Lavoro: la realtà dietro gli slogan

Un’inchiesta del Sole 24 ore non recente, ma sempre attuale, fa il punto sul lavoro. Il tema è onnipresente nei discorsi e nelle polemiche politiche tanto da trasmettere l’impressione che non abbia una sua oggettività e che dipenda unicamente dalla volontà di questo o quel leader. Ripercorriamo i punti principali dell’analisi. Al primo posto il numero di occupati, grosso modo equivalente a quelli del 2008. Dietro questo dato, tuttavia, non vi è immobilità come potrebbe sembrare. Alcune professioni sono sparite, altre si sono invece fatte avanti in un mercato sempre più avaro di opportunità soprattutto per i giovani ed è cambiata la richiesta dei settori e anche il mix dei contratti.

Meno manifattura, più colf e badanti

Il primo dato è la diminuzione del peso dell’occupazione nelle attività manifatturiere, nelle costruzioni, nella pubblica amministrazione e nella difesa. Aumentano invece gli addetti negli alberghi e nella ristorazione, nella sanità ed assistenza sociale e la quota di colf e badanti (quasi un raddoppio in dieci anni).

Tra 2008 e 2017 i lavoratori dipendenti sono cresciuti dal 74,5% al 76,7%. Quelli a tempo indeterminato sono passati dall’86,7% all’84,8%; a tempo determinato dal 13,3% al 15,2%. I lavoratori autonomi sono passati dal 25,5% al 23,3%.

I lavori che stanno scomparendo

A cambiare sono state anche le richieste delle aziende in termini di figure professionali. Tutti i profili che non abbiano una specializzazione sono obsoleti. Ad esempio: operai non specializzati, impiegati generici, commessi che non conoscono lingue straniere. La diffusione di internet (e dell’e-commerce) ha cambiato radicalmente il panorama lavorativo.

I lavori più richiesti. E quelli introvabili

Le 5 professioni più difficili da reperire in Italia nel 2017 sono state: tecnici programmatori, analisti e progettisti software, attrezzisti di macchine utensili, tecnici esperti in applicazioni, operai di macchine utensili automatiche industriali. C’è anche una forte richiesta di camerieri, cuochi, conduttori di mezzi pesanti e camion.
Fra le professioni più richieste ci sono quelle attinenti al mondo Ict (internet).

Le figure emergenti

La rivoluzione di internet si fa sentire sempre di più. Le figure che stanno nascendo o potrebbero crescere di più nei prossimi anni, in Italia e all’estero, sono caratterizzate da una propensione naturale al Web e alle applicazioni che permettono di capitalizzare le informazioni online. E questo sia che si tratti di sviluppi di professionalità già esistenti che del tutto nuove. Pochi posti? Non proprio. Una stima di un’importante società di consulenza indica in 135 mila le posizioni vacanti nell’Ict entro il 2020. Tra l’altro, già oggi in Italia, il funzionamento del Web dà lavoro a 755mila persone.

I nomi delle figure professionali richieste parlano da sole di un mondo del lavoro profondamente diverso dal passato anche recente. Per esempio il data scientist, un analista specializzato nell’estrarre informazioni dai dati online. Oppure il blockchain expert è un professionista di formazione tecnico-scientifica che si occupa di scrivere protocolli per lo scambio di criptovalute, sfruttando la tecnologia (blockchain) che fa da registro contabile per le transazioni. Il chief digital officer si occupa del processo di «trasformazione digitale» delle aziende, ovvero il coordinamento delle attività per il rinnovamento tecnologico dell’impresa. La lista potrebbe continuare con il data protection officer (responsabile della protezione dati) e il chief internet of things officer (un manager che si occupa dell’utilizzo dell’internet of things in azienda), fino a ruoli già consolidati come analisti del business digitale, hardware engineer ed esperti di cybersecurity.

Nuove professionalità in formazione per le quali è soprattutto richiesta duttilità di pensiero e capacità di apprendimento. Di sicuro si sta andando sempre più verso lavori ad alto contenuto di conoscenza e creatività il che porta, tuttavia, anche ad una forte polarizzazione fra ruoli elevati e ruoli più elementari. E infatti ecco…

La frontiera della gig economy

Un mondo che cresce e che esce dai vecchi schemi. Gig economy o “economia dei lavoretti” cioè prestazioni occasionali per conto di piattaforme online che mediano tra domanda e offerta di servizi. Gli esempi ormai classici sono quelli di Uber per i trasporti o di Foodora e Deliveroo nella consegne di cibo. Sigle dietro le quali ci sono applicazioni informatiche che mettono in contatto utenti e prestatori del servizio (che però non decidono niente del servizio). Il pagamento avviene a cottimo e chi ci lavora non gode di alcun inquadramento perché non possiede le caratteristiche né del subordinato né dell’autonomo. Il tema è di grande attualità e alcuni tentativi di regolamentare questi lavori si stanno facendo avanti (disegno di legge in discussione nel Consiglio regionale del Lazio). Tra l’altro da lavoretti tappabuchi per giovani stanno sempre più diventando occupazioni per gli over 30 dalle quali ricavare un guadagno vero. Eventuali interventi legislativi potrebbero intervenire sull’assicurazione a favore dei ciclofattorini oppure sui minimi retributivi o anche sulle modalità di calcolo dei compensi in alcuni lavori. Un altro intervento potrebbe arrivare dal welfare sotto forma di integrazione al reddito, difficile e tutto da esplorare. Ma forse la misura più semplice e immediata è di far ricorso al contratto di co.co.co previsto e disciplinato dal Jobs Act. Sempre che il governo non lo abolisca prima. Comunque due parole vanno dette anche sui consumatori sempre più abituati ad esigere prestazioni immediate e al prezzo più basso possibile. Tutto sommato se anche la consegna di una pizza a casa costasse un paio di euro in più non ci sarebbe un danno per nessuno.

In conclusione

L’Italia è a rischio. In agguato c’è un circolo vizioso composto di bassa produttività, bassi salari e limitate opportunità professionali. Occorre un grande sforzo per investire nel capitale umano. E occorre rimuovere tutti i blocchi burocratici e culturali che intralciano l’attuazione delle decisioni sia pubbliche che private. Ripetere come un mantra “investimenti investimenti investimenti” sperando che automaticamente portino lavoro e poi trovarsi impantanati in procedure estenuanti e nella mancanza di figure professionali adeguate non è un rischio, ma ciò che accade da molti anni. Cambiare questa situazione sta diventando però sempre più difficile e probabilmente non sarà questo governo a guidare il cambiamento

Claudio Lombardi

Il lavoro che c’è, le assunzioni che non si fanno

Quante volte si è letto di aziende che cercano lavoratori per determinate mansioni e non li trovano? Molte volte e, al netto dei commenti di chi imputa ad una errata ricerca le cause delle mancate assunzioni, il problema di una paradossale contraddizione tra le statistiche sulla disoccupazione (specie giovanile) e la domanda di personale che resta insoddisfatta esiste. È vero che la distanza tra richiesta di personale e disponibilità a farsi assumere esiste in molti settori e spesso la causa sta in offerte di lavoro poco interessanti sia per qualità che per retribuzione. Di lavori dequalificati pagati poco ne esistono molti. Il recente caso dei fattorini che consegnano il cibo a domicilio (i vari Foodora, Deliveroo ecc) ha messo in luce una tipologia di lavoro faticoso, rischioso e malpagato. Un lavoro però svolto soprattutto da italiani. Non c’è dunque bisogno di ricorrere ai soliti esempi di sfruttamento di manodopera straniera nei campi o nell’edilizia per capire che un problema c’è e che tocca anche figure professionali come gli avvocati, gli architetti, i medici spesso impegnati in collaborazioni gratuite o a prezzi stracciati nella speranza di entrare nel giro giusto per un lavoro meglio pagato. Proprio per questo sorprendono i numerosi casi nei quali un lavoro interessante e ben pagato viene offerto, ma non si riesce ad assumere.

Un’indagine di Milena Gabanelli pubblicata sul Corriere della Sera in questi giorni affronta l’argomento non in generale, ma centrando l’attenzione solo sulla parte che riguarda la ricerca di tecnici qualificati. La previsione è che nei prossimi cinque anni ci sarà bisogno di oltre 150 mila persone nei settori chiave della meccanica, della chimica, del tessile, dell’alimentare e dell’Ict. Il problema è che non c’è una corrispondenza tra le competenze dei lavoratori e quelle richieste dalle aziende. Il nodo è quindi quello della formazione che, nel caso italiano, è particolarmente carente.

Il primo gradino è quello degli istituti tecnici che però da sempre non vengono considerati una scelta di primo livello per i giovani italiani. Nell’articolo si ricorda che nell’ultimo decennio le scuole superiori che formano geometri, periti o ragionieri hanno perso quasi 120 mila studenti, mentre, invece, sono aumentati i liceali. Ciò significa che resiste un pregiudizio culturale sia verso il lavoro manuale che verso le professioni tecniche. Un pregiudizio che spinge ancora i giovani verso i licei che hanno come unico sbocco l’università o il pubblico impiego. Ma è noto che anche un titolo universitario in determinate discipline non garantisce un lavoro. Basti pensare all’esorbitante numero di avvocati passati dai circa 48 mila degli anni Ottanta agli oltre 235 mila di oggi.

Tuttavia, anche i diplomati degli istituti tecnici non sono completamente formati. Occorre un passaggio successivo rappresentato in Italia o dall’università o dagli Istituti Tecnici Superiori, gli ITS. Sono 95 e servono proprio per completare la formazione di tecnici qualificati (secondo il Miur l’82% dei diplomati ha trovato lavoro entro un anno dal diploma).

Gli ITS non sono scuole pubbliche, ma fondazioni che coinvolgono imprese, enti pubblici, centri di ricerca, associazioni di categoria. Si avvalgono quindi di fondi pubblici e privati e si basano sul coinvolgimento delle aziende per definire i percorsi formativi. Agli studenti comunque non viene chiesto di pagare i corsi.

Attualmente nei 95 ITS italiani ci sono quasi 10.500 iscritti mentre in Germania gli analoghi istituti di formazione superano il milione di studenti. I numeri parlano da soli e spiegano perché oggi è così difficile reperire sul mercato del lavoro le figure professionali che servono alle imprese.

Il funzionamento degli ITS costa. Il dato presentato nell’articolo della Gabanelli è di 6000 euro l’anno per ogni studente. Buona parte dei docenti proviene dal mondo delle imprese ed è uno dei modi con il quale queste contribuiscono al finanziamento degli istituti.

I fondi arrivano comunque dal Ministero dell’istruzione (Miur), dalle regioni, dalle istituzioni europee e dai privati.

Se si vuole parlare di occupazione guardando avanti e non lagnarsi o immaginare fantastiche assunzioni di massa in impieghi statali la strada della formazione è quella che appare più sensata e il miglior investimento per costruire qualcosa di duraturo

Claudio Lombardi

Come leggere i dati sul lavoro

E’ notizia di pochi giorni fa, data con la diffusione dei dati ISTAT sull’andamento del mercato del lavoro nel periodo di riferimento (2009- 2017), come , soprattutto a partire dal ° trimestre 2014, si sia verificata una crescita dell’occupazione che, al momento, si è attestata ad un +1.029.000 di occupati, dei quali, il 53% con forme di contratto a tempo pieno e indeterminato. La forma del contratto a tempo determinato, invece, è stata quella prevalente nell’ultimo anno.

I dati rilevati, come sempre, richiedono letture attente e attinenti ai periodi di riferimento, analisi complesse e riflessioni che possono anche essere estremamente necessarie nell’elaborazione di politiche mirate ad una maggiore stabilità nel mondo del  lavoro.
Quello che resta e desta comunque impressione è il dato complessivo del numero degli occupati che ha toccato e superato la soglia dei 23 milioni. Un numero mai raggiunto negli ultimi quarant’anni

La cosa che salta subito all’occhio (a meno che lo sguardo non sia offuscato da mero furore ideologico) è che le azioni dei governi fin qui succedutisi, abbiano dato i frutti per i quali erano state messe in atto. Ci si riferisce in particolare alla riforma nota col nome di “ Jobs Act” nonché a tutta la serie di incentivi fiscali e contributivi alle aziende che avessero assunto.
Tutte norme che sicuramente potevano essere migliori, assolutamente lontane dalle perfezione, ma che hanno svolto bene il loro compito nel momento contingente in cui sono state presentate. Un momento di grave e profonda crisi economico-sociale che ha colpito praticamente tutte le economie occidentali.

A parere di chi scrive, il vero punto di forza di tali proposte , è stato il riconoscimento del livello su cui si doveva intervenire. Non bisogna dimenticare che, da varie parti (soggetti politici di ispirazione vicina alla “sinistra post-marxista” ed altri di diversa collocazione politica), si spingeva per una ripresa dell’intervento diretto dello Stato nell’economia e per un’espansione  del pubblico impiego (ovviamente a carico della fiscalità generale) ritenendo l’iniziativa privata solo un sistema di sfruttamento dei lavoratori. Aver puntato sull’impresa come creatrice di opportunità di lavoro è stata una scelta giusta.

La prima preoccupazione è stata quella di arginare l’emorragia di posti di lavoro incentivando le imprese a rimanere in Italia con nuove convenienze per aumentare l’occupazione. Nulla è stato tolto a chi era già inserito nel mondo del lavoro. E comunque si tratta di politiche che devono adeguarsi ai tempi e proseguire. Già la proposta di un salario minimo garantito indica un cambiamento di direzione perché guarda alla condizione del lavoratore.

C’è però qualcosa di più da dire sui dati pubblicati dall’ISTAT. Un problema si mostra con evidenza: l’incongruenza tra offerta e richiesta di lavoro. A fianco di tanti giovani e meno giovani che cercano lavoro, ci sono tipologie di impiego che lamentano carenze nella disponibilità. I dati sulla ricerca di determinate posizioni lavorative emergono spesso nelle cronache locali e sembrano contraddire quelli sulla disoccupazione.

Una situazione che si può sintetizzare in poche parole: un po’ di lavoro ci sarebbe, ma non interessa. Si cercano falegnami, muratori, tornitori e saldatori, idraulici, elettricisti e piastrellisti, riparatori, pittori, ma anche esperti di applicazioni informatiche nella produzione. Tutti lavori che richiedono periodi di apprendistato più o meno lunghi e una preparazione di base che la nostra scuola non riesce a dare.

E questo senza tirare in ballo i lavori che, come si usa dire, gli italiani non vogliono più fare e per i quali ai datori di lavoro non resta che ricorrere a mano d’opera straniera che si presenta spesso più disponibile e anche maggiormente capace.

Una chiave di lettura sta, a giudizio di chi scrive, in almeno due grandi errori di valutazione in cui si è incorsi in passato. Il primo sta nell’illusione che la scuola potesse trasmettere a tutti la stessa cultura appiattendo le differenze individuali ed evitando la selezione delle capacità. Coerente con questa impostazione è stata la considerazione della scuola come una fabbrica di posti di lavoro per insegnanti molti dei quali non sono passati da alcuna valutazione.

Il secondo è l’idea che i nostri giovani debbano ricevere un posto di lavoro adeguato agli studi fatti anche se questi non tengono conto delle reali esigenze del mondo del lavoro. La spocchia con la quale sono stati considerati i lavori manuali (salvo poi trasferirsi a Londra o a Berlino a fare il cameriere o il lavapiatti) appartiene all’esperienza di vita di molti italiani.

In conclusione il tema del lavoro ha tante facce. Se non si cerca di scoprirle e comprenderle non si potrà nemmeno fare qualcosa di concreto

Fabrizio Principi

Lavoro: così la pensa Marco Bentivogli

Stralci di un’intervista di Marco Bentivogli segretario dei metalmeccanici della Cisl rilasciata a http://stradeonline.it.

La quarta rivoluzione industriale è l’ultima opportunità di sviluppo per rilanciare il Paese. (…) Ma il vero punto di snodo è rappresentato dalle piccole e medie imprese, ancora lontane – salvo qualche apprezzabile eccezione – dal sintonizzarsi sulle frequenze della fabbrica intelligente. Un impulso ad investire sull’innovazione può essere dato dalla partecipazione dei lavoratori, declinata anche nella nuova contrattazione territoriale e aziendale. Ciò richiede, prima di tutto, che via sia un cambiamento culturale: il lavoro non può essere un terreno di scontro ideologico, ma di costruzione e dialogo. (…)

arretratezza ItaliaServe rimuovere le cause strutturali che rendono il nostro paese un habitat sfavorevole all’impresa: l’eccesso di burocrazia, un sistema giudiziario lento e farraginoso, un costo dell’energia superiore del 30% alla media europea e un sistema creditizio che preferisce investire nella rendita piuttosto che nell’impresa. Occorre poi realizzare un sistema formativo efficiente. Siamo il Paese che ha il più elevato gap di competenze rispetto alle skills necessarie oggi e in futuro. (….) Investire in formazione, dunque, non è strategico: è vitale. In questa prospettiva nuova, bisogna passare dalla “protezione del posto di lavoro” alla “promozione del lavoratore”. Per questa ragione, nel contratto dei metalmeccanici abbiamo inserito il diritto soggettivo alla formazione, che a nostro avviso rappresenta una sorta di diritto al futuro. Abbiamo aperto una pista, ora bisogna lavorare su un sistema formativo duale che funzioni e che renda finalmente operativa l’alternanza scuola-lavoro.

(….) Siamo il paese con il Clup (il costo del lavoro per unità di prodotto) più alto d’Europa: finché non ci decidiamo ad intervenire su questo fattore c’è poco da discutere. Gli investimenti in tecnologia e in una nuova organizzazione del lavoro possono rappresentare la carta vincente da giocare per recuperare produttività e competitività e quindi creare anche nuova occupazione. (….) Se verifichiamo il Clup delle PMI, nelle quali in Italia lavora quasi il 90% delle persone, è altissimo, in particolare per quelle sotto i 20 dipendenti. Il Clup sopra i 200 dipendenti è sui livelli nordeuropei.

lavoro operaioAbbiamo perso oltre 300mila posti di lavoro nel solo settore metalmeccanico: interi settori industriali, penso a quello dell’elettrodomestico, sono stati spazzati via. Alla base di queste difficoltà c’è però anche un deficit di cultura imprenditoriale e manageriale, da cui deriva la diffidenza verso i temi dell’innovazione così come verso quelli della partecipazione. C’è poi un altro fenomeno preoccupante, che è, come già accennavo, il ripiegamento nella rendita: la perdita di 87 miliardi di investimenti si spiega anche così. L’errore di fondo è pensare che in Italia non ci sia più spazio per l’industria manifatturiera. Lo spazio invece c’è, purché si investa nell’innovazione sia sul versante delle nuove tecnologie che dell’organizzazione del lavoro. I casi di reshoring, vale a dire di rientro di produzioni precedentemente delocalizzate, che si sono verificati in FCA a Pomigliano e in Whirlpool lo dimostrano.

(….) C’è qualcuno che, spesso strumentalmente, incita ad avere paura della tecnologia. Noi no. (…) Cosa facciamo? Tassiamo anche i bancomat? Le pompe di benzina? Torniamo all’aratro a trazione umana? Dovremmo dire a FCA di smontare i 16 robot della Butterfly che saldano in pochi secondi la carrozzeria di una Jeep Renegade a Melfi perché rimpiangiamo un ambiente di lavoro che faceva respirare le esalazioni della saldatura ai lavoratori? (….)

lavoro e tecnologieLa vera novità è che l’innovazione tecnologica, se anche riduce sempre di più il numero di lavori non-sostituibili dalle macchine, ne creerà di nuovi, generando nuove professionalità; la vera sfida è saper gestire la transizione. (….) Quindi, cosa facciamo? Tassiamo il robot, come propone Bill Gates, o il valore aggiunto del suo contributo, per rendere più conveniente l’utilizzo della persona? E non sarebbe invece più utile che i big della new economy pagassero, da qualche parte, le tasse? Il fatturato per dipendente di queste multinazionali è gigantesco ed è inversamente proporzionale al loro livello di tassazione effettiva. Sarebbe perciò più utile detassare il lavoro che tassare l’innovazione (….) Se l’innovazione si intende gestirla con i tre step dell’Italietta antagonista su tutto ciò che si muove – regolarla, ipertassarla e, appena morta, sussidiarla – noi non siamo d’accordo.

Il lavoro non finirà, ma cambierà, l’idea che si va facendo strada di società in cui lavorerà solo il 10% delle persone mentre il resto vivrà di un sussidio di cittadinanza non regge. (….)
(….) Di una cosa sono convinto: l’Europa, l’euro, la globalizzazione e la tecnologia hanno fatto meglio al lavoro, rispetto ai tanti soldi, anche pubblici, spesi male. Più in generale, sta crescendo un lavoro che non è autonomo né propriamente dipendente. Credo che il lavoro del futuro sarà sempre più un progetto, su questo dobbiamo riflettere senza tentazioni ideologiche

Le pene del QE di Draghi

Povero Draghi. Non sa più che fare. La BCE continua con il suo quantitative easing, il famoso QE, cioè continua a comprare titoli di debito pubblici ed equipollenti. E continua ad abbassare la remunerazione per i depositi delle banche, anzi, poiché si tratta di un tasso negativo, bisogna dire che aumenta il costo che le banche pagano per lasciare i propri fondi in deposito alla BCE che, però, continua generosamente ad elargirli agli istituti di credito. Proprio quel che si dice un circolo vizioso.

abbondanza di capitaliInsomma anche il profano (come è chi scrive) capisce che di soldi in giro ce ne sono veramente tanti, ma che non conviene utilizzarli in altro modo che lasciandoli depositati presso la BCE (e pagando invece di guadagnare) o “investirli” a tassi prossimi allo zero o sotto zero in titoli degli stati europei. Altre possibilità sono quelle di spargerli un po’ per il mondo, ma sempre preferendo titoli di debito che assicurano rendimenti minimi. Poi, ovviamente, ci sono tanti altri modi di tipo speculativo per tentare di far rendere il denaro però, forse, le banche, rimaste un po’ scottate dalle esperienze passate, ci staranno più attente.

Ciò che conta è che di investire soldi nell’economia cioè in attività che producano ricchezza reale e lavoro non se ne parla. Il problema è serio perché chi possiede capitali tende ad utilizzarli per ricavare un utile e se non ritiene di investirli o di prestarli per finanziare attività economiche vuol dire che non conviene.

banche e speculazioneBrutti, sporchi e cattivi quelli che maneggiano i grandi capitali e le banche forse sì, ma sicuramente non fessi. D’altra parte che l’economia reale comporti dei rischi è dimostrato dai circa 200 miliardi di crediti cosiddetti deteriorati o inesigibili che le banche italiane difficilmente riusciranno a recuperare. Tanto che da mesi si sta provando a costituire una bad bank garantita dallo Stato nella quale mettere tutti i crediti dati per persi.

È ovvio criticare le banche perché non erogano tutto il credito di cui ci sarebbe bisogno. Sì, giusto, ma vediamo l’altra faccia della medaglia perché spesso chi prende i soldi in prestito poi non li restituisce e si crea sfiducia e un buco di bilancio da riempire.

Allora non c’è soluzione? Molti esperti dicono di no e anche al profano sembra che siamo arrivati al punto di poterci drogare di soldi senza cambiare la stagnazione dell’economia. Non c’è nulla da fare almeno fino a che si resta nel circolo vizioso BCE che compra titoli pubblici e presta soldi alle banche che poi se li tengono e non si fidano a darli in prestito.

D’altra parte l’obiettivo della BCE è raggiungere un tasso di inflazione prossimo al 2%, ma non è certo quello dello sviluppo economico nè della piena occupazione. Dunque non è alla BCE che si può chiedere altro.

Ci vorrebbe qualcuno che prendesse questi benedetti soldi e li investisse direttamente in opere o attività scelte nel quadro di politiche industriali, della ricerca, della formazione e delle infrastrutture. Insomma ci vorrebbe che gli stati o, meglio, l’Unione europea prendessero loro in mano l’iniziativa e cominciassero a indirizzare i soldi dove servono davvero.

intervento pubblico economiaE allora perché non si fa? Perché hanno creato una banca centrale che non può prestare soldi agli stati. Perché hanno costruito un’Europa che funziona solo per frenare, ma non per promuovere. Perché hanno messo da parte le politiche industriali. Perché hanno pensato che lo sviluppo potesse venire da solo facendo circolare i soldi. Perché si sono fissati sui parametri di bilancio. Perché le classi dirigenti non riescono più a concepire progetti, ma si sono specializzate nella gestione dell’esistente. Perché, a volte, chi dirige gli stati è corrotto o è amico degli speculatori.

Insomma il povero Draghi non ce la può fare da solo e lo ha detto già molte volte. Ma i suoi interlocutori fanno finta di non capire. Che aspettano a muoversi?

Claudio Lombardi

Il nuovo mondo che non vediamo (di Luigi Corvo)

scoprire terzo settoreLa crisi ci consegna un quadro economico e sociale notevolmente mutato. È come se dal 2008 ad oggi avessimo vissuto una fase di iper accelerazione nelle dinamiche sociali che ha avuto e avrà sempre più dei contraccolpi sulla nostra economia e sul nostro welfare.

Nel mondo pre-2007 eravamo abituati a pensare il sistema economico come un contesto caratterizzato dalla presenza di due attori principali, Stato e Mercato, e un attore residuale, il Terzo Settore (detto anche non profit). In questa tripartizione si concepivano i compiti di salvaguardia di interessi collettivi in capo allo Stato, la responsabilità produttiva in capo al Mercato e ci si riferiva al Terzo Settore per colmare le sacche di inefficienze dei primi due attori, confidando nella sua vocazione solidale e mutualistica.

La domanda che dovremmo tutti porci è se questa impostazione, ancora figlia del secolo breve, è ancora in grado di dare risposte a bisogni sociali sempre più complessi in condizioni di sempre maggiore scarsità di risorse. L’OECD ha usato una espressione sintetica molto efficace per descrivere tale scenario :“to do more and better with less”; fare di più e meglio con meno, produrre/erogare maggiori e migliori beni/servizi utilizzando minori risorse. Questa è, in sintesi, la sfida che si trovano ad affrontare i Governi dei paesi maggiormente colpiti dalla crisi e in questa direzione dovrebbero indirizzarsi le politiche e gli sforzi delle classi dirigenti.

mondo post crisiLa fotografia del sistema economico italiano è stata fornita dal recente Censimento dell’Industria e dei Servizi condotto dall’Istat nel 2011, i cui primi risultati sono stati pubblicati a luglio 2013. Non si riscontra un andamento univoco per i tre settori sopra menzionati, anzi si registrano forti differenziali: se da un lato le forze produttive profit oriented mostrano una certa stagnazione in termini di incremento delle unità economiche attive e della loro capacità di generare occupazione sostenibile, la PA mostra un sensibile arretramento, sia per quanto attiene al numero di istituzioni pubbliche attive (in diminuzione rispetto al 2001) e sia rispetto al numero di lavoratori assorbiti (in diminuzione per circa 350.000 unità). Discorso diverso per il Terzo Settore, che mostra un incremento molto significativo sia per le unità economiche attive (+28%) sia per la forza lavoro (retribuita) impiegata (+360.000 circa).

Per approfondimenti rinvio a http://censimentoindustriaeservizi.istat.it/istatcens/wp-content/uploads/2013/07/Fascicolo_CIS_PrimiRisultati_completo.pdf

Dai dati raccolti si può osservare che i due settori sembrano muoversi in modo speculare (in quanto a numero di occupati) e tale fenomeno potrebbe essere spiegato attraverso tre principali interpretazioni:

1)     la crescita del settore non profit viene determinata in larga parte dall’arretramento del settore pubblico;

2)     la crescita del settore non profit è indipendente dall’arretramento del settore pubblico;

3)     la crescita del settore non profit viene determinata solo parzialmente dall’arretramento del settore pubblico.

grafici economia ItaliaPer poter fornire una risposta rispetto alle tre ipotesi menzionate occorrerà analizzare dati non ancora pubblicati, relativi al trend di fatturato delle unità economiche del settore non profit  comparati al trend della spesa delle istituzioni pubbliche. Tuttavia, ciò che appare evidente è che gli effetti della crisi hanno dato sempre più risalto al concetto di resilienza economica e sociale: gli attori civici, le associazioni, i cittadini si sono mobilitati attraverso forme di aggregazione orizzontale per dare risposte ai bisogni dei territori. Siamo di fronte ad un welfare generativo, in grado di parlare il linguaggio imprenditoriale da un lato, in quanto queste realtà vanno oltre il volontariato e generano occupazione retribuita, e il linguaggio sociale dall’altro, essendo per loro natura organizzazioni a Km 0, non delocalizzabili e non soggette a dumping globale. L’idea di fondo è che i bisogni da cui queste realtà nascono non possono fuggire verso paesi con costi del lavoro più bassi, che le attività legate alla valorizzazione del patrimonio artistico e culturale non possono emigrare, che le organizzazioni di cooperazione sociale sono intrinsecamente ed empaticamente legate al territorio su cui generano welfare e valore aggiunto sociale.

Questo mondo nuovo, che ancora non siamo in grado di vedere e le cui opportunità non siamo in condizioni di cogliere del tutto, sta trasformando il concetto di organizzazione secondo una logica di ibridazione inter-settoriale.

In questi tre settori le relazioni che storicamente intercorrono fra essi, vanno sempre più mutando, portando ad aree di intersezione in cui le organizzazioni ibride trovano spazio. Si tratta di organizzazioni, definite social enterprises nei paesi anglosassoni, che riescono a porre in equilibrio la vocazione sociale che deriva dalla loro mission not for profit oriented e la sostenibilità economico finanziaria che consente loro di durare nel tempo e di innovarsi con la rapidità richiesta dal mutare dei bisogni sociali.

intersezione settori economiciCiascuno dei 3 settori ha ambiti di intersezione con  gli altri 2: PA e Terzo Settore si incontrano nella co-produzione di servizi di welfare da anni; Pa e Imprese danno vita ad esperienze di finanza di progetto dagli anni ’90; Imprese e Terzo settore si avvicinano sempre più, e il fenomeno delle social enterprises ne è la prova.

Laddove i 3 settori si intersecano, come su un territorio in cui ente locale, imprese e associazioni riescono a trovare forme di networking, si può generare innovazione sociale di sistema, ovvero la propagazione dell’innovazione e dei suoi effetti in tutti i settori e che, quindi, fa sì che gli effetti sociali si consolidino strutturalmente.

La sfida da affrontare impone un salto culturale non indifferente, richiedendo ai vari attori di considerarsi non solo stakeholder, ma anche shareholder rispetto a questioni economico-sociali complesse: non siamo solo semplici portatori di interesse, la crisi e la necessità di costruire un nuovo modello di sviluppo ci chiama a considerarci azionisti sociali.

Luigi Corvo

Quali investimenti? Piccole opere o Grandi opere?

grandi operePolitici, Media, Confindustria, Ance, Unione Europea, sono tutti d’accordo su due miti.
1. Non investiamo abbastanza: “se solo avessimo più risorse per investire nei cantieri avremmo risolti i problemi della crescita”; “sono investimenti talmente strategici che non vanno conteggiati nel deficit del paese”.

2. Il vero sviluppo economico si fa con le grandi infrastrutture: “Certo va bene anche qualche piccola opera, ma per modernizzare il paese, per renderci competitivi servono le grandi opere, la TAV, l’alta velocità e cosi via.”

Sulle infrastrutture vi è un consenso bulgaro. Naturalmente si tratta di un falso mito, forse uno dei più sbagliati e più pericolosi della politica economica italiana. Le spese in conto capitale dell’Italia, in gran parte infrastrutture, sono state pari a 600 miliardi di euro (ai prezzi di oggi) nell’ultimo decennio. Circa un terzo del debito pubblico. Non abbiamo speso abbastanza? L’Italia ha speso in questo primo decennio tra il 2001 ed il 2010, mediamente 4,1% del PIL all’anno (circa 60 miliardi a prezzi correnti), verso 2,9% all’anno della Germania, 3,2% della GB, e 3,8% della media UE, compresi i paesi che hanno fatto massicci programmi di investimenti infrastrutturali quali la Spagna, e tutti paesi dell’Europa dell’est.

piccole opereUn punto di PIL in più rispetto alla Germania vuol dire 16 miliardi circa l’anno di extra spesa. Con questo importo si potrebbe dimezzare l’IRAP. Oppure introdurre il reddito di cittadinanza. La domanda quindi è se dobbiamo spendere di più o invece se non dobbiamo spendere meglio? Una recente ricerca del McKinsey Global Institute (“Infrastructure productivity: how to save 1 Trillion a year”) evidenziava che, su scala globale, è possibile risparmiare il 40 per cento della spesa infrastrutturale, ottenendo gli stessi risultati in termini di efficacia delle infrastrutture. In pratica secondo la McKinsey in media nel mondo, si spreca quasi la metà della spesa. E in Italia?
In Italia, una parte importante degli investimenti è destinato al finanziamento e alla manutenzione delle infrastrutture soprattutto di trasporto e comunicazione. Una ricerca della Banca d’Italia, nel periodo 2000-08, mostra che gli investimenti annui in trasporto e comunicazione in Italia erano pari a quasi 3% del PIL, mentre in Francia erano 1,7%. In proporzione alle dimensione delle reti ferroviarie e autostradali (circa 40,000 km in Francia e circa 23,000 in Italia) il costo italiano è 3 volte quello francese e più del doppio di quello tedesco.

decisioni e pagamenti pubbliciIl costo al chilometro della TAV è stato stimato 3 o 4 volte quello francese e spagnolo. Quali sono i motivi dei nostri costi esorbitanti?

Pesano la corruzione e la conformazione più montagnosa del nostro paese, ma pesa soprattutto il fatto che specie per le grandi opere, i costi sono sostenuti dal governo centrale, ma molte delle decisioni sono prese dalle amministrazioni locali. Questi non hanno nessun incentivo a risparmiare sapendo che esiste un pagatore di ultima istanza, cioè lo stato centrale.

In Italia la spesa è di scarsa qualità. Non solo per la bassa produttività e i costi alti (per esempio nelle grandi infrastrutture), ma anche per le scelte dei progetti spesso guidate dagli interessi dei costruttori o dei destinatari dei vari sussidi e non dagli interesse dei cittadini. Siamo sicuri che la TAV Bari-Napoli, che costa alcuni miliardi e riduce il tempo di attraversamento merci di 40 minuti, sia davvero utile? Una mozzarella o un divano hanno davvero bisogno di arrivare quaranta minuti prima?

operai stradali“Tutto vero ma non si può negare che la spesa per infrastrutture generi dei posti di lavoro e rimetta in moto l’economia!” Questa l’obiezione del partito unico delle grandi opere. Falso. La componente di costo del lavoro nella spesa per una grande opera tipica è di circa il 25 per cento. Cioè solo un euro ogni quattro spesi va a pagare lo stipendio di un lavoratore. Il resto va in energia, macchinari, commissioni bancarie, studi di ingegneria, profitti del costruttore.
“Va bene, ma non consideri le ricadute economiche indirette della nuova autostrada a causa del minor tempo di percorrenza, più affari, più ricavi, più crescita. Se solo considerassi le esternalità positive, vedresti che le opere sono necessarie!” Questo il refrain del partito unico delle grandi opere. Falso. Le poche ricerche effettuate dimostrano che il profilo economico di un’opera è tanto migliore quanto più piccola è l’opera stessa. Infatti:

a) la ricaduta occupazionale delle piccole opere è intorno al 50 per cento, più del doppio delle grandi opere,

b) le opere con il miglior rapporto beneficio/costi sono quelle che riducono la congestione del traffico, un problema che colpisce soprattutto i centri urbani e richiede piccoli interventi sugli snodi,

c) le analisi del governo inglese, considerate rappresentative anche per altri paesi europei mostrano che le opere che costano più di un miliardo hanno un ritorno molto più basso.
La situazione è quindi chiara. In Italia non abbiamo un problema di quantità di spesa in infrastrutture ma di qualità della stessa. Cosa fare?

compartecipazione spesa opere pubbliche1. Introdurre la Co-partecipazione al finanziamento delle amministrazioni locali che beneficiano degli investimenti per evitare il fenomeno “tanto paga Roma” (es. modello già esistente in California)

2. Mettere in competizione proposte di investimento alternative (al livello nazionale, regionale o locale) valutate sulla base dei rapporti costi benefici in un processo trasparente. Una commissione di esperti “terzi” nazionali ed internazionali fornisce un parere indipendente sui costi, rischi vantaggi e svantaggi delle diverse proposte e le alternative sono dibattute pubblicamente attraverso una discussione in Rete.

3. Combattere la “lievitazione” dei costi attraverso due interventi:

  • Si contrattano solo lotti funzionali di grandi opere (cioè che hanno di per sè qualche utilità funzionale per gli utenti), e non lotti costruttivi.
  • Si contratta “a corpo”, cioè senza variazioni in corso d’opera. Questo vuol dire appaltare i lavori sulla base di un progetto esecutivo (ciò richiederà cambiamenti normativi).

4. Ridurre drasticamente gli investimenti in grandi opere e puntare su opere di piccola-media taglia quali interventi sulla viabilità per decongestionare il traffico nei punti critici all’interno o nelle vicinanze dei centri urbani, interventi di valorizzazione dei centri urbani, interventi di recupero ambientale e di messa in sicurezza di edifici in aree critiche, come scuole e ospedali.
In sintesi, si possono ridurre le spese di almeno dieci miliardi l’anno ed ottenere al tempo stesso risultati migliori puntando sulle piccole opere ed introducendo misure di razionalità economica e trasparenza nella scelta di quali opere finanziare. Perché non si fa?

Grandi opere muovono grandi interessi. Piccole opere, piccoli interessi. La prossima volta che un uomo politico si presenta alla lavagna con una lista di opere faraoniche che richiederanno decine o centinaia di miliardi e lavori per decenni riflettete prima di votarlo.

Tratto da www.officinedemocratiche.it

Il mercato del lavoro come la cruna di un ago (di Rossella Aprea)

Lavorare oggi è diventato difficile come passare attraverso la cruna di un ago. La situazione è cambiata, soprattutto, negli ultimi 5-6 anni. Una improvvisa e considerevole riduzione delle opportunità nel mercato del lavoro ha determinato un significativo aumento di coloro che cercano lavoro e un netto innalzamento dell’ età media degli aspiranti precari. Tante le ragioni: la crisi delle imprese, la sofferenza del mercato, il distacco tra la formazione universitaria e il mondo del lavoro, l’inserimento degli immigrati. Parla, raccontandoci la sua esperienza diretta, un impiegato di un Centro Orientamento Lavoro, che dal suo osservatorio particolare ci rivela le numerose ombre che oscurano il mercato del lavoro oggi in Italia.

“Ho iniziato a lavorare al C.O.L.”, mi dice G.R., “attraverso un tirocinio gratuito di 15 mesi. Successivamente mi è stato garantito un primo contratto di collaborazione coordinata e continuativa a 600 euro al mese e poi, alla fine, siccome eravamo tanti nella medesima condizione, l’Amministrazione per la quale lavoro ha bandito un concorso e così ho avuto un contratto a tempo determinato. Oggi posso dire che, innanzitutto, ho avuto la possibilità di rimanere un anno e mezzo circa in attesa perché avevo delle condizioni economiche che me lo consentivano e un’età – 29 anni – in cui non avvertivo ancora l’urgenza di un impiego stabile. Tra l’altro parliamo di anni (2000-2002), in cui c’erano infinitamente più possibilità rispetto ad oggi, anche se già all’epoca si parlava di generazione falciata e bagno di sangue. Eppure niente a che vedere con la situazione attuale. Di fatto oggi, se la mia Amministrazione avesse diverse decine di impiegati a tempo determinato da collocare stabilmente, anche se queste garantissero il mantenimento e l’efficienza del servizio, non potrebbe più farlo, non lo farebbe più. Troppo oneroso economicamente. Poi, tieni presente,che oggi se hai avuto un contratto a tempo determinato, hai già un potere contrattuale, se sei un precario, non hai alcuna tutela. In effetti tra contratto a tempo determinato e contratto a tempo indeterminato, oggi cambia poco o niente, perché svolgi lo stesso tipo di lavoro, hai tutele analoghe, vieni remunerato in maniera simile. Cambia solo la natura del contratto ed il fatto che esiste una scadenza e la necessità del rinnovo. Ma solo quello, il resto è sostanzialmente lo stesso. Però, prima i contratti a tempo determinato venivano quasi automaticamente rinnovati, oggi non c’è più questa tacita garanzia.”

Gli domando, a suo avviso, quali sono gli elementi che ha osservato e che hanno profondamente mutato la situazione. Mi risponde in modo pacato, ma senza alcuna incertezza.

“Basterebbe osservare solo questo, che oggi a noi si rivolgono persone, anche quarantenni, che chiedono con insistenza non “un lavoro”, ma almeno “un tirocinio” pagato. Questo per garantirsi anche solo 500 euro al mese per un breve periodo di tempo, pur con la consapevolezza che quell’esperienza non gli offrirà probabilmente alcuna prospettiva futura di impiego. Queste situazioni non sarebbero mai esistite, non si sarebbero mai verificate appena cinque, sei anni fa. C’è stato un peggioramento improvviso, netto, una caduta verticale per tante ragioni, una su tutte di natura macro-economica, rappresentata dalla chiusura di molte imprese. Fino a pochi anni fa erano molte le persone che vivevano nel precariato, ma vivevano. Adesso il lavoro precario è un miraggio, è la meta. C’è stato un radicale mutamento della situazione. Il dato di fatto più impressionante, poi, è sicuramente l’innalzamento dell’età, nel senso che sono i quarantenni ad aspirare al lavoro precario. Negli ultimi anni e in questo momento, in particolare, è evidente lo stato di sofferenza del mercato, che ha determinato un calo della domanda, soprattutto, di lavoratori qualificati.”

Mentre G.R. parla, cerco di ragionare come un giovane che deve scegliere di intraprendere degli studi o una formazione che gli possa offrire delle prospettive per il futuro, così gli domando senza mezzi termini, a suo avviso, su cosa converrebbe puntare, su quali professioni o mestieri.

La formazione che consiglierei a chiunque è senza dubbio quella per esercitare le professioni contabili. Un bravo ragioniere a vent’anni, ancora oggi, ha buone chance di trovare lavoro, prima era matematicamente certo. I diplomati in ragioneria o i laureati in economia e commercio, che però hanno deciso di disinteressarsi di macroeconomia e di marketing e che si sono dedicati alla gestione, hanno molte possibilità di impiego, perché le aziende hanno un bisogno spaventoso di persone che si occupino di contabilità sia normale che fiscale, diventata complicata da seguire. In questo senso il lavoro c’è, soprattutto se queste persone sanno usare i software di contabilità. Ci sono delle professioni non completamente in crisi, come la professione di architetto, ad esempio, anche se costoro sono costretti, però, a mandare giù a tempo indeterminato delle condizioni di lavoro da free lance. Quello che ti ricatta oggi è il mercato. Anche gli informatici che fino a 10 anni fa avevano delle ottime prospettive di occupazione, oggi hanno serie difficoltà. Nell’ambito della grafica web, con l’ingresso sul mercato di software che hanno permesso a tutti di usare l’html senza conoscerlo, la richiesta di personale qualificato è calata notevolmente. Parte della professione, infatti, è stata bruciata dai software stessi. Nell’ambito della programmazione, la situazione è un po’ diversa, qualcuno ancora resiste, però le aziende che si occupano di produzione software fanno sempre più spesso gare al ribasso, e quindi le paghe si sono molto ridimensionate. Si tratta di un mondo in cui non c’è più molta speranza, oltre ad essere durissimo (sia per coloro che fanno programmazione, sia per i sistemisti). Si tratta di un mondo sottoposto ad una rapida obsolescenza in cui ogni 3, 4 anni bisogna riprendere i libri e studiare i manuali prevalentemente in lingua inglese e con condizioni contrattuali di gran lunga inferiori a quelle di una decina di anni fa. Da lasciar perdere, purtroppo, anche le attività nell’ambito dei settori culturali. In passato, io pensavo, ingenuamente, che il settore delle biblioteche, in cui cercava impiego mia moglie, offriva delle chance, visto che solo a Roma ce ne sono circa 350 tra pubbliche e private. Purtroppo, la maggioranza sono pubbliche e per entrare nelle strutture pubbliche bisogna partecipare ai concorsi e i concorsi non vengono banditi da anni. Nel privato la situazione è ancora più critica, perché le strutture culturali di questo tipo sono poche, strapiene e prese d’assalto.”

Inevitabilmente mi viene in mente la frase dell’ex Ministro, Tremonti “con la cultura non si mangia”, o almeno oggi non si riesce più a mangiare. Mi sembra una realtà drammatica per un Paese che dovrebbe e potrebbe vivere “di cultura”. Quanto abbiamo dissipato! Una naturale vocazione alla cultura, all’arte, al turismo fatta a brandelli, al punto tale da non offrire più alcuna chance a chi si volesse dedicare alle professioni ad essa collegate. Intanto, G.R. prosegue inesorabile nella sua analisi.

“Un’altra cosa che non ha aiutato per niente i giovani, o quelli più o meno giovani, è lo scollamento tra università e mondo del lavoro. Le università negli ultimi anni hanno promosso moltissimi corsi di laurea, che sulla carta avrebbero dovuto offrire delle prospettive, ma che in realtà non ne avevano, rendendo la separazione dal mercato del lavoro ancora più netta. Oggi si trova lavoro per conoscenza, ma non sempre i raccomandati sono incapaci, spesso sono bravi, ma se non fossero segnalati, non andrebbero da nessuna parte, come capita a molti altri, che non riescono ad emergere. Oltre al problema dell’Università, aggiungici tutta una serie di speculazioni sulle possibilità di impiego. Ti faccio un esempio, molti ragazzi, soprattutto stranieri, hanno conseguito una sorta di diploma come installatori di pannelli fotovoltaici, con la speranza di impiegarsi in un settore in espansione. Purtroppo, sono stati venduti quasi più corsi che pannelli fotovoltaici, e non ci sono prospettive per loro. Come faccio a spiegarglielo quando con aria sorpresa e avvilita, mi chiedono come mai non riescono a trovare lavoro? Tu capisci che il vero business è stato organizzare quei corsi. Un’altra macroscopica beffa è stata rappresentata dai master in Risorse umane in voga 5/6 anni fa. Corsi costosissimi, più o meno intensi, con una frequenza richiesta che oscillava dai 5 giorni a settimana al weekend, per un settore lavorativo che qualsiasi analisi di mercato seria avrebbe indicato come saturo. Sono state create spesso aspettative su professioni che di fatto non avevano prospettive.”

Da quello che mi dice, comincio ad avere la sensazione che oggi c’è troppa offerta di lavoro qualificato. E lui mi conferma.

“In effetti si è creato un collo di bottiglia, una strettoia. Non più le professioni, ma meglio i mestieri, dunque. Purtroppo, c’è una differenza sostanziale, che chi ha una formazione qualificata e volesse proporsi per un lavoro meno qualificato non verrebbe preso in considerazione lo stesso“.

Mentre lui continua a parlare mi viene in mente la risposta che anch’io qualche volta ho ricevuto all’invio del curriculum. “Mi dispiace ma è troppo qualificata”.

“Se tu e mia moglie, faccio un esempio, voleste andare a fare le segretarie non vi prenderebbero. Troppo qualificate, e questo cosa vuol dire? Che pensano che alla prima occasione utile, li salutereste e non hanno intenzione di rischiare. Li capisco, anch’io se stessi dall’altra parte, mi farei due conti. Lo capisci da te che una persona che ha fatto un percorso di studi per cui ha speso 15 anni della propria vita, se fa la segretaria è evidentemente per ripiego. Oggi anche per fare lavori di segreteria si cominciano a preferire gli stranieri, perché se hanno un medesimo livello culturale, una laurea, la conoscenza di un paio di lingue straniere (che è più facile trovare negli stranieri che negli italiani) ti danno maggiori garanzie degli Italiani. La ragazza rumena è molto più vincolata, meno protetta, più disponibile ad accettare condizioni scomode di un’italiana. Alcuni tipi di lavoro, però, oggi, sono preclusi agli italiani, ad esempio i lavori di giardinaggio. Nessuno impiegherebbe più un italiano, ma un pakistano. Questo perché i datori di lavoro si sono talmente abituati ad una sperequazione, che preferiscono avere l’immigrato di 36/40 anni che deve mandare i soldi alla propria famiglia, piuttosto che un italiano con maggiori pretese, esigenze ed eventuali tutele.”

Comincio a domandarmi se siano gli italiani a non voler più fare certi mestieri o se, pur volendoli fare, non possono.

“Non è che oggi non vogliono, è che si è innescato un meccanismo e quando si parla del mercato del lavoro non si possono fare generalizzazioni. Faccio un esempio: consideriamo la raccolta del latte, se i sikh da domani scioperassero, nessuno mungerebbe più le mucche, perché l’attività di mungitura nel centro-nord è gestita dai sikh. Non dico nemmeno indiani, ma sikh, cioè una particolare etnia, che si è ricavata una nicchia nel mercato del lavoro, legata alla floricoltura e alla mungitura. Questa situazione, va detto, è sicuramente iniziata perché molti italiani hanno cominciato a rifiutarsi di svolgere questi lavori. L’idea di alzarsi alle quattro del mattino con il freddo e andare nelle stalle per mungere le mucche, non era entusiasmante. Eppure se, oggi, per necessità un italiano si presentasse per fare questo tipo di lavoro, non sarebbe preso in considerazione, perché fuori da quel circuito, che è fatto e gestito dai sikh.

In effetti si sono innescati dei meccanismi che si sono autoalimentati, e non si può più tornare indietro. Fare il lavoro umile per un italiano, sarebbe difficile.

Ci sono meccanismi “mafiosi” legittimi, cioè la comunità sikh italiana, che si è appropriata di due, tre comparti lavorativi, non te li concede più, ed è naturale che sia così. Sarebbe bastato guardare a quello che era successo nei Paesi con economie molto più avanzate delle nostre, per sapere in anticipo cosa sarebbe successo, senza scoprirlo adesso. Infatti, è quasi impossibile a New York trovare un tassista newyorchese, perché i tassisti lì sono o indiani o messicani. La ristorazione di qualità nell’East cost americana è tutta italiana perché 50/60 anni fa, gli italiani sono entrati in quei ristoranti e in quell’attività, come lavapiatti e poi, hanno occupato quasi “militarmente” le cucine. L’italiano veniva pagato meno. Con il passare del tempo quegli italiani con i loro risparmi sono riusciti a comprarsi il ristorante dove avevano cominciato a lavorare come lavapiatti. Mutatis mutandis, la stessa cosa sta accadendo in Italia. Per esempio, cominciano a comparire benzinai, gestori di pompe di benzina ceylonesi. Anche loro hanno cominciato in silenzio 10/15 anni fa, lavorando alle pompe di benzina di notte, per rimediare qualche mancia. Poi hanno conosciuto il benzinaio e quando questi è andato in pensione, non sapendo a chi lasciare la sua attività, avrà trovato giusto lasciarla a quel ragazzo bangla, che metteva la benzina e che era già conosciuto nel quartiere. Tutto questo è normale e giusto. Non c’è da stupirsi. Certo, come hanno fatto vedere le Jene in una loro trasmissione, se un italiano tentasse di notte di andare al self-service sotto casa per guadagnarsi quei dieci euro di mance, mettendo la benzina agli automobilisti, avrebbe serie difficoltà a non essere minacciato da chi svolge già prima di lui quell’attività. Questi sono diventati comparti occupazionali preclusi agli italiani.”

Si è fatto tardi, presi dalla vivace conversazione, non ci siamo resi conto di aver superato quasi l’ora di cena, interrompiamo così bruscamente la nostra chiacchierata, ma le considerazioni di G.R. sono state sufficienti a farmi capire, che è dalla scuola che bisogna ripartire per modificare le prospettive di lavoro. La formazione non può prescindere totalmente dalle considerazioni sulle reali condizioni del mercato del lavoro, pena la creazione di eserciti di disoccupati o precari a vita. Va, inoltre, senza dubbio rilanciata l’economia, favorita la crescita del Paese, in modo che nuove o vecchie opportunità di impiego si creino o si riaprano. Va ricordata e recuperata la vocazione culturale dell’Italia, in modo da incrementare le possibilità di lavoro in un settore che dovrebbe essere per noi sempre e solo in attivo. Va considerato, per concludere, che stiamo diventando un Paese multietnico in cui non credo che una separazione etnica dei comparti lavorativi sia da auspicarsi, anche se oggi sicuramente da comprendere e giustificare, ma la vera integrazione tra italiani e altre popolazioni dovrebbe tradursi nelle medesime opportunità per tutti di svolgere il lavoro che si preferisce – intellettuale o un mestiere – a cui venga riconosciuta medesima dignità. A chi piacerebbe una società basata su tristi e vergognose separazioni in caste?

Rossella Aprea da www.lib21.org