Il governo non vuole vedere la realtà

Era il 4 marzo. Poi è arrivato il 1° giugno e ci ha portato il governo Conte basato sul contratto tra Lega e M5S. Oggi è il 14 luglio. È presto per dare giudizi, ma la prima impressione è che il governo Lega – M5S non sappia che pesci prendere. Per dirlo meglio: le proposte manifesto del contratto (flat tax e reddito di cittadinanza) bisogna metterle da parte perché gli equilibri di bilancio sono più precari di prima e il grande problema dell’Italia non è l’euro o l’Europa, ma il debito che va continuamente rifinanziato. Se chi presta ha l’impressione che il debitore barcolla è ovvio che è spinto a chiedere più interessi o uscire dal mercato italiano. Non è un’ipotesi, ma è quello che sta già avvenendo con il rialzo dei tassi e con il trasferimento di capitali all’estero. Si vede che la coppia Di Maio – Salvini non ispira molta fiducia.

Dunque il governo deve volare più in basso della propaganda che lo ha consacrato. Ma, siccome qualcosa bisogna pure dare in pasto all’opinione pubblica, si ricorre ad un tema classico del repertorio della Lega: i migranti. I toni e gli atti sono da emergenza, ma in una situazione che, grazie alla politica praticata dal governo Gentiloni, vede una diminuzione degli sbarchi dell’80%. Si sfrutta la paura del futuro e l’onda lunga dello scontento per il disordine degli anni passati (perché disordine c’è stato e anche spreco di soldi pubblici). Ma si sfrutta anche una profonda divisione tra i paesi europei e le rispettive opinioni pubbliche che considerano l’immigrazione un rischio dal quale bisogna star lontani. Ovviamente poi la realtà ha molte facce perché gli immigrati sono pur sempre essenziali per far funzionare apparati economici e servizi. E molti altri saranno necessari, secondo tutte le previsioni, nel prossimo futuro. Strano perché lì dove sale il timore di essere invasi (a prescindere dai numeri) non si tiene conto dei tanti che sono già inseriti in quelle realtà. Sono tutti arrivati con regolare contratto di lavoro?

Ovviamente non ci sarebbe questa situazione se l’immigrazione fosse stata gestita con canali di ingresso regolari nel passato e se nessuno avesse pensato di sconvolgere il Medio Oriente e il Nord Africa con le guerre e abbattendo gli stati. Ma le cose sono andate diversamente.

Ci ritroviamo un Salvini che agita il “suo” ministero dell’interno come una minaccia e pensa di governare una situazione così difficile bloccando le barche una per una e costringendo Francia, Spagna o Malta ad accoglierne qualcuna. Può essere che il braccio di ferro funzioni, ma se non si cambia la situazione in Africa non servirà a nulla. D’altra parte se gli sbarchi sono diminuiti dell’80% non è perché il governo precedente ha chiuso i porti, ma perché ha concentrato la sua attenzione oltre il Mediterraneo.

Comunque il governo Conte in Europa non ha raggiunto nessun risultato. Anzi, l’unica decisione importante (Consiglio europeo) ha visto l’Italia perdente perché il Trattato di Dublino resta com’è e i profughi possono essere inviati in altri paesi solo su base volontaria.

Sull’altro versante, quello dei 5 stelle, si è pensato di replicare al protagonismo salviniano con un bel decreto-legge. Nella più pura tradizione della Prima Repubblica è un decreto-legge che non doveva essere emanato perché contiene misure disomogenee e perché non risponde ai requisiti di straordinaria necessità ed urgenza richiesti dalla Costituzione.

La parte più sostanziosa riguarda i contratti di lavoro a tempo determinato che vengono scoraggiati. Anche quelli a tempo indeterminato vengono gravati da un costo maggiore nel caso di licenziamenti senza giusta causa. E basta. Niente politiche attive del lavoro, niente tagli dei contributi per chi assume. Una tipica legge manifesto con la quale si può dire di aver fatto qualcosa di utile solo perché la si valuta prima che produca i suoi effetti. Che i posti di lavoro non si producano per legge continua ad essere un mezzo tabù.

Sia Lega che M5S cercano di mostrarsi tenacemente determinati ad ottenere risultati sui temi con i quali più si sono identificati sapendo che poco possono fare e quel poco lo devono esibire come se fosse molto di più.

Ma sono queste le vere urgenze di fronte alle quali si trova l’Italia?

Completamente oscurati dal clamore suscitato da una singola barca di migranti sono usciti dei dati previsionali della Commissione Europea che certificano la diversa velocità alla quale viaggia la nostra economia rispetto a tutte le altre.  

Nel 2018 l’Italia crescerà dell’1,5%, contro una media della zona Euro del 2,3% e una media dell’Unione Europea del 2,5%. Andrà ancora peggio nel 2019, dove i Paesi con l’Euro cresceranno del 2%, quelli dell’Europa a 27 del 2,2% e noi ci fermeremo all’1,2%. Dunque peggio di noi nessuno. Non si può certo dire che sia colpa dell’euro perché quelli che crescono ce l’hanno proprio come noi. Del rigore di bilancio? Nemmeno, perché ci sono Paesi che se lo sono persino auto-imposto che funzionano molto meglio di noi.

Per quanto tempo possiamo far finta che le cause dei nostri mali vengano dall’esterno (l’euro, la finanza, Soros, i tedeschi, i migranti) e non invece da un sistema malato che sta frenando l’Italia da almeno vent’anni? Pensiamo ancora di poter sopravvivere tenendoci tutti i nostri panni sporchi fatti di sprechi e inefficienze (nonché rendite, ruberie, privilegi) sbraitando per rivendicare chissà quale sovranità perduta? Chissà perché evasione fiscale, burocrazia ottusa, criminalità organizzata, incertezza del diritto non devono essere considerati i nostri principali nemici? Forse perchè nessuna forza politica ha il coraggio dimisurarsi sul serio con questi temi?

Prima o poi dovremo prendere atto con serietà che se siamo ultimi in Europa è per problemi nostri. E prima o poi dovrà esserci un governo che parte da qui senza distrarci con l’esibizione dei suoi capi popolo che i nostri veri problemi non sanno e non vogliono affrontarli

Claudio Lombardi

Boeri Salvini migranti pensioni lavoro

Non passa giorno che Salvini non dica qualcosa sul suo tema preferito: i migranti. Giorni fa il presidente dell’Inps Tito Boeri ha illustrato la relazione annuale che l’istituto da lui diretto deve presentare al Parlamento. Nell’ambito di un’analisi basata su dati incontestabili ha affermato che i contributi pensionistici pagati dai e per i lavoratori immigrati e regolarmente occupati sono indispensabili all’equilibrio del sistema pensionistico. Salvini si è infuriato. Ma le affermazioni di Boeri corrispondono ad una realtà che ognuno può intuire e comprendere con un minimo di ragionamento. Vediamo come ci si arriva.

Il sistema pensionistico italiano è e sarà anche in futuro un sistema che paga le pensioni con i contributi versati dai lavoratori attivi. A ripartizione o contributivo incide sul calcolo della pensione, ma i soldi sempre da lì devono arrivare.

Dunque è importante il numero dei lavoratori che devono bilanciare quello dei pensionati. Oggi siamo quasi a 3 lavoratori per 2 pensionati. Ma domani?

Il domani è già indicato dall’oggi ed è rappresentato da un altro rapporto, quello tra nascite e decessi.

Nel 2017 abbiamo avuto un saldo negativo pari a 183.000 abitanti e non perché muoiono più anziani, ma perché nascono meno bambini. Anche questo è un tema ben conosciuto dall’opinione pubblica e tutti possono intuire che se nascono meno bambini e gli anziani vivono più a lungo, prima o poi, lavoratori e pensionati saranno pari e, se non si invertirà la tendenza, i secondi finiranno per superare i primi.

Dunque chi manterrà una popolazione anziana, bisognosa di pensioni e cure? Questo è il problema.

La prima risposta che si è data negli anni passati è stata la diminuzione dell’importo delle pensioni con il passaggio al metodo contributivo. La seconda è stata l’innalzamento dell’età di pensionamento. Ma ciò non basterà se non aumenterà il numero dei lavoratori. Ovviamente non si parla di lavoratori finti mantenuti a spese dello Stato, ma di lavoratori che producono. Dunque innanzitutto bisogna puntare a politiche di sviluppo che aumentino la ricchezza complessiva e che richiamino più occupati. È questa la prima preoccupazione del governo attuale? Non sembra. Né il reddito di cittadinanza né la diminuzione delle imposte per i redditi più elevati né la lotta all’immigrazione e l’ irrigidimento dei contratti di lavoro porta una maggiore spinta allo sviluppo. Al contrario, il governo spinge verso un aumento del deficit e del debito e non c’è alcuna dimostrazione che ciò incrementi lo sviluppo.

Torniamo alle affermazioni di Boeri.

Se la decrescita delle nascite rallentasse e addirittura si invertisse (vuol dire fare almeno 3 figli per coppia) ci vorrebbero vent’anni per avere i primi effetti. Ma noi il problema ce l’abbiamo già oggi e il modo più semplice e più rapido per aumentare i pagatori di contributi è far arrivare un certo numero di immigrati.

Problema: perché ricorrere a lavoratori immigrati e non ai milioni di disoccupati italiani?

La risposta è semplice: perché gli immigrati accettano di essere pagati meno e di fare lavori che agli italiani interessano poco, ma che sono indispensabili per mantenere in funzione l’economia italiana e la società (con colf e badanti).

È quindi un’illusione pensare di sostituire i lavoratori immigrati con i disoccupati italiani se i datori di lavoro aumentassero i salari. E’ difficile che accada e non solo perché molti datori di lavoro sono avidi, ma perché l’Italia ha un problema di scarsa produttività che si porta dietro da anni. I salari italiani sono nettamente inferiori a quelli della Germania anche a fronte di un maggior numero di ore lavorate per categorie di lavoratori che sono tutelati da contratti collettivi di lavoro. D’altra parte anche per colf e badanti ci sono i contratti nazionali a stabilire i minimi retributivi e i principali diritti e doveri di lavoratori e datori. Eppure questi lavori non sono richiesti dagli italiani. E tante fabbriche, specialmente nelle zone più sviluppate, sono tenute in piedi dagli immigrati.

Perché? La spiegazione più semplice è che la principale aspirazione degli immigrati è quella di fermarsi qui e guadagnare. Per i giovani italiani non è così.

In parte c’è un deficit di formazione per cui molte offerte di lavoro per ruoli tecnici non vengono coperte (e mancano anche gli artigiani). In parte le aspirazioni dei giovani italiani sono più elevate, non si accontentano di un qualunque lavoro e di una retribuzione bassa (come facevano però i loro padri o nonni negli anni ’50). Magari a Londra il cameriere o il lavapiatti vanno a farlo, ma in Italia no. Perché? Perché a Londra (o Berlino o Parigi) ci sono realtà dinamiche che permettono di sperare in un miglioramento e di veder riconosciuti i propri meriti, mentre in Italia è tutto molto più difficile e bloccato. Guadagnare poco e senza poter sperare in una carriera interessa solo chi ha lasciato alle spalle situazioni ben peggiori. Dunque i migranti.

E siamo al punto di partenza. Dei lavoratori immigrati c’è bisogno e ce ne sarà bisogno per molti anni ancora. Il calo delle nascite degli italiani si può contrastare con politiche di sostegno alla formazione delle famiglie, ma non sono politiche che si mettono in piedi e che producono effetti dall’oggi al domani. E comunque le famiglie non possono prescindere dal lavoro per il quale valgono le considerazioni fatte prima. L’Italia è quella che è e non può vivere di assistenza e lavori finti. Le mucche in Emilia Romagna qualcuno le deve mungere e oggi non lo fanno gli italiani. Per non parlare di mille altri lavori. Così è.

Dunque è vero che gli immigrati servono a tenere in piedi il sistema previdenziale italiano. Il problema vero è che servirebbero quelli regolari. Lo dice anche Boeri che sottolinea come in questi anni di anarchia migratoria si sia bloccata proprio l’immigrazione regolare.
Ma questo Salvini non lo dice perché non gli conviene. Lui ha bisogno della rabbia e dei ragionamenti con i piedi per terra non sa che farsene

Claudio Lombardi

Ius soli: una legge semplice e difficile

Diciamo la verità, in circostanze diverse di ius soli avrebbero parlato gli esperti e al massimo i parlamentari della commissione incaricata di esaminare le modifiche alla legge del 1992 per la concessione della cittadinanza. Oggi, tra scioperi della fame, minacce di togliere la fiducia al governo e una generale agitazione sulla questione sembra che sia nata l’ennesima emergenza sulla quale schierarsi e polemizzare. Sarebbe, perciò, meglio mettere da parte opposte demagogie (rischio di invasione dall’Africa e scelta di civiltà) e provare a vedere le cose nella loro semplicità.

cittadinanza italianaPer chi nasce da genitori stranieri, con le norme vigenti, ci vogliono 18 anni di vita sul suolo italiano per accedere alla cittadinanza. Immaginiamo perciò un bambino che nasce e vive per 18 anni in Italia senza essere cittadino, ma continuando ad essere uno straniero dall’asilo alle soglie dell’università, pur parlando la stessa lingua dei suoi coetanei e condividendo con loro giochi, problemi, interessi. Obiettivamente è un problema e può essere anche un freno all’integrazione di chi comunque è nato e cresciuto qui e della sua famiglia. Di nuovo: obiettivamente per degli stranieri che risiedono in Italia ormai da tanti anni avere un figlio cittadino italiano è un motivo in più per sentirsi parte della comunità nazionale. Non è forse l’integrazione l’obiettivo strategico più importante rivolto agli immigrati? O forse preferiamo che vivano in comunità separate che coltivano l’isolamento e, magari, l’ostilità?

Ancora una volta: obiettivamente conviene a tutti investire sull’integrazione. Sia chiaro: chi si trovi in Italia, specie se con regolare permesso di soggiorno, possiede già molti dei diritti che spettano ai cittadini (fra cui assistenza sanitaria, tutela dell’ordinamento, istruzione). Inoltre può chiedere la cittadinanza italiana dopo dieci anni di permanenza. La proposta di legge conosciuta come ius soli vuole soltanto accorciare i tempi, senza più la necessità di attendere il compimento dei diciotto anni di età, per la concessione della cittadinanza ai figli degli stranieri che vivono regolarmente in Italia da almeno cinque anni (con permesso di soggiorno di lungo periodo).

integrazioneQuesto è un caso. L’altro definito ius culturae comporta la possibilità di chiedere la cittadinanza per i minori entrati in Italia dopo la nascita e prima dei dodici anni di età che abbiano frequentato la scuola per almeno cinque anni completando un ciclo di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali. Per chi arriva tra i dodici e i diciotto anni sono previsti sei anni di permanenza e il superamento di un ciclo scolastico.

Qui la norma si presta a qualche critica perché i cicli scolastici non sono tutti uguali o, meglio, non hanno tutti lo stesso effetto perché essere bambini e completare il ciclo delle elementari non è equivalente ad essere adolescente e seguire un corso triennale di formazione professionale. Forse un periodo un po’ troppo breve per acquisire la cittadinanza.

In ogni caso è ovvio, come si diceva all’inizio, che le circostanze nelle quali si discute di concessione della cittadinanza sono quelle di questi anni segnati dagli sbarchi dei migranti, dalle guerre nei paesi islamici e dal terrorismo. Ovviamente non tutti gli stranieri che vivono stabilmente in Italia provengono dai paesi islamici e sono di fede musulmana, ma nell’immaginario collettivo a loro è collegata la diffidenza che la proposta di legge sembra suscitare nella maggioranza degli italiani.

immigrati_4Se ne fa interprete Galli della Loggia che ha espresso in diversi interventi sulla stampa le sue obiezioni. Vediamo di che si tratta.

La prima richiama l’attenzione sul fatto che non esiste un diritto naturale alla cittadinanza poiché si tratta di scelte politiche che ogni Stato compie. La seconda si dirige contro l’ipocrisia che vorrebbe considerare le immigrazioni tutte uguali. In particolare la sua preoccupazione riguarda l’immigrazione islamica perché è quella che si riferisce non tanto ad uno o più stati, ma ad una civiltà con la quale “la cultura occidentale ha avuto un aspro contenzioso millenario che ha lasciato da ambo le parti tracce profondissime”. Inoltre, non bisogna far finta di non vedere che alcuni Stati islamici stanno svolgendo “un’insidiosa opera di penetrazione di natura finanziaria nell’ambito economico, e di natura politico-religiosa (apertura di moschee e di «centri culturali») all’interno delle comunità islamiche presenti nella Penisola”.

Per Galli della Loggia è necessario evitare nel modo più assoluto che, complice il prevedibile aumento dell’immigrazione africana e non solo, domani possa sorgere la tentazione di un partito islamico”. Di qui discendono altre condizioni che l’autore porrebbe alla concessione della cittadinanza (obbligo di abbandonare la cittadinanza precedente; conoscenza della lingua italiana in entrambi i genitori del giovane candidato; obbligo di accertamenti sull’ambiente familiare ad opera dei servizi sociali).

Sarebbe un errore considerare pretestuose le osservazioni di Galli della Loggia. Forse la proposta di legge in discussione pecca di idealismo e dovrebbe essere meglio redatta. Poiché c’è una forte spinta per la sua approvazione è probabile che alcune modifiche potrebbero persino ampliare il numero dei favorevoli, ma siamo al termine della legislatura ed ogni partito ormai ragiona solo in termini di conquista dei voti e ha bisogno di bandiere da sventolare.

Claudio Lombardi

I pasticci dell’ idealismo estremo

L’ idealismo estremo è sempre molto attivo. Animato dalle migliori intenzioni rischia di combinare pasticci se portato sul piano politico. Prendiamo lo sgombero del palazzo occupato a piazza indipendenza a Roma. I fatti sono noti a tutti: un ordine di sgombero sancito dalla magistratura che risale al 2015 e dopo quattro anni di occupazione viene eseguito pochi giorni fa dopo trattative e proposte di spostamento rifiutate dagli occupanti (brilla comunque lo scarso impegno del comune di Roma). La polizia fa uso di idranti che servono anche a spegnere le fiamme appiccate ad alcune bombole di sgombero Romagas lanciate contro gli agenti. Apriti cielo! Risuonano indignazioni e paroloni di sdegno esagerato. Chi ha taciuto per anni sulle occupazioni che nella sola Roma riguarderebbero un centinaio di edifici e sulle sue gestioni spesso malavitose (a proposito che fine ha fatto l’eritreo che è uscito dal palazzo con 13mila euro?). Chi non ha aperto bocca di fronte al saccheggio di alloggi pubblici ai quali si dovrebbe accedere solo per graduatorie e con requisiti stringenti (e invece si sa che i soggetti più deboli in certe zone non escono più di casa per timore che gli venga occupata) fa sentire la sua voce adesso con accenti accorati. E ne trae spunto per eleganti elaborazioni intellettuali di indubbio valore letterario, ma di assoluta inconsistenza politica.

Eccone un esempio.

Scrive Ezio mauro su Repubblica di qualche giorno fa: “è difficile non trovare un collegamento emotivo, culturale e infine politico tra l’ultimo atteggiamento italiano nei confronti dei migranti sui barconi e le Ong di soccorso (criminalizzate in una vera e propria inversione morale) e lo sgombero degli abusivi dal palazzo nel centro di Roma, a colpi di idrante. La questione di fondo è che la povertà sta diventando una colpa, introiettata nella coscienza collettiva e nel codice politico dominante, così come il migrante si porta addosso il marchio dell’ultima mutazione del peccato originale: il peccato d’origine (…) noi — i garantiti, gli inclusi — non vogliamo vederli mentre agitano nelle nostre città la primordialità radicale della loro pretesa di vivere”.

salvataggi OngMauro dovrebbe sapere che nessuno ha criminalizzato le Ong, ma il governo ha voluto riportare sotto un minimo controllo i flussi di migranti cresciuti a dismisura anche grazie al disordine creato dalle Ong che in oggettiva complicità con i trafficanti avevano assunto il ruolo di traghettatori dalla Libia all’Italia. La supposta criminalizzazione è solo una fantasia dell’ex direttore di Repubblica.

Anche riguardo alla povertà Ezio Mauro dimentica che in tutta Europa il sostegno ai più svantaggiati esiste ed è una delle conquiste dell’assistenza sociale che non ha eguali in altre parti del mondo. Già ma forse lui intende non i poveri nati qui, bensì tutti gli altri. Ebbene tutti gli immigrati anche irregolari costano allo Stato italiano un bel po’ di soldi in assistenza (anche sanitaria) che sarà pure oggetto di speculazioni, ma è pur sempre meglio del niente dei territori di provenienza. Quindi in cosa si concretizzerebbe questa povertà come colpa? Boh!

povertàE ancora: “è chiaro che una risposta al sentimento-risentimento dei cittadini spaventati va data, ma la si può e la si deve cercare dentro un governo complessivo della globalizzazione, non privatizzando i diritti a nostro esclusivo vantaggio e usando la nostra libertà a danno degli altri, spinti sulle nostre sponde da un’angoscia di libertà estrema la cui posta è addirittura la sopravvivenza”.

Qui si raggiungono vette di pensiero insondabili. Chi e come dovrebbe governare la globalizzazione (posto che organismi e sedi che pongono limiti e regole già esistono)? Non si sa. E poi che vuol dire “privatizzando i diritti a nostro esclusivo vantaggio e usando la libertà a danno degli altri”? Forse che di fronte alle ondate migratorie dobbiamo rinunciare a ciò che abbiamo mettendolo a disposizione dei poveri del mondo? Ma se non lo fa nemmeno la Chiesa cattolica! E poi, esattamente in cosa consisterebbe l’uso della nostra libertà a danno degli altri? Frasi che purtroppo somigliano a farneticazioni visionarie.

L’articolo si conclude con l’appello a liberare “la povertà dalla moderna colpa per restituirla alla dinamica sociale”. Che vuol dire? Forse che i poveri debbono inserirsi nelle rispettive società? Ma perché adesso dove stanno? Certo ognuno nel suo territorio come è ovvio. Oppure l’autore intende che dobbiamo inserire i poveri del mondo nella nostra società? Francamente non si capisce. Anche qui fumosità e una visione di assoluta inconsistenza politica.

idealismo estremoMa veniamo ad un altro intervento assai autorevole, quello di Emma Bonino che si preoccupa dei migranti che vengono fermati in Libia o al confine sud dopo che sono crollate le partenze verso l’Italia. L’accusa nei confronti dei governi è che “continuiamo a fare finta di non sapere”. Al riguardo due osservazioni: cosa propone la Bonino? Di riprendere i trasbordi dalla Libia all’Italia senza limite alcuno? E poi perché preoccuparsi solo di quelli che o sono già nel territorio libico o vi si stanno avvicinando? Nel cuore dell’Africa in varie zone ci sono esseri umani che soffrono. Perché non portarli tutti da noi? Sembra la stessa predicazione delle battaglie radicali contro la fame nel mondo (ogni minuto muore un bambino!) che hanno portato alle politiche di aiuti assolutamente inutili e fonte di corruzione. E comunque ieri a Parigi c’è stato un vertice tra Germania, Francia, Spagna e Italia insieme ad alcuni stati africani che ha posto le basi di una svolta nella gestione dei migranti. L’aiutiamoli a casa loro potrà non essere più uno slogan, ma una politica concreta. Di questo c’è bisogno, non di predicazioni inconcludenti.

No decisamente l’ idealismo estremo si rivela poco utile per intervenire su realtà complesse, poco utile e fonte di guai

Claudio Lombardi

Migranti: l’Italia si è fregata da sola

Migranti. Più si va avanti e più i nodi vengono al pettine. Ovviamente nessuno può fermare le migrazioni, ma i tempi e i modi vanno governati e devono tenere conto delle società verso le quali si muovono i migranti che non possono essere solo destinatarie passive di qualcosa sul quale nessuno può intervenire. Di questo si tratta e non di una disputa di principio sul diritto degli esseri umani a spostarsi sul pianeta che, come tale, non esiste. A meno che non si riconosca un’autorità sovrannaturale cui spetta governare il mondo. Oppure a meno che ciò non avvenga nel quadro di una politica di gestione dell’accoglienza. Di questo si tratta.migrazioni umane L’Italia non può permettersi di accogliere ogni anno 200mila persone, questo ormai è chiaro. Eppure gli arrivi non si fermano. Come mai? Sicuramente con le migliori intenzioni e cioè a patto che ci fosse una ridistribuzione di migranti e che la spesa per l’accoglienza fosse scorporata dal deficit il governo italiano ha accettato che le missioni di salvataggio e pattugliamento nel Mediterraneo facessero capo al nostro Paese e che gli sbarchi si concentrassero nei nostri porti. Non si capisce se l’accordo contemplasse il ruolo delle Ong le cui navi, come è noto, si sono spinte fino davanti alla costa libica e, secondo ipotesi avanzate dai magistrati che stanno indagando in proposito, anche oltre la linea delle acque territoriali e, con modalità tali, da far pensare ad un coordinamento con i trafficanti (trasponder spenti, segnalazioni luminose, telefonate). Ciò ha portato ad uno stravolgimento delle finalità della missione Triton che non era principalmente quello di raccogliere i migranti in mare e, meno che mai, a poche miglia dalla costa libica. Triton doveva servire innanzitutto per sorvegliare le frontiere e per dare la caccia agli scafisti. Le Ong si sono assunte un ruolo e si sono prese uno spazio che non dovevano avere perché la decisione su quanti immigrati accogliere spetta ai governi e non ad organizzazioni umanitarie di varia provenienza non tutte trasparenti circa i finanziamenti e le finalità.

missione tritonLa sensazione è che l’Italia sia stata oggetto di decisioni prese da altri stati per tutelare i propri interessi nazionali e dispiace che i governi Letta, Renzi e anche Gentiloni non si siano innanzitutto assunte le responsabilità di una condotta che ha portato il Paese ad una situazione critica.

Spagna, Francia, Germania, Austria e paesi dell’est hanno messo in sicurezza le proprie frontiere con misure severe e decidendo di pagare la Turchia a suon di miliardi di euro perché assorbisse la massa dei migranti sul suo territorio. Nel Mediterraneo, invece, si è gettato sulle spalle dell’Italia la gestione di un flusso di migranti ad di fuori di qualsiasi previsione e di qualunque controllo.

Il guaio fatto nel 2011 con il rovesciamento del regime di Gheddafi adesso lo paga l’Italia e viene meno ogni solidarietà europea.

Che i migranti non siano solo un problema umanitario dovrebbe essere chiaro a tutti e la litania dell’”accogliamoli tutti” o della ridistribuzione comune per comune ha fatto il suo tempo. Renzi sui migrantiHa giustamente detto Renzi che non esiste un dovere morale di accogliere tutti perché l’accoglienza ha un senso se si riferisce a numeri limitati di persone per le quali si può pensare ad un’integrazione vera. Magari se lo avesse detto quando era Presidente del Consiglio sarebbe stato meglio invece di comunicare con la retorica del buonismo e dell’ottimismo e assumere impegni inadeguati alle nostre possibilità. Quando la migrazione diventa un fenomeno di massa destabilizza equilibri sociali, economici e umani di una comunità. L’idea di ripartirli comune per comune inoltre è una pia illusione perché ignora che si tratta di sistemare persone prive di tutto, che vanno mantenute per molto tempo e senza che abbiano nulla da fare. Soprattutto ignora che in gran parte dei casi si tratta di persone che non vogliono rimanere in Italia e, meno che mai, andare a popolare borghi sperduti sulle nostre montagne.

Quelli che arrivano sono in gran parte giovani attratti dal miraggio delle ricchezze con le quali l’Occidente si rappresenta nel mondo. La fuga dalla guerra in Siria ha permesso l’esplosione della retorica umanitaria e ha coperto un fenomeno di tipo ben diverso peraltro in atto da molti anni e che ha portato in Europa milioni di persone che non sono attratte dalla nostra cultura, dalla libertà, dalla democrazia. Ignorare le vere motivazioni di chi arriva fin qui è una forma di idealismo insensato buono per una predica, religiosa o laica, ma inutile per gestire uno Stato. Anzi dalla divaricazione tra motivazione economica e attaccamento alle proprie radici culturali derivano tante delle tensioni di un’integrazione non voluta dagli stessi immigrati.

Tutto ciò premesso si può dire che l’Italia si è fregata da sola? Sì, si può dire e bisogna che lo si riconosca e che si assumano decisioni drastiche in tempi brevi. Adesso il governo si sta muovendo bene e, sembra, con le idee chiare. Speriamo che non si faccia prendere in giro da assicurazioni e promesse. L’esplosione demografica in Africa che è prevista nei prossimi trent’anni non ammette sottovalutazioni

Claudio Lombardi

Migranti: il coraggio della verità

Per dire la verità sui migranti che arrivano via mare bisogna avere coraggio. Innanzitutto i numeri: 3,6 miliardi spesi nel 2016, 4,3 previsti nel 2017. E poi 170.000 persone arrivate nel 2014, 153.000 nel 2015, 181.000 nel 2016 e circa 37.000 sbarcate finora nel 2017. Su queste due serie di dati bisogna fermare l’attenzione.

immigrati 6In questi dati è descritta la situazione che lega le mani all’Italia e la condanna a subire le conseguenze di tutta la migrazione che passa dal Mediterraneo verso l’Europa. La “legge del mare” impone di salvare i naufraghi e portarli nel porto sicuro più vicino. Guarda caso i porti siciliani (che non sono i più vicini) sono quelli nei quali vengono trasporati tutti i migranti. D’altra parte gli accordi di Dublino stabiliscono che il paese di approdo è quello che deve farsene carico. Così l’Italia rimane incastrata da regole pensate per casi eccezionali e sporadici di naufragio o per migrazioni di entità molto più limitata di quelle attuali.

Di fatto oggi i numeri dei migranti li decidono i trafficanti e l’Italia accoglie tutti quelli che vengono sbarcati nei nostri porti. Viviamo così in un’emergenza continua imposta dalle decisioni che vengono prese dalle bande libiche. In questa situazione organizzare un’accoglienza che punti all’integrazione diventa molto difficile se non impossibile.

Certo, si possono anche distribuire i migranti in ciascuno degli ottomila comuni italiani, ma il problema non cambia e c’è da dubitare che molti siano arrivati fin qui per ripopolare borghi sperduti sugli Appennini. Una vera integrazione richiede tempi lunghi e numeri limitati.

accoglienza migrantiL’Italia paga la propria debolezza che si è tradotta nell’incapacità di far mettere all’ordine del giorno dell’Europa l’emergenza migranti come un problema di tutti. Noi oggi paghiamo una quota per gli accordi con la Turchia, ma gli arrivi dal Mediterraneo restano sempre a nostro carico. La strategia giusta era quella del Migration compact presentato dal governo Renzi all’Europa. Ma può funzionare nel lungo periodo (già, ma che fine ha fatto?). A breve occorrono altre risposte: cambiare gli accordi di Dublino per distribuire i migranti che arrivano via mare in tutta l’Europa; frenare le partenze dalla Libia; selezionare i richiedenti asilo e aiutare gli altri a trovare in Africa una diversa destinazione.

La novità di queste settimane è aver appreso che la maggior parte dei salvataggi si fanno davanti alle coste libiche. I notiziari ci raccontavano di salvataggi nel canale di Sicilia e noi immaginavamo le imbarcazioni che affondano avvicinandosi alle nostre coste. Invece la polemica sulle ONG ha messo in luce una situazione nuova che finora era rimasta in ombra. È evidente che, gommone migrantiormai, vengono messe in mare imbarcazioni adatte a galleggiare per poche ore confidando nell’intervento immediato delle navi di soccorso. In alcuni casi, si è visto in vari filmati delle stesse ONG, i gommoni vengono addirittura scortati dai trafficanti per essere riportati al punto di partenza e riutilizzati. Come è ovvio le ONG nulla possono fare contro gli scafisti. Le dichiarazioni del procuratore Zuccaro e, prima ancora, la denuncia del direttore di Frontex hanno ipotizzato una collusione tra scafisti e alcune ONG. Ma su questo le polemiche senza indagini e prove non hanno senso.

Questi sono i punti di partenza, ma a questi non può seguire la fatalistica accettazione di tutto ciò che accade. Predicare l’accoglienza totale senza limiti è comprensibile come slancio umanitario o religioso, ma impraticabile. Eppure è ciò che sta avvenendo di fatto senza che sia stato deciso nè dal governo nè dal Parlamento.

migranti in attesaChe gli arrivi dei migranti siano diventati un fattore di instabilità nel nostro Paese è abbastanza evidente. Inutile opporre che di fronte a 60 milioni di abitanti 150-200mila persone in più l’anno non sono un problema perché queste persone devono essere assistite cioè mantenute perché non hanno nulla e nulla hanno da fare qui da noi se non cercare l’occasione di guadagnare ciò che serve per una vita migliore. E come funziona questa ricerca? Per alcuni che riescono a trovare lavori regolari ce ne sono tanti altri che si prestano ad ogni genere di sfruttamento e alla delinquenza di piccolo cabotaggio.

immigrati sfruttatiCome è noto la grande maggioranza non ha diritto allo status di profugo, ma tutti gli annunci che minacciano il rimpatrio per chi non ha diritto di restare sono ipocrite bugie per non dire la verità e cioè che tutti resteranno qui. Molti un lavoro lo trovano, ma a quali condizioni? La presenza degli immigrati è stata una manna per i datori di lavoro italiani (e stranieri) perché sono disposti ad accettare retribuzioni molto più basse di quelle normali e senza nessuna tutela. È un fenomeno talmente diffuso che è ridicolo quando i politici assicurano che nessuno toglierà il lavoro agli italiani. Di fatto si è creato un mercato dei lavori disagiati e svantaggiati, malpagati e rischiosi che gli italiani rifiutano, ma che gli immigrati accettano.

Bisogna avere il coraggio di dire le verità che tutti possono constatare nella loro vita quotidiana. La situazione attuale nella quale ai problemi concreti si risponde con esortazioni morali produce solo intolleranza. Certo, chi vive ai piani alti della società può anche non accorgersene e cullarsi nei propri principi ideali, ma chi vive più in basso il problema lo vede e lo vive

Claudio Lombardi

Migration compact, la proposta dell’Italia all’Europa

Il Migration Compact – un nome non proprio beneaugurante, visti i timori e i contrasti sollevati dal più famoso Fiscal Compact – è un testo che contiene molte idee interessanti e in parte innovative.

La proposta italiana sull’immigrazione presentata informalmente al Consiglio Affari Esteri dell’Unione europea è anche un bel segnale di un ritrovato attivismo del nostro paese su alcuni temi cruciali cui oggi l’Unione deve fare fronte.

Il contributo del governo Renzi

barcone migranti Segue altre importanti iniziative del governo Renzi, dal contributo italiano al Rapporto dei Cinque presidenti sul tema della governance economica fino alla più recente proposta del ministro Pier Carlo Padoan sulla strategia di crescita, lavoro e stabilità. Non vi è dubbio che oggi il tema che angustia di più il governo sia quello di una ripresa massiccia dei flussi dalla Libia e dai paesi limitrofi (l’Egitto?).

A marzo di quest’anno, gli sbarchi sulle nostre coste hanno toccato i 9600 arrivi contro i 2283 dello stesso mese del 2015, senza contare le tragedie del mare cui giornalmente assistiamo, da ultima quella di lunedì scorso, al largo della Libia. E il trend sembra non invertire la rotta. È quindi urgente riaffrontare l’intera questione ed è ciò che il nostro non-paper cerca di fare.

I punti del testo italiano

Tre sono gli assunti di base su cui si fonda il Migration Compact.

Il primo è che l’immigrazione non è solo un tema emergenziale ma strutturale, destinato quindi a durare negli anni. Va perciò affrontato con un’ottica di medio-lungo periodo. Esso riguarda in particolare l’Africa. È questa una sottolineatura molto importante, poiché fa comprendere che una volta usciti dall’emergenza provocata dalla guerra civile in Siria, la questione è destinata a concentrarsi quasi unicamente sul fronte africano e non certo su quello mediorientale. In questa prospettiva, più che di rifugiati si ritorna a parlare di immigrati spinti da motivazioni economiche, anche se i conflitti non mancano neppure in Africa.
migranti al lavoroIl secondo aspetto che riguarda l’immigrazione è la sua complessità: essa non si limita ai soli aspetti relativi al diritto di asilo o di ricollocazione, ma anche a questioni attinenti alle politiche di sviluppo e alla sicurezza. È quindi necessario agire sulla base del principio di coerenza, mettendo nello stesso basket le diverse iniziative, gli strumenti e le politiche dell’Ue, indirizzandole verso l’obiettivo centrale di una più efficace gestione dell’immigrazione.
Il terzo assunto è il riconoscimento della forte dimensione esterna della questione.
L’immigrazione è infatti parte sostanziale della politica estera e di sicurezza dell’Unione, poiché solo attraverso l’alleanza con i paesi terzi, di origine e transito dei flussi migratori, sarà possibile arrivare a risultati concreti e di lungo periodo. A tale proposito, si propone un profondo ripensamento dei vecchi accordi Ue/Acp e lo sviluppo di modelli di cooperazione come quello, forse in parte contestabile, con la Turchia o il Piano di Azione uscito dal Vertice della Valletta con l’Unione africana.

L’agile documento presentato dall’Italia propone quindi un Grand Bargain fra Unione europea e paesi terzi africani, e lo fa attraverso una serie di suggerimenti estremamente concreti sia sul versante degli strumenti che delle iniziative legislative da prendere da entrambe le parti.

Nodi problematici

migranti muriEd è proprio qui, come era prevedibile, che cominciano le vere difficoltà. Non vi è dubbio, infatti, che sarà molto difficile ottenere credibili misure di controllo dei confini interni da parte dei vari paesi africani, come pure sarà tutta in salita la strada per aiutarli a costituire degli uffici (delle specie di hot spot) sul loro territorio che riescano a valutare le richieste di emigrare. Come pure sarà una sfida convincere molti di loro a riprendersi gli emigrati che dovessero venire respinti dall’Unione.

Ma in verità i maggiori ostacoli si manifesteranno all’interno dell’Unione. Basta vedere come sono andate finora le proposte della Commissione sulle quote di ricollocazione o le decisioni di diversi governi europei, anche guidati da socialdemocratici come è il caso dell’Austria, di erigere barriere e fili spinati sui confini interni dell’Ue.

Idea Eurobond

Il documento italiano, da questo punto di vista, cerca di indicare una serie di strumenti innovativi che portino ad un consistente aumento delle risorse a disposizione. A parte il riordino degli strumenti finanziari esistenti per la politica di vicinato e per le associazioni, la novità principale della proposta consiste in due tipi di bond europei: uno destinato ad agire da moltiplicatore per investimenti direttamente in Africa (EU-Africa bond); l’altro per l’aiuto da destinare ai paesi membri dell’Unione europea nella gestione dell’immigrazione.

accoglienza migrantiCome vi era da aspettarsi, appena è giunto alle orecchie tedesche il termine “bond” – debito collettivo dell’Ue – si sono immediatamente eretti i cavalli di frisia del governo, o almeno di alcuni suoi rappresentanti, volti a scoraggiare idee di questo tipo. In effetti il progetto di emettere bond europei troverà resistenze di tutti i tipi anche perché alla fine la decisone dovrà essere unanime a 28, e non solo per i paesi della zona euro.

Tuttavia, da qualche parte bisognerà pure cominciare e la proposta italiana ha l’indubbio merito di smuovere le acque torbide che soffocano una vera presa di coscienza del tema dell’immigrazione. Gli stessi tedeschi hanno controproposto una tassa sulla benzina, non si sa con quale fondamento. Ma in ogni caso, qualcosa si muove.

Mancano le alleanze

La proposta va quindi portata avanti con determinazione. Ma con chi? Qui, a nostro parere, si palesa invece la debolezza dell’iniziativa: non essere stata concordata a priori con alcuni nostri partner europei, a cominciare dai paesi del sud Europa, ma anche con alcuni fra i più aperti del nord dell’Unione. Magari valeva la pena tentare un primo approccio con la stessa Germania.
Insomma è mancato da parte italiana lo sforzo di creare a priori un fronte di paesi a sostegno della nostra proposta. Un Coalition building è la precondizione necessaria al successo delle proposte. Altrimenti il rischio è di lanciare una buona idea che poi, venendo solo da noi, rischia di essere tacciata di nascondere un conflitto di interessi. L’unico segnale buono fino ad oggi è la benevola attenzione dimostrata dalla Commissione. Ma, come ci dimostra l’esperienza recente, essa non è da sola sufficiente.

Gianni Bonvicini tratto da http://www.affarinternazionali.it

La difficile comprensione del terrorismo

Il terrorismo ha sempre suscitato grandi dibattiti sia sulle cause che sui possibili rimedi. Ora abbiamo a che fare con quello islamista dell’Is, ma il terrorismo come metodo di lotta politica non nasce in questi ultimi anni ed è stato usato con varie connotazioni di destra, di sinistra, anticomunista, anticapitalista, mafiosa, a sostegno della causa palestinese o di quella ebraica, nazionalista. A noi italiani è toccato di conoscerlo in diverse versioni in vari momenti della nostra storia degli ultimi 45 anni, ma quello dell’Is è molto diverso dai casi del passato e, dunque, bisogna guardarlo più in profondità per capire come prevenirlo e difendersi.

guerre in Medio OrienteInnanzitutto è ormai assodato che il terrorismo dell’Is nasce nell’ambito dello scontro che oppone fazioni religiose, stati, gruppi dirigenti nel mondo che si riconosce nella religione musulmana. Non si tratta, quindi, di una guerra tra Islam e Occidente; né, tantomeno, deriva da una qualche aggressione degli Usa o dell’Europa verso i paesi musulmani. Certo, vi sono state le guerre sciagurate per abbattere Saddam Hussein e Gheddafi che hanno precipitato enormi territori nel caos, ma quei dittatori erano laici e non capi religiosi. Né la volontà di controllare i pozzi di petrolio da parte dell’Occidente può spiegare la nascita dell’Islamismo radicale e del terrorismo come reazione contro lo sfruttamento dell’unica ricchezza di quei territori dato che il controllo è stato (ed è) esercitato da governi e monarchie autoctoni (e tra l’altro l’Is svende il petrolio).

Al contrario, nel passato gli Usa e i loro alleati hanno incoraggiato e sostenuto con soldi e armi la nascita di gruppi radicali per indirizzarli contro l’Urss in Afghanistan e poi contro Assad in Siria. È stata tollerata l’aperta azione di Turchia e Arabia Saudita a favore dell’Is e si è consentito che quest’ultima prendesse il controllo di buona parte delle moschee europee diffondendo una versione retrograda e bellicosa dell’Islam che si contrappone ai valori e alla società occidentali. Altro bisognerebbe dire specie sul versante dei rapporti Arabia Saudita Usa, ma non è questa la sede. In definitiva, se di colpe dell’Occidente si vuole parlare, si tratta più di favoreggiamento e istigazione all’islamismo radicale che non di guerra nei suoi confronti.

guerra in SiriaIl problema è che la guerra “civile” nel mondo arabo (guerra vera con molte centinaia di migliaia di vittime dall’Algeria allo Yemen) è diventata un polo di attrazione per i musulmani nel mondo che ha trasformato la loro religione in un’identità e un’ideologia che supera e dimentica le divisioni in nome delle quali si sta svolgendo lo scontro in Medio Oriente. Ciò che resta e che emerge per chi vive qui è la proposta di una contrapposizione radicale agli stili di vita, ai valori e all’assetto sociale delle società europee. Una contrapposizione incoerente che sa di rivalsa se si guarda alla storia dei giovani autori delle stragi di Parigi e Bruxelles o anche ai profili degli attentatori suicidi diffusi dalla propaganda dell’Is. Nessuno di questi giovani, infatti, deriva le sue convinzioni dallo studio, dalla pratica religiosa e da uno stile di vita integralista. Tutti sembrano cercare una propria affermazione che sfocia nel culto della morte eroica passando per una fase di violenta sopraffazione che li eleva al di sopra della gente comune. L’Is in sostanza ha dato a questi giovani una motivazione per vivere e per morire. Ma anche questa non è una novità nella storia: l’idea della “bella morte”, il culto per una gioventù che si consuma in battaglie feroci e l’eroismo che fa sacrificio della propria vita ricorrono in tutte le epoche.

terrorismo islamistaE tuttavia deve preoccupare che pochi terroristi abbiano potuto muoversi in ambienti a loro affini per culto e per origini anche se lontanissimi dalle loro azioni concrete senza esserne respinti. L’ostilità verso le istituzioni degli stati dei quali molti musulmani sono ospiti e cittadini è un problema a sé stante che deve essere affrontato soprattutto sul piano culturale conquistando ai valori e alle regole di convivenza europee anche quelli che vi si oppongono contro il loro stesso interesse bisogna dire perché, per quanto siano perfettibili le politiche sociali, di assistenza e del lavoro negli stati europei, danno garanzie all’avanguardia rispetto a quelle di tutto il resto del mondo. Forse bisognerebbe dire loro, con un po’ di comune buonsenso (ma senza astio) che se la vita in Europa suscita tanta ostilità possono sempre provare a trasferirsi in altri paesi piuttosto che ostinarsi a vivere in comunità chiuse e autoreferenziali.

Il problema è dunque molto complesso e va affrontato senza fare confusione. Se, sul piano dell’analisi, è corretto approfondire la storia dei rapporti tra paesi occidentali e mondo arabo, magari partendo dalle Crociate o ancor prima dalla conquista islamica che si estese dai Balcani all’Andalusia, quando si tratta di reagire ad un terrorismo organizzato e determinato qui ed ora non si può replicare tirando in ballo le vicende del passato. immigrati protestaNé si può spiegare la scelta dei terroristi europei di origine araba, ma di seconda o terza generazione, con la “rabbia delle periferie”. La stragrande maggioranza dei giovani e degli abitanti delle periferie vivono la loro vita cercando un miglioramento della loro condizione attraverso lo studio e il lavoro e non certo facendosi esplodere negli aeroporti. Dunque si parla di infime minoranze che non rappresentano assolutamente la generazione cui appartengono. D’altra parte è esattamente ciò che accade con altri fenomeni di ribellismo asociale che trovano la loro identità in gruppi marginali e nella pratica della violenza (ultras del calcio per esempio).

Ciò che distingue il radicalismo dell’Is è l’ideologia dell’islamismo radicale e l’esistenza di una “casa madre mondiale” che si identifica in uno o più eserciti combattenti e nei territori da questi amministrati. Da lì provengono l’ispirazione, l’esempio, i finanziamenti, l’addestramento, il supporto, gli obiettivi per i terroristi attivi in Europa. Da lì proviene anche la rivendicazione delle azioni di terrorismo sul suolo europeo. Già questo sarebbe un motivo che giustificherebbe un’azione di guerra contro l’Is. Se non viene fatta è perché ancora non sono stati definiti gli assetti successivi alla sconfitta dell’Is. Come è noto in Medio Oriente c’è un crocevia di strategie tutte interne al mondo arabo e islamico tra di loro in conflitto che impediscono un’azione risolutiva in Siria (dove esiste ancora uno stato legittimato in base al diritto internazionale e sarebbe saggio che rimanesse), in Iraq e in Libia.

Europa egoismi nazionaliIn Europa serve invece un salto di qualità nell’opera di prevenzione e di repressione del terrorismo coordinando e indirizzando l’azione delle polizie europee e lavorando alla creazione di un’unica centrale di intelligence dei paesi UE (o almeno di un nucleo ristretto). L’esempio del PNR per tracciare i passeggeri dei voli aerei del quale si è sottolineata la necessità da oltre un anno e mezzo e che ancora non si è realizzato testimonia di un’incapacità di individuare e far funzionare gli strumenti necessari alla prevenzione su scala europea.

Sarebbero necessarie inoltre una politica estera europea e una politica verso i migranti. Esattamente ciò che l’Europa non riesce a fare perché il progetto europeo si sta ripiegando verso l’esaltazione degli egoismi nazionali a cominciare da quei paesi dell’est risollevati dallo sfascio post sovietico grazie agli aiuti europei e oggi aspramente ostili a ogni condivisione di responsabilità. Forse sarebbe meglio pensare ad un nucleo forte di paesi nell’ambito dell’eurozona determinati a portare avanti l’idea di Europa, lasciando gli altri sullo sfondo a meditare e maturare una più convinta adesione.

migrazioni umaneUltimo tema quello delle migrazioni. Anche qui non giova mischiare piani diversi chiamando ad una chiusura delle frontiere che mai è riuscita a contenere le migrazioni o esaltando l’assoluto diritto degli umani ad andare dove vogliono e ad essere accolti. In entrambi i casi si tratta di posizioni ideologiche senza i piedi per terra; due forme di idealismo inutili ad affrontare problemi drammaticamente concreti. Meglio sarebbe avere una politica cioè un insieme coordinato di azioni ispirato da una visione ideale e fondato su obiettivi e strumenti ben calibrati perchè le migrazioni vanno gestite e non subite e questo un continente di 500 milioni di persone lo può fare. Peccato che le classi dirigenti europee preferiscono far finta di essere travolte, anno dopo anno, dall’emergenza pur di non assumere le loro responsabilità. Bisogna dire che l’Italia e la Germania sono state capaci di dare un buon esempio sia con le parole che con i fatti, ma non sono state seguite abbastanza. Gli altri paesi non hanno avuto il coraggio e la lucidità di farlo e si sta scivolando indietro

Claudio Lombardi

Scontro di civiltà o integrazione?

C’è qualcosa che lega la rivolta delle banlieue di Parigi del 2005, al massacro di Charlie Hebdo, alle stragi di novembre 2014, ai fatti di Colonia? Un solo legame: l’esistenza di enclave sociali e culturali che vivono coltivando il loro isolamento e la loro ostilità verso la società della quale fanno parte. Si parla ovviamente di quelle periferie che in molti commenti sono viste come il luogo di tutti i mali. Periferie urbane, ma anche periferie esistenziali, sociali, culturali, ideologiche.rivolta delle banlieue Nelle periferie nascono le ribellioni, i comportamenti antisociali, il degrado dei rapporti umani che si possono presentare come manifestazioni individuali o che possono tradursi in azioni collettive se trovano un elemento unificante. Qualcuno già lo conosciamo, dal mondo ultras ai neonazisti, ma si tratta di fenomeni circoscritti. La novità di questi anni è che alla cosiddetta rabbia delle periferie ora si offre la possibilità di esprimersi anche attraverso una religione che porta con sè un’ideologia, un nemico, una identità, una strategia. L’islamismo fondamentalista sta lavorando per questo.

L’estremismo di stampo religioso non è qualcosa che ci portano i nuovi arrivati in fuga dagli sconvolgimenti del Medio Oriente o dalla povertà dell’Africa, ma piuttosto nasce da quelli che già risiedono in Europa e che trovano nell’ideologia del fondamentalismo un loro punto di riferimento, collegamenti internazionali, finanziamenti e supporti operativi.

fondamentalismo islamicoNon si tratta certo di un fenomeno di massa, ma bisogna farci i conti perché si rivolge ai milioni di persone che condividono la stessa matrice culturale e religiosa e che magari covano i più diversi risentimenti nei confronti del paese nel quale vivono. È il popolo delle periferie nelle quali gli estremisti trovano l’ambiente giusto per fare proseliti, formare dei gruppi, organizzarsi, rifugiarsi. Ambiente giusto non certo perché gli abitanti vogliano proteggerli, ma perché c’è un’oggettiva comunanza di valori, di fede religiosa, di una visione della società degli uomini e delle donne che li rende non estranei alla massa dei musulmani che pure non condividono le loro scelte politiche e di vita. Questa comunanza accorcia le distanze fra le persone anche quando si rifanno a gruppi organizzati nei territori di origine o interpretazioni diverse dei testi sacri all’Islam. Il senso di estraneità agli stili di vita occidentali rischia di avere maggior peso di tante divisioni specie quando non si fa abbastanza per superare le distanze e le incomprensioni.

Se poi il popolo delle periferie viene alimentato da nuovi massicci arrivi di migranti gli equilibri già instabili rischiano di diventare veramente precari. Chi arriva in Italia, in Germania e negli altri paesi europei o fugge dalla guerra o è spinto dalla ricerca di migliori condizioni di vita. Non conosce e forse non approva il nostro modo di vivere e i nostri valori, conosce i suoi e tende anche a difenderli perché è tutto ciò che gli resta della vita che ha lasciato.

migranti fugaDi fronte a questa realtà cosa dobbiamo fare? Già offrire un’accoglienza di base a centinaia di migliaia di persone non è facile. Porsi il problema dell’integrazione culturale sembra qualcosa di superfluo. Tanto più che l’integrazione già tentata non ha funzionato granché nemmeno per quelli che vivono in Europa da anni e in tanti casi nemmeno per quelli che qui sono nati. I fatti di Colonia purtroppo ci dicono questo.

Se un migliaio di persone ha creduto di potersi organizzare per dare la caccia e derubare tutte le donne che capitavano a tiro nel luogo più importante e più sorvegliato della città evidentemente non ci si trova di fronte ad una “normale” aggressione sessuale (poco intelligentemente evocata da numerosi commentatori e, ahimè, commentatrici), ma a qualcosa di ben più grave. O volevano organizzare un’azione di guerriglia urbana contro la popolazione per impaurirla o sentivano di essere in diritto di fare quello che hanno fatto. Nel primo caso si tratterebbe di un’azione con finalità di terrorismo; nel secondo mostrerebbe l’assoluta estraneità degli aggressori ai codici di comportamento e ai valori che sono a base della convivenza civile degli europei.

confronto con musulmaniPoiché con i musulmani dobbiamo convivere in pace, perché noi abbiamo bisogno di loro e loro di noi e poiché non vogliamo respingere i migranti che scappano dal Medio Oriente, dal Nordafrica e dall’Africa (casomai si tratta di creare corridoi umanitari per farli arrivare in sicurezza e per scaglionare gli arrivi in attesa che nei paesi di origine cessino le cause della fuga) dobbiamo porci il problema di fare qualcosa perché l’integrazione culturale ci sia.

Ma quale integrazione? La soluzione più semplice è lasciare che ogni comunità preservi le sue specificità culturali e si organizzi come meglio crede. In questo modo ogni etnia, ogni comunità tenderebbe a riservarsi quartieri o aree nelle quali applicare i propri principi e dalle quali escludere gli altri. È un po’ ciò che è già avvenuto in Francia, ma anche a Roma, Milano e in altre città italiane. La soluzione più difficile è quella di imporre un minimo comun denominatore fatto di pochi principi e valori da considerarsi irrinunciabili e per questo non negoziabili. Per quanto difficile questa è l’unica strada per non tornare indietro. rispetto della donnaSappiamo tutti benissimo che i risultati raggiunti sulla laicità dello Stato, sulla parità di genere a cominciare da quella tra uomini e donne, sul rispetto delle libertà della persona non sono definitivi e vengono continuamente minacciati. Sarebbe paradossale, però, dover fare dei passi indietro con l’assimilazione di milioni di persone provenienti da culture diverse da quella che identifichiamo come occidentale. Nonostante i tentativi dei terroristi islamici non è in atto uno scontro di civiltà. Riconoscere i valori fondanti del modello delle società e delle democrazie occidentali, farli conoscere, praticarli aiuterebbe noi stessi a riscoprirli e a capire che quelli sono beni comuni a cui non possiamo rinunciare e che dobbiamo estendere a quelli che accogliamo. Per questo ci vogliono chiarezza e fermezza. Conviene a loro perché hanno tutto da guadagnare e conviene a noi perché non possiamo perdere nulla delle nostre conquiste

Claudio Lombardi

La morte dei migranti

Le immagini terribili e brutali dei cittadini del mondo (perché chiamarli migranti?) che provano a sopravvivere ai conflitti e alla fame -cercando terra ed accoglienza- sono diventate serialità narrativa. Con il contorno della deformazione iperbolica dei dati reali (l’Italia ben al di sotto di altri paesi nelle richieste di asilo) e della strategia della paura, funzionale alle subculture xenofobe e fascistoidi. Queste ultime presenti sotto traccia, come un malanno endemico che riesplode quando le speranze e il futuro cedono il passo al noir. Ne ha parlato con accurata argomentazione Mario Morcellini su l’Unità di domenica scorsa.

migranti fugaMa non basta. Ormai è la morte ad essere diventata un’immagine normale. E sì, proprio la perdita della vita, che si tinge persino di propaganda ideologica quando fa politicamente comodo (ricordiamo l’amarissimo caso di Eluana Englaro, ad esempio), si svalorizza ad immagine prevedibile e minore: una mera sequenza mediatica. Carrette del mare, gommoni, tir diventano “ubicazioni funzionali”, per dirla con Foucault. Gli ammazzamenti dei terroristi dell’Isis o gli spari in diretta della Virginia appartengono alla sfera dell’orrore. Mentre i corpi di coloro che fuggono dai luoghi dove la morte è altrettanto incombente e persino più sicura sono comparse di una cerimonia funebre di routine. Che crea assuefazione e prepara lo spirito della guerra, quella nuova di cui varie volte ha parlato Papa Francesco.

Il cambiamento in corso della e nella geografia politica è il potenziale prologo di un allargamento esponenziale dei teatri del conflitto. Del resto, ciò che sta avvenendo è il frutto avvelenatissimo dei colossali errori dell’Occidente e dell’Europa: Iraq, Siria, Libia, Somalia, e così via. Il vecchio colonialismo degli stati nazionali e il passo imperiale degli Stati uniti hanno dato luogo al disastro, con la complicità dei ras locali. L’effetto è l’esodo ininterrotto di persone cui proprio la globalizzazione e l’informazione diffusa hanno dato l’opportunità di sognarsi cittadini del mondo: con il diritto alla felicità, previsto dalla Dichiarazione di indipendenza americana. Tra l’altro.

mediatizzazione morteAdriano Fabris ha descritto recentemente il meccanismo della morte dorata, con gli assassini scoperti da sofisticati meccanismi tecnologici, cui ci rinviano fiction di successo sul filone criminale. Come Csi Miami indagata dal filosofo, ma il discorso si potrebbe allargare a numerosi tv-movie nei quali la morte è un gioco intellettuale ad uso e consumo di strabilianti intelligentissimi detective. Così, con le dovute differenze, per serie cult come Gomorra, i Soprano o Romanzo criminale. Lì le efferatezze esorcizzano gli incubi e le ansie dell’immaginario collettivo. Qui, sui barconi e i camion, la morte è realistica. Naturale. Ci si abitua a convivere con la brutalità, le nefandezze, gli omicidi collettivi, come è stato nelle stagioni devastanti delle persecuzioni e del terrore? La mediatizzazione non stop senza critica prepara le condizioni culturali e psicologiche della Guerra. Non bastano le pur utili Carte scritte dagli organismi professionali e dal sindacato dei giornalisti. Certamente, etica, attenzione ai soggetti deboli e ai minori, rispetto dei corpi sono essenziali. Il nodo, però, è tutto politico. La televisione deve diventare davvero adulta, facendo del dramma delle migrazioni il primo capitolo degli approfondimenti e dei talk. L’analisi rigorosa e la memoria storica sono cruciali, l’antidoto della malattia. Per carità, senza urlatori da share.

Vincenzo Vita

1 2