Un’occasione decisiva per la riforma della politica (di Giuseppe Cotturri)

riforma della politicaNella revisione costituzionale del Titolo V nel 2001 fu inserito, all’art.118 comma 4, il principio di sussidiarietà orizzontale; fu riconosciuto cioè che i comuni cittadini hanno capacità di realizzare autonomamente interessi generali, e in tal caso le istituzioni pubbliche, dallo Stato ai governi territoriali, hanno l’obbligo di accogliere e accompagnare (favorire) le attività civiche.

Il resto della revisione era confuso e contraddittorio, i ricorsi incrociati tra Regioni e Stato hanno bloccato quella normativa. Ma l’enunciato sulla sussidiarietà cittadini-istituzioni, che riprendeva una proposta avanzata anni prima da soggetti della società civile, ha avuto invece molteplici applicazioni. Alcune su ispirazioni di cittadini dal basso (azioni per la tutela dei diritti, di sostegno dei soggetti deboli, di cura di beni comuni). Altre applicazioni furono dettate da una lettura distorta e interessata delle istituzioni territoriali: Regioni e Comuni, a fronte del deficit di bilancio e della riduzione crescente delle risorse per la spesa sociale , hanno inteso il principio di sussidiarietà come autorizzazione per gli enti di governo di dismettere la erogazione di servizi pubblici per la soddisfazione di diritti sociali, che la Costituzione vuole garantiti.

La “esternalizzazione” dei servizi pubblici ha piegato la sussidiarietà a funzione strumentale (e sostitutiva) da parte di “generosi” cittadini (motivati da fini solidali, non profit), cui si sarebbe potuto destinare contributi – e perfino contratti col pubblico – a costi evidentemente minori di quel che avrebbe richiesto il mantenimento di un sistema di apparati pubblici di servizio.

sussidiarietà art 118Non era questo nel disegno dell’art.118, la strumentalizzazione dell’iniziativa civica colpiva l’elemento fondamentale delle attività rilevanti a questo fine: l’autonomia dei cittadini. Scomparso questo elemento, viene meno anche la ragione di quel riconoscimento di “potere sussidiario”: il nuovo principio infatti si configura come introduzione di un contrappeso, dal lato dei cittadini, alla “deriva” del sistema politico rappresentativo che non sembra perseguire più interessi generali, ma risulta occupato da interessi particolari e affidato stabilmente alle mani di cordate e cricche di affari .

Tutto questo però, dopo anni di crisi e riduzione dei poteri pubblici, ha portato a una vanificazione della ipotesi di ripresa dell’indirizzo politico democratico a seguito del peso crescente dei cittadini nella produzione di politiche sociali e ambientali e nell’interazione di essi con i governi locali e nazionale. L’azzeramento dei fondi sociali nazionali e la mancanza di risorse locali destinabili al sostegno del Terzo Settore hanno privato di prospettive e interesse anche la battaglia di retroguardia per salvaguardare ipotesi di sussidiarietà strumentale.

cittadini attiviCome ripartire? Come riaprire la questione del ruolo progressivo dei cittadini nell’indicare in concreto interessi generali e modi di intervento utili alla comunità, tanto più nella situazione drammatica in cui si dibatte il paese? L’occasione sembra data dalla possibilità di emendare, su specifica proposta del Movimento Cittadinanzattiva (ripresa da moltissimi parlamentari di varie forze politiche), il cosiddetto decreto “SbloccaItalia”. Nella formulazione originaria del governo il ruolo dei cittadini era richiamato per compiti marginali e occasionali (pulizia, manutenzione e abbellimento di strade, piazze ecc.). L’emendamento rimette al centro il principio costituzionale e ribadisce il riferimento a interessi generali e all’autonomia con cui cittadini singoli e associati possono dare concretezza alla indicazione costituzionale.

La pronta adesione di tanti parlamentari rende manifesto che la battaglia per l’inserimento dell’emendamento sarà anche una battaglia per la ripresa di quella prospettiva di “riforma della politica” che la Costituzione richiede e sorregge. Per chi crede che la fuoriuscita dalla crisi non sia solo questione di economia questo terreno è decisivo. E certamente più importante di tante delle questioni oggi poste alla discussione sotto il titolo di riforme.

Giuseppe Cotturri tratto da www.cittadinanzattiva.it

Gli angeli del fango anche fuori dal fango

Ogni volta che c’è un’inondazione, un terremoto, uno dei tanti drammi provocati dall’incuria degli uomini e dall’anarchia degli interessi particolari ci accorgiamo che esistono i volontari cioè tante persone che diventano immediatamente operative per dare il loro aiuto. A Genova fin dalle prime ore del disastro i volontari, specialmente ragazzi e ragazze, si sono messi al lavoro trovando da soli gli strumenti e inventando l’organizzazione che serviva per svuotare le cantine, i negozi, gli appartamenti e per rendere di nuovo vivibile il pezzo della città invaso dal fango.

Si è messa in moto, prima di qualunque organismo pubblico, la catena della solidarietà e sono spuntate pale, guanti, bottiglie d’acqua e tutto quanto poteva servire i quei momenti di emergenza.

Questa capacità delle persone comuni di intervenire e di fare le cose che servono spontaneamente ci dice che c’è un mondo semi nascosto, ma che è indispensabile: quello della cittadinanza attiva. Come la trama delle radici che tengono insieme il terreno impedendogli di disfarsi così queste persone danno un senso alle parole “società” e “collettività”.

Bisognerebbe che gli “angeli del fango” si rivelassero anche quando il fango non c’è e fossero coinvolti nelle decisioni che riguardano il governo della comunità e che si chiedesse il loro aiuto per trovare le soluzioni migliori ai problemi che le istituzioni e le amministrazioni pubbliche devono affrontare.

Insomma gli “angeli del fango” devono diventare parte integrante della nuova politica che serve all’Italia per salvarsi dal disastro della cattiva politica che ha prevalso per tanto tempo.

Dobbiamo augurarci che ogni abitante del territorio, italiano e non italiano, si senta un po’ anche lui un “angelo del fango” cioè che si senta responsabile di ciò che accade. E poiché ciò deve far parte di una vera e propria rivoluzione civile bisogna gestire una riforma del sistema politico democratico che accolga queste persone e le faccia sentire padroni di casa della Repubblica.

Non sarebbe male che l’esempio partisse da partiti e movimenti che si richiamano alla partecipazione. Iniziassero loro, al loro interno a costruire la cultura della coscienza civica e della responsabilizzazione. Un buon esempio da chi gode dell’attenzione dei media e dell’opinione pubblica vale più di tanti proclami

Il M5S e la sua utilità

Tante polemiche intorno al M5S che parte favorito nelle elezioni di oggi. Che il M5S possa fare un gran bene alla politica italiana è certo. Il pungolo dei 5 stelle è arrivato insieme ad una pioggia di scandali che hanno colpito la classe dirigente fallimentare che ha diretto l’Italia negli ultimi decenni. Nessun partito escluso, la connivenza intorno ad un sistema di potere degenerato è stata pressocché totale e si è estesa a categorie sociali, professionali e imprenditoriali che hanno prosperato a spese dei bilanci pubblici e grazie ad un sistema corporativo che ha bloccato la concorrenza.

Grillo nasce dall’incapacità dei partiti tradizionali di porre fine alla degenerazione e vuole rappresentare la rabbia di chi si è visto tradito dalla classe dirigente e di chi si è visto togliere quei margini di sopravvivenza che un sistema di welfare e fiscale ingiusto pur garantiva a molti italiani.

Il problema è che dalla rappresentazione della rabbia bisogna passare alla costruzione di un’alternativa che non può essere prendere il 100% dei voti. Chiaramente Grillo ha scelto di non fare nulla insieme ad altre forze politiche per poter continuare ad apparire l’unico “giusto” in mezzo a tanti disonesti. E per sottrarsi a qualunque prova di governo che, nelle realtà locali prese in mano dai 5 stelle, si è rivelata molto più difficile di quanto gli slogan gridati dal palco dei suoi comizi facessero immaginare.

Nonostante ciò sarebbe lo stesso utile che il M5S utilizzasse il grande consenso che ha per farci qualcosa senza aspettare che il disastro totale del Paese gli porti in regalo il 90 o 100 per cento dei voti.

Così in queste elezioni europee in mezzo al solito diluvio di battute, insulti, slogan ha fatto capolino qualche proposta per l’Europa che tanto costruttiva non è, anzi lascia proprio il tempo che trova perché chiedere gli eurobond cioè una sorta di condivisione dei debiti pubblici accompagnandolo alla minaccia di stracciare il fiscal compact (che è comunque ottuso e va cambiato) e di non pagare il 30% del debito italiano in mano a banche europee è senza senso, è un cumulo di battute propagandistiche inutili.

Nessuno ce l’ha con il M5S, ma anzi in tanti riconoscono che potrebbe fare molto di più se si decidesse ad essere un movimento vero e non la longa manus di disegni oscuri e a tratti farneticanti che provengono dalla coppia Grillo-Casaleggio. Si spera che i militanti prendano loro in mano la situazione prima o poi perché la novità del M5S sta stretta nella camicia di forza del proprietario del marchio che in ogni momento può cacciare i dissidenti e reprimere ogni opposizione interna

Pari dignità alla politica dal basso (di Giulio Marcon)

coinvolgimento cittadini 2Si può fare politica in tanti modi, con strumenti e modalità diverse. Con i partiti di massa, che soprattutto a partire dal secondo dopoguerra hanno garantito un forte tessuto democratico e civile. Ma anche con la politica dal basso, la politica diffusa, quella praticata dalle centinaia di migliaia di cittadini che ogni giorno sono impegnati nelle associazioni, nei comitati, nelle campagne di mobilitazione, nei movimenti che chiedono il rispetto e la promozione dei diritti fondamentali, la difesa del territorio, la cura dei beni comuni.

Finora i partiti hanno goduto di un primato assoluto, legato alla storia delle istituzioni e della società italiana degli ultimi 60 anni ma anche a un articolo specifico della Costituzione repubblicana: l’articolo 49, il quale stabilisce che i cittadini possono “associarsi liberamente nei partiti per concorrere a determinare la politica nazionale”.

pluralismo in politicaSi parla di partiti nell’articolo 49, non di associazioni, comitati, movimenti. Così facendo si trasformano i partiti negli unici depositari della Politica tout court e si dimentica il ruolo essenziale che la società civile organizzata – nelle sue diverse forme – ha avuto in Italia. Un ruolo fondamentale nel realizzare la “volontà generale”, nel cambiare gli assetti istituzionali, nel modificare la legislazione sociale ed economica e nell’indirizzare l’azione dei vari governi.

Senza le proposte e le iniziative dei movimenti sociali molti importanti cambiamenti istituzionali e normativi non sarebbero avvenuti, e la stessa cultura politica sarebbe più povera.
Per questo, insieme a Paolo Beni abbiamo promosso una proposta di legge – depositata oggi – per la revisione dell’articolo 49 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto ad organizzarsi liberamente in partiti, movimenti, organizzazioni sindacali, campagne e associazioni per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Questo il cambiamento che proponiamo. Per affermare il principio del pluralismo delle forme organizzative della politica. Per restituire pari dignità alla politica dal basso.

Giulio Marcon

Un Governo inutile e una possibile via d’uscita (di Claudio Lombardi)

il baratro governoA distanza di tempo e visti i risultati viene il dubbio che il governo Letta sia nato per mascherare un fallimento e un progetto occulto. Il fallimento è stato quello delle forze politiche presenti in Parlamento incapaci di assumersi le loro responsabilità e perse dietro i loro giochi di potere. Il progetto occulto era quello della prosecuzione della maggioranza del governo Monti, quella che più garantiva non la stabilità, bensì la pura e semplice conservazione.

Un Governo di “servizio” si è dichiarato, ma si è dato obiettivi così ambiziosi (uscire dalla crisi, ripresa dell’economia, riforma della Costituzione) da apparire un pretesto per prendere tempo. La famosa stabilità, si è poi capito, era quella dei gruppi dirigenti della buropolitica che non intendevano mettere in discussione il loro potere.

riforme costituzionaliLe riforme costituzionali con il corollario dei comitati di saggi e di leggi costituzionali a lungo decorso sono state il ripescaggio di una presa in giro da sempre utilizzata dalle forze politiche in difficoltà per rinviare le scelte utili e per camuffare quelle dannose. Come è stato con le poche modifiche portate alla Costituzione nell’ultimo decennio e con la legge elettorale che tutti dicono di voler cambiare.

La verità è che è dovuta arrivare la Corte Costituzionale a mettere la parola fine alla presa in giro. Adesso, forse, sarà Renzi a dare una scossa a gruppi dirigenti immobili pronti a trastullarsi con i più svariati modellini elettorali, ma privi dell’interesse a cambiare davvero.

effetti governoLa legge elettorale è, però, solo la manifestazione più vistosa di qualcosa di più eclatante. I fatti parlano chiaro: disoccupazione mai così alta; debito pubblico mai così grande; Pil fermo; pressione fiscale ai massimi livelli; povertà che colpisce milioni di famiglie (milioni non migliaia!). Il quadro è quello di un governo incapace di governare e di andare oltre la burocratica ordinaria amministrazione. Un governo incapace anche di dirigere e controllare lo strapotere di una burocrazia che gestisce i suoi interessi di casta, ma che è strettamente intrecciata alla politica tanto che si può parlare di buropolitica.

La vicenda scatti di anzianità degli insegnanti è esemplare così come quella  dell’IMU. Per quest’ultima si è fatto un capolavoro: con una sola scelta politica si sono messe in crisi le casse dello Stato, quelle degli enti locali, le politiche del lavoro e di rilancio dell’economia. Un capolavoro! E tutto per inseguire una promessa elettorale di Berlusconi che poi, comunque, è uscito dalla maggioranza.

potere buropoliticoAdesso l’IMU è tornata sia come strascico dell’abolizione con la cosiddetta mini-IMU che si dovrà pagare tra pochi giorni, ma ancora nessuno sa il come e il quanto; sia sotto altri nomi (TASI, IUC ecc) e costerà più di quella abolita. Insomma una presa in giro fatta di pressapochismo, arroganza e incapacità di governare.

È sempre più chiaro che il cuore del problema è il potere: i politici vogliono mantenere il consenso a prescindere dalle conseguenze delle loro decisioni e si mettono nelle mani della burocrazia che dirige le amministrazioni pubbliche, scrive le leggi ed è la sola a capirne tutte le implicazioni; ne controlla l’attuazione e può gestirla come vuole ben sapendo che il politico non è in grado di intervenire su nulla. La burocrazia gestisce il potere reale e assicura al politico ciò che al politico serve: qualche risultato da esibire e tanti consensi da riscuotere con interventi mirati. Le leggi finanziarie o di stabilità, i decreti mille proroghe zeppi di indecenti distribuzioni di soldi senza criterio, la mancata attuazione delle leggi dimostrano che le cose stanno così.

Vie d’uscita? Ci sono. Bisogna aumentare la trasparenza e l’informazione dell’opinione pubblica; bisogna sviluppare la partecipazione dei cittadini andando oltre la rappresentanza di interessi (sindacali, di categoria ecc) che è parte del problema; bisogna far nascere o potenziare forze politiche che non siano asservite ai gruppi dirigenti; bisogna diffondere un rifiuto culturale dell’individualismo predatorio che è il modello che è stato presentato come vincente agli italiani; bisogna lottare contro la corruzione che da questo modello deriva. Tutto ciò significa che nuove elezioni in tempi brevi sono necessarie, ma non sufficienti senza una spinta che venga dal basso.

Insomma una via d’uscita molto difficile, ma possibile

Claudio Lombardi

Italiani ragioniamo (di Claudio Lombardi)

nave ItaliaSe fosse possibile rivolgersi a tutti i cittadini invitandoli a ragionare lo farei. Questa possibilità è concessa a pochi, primo fra tutti il Presidente della Repubblica, ma i loro concetti sono ripetitivi e astratti dalla realtà, retorici e inconsistenti. Avviluppati in una coazione a ripetere sempre le stesse parole prescindono dall’evidenza dei fatti.

Qualcuno che vede e parla con lucidità c’è in verità, ma non fa breccia nell’opinione pubblica. Per esempio il mondo dell’associazionismo e dei movimenti della società civile raccolto da Sbilanciamoci (di cui si occuperà un altro articolo). Persino il vicepresidente della Commissione europea Olli Rehn ha detto con semplicità quello che tutti dovrebbero vedere e capire: ci sono pochi soldi, non ha senso usarli per non far pagare l’IMU che è una tassa sul patrimonio favorendo indiscriminatamente ricchi e poveri nel momento in cui li si potrebbe impiegare in modo molto più razionale per favorire una ripresa dell’economia e dell’occupazione.

imbrogli di BerlusconiDifficile da capire? No. Però il governo delle larghe intese e che fa della “stabilità” il suo credo va nella direzione contraria e si danna alla ricerca dei soldi per togliere l’IMU (aumentando però l’IVA). Perché? Perché è una rivendicazione di Berlusconi che punta a rafforzare la sua popolarità usando i soldi pubblici.

Un banale, semplice cinico calcolo di un baro della politica e dell’economia che gioca la sue carte per sé e per la sua banda, non per gli interessi generali. E una parte degli italiani contenta perché si rimette in tasca centinaia di euro mentre intorno lo spazio pubblico è sempre più devastato.

manipolazioneLa stabilità, questa stabilità è diventato il mantra che le più alte cariche istituzionali e anche il mondo dell’economia ripetono come una giaculatoria. La stabilità di un governo senza uno scopo e senza progetto, strattonato per difendere l’interesse di un pluricondannato per reati contro lo Stato e incapace di svincolarsi da questa stretta mortale. Incredibilmente da anni questa stabilità è l’obiettivo vero del Presidente della Repubblica, di una parte del Pd e del Pdl. Ma è una stabilità che ha senso e serve all’Italia? Il caso dell’IMU dimostra di no, dice che è una stabilità di pura conservazione degli assetti di potere esistenti e che la selva di decreti legge che questo governo produce (come anche il precedente governo Monti) non riesce a camuffare perché sono tutti atti segnati da un compromesso a danno della legalità e dell’interesse generale.

Berlusconi viene difeso fanaticamente dai suoi che si rendono complici politici e morali, come lo sono da anni, di tutte le illegalità di cui il sistema di potere berlusconiano ha avuto bisogno per tenersi in piedi. L’assalto al potere ha portato in posizioni di comando e ha premiato con ricche carriere un ceto di persone che rappresentano il berlusconismo nei media, nelle assemblee elettive, nella società. L’ideologia che tiene insieme queste persone è lo schiacciamento dell’interesse generale su quello personale. Difendono il loro capo che formalmente è definibile un criminale che si è dato alla politica e che l’ha utilizzata per la sua impunità senza nessuna esitazione perché difendono loro stessi, i loro guadagni, le loro carriere.

futuroDi qui l’appello agli italiani a ragionare. Ci conviene tenere insieme questo blocco di potere? Dove possono portarci se gli diamo ancora spazio? Ce lo dobbiamo chiedere perché questa strada non porta stabilità, bensì scivolamento su un piano inclinato verso la sconfitta del Paese. Lasciamo perdere le faziosità di partito o ideologiche, qui si parla del nostro futuro e nessuno può essere così cieco da rinunciarci e metterlo nelle mani di gente di malaffare che promette e agisce a nostre spese.

E poi: più passano i giorni e più non si capisce il senso di un’alleanza di governo che non è casuale, ma è stata fermamente voluta e che sottotraccia resiste da molti anni. Davvero non si capisce cosa spinga i politici del Pd a non abbandonare la “nave dei folli” e ad imboccare la strada di una rinascita dell’Italia che per essere tale deve basarsi sull’onestà, sulla legalità, sulla capacità.

Se si potesse ragionare insieme sarebbe difficile non riconoscere che oggi è questa strada che ci conviene imboccare e che questa stabilità è un tragico imbroglio.

Claudio Lombardi

E-democracy: una strategia, non un gadget (di Angela Masi)

edemocracyLa partecipazione dei cittadini alla vita pubblica non è fatta solo di norme né di semplice espressione di opinioni, critiche o proteste. La partecipazione non è un termometro sociale da tenere in considerazione con l’occhio rivolto alle competizioni elettorali, ma deve essere il fondamento di un sistema. I cittadini organizzati conoscono i problemi che istituzioni e apparati pubblici devono affrontare, contribuiscono a definire le soluzioni, partecipano alla verifica dell’efficacia e ai controlli successivi. Ovviamente non tutte le politiche possono essere affrontate direttamente dai cittadini organizzati perchè partecipazione non è sostituzione, non è negare le competenze di apparati, esperti, tecnici e politici, ma integrazione e trasparenza.

In precedenti articoli (http://www.civicolab.it/category/stato-cittadini/partecipazione-stato-cittadini/) abbiamo parlato di partecipazione sotto vari profili, ma bisogna dire che, oggi, non è pensabile senza quella che viene definita e-democracy. L’uso dell’ICT, a sostegno della partecipazione dei cittadini alla vita delle istituzioni (appunto: e-democracy), è un campo di applicazione delle nuove tecnologie ancora poco sviluppato, ma sul quale negli ultimi anni è fortemente cresciuto l’interesse tanto dei governi nazionali e degli organismi internazionali, quanto delle comunità locali.

democrazia digitaleSiamo ancora in una fase sperimentale. Chi volesse approfondire può farlo a questo indirizzo http://biblioteca.formez.it/webif/media/e-democracyLG.pdf

Componente fondamentale dell’e-democracy è costituito dall’e-government, cioè da un insieme di strumenti e azioni per l’accesso alle informazioni e agli atti di governo via internet.

Sino ad ora, però, la maggior parte di queste esperienze si sono risolte nella diffusione di siti internet istituzionali, con (al limite) dei forum per la pubblica discussione.

Ma l’e-democracy è un concetto più ampio e riguarda tutti quelli che si impegnano in politica. Un esempio d’applicazione radicale di e-democracy è quello attuato dal Partito Pirata Italiano (dicembre 2011) che usa LiquidFeedback, sviluppato per il Partito Pirata Tedesco, come unico strumento deliberativo della comunità.

coinvolgimento cittadiniNel giugno 2013 alcuni parlamentari del Partito Democratico, di Scelta Civica e di Sinistra Ecologia e Libertà hanno aderito a una piattaforma di e-democracy, basata su liquidfeedback, promossa dalla senatrice PD Laura Puppato.

E’ bene precisare che partecipare via Internet alle decisioni della politica non significa dire sì o no a una legge con un clic. Anzi questa è una banalizzazione della Rete che ai cittadini digitali può e deve offrire molto di più.

La diffidenza verso i partiti, infatti, ha diffuso in Italia un increscioso equivoco sul significato della cosiddetta e-democracy. La profonda sfiducia nei politici ha portato molti a pensare che sia possibile affidare le decisioni direttamente ai cittadini attraverso il Web: un clic e si stabilisce se approvare o no una legge, un emendamento, una delibera. Un’ipotesi affascinante, in teoria che si concretizzerebbe una sorta di iperdemocrazia in cui il cittadino torna a casa dall’ufficio e in una mezzoretta approva o boccia la riforma del lavoro, aumenta o diminuisce le pene per gli evasori fiscali, abolisce o raddoppia l’Imu.

partecipazione digitaleSi tratta, però, di un equivoco, anzi di una grossolana banalizzazione che ridurrebbe a un rapido “mi piace” le straordinarie opportunità reali che Internet offre alla crescita e all’ampliamento della democrazia. L’apertura di nuovi spazi di dialogo tra cittadini e amministrazione pubblica che integrano e rafforzano le forme tradizionali di partecipazione è una cosa diversa e più complessa.

L’informazione, la consultazione e la partecipazione attiva forniscono all’amministrazione una migliore base per formulare le politiche pubbliche, ma anche per avere una più efficace attuazione delle decisioni perché i cittadini prendono dimestichezza con le politiche che hanno contribuito ad elaborare con la loro partecipazione e valutano i risultati.

Si tratta in definitiva di meccanismi di apprendimento e di scambio di informazioni tra cittadini, politici e apparati pubblici per individuare soluzioni, per cogliere esigenze e bisogni che magari restano inespressi attraverso i canali classici della democrazia rappresentativa. Se tutto funziona a dovere, grazie all’informazione, alla consultazione ed alla partecipazione attiva, è possibile migliorare la qualità delle politiche pubbliche, aumentare la fiducia nelle amministrazioni e contribuire al rafforzamento della democrazia.

Insomma vale la pena prenderla sul serio l’e-democracy e non considerarla un gadget da esibire ai convegni e alle fiere, ma un vero e proprio obiettivo strategico che coinvolge enti, istituzioni, amministrazioni, associazioni, partiti.

Angela Masi

La forza riformatrice della cittadinanza attiva (di Angela Masi)

riforme tappabuchiLa parola “riforme” è diventata un tappabuchi per politici in fuga o a corto di idee. Per ogni difficoltà la risposta è sempre “riforme”; quando poi si aggiunge “costituzionali” allora si raggiunge l’apoteosi dei riti misterici perché non si capisce quale magia debbano portare queste benedette riforme costituzionali. Ci sono riforme (o meglio cambiamenti) che procedono nei fatti con poco clamore e tanta sostanza. Quella della cittadinanza attiva è fra queste ed è già partita.

“Negli ultimi anni assistiamo a sempre maggiori manifestazioni di indignazione e protesta contro gli abusi e la corruzione di tanti esponenti della politica. Dietro la degenerazione morale e culturale dei partiti risiedono, in quasi tutti i Paesi dell’Occidente, ragioni profonde, strutturali di crisi degli istituti della rappresentanza politica” […]Per trenta anni i partiti hanno provato a cambiare la Costituzione, ma le sole riforme le hanno fatte i cittadini attivi che, da 25 anni a questa parte, stanno lavorando per trasformare la nostra democrazia pur agendo nel rispetto della Costituzione”.

intreccio di partecipazioneApre così il suo ultimo libro (“La forza riformatrice della cittadinanza attiva”) Giuseppe Cotturri, docente di Sociologia della politica e di sociologia giuridica dell’Università di Bari, già presidente onorario di Cittadinanzattiva onlus e direttore di “Democrazia e diritto”, pubblicazione del Crs (Centro per la riforma dello stato).

Un intento politico-culturale preciso anima il libro:

  • mostrare che i soggetti sociali “minori” (le organizzazioni del terzo settore) non sono irrilevanti per la politica e la storia del Paese;
  • far apprezzare le tante innovazioni istituzionali e giuridiche che, grazie al loro agire, sono intervenute nella nostra democrazia;
  • rompere il muro di autoreferenzialià che si sono costruiti i partiti e spezzare la loro convinzione di poter disporre come meglio credono della Costituzione;
  • dimostrare la distruttività dei tanti tentativi di riforme “dall’alto” (ultimo espediente, le commissioni di “saggi”, che certificano solo l’espropriazione del Parlamento).

democrazia dei cittadiniUno dei paradossi del trentennale dibattito italiano sulla riforma della politica è che, nel declino e nella deriva del sistema dei partiti, la crescita umana e la partecipazione in forme molecolari di autonomia dei cittadini hanno assicurato la tenuta del Paese in crisi (sostituendo il sistema di welfare al collasso) e per questo possono essere un punto di riferimento per la ripresa e lo sviluppo.

Secondo Cotturri “…nella Costituzione italiana la parola Repubblica è la più estesa e comprensiva. Non identifica solo lo Stato, o l’insieme degli apparati pubblici. Con essa si richiamano anche tutti i soggetti che animano la vita collettiva e concorrono a costituire la organizzazione economica sociale e politica della comunità nazionale: le famiglie, le associazioni, i sindacati, le imprese, i partiti. I cittadini e il popolo. Gli “enti intermedi” e le istituzioni. Tutte le persone e tutti i poteri sono chiamati a impegni di solidarietà. […] Coralità e partecipazione, pluralismo e interazioni, responsabilità diffuse e condivise, ciascuno al suo livello e secondo le sue possibilità: un universo ricco di identità tradizioni e speranze di futuro”.

coinvolgimento cittadiniIl 2001 rappresenta, dal punto di vista della partecipazione civica, un anno di svolta e di legittimazione costituzionale. “Ha fatto ingresso nella costituzione, con revisione del Titolo V (art. 118) poi confermata nello stesso anno da referendum popolare, una inedita nozione di cittadinanza attiva, diversamente “irruenta” e ottimista: è stato riconosciuto alle soglie del nuovo millennio che i cittadini hanno capacità e potere di realizzare per autonoma iniziativa l’interesse generale. La lingua degli obblighi è stata dunque affiancata e sopravanzata da formule appartenenti al linguaggio delle libertà. Libertà positiva, di fare. Gruppi minoritari, o addirittura singoli cittadini, possono quindi produrre o preservare beni comuni, realizzare interessi generali.[…]L’espressione cittadinanza attiva dunque ha acquistato in Italia il preciso significato di un fare utile alla comunità cui le istituzioni devono prestare attenzione e sostegno, portando a compimento un percorso di empowerment di iniziative civiche dal basso, da cui sono derivati revisione costituzionale e già prima le tante misure giuridico-politiche che dagli anni Novanta leggi nazionali e regionali hanno rivolto al cosiddetto Terzo Settore. La tendenza è comune ad altri paesi democratici. Ma in Italia ci sono peculiarità che non sono da sottovalutare: anzi per certi aspetti l’esperienza civica del nostro paese ha fatto da battistrada in Europa per la conquista di poteri della cittadinanza organizzata”.

Insomma, c’è un cambiamento in atto e i cittadini ne sono protagonisti. Se il sistema partitico, in profonda crisi, non sembra più offrire efficaci soluzioni ai problemi di interesse generale, la spinta rinnovatrice viene dalla cittadinanza attiva. Un cambiamento che, per come si presenta non è sicuramente una situazione di passaggio, ma una nuova forma di democrazia.

Angela Masi

Dal rinnovamento del PD ad una politica nuova (di Roberto Ceccarelli)

pluralismoOrmai è chiaro che la crisi italiana passa dal modo di essere della politica e dei partiti. Il Partito Democratico che in tanti reputano l’ultimo partito rimasto in piedi dagli sconvolgimenti di questi anni, può svolgere un ruolo importante nel cambiamento del Paese e dell’Europa, se riesce a realizzare il suo progetto originario. La prima cosa da fare è uscire dall’equivoco di essere un partito a metà strada tra la tradizione europea e quella americana. Indubbiamente, la tradizione europea con radici culturali profonde e riferimenti sociali forti, è molto impegnativa e costosa, ma permette una rappresentanza diffusa della società ed offre garanzie sociali.

Invece, l’idea del partito catch-all, non si adatta alla nostra cultura, perché porta ad annullare l’identità, che rappresenta la condizione principale, insieme alla condivisione di principi e valori, per definirsi un partito. Questo modello ha influito sulla linea politica del Pd, fino ad arrivare al punto di non scegliere su temi molto importanti, disorientando i suoi militanti ed il proprio elettorato che pian piano ha iniziato ad abbandonarlo. Anche l’aver considerato la socialdemocrazia europea come vecchia ed inadeguata, in ragione di un ipotetico “nuovo”, mentre si assisteva allo smantellamento dello stato sociale, è stato un grave errore di valutazione, per il quale l’Italia sta pagando un prezzo molto alto.

direzioni diverseIl prossimo congresso del PD non è quindi un fatto che riguarda solo i militanti e i dirigenti del partito. Nello stesso senso l’aspettativa e la ferma richiesta di una linea politica chiara da perseguire con un nuovo gruppo dirigente, non sono estranee alle soluzioni da dare ai problemi dell’Italia. Il primo interrogativo da sciogliere è definire la collocazione europea del PD. Non è più pensabile che il PD stia con un piede dentro e l’altro fuori dal Partito del Socialismo Europeo.

Ovviamente non si tratta di accettare un modello precostituito, anzi si deve contribuire a costruire un grande partito europeo che vada oltre la famiglia socialdemocratica, aiutarlo a passare dalla semplice sommatoria di partiti nazionali, ad un vero partito europeo-transnazionale, in grado di rappresentare i cittadini europei che credono nella solidarietà, nella giustizia sociale, nelle pari opportunità, nell’uguaglianza, nelle libertà e nella democrazia politica ed economica.

stati uniti d'europaUn partito che deve contribuire a realizzare il sogno di Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi degli Stati Uniti d’Europa, per cui diventa necessario superare l’attuale modello intergovernativo dell’Unione europea che evidenzia soltanto gli egoismi nazionali. E già qui si capisce che siamo nel centro della crisi politica e istituzionale dell’Europa.

Puntare alla costruzione di un partito europeo significa battersi, insieme a molti altri, per un’equa redistribuzione del reddito, per ridare dignità al lavoro, passare dall’individualismo all’individualità come parte della comunità, costruire un nuovo stato sociale europeo che unisca gli europei divisi dall’euro. Questo non vuol dire voler allontanare i cattolici dal PD, al contrario, deve diventare l’occasione per aprire un grande confronto culturale e superare antiche divisioni, tra laici e cattolici che oggi risultano per molti versi strumentali ed anacronistiche.

Dopodiché, bisogna pensare ad una riorganizzazione del partito, riconsiderando il ruolo dei suoi iscritti, attraverso una maggiore distribuzione del potere decisionale sui territori ed una semplificazione degli organi intermedi, razionalizzando costi e strutture. Ad esempio, l’organizzazione del partito nelle aree metropolitane dovrebbe essere sviluppata sul modello delle sub federazioni (4/5 al massimo), per permettere la semplificazione delle strutture e l’ampliamento degli orizzonti territoriali.

cittadino controllaSi parla di PD, ma il modello può essere valido anche per gli altri partiti. Per il buon funzionamento di un partito è necessaria la trasparenza dei bilanci, degli atti ed il rispetto delle regole. Sono tutti obiettivi importanti e la strada migliore per raggiungerli è quella del riconoscimento della personalità giuridica che obbliga a controlli e verifiche esterni sui bilanci e sulla democrazia interna. Allo stato attuale sarebbe interessante avviare nel PD un processo di spending review interna, per razionalizzare le risorse e definire le priorità.

A questo dobbiamo aggiungere la trasformazione dei circoli, da spazi vuoti a luoghi della partecipazione alla vita pubblica, grazie al coinvolgimento delle associazioni, dei comitati locali, del volontariato, del mondo del lavoro e sindacale, delle imprese e del sistema cooperativo, che possono concorrere alla ricostruzione del tessuto sociale. Insomma, il PD può aiutare molte persone ad uscire dalla crisi dando vita a comunità locali aperte, in grado di aprire nuove connessioni e trasformarle in rapporti umani, attività economiche e partecipazione.parole partecipazione

E’ altrettanto necessario rivalutare il ruolo della minoranza che ha il compito di controllare l’operato della maggioranza, tenere vivo il dibattito interno e proporsi come nuova maggioranza. Per questo bisogna interrompere il metodo delle maggioranze interne non omogenee che si ritrovano attorno al candidato vincente, non per convinzione della bontà del progetto politico, ma per marcare i propri spazi, preservare gli incarichi e chiudere le porte a chi si avvicina al Partito. Questa è la strada da percorrere per invertire la rotta, tornare a vincere e cambiare l’Italia. Ma questo è anche un terreno su cui occorre costruire un nuovo modo di essere della politica italiana e di qualunque formazione, associazione o movimento che voglia esserne protagonista.

Roberto Ceccarelli

Voci nuove nel Pd: belle notizie per l’Italia (di Claudio Lombardi)

w la libertàNiente auto blu, niente buffet gratis, niente mobilitazione di tv e fotorepoter, niente giacca e cravatta, niente aria condizionata, niente star della politica e del giornalismo sul palco. Solo passione per un impegno che serve a stare meglio tutti e convinzione che la realtà sta cambiando perché le persone stanno cambiando; già adesso non sono poche e presto saranno molte di più. Il “Politicamp” organizzato da Pippo Civati a Reggio Emilia lo scorso fine settimana è un albero già un po’ cresciuto, ma che, piantato al momento giusto, si svilupperà in fretta e darà i suoi frutti.

La notizia non è che Civati ha chiamato a raccolta i suoi sostenitori per lanciare la sua candidatura a segretario del Pd. La notizia è che c’è una parte di militanti e sostenitori o osservatori del Pd che vuole rifondare questo partito tirandosi fuori dalle logiche di corrente e vede in Civati un rappresentante capace di realizzare questo cambiamento. Più che un leader in senso classico un “facilitatore” dei rapporti tra mondo del Pd e cittadini e, prima ancora, di quelli tra base di iscritti ed elettori e vertici.

In effetti se si trattasse solo di un ennesimo posizionamento in vista del congresso non varrebbe la pena nemmeno parlarne (se non in maniera critica). E invece si tratta dell’emergere di una spinta di base molto forte che ha già assunto molte forme (Occupy Pd e tanti altri) a rimettere il baricentro del Pd sulle politiche che fanno bene all’Italia e sulla politica come funzione di cui ogni cittadino si deve sentire investito.

responsabilità pdChe il Pd sia un problema per l’Italia è evidente a tutti. D’altra parte non è poca cosa portare sulle spalle la responsabilità di essere (quasi) l’ultimo partito rimasto in piedi dopo lo stravolgimento che i partiti hanno subito nel corso degli ultimi venti anni. Partiti personali cioè controllati o di proprietà di una sola persona, partiti macchine elettorali in combutta con i peggiori gruppi di potere e malavitosi, partiti camuffati da movimento, ma dominati da un ferreo potere arbitrario perché non sottoposto ad alcuna regola. Il campionario è vasto e registra l’emarginazione del partito “normale”, genuino, semplice; quello fondato su meccanismi democratici e sulla contendibilità delle cariche dirigenti. Certo, anche un partito così può cadere preda di gruppi di potere e di raggiri per eludere le procedure democratiche. Può accadere, ma può anche accadere che i titolari del potere di decisione, militanti ed elettori, si organizzino e rovescino i gruppi di potere. Nei partiti personali invece non è previsto né possibile perché c’è chi ha la proprietà del marchio o comanda in virtù dei suoi soldi e non può essere rovesciato.

Detto semplicemente i partiti personali o proprietari sono un cancro per la democrazia italiana perché stravolgono il sistema della rappresentanza nonché la lettera e lo spirito dell’art. 49 della Costituzione (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”) sostituendo il metodo democratico con la fedeltà personale.leader al comando

Trincerarsi dietro un partito proprietario significa blindare per sempre il potere di chi conquista i partiti per conquistare lo Stato e usarlo per i suoi scopi. O di chi ha in mente modelli di governo che affidano a capi carismatici e incontrollati tutto il potere.

Ebbene bisogna dire chiaramente che queste soluzioni sono una condanna per l’Italia perché sanciscono il predominio assoluto di ristrette oligarchie che rappresentano lo stadio finale della degenerazione dei vecchi partiti di massa, quella che fu denunciata da Enrico Berlinguer nella famosa intervista ad Eugenio Scalfari nel 1981 (I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”).

cambiere la politicaPer questo ciò che sta accadendo nel e intorno al Pd interessa la democrazia italiana. Se il Pd risolve la sua crisi e rinasce dalle ceneri di un correntismo esasperato e clientelare tutta la politica italiana riceverà una carica innovativa che si spanderà in altre formazioni politiche e darà impulso alla formazione di nuove classi dirigenti.

Questa è la posta in gioco che Civati (non da solo ovviamente) ha capito benissimo. Ha chiamato l’incontro di Reggio Emilia “W la libertà” non solo e non tanto in omaggio al bel film di Roberto Andò, ma proprio perché il compito che spetta ad una nuova politica è quello di liberare l’Italia e gli italiani liberando, appunto, tutte le energie, le capacità, le competenze, i meriti, le potenzialità che sono state represse e mortificate in decenni di degenerazione oligarchica.

Diciamolo chiaramente: il Pd sotto la spinta dei suoi iscritti, elettori, simpatizzanti, critici può essere la chiave che sblocca la situazione e rimette in moto la politica e la democrazia italiane.

Claudio Lombardi

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