Crisi del lavoro sì ma non per gli immigrati

La realtà ha molte facce ed è difficile vederle tutte insieme. La realtà è anche mutevole e non procede dal bene al meglio, ma può segnare arretramenti che sconvolgono le vite delle persone. Così sta succedendo da anni nel campo del lavoro per il quale sembra essere scomparsa buona parte delle certezze alle quali erano abituate le generazioni arrivate alla maturità negli anni della crisi. Non esiste forse affermazione che raccoglie più consensi di questa: il lavoro non c’è e se c’è è pagato poco ed è precario. Le statistiche la confermano e i dati sulla fuga all’estero di tanti italiani contenuti nell’ultimo rapporto Migrantes raccontano di una parte, sicuramente coraggiosa e dinamica, delle giovani generazioni che vanno a cercare fuori dall’Italia quella speranza che il nostro Paese non riesce più ad offrire.

cervelli-in-fugaTutto vero, eppure esiste un’altra faccia della realtà, meno visibile e meno considerata sulla quale attira l’attenzione un articolo di Luca Ricolfi (Il Sole 24 Ore del 25 settembre). Ovviamente Ricolfi non disconosce gli effetti della crisi (contrazione del Pil, diminuzione degli occupati totali di un milione di unità), ma punta a far emergere qualcosa che non vediamo chiaramente e cioè che la crisi non è uguale per tutti.

Esiste, infatti, una parte della società italiana che, negli anni della crisi, si  è rafforzata sistematicamente, passo dopo passo. Si tratta degli occupati immigrati che alla fine del 2008 erano circa 1milione e 600 mila e che a distanza di otto anni crescono di 800 mila unità mentre gli italiani perdono 1,2 milioni di posti di lavoro.

Scrive Ricolfi che “queste cifre spiegano molte cose, ad esempio, perché l’opinione pubblica sia così poco convinta dall’ottimismo ufficiale. La ragione è che l’opinione pubblica resta costituita soprattutto da italiani (gli stranieri sono meno del 10%), e gli italiani hanno subito una mazzata che le cifre dell’occupazione globale, inflazionate dall’avanzata degli immigrati, non sono in grado di rilevare”. Infatti per tornare ai livelli del 2008 mancano “solo” 400 mila posti di lavoro, ma tale dato sconta una differenza tra la perdita di 1,2 milioni a totale carico degli italiani e una crescita di 800 mila a favore dei lavoratori immigrati.

migranti-al-lavoroTre sono le ragioni che spiegano tale andamento.

La prima discende dall’incremento della percentuale di stranieri nella popolazione che, di per sé, aumenta la probabilità che questi ottengano un maggior numero di posti di lavoro.

La seconda ragione è “che, durante la crisi, la domanda di lavoro è crollata nelle posizioni ad alta qualificazione (tipicamente ricercate dagli italiani) ed è aumentata sensibilmente in quelle a bassa e bassissima qualificazione (tipicamente accettate dagli stranieri)”.

La terza ragione è quella che deve suscitare una maggiore riflessione perché è più difficile accettarla. Scrive Ricolfi “anche se molto si lamentano della situazione e della mancanza di prospettive, la realtà è che la maggior parte degli italiani hanno raggiunto un livello di benessere sufficiente a renderli alquanto” esigenti nella ricerca di un lavoro. Infatti “in tanti non cercano semplicemente un lavoro, bensì un lavoro adeguato all’opinione che essi si sono fatti di sé stessi, opinione che scuola e università si incaricano di certificare. L’esatto contrario degli stranieri, che sono disposti ad accettare un lavoro anche al di sotto, molto al di sotto, delle qualificazioni acquisite e certificate”.

lavoro-integrazione-migrantiOvviamente questa situazione la si può interpretare coma una pura e semplice contrapposizione tra diritti e sfruttamento. Oppure la si può anche interpretare nel modo che segue: “Gli stranieri immigrati in Italia sono esattamente come noi, solo che vivono in un altro tempo, un tempo che noi abbiamo vissuto negli anni ’50 e ’60, quando il nostro livello di istruzione era più basso e non c’erano genitori e nonni disposti a mantenerci finché trovavamo un lavoro coerente con le nostre aspirazioni”. È duro accettare che sia anche questa la spiegazione del divario tra posti persi e posti guadagnati, eppure appare abbastanza plausibile se solo pensiamo quanto possa essere difficile per chiunque retrocedere rispetto alla famiglia di origine. Certo gli immigrati possono essere ricattabili (meno salario e meno diritti), ma non accadeva così anche negli anni ’50 e ’60 da noi, ma anche all’estero con i milioni di migranti italiani? Anche adesso molti cercano all’estero la risposta alle loro aspirazioni e sappiamo che fuori dall’Italia spesso anche le occupazioni di basso livello sono retribuite meglio che da noi. Ebbene è esattamente ciò che accade agli immigrati quando riescono a trovare un lavoro nel nostro Paese. In Italia il lavoro è pagato poco, ma per loro anche quel poco è importante.

Nell’articolo si ricorda che c’è una responsabilità della scuola perché nel Paese c’è grande bisogno di competenze tecniche e professionali che non vengono fornite da un’istruzione superiore che non le favorisce e che, spesso, vengono ritenute di minor prestigio sociale rispetto al tradizionale percorso liceo-università.

Dando per scontata la crisi ed anche la mancanza di milioni di posti di lavoro per raggiungere uno standard occupazionale adeguato e l’ingiustizia del lavoro mal pagato bisogna dire che la grinta, l’umiltà e la determinazione degli immigrati che si sono bruciati i ponti alle spalle dà a loro una marcia in più proprio come accadeva in Italia negli anni della ricostruzione e del boom economico.

La realtà ha molte facce e bisogna conoscerle per migliorarla

Claudio Lombardi

Una proposta anticrisi e per lo sviluppo? Prendersi cura del territorio (di Giorgio Nebbia)

Occupazione giovanile: è la “nuova” parola d’ordine del nuovo governo. Giustissimo impegno per il quale è giustissimo investire pubblico denaro per incentivare l’assunzione di giovani disoccupati. Un aspetto poco spiegato è, a mio parere, che cosa potranno fare i nuovi occupati nell’agricoltura, nell’industria, nell’edilizia, nei commerci, nei servizi. Si parla di impieghi nell’economia verde, altra parola magica che indica molte attività che vanno dalle fonti di energia alternative e rinnovabili, alla creazione e alla cura di aree protette, alla ristrutturazione degli edifici per renderli capaci di consumare meno energia, o di resistere ai terremoti o alle calamità “naturali”.cura del territorio

Alcune delle proposte di impiego consistono in opportune opere di riparazione dei danni dovuti ad eventi disastrosi come alluvioni o frane, ma credo che grande attenzione i governanti dovrebbero anche rivolgere alla prevenzione di tali eventi, in genere prevedibili. Non a caso Albert Schweitzer (1875-1965), premio Nobel e grande pensatore e profeta della pace e dell’amore per la natura e per la vita, mezzo secolo fa avvertiva che l’uomo ha perso la capacità di prevedere e prevenire e che tale incapacità è la vera causa dei guasti ecologici.

Secondo la mia modesta opinione, una fonte di occupazione giovanile potrebbe essere proprio una campagna di difesa del territorio per evitare l’erosione del suolo e gli ostacoli al moto delle acque nei fossi, torrenti e fiumi, origine delle esondazioni nelle valli, nelle pianure, perfino nelle città. Eventi che ormai in tutte le stagioni dell’anno distruggono edifici, raccolti, campi, case, fabbriche, strade, eventi che costringono le autorità locali a invocare lo “stato di calamità naturale” (che naturale non è) e a chiedere risarcimento allo Stato per miliardi di euro ogni anno. Soldi che potrebbero essere risparmiati in futuro se investiti oggi pagando giovani disoccupati per interventi e opere di prevenzione.giovani1

L’idea non è nuova: quando Franklin Delano Rooservelt fu eletto presidente degli Stati Uniti nel 1933, in piena crisi economica, con una spaventosa disoccupazione anche giovanile, in condizioni, purtroppo, simili a quelle odierne dell’Italia e di altri paesi europei, dieci giorni dopo l’insediamento alla Casa Bianca istituì un corpo di giovani lavoratori, i Civilian Conservation Corps CCC, destinati proprio al riassetto del territorio e alla conservazione dell’ambiente. Nell’estate del 1933 trecentomila americani dai 18 ai 25 anni, figli di famiglie disagiate, erano nei boschi, impegnati nei lavori di difesa del suolo che da molti anni erano stati trascurati. Negli anni successivi, fino al 1942, in varie campagne coordinate dal Servizio Forestale nazionale, due milioni di giovani americani piantarono tre miliardi di alberi, costruirono e ripararono 150.000 chilometri di strade collinari e campestri, ripulirono il greto dei torrenti, costruirono dighe e laghetti artificiali, scavarono canali per l’irrigazione, costruirono ponti e 3500 torri antincendio, ripulirono spiagge e terreni. Ai giovani impiegati nei CCC veniva assicurato vitto e alloggio e un salario, in parte trasferito alle loro famiglie bisognose.

Alcuni potrebbero obiettare che l’organizzazione di un simile servizio giovanile ambientale oggi in Italia comporterebbe immediati costi per lo Stato, le cui finanze sono già dissestate; tali costi di oggi sarebbero però molte volte inferiori a quelli futuri certi, che dovremo affrontare se continueremo a fare niente per la difesa del territorio. Per quanto riguarda gli incentivi con pubblico denaro per chi assume giovani lavoratori nelle attività produttive, agricole e industriali, sempre a mio parere, sarebbe giusto che tali incentivi fossero assegnati dopo una analisi di quello che le imprese si propongono di fare.incentivi pubblici

Troppe volte sono stati chiesti e ottenuti soldi pubblici per iniziative che sembravano di successo e che si sono presto rivelate fallimentari (ne sa ben qualcosa il nostro Mezzogiorno) perché i mercati erano già saturi o perché tecnicamente sbagliate, operazioni finite con profitti per pochi privati e danni per lo Stato, i lavoratori e l’ambiente. Una nuova politica di incentivi all’occupazione giovanile dovrebbe essere accompagnata da attente indagini per identificare quali processi e produzioni di merci ci consentono di diminuire le importazioni e di aumentare le esportazioni, e da un controllo sulla validità delle iniziative produttive e commerciali.

E’ ben vero che il mercato e le imprese devono essere liberi nelle loro scelte, ma ciò vale quando investono o perdono il denaro dei privati; quando invece le imprese operano con incentivi o contributi di pubblico denaro, qualche controllo pubblico sarebbe pur necessario su quello che viene prodotto, sulla localizzazione degli insediamenti, sulle precauzioni che vengono prese per evitare inquinamenti o discariche nocivi. Al di la delle valutazioni di impatto ambientale, ogni volta che c’entrano soldi di tutti sarebbe opportuno, come talvolta è stato, invano, proposto in passato, un pubblico scrutinio tecnico-scientifico e merceologico di che cosa viene prodotto e dove e come. Proporre lavoro in imprese sbagliate o fallimentari sarebbe un ulteriore tradimento dei nostri giovani concittadini disoccupati.

Giorgio Nebbia da http://comune-info.net

La crisi e le proposte di un cittadino attivo (di Aldo Cerulli)

Siamo cittadini attivi e vogliamo provare a cambiare le cose.

Considerata la situazione internazionale è difficile sfuggire all’idea che siamo tutti sottomessi allo strapotere della finanza che si esprime con la crisi dei sistemi bancari che si sono dedicati alla speculazione invece che al loro mestiere. Gli Stati hanno l’acqua alla gola perché si sono caricati di una immensa mole di prestiti e adesso i governi pensano che la via d’uscita sia spremere i cittadini per far pagare a loro il conto della crisi con misure che sono un affronto alla moralità, all’equilibrio sociale oltre che essere un palese disincentivo alla crescita economica.

E’ infatti evidente che le categorie “forti” che sanno come difendersi possono trovare molti modi per non pagare la crisi. Invece, quando si mette il limite di 486 Euro per la rivalutazione piena in base all’inflazione delle pensioni si sta togliendo qualcosa di essenziale per chi è debole.

Io dico che così, forse l’Italia riuscirà a non fallire, ma a prezzo del fallimento dello Stato sociale!

Gli sprechi del passato non ci sono stati per “il buon cuore” dei governi come ha detto Monti giorni fa, ma per le tante scelte che hanno scaricato sulle casse dello Stato privilegi ed errori. Fra i privilegi ovviamente non si possono non mettere quelli dei politici e dei partiti che hanno goduto in silenzio di guadagni e finanziamenti ingiustificabili e ora vorrebbero far valere i diritti acquisiti. Proprio ciò che è negato alle persone comuni che dovranno restare al lavoro per altri 6-7 anni prima di andare in pensione. Va bene, ma ci si è chiesti cosa significherà avere tanti ultrasessantenni al lavoro? Sicuramente ci rimetteranno sia l’efficienza che la produttività, la gente starà a lavorare quegli anni in più di malavoglia, cercando più che altro di stare in parcheggio, di tirare avanti fino al gran giorno, nervosa e con acciacchi dovuti all’età. Per non parlare di quelli che saranno licenziati e a 60 anni dovranno mettersi a cercare un lavoro. Un dramma vero. A me non sembra che così si salvi l’economia.

E veniamo alla questione del “posto fisso”, battuta poco felice di Monti, ma problema reale. Intanto è ovvio che oggi il giovane cerca un posto di lavoro innanzitutto.

Vediamo che la discussione sul lavoro che manca si ferma troppo sull’art. 18. Al riguardo la penso così: già in un non lontano passato si era cercato di abolirlo perché ritenuto disincentivante alle assunzioni da parte di piccole imprese con organico di 15 dipendenti e le OOSS barattarono il suo mantenimento con il consenso alle assunzioni a termine (un tempo consentite solo per carichi stagionali di lavoro)…da qui iniziarono a proliferare le società di “lavoro in affitto” …un mero appalto di mano d’opera…anche esso un tempo vietato dalle normative sul lavoro; i più fortunati, si fa per dire, invece vennero assunti con contratti Co.Co.Co., poi diventati Co.Co.Pro. quando partirono i primi ricorsi contro le assunzioni simulate.

Tutti sanno che questi “precari del lavoro” (nel settore privato e in quello pubblico), non potranno mai chiedere un mutuo ad una banca per acquistare una casa…in quanto non possono presentare un “cedolino paga” che presenta la dizione “assunzione a tempo indeterminato”. Quindi la condizione di precario non può durare a lungo a meno che non cambino anche tante altre regole (come quelle delle banche per esempio).

La vera tutela è quella contro le discriminazioni mentre, invece, è giusto che si possa allontanare chi sfrutta il lavoro degli altri, chi si assenta con presunte malattie strategiche, chi crea danni all’azienda, insomma chi…credendo di aver conquistato a vita il posto di lavoro…non sa mantenerselo e lo leva a chi potrebbe meritarlo veramente.

L’Art. 18 è allora per me solo un falso problema che può anche fare da alibi a chi governa mascherando l’incapacità di combattere la disoccupazione giovanile.

Tutela contro le discriminazioni significa che:

  1. al personale femminile in attesa di prole dovrà essere garantito il posto di lavoro  per la durata di almeno tre anni dalla nascita del figlio e nell’ipotesi, dopo tale data, di licenziamento effettuato in assenza  di giusta causa o giustificato motivo diritto ad un indennizzo e al trattamento di disoccupazione (in parte a carico del datore di lavoro) per almeno due anni.
  2. ai rappresentanti interni del Sindacato viene garantito il posto di lavoro e durante l’espletamento del loro mandato non possono essere soggetti a licenziamento se non per giusta causa, giustificato motivo o per riduzione collettiva del lavoro; in caso di violazione di tale norma si dovrà corrispondere un indennizzo equivalente a tre annualità di stipendio.
  3. A tutti i licenziati lo Stato, con il concorso del datore di lavoro, dovrà garantire adeguati ammortizzatori sociali e frequenza a corso di riqualificazione finalizzati al ritorno al lavoro.
  4. abolizione di tutte le forme di lavoro a termine e di assunzioni anomale;
  5. bonus fiscali (sei mesi di retribuzione) per chi assume persone fino a 35 anni di età;
  6. due anni di sgravi fiscali al datore di lavoro che assume ultra quarantenni che hanno perso il posto di lavoro.
  7. Modifiche alle norme sul processo di lavoro che ne abbattano la durata fino a sei mesi per il primo grado.

Queste sono proposte ed ipotesi che ho elaborato da semplice cittadino attivo. Invito anche altri a fare lo stesso. Soltanto un’intelligenza collettiva potrà farci fare un passo in avanti.

Aldo Cerulli

Andare via o rimanere? (di Mila Spicola)

E’ stato presentato nei giorni scorsi il rapporto elaborato dalla SVIMEZ, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, sullo stato dell’economia nel sud del Paese.

Abbiamo voluto capirci di più e quindi siamo andati a sfogliare il corposo dossier che fotografa l’inesorabile decadenza del mezzogiorno.

Basterebbe un solo dato per chiarire, se ve ne fosse ancora bisogno, di quanto il sud si allontani sempre più dal nord del Paese: 281 mila unità lavorative perse nel periodo 2008-2010. Un dato drammatico a cui si aggiunge un ulteriore tassello di riflessione: nel periodo 2000-2009 hanno lasciato le Regioni meridionali ben 600 mila uomini e donne in cerca di un futuro migliore verso le Regioni del settentrione o all’estero.

Ma quello che davvero lascia interdetti è il dato fornito relativamente alle previsioni per i prossimi quarant’anni: un giovane su quattro sarà costretto a lasciare il sud della penisola. Come commentare questi dati? cosa aggiungere al senso di profonda frustrazione che chiunque, vivendo in questo sud, prova alla lettura di queste cifre? D’altronde lo stato delle cose è più che evidente a chi qui vive e prova a realizzare il proprio percorso di vita. Quanti nostri amici hanno scelto, con dolore, di provare a costruire il proprio futuro altrove? Io per prima sto per andare via di nuovo…e me ne dolgo. Mi verrebbe da dire: m’indigno.

Allora cosa fare? Tante le domande e  la solita retorica: una classe dirigente inadeguata ed insufficiente è probabilmente la prima responsabile di questo sfascio.

Sicuramente è così; ma solo questo? certo no. Vien da chiedersi a questo punto la gente dov’è? La risposta anche in questo caso non è scontata.

La gente probabilmente è impegnata nella dura battaglia quotidiana per la sopravvivenza. Una sopravvivenza che oramai è assoggettata ad un qualunquismo che impone atteggiamenti e comportamenti che sono comuni in questi luoghi ma che non hanno nulla, davvero nulla a che fare con quel necessario e doveroso rispetto delle regole. Ci si arrabatta per come meglio di può, ricorrendo alle amicizie, alle raccomandazioni, alla politica, ma non nel senso sano, bensì insano, quella che “ci sistema il figlio” o ci “aiuta nelle pratiche”.

Io non ci sto e mi incazzo: credo che questo sia il vero punto della questione. Qui si lavora, quando si lavora, preferibilmente in nero; qui si propinano solo ed esclusivamente contratti parasubordinati; qui la gente vive di espedienti. A tutto questo si aggiunge un ulteriore elemento drammatico. Oggi chi paga più degli altri è la parte più avanzata della società culturale meridionale. E’ più facile “collocarsi” con una licenza media piuttosto che con un diploma o una laurea, annullando decenni di sviluppo e organizzazione sociale. Studiare in Sicilia non serve, secondo i dati Svimez. Studi solo per emigrare.

Un vero e proprio paradosso, un vero e proprio spreco di cervelli. Il 54% dei giovani che partono è laureato o diplomato e se ne va a far fruttare le sue competenze non qua, dove verrebbe umiliato e compresso, ma altrove.

Quei giovani che hanno acquisito, grazie al processo formativo, le migliori competenze per sviluppare e concretizzare il proprio futuro, e quindi quello dei luoghi dove vivono, oggi, per il perverso meccanismo che vede proprio nel mezzogiorno la presenza di una classe dirigente abbondantemente al di sopra dei 50anni, vedono letteralmente bloccato il proprio ingresso nella gestione del presente e nella costruzione del futuro.

Voglio raccontarvi la mia esperienza solo perchè  è indicativa ed è utile alla riflessione. Ricordo che non sono la sola, con me ci sono Antonio, Giacomo, Peppe, …e tanti tanti altri che hanno avuto esperienze fotocopia della mia. C’è la mamma di una ragazza ingegnere che adesso vive negli States e che è stata messa dai suoi letteralmente piangente in un aereo quando andò via la prima volta. Oggi è una ricercatrice affermata che produce sviluppo non per la sua terra ma per gli Stati Uniti.

Io poi…ero andata via nel ’92, sono ritornata nel 2007 e mi sa che rivado via, dopo 4 anni di lotte inenarrabili e sempre con gli occhi del sospetto per giustificare l’attivismo: perchè al sud se ti agiti troppo il retropensiero è sempre in agguato, meglio star fermi. Ma c’è chi si muove e vuole muoversi e c’è anche chi si muove per andarsene, una, due , più volte.

Ho appena vinto un concorso per l’ammissione a una scuola di dottorato internazionale con un esame difficilissimo,  in due lingue, studiando come un’ ossessa per prepararmi nonostante le discipline siano il mio cavallo di battaglia: i sistemi d’istruzione. Abituata al peggio ero convinta di non vincerlo, lo davo per scontato. Io sconosciuta e di una città lontana. E per la seconda volta nella vita il partire mi ha premiata a fronte di un rimanere che non premia bensì soffoca.

Lo dico solo per raccontarvi che sono la stessa persona che nel ‘92 non li superava ancora i dottorati salvo poi superarli altrove e , recidiva, due anni fa  non superò nuovamente, un concorso di ammissione a un dottorato ben più modesto presso l’ateneo palermitano per “vizio di forma”. Il concorso era solo per titoli, e  io avevo una carrettata di titoli dovuti a 15 anni di ricerca universitaria da precaria della ricerca fuori da Palermo e fuori dall’Italia.

Partecipai quasi per gioco, pensai che non c’era manco “prio”, così si dice da noi…e invece. Al peggio non c’è fine e il “solo per titoli” che avevo valutato come una fortuna si trasformò in una beffa da non credere, se non l’avessi vissuta. Non seppero trovare di meglio che il vizio di forma nel progetto di ricerca per escludere “questa qua che nessuno la conosce e che nemmeno si è permessa di fare una telefonata“. Come se non bastasse la produzione scientifica certificata, due lauree, un altro dottorato, una specializzazione, due master e le pubblicazioni a garantire un curriculum: mancava l’essenziale e il vizio di forma fu la mancata telefonata di rito. Io riti non ne seguo se non quelli della legalità e della chiarezza e li mandai a quel paese. Pensai tutta la miseria del mondo e la penso ancora quando mi capita di passare da via Ernesto Basile, non me ne abbiano i pochi che fanno eccezione alla regola. Ma la regola infame è quella. Pensai che dal ’92, anno delle stragi, al 2010 non era cambiato nulla nel sistema cooptativo siciliano. Se non sei cooptato puoi pure essere Rubbia: non hai niente da fare nell’Università di Palermo.Lo stesso vale negli altri ambiti.

Non mi stupii, ma me ne addolorai, quando quel ragazzo si lanciò dal balcone perchè qualcuno gli aveva detto, tra quei corridoi, che “non aveva futuro”. Per fortuna molti il futuro lo hanno: altrove. E se ne vanno. Ma è questo che spetta ai nostri figli?

L’Ateneo palermitano è tra gli ultimi Atenei per qualità della ricerca che abbiamo in Italia. Vi chiedete perchè?

Ha un buco di bilancio impressionante. Vi chiedete perchè?

I cognomi di chi lavora sono pochissimi e sempre ricorrenti. Vi chiedete perchè?

Chi lo sostiene? I nostri e i vostri contributi.

A chi serve? Non certo alla ricerca. Non certo allo sviluppo libero e competente delle menti migliori.

A meno che non siano cooptate.

Chi lo guida adesso è da decenni connivente di tutto, e addirittura adesso si candida a Sindaco.

Dove se ne vanno i migliori? Dove non sono costretti a fare una telefonata, dove non sono costretti a fare parte di un clan  e dove non devono essere loro a dire grazie ma viceversa il grazie arriva quando sono capaci di produrre, di riuscire, di regalare sviluppo. Dove non dovranno aspettare i 50 anni per vincere un concorso da ricercatore, con i capelli solo un pò meno bianchi del professore ormai 80enne che non si decide ad abbandonare la poltrona. Dove non dovranno mettersi in fila di fronte alla segreteria di qualcuno.

Dove l’autonomia e la libertà di giudizio critico e di pensiero sono un valore aggiunto e una qualità e non un onta o un ‘offesa. In una parola: dove avranno la possibilità di usare la loro libertà e di metterla in frutto al meglio.

Se ne vanno. Altrove. Intanto in Sicilia affondiamo e ci illudiamo di “combattere per il cambiamento” armando qualche banchetto per strada, se siamo al di qua, o accaparrandoci qualche poltrona se siamo di là. Ma non viene in testa a nessuno che se non cambiano i modi c’è poco da fare: non cambierà nulla e il destino del degrado è già segnato e costante.

Palermo è in cima ai dati dell’emigrazione giovanile: 29.000 tra i nostri giovani migliori hanno abbandonato, con dolore, la nostra città.

Per non tornare fino a quando le cose non cambieranno. O per tornare al momento opportuno per cambiarle davvero, mutando il dna generazionale.  Io farei una legge che persegua penalmente in modo determinato i comportamenti illeciti in tal senso dentro gli Atenei, come altrove.

Queste cose non possono avere il coraggio di dirle i ragazzi che le subiscono e che ne sono vittima, ma qualcuno dovrà pure iniziare a dirle.

Magari qualcuno di noi che sta già rifacendo la valigia per tornare ad andar via.

Io penso che la vera questione in Italia, la questione di tutte le questioni sia quella giovanile, connessa col merito, con la sfida dei saperi e delle conoscenze e con la possibilità di dar corso alle proprie aspirazioni in modo adeguato e libero.

Se non si risolve questa è inutile far altro.

Se non si risolve la questione l’esodo non diventerà mai un controesodo e la Sicilia, il sud, saranno destinati ad essere deserto.

Mila Spicola (Nota da FB 1° ottobre 2011)

Parentopoli romana: una lettera da chi preferisce il merito al favore (di Ilaria Donatio)

Caro Civicolab,

oggi il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha detto una cosa di buon senso che purtroppo, solo per un attimo, ha abbassato il volume dell’inutile e rumoroso dibattito acceso dalla manifestazione del 14 dicembre e dagli episodi di violenza nelle piazze: “La protesta pacifica è una spia di malessere che le democrazie non possono ignorare”.

Un’osservazione banale, forse, proprio perché si tratta di un dato di realtà. Che “vale doppio” per chi vive nella capitale: qui, il malessere, almeno tra i giovani (e meno giovani) precari, in cerca di occupazione, vittime di questa crisi economica che sembra accanirsi proprio sui più deboli, è un macigno pesantissimo.

Che pesa più che mai, da quando le inchieste della Procura di Roma e della Corte dei Conti hanno tolto il velo che ammantava la parentopoli capitolina: è venuta così alla luce una gigantesca macchina illegale che ha permesso di effettuare centinaia di assunzioni a chiamata diretta, in aziende che gestiscono servizi pubblici (le romane Atac e Ama che, tra l’altro, “vantano” bilanci disastrosi): parenti più o meno lontani, amici, amici di amici, conoscenti.

Tutti assunti “sulla parola”! Il merito? Ridotto a un legame di sangue. O comunque a criteri del tutto esterni rispetto a quelli che dovrebbero informare la corretta selezione del personale. E non per una qualsiasi impresa a conduzione familiare della Bassa padana, ma per un’azienda municipalizzata.

E chi controlla la qualità del servizio affidato al cugino di secondo grado, o all’amica di amici? Chi verifica il lavoro svolto di chi è stato cooptato e non scelto per meriti propri? E con quale trasparenza?

Un atto di arroganza come l’ha definito bene, nel proprio pezzo su Civicolab, Roberto Ceccarelli, “che offende i disoccupati ed i precari che continuano a lavorare per pochi soldi, senza continuità e senza una prospettiva per il futuro; che offende coloro che proseguono a fare i sempre più rari concorsi pubblici, fidandosi ancora del settore pubblico e ben sapendo che le speranze di vincerlo sono davvero poche”. Ma non si tratta solo di questo.

Quello che è avvenuto a Roma, e che si ripete ogni volta che un’azienda pubblica viene amministrata secondo logiche familistiche, come una “cosa propria”, abusando di un potere al posto di esercitare una responsabilità e offrire un servizio, è un vero e proprio furto.

Furto dell’idea – prima ancora che del posto in sé – del lavoro come “bene comune”.

“Comune” proprio come l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo, la terra che tutti quanti calpestiamo.

Il giuslavorista Pietro Ichino, sul proprio sito web, utilizza una definizione forte per indicare il divario, sempre crescente – e in spregio del diritto sancito dalla Costituzione ad avere un lavoro dignitoso – tra “protetti e non protetti”. Ichino parla di apartheid e mi scuserai, caro Civicolab, se ti confermo di sentirmi esattamente così, vittima di una cattiva politica e di scelte normative peggiori, che hanno fatto della “segregazione” dei diritti (sicurezze e stabilità per pochi, eletti e privilegiati; instabilità e concessioni a singhiozzo per molti) una pratica ordinaria e non, invece, un’eccezione fuorilegge, come dovrebbe essere.

Dal canto mio, continuerò a inviare curricula, da cui, diligentemente, dovrò cancellare master, pubblicazioni, esperienze importanti: per non sentirmi ripetere, tutte le volte, sempre lo stesso ritornello. “È certa di voler fare questo lavoro? Con un curriculum pesante come il suo…”. Ed io, tutte le volte, che vorrei rispondere: “Di pesante c’è solo la paura del futuro”.

Ilaria Donatio