La sfiducia nelle grandi opere

Tav sì? Tav no? La diatriba va avanti da molti anni. Ma sono tutte le grandi opere a suscitare in una parte dell’opinione pubblica reazioni di rigetto tanto che ormai è diventato quasi senso comune essere diffidenti sentendole nominare. Diffidenza e sfiducia colpiscono le grandi opere sulla scia degli scandali del passato. Eppure non sarebbe male sforzarsi di distinguere senza mischiare tutto in un generico rifiuto di ogni innovazione.

Un recente intervento dello scrittore Antonio Pascale sul Foglio ricorda che le grandi opere hanno segnato il passaggio di una gran parte d’Italia dall’arretratezza a condizioni di vita meno gravose per le persone. Di seguito una sintesi e alcuni stralci delle parti più significative del suo scritto.

C’è stato un tempo nel quale le grandi opere erano attese con fiducia da buona parte della popolazione che le desiderava e le chiedeva. Quando l’Enel metteva in piedi una rete di tralicci (“meravigliosi tralicci, così poetici nella luce del tramonto, come graffiti nell’orizzonte, tralicci come giganti, bussole o fari che apparivano tra l’alta vegetazione di un bosco, e porgevano al traliccio successivo i fili dell’alta tensione e quindi, con estrema delicatezza, i fili scivolavano via, superavano dirupi e pendii, acquitrini, paludi, specchi d’acqua, dolce e salmastra”) che portava l’energia elettrica nelle case dei contadini.

Quando gli operai scavavano delle trincee per interrare una rete di tubi che correvano sotto ai campi coltivati e ai frutteti e grazie a quei tubi le persone potevano cucinare semplicemente girando una manopola senza accendere fuochi di carbone o legna e senza trasportare bombole di gas.

Quando ciò accadeva nessuno protestava, anzi, al contrario, gli operai delle grandi opere erano accolti come fosse una festa. “C’è stato un tempo in cui i cittadini non facevano barricate contro una trincea di pochi centimetri scavata nella terra, non gridavano contro gli alberi sradicati”. Nessuno pensava, come sembra quasi normale oggi, che il territorio fosse un luogo sacro, nel quale nulla si dovesse modificare di ciò che era stato fatto nel passato.

Un tempo, ricorda Pascale, le grandi opere erano invocate, portavano luce, acqua e gas e non contava se i tralicci entravano a far parte del paesaggio perché c’era motivo di festeggiare. Sì, fare festa perché prima si doveva lottare con il buio, col freddo, bisognava accendere fuochi o al massimo andare avanti con le bombole del gas. “Pensate che la mattina vi alzate e ciabattando verso la cucina avete un solo unico, assoluto desiderio: se non prendo ora un caffè vado in coma, in catalessi, cado in ibernazione, e quindi, speranzosi, aprite la valvola della bombola del gas, accendete la fiamma e vi accorgete che questa è bassa, fioca, oh no – sussurrate – oh no, e poi la fiamma si spegne, la bombola è finita. Immaginatevi protagonisti di questi micro film e vedete se poi non applaudite gli operai che, grazie a una grande opera, vi portano luce, acqua e gas: li accogliereste a braccia aperte, sacrifichereste il vostro agnello più grasso, non per il figlio prodigo ma per quello che ha scavato, fatto esplodere pezzi di montagna, aperto gallerie, alzato tralicci contro gli elementi e solo per rendervi la vita più semplice”.

Ma, si sa, poi è arrivata la corruzione che ha minato la fiducia. Ma corruzione ed opera sono due realtà diverse e non coincidenti. Oggi poi è il tempo delle analisi costi benefici, ma non tutto si può giudicare a colpi di tabelle. Esiste anche il benessere individuale e collettivo che è difficile da misurare, ma conta, eccome se conta.

Sul filo dei ricordi Pascale ci parla di quando, trent’anni fa, da Caserta andava a lavorare a Roma. Lui e altri casertani discutevano dell’assenza di un treno veloce e sognavano l’alta velocità. Ammucchiati negli scompartimenti dell’Espresso delle 5,30 del mattino, un “lento espresso del sud” pieno di passeggeri, maleodorante e sporco.

“Poi l’alta velocità è arrivata, con molto ritardo, ed ecco: chi l’avrebbe detto che magari i figli di quegli stessi pendolari, quelli che insieme a me hanno visto cambiare la loro vita, quelli che sono passati da assalitori di treni a normali clienti di ferrovie, che quei figli, diventati economisti, poeti, narratori, filosofi, grazie alla luce e alla velocità degli spostamenti, sarebbero andati in tv per dire: a che serve l’alta velocità? Per arrivare un’ora prima? Per fare arrivare le merci (simbolo del capitale ecc.) 45 minuti prima?”

Spesso dimentichiamo che la vita delle persone è cambiata in meglio grazie alle grandi opere. E, invece, è arrivata la sfiducia e il disconoscimento del progetto collettivo di cui erano portatrici senza che ciò portasse ad un progetto migliore, ma solo ad un ripiegamento su se stessi. Che non è molto distante dall’arte di arrangiarsi in fondo: sfiducia nello stato e fiducia solo in se stessi. Di qui alle piccole opere fai-da-te (leggi: abusivismo) il passo è breve. Evidentemente “quello che fa lo stato o che fanno i grandi gruppi è grande, attira interessi ed è potenzialmente corrotto. Quello che faccio io, singolarmente, è piccolo, autentico e gratis”.

La conclusione è che un paese cresce meglio se c’è un progetto collettivo. Meglio una grande opera che dimostri un disegno alla portata di tutti, che una piccola fai da te. Meglio la fiducia e i controlli in grande e seri. Meglio crescere insieme che ognuno per se.

Claudio Lombardi

Qui il link all’articolo sul Foglio

https://www.ilfoglio.it/gli-speciali-del-foglio/2019/01/07/news/gli-sciacalli-dell-immobilismo-231754/?paywall_canRead=true

Opere pubbliche: il disastro a 5 stelle

L’inchiesta di Milena Gabanelli e Fabio Savelli pubblicata sul Corriere della Sera del 7 gennaio sulla gestione delle opere pubbliche attuata dal governo Lega M5S è un documento prezioso che andrebbe studiato. La scelta del ministro Toninelli di bloccare i finanziamenti a tutte le grandi opere già in corso per rifare le ormai mitiche analisi costi benefici si sta rivelando una follia senza senso e puramente ideologica che sta portando disoccupazione e crisi aziendali. I 5 stelle sono da sempre ostili alle grandi opere e l’analisi costi benefici è solo il pretesto per attuare un loro obiettivo: bloccare le grandi opere e dirottare i finanziamenti sulle opere di manutenzione del territorio. Inesperti e inconsapevoli non hanno calcolato che bloccare opere già avviate ha un costo enorme e colpisce imprese con decine di migliaia di dipendenti. Non si sono resi conto che passare dalle grandi alle piccole opere non è come cambiare distributore di benzina.

Dopo sei mesi di stop una tra le grandi opere bloccate è stata riavviata. Si tratta del Terzo Valico tra Genova e Milano ormai in avanzato stato di realizzazione. A Toninelli, incurante delle conseguenze sulle imprese appaltatrici, ci sono voluti sei mesi per capire che quell’opera andava completata. Un percorso analogo si sta compiendo anche per il tunnel del Brennero, per la pedemontana veneta, per l’alta velocità Brescia-Padova, per la Torino-Lione. Ovviamente per il governo del cambiamento che le imprese di costruzioni coinvolte siano a rischio fallimento importa ben poco. Loro puntano su quota 100 e sul reddito di cittadinanza, mica sul lavoro.

Nell’inchiesta della Gabanelli sono citati i casi di Astaldi, Grandi Lavori Fincosit di Roma, Tecnis di Catania e, da ultimo, la più grande cooperativa italiana, la Cmc di Ravenna. La società Condotte è finita in amministrazione straordinaria. Quindici delle prime 20 imprese sono in stato pre-fallimentare o in forte stress finanziario perché le entrate previste sono bloccate, mentre le uscite nei confronti dei fornitori che continuano ad accumularsi stanno costringendo molti piccoli imprenditori a chiudere.

Si tratta di aziende il cui lavoro dipende dalle decisioni politiche e già indebolite dai tempi della burocrazia e dalle modalità delle gare, che si svolgono spesso al massimo ribasso. Con queste premesse succede che le scadenze non vengono rispettate e spesso si finisce in tribunale in infiniti contenziosi con enormi richieste di risarcimento alle stazioni appaltanti pubbliche. La sola Anas che di queste è la più grande ha dovuto cancellare nel 2018 quasi 600 milioni di euro di lavori con la conseguenza di dover rispondere alle richieste di risarcimenti da parte delle imprese già esposte con banche e fornitori.

È un fatto che i bandi di gara pubblici siano crollati (meno 67% nell’ultimo anno e mezzo) e che gli iter dei finanziamenti pubblici ci mettono tempi infiniti per arrivare a destinazione.

Le opere incompiute sono 300 e i soldi già stanziati non vengono spesi. Infatti, sembra incredibile, ma di soldi in cassa il nuovo governo ne ha trovati tanti. Ben 150 miliardi tutti disponibili. Sarebbe stato logico incrementare l’utilizzo di questi fondi spingendo per la realizzazione di tutte le opere pubbliche già decise ed avviate. Ed invece è stato fatto il contrario. Il CIPE che è il motore di tutti i procedimenti di spesa si è riunito solo due volte in sei mesi. Piuttosto assurdo per un governo che trova in cassa una montagna di soldi da spendere, progetti già approvati e opere in corso.

Sta di fatto che nel negoziato con la Commissione Ue sono stati sacrificati gli investimenti togliendo un miliardo di finanziamento alle grandi opere per destinarlo come copertura ad altre misure. Facile indovinare che siano i cavalli di battaglia di Lega e M5S: quota 100 e reddito di cittadinanza oltre che l’aliquota del 15% regalata alle partite Iva.

È facile comprendere perché le imprese che lavorano alle grandi opere pubbliche siano tutte in crisi. Se i soldi a disposizione fossero stati spesi potevano portare oltre 400 mila posti di lavoro e salvare dal fallimento tante imprese che non ce l’hanno fatta.

Oltre al blocco o rallentamento delle grandi opere, oltre all’incapacità di spendere soldi già stanziati, oltre alla burocrazia e al codice degli appalti c’è anche il peso dei debiti non saldati dello Stato verso i suoi fornitori. Si tratta di decine di miliardi che pesano sui bilanci delle aziende.

Cosa sta facendo il governo per affrontare questi nodi? Nulla. L’analisi costi benefici è stata finora l’unica risposta. Un pretesto per non decidere e prendere tempo.

Il governo ha vissuto i suoi sei mesi sull’onda degli annunci e delle provocazioni, ma nella sostanza è riuscito solo a varare la legge di bilancio più confusa, pasticciata e inefficace degli ultimi anni. Mentre non riesce a far marciare le opere pubbliche con soldi pronta cassa, si è “impiccato” al deficit per distribuire sussidi d premi elettorali. Invece del lavoro ha scelto l’assistenza

Claudio Lombardi

Investimenti vo cercando…

Non c’è articolo di giornale o discorso di politici che non parli della necessità di espandere gli investimenti. Pubblici e privati ovviamente. Il controllo diretto però lo Stato lo ha solo su quelli pubblici. Per gli altri bisogna creare condizioni favorevoli e incentivanti. Quelli pubblici però possono essere trainanti e imprimere uno slancio all’economia oltre che cambiare la situazione infrastrutturale del Paese. Dirlo, però, non significa farlo e ogni tanto bisogna pure ricordare che si tratta di una materia spinosa. Marco Ruffolo alcune settimane fa su Repubblica ha fatto il punto della situazione partendo dall’avvio del governo Renzi. Al suo esordio il nuovo governo trovò “una macchina delle opere pubbliche ridotta più o meno così: progetti portati avanti senza uno straccio di valutazione, zero risorse o quasi per interventi salva-vita come la difesa del suolo e la messa in sicurezza degli edifici, fondi europei non spesi o sprecati in una miriade di micro-interventi affidati alla cieca a Comuni e Regioni, dieci anni di attesa e più per il completamento di infrastrutture di oltre 50 milioni di euro”.

opere pubblicheDopo circa tre anni alcuni cambiamenti si erano realizzati. Una lenta ripresa degli investimenti pubblici in primo luogo, ma, rilevava Ruffolo, le grandi opere di collegamento come l’alta velocità “hanno a disposizione molte più risorse delle opere salva-vita, quelle che dovrebbero prevenire alluvioni, frane, crolli di edifici e incidenti ferroviari”. Avere risorse, però, non significa spenderle. Risale a pochi mesi fa la denuncia dell’Ufficio parlamentare di bilancio sull’assoluta incapacità dei ministeri nella valutazione dei progetti e l’assenza di una seria programmazione nazionale.

Un deficit di capacità storico si potrebbe dire. Prosegue l’analisi di Marco Ruffolo che fissa alcuni punti. Innanzitutto le risorse che adesso ci sono. Infatti “L’Italia ha vinto due battaglie con Bruxelles ottenendo da una parte la fine del patto di stabilità interno che impediva a molti Comuni di investire e dall’altra la possibilità di finanziare in deficit parte degli investimenti già decisi”; inoltre sono cresciute le risorse per le infrastrutture segnando un’inversione di tendenza dopo che “tra il 2008 e il 2015 i soldi per le opere pubbliche sono crollati del 42,6%. Questa volta dunque i soldi ci sono. Come si stanno spendendo e con quali priorità?”
terremotoI terremoti del 2016 hanno costretto a rimettere al centro le opere di messa in sicurezza sia degli edifici che del territorio, ma hanno anche messo a nudo i limiti di un apparato pubblico farraginoso reso ancor più lento dalle norme per prevenire la corruzione.
Nemmeno la constatazione che i danni sono sempre stati di gran lunga superiori ai costi della prevenzione ha cambiato granchè. La questione cruciale è però quella della capacità di valutazione, di decisione e di realizzazione.

L’Ufficio parlamentare di bilancio in suo recente studio afferma che: “I ministeri non dispongono di personale interno con le competenze professionali specialistiche necessarie, e lo stesso si può dire per i Nuclei di valutazione. Non c’è scambio di informazioni all’interno, non sono mai state applicate sanzioni per chi non fa il suo dovere”. Non c’è quindi da stupirsi se i progetti sono fatti male e si impantanano in un crescendo di tempi e di costi. Le competenze per di più sono frammentate con Regioni e Comuni che hanno il potere di rallentare ogni opera e di aprire un contenzioso dopo l’altro. Conclude l’analisi di Marco Ruffolo: “Di fronte a questo affresco di deresponsabilizzazioni, si capisce come in tutti questi anni siano finiti i soldi dei progetti europei: da una parte in maxi-opere che si sono presto impantanate con costi e tempi fuori controllo, dall’altra in migliaia di micro-progetti locali che non rientrano in nessuna strategia nazionale”.

Claudio Lombardi

Blocca-città non sblocca Italia (di Anna Donati)

grandi opere pubblicheNel decreto Sblocca-Italia ci sono molte autostrade, qualche ferrovia, poche reti tramviarie e metropolitane, niente per l’acquisto di autobus e treni per i pendolari. La solita lunga lista di grandi opere che vengono direttamente dal passato a base di asfalto, cemento, petrolio, consumo di suolo. Dunque la politica del governo Renzi sulla mobilità e le infrastrutture non “cambia verso”.

Per le grandi opere sono destinati 3,9 miliardi, spalmati dal 2014 al 2020. Sommando le previsioni tra i diversi progetti, si ottiene che ben il 47% andrà a strade e autostrade, il 25% a ferrovie e solo l’8,8% a reti tramviarie e metropolitane. Il resto sarà destinato alle opere idriche, aeroporti ed opere dei Comuni. Quindi lo Sblocca-Italia continua a sostenere lo sviluppo dell’asfalto, mentre per muoversi in città e nelle aree urbane, il vero dramma italiano, quasi nulla.

Inoltre, anche dei 989 milioni destinati alle ferrovie, ben 520 milioni sono per tre nuove tratte ad alta velocità, Terzo Valico Milano-Genova, Tunnel del Brennero, AV Brescia Padova e solo la restante parte per le ferrovie ordinarie.

Il Terzo Valico AV è un’opera inutile da 6 miliardi di euro, di cui è in costruzione il primo lotto da 700 milioni di euro, avviato il secondo da 800 milioni. Con lo Sblocca-Italia arriveranno altri 200 milioni di euro. Un’opera che avanza “a pezzi” nonostante la retorica delle infrastrutture strategiche dai “tempi certi e costi certi”, che adesso è diventata quella dei “lotti costruttivi”, cioè si sa da dove si comincia ma non dove e quando si finisce.

grandi opere ItaliaAltre due tratte ferroviarie, la Napoli-Bari e la Palermo-Catania-Messina, sono inserite nello Sblocca-Italia per accelerare le procedure, di cui l’amministratore delegato di FS viene nominato Commissario straordinario. In deroga alle norme, in caso di “dissenso di un’amministrazione preposta alla tutela ambientale, paesaggistico territoriale, del patrimonio storico artistico, tutela della salute e pubblica incolumità” decide il commissario con l’intesa delle regioni interessate. E questo è davvero un pessimo modo di progettare le infrastrutture ed il loro inserimento ambientale.

Da questa lista “sembrano mancare” le grandi autostrade, invocate ogni giorno come la soluzione ai problemi di mobilità ed occupazione del paese. Alcune in effetti sono sparite dall’elenco, come l’Autostrada della Maremma e la Valdastico Nord, che il Governo rassicura saranno nel prossimo “ddl Stabilità”.

Le altre in realtà ci sono. C’è l’autostrada Orte-Mestre, opera promessa in autofinanziamento del valore di oltre 10 miliardi di euro, con una norma retroattiva per superare le obiezioni della Corte dei Conti, ed assicurare 2 miliardi di aiuti pubblici al promotore privato. Risorse pubbliche che invece si dovrebbero usare per mettere in sicurezza la E45 e la Romea, invece di inutili e devastanti 400 chilometri di nuova autostrada. Ma ci sono anche le altre autostrade, attraverso un articolo (il 5) che consente ulteriori proroghe della scadenza delle concessioni per realizzare nuove opere ed evitare gare europee. Vuole la proroga AutoCisa per realizzare il Tibre Parma-Verona, la società Autovie Venete per la terza corsia Venezia-Trieste, l’Asti Cuneo, nuova autostrada in parte realizzata, che per il completamento deve investire 1,5 miliardi di euro.

mobilità urbanaC’è il caso dell’Autobrennero, la cui concessione è scaduta il 30 aprile 2014, sui cui era stata avviata una gara poi annullata da un ricorso e che adesso chiederebbe 30 anni di proroga per allargare la sua rete e per i lavori delle autostrade Cispadana, Ferrara-Mare e Campogalliano-Sassuolo. Anche per Centropadane e A21 si fa l’ipotesi una proroga, magari per costruire la nuova autostrada Mantova Cremona. Infine anche Autostrade per l’Italia fa ventilare la necessità di una proroga per realizzare la Gronda di Genova, nonostante la concessione scada al 2038 ed abbia 750 milioni di euro di utile netto all’anno.

Un diluvio di nuove autostrade, che oltre a cementificare il territorio, faranno crescere traffico e inquinamento, come ha enunciato Daniel Goudevert, ex presidente della Ford Germania: “Chi semina strade e parcheggi, raccoglie traffico e code”.

Con lo Sblocca-Italia si insiste dunque con le distorsioni della Legge Obiettivo, che prevede 2.000 chilometri di nuove autostrade, lunghi pezzi di alta velocità ferroviaria a partire dalla Torino-Lione alla Milano-Genova, e qualche risorsa per le metropolitane. Una lunga lista di 403 grandi opere da 375 miliardi, di cui ben 178 miliardi di euro sono strade ed autostrade, 146 miliardi di euro sono ferrovie e circa 24 miliardi sono metropolitane. Ma questi sono numeri “impossibili” per risorse pubbliche e private, ed anche da questo deriva il fallimento della Legge Obiettivo.

trasporti pubbliciDal confronto con altri Paesi europei, si comprende che il vero deficit in Italia è nelle città e nelle aree urbane, dove mancano davvero chilometri e chilometri di reti metropolitane, tranviarie, ferrovie locali e servizi per i pendolari, piste ciclabili, per essere allineati alle più competitive ed efficaci esperienze delle città europee.

Non dimentichiamo che ogni giorno si spostano sull’Alta Velocità poco più di 130.000 persone e che ben tre milioni sono i pendolari che utilizzano i treni locali. Ma non servono solo infrastrutture urbane, ma autobus, tram e treni per aumentare la qualità dei servizi di trasporto collettivo, oggi davvero scarsa.

Qui dovrebbero concentrarsi le scarse risorse pubbliche e tutte le garanzie e protezioni pensate per il sistema autostradale italiano, per migliorare la mobilità urbana, dove si spostano due terzi della popolazione, per aprire cantieri utili, per dare occupazione e sostegno ad un green new deal utile al Belpaese. Ma di questo non vi è traccia nello Sblocca-Italia.

A volte le grandi opere ritornano. Speriamo non sia il caso del Ponte sullo Stretto, che già si profila all’orizzonte

Anna Donati tratto da “Rottama Italia” sul sito www.altraeconomia.it

Legge di stabilità: luci e ombre

legge di stabilitàIl senso di questa legge finanziaria o di stabilità (la stramberia dei nomi inventati per impressionare!) è piuttosto chiaro ed è ricordato in tutti i commenti. La riduzione del costo del lavoro perseguita in vari modi (abbassamento dell’Irap, eliminazione dei contributi per i nuovi contratti a tempo indeterminato ecc) sta al primo posto. La conferma della riduzione Irpef per i redditi medi (i famosi 80 euro) sta al secondo. Vengono poi gli stanziamenti per l’assunzione dei precari nella scuola, il miliardo e mezzo per il sussidio di disoccupazione, la conferma degli ecobonus e ristrutturazioni edilizie, un nuovo regime forfettario per le partite IVA, credito di imposta per le spese in ricerca, sostegni alle famiglie per i figli.

Circa le coperture il dato più rilevante è il deficit di 11,5 miliardi di euro che si ottiene rinviando di due anni il pareggio di bilancio richiesto dal fiscal compact, ma senza uscire dal parametro del 3%. L’altro riguarda i tagli di spesa nelle pubbliche amministrazioni, dai ministeri ai comuni. Inoltre si rilancia la lotta all’evasione fiscale e si colpisce il gioco con nuove tasse. Nel complesso, tra entrate e spese, il coraggio il governo ce lo ha messo e tante misure annunciate vanno bene certo meglio di quello che ci si aspettava considerando le esperienze degli ultimi governi tutti “lacrime e sangue”.

luci e ombre manovraLe critiche si sono subito appuntate sui tagli di spesa a Regioni e Comuni che, si dice, si dovrebbero tradurre inevitabilmente in tagli ai servizi per i cittadini con il corollario di un aumento dell’imposizione fiscale regionale e comunale. Sicuramente sarà così. E’ stato sempre così da quando le manovre finanziarie hanno tagliato la spesa pubblica. D’altra parte sono anni che si proclama l’esigenza di una revisione della spesa che elimini gli sprechi e l’inefficienza e ancora lo si proclama, ma non lo si fa. Qualcuno ricorderà come nel passato il finanziamento della politica in generale e i fondi regionali a disposizione dei partiti in particolare crescevano sempre e mai venivano tagliati. I servizi, invece, venivano tagliati. Con molta costernazione da parte dei politici, ma venivano tagliati. Non si ricorda alcuna protesta dei rappresentanti dei partiti, allora (anche di sinistra), contro l’ingiustizia che veniva compiuta ai danni dei cittadini.

Invece della spending review nelle Regioni abbiamo avuto gli scandali che hanno riempito le cronache politiche e giudiziarie negli ultimi dieci anni.

Ecco, quando si parla di tagli di spesa, non è il caso di indignarsi tirando in ballo i servizi per i cittadini se prima non ci si sgola, non si urla per stroncare la spesa in sprechi, ruberie e privilegi. E’ una questione di credibilità. Circa i servizi l’annoso problema è quello della qualità che non si ha senza soldi, ma certo non può stare insieme a gestioni clientelari e inefficienti.

incentivi lavoro manovraDetto ciò la critica vera alla manovra del governo sta nella fiducia che viene riposta negli imprenditori i quali ricaveranno un sicuro guadagno dal taglio dei contributi sul lavoro. Come lo useranno questo guadagno? Per espandere la produzione? Non vi è alcuna certezza che ciò accadrà. Certo non potranno assumere personale se non sapranno come produrre e a chi vendere. Questo è il punto. D’altra parte non si parla proprio di un maggiore contributo fiscale da parte dei redditi e dei patrimoni più elevati che è cosa ben diversa dalla tassazione dei profitti delle imprese. Dopo anni di aumento vertiginoso delle disuguaglianze si pone il problema di una redistribuzione del carico fiscale. O vogliamo pensare che continuino a pagare sempre gli stessi?

È di questi giorni la pubblicazione dei dati sui guadagni dei 100 manager più pagati in Italia. In questo elenco i milioni corrono come l’acqua nei torrenti genovesi. Tutti soldi prodotti da quell’organizzazione sociale che è l’impresa. Si dirà: ma sono privati e fanno quel che vogliono dei loro soldi. Sì e no, e poi “loro, di chi”? Ma non è questo il punto. Se l’aliquota massima è del 43% da 75mila euro l’anno all’infinito, se il pensionato con casa di proprietà paga come l’immobiliarista si crea un’ingiustizia che porta ad uno spreco di risorse che è antieconomico. Perché? Perché chi ha redditi “normali” alimenterà il mercato interno; chi li ha giganteschi no.

scommessa del governoMa nessun governo in Europa si pone il problema di una redistribuzione del carico fiscale (tranne, forse, Hollande): perché dovrebbe farlo Renzi?

Altro punto politico di importanza cruciale: il rinvio del pareggio di bilancio. Tanto criticato e accusato di essere una stupidaggine colossale (guarda un po’, votata da tutti i partiti due anni fa) adesso il governo si mette sulla scia della Francia e forza i vincoli europei. Da questa forzatura può passare l’inizio di una svolta che sarà più facile se la scommessa del governo sarà vincente. Il guaio è che è una scommessa tutta nelle mani degli imprenditori e dei milioni di italiani che godranno del taglio dell’Irpef e delle altre riduzioni fiscali. Ma questi ultimi potranno solo spendere i loro soldi sul mercato non certo creare posti di lavoro e, come già detto, le imprese assumeranno se ci sarà uno sbocco per i loro prodotti che dipende da tanti fattori.

Il governo ne controlla diversi, primi fra tutti, la politica industriale e i lavori pubblici. A giudicare dal decreto “Sblocca Italia” in discussione in Parlamento, invece, sembra che punti, come sempre si è fatto, su alcune grandi opere e sul rilancio dell’edilizia privata. E il suolo che frana? E i torrenti che esondano? E le scuole che cadono a pezzi? E i trasporti nelle città e per i pendolari? Sostituiamo tutto con un’autostrada e con un centro commerciale e magari con una sventagliata di palazzi che resteranno invenduti? Se questo vuole il governo, da questa scelta verranno cocenti delusioni

Claudio Lombardi

La Tav e la grande scoperta del débat public (di Claudio Lombardi)

Ci volevano anni di tensioni e scontri sulla Tav in Piemonte per scoprire che il coinvolgimento delle comunità locali interessate dai lavori per realizzare opere pubbliche è un elemento essenziale. Così si è “scoperto” il metodo francese del débat public e il governo ha annunciato di voler introdurre qualcosa di analogo anche in Italia.

In realtà qualcosa di simile già esiste in una legge della Regione Toscana, la n. 69/2007, che ricalca il modello della legge francese.

Intendiamoci, niente di miracoloso perché l’efficacia di ogni legge dipende dalla sua attuazione e dai comportamenti dei diversi attori dei processi partecipativi, ma la strada è quella giusta. Sarà per questo che sul versante francese non ci sono state le proteste che ci sono da noi per la Tav? Soltanto per questo magari no, ma anche per questo sì.

In Francia il débat public è previsto da una legge del 1995 (modificata nel 2002). Oltre ad introdurre il principio della partecipazione è stata creata un’istituzione, la Commission nationale du débat public (Cndp, trasformata nel 2002 in una vera e propria autorità amministrativa indipendente), con il compito di presiedere alle modalità organizzative e al regolare svolgimento del dibattito pubblico.

Una legge che ha risposto alla domanda sociale di partecipazione che si è diffusa in Francia come negli altri paesi europei negli ultimi venti anni.

Una domanda che non si è indirizzata solo alle organizzazioni tradizionalmente deputate alla mediazione fra istanze sociali e istituzioni – partiti e sindacati – ma ha cercato e trovato vie autonome di svolgimento sia sotto il profilo soggettivo con la nascita e il ruolo crescente di movimenti organizzati, comitati e associazioni, sia sotto quello oggettivo mettendo al centro il rapporto diretto fra istituzioni e cittadini.

È un fatto che i cittadini non accettano più di vedersi imporre dai poteri pubblici decisioni suscettibili di incidere sul loro ambiente o stile di vita, né sono disposti ad affidarsi solo al meccanismo della delega: vogliono sapere e prendere parte alle decisioni che li toccano più direttamente.

Anche per questo la nozione di interesse generale che, in passato, si accettava fosse definito dallo Stato, deve conciliarsi con diversi tipi di interessi generali che esistono e vanno combinati tra loro.

Proprio questa è la ragione per cui serve un dibattito pubblico nel quale raccogliere e far esprimere i diversi punti di vista mettendoli a base di una decisione che non estromette gli organismi istituzionalmente responsabili, ma richiama la loro attenzione (e la loro responsabilità) su elementi essenziali per la decisione che non rimangono nascosti o relegati alla protesta di piazza,  ma vengono portati alla luce e razionalizzati all’interno di una procedura che mette tutti i pareri allo stesso livello.

In Francia la Commission nationale du débat public ha il compito di vigilare sul rispetto del principio di partecipazione pubblica al processo di elaborazione dei progetti infrastrutturali d’interesse nazionale dello Stato, delle comunità territoriali, degli enti pubblici e dei privati, qualora abbiano una forte valenza sociale ed economica, o un significativo impatto sull’ambiente o sull’assetto del territorio.

In pratica, la Cndp che è un’autorità amministrativa indipendente è chiamata ad agire da terzo garante tra il committente dell’opera e i cittadini per ogni categoria di opera pubblica. Automaticamente ove il costo dell’opera superi determinate soglie oppure su richiesta del committente, di dieci parlamentari, di una comunità locale interessata o di un’associazione di tutela ambientale riconosciuta a livello nazionale.

Quando è chiamata a intervenire, la Cndp deve valutare se il progetto che le viene sottoposto richieda o meno la convocazione di un dibattito pubblico ovvero se anche un progetto già in fase avanzata può giustificare un dibattito pubblico quando la popolazione interessata non è stata sufficientemente consultata.

Gli obiettivi del dibattito pubblico, che si rivolge a tutti i cittadini senza mediazioni, sono essenzialmente di: informare; consentire la raccolta di osservazioni, critiche e suggerimenti; fornire elementi alla decisione finale sull’esecuzione dell’opera.

Non è, quindi, il dibattito pubblico la sede nella quale si assume una decisione (che resta attribuita alle istituzioni competenti), ma è la modalità con la quale la decisione viene legittimata e resa trasparente per tutti perché tutti hanno potuto avere le informazioni ed esprimere il proprio punto di vista. È ovvio, inoltre, che l’istituzione che prende la decisione finale lo fa assumendosi le proprie responsabilità di fronte a cittadini informati e resi competenti dal processo partecipativo.

Va notata la profonda differenza tra dibattito pubblico e sondaggi e referendum. I sondaggi non costituiscono partecipazione. I referendum consistono in un voto nel quale si decide o si dà un’indicazione univoca. Tuttavia senza dibattito pubblico viene a mancare quella fase di conoscenza e approfondimento che è alla base di qualunque ulteriore sviluppo. Anche i tempi sono importanti perché un processo partecipativo ha tempi decisamente più lunghi di un referendum e non richiede di schierarsi per un sì o per un no, ma consente un libero sviluppo delle opinioni che possono formarsi e cambiare in base al confronto stesso e dove contano la qualità degli argomenti espressi. Il dibattito pubblico indirizza verso una fase di ascolto e di dialogo e, quindi, non implica la conquista dei voti.

A questo punto bisogna domandarsi perché questo bell’esempio non sia stato raccolto in Italia (se non dalla regione Toscana). La risposta non è facile ed è fatta di vari “pezzi” che, messi insieme, costituiscono la modalità con la quale si affrontano le decisioni pubbliche nel nostro Paese.

Un primo pezzo è sicuramente l’egoismo di quanti siedono nelle istituzioni e le gestiscono e non vogliono privarsi del potere di decidere e di concedere, ma anche del potere di contrattare con entità organizzate e di mediare senza incorrere nelle difficoltà di un dibattito pubblico, aperto e trasparente.

Un secondo pezzo è l’inerzia degli apparati che difendono l’opacità delle loro procedure che tengono lontani i cittadini.

Un altro ancora è l’attitudine dei cittadini a non impegnarsi nella ricerca della via migliore limitandosi ad oscillare tra la supina acquiescenza nei confronti di chi dispone del potere e la ribellione che si accende quando si modifica l’assetto esistente.

L’obiettivo di costruire modalità nuove di partecipazione e di coinvolgimento dei cittadini nelle politiche e nelle decisioni pubbliche ha carattere strategico perché può far guadagnare significativi vantaggi al sistema-Paese. Per questo dovrebbe essere al centro dell’interesse delle istituzioni e di qualunque entità organizzata finalizzata ad intervenire nelle scelte politiche. Non solo i partiti quindi, ma anche il vasto mondo dell’associazionismo e dei movimenti che, spesso, oscillano tra cura del proprio spazio vitale e contrapposizione che disconosce sedi e strumenti della democrazia rappresentativa.

Claudio Lombardi

Cosa ci dice il Giappone (di Claudio Lombardi)

Nel disastro che ha colpito il Giappone tre cose si capiscono con chiarezza.

1. La natura è forte, le catastrofi possono avvenire e colpire gli esseri umani. È sempre pericoloso sottovalutarle o pensare che capiterà a qualcun altro o “chissà fra quanto tempo e noi intanto pensiamo ad altro”.

2. La prevenzione è possibile ed indispensabile per limitare le vittime e i danni. Il terremoto che ha colpito il Giappone è uno dei più violenti nella storia conosciuta dell’umanità e il più forte in quell’area del mondo. Eppure le distruzioni di cui vediamo in queste ore le immagini sono state quasi tutte causate dallo tsunami perché in Giappone da molti anni la prevenzione è una cosa seria e gli edifici e le infrastrutture sono costruite con criteri antisismici. Se non fosse stato così, adesso, le vittime si conterebbero a decine di migliaia e, forse, anche di più. Alla prevenzione è stata accompagnata un’opera di informazione e di addestramento ai terremoti che ha permesso ai giapponesi di reagire, per quanto possibile, in modo da limitare i danni.

Fare sul serio è, quindi, indispensabile se si vogliono affrontare le catastrofi come un evento naturale possibile con il quale siamo costretti a convivere.

La differenza con quanto accaduto in Italia nemmeno due anni fa a L’Aquila è impressionante e ci mostra l’incoscienza, l’arretratezza culturale e la colpevolezza dei comportamenti di chi, avendo il potere, ha sempre evitato di affrontare sul serio il rischio terremoti. Persino le semplici frane non siamo stati capaci di affrontare e di prevenire; in molti casi le abbiamo determinate e favorite con una gestione del territorio dissennata che ha spianato la strada a conseguenze tragiche di eventi naturali persino banali come sono un periodo di forti piogge o l’ingrossamento di fiumi e torrenti.

Le costruzioni e le opere civili sono state quasi sempre contrassegnate dal disinteresse non solo per gli interessi generali, ma anche per quello delle stesse persone che hanno accettato di abitare in edifici palesemente inadeguati e pericolosi.

Come ha dimostrato il terremoto in Abruzzo persino in ospedali e scuole non sono state rispettate elementari regole di prevenzione antisismica. Ogni anno le rilevazioni sulla sicurezza degli edifici scolastici, in primis quella condotta da Cittadinanzattiva, ci dicono che i bambini e i giovani studenti italiani corrono seri rischi perché “abitano” per molte ore al giorno, insieme con gli insegnanti e il personale amministrativo, in scuole pericolose.

Ogni anno si ripropone il problema e ogni anno si interviene solo su una piccola parte delle scuole perché, si dice, mancano i soldi.

No, non sono i soldi che mancano, come si capisce benissimo quando scoppiano gli scandali sulle varie cricche che derubano lo Stato che i soldi riescono sempre a trovarli o come si capisce dalle somme colossali gettate al vento facendo finta di affrontare “terribili” emergenze come da 14 anni succede in Campania con lo smaltimento dei rifiuti.

Quale maledizione pesa sugli italiani che continuano ad accettare come fatalità governi disonesti e politici corrotti e collusi con la criminalità organizzata e inveiscono contro fenomeni naturali prevenibili e, in parte, gestibili come se fossero soggetti male intenzionati che ce l’hanno con noi?

3. L’energia nucleare non è sicura e rappresenta un rischio inaudito per l’umanità e per la vita sulla terra. Come tutti stiamo sentendo in queste ore una centrale nucleare in Giappone è stata danneggiata seriamente e vi è il rischio della fusione di un reattore. In termini assoluti si tratta di una piccola percentuale di danni rispetto alle centrali colpite dal sisma e a quelle installate.

Però le conseguenze non si misurano in percentuali quando si tratta di nucleare. Le autorità giapponesi sono state costrette a far uscire vapore radioattivo per tentare di limitare effetti ancora più devastanti. In un raggio di oltre 10 km dalla centrale stanno evacuando circa 50 mila persone.

Ecco cosa succede quando c’è un incidente in una centrale nucleare. Se si fosse trattato di una centrale eolica o fotovoltaica al massimo cadevano a terra i pannelli solari o i piloni e si trattava di rialzarli (a meno che non ci fosse qualcuno sotto), ma finiva lì. Non c’è bisogno di tante parole per decidere che l’energia nucleare non deve proprio essere presa in considerazione se non come ultima risorsa per un’umanità alla disperata ricerca di energia e priva di alternative. Farla come prima scelta senza prima aver esaurito ogni altra possibile fonte sfiora la dissennatezza.

Claudio Lombardi