Dalla manovra al mondo: buon 2019!

Per il nuovo anno cominciano ad arrivare gli auguri. Il primo è stato Putin che li ha inviati con l’Avangard il missile ipersonico che viaggia a 24 mila km l’ora ed è in grado di colpire in tutto il mondo. Putin ha tenuto a sottolineare che è impossibile intercettarlo. Non si sa quale sarà la risposta degli Usa, ma è ovvio che arriverà. Di sicuro sta cominciando una nuova corsa agli armamenti nucleari nel segno dell’accorciamento dei tempi di azione e reazione. Cioè diventa difficile gestire eventuali incidenti senza scatenare una guerra nucleare vera.

Ma perché la Russia gioca questa carta? Nano economico e finto gigante militare la Russia di Putin è riuscita a diventare un protagonista in Medio Oriente, ma non ha la possibilità di ricreare l’area di influenza che aveva l’Urss. Dunque dove vuole andare? Non lo si capirebbe se non si guardasse alla Cina che è il vero avversario globale degli Usa. Sembra che si stia formando un’area euroasiatica unita dall’avversione alla superpotenza leader dell’Occidente e ostile al consolidamento di un’Europa che sia anche un’entità politica e militare. Già, perché se l’Europa da gigante economico lo diventa anche sul piano politico e militare restando alleata con gli Usa per la Cina diventa impossibile prevalere.

Ciò fa capire il perché del sostegno russo alle forze disgregatrici dell’Unione Europea (sostegno esibito e attuato in tutti i modi possibili che però non suscita scandalo nella nostra opinione pubblica), ma aiuta anche ad inquadrare la figura di Trump. Al di là del potere di ricatto che Putin detiene sul presidente Usa (si è letto di riciclaggio di denaro della malavita russa in operazioni immobiliari negli Stati Uniti) l’intervento massiccio attraverso i social a favore dell’elezione di Trump e per screditare Hillary Clinton si spiega in un solo modo: Trump è un nazionalista che spinge per un ridimensionamento della leadership mondiale degli Usa. “America first” è un passo indietro che non può non piacere a chi punta alla competizione con gli Usa su scala globale.

È abbastanza realistico che la disgregazione dell’ Occidente sia l’obiettivo strategico che si pongono nei prossimo decenni le potenze emergenti. La competizione si svolge su tutti i piani e sostenere forze politiche che spingono per il nazionalismo rientra perfettamente in questo schema.

Di fatto l’Unione Europea è la preda più ambita e l’avversario più facile da battere. Economie ricche e mancanza di una unione politica comune insieme ai postumi di una lunga crisi che ha lasciato un profondo scontento nelle opinioni pubbliche nonché crepe nell’alleanza con gli Usa sono gli ingredienti che descrivono la debolezza dell’Europa.

Questo è il contesto nel quale crescono le forze cosiddette sovraniste. In Italia hanno conquistato il governo e godono del sostegno della maggioranza degli italiani. Lega e M5S fino a prima delle elezioni facevano della loro avversione alle regole europee e all’euro il tratto distintivo della loro identità. Oggi che sono al comando hanno molto attenuato il loro antieuropeismo, ma solo perché pensano che nelle prossime elezioni europee loro e i loro alleati conquisteranno una valanga di consensi. La loro cultura resta quella della chiusura territoriale e sociale. Sia Lega che M5S hanno l’orizzonte dei territori e dei gruppi sociali nei quali si è consolidata la loro esperienza politica. Vorrebbero essere nazionalisti, ma non ci riescono. Nessuno dei due ha un’idea per lo sviluppo dell’Italia come realtà unitaria. Al contrario, il loro governo e la manovra di bilancio che hanno approvato rappresenta la somma di due metà ed è priva di una sintesi nazionale unitaria. I 5 stelle portano in dote al Sud il cosiddetto reddito di cittadinanza; la Lega porta al Nord quota 100. Due misure assistenzialistiche sbagliate e dannose in un mare di commi (oltre 1150) dell’unico articolo della legge di bilancio. Come ha affermato l’Ufficio Parlamentare di Bilancio si tratta di una manovra recessiva che porterà un aumento della pressione fiscale e una decrescita del Pil. E si tratta di una manovra che sancisce la divisione tra due Italie: quella del lavoro e produttiva e quella che chiede assistenza. E’ una divisione innanzitutto territoriale che divide il Centro- Nord dal Sud ed è una divisione tra gruppi sociali. Da un lato c’è chi riesce a trovare un proprio spazio per affermarsi nel lavoro e dall’altro chi non ha più speranze e punta solo sul lavoro nero e sui sussidi pubblici. La manovra non porta nessun cambiamento, ma distribuirà risorse non prodotte bensì prese in prestito. E’ la rassegnazione e il tirare a campare tradotti in legge.

Approvata in aperta violazione delle norme costituzionali e delle procedure parlamentari la manovra non darà alcuna spinta all’economia che l’anno prossimo non crescerà, non porterà nuova occupazione, metterà in crisi le finanze pubbliche aumentando il debito e lascerà per il 2020 l’eredità di un buco di bilancio di decine di miliardi.

E gli italiani che dicono? Sono divisi tra fiducia nelle promesse simile a quella che hanno i passeggeri di un aereo verso i piloti (“mica vorranno farci schiantare?”) e sfiducia che non trova ancora riferimenti politici nelle opposizioni. Molti si identificano con Salvini che recita benissimo la parte dell’uomo comune che vive la sua vita dalla colazione del mattino fino alla buonanotte dicendo sempre quello che pensa in un tripudio di spontaneismo furbo e accattivante. Pochi si domandano se il politico di vertice messo alla guida di una nazione complessa come l’Italia debba esibire i vizi e le debolezze dell’uomo comune. È la stessa inconsapevolezza che porta gli elettori a decidere questioni cruciali come la Brexit con la leggerezza e superficialità che mettono nella gestione del loro tempo libero.

Gli elettori vanno sempre educati al ragionamento, informati e formati, perché la democrazia che si basa sull’ignoranza e sull’irresponsabilità apre sempre le porte alla sua fine. Ma il ragionamento da solo non basta mai quando si tratta di motivare milioni di persone. Bisogna che siano affascinate da spiegazioni e visioni convincenti. Anche solo l’appello agli interessi individuali non basta. Reddito di cittadinanza e quota 100 hanno innanzitutto parlato agli elettori spiegando loro di essere stati vittime di un’ingiustizia e poi li hanno convinti. È una lezione da imparare per il maggior partito di opposizione, il Pd.

Claudio Lombardi

Il voto conferma il governo M5S Lega

Anche l’ultima tornata elettorale conferma che la maggioranza degli italiani che vanno a votare sceglie Lega e M5S. Il governo appena formato è dunque in sintonia con il Paese che deve guidare. Chi è convinto che questa maggioranza di governo con il suo contratto, con il suo Presidente del Consiglio privo di autonomia e di una propria forza politica, con la netta e crescente prevalenza di Salvini e della Lega sia una iattura per l’Italia bisogna però che un paio di domande se le faccia: e se avessero ragione loro? E se fossero proprio loro l’espressione dello spirito del tempo presente?

Buona parte dei commenti si concentrano sull’ulteriore sconfitta del Pd. Sì certo erano elezioni locali, ma per quale motivo avrebbe dovuto ricevere voti se in questi mesi che ci separano dal 4 marzo ha passato più tempo ad occuparsi delle diatribe interne che a dialogare con l’opinione pubblica? Dopo che il suo segretario si è dileguato sbarrando, però, la strada ad un qualsiasi cambiamento nell’evidente stallo causato dall’incertezza se far affondare il Pd e fondare un altro partito oppure rilanciarlo, poche sono state le occasioni nelle quali ha fatto sentire la sua voce sui temi che toccano le sorti del Paese. E pure quelle poche segnate dall’incertezza e dalla debolezza di un gruppo dirigente diviso in tanti pezzi diversi e, comunque, in attesa delle decisioni di Renzi. E questo da parte di un partito che ha diretto i governi di un’intera legislatura con risultati positivi in tutti i campi. Basti pensare che nemmeno sono riusciti a rivendicare il drastico calo del numero di migranti sbarcati sulle nostre coste rispetto all’anno scorso grazie al successo delle azioni del ministro Minniti e del Presidente Gentiloni. Per non parlare della crescita di occupati e Pil, della soluzione di tante crisi aziendali, di provvedimenti che hanno dato un sollievo economico a milioni di italiani. Sono bastate le dimissioni di Renzi e il Pd è evaporato. Forse queste dimissioni non dovevano proprio essere date, forse un partito con la responsabilità del Pd doveva continuare la sua battaglia con lo stesso gruppo dirigente dopo una seria analisi critica sulle cause della perdita di voti. Agendo come si è agito si è soltanto dimostrato all’opinione pubblica che il Pd non aveva la forza politica per essere un punto di riferimento nemmeno per i suoi elettori. Un partito in preda al personalismo dei suoi dirigenti impegnati in una interminabile guerra di posizione.

Torniamo alla maggioranza di governo. Perché sarebbe espressione dello spirito del tempo? Ma perché nel mondo occidentale sono rinati i nazionalismi e Lega e M5S esprimono quello italiano. L’Europa già oggi è tenuta insieme più dalla paura dei disastri che verrebbero dalla separazione che da un’idea comune. Siamo nella fase nascente di un cambiamento che minaccia di approfondire le differenze tra paesi e di riportarli ad una competizione che parte sempre dal commercio, ma che poi è destinata ad invadere anche altri spazi con sviluppi imprevedibili. Sempre più basata sugli equilibri dei rapporti intergovernativi l’Europa si sta dividendo tra gruppetti di paesi che si riconoscono simili per tendenze politiche e approcci culturali. Il casus belli è l’immigrazione perché è la questione che più rischia di turbare gli equilibri nazionali. Non si tratta solo di quanto costa, ma anche dell’immissione di persone provenienti da culture profondamente diverse da quelle europee. Tensioni e scontri ci sono stati in molti paesi europei nei quali i migranti si sono insediati e hanno dato vita anche alle seconde generazioni. Episodi di terrorismo hanno coinvolto proprio persone nate e cresciute in Europa che si sono ribellate in nome di un’ideologia pseudo religiosa. Bisogna riconoscere che i sogni di un’integrazione rapida guidata dal desiderio di riconoscersi nella stessa nazione sono svaniti.

Se la questione immigrazione è il casus belli le divisioni in Europa hanno una radice economica evidente negli squilibri che le ondate di crisi hanno prodotto tra i vari paesi. È in particolare la moneta unica che ha creato una costante tensione tra sistemi economici, sociali e statali. Chi era abituato ad usare la svalutazione della moneta ha pagato il prezzo non solo dei limiti di bilancio imposti dagli accordi, ma anche della svalutazione interna per mantenersi competitivo. In Italia ciò ha significato assistenza sociale e servizi tagliati, retribuzioni di chi lavora frenate insieme a disoccupazione per la chiusura o la delocalizzazione di aziende. Questi gli effetti più evidenti di fronte ai quali un numero crescente di italiani non ha più accettato le giustificazioni delle forze politiche tradizionali ed ha sostenuto chi invitava chiaramente alla protesta e al cambiamento.

Questo è accaduto e qui ci sono i motivi per la conferma della maggioranza a Lega e M5S. Chi non si è accorto di ciò che stava accadendo e ha comunicato accettazione dei sacrifici, apertura alla competizione economica globale e all’ingresso di tutti i migranti che riuscissero a mettersi in mare per arrivare da noi (le Ong andavano a prendere i migranti davanti alle coste libiche perché un accordo stipulato dal governo italiano lo consentiva), pur avendo lavorato bene al governo, non può sperare adesso di ricevere molti consensi elettorali.

Poiché si tratta innanzitutto del Pd bisogna che questo partito riparta dalla realtà. Un buon metodo è rimettere in piedi una base di militanti ed ascoltarli

Claudio Lombardi

Il canto popolare dell’indipendenza della Catalogna

Un grande canto popolare, un’epica della lotta pacifica e disarmata questa è l’immagine che una parte dei catalani hanno trasmesso all’opinione pubblica mondiale nelle ultime settimane. Un popolo pronto a scendere per le strade contro l’oppressione, per liberarsi dalle catene, per rivendicare la sua libertà e il diritto di costruire un futuro di prosperità. Guardando i volti delle persone nelle strade di Barcellona, in coda per votare o ascoltando le loro dichiarazioni ci si crede veramente che le cose stiano così. Loro sicuramente ci credono. Ma è la verità? O, meglio, è questa la realtà? Obiettivamente no.

Spagna autonomieLa Catalogna è una delle comunità autonome riconosciute e disciplinate nella costituzione spagnola. Basta scorrere gli articoli ad esse dedicati per avere l’idea della grande ampiezza dell’autonomia di cui godono. Nel caso della Catalogna da molti anni anche l’istruzione vi è stata fatta rientrare in misura tale che l’insegnamento della lingua spagnola è relegato al rango di lingua straniera. E con essa anche la cultura spagnola in generale (storia, arte, letteratura). Basterebbe questo per disorientare qualunque osservatore. Non solo non vi è traccia di prevaricazione centralistica, ma vi sono tutte le condizioni per un’autonomia che così ampia nemmeno in uno stato federale sarebbe concepibile.

Ma forse le norme che garantiscono l’autonomia confliggono con una pratica fatta di abusi e vessazioni da parte del governo centrale?  Le immagini dell’intervento della Guardia Civil domenica 1° ottobre per impedire il voto referendario sembrerebbero avvalorare questa ipotesi. Errore. Si tratta di un unicum e non di una prassi. Non vi è traccia negli ultimi cinquant’anni di alcun tipo di repressione diretta verso i catalani, verso la loro cultura, la loro lingua, la loro autonomia. La repressione che viene sempre rievocata, infatti, è quella che risale all’epoca del franchismo definitivamente superata con la rivoluzione pacifica che ha portato alla rifondazione dello Stato e alla Carta costituzionale del 1978.

soldi CatalognaE allora cosa resta? Anche in questo caso un osservatore obiettivo deve dire che restano gli otto miliardi di sbilancio tra ciò che la Catalogna versa allo Stato centrale e ciò che riceve. Non si intravede nel tripudio di retorica indipendentista che riempie di immagini e parole la comunicazione pubblica alcun altra motivazione reale che sostenga la ribellione in atto. Otto miliardi bastano per mettere in piedi un pasticcio a rischio di guerra civile? Sembra proprio di no, anche perché il do ut des all’interno di uno stato parte di una unione di stati non è così semplice come potrebbe sembrare. Con una mano si da e con molte altre si prende, magari senza nemmeno rendersene conto. Basti pensare ai fondi europei.

E allora si è trattato forse di un’allucinazione collettiva? Non proprio. Chi si interessa di psicologia delle masse avrà molto materiale da studiare nel caso catalano. Le modalità con le quali il governo e il parlamento della Catalogna hanno preparato il referendum sull’indipendenza la dicono lunga sull’approccio nazionalistico ed ostile dell’indipendentismo catalano. Un referendum in cui non era previsto quorum e nel quale bastava anche solo un voto più della metà di quelli espressi per mettere in moto il meccanismo della legge già votata in precedenza che vincolava il parlamento a sancire immediatamente la separazione dalla Spagna. Si tratta di modalità incredibili per affrontare la questione della rottura dell’unità nazionale in un grande Stato che fa parte dell’Unione Europea. Superficialità, approssimazione e un’enorme prepotenza e arroganza fatta apposta per tentare di dare una spallata allo stato spagnolo e per mettere a tacere ogni opposizione interna. rabbia catalaniAlcuni giornalisti più attenti sono andati a scavare nel nazionalismo catalano e vi hanno trovato gli stessi elementi: grande radicamento sociale e grande determinazione nel costruire la narrazione della Catalogna come nazione separata dalla Spagna, ma scarse motivazioni reali a sostegno di questa tesi. Piuttosto la ripetizione martellante di un concetto semplice: fuori dalla Spagna la Catalogna avrebbe un futuro radioso.

Purtroppo per i nazionalisti è l’esatto opposto di ciò che si intravede nella situazione attuale. Già alcune grandi banche ed imprese private hanno annunciato di essere pronte a trasferirsi altrove e, soprattutto, si sta chiarendo che non ci sarà posto in Europa nell’immediato futuro per uno stato catalano separato dalla Spagna. E senza Europa cosa pensano di fare, dove pensano di andare gli strateghi dell’indipendenza? Ci hanno pensato?

Ma, soprattutto, ci hanno pensato i catalani? Pronti a lanciarsi nelle strade, ad urlare slogan pieni di passione e di retorica, hanno capito cosa significa oggi uscire da uno stato (fra i più importanti dell’Unione Europea)? Ma prima ancora, hanno pensato alle conseguenze della rottura di un patto che tiene insieme diverse culture e tradizioni nella nazione spagnola? Pensano che questa sia una mera imposizione o si rendono conto che si tratta di una costruzione che si è realizzata in secoli di storia attraverso vicende dolorose e sanguinose? Credono forse che gli stati nazionali siano fatti di mattoncini Lego che basta smontarli per ricomporli in altro modo? Va bene il disagio (se uno vuole un disagio lo trova sempre), ma, insomma, scaricare tutto sulla Spagna è proprio una scemenza. Una sana lotta politica fa bene; l’esasperazione no.

manifestazione BarcellonaA che serve la partecipazione se si trasforma in eccitazione delle masse e non in consapevolezza dello stato reale delle cose? Tutti i regimi del passato, inclusi i peggiori, hanno fatto appello alla mobilitazione delle masse che sono state il necessario supporto per le follie delle classi dirigenti. Il fatto che di masse e di popolo siano piene le strade non significa per niente che una causa è giusta. Significa solo che è stata resa affascinante e convincente.

Bisognerà riflettere molto sulle vicende della Catalogna perché sono illuminanti sui pericoli e sugli enormi limiti dell’indipendentismo che nasce all’interno degli stati democratici. Il meccanismo è già sperimentato: di fronte al disagio si individua un nemico esterno sul quale si getta la responsabilità e si indica come soluzione la separazione e l’isolamento basata sul culto della propria comunità. Come se le comunità autonome in questo mondo globalizzato fossero chissà quale rifugio sicuro. E invece sono un vicolo cieco che non serve a dare risposte positive al disagio, ma che è tanto consolante per chi vuole illudere di averle trovate

Claudio Lombardi

Brexit, nazionalismo ed Europa federale

Perché è così scarso il nostro interesse per la Brexit? Forse perché oggi anche la nostra adesione al progetto di unificazione europea, peraltro abbastanza confuso e contradditorio, non è più così convinta e si è attenuata fino al limite dell’impalpabilità?

Eppure il rigetto di quel progetto, o un possibile ritorno all’indietro, procurerebbero probabilmente ai popoli europei catastrofi ora inimmaginabili: sul piano economico, ma soprattutto sul piano politico, sociale, culturale. E i conflitti emergenti sarebbero di difficile composizione dentro i recinti della politica.

referendum Regno UnitoIn primo luogo l’antefatto: il referendum è stato voluto dall’ex Presidente del governo conservatore Cameron, che pensava di respingere in questo modo le spinte isolazioniste, protezioniste, populiste e xenofobe che emergevano da una società impaurita dagli effetti dei processi di globalizzazione, investendo una parte cospicua della classe dirigente e del mondo politico. E’ sempre così quando le trasformazioni delle società avvengono in modo tanto rapido come nelle realtà attuali. Si determinano dei vortici di paura che fanno perdere di vista le opportunità positive che si creano, e l’opportunismo demagogico di molti rappresentanti politici costruisce su di loro il proprio consenso a scapito dell’interesse generale. Se si guarda alla storia recente d’Europa senza alcun paraocchi si può constatare che anche il fascismo ed il nazismo hanno avuto una genesi simile. Quanto agli esiti li conosciamo bene, o dovremmo conoscerli se avessimo un po’ di memoria storica.

Ciò che è avvenuto con Brexit dev’essere un insegnamento anche per noi: assecondare i populismi come ha fatto Cameron può avere effetti devastanti. Infatti Cameron ha dato le dimissioni ed è stato sostituito da Theresa May, più a destra di lui e fortemente determinata ad avviare le procedure per il distacco dall’Europa.

brexitA questo punto vorrei ricordare qualche dato relativo al referendum britannico. La maggioranza del 52% si è pronunciata a favore dell’uscita dall’Europa, ma a Londra hanno prevalso coloro che vorrebbero rimanere. E in Scozia il 62% dei votanti ha espresso la volontà di non uscire. Anche nell’Irlanda del Nord il 56% ha manifestato la stessa volontà. Tutte le ricerche che sono state fatte sulla composizione del voto ci dicono che i giovani fino ai 30 anni si sono espressi a maggioranza contro Brexit. Quindi Londra, la Scozia, l’Irlanda del nord, oltre ai giovani fino ai trent’anni sono stati contro Brexit, mentre a favore è stata l’Inghilterra delle campagne e delle piccole città, cioè la popolazione più impaurita dai processi di globalizzazione e più impreparata a coglierne le opportunità positive.

Un breve inciso sulle motivazioni del referendum. Il rapporto tra la Gran Bretagna e l’Europa continentale, nel corso della Storia, è sempre stato ondivago e, a seconda dei momenti, hanno prevalso gli atteggiamenti isolazionisti, o quelli collaborativi, senza mai annullarsi vicendevolmente. L’attuale momento storico è caratterizzato da un rapido processo di globalizzazione ed è su questo punto fondamentale che si misura il rapporto tra Gran Bretagna ed Europa continentale. Ma parlare solo di globalizzazione in riferimento a Brexit rischia di essere troppo generico, confondendo idee e termini delle questioni. Ciò che impaurisce l’Inghilterra profonda non è la globalizzazione finanziaria, operante da tempo, e nemmeno la globalizzazione delle merci, regolata da una miriade di accordi intercontinentali: è invece la globalizzazione delle persone nell’epoca delle grandi migrazioni. Ed è veramente ridicolo che siano proprio gli inglesi, in prima fila per secoli nel sostenere il colonialismo più feroce, che ha spogliato interi continenti delle loro ricchezze umane e materiali, ad opporsi oggi, in modo così radicale, ai processi migratori.

autonomia ScoziaProprio a causa di quel pronunciamento referendario molto articolato, che ho sommariamente descritto, oggi la Scozia, tramite i suoi rappresentanti istituzionali, e la stessa Irlanda del Nord, sono intenzionate a promuovere dei referendum per rimanere all’interno del processo di costruzione europea, uscendo dal Regno Unito. E li vorrebbero indire prima del termine previsto dall’articolo 50 del trattato di Lisbona, per non essere costretti in pratica ad uscire dall’Europa insieme alla Gran Bretagna. Ma non ci sono precedenti, non c’è casistica nel recente passato, e non ci sono codicilli negli innumerevoli trattati che hanno accompagnato fino ad ora il processo di unificazione Europea ai quali appellarsi.

Alcuni ‘sepolcri imbiancati’ del continente (spagnoli per lo più, ma non solo) si sono già pronunciati e, per paura di innescare processi autonomistici, dai quali si sentirebbero danneggiati, si mettono al fianco di Theresa May, la quale si oppone sia al referendum scozzese, sia a quello irlandese, adducendo l’argomentazione che la Gran Bretagna è uno Stato sovrano che si è già pronunciato, sia a livello popolare, sia a livello istituzionale, ed ora si tratta solo di perfezionare Brexit con le autorità europee. I nazionalisti europei, cioè coloro che non hanno mai pensato ad un’Europa federale, ma l’hanno sempre combattuta in nome di un confederalismo ormai obsoleto, responsabile dello stallo attuale, ed hanno favorito la nascita dell’Euro senza una sovranità politica europea che fosse in grado di modificarne via via gli evidenti squilibri che provocava, ora sostengono che se la Scozia vuole rimanere in Europa deve costituirsi in Stato sovrano e chiedere l’adesione all’U.E., mettendosi in fila con tutti gli altri. Fino a quando? Fino alle kalende greche ovviamente. Questa proposta non è percorribile e i ‘sepolcri imbiancati’ lo sanno bene. Per l’Irlanda del nord il discorso è diverso, visto che chiederebbe di far parte dell’Irlanda, che fa già parte in quanto nazione del consesso europeo, però, però … è già pronta l’obiezione che l’Irlanda unificata sarebbe uno Stato diverso dall’Irlanda attuale … ecc. ecc. Questa gente ha semplicemente paura di aprire la strada ai desideri di autonomia che allignano, in modo più o meno intenso, in ogni Stato nazionale europeo.

nazionalismiInsomma, i responsabili dello stallo europeo, che hanno sempre anteposto gli interessi nazionali a quelli continentali, che hanno portato il continente sull’orlo della dissoluzione, poiché hanno bloccato lo sviluppo della costruzione europea, dopo ben due guerre mondiali che hanno avuto come epicentro l’Europa, ci vincolano all’Euro e sono contro qualsiasi evoluzione in senso federalista. Essi sono oggi gli alleati più fedeli dei populisti di destra, nazionalisti e xenofobi, che stanno emergendo qui e là, che si stanno organizzando anche in Italia (Salvini e l’estrema destra, certamente, ma che dire di Grillo e dei 5 stelle, alleati in Europa di Farage?), e che nella primavera inoltrata si misureranno pericolosamente nelle elezioni francesi. E tutti insieme sono di fatto alleati con Theresa May che, per quanto la riguarda, l’idea europea l’ha già distrutta in nome della ‘piccola’ Bretagna.

Cosa significa tutto ciò per noi?

Che Brexit è dannosa non solo per quei 600.000 italiani che studiano o lavorano in Gran Bretagna e che potrebbero trovarsi in una condizione di patente inferiorità, magari costretti a rimpatriare modificando i loro progetti di vita.

E’ dannosa per l’insieme del processo di costruzione di un’Europa federale, l’unica realtà in grado di rompere le prigioni nazionalistiche che sono costate, nel secolo scorso, milioni di morti e la scomparsa in tutto l’Occidente dell’idea stessa di progresso.

Per quanto ci riguarda, volgere la testa dall’altra parte e non affrontare i problemi che ‘qui ed ora’ si pongono illudendosi che la buriana passerà da sola, significa ritornare a quei tempi là, al pericolo di confronti armati dagli esiti sempre catastrofici (la Jugoslavia, per non scomodare sempre le guerre mondiali, non è poi così lontana, sia nello spazio, sia nel tempo).

europa unitaE non volgere la testa dall’altra parte significa oggi mettere in evidenza la contraddizione insanabile tra l’idea e la pratica dell’Europa federale e le prigioni nazionalistiche, nelle loro diverse gradazioni.  Non è nazionalista solo lo xenofobo che alimenta la paura del diverso invece di cercare nuove forme di convivenza che possono arricchire tutti economicamente, culturalmente e umanamente, e pretende di fermare, col suo ditino, o con qualche cazzuolata di cemento, le maree degli uomini e delle donne che si spostano nel mondo. E’ nazionalista anche chi non accetta cessioni di sovranità politica ad un’Europa federale, con istituzioni politiche funzionanti, mantenendo in capo alla ‘nazione’ il diritto di decidere sul niente, dato che ormai la globalizzazione è uscita dai confini nazionali. Il nazionalista al quale mi riferisco è contrario non solo all’idea di federazione europea, ma a qualsiasi idea di autonomia territoriale all’interno del proprio Stato Nazione, per paura di una dispersione dei poteri. E’ contrario anche a qualsiasi riforma istituzionale all’interno degli Stati nazionali che renda più efficiente lo Stato e risponda all’evidente necessità di risolvere la crisi della democrazia rappresentativa associando i cittadini ai processi decisionali.

Ecco perché per andare veramente avanti in Europa è necessario decidere come si sta dentro i processi di globalizzazione (economica, politica, sociale, culturale) facendo maturare una nuova ‘visione’ del processo di unificazione europea e, nello stesso tempo, di ricostruzione dei processi democratici su base territoriale, a costo di rivedere tutto quanto è stato fatto finora.

E Brexit, a causa di ciò che comunque modificherà nel nostro modo di essere, ce ne offre l’occasione.

Non so se, come dice Emanuele Severino su ‘Repubblica’ del 19 marzo, “l’Europa è nata vecchia ed il suo destino è segnato dal destino dell’Occidente”.  So invece che, fra qualche giorno, non dovremo limitarci a celebrare i sessant’anni dei ‘Trattati Roma’, ma dovremo cercare concretamente di recuperare, nelle condizioni di oggi, le idee di quei visionari che sessant’anni fa innescarono il processo di costruzione di un’Europa federale, per metterla al riparo dall’autodistruzione, dopo due terribili guerre fratricide

Lanfranco Scalvenzi

L’ idea di Europa nella nebbia

Ora che le acque si sono un po’ calmate (fino a domenica) possiamo chiederci: cosa abbiamo capito e cosa ci sta insegnando la “tragedia” greca? Forse l’unico merito del referendum indetto da Tsipras è stato di riportare l’attenzione di un’opinione pubblica un po’ stanca e un po’ distratta sull’eccezionalità della situazione europea rimasta appesa ad una moneta unica, ma priva di istituzioni in grado di governare la zona euro. Lo sapevamo anche prima, ma stavolta la paura di uno sbandamento c’è stata sul serio.

referendum grecoFra i demeriti del referendum metterei l’appello al popolo formalmente a votare su un quesito inesistente, ma sostanzialmente a schierarsi contro gli altri stati dell’eurozona. Far leva sull’orgoglio nazionale è stata una mossa, forse dettata dalla disperazione, ma che, se fosse imitata da altri leader in altre nazioni, innescherebbe una spirale di nazionalismi difficilmente controllabile nella quale ogni popolo individuerebbe in altri popoli la causa dei suoi problemi. Come giustamente è stato sottolineato in questi giorni ogni popolo ha la sua sovranità e pensare di piegare quella degli altri con la propria è un disastro innanzitutto concettuale e culturale.

Speriamo che la cosa finisca con un accordo nel quale Tsipras, forte della sua nuova autorevolezza sul piano interno, trovi la strada di un compromesso.

Referendum e rischio Grexit sono serviti per una drammatizzazione che, forse, può risvegliare le coscienze sullo stato dell’Europa. Da anni ci siamo abituati a veder scivolare l’idea di Europa nella consuetudine di incontri, convegni, vertici, decisioni, regole gestite da un esercito di burocrati, consulenti, politici nella più assoluta opacità degli obiettivi strategici e nell’assenza di un progetto chiaro. Dire “Europa” è diventato un po’ come dire “Buon Natale” qualcosa di scontato e di banale che si deve dire a prescindere dal suo significato.

GrexitI primi che hanno smarrito il senso e le finalità dell’ idea di Europa sono i partiti e le correnti politico culturali che sono stati i protagonisti della sua affermazione. La retorica alla quale ci hanno abituati ha fatto velo ad una prassi frammentata in migliaia di regole e con l’unico faro dei parametri di finanza pubblica. Non che non sia stato fatto nulla di buono, anzi, ma lo si è fatto con l’incapacità di comunicare e di coinvolgere i cittadini dei paesi europei che in piccola parte hanno avvertito di far parte di una dimensione sovranazionale.

Se togliamo i giovani che hanno fatto i programmi Erasmus e chi ha sperimentato la facilità e il piacere di viaggiare in tanti paesi senza passaporto e con la stessa moneta in tasca quanti dei circa 500 milioni di abitanti hanno potuto apprezzare il fatto di trovarsi nell’Unione Europea?

globalizzazioneLa crisi e la globalizzazione hanno agito da catalizzatore. I vecchi equilibri sono saltati, le compatibilità di prima non sono state più possibili, l’ideologia delle disuguaglianze ha favorito la concentrazione di ricchezze e di poteri nei vertici che controllano i gangli vitali (economici, amministrativi, culturali,) delle nostre società e la politica è diventata un mondo a parte fatto di caste e di interessi personali. Logica conseguenza è stata la sfiducia nella democrazia e la ricerca di una vecchia-nuova identità nazionale all’inseguimento della perduta autonomia trasformata in mito. Chi più chi meno tutti i paesi europei hanno dovuto fare i conti con questi cambiamenti. E come ha risposto l’Europa? Con il tentativo di dar vita ad una costituzione europea naufragata nelle urne francesi e dei Paesi Bassi. E con l’euro che di quel disegno faceva parte e che è rimasto appeso ad un processo incompiuto e del quale non si è più ripreso il filo.

Oggi abbiamo due entità che si intrecciano e delle quali non è ben chiara la missione: l’Unione e l’eurozona. La prima ha organismi di governo e di rappresentanza (Parlamento, Commissione, Consiglio) già sperimentati, dotati di poteri e autorevolezza benché espressione essi stessi di un’approssimazione rimasta a metà. Ma i paesi euro che hanno? Chi gestisce le politiche che dovrebbero accompagnare una moneta unica?

futuro EuropaQui c’è il grande punto interrogativo che fa dell’Europa e dell’euro in particolare un gigantesco caso di “vorrei, ma non posso”. Inevitabile che in situazioni di crisi ci sia chi si erge a rivendicare l’autonomia e la dignità dei popoli che vedono la propria sovranità limitata da un vincolo monetario. Facile vedere il vincolo se nessuno riesce a comunicare i vantaggi che l’appartenenza all’Unione e all’euro comporta. Basti pensare all’effetto calmieratore che l’area euro ha avuto sui tassi di interesse pagati sui debiti pubblici. Dove sono finiti tutti quei soldi risparmiati? Se poi non sono seguite le politiche di sviluppo è colpa degli egoismi nazionali perché è facile evocarle e invocarle, difficile è accettarle poiché legano le mani a chi le vorrebbe libere.

Bisogna fare uno sforzo per uscire fuori dalle retoriche e dalle narrazioni contrapposte e tornare a parlare il linguaggio della concretezza. Ci conviene l’Europa? Ci conviene l’euro? Se sì cosa dobbiamo fare per essere una comunità di stati che tendono a federarsi? Oppure pensiamo di andare nella globalizzazione ognuno col suo staterello?

Non scherziamo col fuoco, torniamo a mettere i piedi per terra e facciamo appello al popolo non per difendere astratte dignità, ma per costruire la nuova dimensione europea. Ecco un bel compito a casa per i governi europei.

Claudio Lombardi

L’Europa che vorremmo (di Angelo Ariemma)

europa unitaAncora riflessioni sull’Europa. Lo spunto viene da due libri, che da punti di vista diversi, arrivano alla stessa conclusione: occorre dare vita a una Federazione europea. Il monito, già lanciato da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel 1941 con Il Manifesto di Ventotene, diventa oggi ancora più attuale.

L’UE si è costruita secondo la strategia, promossa da Jean Monnet, dei piccoli passi, che ha mietuto successi, ma anche molte crisi, ogni qual volta i revanscismi nazionalisti si sono frapposti alla costruzione di una unità politica dell’Europa. Ricordiamo solo l’opposizione di De Gaulle alla Comunità di Difesa, o il naufragio della proposta di Costituzione promossa da Spinelli nel 1984, approvata dal Parlamento europeo, ma respinta dai Governi nazionali, in favore del misero “Atto unico” del 1987.

globalizzazioneOra la crisi economica ripropone la questione. Di fronte alla globalizzazione gli Stati nazionali sono impreparati ad affrontare una economia che non guarda più alle frontiere. La grande intuizione del Manifesto di Ventotene fu proprio quella di dichiarare la fine della funzione storica degli Stati-nazione. Adesso i nodi vengono al pettine. Dopo la diarchia franco-tedesca, ora assistiamo a un confronto-scontro tra una Merkel disposta a cedere un po’ di sovranità pur di mantenere salda la barra del rigore economico e un Hollande che propende maggiormente alla solidarietà, ma non vuole cedere nulla della propria sovranità nazionale. Mentre gli altri stati si vedono imporre norme e regole dettate altrove. Per dare nuovo slancio all’Europa, al suo modello socio-politico, la sola strada percorribile è quella della Federazione, che si dia istituzioni democraticamente elette e controllabili a livello europeo.

Vediamo ora come questi due libri affrontano il tema.

lavoratori GermaniaBeck (U. Beck, Europa tedesca, Roma-Bari, Laterza, 2013) punta il dito sullo scarto che si è creato tra le istituzioni europee, ferme a un chiuso rigore economico, e la vita degli individui che tale rigore subiscono, come ingiusta mannaia che cade dall’alto. Scarto che favorisce la Germania e il suo senso di corretta prassi economica. Scarto che rischia di far deflagrare l’euro e l’UE stessa. In fondo, l’analisi di Beck parte dalla stessa consapevolezza che ha mosso Spinelli: lì fu la guerra, qui è la crisi economica: “il ramo finanziario globale non può più essere regolato a livello nazionale” (p.31); devono quindi cambiare le categorie del politico: “Si tratta di eventi letteralmente mondiali, che permettono di constatare l’interconnessione sempre più stretta degli spazi d’azione e di vita e che non possono più essere colti con gli strumenti e le categorie di pensiero e azione dello Stato nazionale” (p.22).

frontiereLaddove lo Stato, di fronte alla crisi, si chiude in sè, nella vecchia logica di amico-nemico, ora, nella dinamica del rischio, occorre invece aprirsi all’altro, comprenderne le ragioni, e darsi reciproca solidarietà. Invece la forza economica di una Germania che vuole imporre la sua ricetta agli altri, rischia di far naufragare l’intero progetto europeo, trascinando nel baratro la stessa economia tedesca, che da sola non potrebbe reggere la globalizzazione. Ecco quindi lo scatto che si impone agli uomini europei: non solo elaborare una nuova struttura istituzionale; non solo vivere i tanti vantaggi dell’UE (viaggiare, studiare, lavorare, in Europa) come acquisiti e superflui, ma rendersi conto che sono la nostra vita, che non si può tornare indietro, ai nazionalismi e ai facili populismi, e solamente con più Europa si avrà più libertà, più sicurezza sociale, più democrazia; “abbiamo allora bisogno di una campagna di alfabetizzazione cosmopolitica per l’Europa” (p.76-77), di un nuovo contratto sociale, che dal basso faccia nascere la Federazione europea, dotata di un potere democraticamente eletto, e di un proprio bilancio, che le istituzioni europee possano gestire per il bene comune.

stati uniti d'europaNell’altro libro (E. Fazi-G. Pittella, Breve storia del futuro degli Stati Uniti d’Europa, Roma, Fazi, 2013), lo stesso titolo impone una riflessione sulla costruzione di una vera Federazione europea. Gli autori ritengono che la crisi parta dalla messa in mora degli accordi di Bretton Woods da parte dell’amministrazione Nixon negli anni ’70, quando fu abolita la parità aurea del dollaro. Il venir meno di quell’accordo ha privato gli Stati del controllo sulla finanza, che via via, attraverso l’apertura dei mercati e la globalizzazione, si è mostrata libera da ogni vincolo, fino all’attuale deflagrazione, che rende la speculazione finanziaria padrona dei destini delle nazioni e dei cittadini.

L’euro ha rappresentato il tentativo di porre rimedio alla caduta di Bretton Woods, a cui necessariamente avrebbe dovuto far seguito una graduale maggior integrazione economica e politica dell’UE. Purtroppo la miopia dei governanti succedutisi ai di Maastricht, e il mito dell’ideologia liberista, a cui tali governanti si sono piegati, ha ostacolato il percorso sulla strada dell’integrazione europea.

crisi EuropaLa crisi economica, causata appunto dall’esplodere di una bolla speculativa, ha rimesso all’ordine del giorno la questione di tale integrazione, che superi le reciproche diffidenze fra gli Stati, i quali, presi singolarmente, non avrebbero possibilità di scampo di fronte alla globalizzazione incontrollata.

Gli autori non sono avari di suggerimenti e propongono l’istituzione di Eurobond, di una fiscalità europea, dell’unione bancaria, di un bilancio autonomo dell’UE; a cui deve far seguito una democratizzazione del livello decisionale, con un Parlamento europeo che sia responsabile delle decisioni europee e controlli una Commissione eletta dal popolo europeo. Hic Rodus, hic salta: il tempo è ora; tra meno di un anno si voterà per il Parlamento europeo, e questo Parlamento dovrà avere una funzione costituente della Federazione europea, magari ristretta a quegli Stati che vorranno starci, lasciando per ora fuori chi, come la Gran Bretagna, vuol restarsene isolato. Solamente un’Europa unita e forte potrà tentare di imporre un nuovo accordo internazionale, tipo Bretton Woods, che faccia da argine alla speculazione finanziaria: “La battaglia tra mercati e democrazia sarà quindi decisiva per il futuro degli Stati Uniti d’Europa. Solo sottraendosi al ricatto dei mercati finanziari, si potrà creare un’Europa indipendente. Anzi sarà proprio attraverso questo confronto che prenderà forma quello spazio politico transnazionale europeo auspicato da tutti gli europeisti. Per sconfiggere i mercati finanziari c’è bisogno di una democrazia forte che possa appoggiarsi sull’unica istituzione direttamente legittimata dai cittadini europei, il Parlamento europeo. Le prossime elezioni del 2014 saranno decisive perché consentiranno al Parlamento europeo di assumere di fatto un ruolo costituente” (p.184-185).

futuro EuropaPurtroppo non possiamo non constatare come oggi non solo la globalizzazione ha ristretto gli spazi, ma anche i tempi sono notevolmente accorciati. Così, sia le elezioni italiane, sia quelle tedesche, hanno mostrato il loro volto antieuropeista, mentre tutta la discussione politico-mediatica torna a occuparsi delle tematiche nazionali e a parlare di Europa solo in termini negativi, abbagliando l’opinione pubblica nel suo vacuo e deleterio localismo, che non fa che dare sempre più peso a una speculazione finanziaria sempre più incontrollata.

Ma “l’Europa non cade dal cielo”, come diceva Altiero Spinelli; a allora siamo qui, nel nostro piccolo, nani sulle spalle di un gigante, a portare avanti la sua battaglia, quella battaglia per la quale ha voluto spendere l’intera sua esistenza.

Angelo Ariemma tratto da www.lib21.org