Migranti: lo spettacolo dell’estate

Ormai è chiaro: passeremo l’estate a seguire le polemiche sui migranti. La logica è quella della Tv spazzatura: niente contenuti, molta sovreccitazione, grandi dosi di ipocrisia. E tanta distanza da un approccio serio ai problemi che, invece, è l’unico che può tentare di risolverli.

Sulla migrazione dal Nord Africa dovremmo già sapere tutto. È un fenomeno che dura da anni, del quale conosciamo cause e modalità. Ora che gli sbarchi si sono ridotti a poca cosa grazie alle politiche avviate dal ministro Minniti (governo Gentiloni), Salvini ha compiuto una doppia magia: attirare l’attenzione su singole barche di Ong che trasportano poche decine di migranti ciascuna come se si trattasse di un’emergenza e distruggere qualunque possibilità di gestire e integrare le centinaia di migliaia di immigrati non regolari che vivono nel nostro territorio trasformandoli in clandestini.

Una manovra a tenaglia che qualunque persona ragionevole dovrebbe considerare una follia e una truffa e che, incredibilmente, fa guadagnare allo pseudo ministro dell’interno una costante crescita di consensi.

Certo, sarebbe meglio che non arrivassero migranti con i barconi così come sarebbe meglio che non arrivassero i tanti che giungono con viaggi regolari e visti turistici e poi si fermano per cercare lavoro diventando irregolari. Stranamente, mentre i primi attirano l’attenzione dell’opinione pubblica, i secondi sono dei perfetti invisibili. Nessuno si preoccupa se dalle Filippine o dal Perù arrivano migranti cosiddetti economici. Anzi, sono molto richiesti per i servizi che svolgono.

Sarebbe anche meglio che le navi delle Ong che battono bandiera di vari paesi europei non andassero ad accogliere i gommoni con i migranti a pochi km dalla costa libica. Nel 2016 e 2017 fu questa la causa di un incremento massiccio degli sbarchi al quale seguì un cambiamento di politica del governo che sfruttò un momento di (relativa) stabilità in Libia per avviare accordi con chi controllava quel territorio, favorì l’intervento dell’Onu e promosse un codice di condotta delle Ong che le allontanò dalla costa libica.

Sarebbe, dunque, meglio che i migranti arrivassero attraverso canali regolari che, però, non ci sono. E non ci sono sia per quelli cosiddetti economici cioè alla ricerca di un lavoro che per i profughi che hanno diritto di richiedere asilo. E così tutti sono costretti ad iniziare il loro percorso sfidando la legge. Se veramente si volessero combattere i trafficanti aprire canali di immigrazione regolare sarebbe il colpo più duro per loro.

Solo con un contratto di lavoro gli immigrati possono regolarizzare la loro posizione. È andata così per milioni che oggi vivono e lavorano tra noi. Sappiamo tutti bene che di questi lavoratori non potremmo fare a meno. Pensiamo alle badanti oppure alla zootecnia, o anche all’agricoltura, alla ristorazione, alle piccole imprese. La nostra economia e la nostra stessa vita dipendono in buona parte dagli immigrati. Li accettiamo, li cerchiamo, ci fanno guadagnare con il loro lavoro, ci risolvono problemi prendendosi cura dei nostri anziani non più autosufficienti. Eppure basta una barca con 40 persone e dimentichiamo tutto ciò e ci mettiamo ad inveire contro un’invasione che non c’è.

Per essere chiari e a prescindere dai decreti Salvini che sono un manifesto politico, ma attenendosi alla Costituzione, se arriva una barca di possibili profughi non possono essere respinti. Bisogna accertare se hanno diritto all’asilo e solo dopo avviare le altre procedure che comprendono anche il rimpatrio. Tutta la sceneggiata che viene fatta svolgere di fronte ai porti della Sicilia per consentire a Salvini di spacciarsi come il difensore dell’Italia va contro questa semplice regola costituzionale: Art 10 “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”.

Ma, si dice, gli italiani sono diventati ostili verso i migranti. Bisognerebbe dire anche verso quali migranti e perché. Di solito (persino Salvini lo ripete spesso) non sono ostili verso quelli che lavorano. L’ostilità nasce verso quelli che rubano, rapinano, spacciano droga. Ma, fra questi, tantissimi non sono arrivati con i barconi. Ci sono anche i delinquenti che arrivano dall’est ben presenti nelle cronache sulle rapine più violente a negozi, banche, ville. E ci sono i delinquenti nostrani, i più pericolosi perché spesso sono inseriti in organizzazioni mafiose che controllano il territorio e dispongono di enormi capitali.

Altra ostilità per quelli che vivono e lavorano regolarmente, ma che concorrono con gli italiani per l’assegnazione delle case popolari o di posti negli asili nido o stanno nelle liste di attesa per esami diagnostici o visite specialistiche nella sanità pubblica. Sembra che ci tolgano qualcosa, ma la verità è che il totale dei residenti (italiani e stranieri) cala anno dopo anno. La decrescita demografica è una realtà. E allora il vero problema è che quei servizi già prima erano insufficienti e anche malgestiti (vedi gli alloggi pubblici occupati o venduti grazie alla corruzione, entrambi fenomeni accettati senza molte proteste dall’opinione pubblica) e oggi è bastata l’aggiunta di altri utenti per far saltare equilibri troppo fragili.

Sarebbe molto meglio in definitiva se sull’immigrazione ci fosse una strategia del governo con al centro la costruzione di una politica europea per i migranti. Altra via non c’è. E’ questa la strada che sta seguendo il governo Lega – M5s? Assolutamente no. Cosa rimane dunque? Non soluzioni reali, ma un talk show televisivo continuo che serve per sfogare malumori, ma più di questo non può fare.

E allora rassegniamoci: lo spettacolo dell’invasione continuerà. Ma sarà solo uno spettacolo, brutto, sporco e cattivo. Al servizio della campagna elettorale di politici cinici e incapaci come Salvini

Claudio Lombardi

Migranti: io accuso Salvini

Pubblichiamo parte della lettera inviata a Repubblica dall’ex Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni sulla questione migranti

Io accuso Salvini. Lo accuso perché sta cancellando l’immagine di un’Italia che sull’immigrazione aveva “salvato l’onore dell’Europa”. Lo accuso per la disinvoltura con cui adopera alcune parole. Tanti nemici tanto onore: non è soltanto una sbruffonata autolesionista, come si è visto anche in questi giorni dal nostro isolamento sui tavoli di Bruxelles, è il recupero sfrontato di un linguaggio messo al bando dalla storia.

Accuso Salvini per il danno che sta facendo alla funzione stessa del ministro dell’Interno. Il responsabile della sicurezza di noi tutti non può trascorrere le proprie giornate tra comizi, selfie e addirittura attacchi sguaiati alla magistratura. E soprattutto non può mettere in scena una  strategia della tensione sulla pelle di poche decine di migranti: “Coloro che salvano vite umane non possono essere criminali”, come ha ricordato il Presidente tedesco Steinmeier. Questa piccola strategia della tensione non ha alcuna giustificazione. La chiusura dei porti non è infatti la risposta sbagliata a una situazione di emergenza -che non esiste- ma una truce esibizione propagandistica incompatibile con il diritto internazionale.

Accuso il ministro dell’Interno perché la situazione che aveva ereditato rendeva possibile il raggiungimento dell’unico obiettivo serio che un governo dovrebbe proporsi in tema di immigrazione. Ossia trasformare flussi incontrollati, gestiti da reti criminali, pericolosi per i migranti e fonte di tensione nei paesi di arrivo in flussi controllati, sicuri, indispensabili per la nostra economia.

Questo obiettivo non era utopistico. Gli accordi da me sottoscritti con le autorità di Tripoli e il lavoro del ministro Minniti avevano raggiunto risultati importanti. Il traffico di esseri umani ridotto a numeri insignificanti per l’accresciuta capacità di contrasto delle autorità libiche; un codice di condotta sottoscritto da quasi tutte le Ong e il loro coordinamento con l’attività di soccorso della Guardia costiera e delle missioni europee; la possibilità per la prima volta concessa alle organizzazioni dell’Onu e a varie Ong di squarciare il velo sulle condizioni in cui sono detenuti in Libia da anni centinaia di migliaia di migranti (oggi sono 660mila); l’avvio dei primi progetti di rimpatri volontari assistiti e di corridoi umanitari per i rifugiati; la prosecuzione delle attività di soccorso in mare e di accoglienza con porti che sono rimasti aperti sempre, anche quando arrivavano oltre diecimila migranti in un solo fine settimana.

Risultati fragili, naturalmente. Perché l’Italia si era mossa con un anno di ritardo, forse illudendosi di poter continuare ad essere un paese di transito anche dopo che, alla fine del 2015, tutti avevano blindato le proprie frontiere. E perché fragile era la realtà delle autorità libiche riconosciute dalla comunità internazionale. (…)

Accuso Salvini di non aver utilizzato una condizione relativamente favorevole. Bisognava attuare l’intesa con la Libia, specie nella parte di contrasto al disastro dei diritti umani nei campi. Era il momento di promuovere corridoi umanitari per i rifugiati, cominciando da quelli detenuti in zone a rischio di conflitto. Si trattava di proporre per i migranti economici quote di ingressi regolari e sicuri. Bisognava migliorare i compiti delle missioni navali, non cancellarle. E occorreva rafforzare, con la necessaria rete di alleanze, la stabilità della Libia anziché vedere indebolita l’influenza italiana tra un insulto alla Tunisia e una lite con la Francia. 

La verità? Salvini e il Governo non hanno fatto nulla di tutto questo perché preferiscono il problema alla sua soluzione. Non solo. Hanno anche fatto a pezzi, con il decreto sicurezza, il nostro sistema di accoglienza e integrazione, che con tutti i suoi limiti e qualche evidente stortura aveva comunque contribuito – accanto alla straordinaria attività di molti sindaci e delle reti di volontariato laico e religioso – a contenere i rischi di esclusione e odio sociale che abbiamo visto purtroppo esplodere  in diversi paesi a noi vicini. Quel “la pacchia è finita” rivolta ai migranti irregolari che vengono messi in mezzo alla strada non procura sicurezza, è lo slogan di un governo in cerca di guai.(….)

La situazione in Libia è profondamente deteriorata e non basta più rivendicare le scelte di due o tre anni fa. Serve subito uno stop ai bombardamenti. Servono subito corridoi umanitari per i rifugiati detenuti nelle zone di conflitto. Serve un’azione concordata con i maggiori paesi europei

Tratto da Repubblica del 6 luglio 2019

Gli imprenditori della paura

Pubblichiamo un articolo di Tito Boeri tratto dal sito www.lavoce.info

La nostra nuova classe dominante ha messo in moto un circolo vizioso sull’immigrazione. Chi ha a cuore la tenuta dei nostri conti pubblici e delle nostre pensioni, dovrebbe temere che gli immigrati e con loro molti giovani italiani se ne vadano dall’Italia invece del contrario.

LE PAURE DEGLI ITALIANI

“Quando milioni di poveracci sono convinti che i propri problemi dipendano da chi sta peggio di loro, siamo di fronte al capolavoro delle classi dominanti”.  Questo il testo di un manifesto appeso fuori da una bocciofila milanese. Ho voluto trascriverlo perché contiene, nella sua semplicità, una grande verità.

C’è, in effetti, chi ha volutamente alimentato la diffidenza nei confronti degli immigrati trasformandola in aperta ostilità e che coi toni truculenti nei loro confronti si è conquistato un posto in prima fila nella classe dirigente.

Poniamoci alcune domande. Sono davvero gli immigrati il problema numero uno del nostro paese? Cosa dovremmo temere dal loro arrivo? Non dobbiamo preoccuparci, piuttosto che dell’immigrazione, dell’emigrazione, di chi scappa dall’Italia?

Per rispondere dobbiamo partire da un’iniezione di realtà perché sul tema la disinformazione regna sovrana.

Partiamo da quanti sono. Gli italiani sono convinti che per ogni quattro persone che risiedono nel nostro paese, una di queste sia immigrata. In realtà, oggi in Italia c’è un immigrato ogni dodici italiani, quindi gli immigrati sono tre volte di meno di quanto si pensi. Gli sbarchi e le invasioni di migranti dall’Africa non sono mai stati evocati così tanto come durante gli ultimi due anni e soprattutto nella campagna elettorale per le elezioni politiche: lo testimoniano i dati di Google trends che misura il numero di volte con cui gli utenti fanno ricerche su Google sul termine “sbarchi” (linea blu nel grafico). Eppure, gli sbarchi sono calati in questo periodo di più del 90 per cento (linea rossa nel grafico).

Di cosa si ha paura? Secondo i sondaggi d’opinione, gli italiani temono soprattutto di: 1) perdere il proprio lavoro, 2) dover finanziare di tasca propria prestazioni sociali a immigrati che non lavorano, 3) vivere in città meno sicure e 4) essere contagiati da malattie portate dagli immigrati.

Vediamo cosa ci dicono i dati su ognuno di questi aspetti.

IL LAVORO

Quando in Italia il lavoro aumenta, aumenta per tutti: italiani e immigrati. Quando diminuisce, diminuisce per tutti: italiani e immigrati. Le due linee nel grafico riproducono i tassi di disoccupazione per italiani e immigrati e si muovono in parallelo.

La cosa non deve stupire perché il lavoro crea lavoro. Una badante in più permette a una donna italiana in più di lavorare e viceversa. Quasi un decimo degli immigrati sono imprenditori: creano lavoro non solo per sé stessi, ma anche per gli altri; mediamente ogni lavoratore autonomo immigrato con dipendenti assume altri 8 lavoratori. Inoltre, il lavoro degli immigrati è fortemente concentrato su occupazioni ormai abbandonate dagli italiani: il 90 per cento dei mondariso, l’85 per cento dei cucitori a macchina per produzione in serie di abbigliamento, il 75 per cento dei coglitori di frutta sono, ad esempio, immigrati. Si tratta di lavori molto duri e faticosi che gli italiani non vogliono più fare. I salari in queste mansioni non sono diminuiti negli ultimi 20 anni. Erano bassi e sono rimasti bassi e non certo per colpa degli immigrati. È bassa la produttività e se non ci fossero gli immigrati a fare questi mestieri, molte imprese fallirebbero, togliendo posti di lavoro agli italiani.

IL PESO FISCALE

C’è un grafico del primo Documento di economia e finanza del governo Conte che la dice lunga sugli effetti dell’immigrazione sui conti pubblici. Mostra tre scenari del debito pubblico nei prossimi 50 anni: 1. con immigrazione netta (immigrati meno emigrati) in linea con le previsioni (linea verde scura), 2. con immigrazione più alta di un terzo rispetto alle previsioni (linea gialla) e 3. con immigrazione più bassa di un terzo (linea verde oliva). Con l’immigrazione netta che si riduce di un terzo, il nostro debito pubblico è destinato a raddoppiare dai livelli attuali. Con un aumento di un terzo, invece, il debito pubblico non aumenta.

Come si spiega questo fatto, qui riconosciuto anche da chi nei comizi dice esattamente il contrario? Più persone che arrivano da noi vogliono dire più lavoro, più reddito nazionale, meno debito che ciascuno di noi deve portare sulle proprie spalle. E poi c’è un saldo positivo fra entrate contributive degli immigrati e prestazioni sociali: l’Inps spende ogni anno poco meno di 7 miliardi per prestazioni sociali agli immigrati, mentre incamera da questi contributi per circa 14 miliardi. Quindi c’è un surplus contributivo di circa 7 miliardi associato all’immigrazione. Diciamo che gli immigrati finanziano il reddito di cittadinanza da cui, peraltro, vengono in larga parte esclusi, anche quando sono poveri o poverissimi. Spesso si dice anche che chi fa domanda d’asilo politico drena risorse allo stato sociale. Ma un censimento fatto dall’Inps per il ministero dell’Interno documenta che su 200 mila richiedenti asilo, solo 7 persone – dicasi 7 persone – ricevevano un trasferimento dall’Inps, come pensione, Naspi, Rei-Rc o quant’altro.

La ragione per cui gli immigrati finanziano il nostro stato sociale è che sono molto più giovani degli italiani. Ormai un italiano su quattro ha più di 65 anni. Solo 1 immigrato ogni 50 è ultrasessantacinquenne. Chi ha a cuore la tenuta dei conti pubblici e delle nostre pensioni, dovrebbe temere che gli immigrati se ne vadano dal nostro paese invece del contrario.

LA CRIMINALITA’ E LA MALATTIE

Il grafico qui sopra mostra il numero di omicidi per 100 mila abitanti (linea nera) e il numero di immigrati (in milioni) nel nostro paese (linea rossa). Come si vede chiaramente l’arrivo di immigrati è andato di pari passo con una diminuzione della criminalità. Un andamento simile lo si riscontra se si guarda alle rapine in banca, ai furti d’auto e così via. In generale, la criminalità è concentrata nelle aree in cui ci sono meno immigrati. Vero che gli immigrati sono sovra-rappresentati nella popolazione carceraria, ma questo si spiega col fatto che non hanno in genere accesso alle misure alternative alla detenzione (ad esempio, gli arresti domiciliari) disponibili per gli italiani.

Quanto ai contagi, se in via di principio ci può essere un rischio che gli immigrati che arrivano da noi in condizioni disperate contraggano nel viaggio malattie, anche sistemi sanitari meno efficienti del nostro sono perfettamente in grado di prevenirli. Pensiamo al caso della Turchia che oggi ospita quasi 4 milioni di rifugiati. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, ha evitato del tutto il rischio di reintrodurre la malaria e leishmaniosi.

IL CAPOLAVORO DELLE NUOVE CLASSI DOMINANTI

Si alimenta la paura nei confronti degli immigrati per capitalizzare elettoralmente su di essa e per far passare in secondo piano i problemi di fondo del paese: la disoccupazione, la povertà, la bassa crescita. Ma com’è possibile, si dirà, che milioni di italiani si facciano ingannare dalla propaganda? Come si spiega la distanza così forte fra percezioni diffuse e realtà?

Il capolavoro della nuova classe dominante del nostro paese è proprio nell’aver messo in moto un circolo vizioso. In nome del primato degli italiani, si impedisce l’immigrazione regolare con decreti flussi risibili, si cacciano dai centri di accoglienza gli immigrati che dichiarano redditi da lavoro anche di solo 3 mila euro all’anno, si nega la protezione umanitaria a chi è da noi e ne avrebbe diritto in base ai trattati internazionali. Risultato: aumenta la presenza di immigrati irregolari nel nostro paese. Dei 45 mila rifugiati cui non è stata concessa la protezione internazionale dal giugno scorso, solo 5 mila sono stati rimpatriati (tra l’altro, perché i dati sui rimpatri sono spariti dal sito del ministero degli Interni?). Abbiamo così generato 40 mila immigrati illegali in più che vivono in Italia. Non sono gli sbarchi, ormai ridotti all’osso, ad alimentare l’immigrazione irregolare, ma questo modo di gestire, o meglio di rendere ingestibile, l’immigrazione. E l’immigrazione irregolare, comunque venga alimentata, rende più appetibile elettoralmente il messaggio di chi ha dichiarato guerra agli immigrati.

GIOVANI IN FUGA DALL’ITALIA

In un sistema pensionistico a ripartizione come il nostro i contributi di chi lavora servono ogni anno a pagare le pensioni di chi si è ritirato dalla vita attiva. Oggi abbiamo circa 2 pensionati per ogni 3 lavoratori. Il rapporto è destinato a salire nei prossimi anni, fino ad arrivare, secondo alcuni scenari, a un solo lavoratore per pensionato. Oggi un reddito pensionistico vale l’83 per cento del salario medio. Con un solo lavoratore per pensionato, quattro euro su cinque guadagnati col proprio lavoro andrebbero a pagare la pensione a chi si è ritirato dalla vita attiva. Anche per questo i nostri giovani scappano dall’Italia: devono destinare la quasi totalità dei loro guadagni a chi è stato trattato molto meglio di quanto verranno trattati loro.

Puntare sull’integrazione degli immigrati vuol dire rendere più appetibile il nostro mercato del lavoro per tutti i giovani perché vuol dire spalmare su più teste gli oneri di pagare le pensioni, versare al fisco una quota minore della retribuzione e rendere così più facile la ricerca di lavoro. Vuol dire anche assicurare ai pensionati che gli assegni che ricevono non verranno un domani ritoccati per fare cassa. Come vi mostra il grafico qui sopra, la fuga all’estero di chi ha tra i 25 e i 44 anni non accenna ad arrestarsi. Ogni anno perdiamo circa 150 mila giovani, molti dei quali altamente qualificati, e questa emorragia di capitale umano è aumentata proprio negli anni in cui diminuiva l’immigrazione.

Invece di pensare a rendere il nostro paese sempre meno ospitale per scoraggiare chi vuole venire da noi a lavorare, dovremmo fare esattamente l’opposto: rendere l’Italia un bel paese, non solo per i turisti, ma anche e soprattutto per chi vuole investire su sé stesso e sulle persone che gli stanno attorno.

Una soluzione per i migranti c’è

Sintesi del “Manifesto per una terza via sull’immigrazione” redatto dal sindaco di Bergamo Giorgio Gori.

Né tutti dentro né tutti fuori, ma una terza via tra i due estremi. La destra nazional-populista ha alimentato un’ingiustificata idea di invasione, trasformando gli immigrati nel capro espiatorio su cui sfogare ogni tipo di frustrazione e risentimento.

Ma la gestione dell’immigrazione attuata dai governi a guida Pd, per una buona parte della legislatura, ha contribuito a radicare l’idea di un fenomeno fuori controllo. Fuori controllo gli sbarchi, disomogenea ed emergenziale la distribuzione sui territori, discutibili e spesso censurabili le modalità d’accoglienza, inefficiente la politica dei rimpatri, inarrestabile la produzione di illegalità e degrado legata alla permanenza sul territorio nazionale di tutti coloro cui viene negato (o che perdono, a causa della Bossi-Fini) il permesso di soggiorno.

Minniti è arrivato tardi, si è concentrato sugli sbarchi e non ha avuto il tempo per affrontare altri aspetti legati alla gestione a terra del fenomeno.

La linea di Salvini – tutti fuori – non è però né realizzabile né utile al paese. La sola repressione degli ingressi illegali non azzererà nel lungo termine i flussi, né si vede come possa essere mantenuta la promessa elettorale dei 500 mila rimpatri.

Soprattutto non si elimina il paradosso: il futuro del Paese – la sostenibilità della sua economia, del suo welfare, del suo tenore di vita – è appeso all’immigrazione almeno quanto il suo assetto democratico è oggi minacciato dalle conseguenze di un’immigrazione non adeguatamente gestita.

Le proiezioni demografiche parlano chiaro. Al 2065, tra poco meno di cinquant’anni, si prevede un saldo naturale negativo per 14,8 milioni di abitanti. Nonostante gli immigrati, prevede l’Istat, la popolazione è destinata a calare di 6,5 milioni di individui, dagli attuali 60,6 milioni a 54,1.

Non possiamo permetterci né di accogliere tutti, né di lasciare tutti fuori dalla porta. Quindi?

Occorre una terza via che si basa su una gestione organizzata di flussi di immigrazione legale e su una progressiva bonifica del bacino di immigrazione irregolare che si trova oggi nel nostro paese.

Il boom degli arrivi irregolari si è avuto (anche) a causa della pressoché totale chiusura dei canali di ingresso legali che, invece, dovrebbero essere per i migranti economici la strada principale per arrivare in Italia.

La stessa logica con cui è stato costruito il sistema dell’accoglienza ne è una conseguenza. Dopo aver costretto centinaia di migliaia di migranti economici a confondersi con i profughi e a formulare un’improbabile richiesta di protezione internazionale, abbiamo messo in piedi un complesso, farraginoso e costoso sistema di accoglienza “temporanea” – che si protrae in realtà per un anno e mezzo o due, durante i quali la maggior parte dei richiedenti asilo non fa assolutamente nullala cui unica finalità è arrivare a distinguere i rifugiati, meritevoli secondo il Trattato di Dublino delle diverse forme di protezione internazionale, dai migranti economici.

In pratica è come se si fosse realizzata una “fabbrica della clandestinità”, in perenne funzione. Quelli ai quali viene negata la protezione internazionale non vengono rimpatriati per oggettiva impossibilità e vanno ad ingrossare il numero dei clandestini. Privi di documenti, di alloggio e della possibilità di lavorare legalmente  il loro destino è chiaro: degrado, lavoro nero o schiavismo, attività illegali o criminali.

L’alternativa c’è: ingressi legali cioè controllati, regolati, con una programmazione basata sugli effettivi bisogni demografici ed economici, e realizzati attraverso la riattivazione dei decreti flussi; oppure direttamente affidati all’incontro tra domanda e offerta di lavoro, attraverso l’intermediazione di soggetti accreditati (agenzie per il lavoro, rappresentanze d’impresa) operanti anche nei paesi d’origine dei migranti. In sintesi: una politica di ingressi selettiva che permetta di decidere quanti e quali immigrati sia possibile e utile accogliere e integrare.

Ciò non risolverebbe il problema degli sbarchi, ma li sgonfierebbe drasticamente. Dunque resterebbe la necessità di esercitare un efficace controllo dei confini, di individuare gli aventi diritto alla protezione internazionale e di rimpatriare velocemente gli irregolari, ma tutto sarebbe ridimensionato.

Lo stesso approccio vale per gli immigrati irregolari già presenti sul territorio nazionale. La loro condizione è identica a quella di coloro ai quali viene negato lo status di rifugiato. Privati del permesso di soggiorno (che si può perdere anche a seguito di un licenziamento come prevede la Bossi-Fini) hanno solo due opzioni: o farsi sfruttare in una delle tante forme di lavoro nero, o dedicarsi ad attività illegali.

Con la cancellazione della protezione umanitaria voluta da Salvini e approvata col decreto sicurezza e immigrazione potrebbe crescere il numero dei nuovi “irregolari” da qui alla fine del 2019 fino a 130 mila persone che si andrebbero a sommare ai 490 mila che si stimano già presenti sul territorio nazionale. Questa è la vera emergenza.

La terza via, a questo riguardo, richiede che s’imbocchi una strada del tutto diversa. Bisogna frenare la “fabbrica di clandestini” e prosciugare il vasto bacino di illegalità che è stato creato in questi anni.

Sui rimpatri non c’è da farsi grandi illusioni. Dunque frenare la produzione di clandestini significa una sola cosa: cambiare i criteri di ammissione. Se è vero che non possiamo “accoglierli tutti” e che l’Italia ha però bisogno di migranti, purché utili alla sua demografia e alla sua economia, il criterio di ammissione non può fermarsi alla provenienza (rifugiati o migranti economici). Serve un criterio di merito, che riconosca e premi chi vuole davvero integrarsi nel nostro paese, lavorare onestamente e rispettarne le regole.

Serve cioè un permesso umanitario condizionato a quanto i migranti abbiano concretamente, oggettivamente, dimostrato di volersi integrare. Questa è la rivoluzione che serve per tutto il sistema di accoglienza. Oggi non esiste infatti alcun serio incentivo a costruire percorsi di formazione e di integrazione dei richiedenti asilo, né ad organizzarli né – per i migranti – a parteciparvi con impegno. La regola non concede infatti alcun beneficio a chi lo faccia. Il migrante che impara l’italiano, che partecipa alle attività di volontariato e persino trova un lavoro non ha alcuna possibilità in più di ottenere il permesso di soggiorno rispetto a quello che passa le sue giornate ciondolando per la città. Oggi conta solo la provenienza.

Condizionare il permesso umanitario ad una “comprovata volontà di integrazione” significa rivoltare come un calzino il sistema di accoglienza, dargli una finalità, delle regole, degli standard a cui attenersi. Significa dare ai migranti un obiettivo: imparate bene l’italiano, studiate la nostra cultura, rispettate le regole della nostra società, partecipate ai programmi di volontariato, datevi da fare per trovare un lavoro, o quantomeno per iniziare un tirocinio – e avrete il diritto a restare legalmente nel nostro paese. I molti soldi che oggi vengono spesi per un’accoglienza “inutile” verrebbero a quel punto dedicati a corsi di lingua intensivi, a progetti di orientamento e di formazione professionale, investiti per produrre integrazione.

Si tratterebbe di realizzare un sistema di regolarizzazione su base individuale che tratti allo stesso modo i nuovi arrivati e quelli che già risiedono nel territorio nazionale pur essendo irregolari. Dobbiamo riuscire a separare chi vuole lavorare onestamente da chi non ha intenzione di farlo, offrire una chance di integrazione ai primi e espellere gli altri.

La terza via fa sul serio e richiede un impegno anche da parte degli immigrati. In sintesi: apertura di canali di ingresso legali orientati alle necessità del mercato del lavoro; gestione europea dei confini; accordi con i paesi d’origine per l’esecuzione dei rimpatri; investimento in politiche di formazione linguistica, culturale e professionale; ammissione (o regolarizzazione su base individuale) subordinata a “comprovata volontà di integrazione”. Una terza via esiste. Punta a tenere insieme principi umanitari, legalità, sicurezza e interessi economico-demografici del nostro paese. Non è una passeggiata, ma è l’unico modo per provarci seriamente

Il governo non vuole vedere la realtà

Era il 4 marzo. Poi è arrivato il 1° giugno e ci ha portato il governo Conte basato sul contratto tra Lega e M5S. Oggi è il 14 luglio. È presto per dare giudizi, ma la prima impressione è che il governo Lega – M5S non sappia che pesci prendere. Per dirlo meglio: le proposte manifesto del contratto (flat tax e reddito di cittadinanza) bisogna metterle da parte perché gli equilibri di bilancio sono più precari di prima e il grande problema dell’Italia non è l’euro o l’Europa, ma il debito che va continuamente rifinanziato. Se chi presta ha l’impressione che il debitore barcolla è ovvio che è spinto a chiedere più interessi o uscire dal mercato italiano. Non è un’ipotesi, ma è quello che sta già avvenendo con il rialzo dei tassi e con il trasferimento di capitali all’estero. Si vede che la coppia Di Maio – Salvini non ispira molta fiducia.

Dunque il governo deve volare più in basso della propaganda che lo ha consacrato. Ma, siccome qualcosa bisogna pure dare in pasto all’opinione pubblica, si ricorre ad un tema classico del repertorio della Lega: i migranti. I toni e gli atti sono da emergenza, ma in una situazione che, grazie alla politica praticata dal governo Gentiloni, vede una diminuzione degli sbarchi dell’80%. Si sfrutta la paura del futuro e l’onda lunga dello scontento per il disordine degli anni passati (perché disordine c’è stato e anche spreco di soldi pubblici). Ma si sfrutta anche una profonda divisione tra i paesi europei e le rispettive opinioni pubbliche che considerano l’immigrazione un rischio dal quale bisogna star lontani. Ovviamente poi la realtà ha molte facce perché gli immigrati sono pur sempre essenziali per far funzionare apparati economici e servizi. E molti altri saranno necessari, secondo tutte le previsioni, nel prossimo futuro. Strano perché lì dove sale il timore di essere invasi (a prescindere dai numeri) non si tiene conto dei tanti che sono già inseriti in quelle realtà. Sono tutti arrivati con regolare contratto di lavoro?

Ovviamente non ci sarebbe questa situazione se l’immigrazione fosse stata gestita con canali di ingresso regolari nel passato e se nessuno avesse pensato di sconvolgere il Medio Oriente e il Nord Africa con le guerre e abbattendo gli stati. Ma le cose sono andate diversamente.

Ci ritroviamo un Salvini che agita il “suo” ministero dell’interno come una minaccia e pensa di governare una situazione così difficile bloccando le barche una per una e costringendo Francia, Spagna o Malta ad accoglierne qualcuna. Può essere che il braccio di ferro funzioni, ma se non si cambia la situazione in Africa non servirà a nulla. D’altra parte se gli sbarchi sono diminuiti dell’80% non è perché il governo precedente ha chiuso i porti, ma perché ha concentrato la sua attenzione oltre il Mediterraneo.

Comunque il governo Conte in Europa non ha raggiunto nessun risultato. Anzi, l’unica decisione importante (Consiglio europeo) ha visto l’Italia perdente perché il Trattato di Dublino resta com’è e i profughi possono essere inviati in altri paesi solo su base volontaria.

Sull’altro versante, quello dei 5 stelle, si è pensato di replicare al protagonismo salviniano con un bel decreto-legge. Nella più pura tradizione della Prima Repubblica è un decreto-legge che non doveva essere emanato perché contiene misure disomogenee e perché non risponde ai requisiti di straordinaria necessità ed urgenza richiesti dalla Costituzione.

La parte più sostanziosa riguarda i contratti di lavoro a tempo determinato che vengono scoraggiati. Anche quelli a tempo indeterminato vengono gravati da un costo maggiore nel caso di licenziamenti senza giusta causa. E basta. Niente politiche attive del lavoro, niente tagli dei contributi per chi assume. Una tipica legge manifesto con la quale si può dire di aver fatto qualcosa di utile solo perché la si valuta prima che produca i suoi effetti. Che i posti di lavoro non si producano per legge continua ad essere un mezzo tabù.

Sia Lega che M5S cercano di mostrarsi tenacemente determinati ad ottenere risultati sui temi con i quali più si sono identificati sapendo che poco possono fare e quel poco lo devono esibire come se fosse molto di più.

Ma sono queste le vere urgenze di fronte alle quali si trova l’Italia?

Completamente oscurati dal clamore suscitato da una singola barca di migranti sono usciti dei dati previsionali della Commissione Europea che certificano la diversa velocità alla quale viaggia la nostra economia rispetto a tutte le altre.  

Nel 2018 l’Italia crescerà dell’1,5%, contro una media della zona Euro del 2,3% e una media dell’Unione Europea del 2,5%. Andrà ancora peggio nel 2019, dove i Paesi con l’Euro cresceranno del 2%, quelli dell’Europa a 27 del 2,2% e noi ci fermeremo all’1,2%. Dunque peggio di noi nessuno. Non si può certo dire che sia colpa dell’euro perché quelli che crescono ce l’hanno proprio come noi. Del rigore di bilancio? Nemmeno, perché ci sono Paesi che se lo sono persino auto-imposto che funzionano molto meglio di noi.

Per quanto tempo possiamo far finta che le cause dei nostri mali vengano dall’esterno (l’euro, la finanza, Soros, i tedeschi, i migranti) e non invece da un sistema malato che sta frenando l’Italia da almeno vent’anni? Pensiamo ancora di poter sopravvivere tenendoci tutti i nostri panni sporchi fatti di sprechi e inefficienze (nonché rendite, ruberie, privilegi) sbraitando per rivendicare chissà quale sovranità perduta? Chissà perché evasione fiscale, burocrazia ottusa, criminalità organizzata, incertezza del diritto non devono essere considerati i nostri principali nemici? Forse perchè nessuna forza politica ha il coraggio dimisurarsi sul serio con questi temi?

Prima o poi dovremo prendere atto con serietà che se siamo ultimi in Europa è per problemi nostri. E prima o poi dovrà esserci un governo che parte da qui senza distrarci con l’esibizione dei suoi capi popolo che i nostri veri problemi non sanno e non vogliono affrontarli

Claudio Lombardi

Boeri Salvini migranti pensioni lavoro

Non passa giorno che Salvini non dica qualcosa sul suo tema preferito: i migranti. Giorni fa il presidente dell’Inps Tito Boeri ha illustrato la relazione annuale che l’istituto da lui diretto deve presentare al Parlamento. Nell’ambito di un’analisi basata su dati incontestabili ha affermato che i contributi pensionistici pagati dai e per i lavoratori immigrati e regolarmente occupati sono indispensabili all’equilibrio del sistema pensionistico. Salvini si è infuriato. Ma le affermazioni di Boeri corrispondono ad una realtà che ognuno può intuire e comprendere con un minimo di ragionamento. Vediamo come ci si arriva.

Il sistema pensionistico italiano è e sarà anche in futuro un sistema che paga le pensioni con i contributi versati dai lavoratori attivi. A ripartizione o contributivo incide sul calcolo della pensione, ma i soldi sempre da lì devono arrivare.

Dunque è importante il numero dei lavoratori che devono bilanciare quello dei pensionati. Oggi siamo quasi a 3 lavoratori per 2 pensionati. Ma domani?

Il domani è già indicato dall’oggi ed è rappresentato da un altro rapporto, quello tra nascite e decessi.

Nel 2017 abbiamo avuto un saldo negativo pari a 183.000 abitanti e non perché muoiono più anziani, ma perché nascono meno bambini. Anche questo è un tema ben conosciuto dall’opinione pubblica e tutti possono intuire che se nascono meno bambini e gli anziani vivono più a lungo, prima o poi, lavoratori e pensionati saranno pari e, se non si invertirà la tendenza, i secondi finiranno per superare i primi.

Dunque chi manterrà una popolazione anziana, bisognosa di pensioni e cure? Questo è il problema.

La prima risposta che si è data negli anni passati è stata la diminuzione dell’importo delle pensioni con il passaggio al metodo contributivo. La seconda è stata l’innalzamento dell’età di pensionamento. Ma ciò non basterà se non aumenterà il numero dei lavoratori. Ovviamente non si parla di lavoratori finti mantenuti a spese dello Stato, ma di lavoratori che producono. Dunque innanzitutto bisogna puntare a politiche di sviluppo che aumentino la ricchezza complessiva e che richiamino più occupati. È questa la prima preoccupazione del governo attuale? Non sembra. Né il reddito di cittadinanza né la diminuzione delle imposte per i redditi più elevati né la lotta all’immigrazione e l’ irrigidimento dei contratti di lavoro porta una maggiore spinta allo sviluppo. Al contrario, il governo spinge verso un aumento del deficit e del debito e non c’è alcuna dimostrazione che ciò incrementi lo sviluppo.

Torniamo alle affermazioni di Boeri.

Se la decrescita delle nascite rallentasse e addirittura si invertisse (vuol dire fare almeno 3 figli per coppia) ci vorrebbero vent’anni per avere i primi effetti. Ma noi il problema ce l’abbiamo già oggi e il modo più semplice e più rapido per aumentare i pagatori di contributi è far arrivare un certo numero di immigrati.

Problema: perché ricorrere a lavoratori immigrati e non ai milioni di disoccupati italiani?

La risposta è semplice: perché gli immigrati accettano di essere pagati meno e di fare lavori che agli italiani interessano poco, ma che sono indispensabili per mantenere in funzione l’economia italiana e la società (con colf e badanti).

È quindi un’illusione pensare di sostituire i lavoratori immigrati con i disoccupati italiani se i datori di lavoro aumentassero i salari. E’ difficile che accada e non solo perché molti datori di lavoro sono avidi, ma perché l’Italia ha un problema di scarsa produttività che si porta dietro da anni. I salari italiani sono nettamente inferiori a quelli della Germania anche a fronte di un maggior numero di ore lavorate per categorie di lavoratori che sono tutelati da contratti collettivi di lavoro. D’altra parte anche per colf e badanti ci sono i contratti nazionali a stabilire i minimi retributivi e i principali diritti e doveri di lavoratori e datori. Eppure questi lavori non sono richiesti dagli italiani. E tante fabbriche, specialmente nelle zone più sviluppate, sono tenute in piedi dagli immigrati.

Perché? La spiegazione più semplice è che la principale aspirazione degli immigrati è quella di fermarsi qui e guadagnare. Per i giovani italiani non è così.

In parte c’è un deficit di formazione per cui molte offerte di lavoro per ruoli tecnici non vengono coperte (e mancano anche gli artigiani). In parte le aspirazioni dei giovani italiani sono più elevate, non si accontentano di un qualunque lavoro e di una retribuzione bassa (come facevano però i loro padri o nonni negli anni ’50). Magari a Londra il cameriere o il lavapiatti vanno a farlo, ma in Italia no. Perché? Perché a Londra (o Berlino o Parigi) ci sono realtà dinamiche che permettono di sperare in un miglioramento e di veder riconosciuti i propri meriti, mentre in Italia è tutto molto più difficile e bloccato. Guadagnare poco e senza poter sperare in una carriera interessa solo chi ha lasciato alle spalle situazioni ben peggiori. Dunque i migranti.

E siamo al punto di partenza. Dei lavoratori immigrati c’è bisogno e ce ne sarà bisogno per molti anni ancora. Il calo delle nascite degli italiani si può contrastare con politiche di sostegno alla formazione delle famiglie, ma non sono politiche che si mettono in piedi e che producono effetti dall’oggi al domani. E comunque le famiglie non possono prescindere dal lavoro per il quale valgono le considerazioni fatte prima. L’Italia è quella che è e non può vivere di assistenza e lavori finti. Le mucche in Emilia Romagna qualcuno le deve mungere e oggi non lo fanno gli italiani. Per non parlare di mille altri lavori. Così è.

Dunque è vero che gli immigrati servono a tenere in piedi il sistema previdenziale italiano. Il problema vero è che servirebbero quelli regolari. Lo dice anche Boeri che sottolinea come in questi anni di anarchia migratoria si sia bloccata proprio l’immigrazione regolare.
Ma questo Salvini non lo dice perché non gli conviene. Lui ha bisogno della rabbia e dei ragionamenti con i piedi per terra non sa che farsene

Claudio Lombardi

Ius soli: una legge semplice e difficile

Diciamo la verità, in circostanze diverse di ius soli avrebbero parlato gli esperti e al massimo i parlamentari della commissione incaricata di esaminare le modifiche alla legge del 1992 per la concessione della cittadinanza. Oggi, tra scioperi della fame, minacce di togliere la fiducia al governo e una generale agitazione sulla questione sembra che sia nata l’ennesima emergenza sulla quale schierarsi e polemizzare. Sarebbe, perciò, meglio mettere da parte opposte demagogie (rischio di invasione dall’Africa e scelta di civiltà) e provare a vedere le cose nella loro semplicità.

cittadinanza italianaPer chi nasce da genitori stranieri, con le norme vigenti, ci vogliono 18 anni di vita sul suolo italiano per accedere alla cittadinanza. Immaginiamo perciò un bambino che nasce e vive per 18 anni in Italia senza essere cittadino, ma continuando ad essere uno straniero dall’asilo alle soglie dell’università, pur parlando la stessa lingua dei suoi coetanei e condividendo con loro giochi, problemi, interessi. Obiettivamente è un problema e può essere anche un freno all’integrazione di chi comunque è nato e cresciuto qui e della sua famiglia. Di nuovo: obiettivamente per degli stranieri che risiedono in Italia ormai da tanti anni avere un figlio cittadino italiano è un motivo in più per sentirsi parte della comunità nazionale. Non è forse l’integrazione l’obiettivo strategico più importante rivolto agli immigrati? O forse preferiamo che vivano in comunità separate che coltivano l’isolamento e, magari, l’ostilità?

Ancora una volta: obiettivamente conviene a tutti investire sull’integrazione. Sia chiaro: chi si trovi in Italia, specie se con regolare permesso di soggiorno, possiede già molti dei diritti che spettano ai cittadini (fra cui assistenza sanitaria, tutela dell’ordinamento, istruzione). Inoltre può chiedere la cittadinanza italiana dopo dieci anni di permanenza. La proposta di legge conosciuta come ius soli vuole soltanto accorciare i tempi, senza più la necessità di attendere il compimento dei diciotto anni di età, per la concessione della cittadinanza ai figli degli stranieri che vivono regolarmente in Italia da almeno cinque anni (con permesso di soggiorno di lungo periodo).

integrazioneQuesto è un caso. L’altro definito ius culturae comporta la possibilità di chiedere la cittadinanza per i minori entrati in Italia dopo la nascita e prima dei dodici anni di età che abbiano frequentato la scuola per almeno cinque anni completando un ciclo di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali. Per chi arriva tra i dodici e i diciotto anni sono previsti sei anni di permanenza e il superamento di un ciclo scolastico.

Qui la norma si presta a qualche critica perché i cicli scolastici non sono tutti uguali o, meglio, non hanno tutti lo stesso effetto perché essere bambini e completare il ciclo delle elementari non è equivalente ad essere adolescente e seguire un corso triennale di formazione professionale. Forse un periodo un po’ troppo breve per acquisire la cittadinanza.

In ogni caso è ovvio, come si diceva all’inizio, che le circostanze nelle quali si discute di concessione della cittadinanza sono quelle di questi anni segnati dagli sbarchi dei migranti, dalle guerre nei paesi islamici e dal terrorismo. Ovviamente non tutti gli stranieri che vivono stabilmente in Italia provengono dai paesi islamici e sono di fede musulmana, ma nell’immaginario collettivo a loro è collegata la diffidenza che la proposta di legge sembra suscitare nella maggioranza degli italiani.

immigrati_4Se ne fa interprete Galli della Loggia che ha espresso in diversi interventi sulla stampa le sue obiezioni. Vediamo di che si tratta.

La prima richiama l’attenzione sul fatto che non esiste un diritto naturale alla cittadinanza poiché si tratta di scelte politiche che ogni Stato compie. La seconda si dirige contro l’ipocrisia che vorrebbe considerare le immigrazioni tutte uguali. In particolare la sua preoccupazione riguarda l’immigrazione islamica perché è quella che si riferisce non tanto ad uno o più stati, ma ad una civiltà con la quale “la cultura occidentale ha avuto un aspro contenzioso millenario che ha lasciato da ambo le parti tracce profondissime”. Inoltre, non bisogna far finta di non vedere che alcuni Stati islamici stanno svolgendo “un’insidiosa opera di penetrazione di natura finanziaria nell’ambito economico, e di natura politico-religiosa (apertura di moschee e di «centri culturali») all’interno delle comunità islamiche presenti nella Penisola”.

Per Galli della Loggia è necessario evitare nel modo più assoluto che, complice il prevedibile aumento dell’immigrazione africana e non solo, domani possa sorgere la tentazione di un partito islamico”. Di qui discendono altre condizioni che l’autore porrebbe alla concessione della cittadinanza (obbligo di abbandonare la cittadinanza precedente; conoscenza della lingua italiana in entrambi i genitori del giovane candidato; obbligo di accertamenti sull’ambiente familiare ad opera dei servizi sociali).

Sarebbe un errore considerare pretestuose le osservazioni di Galli della Loggia. Forse la proposta di legge in discussione pecca di idealismo e dovrebbe essere meglio redatta. Poiché c’è una forte spinta per la sua approvazione è probabile che alcune modifiche potrebbero persino ampliare il numero dei favorevoli, ma siamo al termine della legislatura ed ogni partito ormai ragiona solo in termini di conquista dei voti e ha bisogno di bandiere da sventolare.

Claudio Lombardi

I pasticci dell’ idealismo estremo

L’ idealismo estremo è sempre molto attivo. Animato dalle migliori intenzioni rischia di combinare pasticci se portato sul piano politico. Prendiamo lo sgombero del palazzo occupato a piazza indipendenza a Roma. I fatti sono noti a tutti: un ordine di sgombero sancito dalla magistratura che risale al 2015 e dopo quattro anni di occupazione viene eseguito pochi giorni fa dopo trattative e proposte di spostamento rifiutate dagli occupanti (brilla comunque lo scarso impegno del comune di Roma). La polizia fa uso di idranti che servono anche a spegnere le fiamme appiccate ad alcune bombole di sgombero Romagas lanciate contro gli agenti. Apriti cielo! Risuonano indignazioni e paroloni di sdegno esagerato. Chi ha taciuto per anni sulle occupazioni che nella sola Roma riguarderebbero un centinaio di edifici e sulle sue gestioni spesso malavitose (a proposito che fine ha fatto l’eritreo che è uscito dal palazzo con 13mila euro?). Chi non ha aperto bocca di fronte al saccheggio di alloggi pubblici ai quali si dovrebbe accedere solo per graduatorie e con requisiti stringenti (e invece si sa che i soggetti più deboli in certe zone non escono più di casa per timore che gli venga occupata) fa sentire la sua voce adesso con accenti accorati. E ne trae spunto per eleganti elaborazioni intellettuali di indubbio valore letterario, ma di assoluta inconsistenza politica.

Eccone un esempio.

Scrive Ezio mauro su Repubblica di qualche giorno fa: “è difficile non trovare un collegamento emotivo, culturale e infine politico tra l’ultimo atteggiamento italiano nei confronti dei migranti sui barconi e le Ong di soccorso (criminalizzate in una vera e propria inversione morale) e lo sgombero degli abusivi dal palazzo nel centro di Roma, a colpi di idrante. La questione di fondo è che la povertà sta diventando una colpa, introiettata nella coscienza collettiva e nel codice politico dominante, così come il migrante si porta addosso il marchio dell’ultima mutazione del peccato originale: il peccato d’origine (…) noi — i garantiti, gli inclusi — non vogliamo vederli mentre agitano nelle nostre città la primordialità radicale della loro pretesa di vivere”.

salvataggi OngMauro dovrebbe sapere che nessuno ha criminalizzato le Ong, ma il governo ha voluto riportare sotto un minimo controllo i flussi di migranti cresciuti a dismisura anche grazie al disordine creato dalle Ong che in oggettiva complicità con i trafficanti avevano assunto il ruolo di traghettatori dalla Libia all’Italia. La supposta criminalizzazione è solo una fantasia dell’ex direttore di Repubblica.

Anche riguardo alla povertà Ezio Mauro dimentica che in tutta Europa il sostegno ai più svantaggiati esiste ed è una delle conquiste dell’assistenza sociale che non ha eguali in altre parti del mondo. Già ma forse lui intende non i poveri nati qui, bensì tutti gli altri. Ebbene tutti gli immigrati anche irregolari costano allo Stato italiano un bel po’ di soldi in assistenza (anche sanitaria) che sarà pure oggetto di speculazioni, ma è pur sempre meglio del niente dei territori di provenienza. Quindi in cosa si concretizzerebbe questa povertà come colpa? Boh!

povertàE ancora: “è chiaro che una risposta al sentimento-risentimento dei cittadini spaventati va data, ma la si può e la si deve cercare dentro un governo complessivo della globalizzazione, non privatizzando i diritti a nostro esclusivo vantaggio e usando la nostra libertà a danno degli altri, spinti sulle nostre sponde da un’angoscia di libertà estrema la cui posta è addirittura la sopravvivenza”.

Qui si raggiungono vette di pensiero insondabili. Chi e come dovrebbe governare la globalizzazione (posto che organismi e sedi che pongono limiti e regole già esistono)? Non si sa. E poi che vuol dire “privatizzando i diritti a nostro esclusivo vantaggio e usando la libertà a danno degli altri”? Forse che di fronte alle ondate migratorie dobbiamo rinunciare a ciò che abbiamo mettendolo a disposizione dei poveri del mondo? Ma se non lo fa nemmeno la Chiesa cattolica! E poi, esattamente in cosa consisterebbe l’uso della nostra libertà a danno degli altri? Frasi che purtroppo somigliano a farneticazioni visionarie.

L’articolo si conclude con l’appello a liberare “la povertà dalla moderna colpa per restituirla alla dinamica sociale”. Che vuol dire? Forse che i poveri debbono inserirsi nelle rispettive società? Ma perché adesso dove stanno? Certo ognuno nel suo territorio come è ovvio. Oppure l’autore intende che dobbiamo inserire i poveri del mondo nella nostra società? Francamente non si capisce. Anche qui fumosità e una visione di assoluta inconsistenza politica.

idealismo estremoMa veniamo ad un altro intervento assai autorevole, quello di Emma Bonino che si preoccupa dei migranti che vengono fermati in Libia o al confine sud dopo che sono crollate le partenze verso l’Italia. L’accusa nei confronti dei governi è che “continuiamo a fare finta di non sapere”. Al riguardo due osservazioni: cosa propone la Bonino? Di riprendere i trasbordi dalla Libia all’Italia senza limite alcuno? E poi perché preoccuparsi solo di quelli che o sono già nel territorio libico o vi si stanno avvicinando? Nel cuore dell’Africa in varie zone ci sono esseri umani che soffrono. Perché non portarli tutti da noi? Sembra la stessa predicazione delle battaglie radicali contro la fame nel mondo (ogni minuto muore un bambino!) che hanno portato alle politiche di aiuti assolutamente inutili e fonte di corruzione. E comunque ieri a Parigi c’è stato un vertice tra Germania, Francia, Spagna e Italia insieme ad alcuni stati africani che ha posto le basi di una svolta nella gestione dei migranti. L’aiutiamoli a casa loro potrà non essere più uno slogan, ma una politica concreta. Di questo c’è bisogno, non di predicazioni inconcludenti.

No decisamente l’ idealismo estremo si rivela poco utile per intervenire su realtà complesse, poco utile e fonte di guai

Claudio Lombardi

Migranti: l’Italia si è fregata da sola

Migranti. Più si va avanti e più i nodi vengono al pettine. Ovviamente nessuno può fermare le migrazioni, ma i tempi e i modi vanno governati e devono tenere conto delle società verso le quali si muovono i migranti che non possono essere solo destinatarie passive di qualcosa sul quale nessuno può intervenire. Di questo si tratta e non di una disputa di principio sul diritto degli esseri umani a spostarsi sul pianeta che, come tale, non esiste. A meno che non si riconosca un’autorità sovrannaturale cui spetta governare il mondo. Oppure a meno che ciò non avvenga nel quadro di una politica di gestione dell’accoglienza. Di questo si tratta.migrazioni umane L’Italia non può permettersi di accogliere ogni anno 200mila persone, questo ormai è chiaro. Eppure gli arrivi non si fermano. Come mai? Sicuramente con le migliori intenzioni e cioè a patto che ci fosse una ridistribuzione di migranti e che la spesa per l’accoglienza fosse scorporata dal deficit il governo italiano ha accettato che le missioni di salvataggio e pattugliamento nel Mediterraneo facessero capo al nostro Paese e che gli sbarchi si concentrassero nei nostri porti. Non si capisce se l’accordo contemplasse il ruolo delle Ong le cui navi, come è noto, si sono spinte fino davanti alla costa libica e, secondo ipotesi avanzate dai magistrati che stanno indagando in proposito, anche oltre la linea delle acque territoriali e, con modalità tali, da far pensare ad un coordinamento con i trafficanti (trasponder spenti, segnalazioni luminose, telefonate). Ciò ha portato ad uno stravolgimento delle finalità della missione Triton che non era principalmente quello di raccogliere i migranti in mare e, meno che mai, a poche miglia dalla costa libica. Triton doveva servire innanzitutto per sorvegliare le frontiere e per dare la caccia agli scafisti. Le Ong si sono assunte un ruolo e si sono prese uno spazio che non dovevano avere perché la decisione su quanti immigrati accogliere spetta ai governi e non ad organizzazioni umanitarie di varia provenienza non tutte trasparenti circa i finanziamenti e le finalità.

missione tritonLa sensazione è che l’Italia sia stata oggetto di decisioni prese da altri stati per tutelare i propri interessi nazionali e dispiace che i governi Letta, Renzi e anche Gentiloni non si siano innanzitutto assunte le responsabilità di una condotta che ha portato il Paese ad una situazione critica.

Spagna, Francia, Germania, Austria e paesi dell’est hanno messo in sicurezza le proprie frontiere con misure severe e decidendo di pagare la Turchia a suon di miliardi di euro perché assorbisse la massa dei migranti sul suo territorio. Nel Mediterraneo, invece, si è gettato sulle spalle dell’Italia la gestione di un flusso di migranti ad di fuori di qualsiasi previsione e di qualunque controllo.

Il guaio fatto nel 2011 con il rovesciamento del regime di Gheddafi adesso lo paga l’Italia e viene meno ogni solidarietà europea.

Che i migranti non siano solo un problema umanitario dovrebbe essere chiaro a tutti e la litania dell’”accogliamoli tutti” o della ridistribuzione comune per comune ha fatto il suo tempo. Renzi sui migrantiHa giustamente detto Renzi che non esiste un dovere morale di accogliere tutti perché l’accoglienza ha un senso se si riferisce a numeri limitati di persone per le quali si può pensare ad un’integrazione vera. Magari se lo avesse detto quando era Presidente del Consiglio sarebbe stato meglio invece di comunicare con la retorica del buonismo e dell’ottimismo e assumere impegni inadeguati alle nostre possibilità. Quando la migrazione diventa un fenomeno di massa destabilizza equilibri sociali, economici e umani di una comunità. L’idea di ripartirli comune per comune inoltre è una pia illusione perché ignora che si tratta di sistemare persone prive di tutto, che vanno mantenute per molto tempo e senza che abbiano nulla da fare. Soprattutto ignora che in gran parte dei casi si tratta di persone che non vogliono rimanere in Italia e, meno che mai, andare a popolare borghi sperduti sulle nostre montagne.

Quelli che arrivano sono in gran parte giovani attratti dal miraggio delle ricchezze con le quali l’Occidente si rappresenta nel mondo. La fuga dalla guerra in Siria ha permesso l’esplosione della retorica umanitaria e ha coperto un fenomeno di tipo ben diverso peraltro in atto da molti anni e che ha portato in Europa milioni di persone che non sono attratte dalla nostra cultura, dalla libertà, dalla democrazia. Ignorare le vere motivazioni di chi arriva fin qui è una forma di idealismo insensato buono per una predica, religiosa o laica, ma inutile per gestire uno Stato. Anzi dalla divaricazione tra motivazione economica e attaccamento alle proprie radici culturali derivano tante delle tensioni di un’integrazione non voluta dagli stessi immigrati.

Tutto ciò premesso si può dire che l’Italia si è fregata da sola? Sì, si può dire e bisogna che lo si riconosca e che si assumano decisioni drastiche in tempi brevi. Adesso il governo si sta muovendo bene e, sembra, con le idee chiare. Speriamo che non si faccia prendere in giro da assicurazioni e promesse. L’esplosione demografica in Africa che è prevista nei prossimi trent’anni non ammette sottovalutazioni

Claudio Lombardi

Migranti: il coraggio della verità

Per dire la verità sui migranti che arrivano via mare bisogna avere coraggio. Innanzitutto i numeri: 3,6 miliardi spesi nel 2016, 4,3 previsti nel 2017. E poi 170.000 persone arrivate nel 2014, 153.000 nel 2015, 181.000 nel 2016 e circa 37.000 sbarcate finora nel 2017. Su queste due serie di dati bisogna fermare l’attenzione.

immigrati 6In questi dati è descritta la situazione che lega le mani all’Italia e la condanna a subire le conseguenze di tutta la migrazione che passa dal Mediterraneo verso l’Europa. La “legge del mare” impone di salvare i naufraghi e portarli nel porto sicuro più vicino. Guarda caso i porti siciliani (che non sono i più vicini) sono quelli nei quali vengono trasporati tutti i migranti. D’altra parte gli accordi di Dublino stabiliscono che il paese di approdo è quello che deve farsene carico. Così l’Italia rimane incastrata da regole pensate per casi eccezionali e sporadici di naufragio o per migrazioni di entità molto più limitata di quelle attuali.

Di fatto oggi i numeri dei migranti li decidono i trafficanti e l’Italia accoglie tutti quelli che vengono sbarcati nei nostri porti. Viviamo così in un’emergenza continua imposta dalle decisioni che vengono prese dalle bande libiche. In questa situazione organizzare un’accoglienza che punti all’integrazione diventa molto difficile se non impossibile.

Certo, si possono anche distribuire i migranti in ciascuno degli ottomila comuni italiani, ma il problema non cambia e c’è da dubitare che molti siano arrivati fin qui per ripopolare borghi sperduti sugli Appennini. Una vera integrazione richiede tempi lunghi e numeri limitati.

accoglienza migrantiL’Italia paga la propria debolezza che si è tradotta nell’incapacità di far mettere all’ordine del giorno dell’Europa l’emergenza migranti come un problema di tutti. Noi oggi paghiamo una quota per gli accordi con la Turchia, ma gli arrivi dal Mediterraneo restano sempre a nostro carico. La strategia giusta era quella del Migration compact presentato dal governo Renzi all’Europa. Ma può funzionare nel lungo periodo (già, ma che fine ha fatto?). A breve occorrono altre risposte: cambiare gli accordi di Dublino per distribuire i migranti che arrivano via mare in tutta l’Europa; frenare le partenze dalla Libia; selezionare i richiedenti asilo e aiutare gli altri a trovare in Africa una diversa destinazione.

La novità di queste settimane è aver appreso che la maggior parte dei salvataggi si fanno davanti alle coste libiche. I notiziari ci raccontavano di salvataggi nel canale di Sicilia e noi immaginavamo le imbarcazioni che affondano avvicinandosi alle nostre coste. Invece la polemica sulle ONG ha messo in luce una situazione nuova che finora era rimasta in ombra. È evidente che, gommone migrantiormai, vengono messe in mare imbarcazioni adatte a galleggiare per poche ore confidando nell’intervento immediato delle navi di soccorso. In alcuni casi, si è visto in vari filmati delle stesse ONG, i gommoni vengono addirittura scortati dai trafficanti per essere riportati al punto di partenza e riutilizzati. Come è ovvio le ONG nulla possono fare contro gli scafisti. Le dichiarazioni del procuratore Zuccaro e, prima ancora, la denuncia del direttore di Frontex hanno ipotizzato una collusione tra scafisti e alcune ONG. Ma su questo le polemiche senza indagini e prove non hanno senso.

Questi sono i punti di partenza, ma a questi non può seguire la fatalistica accettazione di tutto ciò che accade. Predicare l’accoglienza totale senza limiti è comprensibile come slancio umanitario o religioso, ma impraticabile. Eppure è ciò che sta avvenendo di fatto senza che sia stato deciso nè dal governo nè dal Parlamento.

migranti in attesaChe gli arrivi dei migranti siano diventati un fattore di instabilità nel nostro Paese è abbastanza evidente. Inutile opporre che di fronte a 60 milioni di abitanti 150-200mila persone in più l’anno non sono un problema perché queste persone devono essere assistite cioè mantenute perché non hanno nulla e nulla hanno da fare qui da noi se non cercare l’occasione di guadagnare ciò che serve per una vita migliore. E come funziona questa ricerca? Per alcuni che riescono a trovare lavori regolari ce ne sono tanti altri che si prestano ad ogni genere di sfruttamento e alla delinquenza di piccolo cabotaggio.

immigrati sfruttatiCome è noto la grande maggioranza non ha diritto allo status di profugo, ma tutti gli annunci che minacciano il rimpatrio per chi non ha diritto di restare sono ipocrite bugie per non dire la verità e cioè che tutti resteranno qui. Molti un lavoro lo trovano, ma a quali condizioni? La presenza degli immigrati è stata una manna per i datori di lavoro italiani (e stranieri) perché sono disposti ad accettare retribuzioni molto più basse di quelle normali e senza nessuna tutela. È un fenomeno talmente diffuso che è ridicolo quando i politici assicurano che nessuno toglierà il lavoro agli italiani. Di fatto si è creato un mercato dei lavori disagiati e svantaggiati, malpagati e rischiosi che gli italiani rifiutano, ma che gli immigrati accettano.

Bisogna avere il coraggio di dire le verità che tutti possono constatare nella loro vita quotidiana. La situazione attuale nella quale ai problemi concreti si risponde con esortazioni morali produce solo intolleranza. Certo, chi vive ai piani alti della società può anche non accorgersene e cullarsi nei propri principi ideali, ma chi vive più in basso il problema lo vede e lo vive

Claudio Lombardi

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