamo lavorando per un’alleanza strategica contro il comune nemico…

L’ombrellaio però non l’ascoltava. Incuriosito avvicinò il suo orecchio al corpo di quel vecchio signore, alla sua bocca. Dalla quale a malapena uscì un sibilo: “Aiutatemi, qualcuno mi aiuti (la voce era fioca). Sono alla frutta. Digerita la democrazia non mi è rimasto più nulla nello stomaco. Solo avanzi di un governo tecnico, di transizione. E poche briciole per una nuova legge elettorale. Tutti mi fanno vedere i menù, ma nessuno mi sfama. Ho fame, fame di riforme”.

La signora un po’ scocciata si rivolse al robivecchi e cercò complicità: – Vede buon uomo, ecco perché vorremmo ripararlo. Appena si apre un barlume di speranza (la sua venuta qui, caro il mio ombrellaio), questo corpo prima si illumina, poi si agita e infine si lamenta. Ogni giorno ne ha una: il conflitto di interessi, le leggi ad personam, il parlamento bloccato, la libertà di stampa, lo sfregio della democrazia e i PM, il sistema elettorale, il…

– Signora mia bella, ma io che c’entro? Mica c’ho capito gnente de quello che sta a dì. Ma chi è ‘sto signore? Insomma ‘sto corpo, sta crepato o no?

– Lo so, lo so che per lei è difficile capire. Lei è un intellettuale di base, un operatore del fare. Si affidi agli intellettuali del sapere. Si fidi di noi. Quel morto-non morto, che sussurra ai lavoratori come lei, è una allegoria. E’ un simbolo virtuale del degrado di questa società. Delle speranze disilluse. Della vittoria del denaro sui valori. E’ un moribondo che ci piacerebbe rianimare anche col contributo di quelli come lei, quelli con le mani sporche si, ma di lavoro.

– Signò la prego: me lasci perde. Io le “legorie” non le compro. Al massimo le vendo. E non me chieda contributi che già c’ho tante spese. E che vor dì “vittoria del denaro sui valori”? Pure i valori valgono come “i sòrdi”, no?

– Ah, si i valori. I valori aggiunti… Le risorse… Lei pensava al denaro, vero? Io invece parlavo di concetti, di etica, di valori morali. Vabbene, buon uomo, se non pensa di farcela lasci perdere. Sappia però che sarà anche peggio per lei.

– Ecco, sì, lassamo perde. Ma guarda ‘n pò che me doveva capità oggi. Pure un cadavere. “Donne, è arrivato l’ombrellaio. E l’arrotino. Avvicinatevi con fiducia, è arrivato il robivecchio. Svuoto cantine, ritiro metalli, pulisco soffitte” – La voce allontanandosi si affievolì e l’ombrellaio si perse nella indefinita massa, sbattendo tra i richiami del grande centro moderato (ma disinteressato a riparare ombrelli) e la Lega, attenta ai camini e alle imprese artigiane molto di più che non il sindacato o la CGIL.

Contemporaneamente anche i gemiti del vecchio corpo, ancora steso sul marciapiede, sembrarono spegnersi.

La signora si mise a posto i capelli. Una passata di rossetto sulle labbra e rapidamente infilò lo stick nella borsa Prada: – Peggio per lui, è nato ombrellaio e ombrellaio finirà. – Poi diede un’ultima occhiata a quel corpo: – Peggio anche per te, stupido “Corpo elettorale del Paese” che non sei altro. Conservatore sei nato e conservatore morirai.

La signora si infilò il soprabito di Max Mara e si incamminò veloce verso il fondo della strada, sbattendo tra i richiami del grande centro moderato e di un PD addormentato e incerto se muoversi verso il riformismo, Di Pietro o Futuro e Libertà.

“Il Corpo elettorale del Paese” invece, quello stupido corpo rimasto a terra – né vivo né crepato, né reale né virtuale – era davvero a terra. Steso su quel marciapiede capì subito che anche quella non sarebbe stata la giornata della rivoluzione. Diamine, anche stavolta l’alleanza tra le due grandi aggregazioni marxiste, quella operaia e quella intellettuale, era fallita. Proletari e borghesia avevano intrapreso strade diverse. Come sempre. E per colpa loro, quel corpo, continuerà a digiunare ancora per molto.

  Michele Pizzuti psicologo

I minatori cileni e il Grande Fratello: divagazioni sulla TV e sui telespettatori (di Michele Pizzuti)

Qualche giorno fa, Aldo Grasso, nella sua rubrica a fil di rete (Corriere della Sera) sottolineava che gli ascolti di X Factor e del Grande Fratello 11 andassero scemando, anzi stavano perdendo valanghe di spettatori ad ogni puntata. Grasso stava di fatto enunciando “lo stato di crisi” dei reality.

Cosa? Crisi del GF 11? Ho letto bene? Non ci posso pensare. Dovrò ingurgitare etti di benzodiazepine per riprendermi da questa notizia. Sono tramortito. Già rimugino dove e a chi, il lunedì sera, televisivamente parlando, il pubblico, il sottoscritto, si rivolgerà. A quale canale? Verso quale trasmissione? Devo guardare meglio i palinsesti, devo andare di corsa su Google. Non vorrei trovarmi lunedì sera a braccetto con quei vecchi film in bianco e nero che magari, peggio per loro, raccontavano delle storie. Non vorrei proprio. Mica ci sono abituato. Il mio plasma da 50 pollici, poi, ha dei colori così brillanti che il bianco e nero viene proprio a male. Intristisce.

In attesa di risolvere l’interrogativo, un panino con la mortadella per riempire lo stomaco ed attivare le neuro proteine (non è vero, ma fa molto intellettuale) e via, giù. Su internet. Alla ricerca di notizie. Alla ricerca del futuro.

Quest’anno però abbiamo toccato il massimo del trash. Lo dobbiamo dire. Con un pizzico di dispiacere. Ma stavolta abbiamo toccato (quasi) la fossa. Quest’anno, le storie del GF mi sembrano come la febbre del sabato sera: la domenica mattina hai 36 e mezzo e ti sei scordato tutto. Ma ti fa male la testa. Anzi il cuore. Ti senti in colpa. Anche se sai che sabato prossimo sarà la stessa cosa.

Non è mia la colpa, però. E’ dei media. Della televisione di stato. Della RAI al servizio dei partiti. E pure della televisione commerciale. E’ il conflitto di interessi. E’ il broadcasting. E’ la televisione, bellezza. Questo è il coro.

Il coro quando canta, canta bene, è intonato. Scaricare sulla società le nostre malizie è fantastico. Ci solleva. E’ il contrappasso che diventa legge. Da’ un senso di onnipotenza. E le ragioni per quel “senso” sono anche persuasive. Il massimo.

Eppure non è tutto buio quello che non brilla. La televisione è pure capace di grandi cose. Ma tant’è. E quando la TV è lo specchio del nostro lato oscuro, può accadere di tutto. Eros e Thanatos. Il meglio e il peggio. Come al solito siamo noi il centro del sistema. E’ il nostro narcisismo. La TV ci serve sui cavi e sulle radiofrequenze proprio quello che ci è indispensabile per sfamarci. Per far vincere lo stomaco. Per far soccombere i cervelli.

Ma non voglio fare solo astratte critiche di sistema. Sparare sul pianista (e che pianista!) talvolta non conviene. La forza della TV (però) è indiscutibile. Sono solo in discussione (allora) i suoi contenuti. Ma trovatemi qualcuno che sia capace di scindere senza ucciderle queste sorelle siamesi: contenuti e cornice, contenuti e metodo, contenuti e telecomando.

Ma voglio andare al dettaglio, fare qualche esempio. Non mi va di rimanere negli apoditti. Allora chiamo a testimoniare i “Los 33” e proprio il GF 11. La seduta è aperta. Ambedue reality della nostra televisione. Ambedue specchi del nostro tempo. Il lato chiaro e il lato oscuro.

Come interpretare questi due fenomeni? Quale chiave di lettura, televisivamente parlando, ha aperto il lucchetto dello share? Per ambedue un’ambizione. Da una lato la vita. Dall’altra il successo. E’ solo una questione di millimetri.

I minatori cileni, dopo qualche disorientamento iniziale, sono riusciti a salvarsi per la concomitanza di tre contingenze: la tecnologia (le trivelle che li hanno raggiunti e le videocamere che permettevano la comunicazione, la speranza), la solidarietà (il legame tra di loro e il legame con i familiari all’esterno, un cordone ombelicale potentissimo), e la fiducia (verso la nazione, il Cile, il genere umano, il destino o  – chi credeva – in Dio). La fiducia che ce l’avrebbero fatta. Ecco, la fiducia è stata il catalizzatore più significativo nella complessa catena della loro salvezza.

Ma anche i Media sono stati protagonisti, anche loro hanno aperto il lucchetto della speranza. Ci hanno informato senza invasività. Hanno raccontato senza farci emozionare a buon prezzo. Hanno tenuto alta l’attenzione della gente. Hanno lavorato affinchè – pur con i loro vantaggi – la salvezza dei minatori diventasse la nostra salvezza. Quasi una redenzione del genere umano.

Il Grande Fratello invece, ci insegna che per caratterizzarsi dentro la casa (e avere successo fuori) le variabili per emergere sono molto più semplici: le emozioni low profile (amori recitati, storie familiari melense, accoppiamenti-separazioni, lacrime a basso costo, storie senza senso piene di pura fiction), la litigiosità (la gelosia, l’invidia, l’aggressività, l’inganno), e l’apparenza (essere i più desiderati perché rispondenti ai canoni della bellezza mediatica, spogliarsi, puntare ai preferiti del pubblico per non essere nominati). Insomma essere trash per imporsi a un pubblico che ormai è costretto ed abituato a barcamenarsi nel trash della propria esistenza quotidiana. Con la solita musica, identica da 11 anni che, in compagnia di quel movimento di luci e ombre che ci fa estasiare. Con Alessia che annuncia: “dichiaro chiuso il televoto”. Ta-Taaa!.

Io (allora) dichiaro chiusa la mia coscienza e sabato sera niente birra. Prendo una tachipirina e al diavolo la febbre. Lunedì devo essere pronto e sveglio. Norma viene in studio e, a noi e alla Marcuzzi, racconterà la sua storia, ci farà vedere il suo corpo. Norma.

Si, vabbè (direte) prima critichi il GF e poi sai pure della esclusione della bellissima Norma e della sua sensualità. Sei un ipocrita (allora).

Certo che so di Norma. Il mio mestiere è sapere. Ed è logico che sembro ipocrita. Ma non è così. Primo, perché per criticare, bisogna vedere. E poi, perché anche Bellini, verso la sua Norma, la pensava a suo modo quello che noi pensiamo del GF.

E se pure Bellini canticchiava (morbosamente): “Casta Diva, che inargenti – Queste sacre antiche piante – Al noi volgi il bel sembiante –  Senza nube e senza vel”, a noi non ci resta che soffiare sulle nubi e occhieggiare sotto il vel di Norma del Grande Fratello. Salvo sputarci sopra un secondo dopo.

Michele Pizzuti psicologo

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