Tutti invocano la partecipazione. Parliamone sul serio (di Luca Montuori)

Anni di vuoto lasciato da una politica priva di una cultura progettuale e dalla degenerazione dei partiti hanno fatto sentire la partecipazione come un’esigenza da cui non può prescindere qualunque disegno di cambiamento. In effetti il caos creativo che si è sviluppato negli ultimi anni ha portato a forme di partecipazione alternative rispetto alla politica tradizionale. All’interno di questa fase di rinnovato impegno politico, in sé positiva e decisamente interessante, i modi e gli obiettivi sono diversi e molto spesso si confonde la qualità del risultato con il processo attraverso cui il risultato viene ottenuto.cooperazione

Il tema pone molti interrogativi sul modo in cui si sviluppa il processo democratico e sul ruolo della rappresentanza, ma la sostanza riguarda la capacità di governare e di concepire le soluzioni politiche ai problemi come risposte a bisogni ed esigenze dei cittadini.

Il principale laboratorio nel quale si sperimentano queste novità sono le città ed è interessante seguire le alterne fasi della partecipazione politica nell’ambiente urbano. A Roma, per esempio, ad una esplosione numerica dell’associazionismo e del movimentismo che ha portato alla proliferazione di sigle e di raggruppamenti di sigle sembra non aver corrisposto una adeguata capacità di portare queste esperienze nelle istituzioni locali. Infatti nell’elezione del sindaco, nonostante la grande spinta al cambiamento che sicuramente era presente tra i romani, sembra che la società civile organizzata non abbia influito né nel portare i cittadini al voto né nel portare nelle assemblee elettive propri rappresentanti.

coinvolgimento cittadiniÈ dunque forse il caso di riflettere su alcuni problemi che si nascondono dietro l’invocazione della partecipazione. Faccio solo qualche riflessione. Spesso è capitato che nel rapporto con il comune o con il municipio si parlasse con sicurezza di volontà popolare mentre quella che si era manifestata era solo la volontà dei gruppi di cittadini organizzati che avevano ricercato il rapporto con le istituzioni. Come è evidente le decisioni che riguardano il governo locale sono le più difficili perché impattano sulla vita quotidiana delle persone e bisogna stare attenti a non scambiare punti di vista specifici per reali processi di partecipazione dei cittadini alla vita della città. Ovviamente gestire un processo di partecipazione è compito difficile quindi l’atteggiamento migliore è quello dello sperimentalismo democratico nel quale si considera sempre aperto il processo e sempre parziale il risultato in modo che nessuno possa godere di una posizione privilegiata di interlocutore dell’amministrazione locale.

Il primo ad aver fatto della partecipazione uno strumento di metodo progettuale è stato Giancarlo De Carlo, architetto che ha realizzato molti importanti progetti e piani urbanistici (il più famoso è quello per la città di Urbino, raro esempio in cui moderno e antico convivono armoniosamente). Riguardo alle sue esperienze De Carlo affermava:

“Dunque io credo che non serve una teoria della partecipazione mentre invece occorre l’energia creativa necessaria a uscire dalle viscosità dell’autonomia e a confrontarsi con gli interlocutori reali che si vorrebbero indurre a partecipare. In Italia l’opposizione alla partecipazione è stata indubbiamente dura, ma questo è stato anche facilitato dalle posizioni deboli e dogmatiche di quelli che proponevano la partecipazione come processo meccanico e automatico secondo il quale basta andare dalla gente, chiederle quali sono i suoi bisogni e poi trascrivere le risposte in progetti grigi il più possibile. La partecipazione è molto più di così: si chiede, si dialoga, ma si “legge” anche quello che la vita quotidiana e il tempo hanno trascritto nello spazio fisico della città e del territorio, si “progetta in modo tentativo” per svelare le situazioni e aprire nuove vie alla loro trasformazione. Ogni vera storia di partecipazione è di un processo di grande impegno e fatica, sempre diverso e il più delle volte lungo e eventualmente senza fine. La partecipazione impone di superare diffidenze reciproche, riconoscere conflitti e posizioni antagoniste”.

(il testo completo è su: http://dau049.poliba.it/admin/doxer/doc/67_1164452296.pdf)

prendersi curaDunque dialogo, capacità di comprendere i bisogni di chi abita nei luoghi e capacità di tradurli in un progetto che sia capace di rispondere ai bisogni di oggi e di prevedere diverse e possibili soluzioni nel futuro. Dialogo necessario per far sentire ai cittadini (tutti, non solo quelli organizzati in associazioni) la responsabilità della cura e dell’attenzione per gli spazi. Fin dalla fase progettuale si stabilisce, con il dialogo, un nuovo sistema di relazioni tra i soggetti coinvolti che permette di pensare allo spazio urbano come a un bene realmente condiviso, la cui cura non può e non deve essere completamente delegata dai cittadini “consumatori” passivi del territorio.

Per esempio in molti paesi europei i parchi vengono gestiti in accordo con le comunità locali che partecipano alla definizione del quadro delle esigenze da soddisfare con la trasformazione e poi usano parti dei parchi stessi per le loro attività curandone anche gestione e manutenzione.

C’è poi la capacità dei progettisti di spiegare le ragioni delle trasformazioni ai cittadini e dei cittadini di ascoltare le ragioni di chi ha la capacità tecnica (e culturale aggiungerei) di sviluppare un progetto per la città. Infine c’è la capacità degli amministratori di assumersi le proprie responsabilità.  Si tratta di un discorso valido ad ogni livello, locale e nazionale.

cooperazioneInsomma un processo di partecipazione è complesso ed è ostacolato se qualcuno assume di essere la voce della volontà popolare che va imposta come una legge.

È evidente che questo discorso è valido anche quando qualche forza politica pretende di parlare a nome del popolo contrapponendosi a tutti gli altri. Senza tirare in ballo il Movimento 5 Stelle di cui si parla troppo bisogna pensare in grande alla partecipazione come una relazione che riguarda innanzitutto i cittadini e le istituzioni (o le amministrazioni pubbliche). Se la si considera come una riserva per gruppi politici organizzati, associazioni e movimenti si rischia molto facilmente di creare rendite di posizione e collusioni per chi magari ci fonda la sua carriera personale o politica.

È auspicabile, quindi, che della partecipazione a Roma e su scala nazionale si cominci a parlare fuori dalle cerchie degli esperti e dal giro dei convegni.

Luca Montuori

È stato bello essere comunisti e fascisti, ma ora creiamo la nuova Italia (di Luca Craia)

snoopy bandiera rossaNon sono mai stato comunista, di sinistra sì ma comunista no. Eppure c’è stato un periodo della mia vita, un lungo periodo, in cui mi sono sentito parte di un insieme identificabile o, meglio, identificato da alcuni con il termine “comunista”. Parlo di quei quasi vent’anni in cui l’Italia che pensa, che non ha secondi fini, che considera lo Stato una comunità e non una vacca da mungere, si è omogeneizzata in virtù del comune sentire nei confronti di chi, invece, intendeva e riusciva nel suo intento di andare a governare il Paese per soddisfare soltanto i propri bisogni personali. Fu proprio Berlusconi, colui contro il quale (e uso la parola “contro” non a caso) si era coalizzata mezza Italia, a definire l’avversario, senza distinzioni, “comunista”. In quel caso, tutto sommato, la definizione mi stava bene, non la reputavo offensiva nonostante il mio non essere comunista.

Questo sentimento condiviso di avversione, quando non di odio, nei confronti di Berlusconi ha generato, dall’inizio degli anni ’90 fino a pochi mesi fa, una cementificazione di idee, pensieri, persone disomogenee unite dal solo collante dell’essere contro. Era invero un bel sentire: il senso di appartenenza può essere molto appagante e, in questo caso, esso era ben forte e molto aggregante; ma ha prodotto, nel tempo, mostruosità delle quali ci stiamo rendendo conto solo oggi.

Nella convinzione di essere dalla parte della ragione, cosa di cui sono ancora certo, in molti non abbiamo visto che, dalla nostra parte, vi erano comportamenti anch’essi censurabili anche se non paragonabili alla profonda immoralità che contraddistingueva e ancora contraddistingue il politico tipo di destra. Ma a sinistra, nel corso degli anni, sono stati commessi errori madornali, si sono compiuti atti criminali, si è sottaciuto sugli stessi e, soprattutto, si è imperniato il concetto di politica sull’antagonismo a Berlusconi perdendo, mano a mano, propositività, idee, coerenza.

Il risultato macroscopico lo vediamo oggi nelle vicende accadute dopo le ultime elezioni: un amalgama disarticolato di pensieri opposti che risponde al nome di PD, un governo in cui si sono assemblati amici, nemici e semplici conoscenti con nessuna idea e nessuna strategia per portare l’Italia fuori dalla crisi, l’antipolitica galoppante che combatte addirittura se stessa e Berlusconi ancora in sella a dettar legge al Paese che lui stesso ha condotto, con la complicità di tutti, ma proprio tutti, sul ciglio del burrone.confusione

Oggi questo sentire comune di cui dicevo all’inizio non c’è più e ciò ci lascia spiazzati. È vero che il sentimento “contro” Berlusconi è ancora ben forte, anzi, si rafforza ancora di più, ma manca l’omogeneità della reazione, manca l’aggregazione degli oppositori che, invece di coalizzarsi contro il “nemico comune”, oggi combattono su più fronti, contro l’antico nemico ma anche contro i nuovi che, una volta, erano suoi alleati. È l’epoca del tutti contro tutti, 5 Stelle contro sinistra, Sel contro 5 Stelle, PD contro, soprattutto, sè stesso. Il risultato è che Berlusconi è tornato al governo ma lo può far cadere quando vuole, andare alle elezioni e stravincere ancora una volta.

Come se ne esce? Credo che l’unica strada sia quella che porta fuori dagli steccati ideologici. Purtroppo o per fortuna le categorie politiche che conosciamo oggi non funzionano più. Intendiamoci: se parlo con uno di destra della storia d’Italia rischiamo di picchiarci dopo due minuti, ma se parlo con uno di destra, a patto che possieda una moralità, di quello che bisognerebbe fare per la mia città, le soluzioni si trovano e spesso sono concordanti. È forse giunto il momento di estrapolare la cultura politica dal progetto politico, di lasciare la discussione storica nel suo ambito e far partire la discussione programmatica sui problemi concreti.

cooperazioneSi dovrebbe partire dal piccolo, dalle città, approfittando di questo anno che separa gran parte delle amministrazioni locali dalle elezioni, per creare dei laboratori politici sperimentali e innovativi dove non si incontrino più i partiti per studiare coalizioni e strategie ma si ritrovino i cittadini per discutere di programmi e progetti, lasciando le tessere e le bandiere a casa. Sia la gente di buona volontà a tirare fuori l’Italia dal pantano, siano i politici esperti e cittadini volenterosi a creare la nuova politica. Non c’è rischio di inquinamento da parte dei soliti vecchi marpioni in cerca di riciclo: le persone pulite sanno riconoscersi tra loro, probabilmente dall’odore.

Io spero di vedere un bel movimento nella mia città, fatto di donne e uomini che hanno voglia di impegnarsi senza secondi fini, che inizino a parlare fra loro, a dire quello di cui c’è veramente necessità, accettando l’aiuto di chi ha più esperienza, rifiutando le etichette e i vecchi giochi di forza delle segreterie politiche. C’è un anno prima delle elezioni amministrative: ci si può provare. E se funziona si può portare tutto su scala nazionale

Luca Craia da http://laperonza.myblog.it

Un tranquillo week-end di primavera? (di Angela Masi)

Un giorno come tanti ma non certo per qualcuno… qualcuno come me che nonostante i miei 30 anni e nonostante non abbia vissuto il tempo della lotta partigiana sento forte il senso e il significato del 25 aprile….

resistenzaTempo addietro, il governo Berlusconi aveva proposto di abbreviare la lista delle festività che interrompono la settimana lavorativa e di incorporarle nella domenica successiva. Tra queste il 25 aprile…. Effettivamente per la maggior parte dei cittadini italiani è una buona occasione per riposare dal lavoro, un giorno in più di ferie pagate. Magari la primavera affacciandosi consente una bella gita fuori porta, un’occasione per rivedere amici e parenti, vicini e lontani senza neanche pensare a che cosa significa “liberazione” e quanto di questa parola abbiamo bisogno ancora oggi.

Un presidente, vecchio e stanco ma con grande senso di responsabilità ne sceglie un altro (quello del Consiglio) perché il popolo sovrano non ha saputo scegliere fra un saltimbanco, un indeciso e un comico: questi sono stati i pensieri del mio 25 aprile.

Non ha forse bisogno di libertà un popolo schiacciato dalla pressione fiscale? Si è vero, dobbiamo risparmiare tutti, per il bene dei nostri figli e per quello dei nostri nipoti, ma non è un po’ una forma di violenza una classe dirigente che soffoca i suoi cittadini con le tasse e che consente, comunque, gli stipendi d’oro, le pensioni e i tanti privilegi di chi sta sotto la protezione del potere?

Possibile non sentire l’esigenza di contare qualcosa nei giochi di palazzo, nelle stanze dei bottoni dove si spartiscono le poltrone di governo e di tutto ciò che dal governo dipende?… e speriamo che questa volta qualcosa non tocchi pure ai grandi manager per gli appalti e alle mafie che, nonostante succhino (con buona pace delle istituzioni) i soldi ai cittadini onesti credono pure di farti un favore se lavori in una delle loro aziende o in un centro commerciale costruito da loro per controllare gli scambi del posto.

Insomma questa è la realtà nella quale viviamo o, almeno, la sua parte più odiosa, quella sulla quale i cittadini non riescono ad intervenire. (Forse anche molti perché ne sono parte?) Tutti la conoscono, tutti si indignano, ma questa realtà esiste e non penso che fosse questo che avevano in testa quelli che combatterono per liberare l’Italia mettendo le basi della nostra Costituzione che è ancora un modello da realizzare.

Nelle prossime ore inizierà a lavorare il governo Letta. Una strana alleanza Pd-Pdl, strana, ma l’unica soluzione possibile per diverse ragioni.

bilico ItaliaLa prima ragione è che il popolo italiano, nonostante la dura sostanza dell’esperienza vissuta, vota ancora PdL. Il PdL è Berlusconi e così il massimo esempio di disprezzo delle istituzioni e della legalità, il massimo esempio di corruzione che sia mai salito ai vertici della politica riesce ancora una volta a diventare il rappresentante di oltre il 25% dei voti. Insomma un bell’esempio  per tutti noi: chi ha i soldi e ha il potere può tutto. Il 25% degli italiani ne sono convinti evidentemente.

Un Pd che arranca, che supera di poco i voti del PdL e che, piuttosto che essere all’altezza del governo di un Paese in crisi è impegnato a nascondere lo sfascio del partito in preda a gruppi e sottogruppi in lotta fra loro.

E’ difficile riconoscere che, a distanza di oltre 50 anni la democrazia, nei fatti, è ancora molto debole ed ecco che la furbizia di un comico fattosi capo politico smaschera i giochi e prende di mira il sistema dei partiti. Bisogna aver paura dell’attacco di Grillo?

Solo se gli italiani non riescono a raccogliere la sfida del cambiamento per poter dare alle generazioni future qualcosa in cui riconoscersi e di cui non vergognarsi.cambiare strada

Così le mie riflessioni postume sul 25 aprile non vogliono ripetere le chiacchiere di cui è circondata la battaglia politica. Oggi anche l’indignazione sembra diventata una moda mentre anche le novità che escono dalle cabine elettorali sembrano girare a vuoto intorno a scontri verbali, ripicche, polemiche che sembrano diventati lo scopo principale di chi sta in politica.

Sembrerà strano, ma il mio 25 aprile è quello di chi non vive di solo pane; è il 25 aprile di chi non vuole più tornare indietro, portare il cuore via da una realtà marcia e spingerlo verso un nuovo giorno, un nuovo momento che prende vita dalla sofferenza e si rigenera; è il 25 aprile di chi è nauseato e la stessa minestra non vuole più neanche assaggiarla. Di chi ha fame di chiarezza, di solidarietà, di nutrimento per la mente, di rispetto dell’altro e dei diritti.

Ecco, il pane e i diritti. Forse è questo il senso del mio 25 aprile.

Angela Masi

Non c’è solo Grillo. Spazio alla nuova politica (di Claudio Lombardi)

Gli spari davanti a Palazzo Chigi non c’entrano nulla con la formazione del governo e con la crisi politica. Tanto è ancora da chiarire a cominciare da come sia facile procurarsi una pistola e mettersi a sparare nel cuore della cittadella delle istituzioni nel centro di Roma. Ma sicuramente non c’è nulla da chiarire sui legami dello sparatore con la politica o con la protesta sociale. Semplicemente non esistono (salvo improbabili sorprese che verranno dalle indagini).in bilico
Detto ciò il governo Letta appare come una delle soluzioni credibili alla crisi politica che si è aperta con le elezioni e che ha rischiato di trasformarsi in crisi istituzionale. Una, non l’unica.
Se pensiamo che potevamo trovarci ancora con il governo Monti, con il Parlamento allo sbando senza una maggioranza politica, senza un programma da realizzare, senza un governo vero che nascesse dalla fiducia del Parlamento possiamo misurare il rischio che l’Italia ha corso.
Solo le menti di Grillo e di Casaleggio potevano concepire e presentare questa come una proposta politica seria. C’è da dire che hanno aderito con entusiasmo la quasi totalità degli eletti grillini, che se ne è parlato nei talk show televisivi e che ha ricevuto tanti sostenitori nell’opinione pubblica e in qualche esperto che, forse, dimenticava di parlare di una situazione reale e non di un’esercitazione scolastica.
Il meno che si possa dire è che l’antagonismo sociale, la protesta politica, la rabbia dei cittadini, i cattivi maestri e i guru che vorrebbero raccoglierla e portarla nelle istituzioni non sono in grado di formulare una proposta di governo del Paese.
Agli occhi dei cittadini questo non può essere un merito, ma una colpa perchè le istituzioni sono quelle che decidono di noi, della nostra vita e non possiamo augurarci che siano paralizzate in nome di astratti disegni utopici e di vaghi propositi di rivolta dietro ai quali non c’è alcuna idea costruttiva.
Se la sinistra e l’area protestataria fossero stati in grado di concepire una proposta costruttiva avrebbero messo alla prova il Pd dilaniato da lotte interne, ma disponibile ad un’alleanza di governo. E oggi avremmo già da due mesi un governo diverso da quello che si è insediato. Così non è stato e occorre guardare avanti.Italia malata
Il governo Letta ha una composizione intelligente perchè tiene fuori vecchie facce dei partiti e apre a persone che sembrano avere tutte le carte in regola per svolgere bene il loro compito. Sentiremo domani il programma, ma già da ora si può immaginare che sarà centrato su alcuni impegni importanti e concreti. Niente di rivoluzionario sicuramente, ma d’altra parte ad un governo si chiede di governare non di fare la rivoluzione. A quella già pensano i tanti che vorrebbero rovesciare il mondo e che non riescono nemmeno a formulare uno straccio di proposta politica realizzabile.
In ogni caso ogni governo deve essere incalzato dall’opinione pubblica, con la protesta e con la proposta. Soprattutto occorre non disperdere l’enorme domanda di partecipazione e di cambiamento che è cresciuta negli ultimi anni. Lo stesso Movimento 5 stelle ne è espressione anche se ha ricevuto tanti voti più per protesta e sull’onda della popolarità di Grillo che per una proposta politica chiara. Ma espressione più significativa sono tutti quei movimenti di lotta che hanno messo all’ordine del giorno una trasformazione di sistema che non si può esaurire nei costi della politica, ma che si estende al vasto campo dei diritti, del funzionamento della democrazia, dell’uso dei beni comuni, della partecipazione alle scelte politiche e alla loro attuazione.
solidarietàQui c’è molto da imparare e da costruire. Mettiamo un pò da parte i proclami di Beppe Grillo che alimentano la visibilità di un suo potere personale e di una concezione dell’organizzazione politica dai tratti opachi e che sembrano tradursi in un cabaret permanente privo di sbocchi. Occupiamoci delle idee di chi ha occupato il Teatro Valle a Roma o di chi ha costruito il referendum sull’acqua o di chi lavora tutti i giorni nel grande spazio del volontariato. C’è bisogno di una politica che affondi qui le sue radici.
Claudio Lombardi

Riaprite il dialogo con i cittadini. Intervista a Stefano Rodotà

rodotàPubblichiamo un’intervista rilasciata da Stefano Rodotà al Manifesto che va oltre la polemica sull’elezione del Presidente della Repubblica e pone questioni essenziali per il governo dell’Italia.

«In questi giorni ho cercato di fare con discrezione, ma con decisione, quello che si doveva fare. A quelli che dicevano ‘Rodotà non si pronuncia?’, dico che le cose non si fanno in trenta secondi. E a giudicare dalle reazioni, mi pare di esserci riuscito». Il professor Stefano Rodotà, l’«altro» candidato alla Presidenza della Repubblica, quello delle forze contrarie alle larghe intese, ha ascoltato Napolitano in tv.

Cosa pensa delle parole di Napolitano?

La prima osservazione è una conferma: l’irresponsabilità o l’interesse dei partiti hanno trascinato il Presidente nella crisi che loro stessi hanno creato. Hanno messo il Presidente con le spalle al muro: siamo incapaci, pensaci tu. Un passaggio di enorme gravità politica. La seconda: Napolitano è stato indotto a un discorso da presidente del consiglio. E poi c’è una terza. Sono scandalizzato: mentre Napolitano diceva dell’irresponsabilità dei partiti, quelli applaudivano invece di stare zitti e vergognarsi. Hanno perso la testa.

Piazza e parlamento non si possono contrapporre, ha detto.

Vanno riaperti i canali di comunicazione fra istituzioni e società, soprattutto dopo il governo Monti, con il Parlamento ridotto a passacarte. Posso ricordare che nel pacchetto della Costituente dei beni comuni ho predisposto un testo per l’obbligo di presa in considerazione da parte del Parlamento dell’iniziativa popolare. Basterebbe una modifica dei regolamenti parlamentari.

E nella crisi, cosa pensa del Pd?

Da tutta questa vicenda è uscito vittorioso Berlusconi, che sta imponendo le sue condizioni, e il Pd è andato a raccomandarsi al Colle, e poi ha dato di nuovo spettacolo.

Napolitano indica la strada delle larghe intese. Secondo lei è l’unica?

Non posso mettere fra parentesi il fatto che la larga intesa si fa con il responsabile dello sfascio e della regressione culturale e politica di questo paese. Si faranno interventi economici, si utilizzeranno i modestissimi documenti dei saggi, ma non potrà essere affrontata nessuna della questioni che possono restituire alla politica e al Parlamento una qualità di interlocutore della società. Larghe intese? Il protagonista è Berlusconi.

Lei dice: resto un uomo di sinistra. Ora guarda a Vendola?rodotà e diritti

Sono contento, ma anche molto sorpreso, di questo senso di identificazione emerso nei miei confronti. Io ho una lunga storia personale nella sinistra, di lavoro teorico ma non solo: le forze politiche non hanno capito niente del referendum sull’acqua votato da 27 milioni di persone, e io ho invano cercato di far ricevere i promotori dal vertice del Pd. Ho letto microvolgarità su di me. Come: Rodotà non prende mai un autobus. Non ho preso l’autobus in questi giorni perché per me era imbarazzante. Sull’aereo si sono messi ad applaudire. Hanno riesumato Carraro per fargli dire che Rodotà sta nei salotti. L’unico salotto a cielo aperto in cui sono stato si chiama Pomigliano. Lì, alla manifestazione della Fiom, ho portato lo striscione con il mitico Ciro. Sarò alla manifestazione della Fiom del 18 maggio. Io non ho niente di carismatico. Semplicemente, testimonio che si può lavorare sulle cose: beni comuni, acqua, le discriminazioni. Certo, questa vicenda mi carica di responsabilità. Però, prima voglio vedere con chiarezza le cose. Proprio sul Manifesto, appena nata Alba avvertivo di fare attenzione a mettere in piedi un soggettino pronto a sfasciarsi alla prima occasione. Quale cultura politica possiamo mettere in campo?

dubbi PdA proposito di futuro, cosa vede nel futuro del Pd?

In questo momento temo un vero rischio per la democrazia. Il Pd sembra inconsapevole del fatto che la sua frammentazione apre una grande questione democratica, un vuoto. Se viene meno un soggetto forte della sinistra e ci sarà un puzzle impazzito, avremo il confronto Berlusconi-Grillo. Una specie di livello finale.

Lei ha scritto sulla democrazia elettronica come il populismo del terzo millennio. Poi è diventato la bandiera dell’M5S, che professa la democrazia elettronica.

La democrazia elettronica e la tecnopolitica ha vari modi di manifestarsi. Ma certo che c’è una differenza fra chi ritiene che tutto si risolve nella rete e chi ritiene che la rete ha un ruolo crescente. Grillo ha operato in rete, ma quando è venuto il momento elettorale ha riempito le piazze. Basta pensare a No bavaglio, Se non ora quando: qualcosa che prima era consentito soltanto alle grandi organizzazioni strutturate, partiti sindacati e Chiesa. Le piazze erano state svuotate dalla tv, la rete le ha ririempite. Oggi dobbiamo lavorare su questo. Non siamo al duello finale fra democrazia di rete e democrazia rappresentativa. Piuttosto, vedo un obbligo: nella Costituzione c’è un filo sottile fra referendum e iniziativa popolare che dev’essere rafforzato non come una via alternativa. Nel Trattato di Lisbona c’è un’apertura importante in questo senso. I sindacati europei stanno promuovendo un’iniziativa per chiedere alla Commissione di stabilire le regole sulla non privatizzabilità del servizio pubblico. Sa quante firme sono state raccolte finora? Un milione e 600mila in tutta Europa. È il momento di lavorare su questo. Faccio un’aggiunta personale: Rodotà non è stato inventato da Grillo. Il mio nome circola da mesi sulla rete. Insieme ad altri: la rete ha selezionato tutte persone di sinistra, ci metto con qualche fatica anche Emma Bonino, ma certamente anche Romano Prodi. Questo punto dovrebbe farci riflettere. Ci sono delle oscurità? Grillo e Casaleggio avranno fatto un complotto per tirare fuori solo nomi di sinistra per mettere in difficoltà la sinistra? Il fantasma della rete si aggira. E la politica sa fare solo tweet.assemblea di cittadini

Che idea si è fatto di Grillo?

Posso dire le cose su cui sto riflettendo. La parlamentarizzazione del 5 stelle è ormai un dato di fatto. Quando l’altra sera Grillo ha parlato di golpe, ed io poi ho dichiarato di rispettare la legalità parlamentare e di essere contrario alle marce su Roma, alcuni del 5 stelle mi hanno detto che questo ha aiutato a evitare una bagarre. Io non so quale sarà il futuro del 5 stelle. Stanno in Parlamento, vedremo come utilizzeranno lo strumento parlamentare. Hanno insistito perché si cominciasse a lavorare nelle istituzioni, non mi pare che siano andati in Parlamento con la dinamite. Come si fa a dire che il Movimento 5 stelle è incostituzionale, quando anche su Repubblica con tanti abbiamo riflettuto sull’incostituzionalità del berlusconismo?

A proposito, Scalfari le ha detto che bisogna fare la politica con cuore, e anche con il cervello.

Non è una bella maniera, in molti mi hanno spesso rimproverato di aver messo sempre in campo troppi elementi di ragione. E però: la cultura illuminista, cara a Scalfari, ha rilanciato tre valori: libertà, uguaglianza e fraternità. Perché la fraternità è stata la figlia minore della triade rivoluzionaria?

Il flop dell’accordo Pd-Pdl e la svolta che è urgente (di Claudio Lombardi)

Da anni si dice che in Italia manca un vero partito (o formazione politica o polo) di destra non considerando tale un partito interamente dedicato agli affari del suo leader e delle cricche che gli stanno attorno. Adesso possiamo dire che, grazie ai dirigenti del Pd e alla condanna alla frammentazione che pesa sulla sinistra, manca anche qualcosa di analogo sul versante opposto che lo si voglia chiamare sinistra o centro sinistra.bersani pensieroso

Il Pd era nato per unire componenti e culture diverse e portarle al governo del Paese con una maggioranza di voti. L’intenzione era quella partendo da una soglia che si considerava acquisita del 40%. Ora, dopo pochi anni, anche il 30% sembra un traguardo lontano e la perdita di consensi non sembra per niente finita.

Pesano limiti culturali che hanno impedito di superare il vecchio modo di fare politica fondato sugli accordi di “palazzo”, sulla opacità delle posizioni e quindi sulla mancanza di scelte chiare, sull’isolamento della politica e delle istituzioni dall’opinione pubblica. L’ultimo capolavoro di Bersani e del gruppo dirigente che fa capo a lui è stata la clamorosa apoteosi di questi limiti con l’accordo tra Pd e Pdl per la scelta del candidato alla Presidenza della Repubblica presentato quasi come un dovere assoluto per il bene del Paese.

E invece quell’accordo non si salva proprio da nessun punto di vista. Il metodo è stato quello della trattativa diretta con un interlocutore privilegiato. Si è detto che il Presidente rappresenta l’unità nazionale e deve scaturire dalla più ampia convergenza di consensi. Bene, ma perché questa convergenza la si è cercata privilegiando il Pdl? Pochi giorni prima Berlusconi aveva sbarrato la strada al padre nobile del Pd, Romano Prodi, in modo esplicito e netto durante un comizio. Il Pd non ha avuto nulla da replicare, ha preso atto di questo divieto e ha sottoposto a Berlusconi alcuni nomi lasciando a lui la scelta di quello da votare.

fallimento pdIl meno che si possa dire è che il gruppo dirigente del Pd ha fallito mostrando la sua incapacità di guidare la forza politica che avrebbe dovuto indicare agli italiani la via del cambiamento. Con quell’accordo, inoltre, si sono smentiti tutti i tentativi di mettersi in relazione con il M5S e questo proprio nel momento in cui da lì veniva una proposta seria e fattibile con il nome di Rodotà. Ma come, tutto si è fermato per settimane all’inseguimento (apparente) del M5S e nel momento in cui c’è una concreta possibilità di convergenza si fa una scelta opposta?

Insomma una débacle generale ben rappresentata dalla ribellione in atto nel Pd e dallo squagliamento di qualunque unità d’azione dei grandi elettori già alla prima votazione. La scheda bianca messa nell’urna oggi è anche il segno di un fallimento della direzione di Bersani che non è più in grado  di guidare il partito. Dopo un anno passato a sostenere un governo sempre più impopolare, dopo la sconfitta alle elezioni, dopo essere stato il protagonista di uno stallo confuso e privo di strategia durato più di 50 giorni, l’accordo con il Pdl rappresenta il colpo finale dal quale Bersani e il suo gruppo dirigente non riusciranno a riprendersi tanto facilmente.

Bisogna adesso domandarsi quali spazi esistano per ricostruire un partito alternativo al berlusconismo che è ancora la faccia (poco presentabile) del centro destra italiano. Ma più importante ancora è l’interrogativo sulla ricostruzione di una politica che sappia coinvolgere i cittadini superando il baratro che gli anni della partitocrazia hanno creato tra questi e lo Stato.

aprire le porteNon si tratta tanto e solo di riforme istituzionali o di una nuova legge elettorale, si tratta di qualcosa di più profondo che tocca le motivazioni, i valori e le regole non scritte che identificano e tengono insieme una comunità nazionale. Avere al vertice dello Stato forze politiche rispettabili, rappresentative e riconosciute è la base per riconoscersi come italiani ed essere orgogliosi di questa identità. Perché questo “miracolo” si compia un ruolo inevitabile spetta alle élite cioè a quei cittadini, singoli e associati, che si fanno protagonisti della vita politica, economica e sociale. A loro spetta di prendere la guida del cambiamento fondando o rifondando partiti, facendo vivere movimenti politici e civici, alimentando il dialogo pubblico in modo che sia l’esempio della costruzione di percorsi condivisi di formazione delle decisioni di governo della collettività.

Insomma la svolta che è urgente per rimettersi in piedi richiede uno sforzo collettivo di tutti i cittadini attivi che già non sono pochi e che dovranno essere presto molti di più. L’elezione del Presidente della Repubblica può e deve essere il primo passo di un cammino che guarda lontano. Ma bisogna partire col piede giusto e con i nomi giusti e credibili per il nuovo Capo dello Stato che non sono molti, ma ci sono e sono stati indicati con chiarezza. Su tutti spiccano quelli di Stefano Rodotà e di Romano Prodi indicati dal M5S e sostenuti da tanti altri. Prenderne atto è quasi doveroso.

Claudio Lombardi

Una storia nuova per tutti (di Claudio Lombardi

La tensione è alta in questi giorni e rischia di oscurare le novità positive: in Parlamento entreranno tanti giovani, tante donne e tante persone oneste come, forse, non accadeva da decenni. Questo semplice dato già ci dovrebbe rincuorare anche se siamo così abituati a parlare di schieramenti, di alleanze e di formule di governo che quasi proviamo un senso di smarrimento di fronte ad una realtà nuova e subito corriamo a preoccuparci di come definire gli equilibri fra le forze politiche con i criteri che abbiamo sempre conosciuto.

triangoliPer esempio l’idea, giustissima, che le presidenze delle camere debbano andare ai due partiti che hanno ottenuto più voti, ma che non hanno avuto il premio di maggioranza. Dal punto di vista geometrico è un triangolo perfetto: Governo, Camera e Senato. Purtroppo sembra che oggi la geometria debba cedere il passo ad una realtà diversa. Lasciamo, allora, che la soluzione la trovi il Parlamento quando si riunirà. Lo stesso si può dire del Governo. Sarebbe bello che forze politiche che si sono contrapposte in campagna elettorale come il M5S e il centro sinistra superassero le divisioni e decidessero di formare un governo. Sarebbe bello, ma irreale perché è troppo presto per fidarsi reciprocamente e per cambiare quel tanto che serve per un incontro vero che, comunque, non è affatto obbligatorio.

L’altro incontro di cui si è parlato, quello del centro sinistra col PDL, non può nemmeno essere preso in considerazione per motivi molto più gravi di quelli che riguardano le divisioni fra M5S e PD.

Le notizie di questi giorni che riguardano Berlusconi ci trasmettono una sensazione particolare come quella che si prova al ritorno da un lungo viaggio quando i luoghi che abbiamo lasciato tanto tempo prima ci appaiono gli stessi, ma siamo noi che li guardiamo con occhi diversi.

berlusconi 2Eravamo quasi assuefatti a qualcosa che ci accompagna da venti anni, ma ora, processo dopo processo, vediamo con più chiarezza il profilo di un leader politico che ha profondamente inquinato e stravolto la vita italiana usando tutte le leve del suo enorme potere mediatico ed economico. I disvalori che ha trasmesso con il suo esempio e con le sue televisioni sono diventati parte della vita di tanta gente. Sono molti quelli che si domandano come sia potuto accadere che si sia affermata e sia durata tanto una degenerazione che ha cambiato la convivenza civile e i comportamenti degli italiani.

Berlusconi si dibatte fra processi contro cui nulla possono più le sue urla scomposte contro i magistrati né l’impressionante schieramento di chi lo copre senza alcun senso di ripugnanza morale per i fatti, da tutti visti e conosciuti, che lo assediano con la loro inesorabile evidenza.

Da molto tempo, però, il problema non è più suo, ma è la carta di identità di un gruppo politico che ha fatto della conquista del potere e della spartizione della res publica il suo motivo di essere.

La corruzione come trama culturale e metodo pervasivo di ogni azione pubblica e privata identifica il berlusconismo. La corruzione elevata a valore e usata come principale strumento di azione politica. Nel corso della sua storia l’Italia non ha mai conosciuto nulla di simile.

Ce n’è abbastanza per allontanare il PDL, saldamente schierato a difesa del suo leader, da ogni accordo politico. Finchè i suoi eletti e i suoi dirigenti daranno la loro copertura a Berlusconi non ci potrà essere alcuna convergenza. Spesso nel passato si è dimenticato (e si dimentica anche oggi) che per un uomo politico e di Stato non occorre la condanna definitiva per dare un giudizio sulle sue azioni. In paesi normali basterebbe ad escluderlo dalla vita pubblica uno solo dei processi nei quali è stato ed è accusato di svariati reati comuni.

Una parte degli italiani tollera, conosce e giustifica (se non appoggia esplicitamente) questa pratica corrotta di gestire il potere. È una parte che non vuole vedere quanto la corruzione sia diventata strutturale al dominio del berlusconismo o fa finta che sia un inevitabile danno collaterale della politica. Tra questi, molti hanno tratto vantaggio dalla corruzione, altri sono rimasti affascinati dal successo di chi ci ha fondato la sua carriera, altri ancora hanno creduto all’ideologia di liberazione da ogni vincolo e regola spacciata per liberalismo. Ebbene è ora di dire che questa parte oggi è inutile per indicare una via d’uscita alla crisi. Nessuna lettura “politichese” può cancellare la nocività di una scelta che sostiene il prolungarsi del berlusconismo.

Che altri partiti abbiano condiviso pratiche di corruzione e clientelari e che abbiano approfittato dei beni e dei soldi pubblici è un fatto e non può essere negato. Ma l’errore è stato riconosciuto e non è stato eretto un muro difensivo per nascondere reati e privilegi né l’errore è diventato il connotato identitario di leader e di formazioni politiche. Per questo possono oggi proporsi agli italiani come parte del cambiamento. D’altra parte i loro elettori non accetterebbero nulla di diverso e lo hanno detto anche con il voto.cooperazione

Dobbiamo essere contenti che il Paese normale sia rappresentato dagli onesti che siederanno in Parlamento. Anche non conoscendoli uno ad uno è lecito sperare che il loro unico interesse sia quello dell’Italia. Per questo dobbiamo guardare con fiducia e con mente aperta ai giorni che verranno. Da qui deve iniziare una storia nuova per tutti.

Claudio Lombardi

Un grande bisogno di partecipazione (di Claudio Lombardi)

Elezioni. Tanti commenti sui voti presi dal Movimento 5 Stelle e sul risultato deludente del PD. E tante spiegazioni: dal voto di protesta, ai limiti dell’appello al senso di responsabilità, dagli errori di comunicazione, agli effetti della crisi economica.

Ce n’è una però che appare poco e che, invece, conta più delle altre. Si tratta del bisogno di partecipazione politica a cui Grillo col suo Movimento ha saputo dare una risposta concreta come nessun altro è riuscito a fare. Intendiamoci, partecipazione non apparente, non rituale, ma quotidiana e diretta attraverso i canali della rete. Si è scambiata per antipolitica ciò che era nuova politica.

Questa è stata la novità che il M5S ha portato in un panorama che sul piano della partecipazione alla politica dei cittadini ha fatto registrare tanti segni MENO e nessun PIU’ (fatta eccezione per le primarie tra Bersani e Renzi, troppo poco e, soprattutto, non seguito da fatti e comportamenti coerenti). Nulla a che vedere, insomma, con quello che il M5S ha costruito negli ultimi 8 anni con la sua rete di gruppi di base.

Sul versante del PDL il problema della partecipazione nemmeno si è posto; sono sempre bastate le decisioni e i soldi di Berlusconi a cancellare ogni spazio autonomo di discussione. Ma da quelle parti nessuno si è mai illuso che la partecipazione potesse trovare spazi: da quelle parti si parla e si tratta anche nella comunicazione pubblica di interessi personali e si accetta che siano i capi a trovare il modo per soddisfarli.assemblea di cittadini

Chiariamo che la partecipazione diretta alla politica non è un vezzo per gruppi di giovani sfaccendati, ma un modo di stare nella società che sta acquistando sempre più peso. Il vecchio schema che vedeva i politici come depositari di una funzione di governo conquistata con il voto e poi messa nelle mani di apparati auto referenziali e di eletti cui spettava la mediazione degli interessi non convince più. Specialmente se la crisi e gli scandali mettono a nudo le incapacità e la corruzione che caratterizzano i partiti. Come si poteva pensare che gli italiani e tantissimi giovani preparati e senza lavoro potessero assistere quieti e zitti al ladrocinio di soldi pubblici e alla conquista dello Stato da parte di bande di predoni che hanno, tra l’altro, goduto dell’acquiescenza o della connivenza di quelli che non volevano essere predoni, ma nemmeno osavano disturbarli ?

Nel mondo del Movimento 5 stelle, ma anche in quello delle associazioni e dei movimenti che sono nati in questi ultimi 10 anni, invece, le competenze sono state messe al servizio di battaglie collettive non più segnate e giustificate da identità di classe, ma sostenute solo dalla comune condizione di cittadinanza.

Per questo le primarie non sono bastate a far vincere un PD nato e cresciuto male. Di fatto il mondo del PD si è mostrato ostile alla partecipazione dei cittadini ed espressione di una cultura del professionismo politico distaccato dalle persone. Sarebbe bastato poco in questi anni per capire che si stava andando su una strada sbagliata. Non lo si è fatto testardamente e insistentemente e questa è una colpa imperdonabile agli occhi di chi ritiene che un polo progressista (non un partito solo) sia necessario all’Italia.

Claudio Lombardi

I percorsi paralleli per la ristrutturazione dell’Italia (di Claudio Lombardi)

“Cambiare si può” e primarie del centrosinistra. Sabato e domenica. L’uno e l’altra. C’è un collegamento fra i due eventi? Da un lato un mondo fatto di associazioni, comitati, movimenti, di promotori di liste civiche e di gruppi politici impegnati nel tentativo di riunire la sinistra e di tante singole persone che si sono trovati insieme nell’impegno su problemi concreti (dal referendum sui servizi pubblici locali alla Tav, alle lotte contro le mafie) e nel sostegno alla elezione dei sindaci un anno fa. Dall’altro un insieme di partiti che hanno deciso di dar vita ad un polo di centrosinistra e che hanno messo nelle mani dei cittadini la scelta del candidato alla Presidenza del consiglio dei ministri.


Due storie parallele destinate a non incontrarsi o due approcci allo stesso problema e cioè il rilancio di una politica partecipata non oligarchica, non spettacolare, non espressione dei poteri “forti”?
Qualsiasi voglia essere l’interpretazione bisogna guardare agli effetti concreti che questi due percorsi stanno producendo, alle risposte che danno, agli interrogativi che pongono.
Un primo evidente effetto è una mobilitazione politica di massa che torna ad essere al centro dell’attenzione e non perchè vive solo di manifestazioni di piazza che si contrappongono alle politiche del governo, ma perchè esprime la volontà di partecipare alle scelte della politica e di proporre all’Italia una vera alternativa di governo.
Delle primarie del centro sinistra si è già detto molto. Anche in questa domenica di ballottaggio l’affluenza ai seggi e il confronto che lo ha preceduto fatto di passione, di polemiche e di vera competizione conferma tutti i giudizi positivi che sono già stati espressi. Uno schieramento di partiti che, dopo aver firmato una carta di intenti, si rimette al giudizio dei cittadini per la scelta del suo candidato a guidare il governo nella prossima legislatura, fa un gran bene alla democrazia e alla politica. Certo, non è una bacchetta magica che ci porta dritti verso una società ideale, ma è, comunque, una forte risposta ad un ventennio berlusconiano di smarrimento di senso e di lucidità nelle forze di opposizione. Dopo queste primarie le cose dovranno continuare a cambiare con un investimento sempre più convinto sulla partecipazione dei cittadini in una politica che non potrà fare a meno di ripulirsi e rinnovarsi.
Nella stessa direzione va l’iniziativa di “Cambiare si può”. A differenza di esperienze del recente passato stavolta non sono le formazioni politiche che si collocano all’estrema sinistra a cercare di formare un’alleanza più o meno elettorale. Stavolta sono innanzitutto i movimenti formatisi nelle lotte sul territorio a prendere la guida di un processo innanzitutto programmatico che dia vita a una presenza politica fortemente caratterizzata per i contenuti concreti che vengono proposti.
Entrambe queste strade portano sulla scena politica la novità che è maturata in questi anni di sbandamento istituzionale con uno stato guidato da gruppi di affaristi e da un’ideologia egoista ed anarchicheggiante che ha coinvolto milioni di italiani illusi (e complici) del “sogno” berlusconiano. Una novità che porta in primo piano una nuova cittadinanza attiva molto impegnata nei problemi sociali, del territorio e del lavoro. Una novità di cui va dato merito, per la verità e in gran parte, alla società civile che ha trovato da sè le vie della mobilitazione e dell’organizzazione prima della protesta e poi della proposta


Se questa è la novità la prosecuzione dei percorsi paralleli di cui si è detto all’inizio è importante così come è importante che, a un certo punto, le parallele arrivino ad incontrarsi. Il punto di contatto non potrà che essere costituito da un disegno di ristrutturazione generale che coinvolga le politiche del prossimo governo a partire da quella europea fino a una spinta “rivoluzionaria” per la cura del territorio passando per una ridefinizione delle modalità di convivenza civile e di funzionamento del sistema democratico.
E’ inutile illudersi che un cambiamento di questa portata possa essere fatto in poco tempo e con la sola forza della volontà. Occorrerà tempo, un grande consenso e una grande partecipazione di popolo. Per questo i percorsi paralleli dovranno per forza di cose e per la sopravvivenza dell’Italia incontrarsi senza neanche pensare che si potrà fare a meno di altre componenti come quelle che esprimono un sincero e spontaneo consenso a diverse liste civiche in formazione, o quelle che stanno alla base del successo del M5S e senza dimenticare le componenti più avanzate del mondo cattolico.
La ricostruzione del nostro Paese (con forti ripercussioni in Europa che dovrà cambiare indirizzi politici in maniera radicale) dovrà durare a lungo e cambiare nel profondo il patto fra stato e cittadini, l’assetto delle istituzioni, la struttura dell’economia, il livello dei diritti garantiti, la cultura civile degli italiani.
C’è lavoro per tutti e tutti avranno il loro peso nel determinare il risultato finale. Meglio capirlo subito.
Claudio Lombardi

Tra politica e società mettiamoci la partecipazione (di Vanni Salvemini)

Disallineamento e volatilità sono realtà ben note soprattutto nel panorama politico italiano. Sono alimentate dall’atteggiamento di impotenza dei politici, che scelgono i dettagli ma non sono più gli artefici delle prese di decisione fondamentali, ormai portate avanti altrove.
Quello che si sta vivendo in Italia è che davanti a questo declassamento del potere decisionale, la politica risponde con una vera esplosione di costi e con l’aumento degli investimenti per acquisire consenso, dato che il marketing ha ormai in gran parte sostituito il senso di appartenenza a una cultura politica.

Una democrazia prodotta da un mondo che anela la crescita illimitata è dunque impolitica, ovvero non radicata nella polis, incapace di decisioni, senza legittimazione, senza, quindi, gli elementi cardine che dovrebbero caratterizzare un paese democratico. Siamo giunti a una situazione in cui perfino la democrazia come anche l’economia rischia di diventare un’entità astratta ovvero di non essere incardinata in un popolo e in un territorio.

Il sistema così com’è non va più; occorre riscrivere regole nuove, in un esercizio di progettazione collettiva che richiede un grande sforzo di responsabilizzazione e di presa di coscienza, che ci faccia transitare verso forme di democrazia deliberativa, la quale preveda una maggiore partecipazione dei cittadini, che recuperi il senso vero di fare politica e la sensazione che ciò non sia un privilegio riservato a una ristretta élite di politici di professione.

Bisogna pensare ad una vera transizione democratica basata su nuovi percorsi di partecipazione che rappresenta la condizione di base ineludibile di un effettivo processo di cambiamento.
Partecipazione però significa un processo continuo di formazione e informazione. Solo in quanto processo la partecipazione diventa l’anticorpo per favorire la riproducibilità della democrazia che il capitalismo finanziario non permette e che solo noi possiamo innescare.
Contro l’antipolitica e la disaffezione, infatti, l’unico antidoto è la partecipazione.

Si tratta di osare dove nessuno finora è giunto: organizzare un’inedita forma di democrazia partecipata che riossigeni il rapporto tra politica e società. Il senso dell’esperienza delle primarie era proprio questo: puntare a far emergere un partito dei cittadini che mutasse nel profondo la realtà dei partiti di sinistra esistenti (di sinistra dato che le primarie sono nate e sono state attuate solo da quella parte).

Intendiamoci, la partecipazione non è solo un insieme di tecniche per comunicare in modo creativo. Al contrario, è una rottura politica. Riguarda chi gestisce il potere, chi tiene nelle mani il mazzo delle scelte, se debba essere un gruppo ristretto di notabili oppure gli apparati o anche i soli eletti, oppure una comunità allargata. È una questione che riguarda la sostanza più che la forma, il merito più che il metodo.

Più volte la partecipazione dei cittadini si è rivelata una chiave per vincere, il grimaldello per scardinare le incrostazioni dei voti bloccati e di quelli comprati, l’alchimia per dissolvere i coaguli di potere. La contraddizione è che se la partecipazione è decisiva per vincere, al contrario, diventa un impiccio per governare. I cittadini, indispensabili per generare un effetto moltiplicatore nella fase di raccolta del consenso, diventano, dopo la presa della Bastiglia, un ingombro quando chiedono di condizionare le decisioni politiche. E quando la politica perde lo slancio sociale verso il cambiamento, allora degrada in gestione del potere e anche la qualità delle politiche pubbliche decade. Lì si annidano i rischi di degenerazione; i leader, da interpreti del processo sociale, diventano dei surrogati. La funzione carismatica della leadership soppianta quella trasformativa e, invece di attivare le risorse latenti delle persone, rende tutti spettatori passivi, al massimo una curva nord del leader.

Il vero punto di leva, quello che consente di sollevare il mondo, è la fiducia. E la fiducia è una risorsa scarsa che si riproduce solo se nella relazione circolano fattori di coerenza, trasparenza, ascolto efficace. La fiducia si conquista accorciando banalmente il fossato che separa il dire dal fare. La crisi della politica, è innanzitutto crisi di fiducia nella politica. Ecco perché a tutti noi viene chiesto uno straordinario coraggio. Agire una politica che discuta pubblicamente dei propri costi, del modo con cui si organizza e finanzia e seleziona la classe dirigente, dei canali attraverso cui dialoga con gli interessi delle diverse parti sociali, delle regole e dei limiti nella gestione delle istituzioni. Una politica che abbia un’idea forte, riconoscibile, positiva su questo tempo di crisi, e che resti permeabile rispetto alle ansie del cambiamento. Questa politica, sarebbe l’unico anticorpo al virus dei vecchi e nuovi trasformismi, anche quando ricoperti dall’accattivante veste offerta dal leader carismatico.

Le primarie che sono la novità del panorama politico italiano possono cambiare qualcosa, ma non vanno soffocate e non vanno concentrate solo sulle persone. Per una vera partecipazione occorre mettere in discussione innanzitutto idee e programmi perché questo è l’unico modo per condividere il futuro.

Vanni Salvemini

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