Migration compact, la proposta dell’Italia all’Europa

migration compact

Il Migration Compact – un nome non proprio beneaugurante, visti i timori e i contrasti sollevati dal più famoso Fiscal Compact – è un testo che contiene molte idee interessanti e in parte innovative.

La proposta italiana sull’immigrazione presentata informalmente al Consiglio Affari Esteri dell’Unione europea è anche un bel segnale di un ritrovato attivismo del nostro paese su alcuni temi cruciali cui oggi l’Unione deve fare fronte.

Il contributo del governo Renzi

barcone migranti Segue altre importanti iniziative del governo Renzi, dal contributo italiano al Rapporto dei Cinque presidenti sul tema della governance economica fino alla più recente proposta del ministro Pier Carlo Padoan sulla strategia di crescita, lavoro e stabilità. Non vi è dubbio che oggi il tema che angustia di più il governo sia quello di una ripresa massiccia dei flussi dalla Libia e dai paesi limitrofi (l’Egitto?).

A marzo di quest’anno, gli sbarchi sulle nostre coste hanno toccato i 9600 arrivi contro i 2283 dello stesso mese del 2015, senza contare le tragedie del mare cui giornalmente assistiamo, da ultima quella di lunedì scorso, al largo della Libia. E il trend sembra non invertire la rotta. È quindi urgente riaffrontare l’intera questione ed è ciò che il nostro non-paper cerca di fare.

I punti del testo italiano

Tre sono gli assunti di base su cui si fonda il Migration Compact.

Il primo è che l’immigrazione non è solo un tema emergenziale ma strutturale, destinato quindi a durare negli anni. Va perciò affrontato con un’ottica di medio-lungo periodo. Esso riguarda in particolare l’Africa. È questa una sottolineatura molto importante, poiché fa comprendere che una volta usciti dall’emergenza provocata dalla guerra civile in Siria, la questione è destinata a concentrarsi quasi unicamente sul fronte africano e non certo su quello mediorientale. In questa prospettiva, più che di rifugiati si ritorna a parlare di immigrati spinti da motivazioni economiche, anche se i conflitti non mancano neppure in Africa.
migranti al lavoroIl secondo aspetto che riguarda l’immigrazione è la sua complessità: essa non si limita ai soli aspetti relativi al diritto di asilo o di ricollocazione, ma anche a questioni attinenti alle politiche di sviluppo e alla sicurezza. È quindi necessario agire sulla base del principio di coerenza, mettendo nello stesso basket le diverse iniziative, gli strumenti e le politiche dell’Ue, indirizzandole verso l’obiettivo centrale di una più efficace gestione dell’immigrazione.
Il terzo assunto è il riconoscimento della forte dimensione esterna della questione.
L’immigrazione è infatti parte sostanziale della politica estera e di sicurezza dell’Unione, poiché solo attraverso l’alleanza con i paesi terzi, di origine e transito dei flussi migratori, sarà possibile arrivare a risultati concreti e di lungo periodo. A tale proposito, si propone un profondo ripensamento dei vecchi accordi Ue/Acp e lo sviluppo di modelli di cooperazione come quello, forse in parte contestabile, con la Turchia o il Piano di Azione uscito dal Vertice della Valletta con l’Unione africana.

L’agile documento presentato dall’Italia propone quindi un Grand Bargain fra Unione europea e paesi terzi africani, e lo fa attraverso una serie di suggerimenti estremamente concreti sia sul versante degli strumenti che delle iniziative legislative da prendere da entrambe le parti.

Nodi problematici

migranti muriEd è proprio qui, come era prevedibile, che cominciano le vere difficoltà. Non vi è dubbio, infatti, che sarà molto difficile ottenere credibili misure di controllo dei confini interni da parte dei vari paesi africani, come pure sarà tutta in salita la strada per aiutarli a costituire degli uffici (delle specie di hot spot) sul loro territorio che riescano a valutare le richieste di emigrare. Come pure sarà una sfida convincere molti di loro a riprendersi gli emigrati che dovessero venire respinti dall’Unione.

Ma in verità i maggiori ostacoli si manifesteranno all’interno dell’Unione. Basta vedere come sono andate finora le proposte della Commissione sulle quote di ricollocazione o le decisioni di diversi governi europei, anche guidati da socialdemocratici come è il caso dell’Austria, di erigere barriere e fili spinati sui confini interni dell’Ue.

Idea Eurobond

Il documento italiano, da questo punto di vista, cerca di indicare una serie di strumenti innovativi che portino ad un consistente aumento delle risorse a disposizione. A parte il riordino degli strumenti finanziari esistenti per la politica di vicinato e per le associazioni, la novità principale della proposta consiste in due tipi di bond europei: uno destinato ad agire da moltiplicatore per investimenti direttamente in Africa (EU-Africa bond); l’altro per l’aiuto da destinare ai paesi membri dell’Unione europea nella gestione dell’immigrazione.

accoglienza migrantiCome vi era da aspettarsi, appena è giunto alle orecchie tedesche il termine “bond” – debito collettivo dell’Ue – si sono immediatamente eretti i cavalli di frisia del governo, o almeno di alcuni suoi rappresentanti, volti a scoraggiare idee di questo tipo. In effetti il progetto di emettere bond europei troverà resistenze di tutti i tipi anche perché alla fine la decisone dovrà essere unanime a 28, e non solo per i paesi della zona euro.

Tuttavia, da qualche parte bisognerà pure cominciare e la proposta italiana ha l’indubbio merito di smuovere le acque torbide che soffocano una vera presa di coscienza del tema dell’immigrazione. Gli stessi tedeschi hanno controproposto una tassa sulla benzina, non si sa con quale fondamento. Ma in ogni caso, qualcosa si muove.

Mancano le alleanze

La proposta va quindi portata avanti con determinazione. Ma con chi? Qui, a nostro parere, si palesa invece la debolezza dell’iniziativa: non essere stata concordata a priori con alcuni nostri partner europei, a cominciare dai paesi del sud Europa, ma anche con alcuni fra i più aperti del nord dell’Unione. Magari valeva la pena tentare un primo approccio con la stessa Germania.
Insomma è mancato da parte italiana lo sforzo di creare a priori un fronte di paesi a sostegno della nostra proposta. Un Coalition building è la precondizione necessaria al successo delle proposte. Altrimenti il rischio è di lanciare una buona idea che poi, venendo solo da noi, rischia di essere tacciata di nascondere un conflitto di interessi. L’unico segnale buono fino ad oggi è la benevola attenzione dimostrata dalla Commissione. Ma, come ci dimostra l’esperienza recente, essa non è da sola sufficiente.

Gianni Bonvicini tratto da http://www.affarinternazionali.it

La difficile comprensione del terrorismo

paura del terrorismo

Il terrorismo ha sempre suscitato grandi dibattiti sia sulle cause che sui possibili rimedi. Ora abbiamo a che fare con quello islamista dell’Is, ma il terrorismo come metodo di lotta politica non nasce in questi ultimi anni ed è stato usato con varie connotazioni di destra, di sinistra, anticomunista, anticapitalista, mafiosa, a sostegno della causa palestinese o di quella ebraica, nazionalista. A noi italiani è toccato di conoscerlo in diverse versioni in vari momenti della nostra storia degli ultimi 45 anni, ma quello dell’Is è molto diverso dai casi del passato e, dunque, bisogna guardarlo più in profondità per capire come prevenirlo e difendersi.

guerre in Medio OrienteInnanzitutto è ormai assodato che il terrorismo dell’Is nasce nell’ambito dello scontro che oppone fazioni religiose, stati, gruppi dirigenti nel mondo che si riconosce nella religione musulmana. Non si tratta, quindi, di una guerra tra Islam e Occidente; né, tantomeno, deriva da una qualche aggressione degli Usa o dell’Europa verso i paesi musulmani. Certo, vi sono state le guerre sciagurate per abbattere Saddam Hussein e Gheddafi che hanno precipitato enormi territori nel caos, ma quei dittatori erano laici e non capi religiosi. Né la volontà di controllare i pozzi di petrolio da parte dell’Occidente può spiegare la nascita dell’Islamismo radicale e del terrorismo come reazione contro lo sfruttamento dell’unica ricchezza di quei territori dato che il controllo è stato (ed è) esercitato da governi e monarchie autoctoni (e tra l’altro l’Is svende il petrolio).

Al contrario, nel passato gli Usa e i loro alleati hanno incoraggiato e sostenuto con soldi e armi la nascita di gruppi radicali per indirizzarli contro l’Urss in Afghanistan e poi contro Assad in Siria. È stata tollerata l’aperta azione di Turchia e Arabia Saudita a favore dell’Is e si è consentito che quest’ultima prendesse il controllo di buona parte delle moschee europee diffondendo una versione retrograda e bellicosa dell’Islam che si contrappone ai valori e alla società occidentali. Altro bisognerebbe dire specie sul versante dei rapporti Arabia Saudita Usa, ma non è questa la sede. In definitiva, se di colpe dell’Occidente si vuole parlare, si tratta più di favoreggiamento e istigazione all’islamismo radicale che non di guerra nei suoi confronti.

guerra in SiriaIl problema è che la guerra “civile” nel mondo arabo (guerra vera con molte centinaia di migliaia di vittime dall’Algeria allo Yemen) è diventata un polo di attrazione per i musulmani nel mondo che ha trasformato la loro religione in un’identità e un’ideologia che supera e dimentica le divisioni in nome delle quali si sta svolgendo lo scontro in Medio Oriente. Ciò che resta e che emerge per chi vive qui è la proposta di una contrapposizione radicale agli stili di vita, ai valori e all’assetto sociale delle società europee. Una contrapposizione incoerente che sa di rivalsa se si guarda alla storia dei giovani autori delle stragi di Parigi e Bruxelles o anche ai profili degli attentatori suicidi diffusi dalla propaganda dell’Is. Nessuno di questi giovani, infatti, deriva le sue convinzioni dallo studio, dalla pratica religiosa e da uno stile di vita integralista. Tutti sembrano cercare una propria affermazione che sfocia nel culto della morte eroica passando per una fase di violenta sopraffazione che li eleva al di sopra della gente comune. L’Is in sostanza ha dato a questi giovani una motivazione per vivere e per morire. Ma anche questa non è una novità nella storia: l’idea della “bella morte”, il culto per una gioventù che si consuma in battaglie feroci e l’eroismo che fa sacrificio della propria vita ricorrono in tutte le epoche.

terrorismo islamistaE tuttavia deve preoccupare che pochi terroristi abbiano potuto muoversi in ambienti a loro affini per culto e per origini anche se lontanissimi dalle loro azioni concrete senza esserne respinti. L’ostilità verso le istituzioni degli stati dei quali molti musulmani sono ospiti e cittadini è un problema a sé stante che deve essere affrontato soprattutto sul piano culturale conquistando ai valori e alle regole di convivenza europee anche quelli che vi si oppongono contro il loro stesso interesse bisogna dire perché, per quanto siano perfettibili le politiche sociali, di assistenza e del lavoro negli stati europei, danno garanzie all’avanguardia rispetto a quelle di tutto il resto del mondo. Forse bisognerebbe dire loro, con un po’ di comune buonsenso (ma senza astio) che se la vita in Europa suscita tanta ostilità possono sempre provare a trasferirsi in altri paesi piuttosto che ostinarsi a vivere in comunità chiuse e autoreferenziali.

Il problema è dunque molto complesso e va affrontato senza fare confusione. Se, sul piano dell’analisi, è corretto approfondire la storia dei rapporti tra paesi occidentali e mondo arabo, magari partendo dalle Crociate o ancor prima dalla conquista islamica che si estese dai Balcani all’Andalusia, quando si tratta di reagire ad un terrorismo organizzato e determinato qui ed ora non si può replicare tirando in ballo le vicende del passato. immigrati protestaNé si può spiegare la scelta dei terroristi europei di origine araba, ma di seconda o terza generazione, con la “rabbia delle periferie”. La stragrande maggioranza dei giovani e degli abitanti delle periferie vivono la loro vita cercando un miglioramento della loro condizione attraverso lo studio e il lavoro e non certo facendosi esplodere negli aeroporti. Dunque si parla di infime minoranze che non rappresentano assolutamente la generazione cui appartengono. D’altra parte è esattamente ciò che accade con altri fenomeni di ribellismo asociale che trovano la loro identità in gruppi marginali e nella pratica della violenza (ultras del calcio per esempio).

Ciò che distingue il radicalismo dell’Is è l’ideologia dell’islamismo radicale e l’esistenza di una “casa madre mondiale” che si identifica in uno o più eserciti combattenti e nei territori da questi amministrati. Da lì provengono l’ispirazione, l’esempio, i finanziamenti, l’addestramento, il supporto, gli obiettivi per i terroristi attivi in Europa. Da lì proviene anche la rivendicazione delle azioni di terrorismo sul suolo europeo. Già questo sarebbe un motivo che giustificherebbe un’azione di guerra contro l’Is. Se non viene fatta è perché ancora non sono stati definiti gli assetti successivi alla sconfitta dell’Is. Come è noto in Medio Oriente c’è un crocevia di strategie tutte interne al mondo arabo e islamico tra di loro in conflitto che impediscono un’azione risolutiva in Siria (dove esiste ancora uno stato legittimato in base al diritto internazionale e sarebbe saggio che rimanesse), in Iraq e in Libia.

Europa egoismi nazionaliIn Europa serve invece un salto di qualità nell’opera di prevenzione e di repressione del terrorismo coordinando e indirizzando l’azione delle polizie europee e lavorando alla creazione di un’unica centrale di intelligence dei paesi UE (o almeno di un nucleo ristretto). L’esempio del PNR per tracciare i passeggeri dei voli aerei del quale si è sottolineata la necessità da oltre un anno e mezzo e che ancora non si è realizzato testimonia di un’incapacità di individuare e far funzionare gli strumenti necessari alla prevenzione su scala europea.

Sarebbero necessarie inoltre una politica estera europea e una politica verso i migranti. Esattamente ciò che l’Europa non riesce a fare perché il progetto europeo si sta ripiegando verso l’esaltazione degli egoismi nazionali a cominciare da quei paesi dell’est risollevati dallo sfascio post sovietico grazie agli aiuti europei e oggi aspramente ostili a ogni condivisione di responsabilità. Forse sarebbe meglio pensare ad un nucleo forte di paesi nell’ambito dell’eurozona determinati a portare avanti l’idea di Europa, lasciando gli altri sullo sfondo a meditare e maturare una più convinta adesione.

migrazioni umaneUltimo tema quello delle migrazioni. Anche qui non giova mischiare piani diversi chiamando ad una chiusura delle frontiere che mai è riuscita a contenere le migrazioni o esaltando l’assoluto diritto degli umani ad andare dove vogliono e ad essere accolti. In entrambi i casi si tratta di posizioni ideologiche senza i piedi per terra; due forme di idealismo inutili ad affrontare problemi drammaticamente concreti. Meglio sarebbe avere una politica cioè un insieme coordinato di azioni ispirato da una visione ideale e fondato su obiettivi e strumenti ben calibrati perchè le migrazioni vanno gestite e non subite e questo un continente di 500 milioni di persone lo può fare. Peccato che le classi dirigenti europee preferiscono far finta di essere travolte, anno dopo anno, dall’emergenza pur di non assumere le loro responsabilità. Bisogna dire che l’Italia e la Germania sono state capaci di dare un buon esempio sia con le parole che con i fatti, ma non sono state seguite abbastanza. Gli altri paesi non hanno avuto il coraggio e la lucidità di farlo e si sta scivolando indietro

Claudio Lombardi

Scontro di civiltà o integrazione?

scontro di civiltà e integrazione

C’è qualcosa che lega la rivolta delle banlieue di Parigi del 2005, al massacro di Charlie Hebdo, alle stragi di novembre 2014, ai fatti di Colonia? Un solo legame: l’esistenza di enclave sociali e culturali che vivono coltivando il loro isolamento e la loro ostilità verso la società della quale fanno parte. Si parla ovviamente di quelle periferie che in molti commenti sono viste come il luogo di tutti i mali. Periferie urbane, ma anche periferie esistenziali, sociali, culturali, ideologiche.rivolta delle banlieue Nelle periferie nascono le ribellioni, i comportamenti antisociali, il degrado dei rapporti umani che si possono presentare come manifestazioni individuali o che possono tradursi in azioni collettive se trovano un elemento unificante. Qualcuno già lo conosciamo, dal mondo ultras ai neonazisti, ma si tratta di fenomeni circoscritti. La novità di questi anni è che alla cosiddetta rabbia delle periferie ora si offre la possibilità di esprimersi anche attraverso una religione che porta con sè un’ideologia, un nemico, una identità, una strategia. L’islamismo fondamentalista sta lavorando per questo.

L’estremismo di stampo religioso non è qualcosa che ci portano i nuovi arrivati in fuga dagli sconvolgimenti del Medio Oriente o dalla povertà dell’Africa, ma piuttosto nasce da quelli che già risiedono in Europa e che trovano nell’ideologia del fondamentalismo un loro punto di riferimento, collegamenti internazionali, finanziamenti e supporti operativi.

fondamentalismo islamicoNon si tratta certo di un fenomeno di massa, ma bisogna farci i conti perché si rivolge ai milioni di persone che condividono la stessa matrice culturale e religiosa e che magari covano i più diversi risentimenti nei confronti del paese nel quale vivono. È il popolo delle periferie nelle quali gli estremisti trovano l’ambiente giusto per fare proseliti, formare dei gruppi, organizzarsi, rifugiarsi. Ambiente giusto non certo perché gli abitanti vogliano proteggerli, ma perché c’è un’oggettiva comunanza di valori, di fede religiosa, di una visione della società degli uomini e delle donne che li rende non estranei alla massa dei musulmani che pure non condividono le loro scelte politiche e di vita. Questa comunanza accorcia le distanze fra le persone anche quando si rifanno a gruppi organizzati nei territori di origine o interpretazioni diverse dei testi sacri all’Islam. Il senso di estraneità agli stili di vita occidentali rischia di avere maggior peso di tante divisioni specie quando non si fa abbastanza per superare le distanze e le incomprensioni.

Se poi il popolo delle periferie viene alimentato da nuovi massicci arrivi di migranti gli equilibri già instabili rischiano di diventare veramente precari. Chi arriva in Italia, in Germania e negli altri paesi europei o fugge dalla guerra o è spinto dalla ricerca di migliori condizioni di vita. Non conosce e forse non approva il nostro modo di vivere e i nostri valori, conosce i suoi e tende anche a difenderli perché è tutto ciò che gli resta della vita che ha lasciato.

migranti fugaDi fronte a questa realtà cosa dobbiamo fare? Già offrire un’accoglienza di base a centinaia di migliaia di persone non è facile. Porsi il problema dell’integrazione culturale sembra qualcosa di superfluo. Tanto più che l’integrazione già tentata non ha funzionato granché nemmeno per quelli che vivono in Europa da anni e in tanti casi nemmeno per quelli che qui sono nati. I fatti di Colonia purtroppo ci dicono questo.

Se un migliaio di persone ha creduto di potersi organizzare per dare la caccia e derubare tutte le donne che capitavano a tiro nel luogo più importante e più sorvegliato della città evidentemente non ci si trova di fronte ad una “normale” aggressione sessuale (poco intelligentemente evocata da numerosi commentatori e, ahimè, commentatrici), ma a qualcosa di ben più grave. O volevano organizzare un’azione di guerriglia urbana contro la popolazione per impaurirla o sentivano di essere in diritto di fare quello che hanno fatto. Nel primo caso si tratterebbe di un’azione con finalità di terrorismo; nel secondo mostrerebbe l’assoluta estraneità degli aggressori ai codici di comportamento e ai valori che sono a base della convivenza civile degli europei.

confronto con musulmaniPoiché con i musulmani dobbiamo convivere in pace, perché noi abbiamo bisogno di loro e loro di noi e poiché non vogliamo respingere i migranti che scappano dal Medio Oriente, dal Nordafrica e dall’Africa (casomai si tratta di creare corridoi umanitari per farli arrivare in sicurezza e per scaglionare gli arrivi in attesa che nei paesi di origine cessino le cause della fuga) dobbiamo porci il problema di fare qualcosa perché l’integrazione culturale ci sia.

Ma quale integrazione? La soluzione più semplice è lasciare che ogni comunità preservi le sue specificità culturali e si organizzi come meglio crede. In questo modo ogni etnia, ogni comunità tenderebbe a riservarsi quartieri o aree nelle quali applicare i propri principi e dalle quali escludere gli altri. È un po’ ciò che è già avvenuto in Francia, ma anche a Roma, Milano e in altre città italiane. La soluzione più difficile è quella di imporre un minimo comun denominatore fatto di pochi principi e valori da considerarsi irrinunciabili e per questo non negoziabili. Per quanto difficile questa è l’unica strada per non tornare indietro. rispetto della donnaSappiamo tutti benissimo che i risultati raggiunti sulla laicità dello Stato, sulla parità di genere a cominciare da quella tra uomini e donne, sul rispetto delle libertà della persona non sono definitivi e vengono continuamente minacciati. Sarebbe paradossale, però, dover fare dei passi indietro con l’assimilazione di milioni di persone provenienti da culture diverse da quella che identifichiamo come occidentale. Nonostante i tentativi dei terroristi islamici non è in atto uno scontro di civiltà. Riconoscere i valori fondanti del modello delle società e delle democrazie occidentali, farli conoscere, praticarli aiuterebbe noi stessi a riscoprirli e a capire che quelli sono beni comuni a cui non possiamo rinunciare e che dobbiamo estendere a quelli che accogliamo. Per questo ci vogliono chiarezza e fermezza. Conviene a loro perché hanno tutto da guadagnare e conviene a noi perché non possiamo perdere nulla delle nostre conquiste

Claudio Lombardi

La morte dei migranti

migranti morti

Le immagini terribili e brutali dei cittadini del mondo (perché chiamarli migranti?) che provano a sopravvivere ai conflitti e alla fame -cercando terra ed accoglienza- sono diventate serialità narrativa. Con il contorno della deformazione iperbolica dei dati reali (l’Italia ben al di sotto di altri paesi nelle richieste di asilo) e della strategia della paura, funzionale alle subculture xenofobe e fascistoidi. Queste ultime presenti sotto traccia, come un malanno endemico che riesplode quando le speranze e il futuro cedono il passo al noir. Ne ha parlato con accurata argomentazione Mario Morcellini su l’Unità di domenica scorsa.

migranti fugaMa non basta. Ormai è la morte ad essere diventata un’immagine normale. E sì, proprio la perdita della vita, che si tinge persino di propaganda ideologica quando fa politicamente comodo (ricordiamo l’amarissimo caso di Eluana Englaro, ad esempio), si svalorizza ad immagine prevedibile e minore: una mera sequenza mediatica. Carrette del mare, gommoni, tir diventano “ubicazioni funzionali”, per dirla con Foucault. Gli ammazzamenti dei terroristi dell’Isis o gli spari in diretta della Virginia appartengono alla sfera dell’orrore. Mentre i corpi di coloro che fuggono dai luoghi dove la morte è altrettanto incombente e persino più sicura sono comparse di una cerimonia funebre di routine. Che crea assuefazione e prepara lo spirito della guerra, quella nuova di cui varie volte ha parlato Papa Francesco.

Il cambiamento in corso della e nella geografia politica è il potenziale prologo di un allargamento esponenziale dei teatri del conflitto. Del resto, ciò che sta avvenendo è il frutto avvelenatissimo dei colossali errori dell’Occidente e dell’Europa: Iraq, Siria, Libia, Somalia, e così via. Il vecchio colonialismo degli stati nazionali e il passo imperiale degli Stati uniti hanno dato luogo al disastro, con la complicità dei ras locali. L’effetto è l’esodo ininterrotto di persone cui proprio la globalizzazione e l’informazione diffusa hanno dato l’opportunità di sognarsi cittadini del mondo: con il diritto alla felicità, previsto dalla Dichiarazione di indipendenza americana. Tra l’altro.

mediatizzazione morteAdriano Fabris ha descritto recentemente il meccanismo della morte dorata, con gli assassini scoperti da sofisticati meccanismi tecnologici, cui ci rinviano fiction di successo sul filone criminale. Come Csi Miami indagata dal filosofo, ma il discorso si potrebbe allargare a numerosi tv-movie nei quali la morte è un gioco intellettuale ad uso e consumo di strabilianti intelligentissimi detective. Così, con le dovute differenze, per serie cult come Gomorra, i Soprano o Romanzo criminale. Lì le efferatezze esorcizzano gli incubi e le ansie dell’immaginario collettivo. Qui, sui barconi e i camion, la morte è realistica. Naturale. Ci si abitua a convivere con la brutalità, le nefandezze, gli omicidi collettivi, come è stato nelle stagioni devastanti delle persecuzioni e del terrore? La mediatizzazione non stop senza critica prepara le condizioni culturali e psicologiche della Guerra. Non bastano le pur utili Carte scritte dagli organismi professionali e dal sindacato dei giornalisti. Certamente, etica, attenzione ai soggetti deboli e ai minori, rispetto dei corpi sono essenziali. Il nodo, però, è tutto politico. La televisione deve diventare davvero adulta, facendo del dramma delle migrazioni il primo capitolo degli approfondimenti e dei talk. L’analisi rigorosa e la memoria storica sono cruciali, l’antidoto della malattia. Per carità, senza urlatori da share.

Vincenzo Vita

Riflessioni di mezza estate

riflessioni estive

Come al solito la pausa estiva non è stata proprio una pausa per tutti. La crisi greca, il dramma dei migranti, gli attentati in varie parti del mondo, le guerre più o meno striscianti in corso, l’altalena dell’economia, gli affari di casa nostra. Tutto ci ha trasmesso il messaggio che noi possiamo pensare di essere in pausa, ma i problemi aperti e le scelte politiche per affrontarli in ogni contesto non si fermano mai.

insegnanti buona scuolaLe questioni possono essere grandi o piccole; dipende da quanto impattino sulla vita di ciascuno e da come siano impostate da chi poi ha il potere/dovere di decidere. Cominciamo dall’assunzione degli insegnanti decisa con legge un mese fa. In tanti hanno fatto domanda accettando di poter essere spostati in sedi lontane da quelle abituali. Tanti altri hanno detto di no. Chi ha ragione? Tutti. In questi casi bisogna usare il buonsenso e rassegnarsi ai tempi lunghi. Non si può dire che è un’ingiustizia offrire lavoro là dove c’è e non si può dire che è un ingrato chi non se la sente di cambiare la sua vita per accettarlo. La situazione della scuola è così ingarbugliata che ci vorranno anni per renderla più chiara, più ordinata, più soddisfacente per tutti. Inutile sperare nella soluzione immediata che faccia contenti tutti. (Tra l’altro nei “tutti” bisognerebbe mettere al primo posto il servizio che la scuola deve svolgere e i risultati che deve raggiungere. Proprio quello che non si fa). Il punto è domandarsi perchè si è arrivati a questo punto di rinvio in rinvio.

immigrati in ItaliaAltra questione, i migranti. Ormai sono una presenza costante sulle prime pagine dei notiziari. Qualcuno può ancora avere dei dubbi sul fenomeno epocale che si sta verificando? Milioni di persone si spostano dall’Africa all’Europa per fuggire dalle guerre, dalla fame, da vite senza speranza. Chi dice che bisogna respingerli (Salvini per esempio) in realtà non dice nulla di utile e se ne lava le mani. Una migrazione va gestita e l’unico modo per contrastarla e frenarla è andare alla radice dei motivi per i quali si fugge. Non sono cose che si risolvono in fretta, ma certo un’azione comune di tutta l’Europa (almeno) può fare la differenza e non solo per pattugliare il Mediterraneo. Bisogna stare coi piedi per terra. Né si può soltanto fare appello ad un’accoglienza totale incolpando proprio i paesi che mandano le loro navi a soccorrere i naufraghi (come sembra fare il Papa che però è un’autorità morale e non politica), né si può illudere che basti fare la voce grossa per bloccare le partenze (come fanno tanti politici). Sembra strano, ma proprio tra questi due estremi, entrambi irrealistici, oscilla il dibattito pubblico mentre i governi e gli organismi internazionali che dovrebbero trovare le soluzioni sembra non sappiano che fare. Ancora una volta chi può/deve decidere fa finta che il problema si possa risolvere da solo e rinvia.

3 per cento EuropaLa crisi greca ha dimostrato l’estrema debolezza dell’Unione Europea e dell’eurozona in particolare appesa ad una moneta, ma priva di una unità politica di fondo. I rapporti di forza tra i singoli paesi dominano la scena e non sembra che andare oltre sia una cosa così facile come appare in tante invocazioni di federalismo e di democrazia. Intanto sarebbe buona cosa che le élites dirigenti nei singoli paesi si impegnassero ad adeguare i sistemi di governo ad uno standard di onestà e di dedizione all’interesse generale che indirizzi i popoli verso culture e comportamenti di rifiuto della corruzione, del clientelismo, del malaffare, dell’illegalità, di sfruttamento privato delle risorse pubbliche nel nome di una comune identità europea. Concentrarsi su questo invece che sul 3%, o sul pareggio di bilancio sarebbe una bella svolta per l’Europa perché metterebbe le basi di una cultura civile condivisa. Ma è l’ultima cosa di cui si discute.

Tre esempi molto diversi tra loro. Tre casi nei quali il troppo tempo trascorso non volendo vedere la realtà per tirare a campare il più a lungo possibile per non dover scegliere ha creato i problemi invece di risolverli

C. L.

La soluzione semplice della immigrazione regolare

il blog di claudio lombardiNo, non si tratta di fare miracoli anche se si affacciano in tanti commenti che vorrebbero compiere il capolavoro di praticare solo azioni di bontà e di concordia o che imputano all’occidente tutta la responsabilità dei morti nel Mediterraneo (vedi fra tutti l’articolo di Roberto Saviano su Repubblica di qualche giorno fa titolato “quei morti pesano sulla nostra coscienza”). Chissà perché siamo sempre noi responsabili di tutto? Tormenti degli intellettuali e degli idealisti

Tormenti a parte il problema, però, è che questa impostazione impedisce di vedere con lucidità il problema e per il suo idealismo astratto attizza le reazioni becere della gente che presta ascolto a Salvini.

Questo buonismo intriso di sensi di colpa insiste sempre sui salvataggi in mare senza andare alla radice del problema che sta nei paesi di origine dei migranti non in Libia e nemmeno sul mare. L’assurdità di certe posizioni è tale che qualunque persona ragionevole capisce che non si possono mettere in mare centinaia di navi con costi spropositati e finendo per fornire, di fatto, un servizio taxi agli scafisti.

La soluzione razionale è un’altra: bisogna rilasciare dei visti di durata sei mesi o un anno per l’immigrazione regolare finalizzata alla ricerca del lavoro in Europa. Di lavoratori abbiamo bisogno in un questo continente (e in Italia in particolare) nel quale il ricambio della popolazione è molto lento. Se ci saranno sempre più vecchi e sempre meno giovani chi produrrà la ricchezza di cui abbiamo tutti bisogno? Da qui la razionalità di permettere l’immigrazione per cercare lavoro.

Basterebbe questo a stroncare il business degli scafisti. Un biglietto aereo o un traghetto e i soldi che i migranti consegnano ai trafficanti servirebbero a loro per mantenersi qui in attesa di un lavoro.

Se comunque qui arrivano e qui si fermano non è meglio lasciar perdere tutta questa storia dei salvataggi in mare e permettere che arrivino con viaggi regolari? Potremmo anche controllare meglio chi arriva, no?

I morti nel Mediterraneo e noi

il punto del blogAltri 300 morti in mare. I media e tanti commentatori dicono “vergogna” per noi italiani che non abbiamo impedito l’ennesima tragedia. Perché vergogna per noi? Vergogna per quelle bestie degli scafisti casomai. L’operazione “Mare nostrum” con la quale abbiamo salvato oltre 100mila persone si è conclusa alla fine dell’anno passato e adesso c’è “Triton”. La differenza è che “Triton” è gestita a livello europeo e si limita a pattugliare le frontiere marine mentre “Mare nostrum” andava a cercare i barconi degli scafisti fino a davanti alla Libia.

Ora, ragioniamo. Possiamo pensare che la politica italiana ed europea verso chi fugge dalle guerre si possa realizzare con un pattugliamento del Mediterraneo per raccogliere sistematicamente le persone buttate a mare dagli scafisti? No, non avrebbe senso stare lì ad aspettare che la delinquenza organizzata conduca il gioco decidendo quando e quanti migranti mandare alla deriva e noi lì a raccoglierli.

Dobbiamo trasportarli noi i migranti mandando i soldati sulle coste del nord Africa e lì selezionare chi ha diritto d’asilo e quelli portarli in Europa. Non dobbiamo andare necessariamente in Libia dove c’è la guerra, possiamo andare in paesi vicini con i quali collaborare e tagliare l’erba sotto i piedi ai delinquenti che gestiscono il traffico dei migranti togliendo la fonte dei loro guadagni

Ecco sarebbe ora che l’Europa si decidesse a cambiare verso con buona pace di Salvini erede di quelli che facevano finta che gli immigrati in Italia potessero arrivare solo con il contratto di lavoro già firmato

I migranti fuori dalla retorica

corona di fiori migrantiOgni volta che muore qualcuno nei barconi dei trafficanti di esseri umani si levano alti e accorati appelli contro l’orrore dei disperati che vogliono fuggire dall’Africa e trasferirsi in Europa.

Da che mondo è mondo nessuno mai ha fermato le migrazioni degli esseri umani. Se la razza umana non fosse nomade per sua natura adesso staremmo tutti in Africa dove è diventato bipede il primo ominide. Ovviamente le migrazioni sono sempre state accompagnate da tragedie rispetto alle quali le morti nel Mediterraneo sembrano cosa lieve, molto lieve, ma inaccettabile (e per fortuna!) per la nostra sensibilità di occidentali nel XXI secolo.

Guerre, massacri di intere popolazioni, distruzioni, scontri cruenti  di ogni tipo hanno costantemente accompagnato le migrazioni. La favola di un’umanità che si sposta sul pianeta Terra in amorosa concordia non può essere proposta nemmeno ai bambini talmente è irreale. L’idea di un occidente che organizza la migrazione di milioni di persone andando a prelevarle nei loro paesi senza limiti di numero e assicurando a tutti casa e lavoro sulla base del “sacro principio” di accoglienza è talmente fuori dalla realtà che rischia di scatenare la reazione opposta.

barcone migrantiCiò detto bisogna pure fare delle scelte politiche più sensate di quelle che sono state fatte sinora perché le scelte politiche hanno sostituito le guerre e i massacri (in occidente oggi è così e speriamo lo sia per sempre). Innanzitutto, come ripetono in tanti, queste scelte devono essere compiute a livello europeo perché la destinazione dei migranti è l’Europa e non solo l’Italia. In secondo luogo bisogna puntare a limitare le partenze selezionando sul posto le richieste di asilo e aiutando i popoli a vivere meglio nei loro territori perché i paesi europei non hanno capacità illimitate di accoglienza.

In terzo luogo chi chiede asilo lo deve chiedere a tutti i paesi dell’UE che devono ripartire gli arrivi sulla base di scelte condivise. In quarto luogo e infine il trasporto deve essere realizzato a spese e con la garanzia dell’UE.

Soltanto così si riuscirà a gestire un fenomeno epocale che l’Italia da sola non può fronteggiare. La missione “Mare nostrum” è un generoso tentativo di fare qualcosa che costa molto e incentiva gli scafisti a mettere in mare imbarcazioni destinate al naufragio sapendo che, probabilmente, una nave militare italiana salverà i migranti. Continuare così non serve a nulla: o c’è una svolta o arrendiamoci al prezzo da pagare ad una migrazione di massa lasciata a se stessa

Claudio Lombardi

Di naufragio in naufragio

Il via vai di barconi nel Mediterraneo lascia una scia di morti che ormai sono diventati un peso intollerabile. La situazione della sponda sud, quella africana, è tale che si rischia un esodo di centinaia di migliaia di disperati. Se li lasciamo nelle mani della criminalità che organizza i viaggi il massacro sarà cosa certa. Ma anche se continuiamo con l’operazione “Mare nostrum” non riusciremo ad evitarlo perché l’Italia da sola non ce la può fare e non è giusto chiederle di farsi carico del dramma di interi popoli.

Non è giusto, non ha senso ed è anche pericoloso. Oltre un certo limite si rischia il rifiuto della pietà anche da parte di chi vorrebbe aiutare, ma si sente sotto assedio e non sa più come far fronte ad un fenomeno che un singolo paese non può affrontare ed ancor meno possono affrontare i nostri territori.

Se la risposta all’insostenibilità della situazione è la retorica fondata sull’appello ai buoni valori si rischia di scatenare una reazione contraria molto pericolosa.

Ormai tutti dicono che l’unica risposta è un intervento dell’Unione europea che prenda in mano la gestione della fuga dalle guerre, dalle persecuzioni e dalla fame. Senza questo intervento le reprimende sui nostri doveri morali di accoglienza rischiano di essere inutili manifestazioni di buona volontà senza collegamento con la vita reale.

Il governo italiano deve convincere gli altri stati che o si fa così o si dovrà proclamare che loro sono i responsabili della strage dei migranti e che l’Italia da sola si sta facendo carico di una migrazione di massa che vale più dello 0,3% del deficit rispetto al Pil che tanto preoccupa gli ottusi vertici europei. Renzi ha già iniziato a dirlo a voce alta, ora non deve mollare

I migranti e l’economia italiana: costo o opportunità? (di Salvatore Sinagra)

quasi amiciDa lungo tempo in Italia ha luogo un confronto, e certe volte uno scontro, tra chi afferma che gli immigrati rubano il lavoro agli italiani e chi al contrario sostiene che svolgono lavori che agli italiani non interessano perché i giovani sono viziati e abituati al benessere facile

Entrambe le tesi sono essenzialmente estremiste: il contributo degli immigrati all’economia italiana continua ad essere positivo, perché con la loro età media più bassa di circa 15 anni rispetto a quella degli italiani contribuiscono a tenere in piedi un affannato sistema pensionistico penalizzato da una demografia molto sfavorevole e perché svolgono lavori che la gran parte degli italiani attualmente non fanno più.

Secondo Alessandro Rosina, professore associato di demografia all’Università Cattolica, gli immigrati continuano ad essere sotto il profilo economico un bene per l’economia. Rappresentano il 7% della popolazione, ma producono il 10% del Pil.

migrantiUno dei più grandi esperti di migrazioni, l’economista e sociologo Michael Piore, afferma che in tutti i paesi sviluppati esistono mercati del lavoro paralleli: il mercato primario, caratterizzato da mansioni meno faticose, da retribuzioni più elevate e maggiori tutele, ed il mercato secondario, quello delle 5 P, ovvero dei lavori pesanti, pericolosi, precari, poco pagati e penalizzati socialmente. I migranti in tutti i paesi ricchi presidiano quello che Priore chiama il mercato secondario.

immigrati sfruttatiOggi, però, l’Italia del precariato dilagante e del crescente disagio dei giovani nel mercato del lavoro, forse è meglio rappresentata non dal doppio mercato di Priore ma da un triplo mercato. Il primo mercato è quello dei lavoratori garantiti, che beneficiano di un contratto normale che soprattutto i termini di tutele potremmo definire “contratto europeo”. Tale mercato è presidiato ormai quasi integralmente da coloro che hanno iniziato a lavorare nel novecento o nei primi tre o quattro anni del nuovo secolo. Il secondo mercato è caratterizzato da lavori talvolta anche stimolanti, ma poco pagati e precari, è presidiato dai giovani (paradossalmente) più fortunati di quelli che non hanno un lavoro e dai lavoratori non più giovani, che hanno perso un’occupazione migliore e si sono dovuti accontentare. Il terzo mercato è quello delle 5P di Priore, è ancora presidiato massicciamente da immigrati e, anche se le evidenze statistiche non sono molto significative, pare che a tali occupazioni guardi ormai anche qualche giovane italiano scoraggiato che si trova in condizioni estreme perché per esempio non può appoggiarsi alla famiglia.

negozi immigratiUn fenomeno molto studiato negli ultimi tempi è il successo delle imprese gestite da immigrati: si pensi alle storiche fabbriche cinesi nel distretto dell’abbigliamento di Prato o ai bar di Milano gestiti sempre più di frequente da asiatici e sudamericani. Probabilmente in tempi di crisi gli immigrati, meno avversi al rischio o più bisognosi degli italiani, sono più facilmente disposti a cimentarsi in attività commerciali con margini ridotti ed incerti.

Inoltre fenomeno recentissimo è quello delle imprese che delocalizzano, o considerano l’ipotesi di delocalizzare, perché non trovano operai qualificati. Certo sono una piccolissima frazione di quelle che chiudono i battenti per aprire all’estero, ma non è il caso di farle scappare, perché potrebbero essere trattenute con interventi che hanno un limitato costo, quali per esempio sistemi per incrociare la domanda e offerta di lavoro e più facili permessi di soggiorno per persone idonee a svolgere le mansioni in questione.

reato di clandestinitàI lavoratori migranti si concentrano principalmente in quattro contesti: (1) quello dell’industria diffusa, in prevalenza localizzata del nordest e che lavora con modalità tradizionali (e purtroppo spesso arretrate soprattutto sotto il profilo della sicurezza). Tale settore offre lavori anche non troppo precari, ma di certo pesanti, poco pagati e pericolosi; (2) il terziario a basso valore aggiunto che è localizzato nelle grandi città e da’ assistenza al mondo della finanza, alle grandi imprese industriali ed al mondo delle professioni intellettuali (banalmente si pensi alle cooperative che si occupano di pulizie o del ritiro della raccolta differenziata); (3) la cura della persona (colf e badanti); (4) lavori stagionali (per esempio nell’agricoltura nel mezzogiorno e in Trentino).

giovane lavoratore1Secondo l’INAIL tra gli immigrati la percentuale di lavoratori indennizzati è circa il doppio rispetto alla media complessiva e il divario tra immigrati e italiani è presumibile sia ancora più elevato considerato che spesso molte mansioni a rischio sono svolte da migranti nell’economia sommersa. Diverse inchieste hanno poi portato alla luce un sistema agricolo basato sulla schiavitù di migranti in Calabria ed in altre parti del Mezzogiorno. Pagati forse una ventina di euro al giorno per lavorare dieci o più ore e costretti poi a retrocedere ai propri sfruttatori denaro  per i pasti, per il trasporto al campo  di lavoro e per una casetta di cartone in cui dormire. Inchieste giornalistiche hanno poi denunciato consistenti abusi anche al nord.

Chiaramente tali vicende costituiscono colossali violazioni dei diritti umani e scoraggiano gli italiani ad accettare mansioni meno qualificate.

Pier Paolo Barretta, sottosegretario all’economia, denuncia che coloro che si battono (giustamente) per una sanità e per un welfare pubblici dimenticano troppo spesso che uno dei più importanti servizi sociali, la cura degli anziani svolta dalle “badanti”, è un servizio privato che in gran parte si regge sul lavoro in nero e senza tutele.

L’economista Tito Boeri ricorda che in Francia lo Stato esercita un ruolo significativo nell’intermediazione dei servizi offerti dalle “badanti” e tali mansioni vengono svolte anche da francesi (uomini e donne) come viene raccontato nel libro autobiografico Il diavolo custode, che ha avuto un grandissimo successo con la sua versione cinematografica Quasi amici.

tema immigrazioneLe conclusioni sono quindi essenzialmente tre: non è vero che gli immigrati rubano il lavoro agli italiani o tolgono loro soldi dalle tasche; non è vero che tutti gli italiani sono troppo pigri ed esigenti per svolgere lavori pesanti e poco qualificati e non è vero che si può pensare di proteggere gli italiani dalla pesantissima concorrenza degli immigrati clandestini disposti a lavorare per pochi euro l’ora o per qualche moneta ed un piatto di pasta al giorno solamente presidiando le frontiere. E’ impossibile controllare metro per metro diverse migliaia di chilometri di costa e a poco servono leggi sull’immigrazione repressive. La soluzione è combattere il caporalato con maggiori controlli, ma soprattutto con maggiori sanzioni per imprenditori e caporali che sfruttano la  manodopera irregolare e con permessi a tempo, anche adeguatamente pubblicizzati, per cercare lavoro per chi denuncia gli sfruttatori.

Finché si sanzionerà solo gente debole che non ha nulla da perdere non sarà possibile superare lo sfruttamento figlio del lato peggiore della globalizzazione.

Salvatore Sinagra

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