Scontro di civiltà o integrazione?

C’è qualcosa che lega la rivolta delle banlieue di Parigi del 2005, al massacro di Charlie Hebdo, alle stragi di novembre 2014, ai fatti di Colonia? Un solo legame: l’esistenza di enclave sociali e culturali che vivono coltivando il loro isolamento e la loro ostilità verso la società della quale fanno parte. Si parla ovviamente di quelle periferie che in molti commenti sono viste come il luogo di tutti i mali. Periferie urbane, ma anche periferie esistenziali, sociali, culturali, ideologiche.rivolta delle banlieue Nelle periferie nascono le ribellioni, i comportamenti antisociali, il degrado dei rapporti umani che si possono presentare come manifestazioni individuali o che possono tradursi in azioni collettive se trovano un elemento unificante. Qualcuno già lo conosciamo, dal mondo ultras ai neonazisti, ma si tratta di fenomeni circoscritti. La novità di questi anni è che alla cosiddetta rabbia delle periferie ora si offre la possibilità di esprimersi anche attraverso una religione che porta con sè un’ideologia, un nemico, una identità, una strategia. L’islamismo fondamentalista sta lavorando per questo.

L’estremismo di stampo religioso non è qualcosa che ci portano i nuovi arrivati in fuga dagli sconvolgimenti del Medio Oriente o dalla povertà dell’Africa, ma piuttosto nasce da quelli che già risiedono in Europa e che trovano nell’ideologia del fondamentalismo un loro punto di riferimento, collegamenti internazionali, finanziamenti e supporti operativi.

fondamentalismo islamicoNon si tratta certo di un fenomeno di massa, ma bisogna farci i conti perché si rivolge ai milioni di persone che condividono la stessa matrice culturale e religiosa e che magari covano i più diversi risentimenti nei confronti del paese nel quale vivono. È il popolo delle periferie nelle quali gli estremisti trovano l’ambiente giusto per fare proseliti, formare dei gruppi, organizzarsi, rifugiarsi. Ambiente giusto non certo perché gli abitanti vogliano proteggerli, ma perché c’è un’oggettiva comunanza di valori, di fede religiosa, di una visione della società degli uomini e delle donne che li rende non estranei alla massa dei musulmani che pure non condividono le loro scelte politiche e di vita. Questa comunanza accorcia le distanze fra le persone anche quando si rifanno a gruppi organizzati nei territori di origine o interpretazioni diverse dei testi sacri all’Islam. Il senso di estraneità agli stili di vita occidentali rischia di avere maggior peso di tante divisioni specie quando non si fa abbastanza per superare le distanze e le incomprensioni.

Se poi il popolo delle periferie viene alimentato da nuovi massicci arrivi di migranti gli equilibri già instabili rischiano di diventare veramente precari. Chi arriva in Italia, in Germania e negli altri paesi europei o fugge dalla guerra o è spinto dalla ricerca di migliori condizioni di vita. Non conosce e forse non approva il nostro modo di vivere e i nostri valori, conosce i suoi e tende anche a difenderli perché è tutto ciò che gli resta della vita che ha lasciato.

migranti fugaDi fronte a questa realtà cosa dobbiamo fare? Già offrire un’accoglienza di base a centinaia di migliaia di persone non è facile. Porsi il problema dell’integrazione culturale sembra qualcosa di superfluo. Tanto più che l’integrazione già tentata non ha funzionato granché nemmeno per quelli che vivono in Europa da anni e in tanti casi nemmeno per quelli che qui sono nati. I fatti di Colonia purtroppo ci dicono questo.

Se un migliaio di persone ha creduto di potersi organizzare per dare la caccia e derubare tutte le donne che capitavano a tiro nel luogo più importante e più sorvegliato della città evidentemente non ci si trova di fronte ad una “normale” aggressione sessuale (poco intelligentemente evocata da numerosi commentatori e, ahimè, commentatrici), ma a qualcosa di ben più grave. O volevano organizzare un’azione di guerriglia urbana contro la popolazione per impaurirla o sentivano di essere in diritto di fare quello che hanno fatto. Nel primo caso si tratterebbe di un’azione con finalità di terrorismo; nel secondo mostrerebbe l’assoluta estraneità degli aggressori ai codici di comportamento e ai valori che sono a base della convivenza civile degli europei.

confronto con musulmaniPoiché con i musulmani dobbiamo convivere in pace, perché noi abbiamo bisogno di loro e loro di noi e poiché non vogliamo respingere i migranti che scappano dal Medio Oriente, dal Nordafrica e dall’Africa (casomai si tratta di creare corridoi umanitari per farli arrivare in sicurezza e per scaglionare gli arrivi in attesa che nei paesi di origine cessino le cause della fuga) dobbiamo porci il problema di fare qualcosa perché l’integrazione culturale ci sia.

Ma quale integrazione? La soluzione più semplice è lasciare che ogni comunità preservi le sue specificità culturali e si organizzi come meglio crede. In questo modo ogni etnia, ogni comunità tenderebbe a riservarsi quartieri o aree nelle quali applicare i propri principi e dalle quali escludere gli altri. È un po’ ciò che è già avvenuto in Francia, ma anche a Roma, Milano e in altre città italiane. La soluzione più difficile è quella di imporre un minimo comun denominatore fatto di pochi principi e valori da considerarsi irrinunciabili e per questo non negoziabili. Per quanto difficile questa è l’unica strada per non tornare indietro. rispetto della donnaSappiamo tutti benissimo che i risultati raggiunti sulla laicità dello Stato, sulla parità di genere a cominciare da quella tra uomini e donne, sul rispetto delle libertà della persona non sono definitivi e vengono continuamente minacciati. Sarebbe paradossale, però, dover fare dei passi indietro con l’assimilazione di milioni di persone provenienti da culture diverse da quella che identifichiamo come occidentale. Nonostante i tentativi dei terroristi islamici non è in atto uno scontro di civiltà. Riconoscere i valori fondanti del modello delle società e delle democrazie occidentali, farli conoscere, praticarli aiuterebbe noi stessi a riscoprirli e a capire che quelli sono beni comuni a cui non possiamo rinunciare e che dobbiamo estendere a quelli che accogliamo. Per questo ci vogliono chiarezza e fermezza. Conviene a loro perché hanno tutto da guadagnare e conviene a noi perché non possiamo perdere nulla delle nostre conquiste

Claudio Lombardi

Fatti di Colonia: ci vuole chiarezza

Criminalizzare intere categorie di persone (i rifugiati, gli immigrati, i mussulmani) per quanto accaduto la notte di Capodanno, come fanno alcune forze politiche, è indecente.

Ma altrettanto indecente è il sistematico tentativo di minimizzare l’accaduto, forse nel vano tentativo di non allarmare ulteriormente l’opinione pubblica, ma ottenendo nei fatti l’esatto opposto.

aggressioni di ColoniaCi ha tentato, all’inizio, il capo della polizia della città tedesca (poi rimosso), la cui reticenza ha impedito alla notizia di emergere sui media per quasi una settimana. Poi il testimone è stato preso dalle autorità politiche che, pur riconoscendo e stigmatizzando la gravità delle aggressioni subite da centinaia di donne  in oltre dieci città europee (più di 500 solo a Colonia), hanno sostenuto per un certo tempo l’inverosimile tesi che le aggressioni non sarebbero state organizzate. Solo dieci giorni dopo i fatti il Ministro della Giustizia tedesco ha affermato, in contrasto alla posizione fin lì dominante. “ non credo non ci sia stato un accordo o che la cosa non sia stata preparata”.

fondamentalismo islamicoSe ci domandiamo il perché di tale reticenza, possiamo trovarlo nel fatto che dietro alla spiegazione ora emergente (un’azione organizzata attraverso i social network e poi diventata virale all’interno di una o più comunità) , potrebbe esservene  un’altra assai più preoccupante e cioè l’avvio di un nuovo fronte nella guerra dichiarata dall’Islam radicale contro l’occidente, che si avvarrebbe – secondo la teorizzazione fatta oltre dieci anni fa da uno degli ideologi più estremisti – di tre armi: quella demografica, per l’espansione crescente della componente mussulmana della popolazione europea (nel 2050 la maggioranza degli svedesi apparterrà a questa comunità), ora spinta anche dalla politica  della Merkel; quella terroristica che, con i fatti di Parigi ha fatto un salto di qualità e quella psicologica, iniziata con gli sgozzamenti in diretta TV. Il fatto preoccupante è che, pur essendo le aggressioni di Colonia assai meno gravi di quelle cruente di Parigi, potrebbero inscriversi nel filone della guerra psicologica mirante a instillare incertezza e paura in strati diffusi della popolazione.

multiculturalismoC’è da augurarsi che l’ipotesi fatta non sia confermata e che si sia trattato soltanto di una specie di gigantesco “rave party” finito male.  Ma quello che è certo è che non bisogna più indulgere, in omaggio ad un risibile “politically correct”, nell’autocensura per non “mancare di rispetto” ad una o più comunità straniere. Se si insistesse in questo demenziale atteggiamento, quello che può essere stato solo un grave incidente, potrebbe diventare lo stimolo per nuove e magari più pericolose provocazioni.

Il nocciolo del problema, come ha ben detto Ernesto Galli della Loggia in un editoriale sul Corriere della Sera è che, accertato il totale fallimento del multiculturalismo, cioè della convivenza in uno stesso Stato di più comunità fra loro  separate (che ha portato ad esempio in Gran Bretagna a diffusi comportamenti illegali: infibulazione, poligamia, tribunali islamici, tollerati dalla autorità), non resta che l’integrazione degli stranieri, il che però comporta, da parte loro, di accettare i valori fondanti delle nazioni che li accolgono e di rinunciare, pertanto, ad alcuni dei propri. Senza questa rinuncia l’integrazione non esiste.

Il problema è che molte comunità straniere, provenienti da Paesi in cui religione e Stato coincidono, non sono intenzionate a mettere in discussione i propri valori, perché li ritengono non  negoziabili. E’ questo il tema che le Istituzioni e l’opinione pubblica europea dovrebbero affrontare a viso aperto e senza infingimenti. Altrimenti saranno guai.

 

Roberto Barabino tratto da http://www.civicum.blogspot.it/