Conteggio dei voti in Sicilia: una situazione surreale (di Gloria Monaco)

Surreale. Non trovo altra definizione per il dibattito, e la relativa coda di polemiche, scoppiati questa mattina relativamente ai risultati delle elezioni in Sicilia. Lo spoglio è in corso dalle 8 ma nonostante ciò al momento fatta eccezione per Palermo ed altri casi rarissimi non si dispone di dati ufficiali. Sono passate 4 ore dall’apertura delle urne e regna il caos più assoluto. Unica certezza: la corsa ad attribuirsi il risultato.

La lentezza delle operazioni di scrutinio è nota da tempo e per altro in territori come la Sicilia assolutamente cronica. Si tratti di politiche, di amministrative o – come in questo caso – di regionali le ore per poter vedere profilarsi un quadro attendibile scorrono inesorabili. Quindi questo 2012 non fa eccezione e si va avanti sulla base di exit poll e dati provenienti dagli “enti” più efficienti come il capoluogo.

Proprio sulla base degli exit poll circolati, fin dalle prime ore, si è ventilata una vittoria senza pari del candidato del M5S Cancellieri ma, al momento, l’unica “vittoria” vera che attribuisco ai Grillini è il risultato della lista a Palermo che batte (con circa il 16%) di misura quelle di PD e PDL, ambedue oscillanti su percentuali attorno al 10%.

Eppure questa incertezza non dissuade i soliti “noti” (siano giornalisti, opinion makers o politici stessi) dal lanciarsi in ardite teorie interpretative del fenomeno elettorale. Non ho intenzione di fare altrettanto. Mi limito a pochissimi spunti di riflessione in attesa che prefetture, regione, ministero ci diano dati e risultati attendibili.

Uno. Una prima cosa che volevo sottoporre all’attenzione di chi legge è la seguente: capisco che la Sicilia è una regione a Statuto speciale (ma lo stesso si può dire anche per altre regioni prossime al voto come Lazio e Lombardia) dotata di una propria legge elettorale e di meccanismi di raccolta dei risultati che a questo punto mi piacerebbe capire quali siano. Tuttavia, non è possibile che a più di 12 ore dalla chiusura delle urne non esista ancora un dato complessivo aggregato in grado di attribuire pur con tutti i margini, le forbici ecc. ecc., la vittoria ad un candidato. Soprattutto non è possibile visto che sicuramente il primo partito di questa tornata elettorale è, senza tema di smentita, l’astensione. Ecco di questo mi indigno e di questo vorrei che qualcuno ci desse conto. Le regioni a seguito della modifica del Titolo V hanno tutte più o meno legiferato in materia di elezione dei propri organi e a questo punto dico fortunatamente in molte hanno deciso di continuare ad avvalersi di “protocolli di intesa” con il Ministero dell’Interno per quel che riguarda la gestione e la divulgazione dei risultati. Se così non fosse credo che la situazione rischierebbe ogni volta di diventare sempre più paradossale e meno gestibile anche in termini di garanzia del risultato elettorale.

Due. Gli exit poll come già ampiamente dimostrato in passato non sono attendibili. In questa occasione strombazzano vittorie che in realtà sembrano lontane dal realizzarsi e tutti dietro a commentare dati e risultati che non sono. E’ una questione di serietà. Non si può trascorrere il tempo a parlare del nulla o disegnare scenari impossibili solo perché lo impone “lo share” televisivo. Un bel tacer non fu mai scritto! E piuttosto che inanellare una serie di luoghi comuni o sciocchezze, sarebbe più utile come sempre verificare e documentarsi! Ma ormai sembra che attenersi al principio cardine del codice deontologico dell’informazione non sia più di moda!

Tre. Se si confermano i risultati di Palermo, relativamente alla distribuzione dei voti sulle liste questo sì è un dato importante e che merita una certa attenzione. La “vittoria” del movimentismo sui partiti organizzati denota che ci deve essere una “riorganizzazione” della gestione del consenso al passo coi tempi anche per i “partiti” eredi dei “popolarismi” del ‘900. La gerarchia piramidale che vige all’interno di PD, PDL, UDC ecc. ecc. è sconfitta  dal capovolgimento del modo stesso di intendere la politica, per cui è la cosiddetta base a dettare le regole e obbligare i vertici ad adeguarsi.

Quattro. Pesa sempre come un incognita, o almeno questo è quanto mi ripeto sempre nel caso di elezioni in Sicilia, quale sia il peso da attribuire a taluni “poteri forti”. L’inquinamento del risultato elettorale da parte della Mafia è uno dei “grandi temi” che puntualmente si ripropone ad ogni elezione. Non posso non porre quindi il tema oggi specie con questo tipo di risultato così poco “intellegibile” e che se da un lato fa pensare che la situazione odierna sia assolutamente diversa da tutte le precedenti non può non dare da pensare.

Dopo queste riflessioni torno quindi ad analizzare i dati, o meglio a cercare di reperire i risultati quanto più ufficiali possibile, solo a questo punto proverò a interpretarli e a dire la mia!

Gloria Monaco

Denaro e informazione, due snodi cruciali della democrazia (di Claudio Lombardi)

I problemi della democrazia sono tanti, ma i maggiori sono quelli dell’informazione e del denaro. Prendiamo la campagna elettorale negli USA. Un articolo di Alexander Stille pubblicato di recente su Repubblica ci ricorda che “dal 2008 l’industria finanziaria, che ha scatenato la crisi, ha speso 343 milioni di dollari per i lobbysti e 211 milioni nelle campagne elettorali per assicurarsi che le riforme per far ripartire l’economia non risultassero troppo onerose. I contributi sono andati sia ai democratici sia ai repubblicani. Il risultato è che abbiamo un partito (quello repubblicano) interamente al servizio di grossi interessi, i cui esponenti hanno votato contro qualsiasi riforma finanziaria. Mentre il partito democratico è colonizzato per metà: ha fatto una riforma finanziaria molto più debole di quanto serviva”

Ecco sintetizzato il paradosso di un regime che, fondato sull’eguaglianza e sulla libertà, in realtà non è in grado di impedire che minoranze aggressive e ricche di denaro lo conquistino e lo usino per accrescere il loro potere e le loro ricchezze distruggendo, di fatto, sia l’eguaglianza che la libertà. Il fatto che le misure contro le attività finanziarie speculative siano state deboli e che si sia preferito usare i soldi pubblici per soccorrere chi aveva causato la crisi senza, peraltro, adottare regole severe per impedire che accadesse di nuovo significa che lo strapotere del denaro ormai in grado di comprare partiti e politici può dettare le sue condizioni e mettere ai margini la stragrande maggioranza dei cittadini. Continua Stille: “i poveri votano molto meno dei ricchi. Circa l’80 per cento delle persone con un reddito di oltre 150.000 dollari votano, mentre solo il 40 per cento di quelli più poveri fanno lo sforzo di andare alle urne”.

Certo, ciò non ha impedito la vittoria di Obama, ma il peso degli interessi privati ha interessato anche lui e il partito democratico sia direttamente sia indirettamente con l’enorme capacità di formare l’opinione pubblica che hanno i detentori degli interessi più forti. Tutto si paga, dai giornalisti, alle televisioni, all’onnipresente propaganda. Un apparato gigantesco capace, per esempio, di inculcare nella testa dei cittadini l’assoluta necessità di ridurre le tasse ai ricchi e di eliminare l’assistenza sanitaria e sociale per i più deboli. Il bianco diventa nero e il nero bianco.

Qualcosa del genere abbiamo sperimentato anche noi in Italia. Il berlusconismo ha rappresentato la discesa in campo del denaro e del potere mediatico con la costruzione di una cultura civile ampiamente diffusa e condivisa fondata sulla prevalenza dei più forti e sullo sdoganamento della disonestà a tutti i livelli nel più assoluto disprezzo degli interessi della collettività a favore di quelli dell’individuo. Una cultura che è diventata, per quasi venti anni, il cemento che ha unito italiani e uomini dei partiti di governo del centro destra. Quanto questo abbia influito sui conti che adesso la maggioranza dei cittadini sta ripagando (ma non i ricchi, sempre esentati) è immaginabile, ma lo dice bene una sola cifra: 460 milioni di euro spesi dalla cricca della Protezione Civile per organizzare il G8 (mai tenuto) alla Maddalena. 460 milioni rubati, buttati, sprecati dissolti.

Come questo non sia stato capito dagli italiani e non abbia suscitato una ribellione capace di rovesciare il governo non è un mistero perché la formazione dell’opinione pubblica è stata il primo compito che hanno affrontato “scientificamente” i fondatori del nuovo ordine. Il possesso dei canali televisivi privati e di molti quotidiani e periodici e il controllo assoluto della TV pubblica hanno supportato la conquista e la gestione del potere. La corruzione con l’uso dissennato del denaro pubblico ha fatto il resto selezionando un personale politico e una burocrazia del tutto asserviti.

Due casi, quindi, nei quali la sostanza di un regime democratico è messa in mora dal potere del denaro e dal monopolio dell’informazione. Cosa possono fare coloro che non dispongono né dell’uno né dell’altra, ma hanno solo il loro diritto di partecipare alle decisioni politiche?

Questo, sempre più, appare il problema cruciale delle democrazie. E non si tratta di una questione formale, ma molto concreta. Gli strumenti classici della partecipazione o sono in crisi o non bastano più. I partiti sono in crisi non perché non abbia più senso l’esistenza di organizzazioni sociali che si occupano della selezione dei programmi politici e dell’organizzazione della partecipazione popolare di cui parla l’art. 49 della Costituzione. I partiti sono in crisi perché sono diventate macchine elettorali o comitati di affari. Non tutti, ma si può dire che i due aspetti sono presenti in misura diversa nelle formazioni politiche che riscuotono la maggioranza dei consensi.

Abbiamo avuto l’esempio di quello che era ritenuto un partito popolare, la Lega, che per molti anni non ha tenuto congressi e nella quale si è tentato di instaurare una successione ereditaria al vertice. Per non parlare del maggior partito di governo, il Pdl, che è stato sempre un partito di proprietà di Silvio Berlusconi.

Le elezioni non rappresentano più il momento solenne delle scelte democratiche perché non poggiano su una struttura sociale-istituzionale fondata sulla partecipazione. Spesso gli elettori votano sulla base di suggestioni, di illusioni e di disinformazione e non sono educati alla valutazione e alla selezione delle opzioni politiche  e programmatiche.

Questo il quadro. Per cambiare qualcosa bisogna partire dalle ultime righe, ma volte in positivo: informazione, educazione alla valutazione delle politiche e dell’attuazione delle scelte. Il fine è costruire una cultura civile condivisa che prescinda dagli schieramenti politici. Un esempio: pagare le tasse e non rubare i soldi pubblici sono valori e principi di base della convivenza civile, non sono scelte politiche che dipendono dagli schieramenti di partito. Su queste basi è realistico pensare di poter dar vita a nuovi partiti o di rinnovare quelli esistenti anche partendo da un ruolo inedito dell’opinione pubblica che utilizza tutti gli strumenti a sua disposizione per conoscere i fatti, far circolare le informazioni, individuare e confrontare le soluzioni ai problemi di governo della società.

Claudio Lombardi

Cittadinanzattiva: un progetto politico per l’Italia (di Claudio Lombardi)

Si tiene in questi giorni il congresso nazionale di Cittadinanzattiva, l’organizzazione che ha, per prima, scelto di essere un movimento politico per la partecipazione civica. L’atto di nascita risale ad oltre trenta anni fa quando un gruppo di giovani decise di imboccare una strada nuova che coniugasse la politica e l’azione civica. L’evoluzione successiva portò a cambiamenti di nome e di struttura, ma si trattò, comunque, dello svolgimento di un concetto iniziale che segnava una novità sostanziale per l’Italia.

Alla fine degli anni ’70, infatti, i conflitti politici e sociali si concentravano su ideologie contrapposte o sulle rivendicazioni e gli interessi di ceti identificati in base al proprio lavoro e al reddito. L’idea che la base della società e dello Stato fossero i cittadini e che li accomunasse una fitta trama di obiettivi – i diritti declinati in base ai principi costituzionali e realizzati attraverso le politiche pubbliche – e di strumenti istituzionali non era molto popolare. L’azione civica era già conosciuta e praticata grazie alle tante iniziative di base sviluppate nel mondo cattolico più che in quello che si riconosceva nella sinistra sindacale e politica. Alcuni eventi catastrofici come l’alluvione che inondò Firenze e che precedette l’esplosione del ‘68, tuttavia, portarono in primo piano una generazione di giovani che sperimentò concretamente cosa poteva essere fatto con l’azione diretta che aveva la sua base nella solidarietà e nella responsabilità derivanti dalla condizione di cittadini e il suo oggetto nei beni comuni da salvare.

Gli eventi successivi (il 1968, le lotte operaie, la stagione delle bombe e lo stragismo di Stato) non aiutarono chi parlava di coscienza civica e di diritti civili. Furono anche gli anni, però, delle battaglie per il divorzio e per l’aborto che segnarono una prima divaricazione fra i partiti che detenevano la rappresentanza politica e la volontà dei cittadini.

Quell’ispirazione iniziale portò prima alla nascita del Movimento Federativo Democratico, poi al Tribunale dei diritti del malato e, quindi, a Cittadinanzattiva.

Oggi a parlare di cittadinanza attiva e di civismo sono in tanti e gli stessi partiti che hanno goduto di un consenso vastissimo pensano di rifondarsi per assumere le sembianze di movimenti civici, anzi, di liste civiche. Le liste civiche per le prossime scadenze elettorali si moltiplicano e il successo del Cinque stelle di Beppe Grillo indica che c’è un grande consenso in cerca di una rappresentanza.

La crisi radicale che ha colpito gran parte dei partiti che si sono impadroniti delle istituzioni depredandole e che hanno dimostrato il loro fallimento nel governo del Paese si trasforma in una spinta potente a crearsi nuovi canali di rappresentanza che portino ai posti di comando una nuova classe dirigente fatta anche di tanti cittadini comuni.

Il fenomeno strano è che questa spinta punta direttamente alle elezioni e non si basa su un’esperienza di azione civica che si fa politica. Il passaggio dai blog e dai gruppi che si ritrovano in rete alle liste elettorali e alle cariche istituzionali è concepito come una linea diritta. Non per tutti, però. I movimenti e le associazioni che si sono misurate con i referendum e che già praticano la politica dal basso sono molto più prudenti.

Cittadinanzattiva si presenta in questo panorama così diverso dagli anni della sua formazione con una sua caratteristica peculiare – l’azione civica prima di tutto – e riconfermando la scelta di non partecipare in quanto movimento alle elezioni.

Si tratta di un approccio diverso da ogni altro movimento che ha nell’idea della valutazione civica il suo fulcro e nella costante ricerca della convergenza di intenti fra cittadini, istituzioni e amministrazioni pubbliche il suo luogo di azione privilegiato.

Un approccio meno battagliero di quello proposto da liste civiche, movimenti e comitati vari, ma molto più concreto e penetrante. Certo, il momento della protesta e della pubblica indicazione di responsabilità di chi viene meno al suo dovere o si rivela disonesto o incapace non può mai mancare. Ma la scelta di porsi come cittadini che sentono la cosa pubblica come la loro dimensione e, quindi, individuano uno specifico ruolo per partecipare alle scelte e per verificarne l’attuazione riconoscendo ad altri soggetti, politici, istituzionali e amministrativi, i ruoli a loro spettanti (e rivendicando che siano assolti nell’interesse generale) è una scelta di profondo significato che guarda all’oggi prefigurando la società di domani.

La valutazione civica implica la conoscenza, la responsabilità, la consapevolezza e si basa su una partecipazione di elevata qualità. L’orizzonte è quello delle politiche pubbliche assunte e attuate in un contesto istituzionale radicalmente democratico nel quale non hanno diritto di cittadinanza ruberie, slealtà, trame occulte, affarismo, corruzione.

Portare il cittadino comune a questo livello significa impegnarsi in un serio lavoro di costruzione di una classe dirigente diffusa potenzialmente estesa a chiunque voglia parteciparvi.

È auspicabile che il congresso di Cittadinanzattiva precisi meglio questa strategia e che punti alla crescita della propria rete organizzata, del coinvolgimento dei cittadini e del peso politico delle azioni civiche che si fanno politica. L’Italia ha bisogno che questo progetto politico di cambiamento profondo vada avanti e abbia successo.

Claudio Lombardi

Revocare gli eletti in democrazia? (di Rossella Aprea)

In inglese si chiama “recall”: la revoca degli eletti. L’atto che fa da contraltare alle elezioni politiche. E’ uno strumento mediante il quale gli elettori possono rimuovere un funzionario pubblico prima della scadenza del mandato, presumibilmente a causa della disapprovazione delle politiche da lui perseguite.

Si tratta di un istituto tipicamente americano (ma non esclusivamente), nato all’inizio del secolo scorso per contrastare l’eccessiva arrendevolezza degli eletti alle lobby organizzate e oggi presente praticamente in tutti gli stati degli USA.

Il recall si presenta come l’esaltazione del principio democratico di rappresentatività tra elettori ed eletti che non dovrebbe potersi esprimere solo nel momento dell’elezione, ma anche durante l’esercizio del mandato da parte degli elettori con l’esercizio da parte di questi ultimi di un potere di controllo e di sanzione di cui il recall costituisce la massima espressione.

Sconosciuto in Italia, il recall, oltre che negli Stati Uniti, dove opera soprattutto a livello locale, è utilizzato anche in altri paesi di cultura anglosassone come il Canada. Se ne registrano però diverse applicazioni in altre parti del mondo e in altre epoche (in Venezuela e in Bolivia per esempio).

La diffusione della revoca nei Paesi di lingua anglosassone è stata possibile in virtù dell’assenza, in Costituzione, del divieto di mandato imperativo, presente nella maggioranza delle Costituzioni europee e anche in quella italiana (art. 67).

Il senso della revoca

La democrazia secondo Bernard Manin, autore di Principi del governo rappresentativo (2011) ha vissuto tre stagioni di rappresentanza politica:

1- il parlamentarismo

2- la democrazia dei partiti

3- la democrazia del pubblico.

Il parlamentarismo ottocentesco di stampo aristocratico era espressione di una finta democrazia, in cui solo i notabili sedevano in parlamento con mandato libero, cioè senza dover rendere conto agli elettori del proprio operato.

La democrazia dei partiti, figlia del suffragio universale e della Grande guerra, ha visto la luce con i primi partiti di massa e la responsabilità degli eletti si spostava dagli elettori verso il partito e la sua ideologia.

La democrazia del pubblico è quella in cui viviamo oggi, i cui connotati risultano ancora imprecisi, anche se si differenzia rispetto alle forme precedenti. La personalizzazione del potere ne costituisce il fulcro e l’elemento fiduciario diventa essenziale, ridimensionando l’importanza dei partiti e dei loro programmi. I media hanno contribuito in maniera rilevante all’irruzione delle varie personalità politiche nella vita pubblica.

Il rapporto sempre più complicato tra elettori ed eletti e la carenza di fiducia nei confronti dei governanti nelle democrazie avanzate spiegano l‘attualità del recall  e la rinascita di interesse per la sua utilizzazione. Diventerebbe uno strumento nelle mani dei cittadini per richiamare i propri rappresentanti al rispetto del patto fiduciario stipulato al momento dell’elezione.

Il recall potrebbe contribuire probabilmente ad una democrazia più “democratica”, anche se con il rischio di renderla meno partecipativa. Infatti, c’è da tener conto del peso che hanno assunto oggi gli organi d’informazione che possono, nelle mani sbagliate, mettere in piedi campagne diffamatorie nei confronti di politici sgraditi, oppure esaltarne altri rivestendoli di un credito che non hanno o che non meritano.

È ciò che è accaduto negli USA, per esempio, ai danni di un governatore democratico della California e a favore di chi ne prese il posto, il repubblicano Arnold Schwarzenegger.

Da notare che in questo caso il recall è stato attivato dalla forza politica di opposizione, piuttosto che da gruppi organizzati della cittadinanza attiva e il successo è stato possibile grazie alla mobilitazione di ingenti risorse economiche.

Un recall in Italia?

Di questi rischi bisogna tenere conto ragionando sull’applicazione della revoca alla realtà italiana. Il primo problema di natura costituzionale è, però, il principio del libero mandato parlamentare (art. 67), che indubbiamente sembrerebbe escludere l’utilizzo del recall a tutti i livelli. Tuttavia, pur trattandosi di un meccanismo estraneo alla nostra storia costituzionale, potrebbe costituire un istituto di controllo tutt’altro che inutile a disposizione dei cittadini.

Ma a qualche condizione. Dovrebbe, innanzitutto, essere attivabile solo dai governati nei confronti dei governanti, un’arma a disposizione della società civile e non utilizzato (magari strumentalmente) da un gruppo politico contro gli organi elettivi.

Dovrebbe, in realtà, rappresentare un rimedio di ultima istanza, una sorta di extrema ratio da attivare nei casi di particolare gravità, in modo da evitare un uso distorto che possa inquinare ulteriormente il clima politico del nostro Paese.

Dovrebbe, infine, essere valutato non tanto per la sua efficacia formale quanto per il suo effetto di controllo sui governanti perché potrebbe svolgere una funzione sanzionatoria nei confronti dei governanti indegni, ma allo stesso tempo aprire nuovi e quanto mai opportuni canali di dialogo tra il ceto politico e l’opinione pubblica, di cui oggi nel nostro Paese si sente sempre più urgente bisogno. Inoltre, la possibilità di far valere la propria opinione non solo al momento dell’elezione potrebbe indurre i cittadini a comportamenti più partecipativi e più vigili, con il conseguente miglioramento del processo democratico.

Ovviamente sarebbe meglio se il recall fosse la parte finale di un’attività di controllo da parte dei cittadini resa stabile e che dovrebbe cominciare dalla partecipazione alle decisioni politiche.

Rossella Aprea (rielaborazione di un più ampio articolo da www.lib21.org)

Non avere paura di impegnarsi: intervista a Francesca Lagatta

Francesca Lagatta, 27 anni calabrese autrice della lettera aperta a Monti (pubblicata qui http://www.civicolab.it/?p=2437) impegnata nelle lotte sociali nell’alto tirreno cosentino

D. Quali sono le motivazioni del tuo impegno sociale e cosa pensi della politica?

R. Il mio impegno sociale nasce dall’esigenza che ho avvertito fortemente di dare una mano a chi ne ha bisogno. Da questa spinta sono arrivata anche all’impegno politico. La scintilla è stata una reazione a quella che considero una brutta pagina della politica calabrese: la riconversione dell’ospedale della mia città, Praia a mare. Ho pensato che non era giusto perché la salute dovrebbe essere tutelata ad ogni costo. L’ospedale di Praia era rimasto in vita per 41 anni salvando migliaia di vite e senza mai casi eclatanti di malasanità. Interessandomene ho anche scoperto che era l’unico ospedale della zona di Cosenza ad avere i conti in attivo. Da poco è stata decisa la sua trasformazione in Casa della salute con conseguenze gravissime sulla popolazione. Al momento abbiamo solo 2 ambulanze per un bacino di utenza di 62mila persone in un raggio di 70 km e una sola di queste è medicalizzata mentre l’altra può solo fare il trasporto.

Ecco io penso che la politica non possa compiere azioni che danneggiano i cittadini. La politica è il mezzo attraverso cui si arriva ad avere dei risultati, non il fine. Chi usa la politica come fine compie un’azione senza senso per il benessere della collettività anzi, lo danneggia con le conseguenze che, purtroppo, vediamo tutti i giorni.

D. Tu hai scritto una lettera aperta a Monti che rappresenta un grido di dolore dei giovani calabresi e un appello alle istituzioni e alla classe dirigente del Paese.

R. La lettera a Monti è arrivata in un momento di rabbia estrema nella quale ho avvertito che le situazioni di disagio delle quali tutti i giorni vengo a conoscenza svolgendo l’attività dell’associazione che presiedo non sono casi individuali bensì la manifestazione di un disagio collettivo. Ho provato una grande rabbia e un desiderio di ribellarmi, di fare qualcosa contro quella che sento come una grande ingiustizia. Per questo ho scritto quella lettera, prima di tutto volevo parlare ai calabresi e mostrare che reagire si può.

Oggi essere giovane è difficile ed essere giovane calabrese lo è ancora di più. Lottiamo ogni giorno contro l’ignoranza, contro l’omertà, contro la malavita e la crisi esaspera questi contrasti. Il messaggio che mando tutti i giorni ai miei concittadini è di non arrendersi e di non rassegnarsi a che le cose vadano così, perché possono cambiare a partire dal nostro impegno personale.

Cosa vuol dire cercare lavoro in Calabria  lo sanno bene i giovani calabresi, ma è un’esperienza che condividiamo con tutti i giovani. Il lavoro una volta era un mezzo per arrivare al benessere, oggi cercare lavoro è come giocare al lotto e il benessere appare molto lontano. Casomai l’obiettivo è la sopravvivenza il che significa, tra l’altro, continuare a farsi aiutare dalle famiglie e non pensare al futuro. Sappiamo dalle cronache che la ricerca del lavoro (e il lavoro che si perde) produce frustrazione e disperazione e rischia di diventare una piaga sociale con effetti negativi sulla vita delle persone.

D. E la politica in Calabria come risponde ?

R. La politica in Calabria è completamente sorda. Ci hanno tolto gli ospedali, ci vogliono far rimanere ignoranti, ci vogliono isolare. Fino a qualche anno fa spostarsi da Praia era più facile perché c’erano molti più treni, per esempio. Adesso non è più così e anche lo stato delle strade si può riassumere in un nome solo: Salerno-Reggio Calabria, l’eterna incompiuta. Sembra che l’Alto tirreno cosentino sia stato abbandonato e non faccia più parte nemmeno della Calabria. E i cittadini, purtroppo, non sembrano rendersene conto né capire che possono agire per il cambiamento.

Invece il modo ci sarebbe. Se i cittadini avessero dei punti di riferimento nei quali riconoscersi, qualcuno in grado di indicare obiettivi e di chiamarli all’impegno politico sarebbe un grande passo avanti. Questo c’è, ma in misura ancora insufficiente e così è ancora molto diffusa la rassegnazione e anche la paura. In realtà la presenza della ‘ndrangheta che si è impadronita di posizioni di potere anche nella politica si sente, ma io dico sempre a chi mi segue una frase: “l’uomo si nutre di cibo la mafia di omertà” perché fino a che rimarremo in silenzio faremo sempre il loro gioco. Basterebbe che ci ribellassimo tutti e che dimostrassimo di essere un popolo unito e le cose comincerebbero a cambiare da subito.

Ovviamente ribellarsi individualmente è difficile, bisogna organizzarsi nel sociale e in politica. In Calabria non mancano le associazioni, ma raramente sono associazioni che vogliono occuparsi di politica. Io, invece, penso che se ognuno si considera da solo non si possono affrontare i problemi della collettività. Io sono partita da un moto di rabbia personale, ma poi mi sono rivolta agli altri per agire insieme perché stare ognuno per conto suo e in silenzio fa solo il gioco della malapolitica e delle mafie.

D. Hai paura, non temi di rimanere isolata?

R. Assolutamente no, non ho paura e l’isolamento è il prezzo da pagare (e lo sto pagando), ma il mio è un messaggio di speranza perché si può fare molto per cambiare a partire da noi stessi. Io dico spesso agli altri: prendete esempio da me, reagire si può e si può non avere paura.

Per cambiare politica si deve partire dalle persone e spingere ad un cambiamento di mentalità e di cultura. È un lavoro lungo che non si fa in un giorno, ma da qualche parte si deve pur cominciare. Se ognuno di noi facesse un poco ogni giorno insieme potremmo fare tanto.

(Intervista del 25 maggio 2012)

A “tutto civismo”: movimenti e liste civiche alla carica (di Claudio Lombardi)

Non è solo il Movimento 5 stelle e non sono nemmeno più soltanto le liste civiche “tradizionali” che nelle elezioni locali sono presenti da anni per sostenere, senza simboli di partito, singoli candidati alle cariche di sindaco o di presidente di provincia. Adesso l’idea di lista civica sta diventando qualcosa di diverso che nasce nel locale e lì si sviluppa, ma si propone di assumere dimensioni nazionali e di diventare un soggetto politico autonomo. A promuoverle e a farle conoscere niente attori o personaggi dello spettacolo, ma cittadini comuni che si collegano fra loro e usano internet per dibattere e definire programmi e proposte.

Così la Rete dei cittadini (http://retedeicittadini.it) che si è presentata alle regionali del Lazio nel 2010 e così l’iniziativa per la costituzione di una lista civica nazionale nata da un fitto intreccio di realtà locali (http://www.perunalistacivicanazionale.it). Entrambe si propongono come uno sviluppo della democrazia fondata sui partiti. Probabilmente non sono e non rimarranno le sole anche perché il civismo sarà un’ancora cui si aggrapperanno anche alcuni partiti con la speranza di camuffare le loro precedenti esperienze di governo. Staremo a vedere.

Ai movimenti civici va ascritto anche il Movimento 5 stelle che, in realtà, non si definisce come una lista civica anche se di liste locali ne ha presentate molte. Secondo il suo statuto (anzi, Non statuto) non si tratta nemmeno di un’associazione bensì di una Non associazione come è specificato nell’art. 1 che definisce il Movimento come “una piattaforma ed un veicolo di  confronto e di consultazione che trae origine e trova il suo epicentro nel blog www.beppegrillo.it.”. Sempre il blog individua le campagne e i temi da affrontare e il Movimento è “lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati” a promuoverle sul territorio. Movimento-strumento e, dunque, anche aderenti-organi dello strumento. Se la logica e le parole hanno un senso.

Si ritrova qui una “doppia verità” tipica dei movimenti fondati da personalità di spicco o da gruppi ristretti che vogliono mantenere il controllo senza rischiare di perderlo attraverso il confronto democratico. Molto battaglieri in nome della partecipazione verso l’esterno e molto autoritari verso l’interno dove non sono assicurate o rispettate le più elementari regole per la formazione delle decisioni. Molto spesso ciò accade “di fatto” (o con cavilli giuridici negli statuti) cioè con l’affermazione teorica di regole democratiche contraddette dalla pratica quotidiana nella quale i fondatori del movimento fanno valere la loro assoluta preminenza. Nel caso del M 5 S, invece, queste regole nemmeno esistono e, semplicemente, viene accettato il marchio proprietario di Beppe Grillo creando l’assurda situazione di un movimento che si batte per la totale trasparenza e apertura della politica, ma non accetta le forme più semplici della partecipazione al suo interno considerando i suoi aderenti come strumenti della volontà di uno solo.

Questo assetto inficia il programma che si propone come un elenco di punti che non vengono motivati e che sono scollegati da una analisi e da un quadro d’insieme. Nel complesso si presentano non come frutto di una visione politica, bensì tecnica. Messi lì senza collegamenti e spiegazioni assumono quasi le sembianze di una ricetta o di un manuale di istruzioni per l’uso. Se si aggiunge che non si sa da dove provengano – se da discussioni locali, nazionali, dai forum sul sito o dalla mente di Grillo – si ha il quadro di un non movimento che propone una non politica basata sull’attuazione di un programma tecnico. Ma l’opinione pubblica e gli elettori e nemmeno gli aderenti non danno molta importanza a questi aspetti. Secondo un recente sondaggio conta molto di più la personalità del leader e la forza del messaggio ossia l’impressione che lascia in chi ascolta. Ma, attenzione, questo vale solo per movimenti che esistono e hanno visibilità per i personaggi che li creano e che li rappresentano.

Ben diversa l’impostazione delle reti che stanno lavorando all’idea di una lista civica nazionale. Su tutto prevale la preoccupazione della democrazia interna che le spinge ad una cura persino pignola dei procedimenti decisionali. Entrambe le iniziative propongono un Manifesto o una Dichiarazione di intenti che serve a chiarire le intenzioni dei promotori e le finalità. La definizione dei programmi viene demandata ad assemblee nazionali precedute da numerose iniziative locali e da un fitto scambio di idee su internet. In ogni momento si sollecita la massima partecipazione individuale senza vincoli che non siano le cornici di principi, intenti e finalità messe a base delle iniziative.

Filo conduttore di entrambe (ma, a parole, anche del Movimento 5 stelle) è il superamento dell’assoluta preminenza della democrazia rappresentativa fondata sulla delega ai partiti e sulla separazione fra cittadini e istituzioni e l’espansione di tutte le forme di democrazia diretta.

A differenza del movimento di Grillo sia la Rete dei cittadini che Perunalistacivicanazionale indicano i punti del programma che intendono scrivere, ma dichiarano prima quali sono le finalità. In pratica presentano un approccio politico e non tecnico ai problemi del governo della collettività.

Il ragionamento non sarebbe completo senza parlare anche di Alba (www.soggettopoliticonuovo.it) il nuovo soggetto politico che nasce dal movimento referendario del 2011 per l’acqua (e non solo l’acqua) pubblica. Coagulato anch’esso sull’affermazione dei principi di massima partecipazione dei cittadini alle scelte della politica pone al centro della nuova politica la cura dei beni comuni. Anche in questo caso le regole della partecipazione interna sono definite per garantire apertura e trasparenza per chiunque voglia condividere il manifesto che ha lanciato l’iniziativa. E anche in questo caso l’approccio è dichiaratamente politico non essendoci elenchi di punti da attuare, ma un percorso, delle finalità e dei principi da cui muovere.

Se anche Alba, come è probabile, deciderà di presentarsi alle prossime elezioni il panorama politico italiano sarà sconvolto dalla presenza di diversi soggetti politici nuovi con una forte connotazione civica. Civica perché si partirà dal riconoscimento della centralità del cittadino come soggetto posto a base dello Stato. Vale la pena seguire questa evoluzione non dimenticando che il civismo da anni si esprime con tante associazioni che operano direttamente sui problemi della condizione sociale e dei servizi o sulla vita nelle città e che il patrimonio di esperienze accumulato deve, in qualche modo, entrare in contatto con le formazioni politiche che stanno nascendo. Altrimenti il civismo sarà una buona intenzione o uno slogan, ma non una realtà concreta. In ogni caso i partiti, se vorranno sopravvivere, dovranno misurarsi con questa realtà.

Claudio Lombardi

In Germania arrivano i pirati e in Italia i “grillini” (di Claudio Lombardi)

Potrebbero arrivare anche in Italia i nuovi pirati? Ovvero un movimento politico “né di destra né di sinistra”, che va oltre i vecchi partiti, piace finalmente ai giovani, è liberale ma non liberista, pratica la democrazia diretta tramite la rete e supera d’un balzo le stucchevoli chiacchiere sulla “riforma della politica” fatta dai partiti che l’hanno distrutta. Era questa fino a poco tempo fa la domanda che ci si faceva. Oggi è cambiata e ci si chiede se il Movimento 5 Stelle sia il Piratenpartei versione italiana. La domanda non è oziosa: in Germania il partito dei pirati ha preso un bel po’ di voti ogni volta che si è presentato alle elezioni e in Italia la stessa cosa è accaduta con le liste del Movimento 5 stelle alle ultime amministrative.

Vediamo di aiutarci a capire di che si tratta prendendo anche spunto da un articolo pubblicato su ”Internazionale” del 6 aprile scorso a firma di Michael Braun.

“Un partito apparentemente venuto dal nulla sta per cambiare completamente lo scenario politico tedesco” e riapre i giochi degli equilibri politici che sembravano chiusi in vista delle elezioni politiche del 2013: perdente la coalizione di Angela Merkel, vincenti i socialdemocratici e i verdi.

“Con una strabiliante affermazione alle elezioni per il parlamento regionale di Berlino – dove nel settembre 2011 hanno preso un sensazionale 8,9 per cento – sono apparsi sulla scena i Piraten, il partito dei pirati”. “Alle elezioni nel Land della Saar – quanto di più provinciale si possa immaginare – due settimane fa i Piraten hanno ottenuto un lusinghiero 7,4 percento, assicurandosi quattro seggi. E, con grande sconforto dei “vecchi” partiti, tutti i sondaggi ora prevedono a questi Pirati della politica un risultato fra il 9 e il 12 per cento alle prossime elezioni politiche.”

Questa la fotografia della novità che irrompe sulla scena tedesca. Ma ci sono somiglianze col fenomeno italiano del Movimento 5 stelle?

Braun afferma che “alcune analogie sono più che evidenti. Entrambe le forze si dichiarano “né di destra né di sinistra”, usano il web come piattaforma principale di comunicazione politica e hanno costruito la loro ascesa totalmente ignorati dai mezzi d’informazione. E tutt’e due affermano che i cittadini devono riappropriarsi della politica, togliendo spazio ai “vecchi partiti, giudicati autoreferenziali e obsoleti.”

Una correzione va fatta a questo elenco di analogie perché in Italia la fama del M5S deve molto a Beppe Grillo che da anni lavora per la diffusione del movimento e Grillo non è certo uno sconosciuto. Al contrario, la lunga marcia prima del battesimo elettorale, è stata segnata da tante apparizioni pubbliche e da un forte interessamento dei mezzi di comunicazione attirati, più che dai temi e dalle caratteristiche del movimento, dalle provocazioni di Grillo molto spesso una via di mezzo tra spettacoli di satira e comizi.

Ovviamente di questa differenza se n’è accorto anche Braun che sottolinea come il movimento sia nato e sia saldamente controllato dal comico genovese diventato leader politico.

Vediamo con l’aiuto del “Non statuto” del M5S perché si tratta di qualcosa di molto diverso dai partiti e da tutte le forme associative tradizionali.

Art. 1 – natura e sede

Il “MoVimento 5 Stelle” è una “non Associazione”. Rappresenta una piattaforma ed un veicolo di  confronto e di consultazione che trae origine e trova il suo epicentro nel blog www.beppegrillo.it.

La “Sede” del “MoVimento 5 Stelle” coincide con l’indirizzo web www.beppegrillo.it. I contatti con il MoVimento sono assicurati esclusivamente attraverso posta elettronica all’indirizzo MoVimento5stelle@beppegrillo.it.

Art. 3 – contrassegno

Il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso.

 Non associazione bensì piattaforma e veicolo di confronto di ciò che è contenuto nel blog di Beppe Grillo e poi nome registrato e di proprietà del medesimo Grillo, Beppe per gli aderenti del Movimento. Scrive Braun: “I Piraten, invece, sono al momento del tutto privi di un “lider maximo”: se si chiedesse oggi ai cittadini tedeschi di nominare qualche loro dirigente farebbero spallucce. Si vota, come ai vecchi tempi, un partito, non un capo carismatico. Eppure i Piraten sembrano, molto più dei grillini, un vero partito del ventunesimo secolo.”

Già, ma perché? Intanto si definiscono “partito” e non appare una scelta casuale. La loro nascita risale al 2006, pochi mesi dopo la fondazione dello svedese Piratpartiet (che a sua volta era nato per difendere politicamente il sito di filesharing Piratebay con un implicito riconoscimento, quindi, della funzione della politica e delle sedi istituzionali nelle quali si esprime). All’inizio l’unico tema del partito è stata la libertà – di download, contro la censura e i controlli – su Internet. Quindi un obiettivo deciso collettivamente da chi aderiva.

Un po’ diverso l’approccio del M5S. Vediamo

Art. 4 – oggetto e finalità

Il “MoVimento 5 Stelle” intende raccogliere l’esperienza maturata nell’ambito del blog www.beppegrillo.it, dei “meetup”, delle manifestazioni ed altre iniziative popolari e delle “Liste Civiche Certificate” e va a costituire, nell’ambito del blog stesso, lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati a promuovere le campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo…

Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Esso vuole essere testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi.

Dunque il M5S viene definito “strumento” “nell’ambito del blog” di quanti potranno sviluppare le campagne promosse da Beppe Grillo. Il comma successivo, coerentemente, precisa che il confronto si svolgerà “al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi” che non avrebbero senso alcuno dato che si tratta di selezionare i migliori interpreti delle campagne decise e promosse dal titolare del nome, cioè Beppe Grillo.

Strano caso di un movimento che nasce e si sviluppa nell’ambito di un blog personale per svilupparne le tematiche. Più che un movimento si direbbe uno strumento di marketing. Inevitabile, quindi, che il forte legame personale fra aderenti e proprietario del marchio si rafforzi quando si presentano le liste alle elezioni. Vediamo come

Art. 7 – procedure di designazione dei candidati alle elezioni

In occasione ed in preparazione di consultazioni elettorali su base nazionale, regionale o comunale, il MoVimento 5 Stelle costituirà il centro di raccolta delle candidature ed il veicolo di selezione e scelta dei soggetti che saranno, di volta in volta e per iscritto, autorizzati all’uso del nome e del marchio “MoVimento 5 Stelle” nell’ambito della propria partecipazione a ciascuna consultazione elettorale.

Non si precisa da chi saranno autorizzati “di volta in volta e per iscritto” gli aderenti che promuoveranno le candidature né chi sceglierà i candidati. Non essendovi organismi direttivi o rappresentativi l’unico che può scegliere e autorizzare è, di conseguenza, il titolare del marchio cioè, ancora una volta, Beppe Grillo.

Torniamo al Piratenpartei. Secondo Braun il problema dei politici tradizionali è che sono abituati ad usare anche i nuovi strumenti della comunicazione come internet in maniera vecchia cioè “top down” dall’alto verso il basso. “I Piraten, invece, predicano il principio del “bottom up”: non a caso si classificano come “Schwarmintelligenz”, come “intelligenza dello sciame”. Tutte le decisioni del partito vengono prese via web, utilizzando software come liquid feedback, ogni iscritto può partecipare al dibattito virtuale e al voto conclusivo.”

Nel Movimento 5 Stelle, in realtà, sembra che questo principio si applichi soltanto in parte e cioè in ambito locale perché c’è il limite costituito dalle “campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo” che è per definizione uno schema top down nel quale da un vertice giungono indicazioni da sviluppare e attuare. Questo forte elemento di centralizzazione di quella che si potrebbe definire linea politica è del tutto assente, invece, nei pirati che condividono, però, con il 5 Stelle la visione di internet come un nuovo spazio di partecipazione.

Si domanda Braun: “E se il rapporto con internet fosse uno dei veri cantieri della politica futura?” e poi continua: “ È inutile dare degli utopisti ai Piraten. Ai vecchi partiti di massa sarebbe molto più utile interrogarsi se non è venuto anche per loro il tempo di aprire nuovi canali di reale partecipazione per i cittadini. Ed è inutile per loro sperare che i Piraten non avranno nulla da dire sulle altre questioni politiche: infatti già cominciano ad attrezzarsi, con gruppi di lavoro sul web, dedicati a scuola, politica sociale, diritti civili eccetera. Reddito minimo di cittadinanza, libero e gratuito accesso all’educazione, dagli asili nido all’università, sì agli sponsor privati nelle scuole ma no a una loro intromissione nei programmi scolastici, sì a una equiparazione completa fra coppie gay e coppie etero: sono queste le loro prime proposte programmatiche. Caratterizzano il nuovo partito come partito liberale ma non liberista, anzi con una forte vocazione sociale. E lo caratterizzano come partito che non viene dai margini, ma dal cuore della società tedesca.”

Ecco il limite che gli aderenti al Movimento 5 Stelle si troveranno di fronte non appena si troveranno a dover rispondere ai loro elettori sui problemi di governo degli enti locali oggi e, domani, del Paese nella sua interezza. Potranno sviluppare autonomamente e con strumenti democratici i temi politici che decideranno di voler affrontare o dovranno ricevere “per iscritto” l’autorizzazione dal proprietario del marchio nonché promotore delle “campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica” ?

Una trasformazione in organizzazione democratica è urgente e inevitabile. Gli italiani che li hanno votato e gli stessi “grillini” non possono giocare al Movimento, ora vogliono fare sul serio. E speriamo che Grillo non si metta ad urlare.

Claudio Lombardi

Elezioni: dal crogiuolo della società civile (di Claudio Lombardi)

Sarà il mese di maggio, sarà che i cambiamenti che nascono da una nuova consapevolezza sono sempre una novità positiva, ma i risultati delle elezioni amministrative parlano un bel linguaggio: gli italiani si muovono. Chi si è comportato male viene abbandonato, chi si è impegnato con serietà e senza nascondersi riceve una nuova fiducia, chi è emerso dal crogiuolo della società civile si afferma. E poi ci sono milioni che non hanno votato.

Nei tanti commenti ci si concentra sulle sigle di partiti e di liste che scendono e che salgono, si immaginano nuove alleanze, si delineano le mosse future di questo o di quello. Ma dalla parte di chi ha votato chi ci si mette? Cosa ha voluto dire il cittadino elettore col ragionamento semplice che ognuno di noi fa quando deve decidere a chi affidare il suo voto?

Ha voluto dire che i protagonisti dello scandaloso governo che c’è stato fino a pochi mesi non meritano di ricevere nuova fiducia. Scandaloso in vari modi: per i risultati che ha raggiunto portando l’Italia, impreparata e vulnerabile, ad una crisi drammatica; per l’inefficienza dell’azione di governo che non ha migliorato in nulla la vita degli italiani; per i comportamenti indecenti di buona parte dei suoi esponenti. Gli scandali che si sono succeduti col governo in carica (cricche e le varie P3, P4 ecc), gli scandali che sono scoppiati in questi tempi (dai giri di prostituzione per Berlusconi al furto dei soldi del finanziamento pubblico) hanno scoperchiato una realtà degenerata guidata da leader degenerati, corrotti e corruttori. Come potevano gli elettori dimenticarlo? E così Lega e Pdl sono stati messi da parte. Bene, ottimo risultato perché chi dà cattiva prova di sé va punito

Una nuova fiducia è arrivata al Pd. Nuova perché questo partito non si è tirato indietro di fronte alla prova  di mettersi in gioco sia con le primarie, sia non nascondendosi e non negando i suoi errori, sia ricominciando a far vivere la militanza nei territori. Per molto tempo è apparso un po’ come il “Paperino” della politica, goffo, impacciato, indeciso, maldestro. Poi, piano piano si è imposta la determinazione di esserci e di non voler rivendicare diritti di superiorità sulla gente comune alla quale, anzi, si è fatto appello per eleggere leader e dirigenti. Ci sono stati pasticci ovviamente, ma quel partito si è esposto con la sua fragilità e con la sua incompiutezza senza tentare di camuffarla dimostrando di essere disponibile a cambiamenti. E i cittadini hanno capito che la volontà era buona e che c’era molto di valido da recuperare e su cui basarsi. Le elezioni in Francia dimostrano che i partiti quando sono sani e veri ( non partiti di proprietà del capo ) servono davvero per il cambiamento.

Infine finalmente la società civile ha creato qualcosa. Chi tenta di attribuire un’etichetta tradizionale (è di destra, no è di sinistra ecc) al Movimento 5stelle resta spiazzato. Dopo la lunga gestazione avviata e sostenuta da Beppe Grillo adesso è una realtà che va oltre il suo “guru” e che non si può classificare facilmente. Ed è meglio che sia così perché la vera novità è questa: dal crogiuolo della società civile chi ha partecipato ha creato una nuova formazione politica che vuole rappresentare il cittadino comune. Non gli operai, non le partite Iva, non le piccole imprese, ma i cittadini. Si è sempre detto che ciò non era possibile perché gli interessi in gioco sono tanti per metterli tutti sotto la definizione di cittadini e che bisognava scegliere quali categorie sociali rappresentare. Ebbene il 5stelle smentisce, per ora, tutto ciò ed è una grande novità soprattutto per questo. Aver provato a definire antipolitica questa creatura nuova è solo il segno di una visuale limitata e inutile per capire il mondo com’è adesso.

Ora, invece, è il tempo di una politica nuova che dimostra di poter rinascere dal basso e di poter imboccare strade nuove. I segnali c’erano tutti già nel recente passato, dai referendum, all’esplodere dei movimenti e dell’associazionismo civico, alle candidature di sindaci imposti da una parte dell’opinione pubblica contro le direttive dei partiti.

La novità più rilevante è questa ed è bene che tutti, movimenti e partiti, la comprendano: i cittadini vogliono avere voce e dimostrano di essere capaci di creare la nuova politica.

Ovviamente ci sono e ci saranno tanti approfittatori di questa spinta e spunteranno tante altre liste civiche per catturare i consensi e consentire ai vecchi marpioni della politica di rimanere in sella. Bisognerà smascherarle e contrastare questi piani. Bisognerà anche coinvolgere nella partecipazione e nel voto i milioni che si sono astenuti. La strada è ancora lunga per una politica nuova, ma il dato rilevante resta questo e, probabilmente, sarà il tratto dominante di una lunga fase politica che inizia oggi

Claudio Lombardi

ALBA, la partecipazione e i limiti del nuovo soggetto politico (di Claudio Lombardi)

Nasce ALBA – alleanza lavoro beni comuni e ambiente  – un soggetto politico nuovo come si definisce nel Manifesto che circola su internet già da qualche settimana (www.soggettopoliticonuovo.it). Il manifesto, del quale qui di seguito si riporta una traccia, rappresenta effettivamente un approccio nuovo al discorso politico. Si parte dalla constatazione che “oggi in Italia meno del 4% degli elettori si dichiarano soddisfatti dei partiti politici” e che “al cuore della nostra democrazia si è aperto un buco nero, una sfera separata, abitata da professionisti in gran parte maschi, organizzata dalle élite di partito, protetta dal linguaggio tecnico e dalla prassi burocratica degli amministratori e, in vastissima misura, impermeabile alla generalità del pubblico.” Per questo “bisogna riscrivere le regole della democrazia, aprirne le porte, abolire la concentrazione del potere ed i privilegi dei rappresentanti, cambiarne le istituzioni. E allo stesso tempo bisogna inventare un soggetto nuovo” che porti i cittadini “ad appropriarsi, attraverso processi democratici diversi, del potere di contare e di decidere.”

Ciò significa che “la democrazia rappresentativa ha bisogno sia di una sua riforma interna in senso proporzionale, sia di essere arricchita da nuove forme di democrazia partecipativa” perché il punto cruciale sta nel fatto che “l’attività costante della partecipazione alimenta e garantisce, stimola e controlla la qualità della rappresentanza e la qualità della politica pubblica.”

“Tra i cittadini è cresciuto il desiderio di riappropriarsi di ciò che è comune” perché la crisi ha messo a nudo la degenerazione dei partiti e i danni dell’assoluta prevalenza nel mercato degli interessi privati su quelli della collettività. Infatti “i destini del pianeta non possono essere affidati esclusivamente ad interessi individualistici, guidati dal tasso di profitto a breve termine e dalla negazione della dignità del lavoro.”

Nel Manifesto si citano le esperienze già in corso di partecipazione finalizzata alla centralità dei beni comuni e le diverse modalità di attuazione pratica di questo indirizzo fra le quali spicca il bilancio partecipato inaugurato nella città di Porto Alegre in Brasile e già realizzato in molteplici esperienze locali anche in Italia. Il bilancio partecipato, fra tutte, è la pratica che meglio si presta ad essere presa come riferimento sia perché si articola in una pluralità di momenti finalizzati ad una decisione effettiva, sia perché è un processo, che si basa su gruppi crescenti di cittadini informati, attivi e con idee chiare su che cosa costituisce una cultura democratica.

Viene poi messa sotto accusa l’identificazione della politica con la vita dei partiti perché questa non può esaurire lo spazio pubblico nel quale si assumono le decisioni rilevanti per la vita dei cittadini. “I partiti politici attuali” invece “sono diventati organizzazioni completamente  anacronistiche rispetto ad un modello di democrazia che non può più  esaurirsi nella rappresentanza e nella delega” all’interno della quale si sono generate “corruzione e  perversa contaminazione di interessi pubblici-privati.”

La volontà espressa nel Manifesto è, invece, quella di “creare nuovi modelli di partecipazione politica, fondati sulla passione, la trasparenza e l’altruismo” che favoriscano “l’autorealizzazione individuale in un contesto collettivo radicalmente nuovo, all’insegna dell’eguaglianza.”

In sostanza ciò che si propone si può riassumere nella volontà di rompere con il modello novecentesco del partito; con il modello neo liberista europeo e con la visione ristretta della politica, tutta concentrata sul Parlamento e i partiti per creare un nuovo spazio pubblico allargato, dove la democrazia rappresentativa e quella partecipata lavorino insieme, dove la società civile e i bisogni dei cittadini siano accolti e rispettati.

Leggendo il Manifesto non si può che restare colpiti dalla visione nuova che lo ispira e che fa perno su una doppia centralità, quella del cittadino come protagonista della politica e quella dei beni comuni come elemento indispensabile a tenere insieme una collettività. La politica non dovrebbe più ruotare intorno ad organizzazioni professionali dedicate alla gestione delle istituzioni (i partiti secondo la visione del Manifesto) esposte alle tentazioni e ai vizi del potere, ma dovrebbe esprimere lo spazio pubblico nel quale la comunità si ritrova su una base di eguaglianza, per decidere sul proprio governo.

La visione c’è, l’ispirazione è giusta, ma la sua attuazione? Una prima valutazione si può fare raffrontando le parole scritte nel Manifesto con le parole dette nell’assemblea fondativa che si è tenuta a Firenze il 28 aprile.

Ebbene qui non ci siamo; le parole dette non sono state innovative come quelle scritte perché non sono riuscite ad andare oltre la riaffermazione di obiettivi ed analisi già noti ed esplicitamente indirizzati a ricompattare la sinistra. Così dalla centralità del cittadino e della sua partecipazione si è approdati all’indicazione di due assi strategici: l’opposizione al liberismo e la difesa dello Statuto dei lavoratori messi come pregiudiziali ad ogni confronto di merito. Non hanno certo aiutato a superare questo imbuto alcuni interventi come quello di Ugo Mattei che ha invocato un fuoco purificatore, il diritto di resistenza, le più diverse forme di ribellione: “referendum, sciopero della fame, occupazioni… ”. In questi interventi sono riemerse atteggiamenti propri di minoranze che si sentono sotto attacco, mentre, invece, tutto il Manifesto sembra voler parlare alla maggioranza dei cittadini.

Con questa impostazione la mitezza e la fermezza rivendicate dai promotori come caratteri peculiari del nuovo soggetto politico rischiano di entrare nella zona d’ombra della rivolta di piazza motivata dal “tradimento” del sistema dei partiti e da un liberismo qualificato come aggressivo e “violento”.

Semplificando: uno dei primi interventi ha dato conto di una critica che è stata fatta al Manifesto nel quale la parola partecipazione è stata scritta molte volte mentre la parola conflitto solo una volta. Ebbene il dibattito ha invertito le parti e il conflitto ha avuto un ruolo centrale nella discussione.

Sia chiaro: nessun appunto quando si mette sotto accusa il liberismo o la degenerazione dei partiti o l’inadeguatezza del sistema politico a rappresentare i cittadini e a guidare il Paese. Ma se vengono inseriti nello schema di un’opposizione al capitalismo portano a finalizzare il Manifesto esclusivamente alla costituzione di un fronte unico della sinistra antagonista che si è messa alla prova nei movimenti sociali, nelle lotte dei lavoratori, nella lotta No-Tav, nella vittoria nei referendum nel 2011, nel movimento di opinione pubblica che ha segnato le svolte politiche dell’anno passato ed intende capitalizzarne il peso politico. Legittimamente perché ci si è resi conto che i partiti tradizionali della sinistra oltre il Pd non sono in grado di produrre una “massa critica” che li porti di nuovo in Parlamento e, soprattutto, che li porti a determinare sbocchi politici credibili in un panorama bloccato dal governo tecnico e dalle difficoltà degli altri partiti. Il timore, fondato, è che la logica del governo tecnico prosegua anche in un governo post elezioni del 2013 che continui nelle politiche del rigore verso i ceti a reddito medio e basso in nome degli equilibri di bilancio santificati dalla riforma della Costituzione votata quasi all’unanimità dal Parlamento. Per questo la sinistra a sinistra del Pd intende sbloccare la situazione e rovesciare gli equilibri superando due divisioni: fra le diverse formazioni politiche e fra queste e i movimenti sociali. E, non a caso, l’iniziativa è partita dai protagonisti e dagli ispiratori di questi movimenti e non dai vecchi leader ormai stretti nella loro storia di frammentazione e di litigiosità.

Cosa c’è che non va allora? C’è che aver annunciato la nascita di un soggetto politico nuovo, aver scelto la partecipazione dei cittadini come chiave di rinnovamento della politica e i beni comuni come asse portante di un assetto economico e sociale nuovo non può tradursi poi solo nel tentativo di far crescere un’alleanza fra formazioni politiche che si collocano alla sinistra del Pd.

Ricomporre le frammentazioni è sempre un bene, ma è un obiettivo piuttosto piccolo per chi è partito annunciando un cambiamento di ben più ampia portata e che investe l’assetto del sistema democratico e i rapporti fra cittadini e Stato.

Evocare una rivoluzione civica e puntare “solo” ad un fronte della sinistra che si colloca oltre il Pd rischia di essere un’occasione sprecata.

Claudio Lombardi

Al capolinea il modello Italia: è ora di cambiare (di Claudio Lombardi)

Sempre più l’esistenza del governo Monti e la manovra che ha presentato si rivela come il punto di arrivo di una lunga evoluzione della storia nazionale.

Ieri su Repubblica Gustavo Zagrebelsky si domandava: “quando tutto questo sarà finito, che cosa sarà della politica e delle sue istituzioni? Diremo che è stata una parentesi oppure una rivelazione?”

Non si tratta della legalità costituzionale perché, sotto questo profilo, “il Presidente della Repubblica ha fatto un uso delle sue prerogative che è valso a colmare il deficit d’iniziativa e di responsabilità di forze politiche palesemente paralizzate dalle loro contraddizioni”.

L’analisi di Zagrebelsky si concentra, invece, “sulla sostanza costituzionale” e su questa osserva che “di fronte alla pressione della questione finanziaria e alle misure necessarie per fronteggiarla, i partiti politici hanno semplicemente alzato bandiera bianca, riconoscendo la propria impotenza, e si sono messi da parte. Nessun partito, nessuno schieramento di partiti, nessun leader politico, è stato nelle condizioni di parlare ai cittadini”. E ancoraNé la maggioranza precedente, che proprio di fronte alle difficoltà, si andava sfaldando; né l’opposizione, che era sfaldata da prima. Niente di niente e, in questo niente, il ricorso al salvagente offerto dal Presidente della Repubblica con la sua iniziativa per un governo fuori dai partiti è evidentemente apparsa l’unica via d’uscita. Insomma, comunque la si rigiri, è evidente la bancarotta, anzi l’autodichiarazione di bancarotta”. “In un momento drammatico come questo, con il malessere sociale che cresce e dilaga, con la società che si divide tra chi può sempre di più, chi può ancora e chi non può più, con il bisogno di protezione dei deboli esposti a quella che avvertono come grande ingiustizia: proprio in questo momento i partiti sono come evaporati. Corrono il rischio che si finisca, per la loro stessa ammissione, per considerarli cose superflue”.

È un’analisi lucida assolutamente condivisibile (cfr anche http://www.civicolab.it/?p=1581 ) e preoccupante perché indica il punto estremo di involuzione cui è giunto il nostro sistema democratico che non è più in grado di produrre decisioni utili alla collettività avviluppandosi in pratiche di governo che, senza risultati che non siano la sopravvivenza, hanno portato ad uno spreco di risorse colossale.

La consistenza del debito pubblico dal 1991 ad oggi ha sfondato il muro del 100% del Pil. In pratica ogni anno lo Stato ha preso in prestito una somma superiore al valore di tutte le attività economiche prodotte in Italia. Il valore nominale dei prestiti contratti negli ultimi 20 anni ammonta a 26.615 miliardi di euro. Se si ricalcolano gli importi per riportarli ai valori attuali questa cifra aumenta e non si è lontani dal vero ipotizzando un prelievo di circa 40.000 miliardi di euro (circa 80 milioni di miliardi delle vecchie lire). Ovviamente questo non rileva per l’ammontare dello stock del debito, ma per l’incidenza della spesa per interessi che, rapportata a quel volume di prestiti, ha sempre costituito, negli ultimi venti anni, una palla al piede per la spesa pubblica. Anche non volendo calcolare l’ammontare esatto di questa cifra la si può facilmente immaginare di entità assai elevata. Di qui la domanda: per che cosa sono stati spesi tutti quei soldi?

Alla domanda facciamo ora seguire il confronto con lo stato del nostro Paese e domandiamoci che utilizzo vero è stato fatto di quei soldi. Se guardiamo la situazione dei servizi pubblici e delle infrastrutture o le condizioni economiche delle aree più arretrate o l’efficienza degli apparati pubblici o l’erogazione di prestazioni assistenziali per i giovani che sono alla ricerca di un lavoro dobbiamo concludere, quanto meno, che sono stati spesi male.

Questo è il dramma italiano: l’incapacità di utilizzare le risorse per migliorare le condizioni di vita e per crescere. Oggi in Italia è impossibile crescere: non possono farlo i giovani perché sono soli di fronte alla ricerca di un’occupazione che valorizzi le loro capacità; non possono farlo quelli che svolgono attività economiche che richiedono come presupposto un ambiente sociale e civile favorevole e, invece, si ritrovano a fare i conti con le molteplici forme di criminalità (spesso colluse con la politica) che rendono la vita difficile, per non parlare delle lentezze e degli ostacoli burocratici o dello stato dei trasporti e delle infrastrutture; non possono farlo quelli che vorrebbero fare i cittadini e che si trovano a lottare con un sistema chiuso che privilegia i gruppi di potere e le mille corporazioni nelle quali è frazionata la società.

E il dramma italiano è che tutto ciò è stato fatto nel quadro del sistema democratico fondato sui partiti.

La manovra del governo Monti è iniqua, su questo non ci sono dubbi, è inutile girarci intorno. Ma è iniqua perché questo governo non è il prodotto di un mutamento di classi dirigenti e non è portatore di un progetto di ricostruzione dell’Italia che ne sani i tanti mali accumulatisi fin dalla formazione dello Stato unitario.

Non se lo proponeva il governo Monti e non poteva che seguire un solco tracciato da decenni. Dov’è la novità nello scoprire che far pagare gli evasori è sempre la cosa più lenta e difficile quando su questo è stato costruito il patto sociale fin dagli anni ’50? Dov’è la novità nello scoprire che è sempre molto complicato battere i privilegi della Chiesa anche quando tutta la situazione grida che questo è il momento per cominciare? Dov’è la novità nell’accorgersi che un bene pubblico come le frequenze televisive lo si vuole regalare ai monopolisti controllati dal potere politico (Rai) e privato (Mediaset)? Sono circa venti anni che il conflitto d’interessi (per non parlare dei tanti reati comuni dei quali è accusato) è ben presente agli occhi dell’opinione pubblica e ciò non ha impedito che Berlusconi andasse al governo per tre volte con i voti degli italiani. D’altra parte nemmeno gli intervalli di governo delle forze a lui alternative hanno trovato il modo per porvi rimedio. Quindi di cosa ci meravigliamo?

Alla meraviglia si deve sostituire lo scandalo e la lucida determinazione a voltare pagina. Cominciando dalla manovra ovviamente. La pressione dell’opinione pubblica deve farsi sentire assumendo sia le motivazioni che hanno portato alla nascita di questo governo (salvare l’Italia raddrizzando i conti, riportarla in Europa da protagonista), sia gli obiettivi dichiarati della manovra.

Quindi a saldi invariati, anzi migliorati bisogna ottenere che la Chiesa paghi l’ICI sugli immobili non adibiti esclusivamente al culto; che le frequenze televisive siano fatte pagare favorendo non i monopolisti attuali, ma altri soggetti e che il loro uso non sia solo per le TV, ma anche per la banda larga di internet; che sui capitali scudati si applichi un’aliquota paragonabile a quelle già applicate nei principali paesi europei (se ci dobbiamo integrare cominciamo a farlo dagli evasori); che siano concentrate le forze su quei contribuenti che appartenendo a categorie di lavoro autonomo denunciano redditi ridicoli o che risultino intestatari di beni di lusso (barche, auto ecc); che siano ridotti gli acquisti di armamenti cominciando dai cacciabombardieri F35 (100 milioni l’uno). Come impegno del governo occorre che sia condotta un’analisi della spesa che porti alla cancellazione di enti inutili, sprechi e duplicazioni e che si orienti l’azione degli apparati del fisco e della Guardia di finanza alla lotta dell’evasione fiscale.

In tal modo si aumenterebbero le entrate in misura tale da: consentire di applicare la rivalutazione a tutte le pensioni fino a oltre 2mila euro mensili; di attenuare il passaggio al nuovo regime pensionistico per i lavoratori che hanno raggiunto i 40 anni di contributi; di introdurre indennità di disoccupazione per i giovani precari; di investire risorse per la sicurezza scolastica e per la mobilità.

Tutto ciò è possibile se si inizia a mettere in atto un nuovo modello di democrazia basato sulla partecipazione, sulla responsabilità, sulla condivisione e sull’equità unica base solida per costruire un futuro. Per questo è necessario che i movimenti, il popolo della rete, le associazioni e i comitati si mobilitino e intervengano con intelligenza e lungimiranza. Che mantengano viva e alimentino la memoria. L’obiettivo non è solo di spingere il governo a modificare le sue decisioni (di oggi e di domani), ma anche quello di costruire un’alternativa futura che segni la via d’uscita dalla crisi italiana abbandonando le strade del populismo, dell’affarismo, delle oligarchie irresponsabili, dell’individualismo egoista e anarcoide che rivendica l’illegalità come sua cifra culturale e come guida dei comportamenti di ognuno. E l’obiettivo è anche ridisegnare il nostro sistema democratico per sostituire alla centralità dei partiti la centralità della politica diffusa e condivisa, della cittadinanza attiva e nuove forme di rappresentanza e di partecipazione sociale alle decisioni e al controllo sulla loro attuazione.

Claudio Lombardi

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