Finita l’era Berlusconi ripartiamo dalla partecipazione (di Claudio Lombardi)

“libertà è partecipazione” questo ritornello di una geniale canzone di Giorgio Gaber che risale al 1972 insieme con tutte le strofe che la componevano, vale più di un discorso politico lungo e complesso. Con la prodigiosa sintesi della poesia pronuncia una delle verità più controverse delle democrazie occidentali nate all’insegna della libertà. L’uomo, cioè l’essere umano, al centro della canzone vorrebbe misurare la sua libertà nella natura, nell’esplorazione scientifica, nella creatività artistica e nella democrazia (l’uomo “che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà”). Ma non basta dice Gaber perché “la libertà è partecipazione”. Perché dice così? Forse che la libertà non basta? Vediamo.

La crisi che sta scuotendo l’occidente, per unanime opinione, è stata causata, in gran parte, da un’abnorme espansione delle attività finanziarie che si sono svincolate sia dai confini nazionali che dalle attività produttive di beni e servizi. Anche grazie alla globalizzazione e alla crescita dei debiti pubblici degli stati si è creato un intreccio che, moltiplicando gli strumenti finanziari costruiti uno sull’altro, messi in circolazione e acquistati da banche, società finanziarie e investitori privati, sta soffocando le economie nazionali. Perché? Semplice: i soldi stampati dalle banche centrali sono stati dirottati per sostenere il sistema finanziario per impedire un gigantesco crollo dei debiti e dei crediti. Per questo le economie soffrono, i debiti pubblici statali sono aumentati e si è scatenata la corsa ai tagli dei bilanci pubblici. Un disastro. Di chi è la colpa? Secondo il Pontificio Consiglio Giustizia e Pace di un ”liberismo economico senza regole e senza controlli”, che, trasformato in una ”ideologia”, ha avuto negli ultimi decenni un ”effetto devastante” che mette a rischio la stessa pace mondiale.

E il liberismo muove dall’affermazione che la libertà individuale di agire nell’economia non deve trovare ostacoli nell’intervento degli stati cioè delle autorità pubbliche deputate a garantire il bene comune.

In Italia si sta concludendo una lunga stagione politica inaugurata all’insegna della libertà. I risultati disastrosi sono sotto gli occhi di tutti perché la libertà di fare non ha prodotto sviluppo e benessere, ma disordine, frantumazione sociale e abbandono dei beni comuni.

Ma perché aveva (e ha) ragione Gaber? Cos’ha in più la partecipazione rispetto alla pura libertà?

La risposta sta nell’esistenza di una collettività che può chiamarsi stato, regione, comune, Europa, mondo. Questi sono gli ambiti nei quali la libertà di ciascuno si esercita non in uno spazio vuoto o popolato di presenze ostili. La partecipazione richiede la collaborazione, la condivisione di regole e valori e potenzia l’agire individuale perché lo inserisce in un contesto che lo rende più forte grazie ai servizi e all’organizzazione sociale.

In questi giorni in molti stanno riscoprendo il valore della partecipazione e dei beni comuni.

Un solo esempio. Il Presidente della Provincia di Roma, Zingaretti, in un incontro pubblico a Bologna ha ricevuto un grande applauso quando ha invocato la partecipazione dei cittadini ed ha affermato che da loro deve arrivare la valutazione dei servizi pubblici e delle pubbliche amministrazioni.

È uno dei tanti segnali che la domanda di partecipazione è cresciuta molto e che sta (forse) prendendo il posto di quella generica spinta alla libertà di agire che determinò una svolta politica nel 1994 portando al potere il signor Berlusconi.

E però anche qui bisogna dire qualcosa. Invocare la partecipazione è sacrosanto, ma occorre specificare cosa si intende per partecipazione. Se si tratta di quella alle manifestazioni pubbliche, ai cortei e al voto bisogna dire che da tempo ha dimostrato la sua insufficienza a garantire non solo la democrazia, ma anche la produttività sociale cioè la capacità di utilizzare la competenza dei cittadini per migliorare l’organizzazione dei servizi, le politiche pubbliche e la qualità della vita.

Come la deriva populista ha sempre dimostrato una democrazia che si limiti a questo, prima o poi, rischia di essere vittima di condottieri che saltano le “complicazioni istituzionali” e le regole della legalità per mettersi in diretto contatto con la volontà popolare della quale pretendono di esprimere l’essenza. Berlusconi lo ha detto e ha cercato di farlo, per esempio, e vediamo come sta finendo la sua stagione e come siamo messi noi italiani.

No, la partecipazione è cosa più complessa e deve mettere in circolazione la competenza dei cittadini a giudicare degli affari pubblici non limitandosi ad attribuire una delega per la decisione a corpi specializzati di politici di professione.

Gli ingredienti di una buona partecipazione non sono molti: capacità di conoscere, apertura al dialogo, trasparenza delle informazioni, creazione di percorsi decisionali nei quali la partecipazione sia organizzata e in grado di convogliare anche quella spontanea del singolo in un processo collettivo.

Complicato? No, sono pezzi di un modello flessibile che possono essere scomposti e ricomposti per adattarsi alle diverse realtà.

Tutto da inventare? No, qualcosa già esiste. La metodologia della valutazione civica, per esempio, raccoglie molti di questi elementi, ma, forse, l’espressione migliore di questo nuovo modello sta in un piccolo comma di una legge di qualche anno fa. Si tratta del comma 461 della legge n. 244 del 2007. Poco conosciuto e inapplicato andrebbe riscoperto perché contiene gli ingredienti giusti per una partecipazione buona ed efficace. Quali? L’efficacia del servizio messa al centro (quindi produttività sociale perché l’inefficacia è uno spreco); la condivisione delle funzioni di monitoraggio e controllo tra ente locale, associazioni dei cittadini e singoli che vogliano far conoscere il loro giudizio (si stimola la crescita qualitativa delle associazioni e si introduce un diritto di ascolto per il singolo, si crea un circuito virtuoso istituzioni e cittadini); una verifica annuale che mette al centro il giudizio dei cittadini (diventa una verifica delle politiche locali che mette al centro il giudizio dei cittadini). L’essenza del comma 461 sta nel superamento degli sbarramenti e nella trasformazione della politica che inizia dalla dimensione locale ad essere condivisa tra enti pubblici, associazioni e singoli cittadini. Pensato per i servizi pubblici locali può essere preso a riferimento per qualunque ambito pubblico nel quale si producano decisioni su un servizio per la collettività o su un bene comune.

Questo modello sarebbe anche la migliore prosecuzione della campagna sul bene comune acqua dopo il successo dei referendum. Non si penserà mica che tutto è risolto perchè, allontanati i privati, ora ci pensano gli assessori? No, in questa Italia non basta: ci vuole la partecipazione, l’unica risorsa affinchè la libertà non si riduca, come dice Gaber, all’uomo “che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà”.

Claudio Lombardi

Una rivoluzione civica che cacci la politica corrotta e inefficiente (di Claudio Lombardi)

Questo Governo e questa politica in buona parte corrotta e inefficiente sono un lusso che l’Italia non può più permettersi. Prima i cittadini se ne renderanno conto e meglio sarà per tutti. Forte è la tentazione di esprimere giudizi generali e radicali, ma occorre fare lo sforzo di distinguere a patto che quelli che lo vogliono veramente si distinguano loro per primi da un’onda che rischia di travolgere la comunità nazionale.

L’onda non è quella della speculazione internazionale; questa è, semmai, l’occasione per rivelare un baratro, un pozzo nero nel quale sono state riversate energie, ricchezza, risorse prodotte da questo Paese per decenni e distrutte da una classe dirigente nella quale ha prevalso la parte delinquenziale.

Parole forti? Sì come forti sono le rivelazioni che stanno mostrando, giorno per giorno, il volto criminale di tanti che si sono impadroniti del potere e lo hanno usato per i propri interessi tradendo e danneggiando lo Stato e la collettività e imbrogliando gli elettori.

Come altrimenti definire ciò che rivela l’azione, mai come adesso preziosa, di una magistratura che tutto il Governo avrebbe voluto ridurre al silenzio e contro la quale si è scatenata una guerra che dura da troppo tempo ormai?

Avevamo scritto che questa guerra appariva la guerra degli imputati contro i rappresentanti della legge che avevano scoperto le loro trame. Adesso si può dire tranquillamente che gli imputati appaiono i colpevoli che dovrebbero essere puniti con la massima severità per i loro crimini. Altro che sconti di pena: la punizione dovrebbe essere molto più severa di quella riservata ai comuni cittadini perché i reati sono stati commessi usando il potere che deriva dalla democrazia e questa deve essere un’aggravante non un’attenuante delle pene.

Sulla crisi finanziaria e sulla manovra è stato detto tutto. Un gruppo dirigente politico che dovrebbe curare lo Stato è arrivato all’emergenza, come accaduto tante volte nel passato, prima di risvegliarsi dalla sua disattenzione ed assumere misure di emergenza che adesso tutti dobbiamo digerire e pagare. Noi, non loro.

Misure inefficaci, dispendiose e sostanzialmente inutili perché basate sulla solita logica dei tagli e delle tasse per tappare una falla oggi senza pensare al domani.

Da varie parti sono state avanzate proposte alternative. Lo ha fatto Sbilanciamoci e abbiamo pubblicato la sua posizione ( http://www.civicolab.it/?p=1346). Lo hanno fatto altri come Tito Boeri che ha proposto alcune misure immediate ed efficaci: il Fondo Interventi Strutturali per la Politica Economica dotato per il 2012 di ben 5,85 miliardi di euro non sia speso per interventi elettorali a discrezione del ministro dell’economia, ma sia abolito destinando i soldi alla riduzione del disavanzo; riduzione immediata delle indennità parlamentari fissando un limite di spesa corrispondente all’ammontare delle indennità medie dei parlamentari in Europa ed USA parametrato su 300 membri da dividere fra tutti i parlamentari in modo che ci sia l’interesse a ridurne il numero fino a 300 (più sono meno guadagnano, ma guarda cosa si deve fare con gente che dovrebbe essere l’espressione migliore della società !); nuovo sistema di calcolo delle pensioni dei parlamentari applicando il regime pensionistico generale; scioglimento dei consigli provinciali e trasformazione in assemblee dei comuni; aggregazione dei comuni sotto i 5000 abitanti.

Tutte misure che darebbero il segnale che c’è una classe dirigente seria e decisa a cambiare strada. Senza questi segnali e con gli scandali che esplodono quasi ogni settimana gli italiani sono autorizzati a pensare che la palla al piede del Paese sia una gran parte della politica e che l’obiettivo più immediato, passata la “nottata” della speculazione finanziaria, sia una rivoluzione civica che cacci la gente di malaffare che si è impadronita della politica, ma anche quelli che pensano di farsi i propri affari e che non sono capaci di svolgere le funzioni che hanno assunto.

Il primo da cacciare è lo pseudo Presidente del Consiglio che abbiamo e che sempre più si rivela per quello che è sempre stato: un affarista e un avventuriero che ha commesso ogni genere di reati per arrivare al potere ed aumentare la sua ricchezza, che se ne frega dell’Italia e del bene pubblico e che è pronto a distruggere ogni cosa pur di restare ricco e potente.

Lui e il suo sistema di potere e la gente che lo segue ed esegue i suoi ordini sono il vero cancro dell’Italia e rivelano i limiti di una costruzione statuale e nazionale che non si è mai compiuta e che si è intrecciata con il potere malavitoso e mafioso e con il culto dell’individualismo e di quello che fu chiamato il “familismo amorale” che affligge gli italiani.

Per fortuna esiste anche un’altra Italia fatta da milioni di persone impegnate in politica o nell’associazionismo e nel volontariato. Questa Italia deve pretendere di prendere il potere democratico nelle sue mani, attraverso libere elezioni e imponendo ai partiti che danno minime garanzie di onestà e di lealtà istituzionale di fare spazio ai suoi rappresentanti. Elezioni da svolgere con una legge elettorale nuova che bisogna imporre a questo Parlamento con una pressione dal basso e che si devono svolgere al più presto possibile.

A questo punto questa è l’unica svolta alla quale si può credere

Claudio Lombardi

Una vera grande riforma: i cittadini padroni di casa della Repubblica (di Claudio Lombardi)

Ancora notizie che fanno riflettere. Un signore privo di qualunque titolo per intervenire in faccende istituzionali e di area governativa si rivela essere lo snodo concordemente riconosciuto da autorevolissimi esponenti politici , dello Stato e dei suoi apparati di sicurezza nonché dei vertici di aziende pubbliche (Rai, Eni) per decisioni importanti che sembra pilotare secondo logiche di potere che vanno ben oltre la modestia della sua persona.

Ciò che si sa finora dell’inchiesta su Bisignani fa intravedere elementi di una gestione parallela dello Stato e delle istituzioni che si svolge all’ombra di quella legittima e che mira ad interferire con le procedure e le decisioni che in quest’ambito vengono prese.

Lungi dallo scandalizzarsi ecco che Berlusconi, Presidente del Consiglio, e il suo fido Ministro della giustizia nonché pseudo segretario del PdL, si lanciano in attacchi ai magistrati colpevoli di aver scoperto questa trama che è stata definita dagli stessi PM un sistema criminale che agisce con modalità proprie delle associazioni di tipo terroristico e mafioso.

Senza preoccuparsi di apparire sostenitori del potere occulto gestito da quel “sistema criminale” emettono già la loro sentenza. Trattasi di “fatti irrilevanti” per scoprire i quali si sono spesi troppi soldi e, quindi – ecco la proposta del Governo – è urgente cancellare o limitare i mezzi di indagine che consentono di scoprire simili reati.

Con tutta evidenza si tratta di una dichiarazione di sostegno esplicito ai poteri occulti che tramano contro lo Stato democratico. Per aiutarli si cancellano strumenti di indagine sulla criminalità e si sabota il lavoro della magistratura. Ora si capisce ancora meglio il motivo per il quale il capo del Governo conduce da anni una sua personale guerra ai magistrati. Non si tratta solo di sfuggire alle sue responsabilità e ai reati di cui sembra proprio responsabile, ma anche di coprire la costruzione di un potere parallelo a quello legittimo che usa i mezzi dello Stato e gli strumenti istituzionali per sovvertire la democrazia. Ecco perché tanto accanimento sordo ad ogni ragionevolezza.

Problema Napoli. Situazione nota in tutti i suoi aspetti ormai, necessita di un grande sforzo per preparare un sistema diverso di gestione dei rifiuti da realizzare però mentre i rifiuti continuano ad essere prodotti e devono essere smaltiti. Il nuovo sindaco ha le idee chiare e l’appoggio di una parte dei napoletani. Ma è evidente che senza l’aiuto del Governo nazionale non si riuscirà a fare le due cose insieme in un contesto, tra l’altro, profondamente inquinato dalla criminalità camorristica collusa da sempre con una parte della politica.

Lo ha detto chiaramente il Presidente della Repubblica che occorreva un decreto legge che consentisse di trasferire i rifiuti in altre regioni in modo da guadagnare il tempo necessario a far partire il nuovo sistema.

Ma il Governo non lo fa. La Lega dice di no per far vedere che non ha perso la sua identità dopo tanti anni passati nelle stanze del potere e lo fa mostrando la faccia feroce di fronte ad una città in ginocchio che ha solo bisogno di essere aiutata.

Berlusconi è felice che si avveri la sua profezia: “ i napoletani si pentiranno moltissimo” di aver eletto De Magistris e ci si mette d’impegno per assecondarla. Ognuno conduce il suo gioco e fa i suoi interessi sulla pelle degli italiani. Sì perché questa è gente che ha il potere e che dirige le istituzioni. La loro missione dovrebbe essere risolvere i problemi costruendo il futuro del Paese e, invece, si fa gli affari suoi e rivendica pure il suo diritto di farseli in santa pace e di non essere disturbata dalla legge.

Intanto non la crisi economica globale, ma l’incapacità di gestire una delle economie più importanti del pianeta e i mezzi che lo Stato ne trae per svolgere i suoi compiti, costringerà gli italiani a pagare un conto salatissimo con la manovra finanziaria che sta scrivendo Tremonti.

Il quadro è molto brutto e ci colpisce come cittadini perché sentiamo che le forze politiche alle quali è stato dato con il voto il potere di governare non sono degne di fiducia e di stima. Sentiamo che il nostro Governo è delegittimato e inquinato da gentaglia che siede ai vertici e nel sottobosco e che somiglia sempre più, nei gesti, nelle azioni e nelle parole, a quei boss mafiosi e a quei golpisti che abbiamo visto in decine di film e fiction televisive. Questa, però, è realtà e pone tutti noi di fronte all’angosciante evidenza che non basta comportarsi bene e compiere il proprio dovere se poi lo Stato e le istituzioni sono piene di gente di malaffare. Il problema non è limitato al Governo, ma si estende al Parlamento, alle regioni, agli enti locali e a tutto il mondo che dipende dalla politica.

Non sono tutti uguali, ci sono tanti politici onesti e capaci e ci sono formazioni politiche che sono distanti dal metodo mafioso e golpista che domina il panorama politico. Però ancora appaiono deboli ed incerti, ancora non riescono a mobilitare l’opinione pubblica e a farsi seguire. Probabilmente perché non capiscono e non rappresentano la novità di cui si avverte il bisogno.

Il nuovo c’è già però, si afferma nella società civile, si è manifestato nelle elezioni e nei referendum, trova nuove forme organizzative, ma non esprime una sua rappresentanza nelle istituzioni.

Ecco una bella idea per i partiti che vogliono rinnovarsi sul serio: far entrare nelle istituzioni la società che oggi ne è esclusa. Non si tratta di cedere qualche posto, ma di una profonda riforma della politica che dovrebbe toccare i contenuti e raccogliere e potenziare la cultura civica che si sta affermando fra gli italiani. Non si chiede solo a qualche partito di farsi delegare dai cittadini, ma si chiede di costruire un sistema diverso nel quale i cittadini divengano i padroni di casa della Repubblica e, da padroni di casa, caccino i mafiosi, gli affaristi e i golpisti che occupano lo Stato

Claudio Lombardi

Abbassare le tasse: solo questo vogliono gli italiani? (di Claudio Lombardi)

Dopo i risultati dei referendum dalla maggioranza di governo è un coro quasi unanime: abbassare le tasse. Non si chiarisce bene a chi e di quanto perché un piano non c’è (almeno fino ad oggi) dando così ad intendere che il Governo lavora su impulsi e non su strategie e programmi. Nemmeno si capisce con quali soldi si dovrebbe realizzare il taglio fiscale e in quale politica economica e sociale si inserisca. Insomma l’apparenza è quella di un rimedio dell’ultima ora pensato come risposta ai risultati delle elezioni e dei referendum. Bah!

C’è, però, un aspetto che merita di essere sottolineato e che rivela di che cultura siano intrisi tanti esponenti della maggioranza ben rappresentati ed istruiti dal loro capo.

Infatti, il primo pensiero è quello di mettere mano al portafoglio e di distribuire qualcosa a un po’ di cittadini. Ci viene un dubbio: per caso c’è a capo del Governo un signore che ha fatto del denaro la misura di tutto? E che pensa che tutto e tutti si possano comprare? Purtroppo sì è così.  E si vede dalle reazioni e dei suoi seguaci.

Altra cosa è il tentativo di Tremonti di costruire un piano che preveda la riduzione fiscale e l’invarianza dei saldi di bilancio con pesanti tagli di spesa pubblica e spostando il prelievo sull’IVA. Qui, probabilmente, c’è l’intenzione di tracciare la strada per un nuovo Governo senza Berlusconi e, magari, anche mettere le basi per un nuovo centro-destra che superi il partito-azienda di proprietà del Presidente del Consiglio.

Però il tentativo, se veramente ha questi significati, si scontra con obiezioni logiche, la prima delle quali riguarda la credibilità del proponente. Certo, Tremonti si è sempre distinto dalla massa dei berlusconiani asserviti ad un capo assoluto, e tuttavia, ne è sempre stato un alleato fedele e ben poco recalcitrante. E poi mica propone di cambiare governo! Vorrebbe che fosse questo Governo a gestire un programma così ambizioso e difficile. E con credibilità? No, l’unica soluzione dopo il voto della maggioranza degli elettori per i 4 referendum e dopo le elezioni amministrative può essere solo un nuovo verdetto degli italiani che dicano chi vogliono alla guida delle istituzioni. Prima, però, bisogna cambiare legge elettorale fatta, guarda caso, sempre da Berlusconi e dai suoi alleati per togliere il potere di scelta ai cittadini.

D’altra parte, l’unico bilancio che questa maggioranza può vantare è quello di aver “tenuto” sul fronte dei conti dello Stato. Il prezzo è stato l’aumento del debito pubblico e i famosi tagli alla spesa sociale e degli enti locali che tutti, ormai, abbiamo sperimentato nella vita quotidiana.

Per il resto Governo e Parlamento hanno girato intorno ai processi di Berlusconi come se fossero le vere emergenze di cui occuparsi. In realtà lo sono e lo erano nella misura in cui il capo del Governo è stato accusato di svariati reati comuni ed ha utilizzato tutto il potere a sua disposizione contro la magistratura. In un Paese occidentale un uomo così avrebbe già pagato a caro prezzo la sua prepotenza e i danni che ha fatto allo Stato distraendo le istituzioni dai loro compiti obbligandole ad occuparsi dei suoi affari privati.

Il fatto è che i problemi dell’Italia sono altri e li ha individuati il Governatore della Banca d’Italia quando ha evidenziato, fra gli altri, gli effetti sulla crescita dei ritardi nel campo dell’istruzione e dell’inefficienza della giustizia civile.

Possiamo fidarci di quelli che spergiurano sul cambiamento che sarà attuato nelle politiche del Governo? Gli stessi che hanno votato alla Camera il famoso atto ufficiale che accreditava l’incredibile versione berlusconiana che voleva far passare una prostituta minorenne per la nipote di Mubarak? Va bene che la faccia tosta è, purtroppo, una caratteristica di tanti politici, ma qui la contraddizione è troppo evidente per nasconderla. Dunque di queste persone non ci si può fidare.

Che fare allora?

L’esempio sono i referendum. Continuare ad occuparsi dei problemi del Paese costruendo una rete di associazioni, movimenti, comitati, gruppi e singoli cittadini che individui le priorità, studi le soluzioni e getti ponti con il mondo dei partiti che accettino di confrontarsi e di impegnarsi senza nessuna concessione di deleghe in bianco. Stessa cosa con le istituzioni che devono essere chiamate a fare il loro dovere con severità e senza sconti per nessuno. Le soluzioni devono essere individuate da subito e il Governo deve essere controllato e incalzato dai cittadini anche perché è ormai un Governo sfiduciato.

Per i partiti è arrivato il momento di decidere perché il tema evidente e l’occasione che si presenta agli italiani a partire da adesso è una grande riforma della politica che sia il motore di un rinnovamento generale di culture e di comportamenti. L’obiettivo non è solo una nuova maggioranza di governo; l’obiettivo vero è la rifondazione della politica che includa la società civile e faccia della partecipazione, con le sue procedure e i suoi strumenti, l’asse portante del sistema democratico. Il cambiamento vero è un nuovo modo di vivere le istituzioni, un rapporto fra cittadini e Stato e una cultura civica che superi l’individualismo menefreghista coltivato dal berlusconismo.

Claudio Lombardi

E ora guardiamo avanti, ad una nuova Italia (di Claudio Lombardi)

“Tuttavia è la vigilia. Accogliamo ogni influsso di vigore e di reale tenerezza. E all’aurora, armati di pazienza ardente, entreremo nelle splendide città”

È una visione poetica che interpreta e descrive gli stati d’animo, quelli che muovono le persone e che precedono decisioni e azioni. Lo stato d’animo è quello di una vigilia che precede un evento tanto atteso che si intravede e già si realizza anche se soltanto in parte. Però si avverte che l’evento è vicino, che è diventato reale e allora si è disposti a percorrere un altro tratto ormai sicuri che ci si arriverà.

Per questo si è ben disposti e si sente il bisogno di aprirsi per accogliere tutto ciò che può dare vigore, ma lo si fa con la tenerezza di chi sente di essere nel giusto e di non essere solo. E, infatti l’arrivo alla meta, all’alba, si farà armati solo di una pazienza ardente, la stessa che si è coltivata per tanto tempo nel lungo tempo dell’attesa; non vi è traccia di violenza perché la pazienza ardente si alimenta di vigore e tenerezza.

Queste parole di Arthur Rimbaud restituiscono, forse meglio di tante analisi, il senso di ciò che sta accadendo nel nostro Paese, dalle elezioni amministrative ai risultati, straordinari, dei referendum del 12-13 giugno. Il senso che in tanti avvertiamo dentro di noi e che si trasforma in decisione e determinazione.

I protagonisti sono i cittadini comuni, non gli apparati di partito, non i professionisti della politica. Eppure c’è tanta politica in quello che sta accadendo, c’è tanta professionalità e ci sono pure militanti e dirigenti dei partiti. E allora che sta succedendo?

Semplice: la politica si sta diffondendo, sta diventando una funzione (e un potere) sociale; ogni cittadino sente di poter valutare la situazione e decidere le azioni che ritiene più appropriate organizzandosi e utilizzando gli strumenti che ha a disposizione o creandone di nuovi. Internet si sta rivelando – dovunque riesce ad affermarsi – come uno strumento, forse il più potente, di comunicazione e di socializzazione che supera l’ignoranza e l’isolamento. Uno strumento che non rimane fine a sé stesso, ma si trasforma in azioni concrete e in nuove forme di incontro e condivisione. E che diventa tanto più potente quanto più viene condiviso tra gruppi organizzati che assumono il punto di vista dell’interesse generale.

Le forze politiche che hanno capito le novità si sono mossi con scioltezza e rapidità e con chiarezza. Niente formule astruse, niente manovre di palazzo, ma proposte e iniziative nette che mettono tutti di fronte ad un sì o ad un no.

Magari non sarà sempre così, ma, per ora, basta con i sotterfugi e i mezzucci che hanno costellato la vita di tanti partiti che si ritenevano interpreti predestinati della volontà popolare. E basta anche con la politica in mano alle bande di disonesti e di approfittatori, ladri e farabutti, amici e complici di mafiosi e camorristi. Basta con l’inefficienza di chi occupa le istituzioni per il proprio tornaconto personale e così facendo impoverisce il Paese.

Basta per ora, ma se vogliamo che sia anche per domani e per sempre (o quasi) dobbiamo imparare la lezione e tenerci ben stretta la nostra “pazienza ardente” e anche il “vigore” e la “reale tenerezza”.

La rete che si è creata in questi mesi si deve consolidare. È flessibile, si adatta alle situazioni, non vive solo nei computer e nei cellulari, ma diventa reale presenza fisica in una miriade di associazioni, movimenti, comitati e gruppi in collegamento fra di loro.

Di questa presenza c’è bisogno ed è fondamentale perché la democrazia, le istituzioni, la politica non possono più sembrare parole vuote che si ascoltano con diffidenza. E la grande riforma che ci vuole per l’Italia non è di tecnica istituzionale o di meccanismi finanziari, ma deve essere quella di consolidare la sua base popolare e di riconoscersi come realtà nazionale fondata sui tratti dell’identità che incomincia a delinearsi con più chiarezza adesso: libertà, partecipazione, pluralismo, responsabilità, serietà, condivisione, solidarietà, accoglienza e poi, certo, anche vigore e tenerezza.

Se le persone che vivono nel nostro Paese sapranno riconoscersi in questi caratteri e se sentiranno che le istituzioni per prime li rappresentano e li condividono anzi, che ne sono l’emblema, allora sarà più facile affrontare e risolvere i problemi dell’economia e dello Stato perché sapremo di essere una collettività unita da qualcosa e scopriremo di avere una forza e una ricchezza che non immaginavamo.

Claudio Lombardi

I cittadini hanno votato e hanno scelto (di Claudio Lombardi)

I cittadini hanno votato e hanno scelto. Tutto adesso appare molto più semplice, più chiaro e anche più impegnativo.

Semplice perché si è dimostrato che la democrazia è viva, che non è fatta di masse inerti stregate dai messaggi pubblicitari e che la delega al Capo, unico depositario della volontà popolare,  ha un limite oltre il quale scatta una reazione di rifiuto. Nonostante o, meglio, grazie alla crisi dei partiti, sono nate forme nuove di partecipazione, di formazione e di scambio delle idee, di espressione del consenso e del dissenso. La politica, come funzione sociale di governo della collettività, è la nuova speranza che ha mosso milioni di italiani stufi di apparati di potere, di cricche, di inettitudine e di complicità prosperati all’ombra di partiti che stavano costruendo lo Stato antidemocratico delle oligarchie.

La creazione e la circolazione delle idee, la capacità di analizzare la realtà per verificarne la fondatezza, la decisione di azioni concrete e l’iniziativa politica sono state condotte e realizzate autonomamente in gran parte al di fuori degli stessi partiti di opposizione da gruppi di cittadini che hanno così iniziato a sperimentare concretamente la possibilità di influire sul corso delle cose.

È un fenomeno di nascita della cittadinanza attiva ancora non abbastanza conosciuto fatto di una miriade di gruppi di collegamento e di iniziativa che hanno in gran parte superato la divisione tra radicamento nel territorio ed “evanescenza” della pura presenza virtuale su internet. Si è dimostrato anzi, proprio in queste elezioni, che la vitalità democratica e la forza della partecipazione hanno portato all’incontro dei mondi del radicamento territoriale e dello spazio di internet che si supponevano diversi ed in antitesi. In tanti hanno sperimentato la forza che deriva dall’appartenere ad entrambi e ne hanno tratto maggiore conoscenza, capacità di azione e la possibilità di costruire reti di rapporti molto più grandi del passato. Le forze politiche che hanno capito queste novità sono state premiate, ma non sono state loro il quartier generale che ha mosso le persone secondo uno schema classico della politica; piuttosto sono andate bene perché hanno condiviso e non hanno preteso di imporre giochi di partito o formule da professionisti della politica.

La sorpresa dei risultati elettorali c’è stata, inoltre, anche perché questi sviluppi si sono realizzati in maniera non appariscente. Anche quando sono state organizzate manifestazioni memorabili nate da gruppi informali pensate, decise e pubblicizzate prima con canali diretti (passaparola, internet) e poi su giornali e televisioni non è stata colta la qualità e la profondità del cambiamento che si stava verificando.

Ora appare semplice che i cittadini discutano, decidano e cambino il corso delle cose. Ricordiamoci di come si è costruita questa svolta e non accettiamo che nessun partito dica: è merito mio, date a me la delega e ci penso io a guidarvi. Piuttosto siano i partiti a dimostrare di saper costruire o, meglio, condividere forme nuove di espressione politica se ne sono capaci. Altrimenti accettino di essere superati da altri che sapranno farlo.

Chiaro perché è caduto (non completamente ancora però) il velo che nascondeva la realtà di quello che veramente stava accadendo in Italia. Ben pochi ormai credono alla rappresentazione finta che è stata costruita nel corso degli anni a sostegno di una classe dirigente imbastardita perché dedita agli interessi privati di ognuno dei suoi componenti e inerte di fronte allo spreco di risorse e allo sfascio delle istituzioni.

Il velo è caduto perché si è alzato il vento della crisi economica e gli italiani si sono resi conto di essere più poveri e in balia dell’arbitrio di chiunque detenesse il potere di dettare ed imporre agli altri le proprie condizioni (dall’ultimo dei call center alle istituzioni della Repubblica). A questo punto hanno guardato in alto, al vertice del potere, e hanno visto con occhi diversi la verità delle persone che lo avevano preso. Se i politici di opposizione non hanno insistito abbastanza sul collegamento fra affari delle cricche (Bertolaso, Anemone ecc ecc), sfascio delle istituzioni e impoverimento del Paese, le persone hanno cominciato ad imprimerselo bene in mente. E ogni volta che ascoltavano la decisione di tagliare qualche servizio o qualche stipendio hanno rinnovato quel collegamento e giudicato.

Non è un caso se uno dei caratteri forti di questo voto è che i cittadini hanno fatto di testa loro scegliendo le persone che ritenevano più adatte e non quelle indicate dagli apparati dei partiti. La circolazione “sotterranea” delle idee e la formazione dei punti di vista si è allargata e ha prodotto fatti, non solo clic sui computer. Anzi, i clic sui computer sono diventati vita reale e la situazione è apparsa più chiara; drammatica per lo stato dell’economia e della società, ma chiara.

Impegnativo perché adesso non si può tornare indietro. La situazione dell’Italia è troppo seria perché si possa consentire ad un Governo incapace a capo di una maggioranza parlamentare inconsistente (non nei numeri, ma nella capacità di guidare il Paese) di continuare a gestire le istituzioni. E non è nemmeno possibile pensare che basti e che sia decisivo un mero cambio di partiti al vertice perché questo significherebbe illudersi e non sarebbe il cambiamento profondo del quale, invece, c’è bisogno. Il punto di partenza lo abbiamo visto e su quella strada bisogna camminare : il protagonismo dei cittadini, la loro partecipazione politica non per contendersi il potere, ma per costruire le decisioni e per accompagnare le istituzioni e gli apparati nella loro applicazione e nel controllo sull’efficacia.

Qualità è la grande richiesta che viene dagli italiani. Non è più possibile tollerare che risorse e beni preziosi siano dilapidati senza ritegno e senza produrre risultati buoni per la collettività e per i singoli cittadini. Tutto ciò che è stato ostaggio delle cricche e di chi ha occupato le istituzioni per farsi gli affari suoi deve tornare ad essere visibile e controllato. Chi ha commesso reati deve pagare senza sconti per nessuno ed essere messo da parte. I problemi devono essere affrontati per risolverli con i mezzi enormi di cui dispone un paese ricco come l’Italia; un paese che è riuscito a spendere a vuoto decine di miliardi di euro dai rifiuti in Campania, al ponte sullo stretto, ai lavori della Protezione civile, ai fondi europei saccheggiati e dilapidati senza risolvere nulla, senza crescita, senza costruire niente.

Adesso le cose devono cambiare: è il tempo della concretezza e della cittadinanza attiva che deve partecipare e dare vita a una nuova politica.

Claudio Lombardi

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