Casaleggio i movimenti e il ruolo di internet

Di fronte alla morte non si può far altro che esprimere cordoglio. Fatta questa premessa che in un contesto civile sarebbe inutile e forse offensiva, io che non sono mai stato un sostenitore di Gianroberto Casaleggio riconosco il ruolo significativo nell’arena politica italiana perché ha saputo cogliere almeno due fattori che da anni stanno caratterizzando la partecipazione politica: le grandi proteste contro l’establishment e i nuovi mezzi di comunicazione di massa. A prescindere dalla sua scomparsa è forse oggi tempo di bilanci. Alcuni trend esistono dalla fine degli anni novanta, ma sono divenuti visibili nel 2011 con gli indignados in Spagna, con la primavera araba e con Occupy Wall Street (OWS).

occupy wall streetLa stagione delle proteste non si è certo chiusa con il 2011,perché la gente ha continuato a riempire le piazze in Brasile, in Africa ed ad Hong Kong e perché le manifestazioni sono poi state concretizzate e istituzionalizzate, in movimenti capaci di ottenere un consenso popolare immenso e trasversale, è il caso di OWS o in partiti politici capaci di raccogliere più o meno un quarto dei consensi espressi alla loro prima partecipazione alle elezioni nazionali, è il caso del Movimento5Stelle e di Podemos. Sottolineo che per me il Movimento5Stelle è un partito, anche se profondamente diverso da tutti gli altri che hanno partecipato alla contesa elettorale nell’Italia Repubblicana. Le elezioni 2013 sono sicuramente state un punto di svolta nella storia partitica italiana ma non hanno certo seppellito i partiti, hanno semmai spinto i partiti a riflettere sulle loro caratteristiche. Nella storia del nostro e di altri paesi non sono mancati periodi di cambiamento simili: l’alfabetizzazione e la diffusione della stampa portarono i partiti di massa a soppiantare quelli dei notabili, la tv portò alla crisi del partito tradizionale ed alla liderizzazione dei partiti e della politica, l’avvento delle nuove tecnologie, di internet e dei social network non poteva non spingere i partiti a trovare nuove modalità di comunicazione, di organizzazione e di sintesi delle posizioni.

edemocracyNel concreto Casaleggio ha “importato” in Italia le modalità operative di MoveOn, movimento progressista americano nato per chiedere l’impeachment di Clinton e poi per fare opposizione a Bush jr, la protesta contro le elite di destra e di sinistra, politiche e non, tipica di OWS e degli indignados. A qualche anno dal 2011 è tempo di almeno due bilanci.

Un primo bilancio riguarda la stagione delle proteste: OWS denunciava l’avidità della finanza e l’esplosione delle disuguaglianze, in questi anni  negli Stati Uniti è stata varata una legislazione del mondo della finanza che va nella giusta direzione ma è ampiamente insufficiente mentre in Europa si è lavorato per limitare il cortocircuito tra debito pubblico e fragilità delle banche; ci sono solo timidi segnali di consapevolezza del fatto che le disuguaglianze sono ormai insostenibili, Oxfam international ha benedetto alcune posizioni di Obama e Papa Francesco, ma non c’è stata una presa di coscienza netta, né da parte della piazza né da parte del palazzo di molte dinamiche che al di là della violazione delle leggi e dell’avidità generano squilibri che provocano ricorrenti ed imponenti crisi. A tal proposito è assai utile leggere Terremoti Finanziari di Raghuram Rajan, governatore della Banca Centrale Indiana. La primavera araba, portatrice di istanze condivisibili è diventata una guerra civile sovranazionale che ha dato grandissimo spazio alle reti globali del terrorismo.

comunicazione e personeIl secondo bilancio riguarda internet e le nuove modalità di informazione e di partecipazione. I fautori della rete ritengono che i nuovi mezzi di comunicazione di massa (new media) democratizzeranno la politica e ridimensioneranno le oligarchie, il giornalista inglese Paul Mason, autore di Postcapitalismo arriva addirittura ad affermare che internet sta rendendo facilmente accessibili e quasi a costo zero quasi tutte le informazioni su cui si basano le imprese, quindi se la transizione verrà ben gestita arriveremo ad una società del benessere e dell’uguaglianza libera dai monopoli e dagli abusi di posizione dominante. Purtroppo all’utopia di Mason si contrappone la realtà. Il crollo della raccolta pubblicitaria sta rendendo i mezzi di comunicazione sempre più dipendenti da editori e da grandi inserzionisti e la stampa indipendente dai grandi gruppi industriali non solo non esiste più in paesi come l’Italia ove è sempre stata assai debole ma fatica anche in paesi occidentali in cui aveva una lunga tradizione, la situazione di patologica perdita o di cronica debolezza di giornali e tv sta spingendo ad aggregazioni aziendali che riducono i punti di vista, la rete è dominata dai giganti della Silicon Valley e si sta rivelando incapace di  superare i difetti dei mezzi di comunicazione tradizionali. internet manipolazioneSe internet riesce a mettere in comunicazione persone ed esperienze non riesce spesso a dare un’informazione di qualità, anzi riconoscono alcuni suoi estimatori come Mason che spesso  oltre a servire nobili fini funge da megafono per idee razziste o profondamente sbagliate e addirittura da infrastruttura per la criminalità ed il terrorismo internazionale. Non è tuttavia possibile rigettare oggi le sfide che pone la rete. Servono strumenti per salvare l’editoria tradizionale, servono strumenti di contrasto per i network terroristi e criminali, perché purtroppo anche a loro beneficio la rete ha limitato il fattore distanza e serve una scuola capace di trasmettere nozioni, come ha sempre fatto abbastanza bene in Italia, ma capace allo stesso tempo di insegnare ai giovani a muoversi in un mare di informazioni non sempre attendibili. La capacità di navigare nelle informazioni e la capacità di elaborazione sono fondamentali ai cittadini nella vita lavorativa, come nella partecipazione politica. Bisogna entrare in una nuova era dell’alfabetizzazione, e ciò sarà particolarmente difficile in un paese come l’Italia ove la scuola ha innegabili eccellenze, di cui è prova tangibile il successo professionale all’estero di molti italiani, ma allo stesso tempo è caratterizzata da grosse disuguaglianze nell’apprendimento che si manifestano in un esito disastroso degli italiani nei test OCSE che misurano le abilità di lettura e di calcolo e le competenze nella lingua inglese degli italiani. Chi raramente ha letto un libro non diventerà colto sulla rete.

Salvatore Sinagra

Pari dignità alla politica dal basso (di Giulio Marcon)

coinvolgimento cittadini 2Si può fare politica in tanti modi, con strumenti e modalità diverse. Con i partiti di massa, che soprattutto a partire dal secondo dopoguerra hanno garantito un forte tessuto democratico e civile. Ma anche con la politica dal basso, la politica diffusa, quella praticata dalle centinaia di migliaia di cittadini che ogni giorno sono impegnati nelle associazioni, nei comitati, nelle campagne di mobilitazione, nei movimenti che chiedono il rispetto e la promozione dei diritti fondamentali, la difesa del territorio, la cura dei beni comuni.

Finora i partiti hanno goduto di un primato assoluto, legato alla storia delle istituzioni e della società italiana degli ultimi 60 anni ma anche a un articolo specifico della Costituzione repubblicana: l’articolo 49, il quale stabilisce che i cittadini possono “associarsi liberamente nei partiti per concorrere a determinare la politica nazionale”.

pluralismo in politicaSi parla di partiti nell’articolo 49, non di associazioni, comitati, movimenti. Così facendo si trasformano i partiti negli unici depositari della Politica tout court e si dimentica il ruolo essenziale che la società civile organizzata – nelle sue diverse forme – ha avuto in Italia. Un ruolo fondamentale nel realizzare la “volontà generale”, nel cambiare gli assetti istituzionali, nel modificare la legislazione sociale ed economica e nell’indirizzare l’azione dei vari governi.

Senza le proposte e le iniziative dei movimenti sociali molti importanti cambiamenti istituzionali e normativi non sarebbero avvenuti, e la stessa cultura politica sarebbe più povera.
Per questo, insieme a Paolo Beni abbiamo promosso una proposta di legge – depositata oggi – per la revisione dell’articolo 49 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto ad organizzarsi liberamente in partiti, movimenti, organizzazioni sindacali, campagne e associazioni per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Questo il cambiamento che proponiamo. Per affermare il principio del pluralismo delle forme organizzative della politica. Per restituire pari dignità alla politica dal basso.

Giulio Marcon

Non c’è solo Grillo. Spazio alla nuova politica (di Claudio Lombardi)

Gli spari davanti a Palazzo Chigi non c’entrano nulla con la formazione del governo e con la crisi politica. Tanto è ancora da chiarire a cominciare da come sia facile procurarsi una pistola e mettersi a sparare nel cuore della cittadella delle istituzioni nel centro di Roma. Ma sicuramente non c’è nulla da chiarire sui legami dello sparatore con la politica o con la protesta sociale. Semplicemente non esistono (salvo improbabili sorprese che verranno dalle indagini).in bilico
Detto ciò il governo Letta appare come una delle soluzioni credibili alla crisi politica che si è aperta con le elezioni e che ha rischiato di trasformarsi in crisi istituzionale. Una, non l’unica.
Se pensiamo che potevamo trovarci ancora con il governo Monti, con il Parlamento allo sbando senza una maggioranza politica, senza un programma da realizzare, senza un governo vero che nascesse dalla fiducia del Parlamento possiamo misurare il rischio che l’Italia ha corso.
Solo le menti di Grillo e di Casaleggio potevano concepire e presentare questa come una proposta politica seria. C’è da dire che hanno aderito con entusiasmo la quasi totalità degli eletti grillini, che se ne è parlato nei talk show televisivi e che ha ricevuto tanti sostenitori nell’opinione pubblica e in qualche esperto che, forse, dimenticava di parlare di una situazione reale e non di un’esercitazione scolastica.
Il meno che si possa dire è che l’antagonismo sociale, la protesta politica, la rabbia dei cittadini, i cattivi maestri e i guru che vorrebbero raccoglierla e portarla nelle istituzioni non sono in grado di formulare una proposta di governo del Paese.
Agli occhi dei cittadini questo non può essere un merito, ma una colpa perchè le istituzioni sono quelle che decidono di noi, della nostra vita e non possiamo augurarci che siano paralizzate in nome di astratti disegni utopici e di vaghi propositi di rivolta dietro ai quali non c’è alcuna idea costruttiva.
Se la sinistra e l’area protestataria fossero stati in grado di concepire una proposta costruttiva avrebbero messo alla prova il Pd dilaniato da lotte interne, ma disponibile ad un’alleanza di governo. E oggi avremmo già da due mesi un governo diverso da quello che si è insediato. Così non è stato e occorre guardare avanti.Italia malata
Il governo Letta ha una composizione intelligente perchè tiene fuori vecchie facce dei partiti e apre a persone che sembrano avere tutte le carte in regola per svolgere bene il loro compito. Sentiremo domani il programma, ma già da ora si può immaginare che sarà centrato su alcuni impegni importanti e concreti. Niente di rivoluzionario sicuramente, ma d’altra parte ad un governo si chiede di governare non di fare la rivoluzione. A quella già pensano i tanti che vorrebbero rovesciare il mondo e che non riescono nemmeno a formulare uno straccio di proposta politica realizzabile.
In ogni caso ogni governo deve essere incalzato dall’opinione pubblica, con la protesta e con la proposta. Soprattutto occorre non disperdere l’enorme domanda di partecipazione e di cambiamento che è cresciuta negli ultimi anni. Lo stesso Movimento 5 stelle ne è espressione anche se ha ricevuto tanti voti più per protesta e sull’onda della popolarità di Grillo che per una proposta politica chiara. Ma espressione più significativa sono tutti quei movimenti di lotta che hanno messo all’ordine del giorno una trasformazione di sistema che non si può esaurire nei costi della politica, ma che si estende al vasto campo dei diritti, del funzionamento della democrazia, dell’uso dei beni comuni, della partecipazione alle scelte politiche e alla loro attuazione.
solidarietàQui c’è molto da imparare e da costruire. Mettiamo un pò da parte i proclami di Beppe Grillo che alimentano la visibilità di un suo potere personale e di una concezione dell’organizzazione politica dai tratti opachi e che sembrano tradursi in un cabaret permanente privo di sbocchi. Occupiamoci delle idee di chi ha occupato il Teatro Valle a Roma o di chi ha costruito il referendum sull’acqua o di chi lavora tutti i giorni nel grande spazio del volontariato. C’è bisogno di una politica che affondi qui le sue radici.
Claudio Lombardi

Democrazia, partecipazione, politica: intervista a Lorenzo Misuraca (associazione da sud)

Diamo la parola ai protagonisti. Tre domande, tre risposte. Parla Lorenzo Misuraca, associazione Dasud

  1. Parliamo di democrazia, di partecipazione e di politica. Questo è un periodo di grande mobilitazione della società civile, in tanti si domandano cosa possono fare per il cambiamento perché avvertono che istituzioni e forze politiche non riescono a tener testa alla crisi. A mobilitarsi sono tanti singoli cittadini che creano associazioni e movimenti, che non riconoscono più ai partiti un ruolo centrale nella politica e che vogliono agire in prima persona. Cosa sta cambiando nella società italiana?

Innanzi tutto va detto che la spinta al cambiamento non sarebbe così forte se il sistema partitico italiano non venisse da almeno due decadi di crisi dovuta a una forte autoreferenzialità, all’incapacità di effettuare un ricambio generazionale e alla corruzione, che è una costante nel sistema politico-amministrativo italiano.

In questo quadro si introducono due fattori scatenanti, uno dai tratti positivi e uno dai tratti negativi. Il primo è l’esplosione della rete come mezzo di comunicazione, organizzazione e condivisione di idee e umori. Senza internet e i social network, non sarebbe stato immaginabile per molti organizzare il proprio movimento politico in forma così radicalmente diversa dai vecchi partiti. Tutte le novità in questo senso, nascono su internet.

L’altro fattore è la durissima crisi economica e finanziaria degli ultimi anni. Crisi che è rapidamente diventata rimessa in discussione dell’intero modello economico-politico dominante, quello liberista, e che ha comportato conseguenze drammatiche anche dal punto di vista sociale (aumento disoccupazione, tagli alla sanità, al welfare, maggiore tensione e quindi maggiori misure repressive).

Questi tre fattori messi insieme (crisi dei partiti, esplosione del web 2.0 e crisi di modello economico) causano la forte spinta al cambiamento che si vede in Occidente e anche in Italia.

  1. La politica è la questione centrale perché si tratta della funzione sociale con la quale la collettività decide su sé stessa, si autogoverna. Il vecchio modello partitocratico ha fatto danni enormi e deve scomparire per sempre. Con cosa lo sostituiamo? Voi cosa potete fare?

Noi crediamo che non si debba essere teneri rispetto ai ripetuti fallimenti dei partiti italiani e alla loro incapacità di leggere i bisogni della società. Ma allo stesso tempo rifiutiamo il semplicismo con cui molti nuovi movimenti sostengono che basti cambiare la parola “politico” con quella di “cittadino” e “partito” con quella di “movimento” per risolvere i problemi.

Per quello che ci riguarda, il nostro compito, come tutte le organizzazioni che promuovono un cambiamento in positivo della società, (nel nostro caso il cardine è la battaglia antimafia a partire dall’estensione dei diritti sociali e civili), è fare pressione, dialogare quando è possibile, svelarne le colpe quando bisogna, con tutte le istituzioni e con i rappresentanti della politica. Che siano partiti o movimenti. E contemporaneamente innalzare il livello di coscienza e conoscenza del fenomeno mafioso nell’opinione pubblica.

Dunque per noi non è molto importante se la Repubblica che verrà sarà rappresentata nelle istituzioni più da persone provenienti da partiti o da movimenti, ma è importante che siano persone oneste e che abbiano una visione seria e complessa del fenomeno mafioso e che usino gli strumenti adatti per contrastarlo.

 3. Il fenomeno delle prossime elezioni saranno le liste civiche (quelle vere ovviamente nate dalla cittadinanza attiva e dai movimenti con il M5S in testa). Voi pensate che siano necessarie? E, soprattutto, pensate che siano sufficienti a cambiare le cose? Quali altri modi di partecipare alla politica pensate che siano efficaci?

Noi pensiamo che organizzarsi collettivamente per contribuire al miglioramento della società sia sempre un bene (fatta eccezione per le organizzazioni che perseguono obiettivi ricollegabili al fascismo, al razzismo, al sessismo). Crediamo che la democrazia abbia bisogno di momenti di partecipazione diretta e di luoghi in cui la democrazia funzioni per delega, come in Parlamento.

Entrambe le due fasi hanno bisogno l’una dell’altra per creare un circolo virtuoso. La storia del secondo dopoguerra italiano insegna che molte delle riforme in senso progressista sono state approvate grazie ad una forte spinta dei movimenti organizzati e della società civile in genere.

(intervista a cura di Angela Masi)

Sostituire la partitocrazia? Intervista a Carmelo Cortellaro (Spazio civile)

Diamo la parola ai protagonisti. Tre domande, tre risposte. Risposta alla seconda domanda. Parla Carmelo Cortellaro di Spazio civile (www.spaziocivile.org). La prima la leggi qui (http://www.civicolab.it/?p=3851) e la terza qui (http://www.civicolab.it/?p=3855).

Il tema è sempre quello: la partecipazione che va oltre il voto come anima e sostanza della democrazia

 

Partecipare in un regime democratico significa prendere parte alla politica che è la funzione sociale che si occupa del governo della collettività. Ma la politica finora è stata vissuta come un compito riservato ai partiti. Oggi le cose appaiono in maniera diversa. C’è uno spazio politico che spetta ai movimenti civici e alla cittadinanza attiva? In particolare, queste realtà possono rappresentare i cittadini? E come?

I partiti sono previsti dalla Costituzione e, quindi, la partecipazione alla vita politica a livello delle istituzioni li rende necessari.

Il punto è un altro: quali partiti, o meglio che tipo di partiti. Certo non i partiti attuali che sono dei cartelli elettorali padronali in mano a pochi dirigenti. Si pensi all’UDC e all’IDV che si identificano con i loro leader. E poi,  non l’ho dimenticato: Berlusconi !!! innegabile che il suo sia il partito personale per eccellenza.

Certo non sono questi i partiti che avevano in mente i costituenti, figli di un epoca in cui l’ideologia ispirava la stessa partecipazione alla politica. Per l’appunto, venuta meno l’epoca delle ideologie poche persone si sono trovate a capo di scatole vuote con dei simboli e per un ventennio gli elettori hanno continuato a vederli come riferimenti: i democristiani si rivedevano nel simbolo dello scudo crociato, i comunisti nel partito della rifondazione e di altri minori, ecc. Ma quei partiti non esistevano più, erano un inganno per gli elettori a vantaggio di una classe dirigente falsa e bugiarda.

Oggi chi combatte questo sistema è accusato di fare antipolitica, come se la politica fosse quella di lorsignori.

No, proprio chi combatte questo sistema – cioè i movimenti – motivati da nobili intenti come quello di ridare la sovranità al popolo mediante la partecipazione attiva alla vita pubblica, fa politica, quella vera.

Altra cosa è poi l’esito, ma bisognerebbe entrare nel merito di ogni singola attività promossa in ogni movimento. Se si rimane al metodo può anche essere che non sia quello giusto, ma è comunque migliore di quello truffaldino e fallimentare dei partiti tradizionali ormai avulsi dalla realtà.

Il fattore discriminante tra i partiti ed il movimentismo è uno solo: LA DEMOCRAZIA INTERNA, che garantisce controllo e verifica dei risultati raggiunti dalla classe dirigente ed evita la stagnazione del “potere” in gruppi o in singole persone. Si pensi a Tony Blair, a Bill Clinton, a Jacques Chirac, a Josè Maria Aznar e ai tanti impegnati in politica nell’ultimo trentennio: fanno ancora politica attiva? Certo che no, perché dopo aver dato il loro contributo, bene o male, adesso fanno altro e hanno lasciato spazio ad altri. Vogliamo parlare dell’Italia? Da quanto Casini è in parlamento? Dal suo impegno a destra contro la sinistra, per poi essere contro la destra, poi il grande centro. Non è stato in grado di capire la parte giusta quale fosse? Allora è un incapace e dovrebbe andare via. Oppure no, non è stato in grado di imporre pienamente le proprie buone intenzioni ? Se non c’è riuscito in trent’anni di parlamento ci riuscirà adesso? Dovrebbe andare via lo stesso. La questione non cambia per D’Alema, Berlusconi, Di Pietro, ecc.

In Italia si è istituita la professione di politico, riservata a pochi, proprio come succede per i sovrani. No l’Italia è una repubblica parlamentare e da qualche tempo c’è in atto un gruppo di maldestri sovversivi che hanno usurpato il potere sovrano al popolo.

Sarebbe auspicabile per questi che a cacciarli fosse il movimentismo, mediante una rivoluzione pacifica, democratica nell’urna senza arrivare a quei rivolgimenti traumatici con cui tante volte nella storia vengono spazzati via gli usurpatori.

(intervista a cura di Angela Masi)

Sostituire la partitocrazia? Intervista a Paolo Andreozzi

Diamo la parola ai protagonisti. Tre domande, tre risposte. Risposta alla seconda domanda. Parla Paolo Andreozzi membro del direttivo dell’associazione “da Zero” (www.dazero.org). La prima la leggi qui (http://www.civicolab.it/?p=3821) e la terza qui (http://www.civicolab.it/?p=3829).

Il tema è sempre quello: la partecipazione che va oltre il voto come anima e sostanza della democrazia

La politica è la questione centrale perché si tratta della funzione sociale con la quale la collettività decide su sé stessa, si autogoverna. Il vecchio modello partitocratico ha fatto danni enormi e deve scomparire per sempre. Con cosa lo sostituiamo? Voi cosa potete fare?

Con cosa lo sostituiamo? E cosa si può fare? Mica facile.

governo cittàI movimenti mordi-e-fuggi scontano il limite intrinseco cui facevo cenno, e non riescono a canalizzare né il dissenso diffuso né la voglia di partecipare in niente di incisivo da contrapporre allo strapotere delle élite economico-finanziarie e delle loro ‘interfacce’ nel mondo della politica professionale. Anzi, a volte credo che certi ‘esperimenti’ di chiamate a raccolta con gli slogan più banali dell’orizzontalismo irriflesso (‘nessuno ci rappresenta’ ‘non stiamo con nessuno’ ‘non ci vogliamo irrigidire in un programma o in una struttura’), che in effetti raccolgono pochini o nessuno, siano concepiti e gettati a ripetizione nell’arena civicopolitica proprio con l’intento occulto di alzare il livello della confusione e di estenuare i cittadini meno preparati fra quelli indignati a vario titolo.

D’altronde, la decerebrazione indotta nel pubblico italiano da trentacinque anni di televisione commerciale e l’analfabetismo politico ‘di ritorno’ – conseguenza di quasi vent’anni di confronto politico trasformato in braccio di ferro tra macchiette d’avanspettacolo – non si sanerà che nel lungo periodo. E intanto ci teniamo Grillo, per esempio, che è un altro frutto solo più complesso della stessa china antropologica.

centroRispetto ai movimenti fluidi – nei quali però ci sono bellissime eccezioni a quanto detto, come il movimento per l’acqua pubblica che altroché se ha dato risultati concreti rispetto ai suoi obiettivi – il mondo delle associazioni della ‘cittadinanza attiva’ presenta caratteri diversi: scopi razionalmente fissati e condivisi, regole e statuti, struttura e portavoce, metodiche di democrazia interna.

Il problema delle associazioni è un altro, dal mio punto di vista, e consiste nella loro impronta prettamente ‘di causa o vertenza specifica’, marcando la quale – ognuna diversa dalle altre – non facilmente arrivano alla sacrosanta ‘rinegoziazione dei rispettivi confini’ che sola farebbe fare il salto di qualità nell’elaborazione e nell’azione di tutte, capace forse di fronteggiare davvero le strategie di chi permane nella ‘stanza dei bottoni’.

Per questo credo che prima della scomparsa del vecchio modello di partito – al di là della disaffezione quasi generale, poi a chiamata la gente risponde (vedi le recentissime primarie del centrosinistra) – ebbene, manca ancora un bel tratto di maturazione nell’indipendenza culturalpolitica sia degli individui sia dei gruppi in cui si uniscono dinanzi ai problemi della polis.

(intervista a cura di Angela Masi)

Democrazia, partecipazione, politica: intervista a Paolo Andreozzi

Diamo la parola ai protagonisti. Tre domande, tre risposte. Cominciamo con la prima. Parla Paolo Andreozzi membro del direttivo dell’associazione “da Zero” (www.dazero.org). La seconda la trovate qui (http://www.civicolab.it/?p=3824) e la terza qui (http://www.civicolab.it/?p=3829).

Democrazia, partecipazione, politica. Questo è un periodo di grande mobilitazione della società civile, in tanti si domandano cosa possono fare per il cambiamento perché avvertono che istituzioni e forze politiche non riescono a tener testa alla crisi. A mobilitarsi sono tanti singoli cittadini che creano associazioni e movimenti, che non riconoscono più ai partiti un ruolo centrale nella politica e che vogliono agire in prima persona. Cosa sta cambiando nella società italiana?

Secondo me sta cambiando – e meno male – un’attitudine concreta del vivere il proprio ruolo di cittadino. Un’attitudine che affianca alle – vorrei dire usuali, ma sarei ottimista – virtù civiche dell’osservanza delle leggi e della partecipazione alla costruzione della realtà socioeconomica, quelle dell’attenzione costante verso lo ‘stato dell’arte’ dell’amministrazione della cosa pubblica e dell’azione critica nel caso (frequente, purtroppo) in cui la lettura di quello ‘stato’ dia esito insoddisfacente.

dazero paroleE sta cambiando, da una parte perché l’insoddisfazione verso i tradizionali ‘corpi intermedi’ con cui i cittadini svolgono la funzione di impulso e controllo – partiti e sindacati – è tornata ai livelli del trapasso dalla Prima Repubblica all’Era Berlusconiana, soprattutto a fronte delle difficoltà materiali in cui questa crisi sistemica ha gettato la stragrande maggioranza dei nostri concittadini, e dall’altra perché lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, informazione, sensibilizzazione e mobilitazione diffusa e capillare (i social network, i blog, le webzine) rende molto più facile per chiunque avere la sensazione di dire qualcosa a qualcuno, e magari poi di fare concretamente qualcosa.

E’ una sensazione, però, ci tengo a dirlo – e me ne dispiace – ossia non è la realtà nel 100% dei casi, e forse nemmeno nel 10%. Vale a dire, la facilità dell’intercomunicazione ‘in virtuale’ non può assolutamente sostituire una seria autoformazione seria sulle vertenze aperte tra cittadini e ‘poteri’ né, tantomeno, un’azione di contrasto efficace nei confronti della mala-amministrazione o del malaffare tout court.

Personalmente conosco un’infinità di proto-azioni virtuali che non si sono mai tradotte in nulla di più che una catenella di twitter o una paginetta facebook, per il semplice motivo che chi le aveva ideate e promosse credeva – con questo – d’aver fatto tutto il possibile per la ‘causa’. Ma ovviamente non è così.

(intervista a cura di Angela Masi)

I percorsi paralleli per la ristrutturazione dell’Italia (di Claudio Lombardi)

“Cambiare si può” e primarie del centrosinistra. Sabato e domenica. L’uno e l’altra. C’è un collegamento fra i due eventi? Da un lato un mondo fatto di associazioni, comitati, movimenti, di promotori di liste civiche e di gruppi politici impegnati nel tentativo di riunire la sinistra e di tante singole persone che si sono trovati insieme nell’impegno su problemi concreti (dal referendum sui servizi pubblici locali alla Tav, alle lotte contro le mafie) e nel sostegno alla elezione dei sindaci un anno fa. Dall’altro un insieme di partiti che hanno deciso di dar vita ad un polo di centrosinistra e che hanno messo nelle mani dei cittadini la scelta del candidato alla Presidenza del consiglio dei ministri.


Due storie parallele destinate a non incontrarsi o due approcci allo stesso problema e cioè il rilancio di una politica partecipata non oligarchica, non spettacolare, non espressione dei poteri “forti”?
Qualsiasi voglia essere l’interpretazione bisogna guardare agli effetti concreti che questi due percorsi stanno producendo, alle risposte che danno, agli interrogativi che pongono.
Un primo evidente effetto è una mobilitazione politica di massa che torna ad essere al centro dell’attenzione e non perchè vive solo di manifestazioni di piazza che si contrappongono alle politiche del governo, ma perchè esprime la volontà di partecipare alle scelte della politica e di proporre all’Italia una vera alternativa di governo.
Delle primarie del centro sinistra si è già detto molto. Anche in questa domenica di ballottaggio l’affluenza ai seggi e il confronto che lo ha preceduto fatto di passione, di polemiche e di vera competizione conferma tutti i giudizi positivi che sono già stati espressi. Uno schieramento di partiti che, dopo aver firmato una carta di intenti, si rimette al giudizio dei cittadini per la scelta del suo candidato a guidare il governo nella prossima legislatura, fa un gran bene alla democrazia e alla politica. Certo, non è una bacchetta magica che ci porta dritti verso una società ideale, ma è, comunque, una forte risposta ad un ventennio berlusconiano di smarrimento di senso e di lucidità nelle forze di opposizione. Dopo queste primarie le cose dovranno continuare a cambiare con un investimento sempre più convinto sulla partecipazione dei cittadini in una politica che non potrà fare a meno di ripulirsi e rinnovarsi.
Nella stessa direzione va l’iniziativa di “Cambiare si può”. A differenza di esperienze del recente passato stavolta non sono le formazioni politiche che si collocano all’estrema sinistra a cercare di formare un’alleanza più o meno elettorale. Stavolta sono innanzitutto i movimenti formatisi nelle lotte sul territorio a prendere la guida di un processo innanzitutto programmatico che dia vita a una presenza politica fortemente caratterizzata per i contenuti concreti che vengono proposti.
Entrambe queste strade portano sulla scena politica la novità che è maturata in questi anni di sbandamento istituzionale con uno stato guidato da gruppi di affaristi e da un’ideologia egoista ed anarchicheggiante che ha coinvolto milioni di italiani illusi (e complici) del “sogno” berlusconiano. Una novità che porta in primo piano una nuova cittadinanza attiva molto impegnata nei problemi sociali, del territorio e del lavoro. Una novità di cui va dato merito, per la verità e in gran parte, alla società civile che ha trovato da sè le vie della mobilitazione e dell’organizzazione prima della protesta e poi della proposta


Se questa è la novità la prosecuzione dei percorsi paralleli di cui si è detto all’inizio è importante così come è importante che, a un certo punto, le parallele arrivino ad incontrarsi. Il punto di contatto non potrà che essere costituito da un disegno di ristrutturazione generale che coinvolga le politiche del prossimo governo a partire da quella europea fino a una spinta “rivoluzionaria” per la cura del territorio passando per una ridefinizione delle modalità di convivenza civile e di funzionamento del sistema democratico.
E’ inutile illudersi che un cambiamento di questa portata possa essere fatto in poco tempo e con la sola forza della volontà. Occorrerà tempo, un grande consenso e una grande partecipazione di popolo. Per questo i percorsi paralleli dovranno per forza di cose e per la sopravvivenza dell’Italia incontrarsi senza neanche pensare che si potrà fare a meno di altre componenti come quelle che esprimono un sincero e spontaneo consenso a diverse liste civiche in formazione, o quelle che stanno alla base del successo del M5S e senza dimenticare le componenti più avanzate del mondo cattolico.
La ricostruzione del nostro Paese (con forti ripercussioni in Europa che dovrà cambiare indirizzi politici in maniera radicale) dovrà durare a lungo e cambiare nel profondo il patto fra stato e cittadini, l’assetto delle istituzioni, la struttura dell’economia, il livello dei diritti garantiti, la cultura civile degli italiani.
C’è lavoro per tutti e tutti avranno il loro peso nel determinare il risultato finale. Meglio capirlo subito.
Claudio Lombardi

Sono un puntolino, ma faccio la storia (di Paolo Andreozzi)

Notizia di giorni fa sulla stampa di tutto il mondo: dal 14 gennaio prossimo i cittadini cubani saranno liberi di recarsi all’estero senza bisogno di permessi governativi discrezionali e di altre formalità burocratiche – basterà il passaporto.

Notizia di un domani (SPERO) sulla stampa del nostro sfigato Paese: dal 2013, i cittadini romani e i cittadini laziali e i cittadini lombardi e i cittadini siciliani e pure i cittadini italiani tutti, saranno liberi di veder attuate dal Comune, dalla Regione e dal governo, politiche di progresso sostenibile, umanità solidale e garanzie costituzionali da parte di una classe dirigente onesta, competente e di sinistra, senza bisogno di occupare piazze reali e virtuali. Basterà votare.

Lo SPERO, ripeto, ma sperare non basta: BISOGNA LAVORARCI SU! Perché già la vedemmo l’antipolitica al lavoro: è stata per intero il ventennio fascista, e fu una tragedia. Poi è arrivata la seconda ondata antipolitica – l’età berlusconiana – che come dice il saggio, ha ripetuto la prima in forma di farsa.

Per questo terzo (in corso) riflusso antipolitico e populista la teoria non ci fornisce sostantivi – se prevarrà vedremo, la pagheremo comunque e poi daremo un nome alla sua storia.
Ma in tal caso, gente italica, allora siamo proprio idioti.

Bisogna lavorarci su, ho detto, però bisogna lavorarci con tanta intelligenza. Prendiamo la disponibilità all’impegno personale, per esempio. Per OGNI cittadino disposto a muoversi personalmente per una giusta causa – si tratti di occupare con determinazione o manifestare pacificamente o partecipare a un tavolo di lavoro o anche solo di studiare un tema sensibile – per ogni cittadino così, ce ne sono VENTI che non lo faranno anche se condividono la stessa causa. E non lo faranno per le migliori RAGIONI del mondo – perché di occupare hanno timore, di manifestare non hanno tempo, di stare al tavolo di lavoro non hanno pazienza, e per studiare davvero non hanno le basi.

PERO’ per quella causa VOTERANNO, e lo faranno convintamente, se gliene si darà la POSSIBILITA’.
Lo prova la storia, a Roma, della lotta per l’acqua pubblica, in cui non saranno stati più di 50.000 le cittadine e i cittadini direttamente mobilitati a tutti i livelli. Eppure, al referendum abbiamo votato – e benissimo – in UN MILIONE E DUECENTOMILA! Rapporto venti a uno, e anche di più. VERITA’ matematica.

Se non si capisce questo, se non si vuol capire che c’è un MONDO di cittadine e cittadini validissimi che NON verranno con noi a occupare, NON sfileranno con noi in piazza, NON siederanno con noi al tavolo di lavoro, NON ruberanno tempo al loro tempo per mettersi a studiare, e TUTTAVIA stanno là che aspettano di poter dare un voto DEMOCRATICO alla proposta politica di superamento del modello socioeconomico in sfacelo – allora non si vuole davvero vincere la battaglia per un altro modello possibile, per altre regole di convivenza civile e sostenibile, per CITTA’ diverse e per diversi Paesi.

Ognuno di noi qui è solo UNO, e la nostra energia antagonista è GIA’ in campo. Ma così come stanno le cose, il POTERE resta nelle aule dell’istituzione e l’energia nostra e di chi è come noi resta FUORI – nella piazza sotto le loro finestre. Più di questo non possiamo, e il potere ne rimane INTATTO.

Allora il salto di qualità, la MOLTIPLICAZIONE DELLA FORZA POLITICA, può solo consistere in ciò: dare una semplice cosa da FARE a quegli altri venti cittadini che già vogliono quel che noi vogliamo – venti per ciascuno di noi mobilitati.

FACCIAMOLI VOTARE PER LA NOSTRA – E LA LORO – CAUSA! Tutto il resto – le sinergie, la tattica, la comunicazione – discende da QUESTO.

Altra prova, le elezioni siciliane e tutti i sondaggi dicono chiaro che più o meno 45-47% degli elettori non voterebbero proprio. QUARANTASETTE ELETTORI SU CENTO, UN MONDO!
Proprio quel mondo che dicevo prima. Quel mondo di bisogni, problemi, aspettative e desideri sta lì. E aspetta una proposta che vada oltre il teatrino e le figurine, aspetta una proposta di ripensamento integrale della forma sociale e produttiva e della distribuzione di risorse e opportunità. Ripensamento da elaborarsi col contributo di tutti e tutte da realizzarsi tramite amministratori onesti e strateghi intelligenti.

Probabilmente ce ne sono anche negli attuali partiti e persino tra i politici di professione, che però non riescono ancora a convincere quasi metà degli italiani a fidarsi della loro visione (ammesso ne abbiano una) e di loro personalmente.

Ma certamente ce n’è tra tutti gli altri, tra i cittadini ‘semplici’, i quali in questa fase storica potrebbero/ dovrebbero decidersi a passare dalla pura delega alla temporanea assunzione di responsabilità.
Quel che è sicuro è il livello straordinario, inedito, della crisi e dei pericoli conseguenti per la stessa democrazia, per la stessa tenuta civile. Ed è sicuro che a tale livello si può rispondere solo con un esperimento altrettanto straordinario, inedito.

Ci vuole fantasia, coraggio, rigore, volontà e fiducia. A me la fiducia, per esempio, viene da considerazioni apparentemente eterodosse come la seguente.

Gli americani, quei giocherelloni, si sono divertiti ad attualizzare monetariamente le enormi ricchezze di tutti i ‘Paperoni’ noti alla Storia, e hanno tirato giù la classifica dei primi dieci di ogni tempo: Masa Munsa I (re del Mali nel 1300), il primo dei Rothschild, il primo dei Rockfeller, Carnegie, Nicola II l’ultimo zar, Mir Osman Ali Khan (principe indiano inizi ‘900), Guglielmo il Conquistatore, Gheddafi, Henry Ford e Vanderbilt.

Ci sono – vedete – tre despoti feudali, un dittatore affamapopolo, un capitalista delle colonie e cinque capitalisti puri nel cuore dell’impero. Ora, il cammino dell’autoemancipazione umana è riuscito, in effetti, a liberare i popoli – a prezzo di tanto sangue e col contributo di tanta consapevolezza – dal giogo di quattro di quegli ultra-ricchi. Invece, i rapporti di forza che hanno consentito il dominio degli altri sei, sono stati iniettati nella stessa coscienza della gran parte dei dominati.

Ma è appunto questo incantesimo ciò di cui, forse, stiamo vedendo la fine. Certo, parliamo di una scala addirittura planetaria ed epocale. E io non sono che un puntolino. Però bisogna pur cominciare da qualche parte, e per fortuna altri hanno già avviato un cammino che mi sembra fertile. Allora proseguiamo, uniamoci! Iniziamo dagli ambiti con un raggio più gestibile, più a misura delle nostre forze reali: cominciamo dai programmi per le amministrazioni locali, Comune, Regione, e dalla competizione democratica per far valere le proposte concrete e fattibili che riusciamo a elaborare.

Forza, io comincio da Roma e ho trovato in questo dei buonissimi compagni di strada (www.dazero.org )! Fatelo anche voi.

Paolo Andreozzi

Il motore del futuro: lezioni dagli USA (di Claudio Lombardi)

Nel diluvio di commenti sull’elezione di Obama è difficile dire qualcosa di originale che non sia già stato detto o letto. Eppure ci sono alcune riflessioni che vale la pena comunque proporre perché toccano aspetti cruciali della politica in generale e del modo di agire di una forza progressista.

Molti potrebbero contestare già questo punto di partenza perché non considerano il Partito Democratico USA una forza progressista. Che lo sia o meno, però, non lo decide un articolo o un saggio o una dichiarazione per il semplice motivo che lo ha già deciso la storia. Negli USA la sinistra o centro sinistra o la parte progressista che dir si voglia è il Partito Democratico. Che poi spesso non si sia comportato come tale è un altro discorso che potrebbe essere rivolto ad altri partiti in tanti altri paesi del mondo. La coerenza, si sa, è più facile rivendicarla dagli altri che praticarla direttamente.

Della campagna elettorale USA sappiamo molto, ma soprattutto si è parlato di soldi: quanti ne ha raccolto Obama, quanti ne ha raccolto Romney. Ben poco sappiamo di quello che hanno fatto i militanti dei due partiti e poco di quanto gli americani abbiano partecipato al confronto aspro, ma ricco che ha coinvolto i due candidati. Abbagliati dal luccichio dell’oro abbiamo un po’ trascurato ciò che accadeva fra gli esseri umani. Da alcune cronache, da alcuni dettagli sembra, invece, che questo aspetto sia stato fondamentale. I soldi sono serviti ad attirare l’attenzione e ad attizzare il dibattito e lo scontro con un diluvio di spot televisivi certo, ma un ruolo, forse altrettanto importante, lo hanno avuto le telefonate a casa degli elettori, il lavoro porta a porta e la preparazione degli eventi pubblici.

Abbiamo così scoperto che la politica negli USA non è fatta solo di media, ma anche di gente in carne e ossa e che la ricerca di un contatto diretto con i cittadini resta sempre uno degli strumenti fondamentali delle campagne elettorali e, quindi, della politica.

Per noi italiani che, tante volte, abbiamo guardato agli USA per farne un nostro modello nei più diversi campi è una bella scoperta. Se la capiamo bene, magari riusciamo a farla nostra prima che passi quel lasso di tempo che sempre separa l’originale dalle imitazioni. In realtà, basterebbe che guardassimo alla tanto vituperata Prima Repubblica per capire che anche noi abbiamo un “originale” a cui rifarci: il partito di massa radicato nel territorio, con migliaia di sedi frequentate dai cittadini e con quella trasparenza e quel controllo impliciti e inevitabili quando le persone, tante persone, si coinvolgono direttamente e partecipano. Non c’è più quel tipo di partito? E allora? Si può sempre rifare e comunque ci sono le associazioni e i movimenti della cittadinanza attiva. E se non partecipano alla politica che senso hanno?

Altra riflessione riguarda la correttezza e il senso delle istituzioni che hanno i politici negli USA. Il riconoscimento senza recriminazioni della vittoria è qualcosa che abbiamo visto già diverse volte. La trasparenza che viene imposta a chi si impegna in ruoli pubblici pure. Siamo stati spettatori di vicende (francamente per noi inimmaginabili) che hanno toccato gli aspetti più intimi della vita del Presidente Clinton. Abbiamo constatato la “spietatezza” con la quale viene colpita la menzogna, la slealtà e la disonestà di un uomo pubblico. Ecco un modello da copiare senza se e senza ma. Noi che siamo abituati a politici condannati e pluriinquisiti che discettano di sottili questioni giuridiche o che si dichiarano perseguitati politici anche quando organizzano orge con prostitute minorenni o truffano lo Stato e sempre vogliono restare al loro posto dovremmo imparare dagli USA. Imparare e imitare, ma subito perché il nostro sistema distrugge la fiducia nello Stato e nella legalità.

L’ultima riflessione parte dall’affermazione di Obama che ha detto di tornare alla Casa Bianca più determinato che mai. Ebbene sì di questa determinazione c’è un gran bisogno perché (sta scritto in tutti i commenti) Obama ha corso il rischio di non essere rieletto non solo e non tanto per le promesse non mantenute, ma per aver dato l’impressione di non avere il coraggio e la fermezza di provarci a mantenerle.

Ecco un altro bell’insegnamento: una forza progressista non può solo moderare i contrasti e mantenere gli equilibri esistenti. Ciò contraddice le ragioni della sua stessa esistenza. Esiste perché c’è bisogno di rinnovamento e di progresso e se non si impegna con coraggio anche “gettando il cuore oltre l’ostacolo” chi di quel cambiamento ha bisogno non ci metterà il suo di cuore.

Ricordiamocene noi italiani che vogliamo essere progressisti o di sinistra. Il cuore e la passione delle persone sono essenziali per mettere su basi solide visioni, ideali, sogni che alimentano il futuro. Ma il cuore e la passione non si comprano coi soldi, si conquistano con il dialogo e con la partecipazione.

Claudio Lombardi  

1 2