Referendum 4 dicembre: voto Sì nonostante Renzi

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L’unico aspetto che condividono i comitati del Sì e del No in vista del 4 dicembre è il giudizio sulla campagna referendaria in corso come una delle peggiori e delle più cruente degli ultimi anni. Ciò dipende dal fatto che molti argomentano le proprie posizioni unicamente in quanto contro a quelle ritenute sbagliate degli avversari e non si soffermano a spiegare la propria. Si discute di tutto, si prospettano scenari futuribili, ma difficilmente ci si sofferma sulle reali differenze nei contenuti della riforma, creando non pochi problemi alla capacità di assumere una decisione consapevole da parte dei cittadini.

si-no-referendumSicuramente l’errore iniziale è stato fatto dal Presidente del Consiglio che ha aperto la campagna elettorale come una sua personale cavalcata rusticana in cui “uno contro tutti” avrebbe sbaragliato gli ostacoli che si fossero frapposti davanti a sé. Così facendo ha avuto il solo risultato che tutti coloro che avessero avuto una minima ragione per vederlo indebolito (nel partito, nello schieramento politico o nel sistema istituzionale) si sono “accozzagliati” in nome del nemico comune da fermare. Inoltre è sempre più facile spiegare che si vota contro qualcuno che si conosce, rispetto a qualcosa di nuovo che si sta costruendo e deve essere ancora sperimentato, divenendo quasi trendy in certi ambienti dire che si vota contro. Ovviamente non tutti in entrambi i fronti agiscono a prescindere dai contenuti della riforma, ma ormai il dibattito si è spostato sul 5 dicembre, ovvero su cosa potrebbe succedere il giorno dopo del referendum. Fino a giungere a risultati paradossali, come nel caso in cui non si trovasse una maggioranza in grado di cambiare l’Italicum in una situazione di forte instabilità politica e si tornasse ad eleggere le due camere con due sistemi elettorali diversi. Proprio l’effetto contrario dell’impegno assunto di modificare anche la legge elettorale (che non è oggetto del referendum) una volta approvata la riforma.

renzi-5-dicembreRenzi dunque si è infilato in questo “cul de sac” in cui più tenta di parlare della riforma e più gli chiedono del suo futuro. Ormai solo una “mossa del cavallo” tipo annunciare le sue dimissioni non solo in caso di sconfitta, ma anche in quella di vittoria, potrebbe spersonalizzare definitivamente il voto referendario, spazzando il terreno da questioni extra costituzionali e rimandando il giudizio sul suo operato a prossime elezioni politiche. Ciò sarebbe particolarmente importante, perché i governi e le leggi elettorali passano, mentre la nostra legge fondamentale rimane nel tempo.

Con questo spirito ho provato a motivare la mia scelta “nonostante Renzi” a favore della riforma pubblicando il solo testo di nuove 25 norme della riforma su cui mi sorgeva spontanea la domanda “perché no? Meglio un Sì”. Spero che questo esercizio possa essere utile anche ad altri per maturare una autonoma scelta consapevole.

Perché no? Meglio un Sìreferendum-costituzionale

  1. “Le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza.” (nuovo art. 55)
  2. “La Camera dei deputati é titolare del rapporto di fiducia con il Governo ed esercita la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell’operato del Governo.” (nuovo art.55)
  3. Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali… Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione Europea. Valuta…e verifica l’impatto delle politiche dell’Unione Europea sui territori.” (nuovo art. 55)
  4. “…in conformità alle scelte espresse dagli elettori…, con legge approvata da entrambe le camere sono regolate le modalità di elezione dei membri del Senato della Repubblica tra consiglieri regionali e sindaci…” (nuovo art. 57)
  5. “I regolamenti delle camere garantiscono i diritti delle minoranze parlamentari…e quello della camera disciplina lo statuto delle opposizioni.” (nuovo art. 64)
  6. I membri del parlamento hanno il dovere di partecipare alle sedute dell’assemblea e ai lavori delle commissioni.” (nuovo art 64)
  7. “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due camere per…le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione Europea…” (nuovo art 70)
  8. “Le altre leggi sono approvate (solo) dalla Camera dei deputati” (nuovo art. 70)
  9. “Nei trenta giorni successivi (alla richiesta di esaminarlo) il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva.” (nuovo art. 70)
  10. “Il Senato della Repubblica può…richiedere alla Camera dei deputati di procedere all’esame di un disegno di legge.” (nuovo art. 71)
  11. “La discussione e la deliberazione conclusiva sulle proposte di legge d’iniziativa popolare sono garantite nei tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari.” (nuovo art. 71)
  12. “Al fine di favorire la partecipazione dei cittadini alla determinazione delle politiche pubbliche, la legge costituzionale stabilisce condizioni ed effetti di referendum popolari propositivi e d’indirizzo, nonché di altre forme di consultazione, anche delle formazioni sociali.” (nuovo art. 71)
  13. “Le leggi che disciplinano l’elezione dei membri della Camera e del Senato possono essere sottoposte prima della loro promulgazione, al giudizio preventivo di legittimità da parte della corte costituzionale.” (nuovo art. 73)
  14. “La proposta soggetta a referendum (abrogativo) é approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, o se avanzata da ottocentomila elettori, la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera…” (nuovo art. 75)
  15. “Il governo non può mediante provvedimenti provvisori aventi forza di legge… Reiterare disposizioni adottate con decreti non convertiti in legge e regolare i rapporti giuridici sorti sulla base dei medesimi,…” (nuovo art. 77)
  16. “Le leggi che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea sono approvate da entrambe le camere.” (nuovo art. 80)
  17. “Il Presidente della Repubblica.. Ratifica i trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea, previa autorizzazione di entrambe le camere.” (nuovo art. 87)
  18. “Il Presidente della Repubblica può, sentito il suo presidente, sciogliere la Camera dei deputati.” (nuovo art. 88)
  19. “Il governo deve avere la fiducia dalla (sola) Camera dei deputati.” (nuovo art. 94)
  20. “I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizione di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento, l’imparzialità e la trasparenza dell’amministrazione.” (nuovo art. 97)
  21. “La Repubblica è costituita dai comuni, dalle città metropolitane, dalle regioni e dallo stato…sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione.” (art. 114)
  22. “Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia…possono essere attribuite alle regioni…, purché la regione sia in condizione di equilibrio tra entrate e le spese del proprio bilancio. La legge è approvata da entrambe le camere, sulla base d’intesa tra Stato e la Regione interessata.” (nuovo art. 116)
  23. “La potestà legislativa è esercitata dallo stato e dalle regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione Europea e dagli obblighi internazionali” (nuovo art.117)
  24. “Le regioni…partecipano alle decisioni dirette alla formazione degli atti normativi dell’Unione Europea e provvedono all’attuazione degli accordi internazionali e degli atti dell’Unione Europea…” (nuovo art. 117)
  25. “…la legge della Repubblica stabilisce la durata degli organi elettivi (regionali) e i relativi emolumenti nel limite dell’importo di quelli attribuiti ai Sindaci dei comuni capoluogo di regione. La legge della Repubblica stabilisce altresì i principi fondamentali per promuovere l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza (regionale).” (nuovo art. 122)

Paolo Acunzo

Referendum costituzionale: per un SI europeo

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La campagna referendaria è partita nel peggior dei modi. Inizialmente ci si è concentrati più sulle sorti di parte rispetto a quelle riguardanti la nostra comune legge fondamentale, scadendo spesso in facili populismi. Ora però che si entra nel vivo è giunto il momento di confrontarsi unicamente sui contenuti proposti al giudizio dei cittadini il prossimo 4 dicembre. Uno degli aspetti più innovativi della riforma riguarda quei nuovi meccanismi costituzionali che mirano ad ammodernare la partecipazione italiana nel processo d’integrazione europea, ritenuto ormai in modo condiviso un elemento qualificante del nostro sistema istituzionale. Più dei timori per le conseguenze tipo “Brexit” nel sistema politico o sul possibile indebolimento del governo nel negoziato con Bruxelles nel caso di mancata riforma, un SI consapevole si costruisce analizzando le concrete proposte che migliorano l’attuale testo costituzionale.

si-o-no-referendumLa principale modifica proposta riguarda il voto di fiducia al governo richiesto solo alla Camera dei Deputati (art. 55). Essa stessa può essere letta come un avvicinamento del sistema politico nazionale a quello degli altri partner europei. In sostanza solo da noi vige una doppia fiducia di Camera e Senato che spesso si è tramutata in una disomogenea maggioranza politica a sostegno del governo. Alla lunga questa disomogeneità indebolisce il governo in carica e ne limita la linearità di condotta, in primis proprio verso gli impegni assunti con Bruxelles, venendo spesso strumentalizzati come vincoli esterni per far digerire decisioni impopolari al suo elettorato “perché ce lo chiede l’Europa”.

Tale fondamentale riforma è strettamente legata al superamento del bicameralismo perfetto e all’introduzione del Senato delle regioni. Finalmente il Senato diventerebbe un organo legislativo specializzato, essendo chiamato a co-decidere unicamente nelle materie che riguardano gli aspetti costituzionali, regionali e la “partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione delle politiche dell’Unione europea” (Art.70). In questo modo oltre a sopperire alla mancanza di un chiaro riferimento all’integrazione europea ammodernando il testo, il diritto comunitario viene “quasi costituzionalizzato”, riconoscendone la sua rilevanza primaria nel nostro ordinamento giuridico. Infatti a differenza degli ordinari trattati internazionali, la cui ratifica spetta solo alla Camera, nel caso di qualsiasi modifica riguardante i trattati comunitari viene richiesta l’approvazione di entrambe le camere (art. 80). Nello stesso modo il Senato eletto su base regionale “in conformità alle scelte espresse dagli elettori” (art. 57) concorre ad una verifica di stampo federale sia sulla creazione della normativa comunitaria e sia sul controllo dei suoi effetti.

referendumInfine viene introdotta la possibilità costituzionale di tenere anche in Italia dei referendum di tipo propositivo e d’indirizzo, non limitandosi ad una riforma del tradizionale referendum abrogativo, ma incentivando in questo modo la partecipazione popolare alle scelte fondamentali del paese, grazie al rafforzamento di alcuni istituti di democrazia diretta che da decenni vengono ampiamente utilizzati in tutta Europa (art. 71).

Speriamo che questi ed altri aspetti di merito potranno essere approfonditi nelle prossime settimane, grazie ad un libero e costruttivo confronto con tutti coloro che hanno a cuore non solo il futuro dell’Italia, ma anche dell’Europa.

Paolo Acunzo

pacunzo@hotmail.com

Perché votare SI il 17 aprile

sì o no referendum

Fra qualche settimana si voterà per abrogare la frase contenuta nella legge di stabilità 2016 “per la durata di vita utile del giacimento” concernente la rimozione delle trivelle già esistenti entro le 12 miglia marine dalla costa. Su questo semplice quesito esiste un mare di malintesi e di forzature politiche. Tentiamo di capire perché invece è importante andare a votare rimanendo sui fatti:

referendum

  • Perché votare è sempre utile alla Democrazia. Il referendum sarà reso nullo solo se non andrà a votare oltre la metà degli elettori aventi diritto segnando, come in altri casi in passato, una brutta pagina per la partecipazione democratica. Comunque i costi per la giornata elettorale saranno elevati a priori se saranno in tanti o in pochi i cittadini che eserciteranno il proprio diritto al voto. Dunque è utile andare a votare proprio per non far sprecare finanze pubbliche inutilmente e perdere una occasione per contare, visto che il referendum è stato già indetto e si svolgerà comunque.
  • Perché i proponenti non provengono da una sola parte politica. A differenza di molti altri referendum del passato non è una unica forza politica che ha promosso tale referendum, ma ben 9 Regioni italiane (Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto) del nord e del sud, sia governate da una maggioranza di destra che di sinistra. Ciò è esplicitamente previsto dall’articolo 75 della Costituzione che permette ad almeno cinque Consigli regionali di richiedere un referendum abrogativo proprio per tutelare la funzione di rappresentanza di prossimità dei cittadini attribuito a queste istituzioni locali. Dunque per sua stessa natura il referendum non può essere letto come un’arma di una parte politica contro un’altra.

referendum contro le trivelle

  • Perché il referendum non è contro il governo. La legge che vieta la costruzione di nuove trivelle entro le 12 miglia marine dalla costa è stata introdotta dal governo in carica con l’approvazione dell’ultima legge di stabilità. Questa norma non è messa in discussione in alcun modo. La questione posta anche dal governo riguarda solo il quando e il come smaltire le vecchie trivelle “indesiderate” già esistenti nelle prime 12 miglia.
  • Perché il SI è la logica conseguenza della legge. Se il governo giustamente ha deciso che non si possano installare nuove trivelle a ridosso della costa, logica impone di smantellare quelle esistenti il prima possibile, tutelando gli interessi privati acquisiti tramite concessioni pubbliche. Dunque non ha senso mantenere le trivelle lì “vita natural durante” (8 sono già considerate improduttive ma non è stata ancora avviata nessuna procedura per la loro rimozione). Viceversa nel caso di vittoria del SI il loro smaltimento avverrebbe al termine naturale della concessione, ossia mediamente tra oltre dieci anni.

economia sostenibile

  • Perché gli effetti del SI sono sostenibili e innovativi. Delle 69 concessioni totali per la ricerca e l’estrazione degli idrocarburi presenti in Italia, solo 26 sono attualmente operative entro 12 miglia dalla costa e dunque interessate dal quesito referendario. Se vincesse il SI queste verrebbero smaltite alla scadenza prevista dalle concessioni, avendo tutto il tempo necessario per pianificare il loro legale ricollocamento oltre le 12 miglia e la riconversione del personale coinvolto. Diversamente senza una data certa la ripianificazione di queste risorse potrebbe diventare oggetto di diversi interessi. E’ evidente che una volta chiuse nessun soggetto esterno potrebbe usufruire dei relativi eventuali giacimenti, ricadendo questi nelle acque territoriali con esplicito divieto di nuove trivelle. Inoltre la vittoria del SI sarebbe interpretata come una chiara espressione della volontà popolare a sostegno dell’impegno del governo a supporto della ricerca di innovative tecnologie per la reale riconversione delle politiche energetiche nazionali verso uno sviluppo sostenibile.

Sono solo 5 semplici ragioni per andare a votare SI al Referendum. Se ne potrebbero citare altre, anche di una certa rilevanza, ma si correrebbe il rischio di travisare il significato del voto di domenica 17 aprile. Invece è importante ricordare ad ogni cittadino che occorrono solo 5 minuti per esercitare un proprio diritto costituzionale pronunciandosi unicamente su un quesito referendario specifico. Perché SI, la Democrazia è partecipazione.

Paolo Acunzo

 

Matteo Renzi a Ventotene

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Renzi a Ventotene. C’è grande curiosità, per alcuni aspettative, per il messaggio per l’Europa che sabato 30 gennaio il Premier lancerà dall’isola di Ventotene.

Le ragioni sono varie. E’ la prima volta che un Presidente del Consiglio in carica si reca sull’isola del Manifesto “Per un’Europa libera e unita” di Altiero Spinelli con il chiaro significato di dare un netto taglio politico al suo messaggio. Tale visita avviene immediatamente dopo un importante incontro chiarificatore con Berlino e nel pieno di un acceso dibattito sulla nuova linea politica inaugurata del governo italiano presso le istituzioni UE che ha ricevuto più di una critica dal tradizionale fronte europeista, molto preoccupato da possibili svarioni nazionalisti/populisti.

europa unitaMa è lo stesso Renzi presentando la sua visita a Ventotene che controbatte a queste critiche ed eleva le aspettative di tutti coloro che hanno a cuore il futuro del processo d’integrazione europeo: “L’Italia chiede più Europa, ma chiede un’Europa diversa che si concentri sulle questioni vere. Per dare un segnale in questa direzione abbiamo deciso di organizzare per sabato prossimo – il giorno dopo l’incontro di Berlino con Angela Merkel – una tappa a Ventotene, simbolica capitale dell’ideale europeo. Durante la prigionia fascista Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e i loro compagni ebbero la lucidità e la visione di costruire il domani. Erano in carcere, fuori c’era la seconda guerra mondiale, eppure loro pensavano agli Stati Uniti d’Europa. L’Italia chiede più Europa. Più Europa sociale, più crescita, più diritti. Un’Europa capace di osare di più e di funzionare meglio di oggi.” Matteo Renzi, Enews 410, 25/1/2016

Europa egoismi nazionaliDunque la curiosità è tanta su cosa dirà, ma ancor di più sugli impegni concreti presi a Ventotene che il governo italiano riuscirà a realizzare a Bruxelles. Di certo nell’isola del federalismo europeo che non c’è ancora ci saranno ad aspettarlo tutti coloro che hanno a cuore il futuro dell’Europa per ricordargli che solo con la costruzione della Federazione europea si potrà avere una Europa diversa dall’attuale perché più democratica, sociale ed equa, con più diritti e più crescita. E’giusto opporsi al ripristino delle frontiere interne e chiedere una vera politica estera e per l’immigrazione comune, ma è giunto il momento di ripensare in profondità lo stesso assetto comunitario, attribuendogli ad esempio maggiori risorse proprie e varando una sorta di New Deal per far uscire definitivamente l’Europa dalla crisi, fino a giungere ad un vero e proprio Governo federale dell’Eurozona.

In definitiva solo una netta scelta federale può garantire un nuovo corso per l’Europa, facendola uscire dall’impasse in cui si trova e rendendola protagonista delle grandi sfide globali del futuro. Se così non fosse Matteo Renzi perderebbe la grande occasione di svestire definitivamente i panni del novello Peter Pan. Speriamo invece che da Ventotene rilanci il sogno della Federazione europea, trasformandolo in qualcosa di reale non solo nelle agende della politica, ma nella vita di milioni di cittadini europei.

Paolo Acunzo

La lezione europea del voto greco (di Paolo Acunzo)

Europa in bilicoNon sono un esperto di politica interna ellenica, ma è innegabile che il risultato elettorale che ha portato alla formazione del primo governo Tsipras per tanti motivi avrà forti ripercussioni nei precari equilibri comunitari. In primis è stata una campagna elettorale tutta giocata su tematiche europee che toccavano direttamente il popolo greco: austerità, restituzione del debito, fiscal compact, Troika, etc.

La scelta greca su questi temi per forza di cose avrà risvolti anche all’interno della UE. Solo per citare alcuni casi sarà più difficile avere quella unanimità all’interno del Consiglio spesso necessaria per prendere alcune importanti decisioni; nel Board della BCE il bazooka di Draghi ora non dovrà vedersela solo con i falchi del rigorismo teutonico, ma anche con quelli opposti ellenici; finalmente il tentativo lanciato con la candidatura del leader greco alla Presidenza della Commissione europea ha raggiunto il suo obiettivo: trasformare una profonda crisi nazionale in una questione dirimente per decidere il futuro dell’integrazione europea.

Ormai da più parti si dice “ma se è stato possibile in Grecia perche no qui da noi ?”. Incredibilmente ciò da’ credito e speranze a tutto quel variegato mondo “contro questa Europa” a priori che si collochi tradizionalmente a destra o a sinistra. Trasversalità confermata dalla neo maggioranza greca che ha inglobato anche le istanze più smaccatamente euroscettiche e nazionaliste di una piccola forza fuoriuscita dal principale partito del centro destra, al fine di  formare un governo delle piccole intese in grado di rappresentare meglio a Bruxelles l’unità del popolo greco.

alleanze TsiprasUn modello in quanto tale è impossibile che si possa replicare sic et simpliciter ovunque, ma appunto diventa un simbolo che farà da apripista di percorsi politici simili anche in altri paesi, come già sta accadendo in Spagna con Podemos.

Ma la vera domanda a cui è troppo presto dare una risposta verte su quale sarà la lezione imparata dalle cancellerie nordiche e dalle istituzioni di Bruxelles da questo voto. Si continuerà a procedere con un dialogo tra sordi dove si farà finta che niente è cambiato incentivando quello scontro che porta inesorabilmente ad un “prendere o lasciare” il pacchetto così come è ? O si riuscirà a trovare un nuovo metodo extra contabile che ponga l’obiettivo di uno sviluppo dell’integrazione politico-sociale europea prima di quella economica-finanziaria senza Stato ?

Il rischio è alto per l’Unione europea. Dipenderà tutto da come si muoveranno i soggetti in campo. Se riusciranno ad uscire dal loro opposto radicalismo in nome del sommo bene comune europeo al fine di realizzare un equo benessere e lo sviluppo sostenibile per tutti i cittadini.

La Grecia ha fatto la prima mossa e solo il tempo dimostrerà se questa scelta del popolo greco sarà stata un bene o meno per un armonioso rilancio dell’integrazione del continente. Ma ora tocca all’Europa non far finta di niente e dimostrare di aver imparato la lezione, a cominciare dalla realizzazione di un reale New Deal 4 Europe che vada ben oltre la proposta di un piano di sviluppo senza prevederne forme adeguate di risorse proprie per finanziarlo.

Solo profondamente ripensando se stessa secondo il modello federale l’Unione europea sarà in grado di dare quelle risposte sociali per la crescita di tutti i suoi cittadini, senza le quali una deriva euroscettica e nazionalista già si intravede dietro l’angolo. Speriamo che Tsipras, Junker e tutti gli altri protagonisti siano all’altezza delle sfide aperte in questa delicata fase storica dell’integrazione politica europea.

Paolo Acunzo

pacunzo@hotmail.com

Tanto vale… meglio l’Italicum (di Paolo Acunzo)

meglio italicumSarà l’ingorgo  istituzionale che vede la discussione sull’elezione del nuovo presidente della Repubblica, delle riforme elettorali e costituzionali intrecciarsi tra loro. Sarà la confusione di alleanze politiche che non rendono possibile capire chi sta con chi e per fare cosa o chi si oppone a chi e perché. Sarà un dibattito che non sempre è trasparente intorno a patti e nazareni vari, ma in queste ore mi sembra che si stiano perdendo i punti salienti della questione elettorale in discussione con posizioni che spesso esulano da questa. Tentiamo di ricapitolare.

Dopo anni di discussione pare che finalmente si riuscirà ad uscire compiutamente da quel porcellum di legge che con le liste bloccate impediva di poter scegliere i propri parlamentari. Dopo la sua abrogazione da parte della Corte Costituzionale, il cosiddetto consultellum rintroduceva le preferenze e la libertà di scelta su chi eleggere parlamentare da parte dei cittadini, ma non la facoltà di scegliere chi ci governa, lasciando un sistema proporzionale puro che ci avrebbe condannato a larghe intese a vita.

Oggi l’Italicum, con tutti i suoi limiti, tenta di rimediare e propone un sistema elettorale compiuto, benché limitato all’elezione della Camera dei deputati. Con il premio di maggioranza alla lista che raggiunge il 40% si da la possibilità di scegliere chi ci deve governare al primo turno o al ballottaggio; si da’ rappresentanza a tutte le forze che superano il 3% garantendo il pluralismo; è rintrodotto il doppio voto di preferenza per genere, ridando lo scettro agli elettori per l’identificazione degli eletti.

sbloccare riforma elettoraleOvviamente anche io vedo i suoi limiti e sicuramente la norma dei capilista bloccati limita la libertà di scelta degli elettori. Ma a dire il vero vedo anche altri problemi, forse anche più seri: il premio di maggioranza alla lista anziché alla coalizione fa sì che un partito a vocazione maggioritaria come il PD non dichiari prima con chi si voglia alleare, lasciandolo libero successivamente di guardare a destra o a sinistra come meglio le aggrada. Ciò potrebbe ridar vita alla proliferazione di partitini, che non avendo nessun beneficio a coalizzarsi, potrebbero puntare al 3% per avere il loro diritto di tribuna e di protesta in Parlamento, senza porsi il problema di governare il nostro difficile paese. Infine la soglia al 40% per il premio di maggioranza è ancora troppo bassa e potrebbe causare un effetto distorsivo della rappresentanza, tanto che il partito maggioritario non è spinto neanche ad andare verso le altre piccole liste potendo contare su un premio spropositato rispetto ai voti che ha preso al primo turno.

Questi sono i punti più critici, ed è invece preoccupante che il dibattito oscilli tra coloro che vorrebbero scegliere i propri parlamentari solo tramite preferenze e quelli che vogliono solo tra collegi uninominali, ossia la forma di lista più bloccata possibile essendo presente solo un nome da votare per ogni lista.

E allora tanto vale tenersi l’Italicum. Se riprende un dibattito infinito sulla legge elettorale andrebbero perse anche le cose positive di questa legge, schiacciate da posizioni spesso inconcludenti se non pretestuose. E poi l’alternativa sarebbe un immediato ritorno alle urne. Cosa che comunque auspico per fare chiarezza, ma con un sistema elettorale che non ci condanni a larghe intese perenni visto che con il proporzionale puro nessun partito potrà raggiungere mai la maggioranza assoluta necessaria per governare. Urge invece un sistema elettorale che finalmente riesca a far uscire l’Italia da questa empasse democratica, grazie ad un prossimo voto dei cittadini in grado di poter far scegliere liberamente i propri rappresentanti e legittimare chi vogliono essere governati. Dunque se tanto vale, meglio l’Italicum e ridiamo presto l’ultima parola ai cittadini.

Paolo Acunzo

pacunzo@hotmail.com

Ma in Italia non si votava per le elezioni europee ? (di Paolo Acunzo)

europa unitaSi è molto parlato della netta vittoria di Renzi, delle sconfitte di Grillo e Berlusconi e di cosa ciò potesse significare negli assetti della politica italiana. Ma quelle del 25 maggio erano elezioni europee e credo che sia utile abbozzare un’analisi del voto italiano in chiave europea.

Sicuramente in Italia ha vinto il Partito Socialista Europeo (PSE). Infatti grazie alla recente adesione del PD,  il PSE può vantare in Italia la sua forza maggiore con un quasi 41% a fronte di un deludente 25% in Europa. Ciò porta ad un nuovo peso del PD in Europa, anche in vista delle prossime nomine a partire da quelle del suo capo gruppo (circolano i nomi di Gianni Pittella e Roberto Gualtieri) o della Presidenza dello stesso Parlamento europeo.

Ma proprio su questo ultimo punto ci si scontra con il primo gruppo, il Partito Popolare Europeo (PPE), per cui anche in questo caso è in corsa un italiano alla presidenza del Parlamento Europeo (Antonio Tajani). Il cattivo risultato di Forza Italia non aiuterà tale candidatura, e neanche gli altri partiti italiani che aderiscono al popolarismo europeo hanno brillato (NCD e SVP), facendo fermare il risultato del PPE in Italia al 22% a fronte del 28%, dato che lo rende il primo partito in Europa e potrebbe portare il suo candidato Juncker alla Presidenza della commissione europea.

populismi in EuropaStesso magro risultato hanno conseguito in Italia sia i liberali (9% in Europa) che i Verdi (7%) con nessun eletto italiano in quei gruppi. Viceversa l’esperienza della Lista Tsipras ha portato i suoi frutti anche in Italia superando la soglia del 4% a fronte di un 6% in Europa, segnato però da una ottima performance in Grecia.

Discorso più complesso e dinamico per quanto riguarda la nebulosa dei cosi detti Euroscettici. Infatti se contiamo insieme M5S, Lega Nord e Fratelli d’Italia potrebbero essere considerati la seconda forza nazionale con circa il 30% a fronte del 18% in Europa, in sostanza questi pagano il loro settarismo. Infatti la divisione del fronte euroscettico rappresentato in Europa dal dualismo Farage vs Le Pen, ovvero nazionalismi UK vs France, viene riprodotto anche in Italia dalle alleanze di Grillo (21%) con il primo (8% in Europa) e Salvini con la seconda (6%). Ma qui il quadro rimane in continuo movimento con l’ulteriore variabile di tutti quei movimenti neo Fascisti (2%) o post comunisti (1%) che hanno eletto rappresentanti nella UE, ma fortunatamente non Italia. Infine vi sono una miriade di eletti al Parlamento europeo difficilmente classificabili e dunque potenziali non iscritti a nessun gruppo parlamentare.

Insomma il peso dei partiti europei viene specularmente rovesciato in Italia, facendo nettamente il PSE la prima forza, seguita non da un PPE italico che attualmente arranca, ma da una nebulosa populista, reazionaria e genericamente euroscettica con cui alla lunga l’Italia e l’Europa dovranno fare i conti.

Paolo Acunzo

 

Partito europeo Risultato in Europa Risultato in Italia Membri italiani
PPE 28% (212 seggi) 22% (17 seggi, 8% del totale) FI–NCD/UDC-SVP
PSE 25% (189 seggi) 41% (31 seggi, 16% del totale) PD
ALDE 9% (65 seggi) 1% (0 seggi) Scelta Europea
Verdi 7% (52 seggi) 1% (0 seggi) Green Italia
GUE 6% (46 Seggi) 4% (3 seggi, 7% del totale) Lista Tsipras
Euroscettici con Farage 8% (63 seggi) 21% (17 seggi, 27% del totale) M5S
Euroscettici con Le Pen 6% (45 seggi) 6% (5 seggi, 11% del totale) Lega Nord
Altri Euroscettici 3% (22 seggi) Neo fascisti e Post comunisti

 

 

PD, se ci sei batti un colpo (di Paolo Acunzo)

urla centro destraE’ paradossale quello che sta succedendo negli ultimi giorni. Il condannato Berlusconi è colui che si lamenta di non essere stato “protetto” a sufficienza, mentre il suo solito tam tam mediatico urla allo scandalo non per il reato contestato, ma per la sentenza che ne consegue.

Inoltre prima minaccia e poi concede al governo di rimanere in sella, come se fosse un grand’uomo che si sacrifica nel nome di un bene supremo, ossia la sua permanenza al potere.

Ho sempre pensato che il berlusconismo deve essere battuto politicamente. Ma per far ciò occorre che il PD batta un colpo. Come si fa a tacere su una sentenza così enorme dopo anni di denunce in tal senso? Come si fa ad andare avanti con un abbraccio alla lunga mortale come se nulla fosse?

distanze da BerlusconiIn un qualsiasi altro paese un governo prenderebbe subito le distanze da un leader politico pluricondannato, benché non con forma definitiva, per non essere accomunato al suo comportamento. Un governo che si regge sui voti di un siffatto leader verrebbe istantaneamente delegittimato e dovrebbe essere la sua parte sana a chiederne l’immediata crisi, anche per riaffermare la sua stessa credibilità.

silenzio complicescelte pdMa in questa Italia così non è. Per ragioni d’emergenza (che ormai dura da un paio d’anni e ha fatto perdere al PD già le elezioni a causa del suo supporto acritico al precedente governo d’emergenza), per ragioni di Stato, per le stesse ragioni, in sostanza, e per opera delle stesse persone che negli scorsi mesi hanno bloccato il tentativo del cambiamento e provocato il pasticcio del Quirinale.

Ma anche il silenzio è una scelta politica. Quella di tirare a campare, quella di essere politicamente complici, quella di dimostrare che nei fatti non si è alternativi, dando ragione a coloro che dicono che “tanto sono tutti uguali”. Una scelta doppiamente colpevole in una situazione nella quale ogni esitazione diventa subito ambigua e suscita ribellione fra i cittadini perché ormai anteporre gli interessi di parte a quelli dell’Italia è un gioco scoperto che nessuno giustifica più.

Scelte politiche del genere determinano la natura di un partito mille volte di più di quanto potrà fare qualsiasi nuovo Leader, a prescindere dalle regole utilizzate per eleggerlo. Mi auguro che al prossimo congresso del PD ci sarà chi vorrà porre il tema (quale governo, per fare cosa e con chi), altrimenti si ripeterebbe il solito vuoto rito mediatico senza reali contenuti e visioni lunghe di come, se si vuole, cambiare la società. Ma nell’immediato il PD deve battere subito un colpo, se ha l’ambizione di esistere ancora in quanto credibile alternativa politica.

Paolo Acunzo

Il Nobel all’Unione Europea tra passato e futuro (di Paolo Acunzo)

Negli ultimi mesi, abbiamo letto numerosi editoriali sull’opportunità o meno d’insignire l’Unione europea del premio Nobel per la pace e, personalmente, concordo con chi sostiene che questa onorificenza sia più un’esortazione a ritrovare la strada smarrita, e un atto di gratitudine per ciò che ha rappresentato il Vecchio Continente negli ultimi sei decenni, che un’effettiva apertura di credito nei confronti di un’Europa mai così lacerata e impotente come in questo periodo.

Tuttavia, se vogliamo dare un senso al nostro futuro e costruire un avvenire migliore per le nuove generazioni, non possiamo tralasciare la riflessione sulla drammaticità del nostro presente, stretti come siamo nella morsa di un’economia che non riparte e di scelte politiche incomprensibili (basti pensare al recente fallimento del vertice straordinario per la definizione del  bilancio UE 2014-2020), dettate dalla miopia di gran parte della classe dirigente continentale che spesso si rivela pavida ed inadeguata ad affrontare una crisi strutturale che sta sconvolgendo per sempre gli equilibri globali e, di conseguenza, lo stesso modo di vivere e di pensare.

La battuta più tagliente che si è sentita sull’argomento, non è tanto quella che “la UE non avrebbe mai vinto il nobel per l’economia” ma quella che “il Nobel per la pace alla UE è un premio alla carriera ad un attore internazionale che si avvia sul viale del tramonto”. Con questa breve frase si sintetizza la crescente marginalizzazione dei mercati europei rispetto a quelli emergenti; i nuovi equilibri geopolitici sempre meno incentrati sui rapporti trans-atlantici e sempre più su quelli trans-pacifici; la mancanza di ruolo di interlocuzione svolto dalla UE durante la cosiddetta primavera araba e più in generale negli scenari di guerra che toccano la sponda sud del mediterraneo e il medio oriente. Inoltre l’Europa unita attraverso i meccanismi attuali si ritrova senza reali strumenti per uscire definitivamente da una crisi che col tempo si sta dimostrando in primis politica e poi solo di conseguenza economica e finanziaria.

Ormai pare evidente che stiamo vivendo una crisi di sistema a cui le cancellerie non riescono a dare una risposta esauriente attraverso il classico metodo intergovernativo che accentua gli interessi momentanei di parte a discapito di quelli comunitari di lunga durata. Spesso dall’opinione pubblica si sottolineano l’ingerenza di alcuni paesi nelle scelte sovrane di altri, mettendo in crisi lo stesso sistema decisionale e di legittimazione democratica europeo. Siamo giunti ad un punto in cui la crisi richiede la completa cessione di sovranità ad organi sovranazionali legittimati direttamente dai cittadini europei per avere la forza, e soprattutto il consenso popolare, per adottare quelle misure, non certo indolori ma necessarie, in grado di far uscire i vari paesi europei definitivamente dalla crisi. Non si può più tollerare che scelte impopolari vengano scaricate sulla UE da alcuni governi semplicemente dicendo “c’e’ lo chiede l’Europa” come se fosse qualcosa di estraneo rispetto alla vita politica nazionale. Non è più accettabile avere dei partiti provinciali che non pongano il dibattito sul ruolo e il futuro dell’Europa al centro della loro proposta politica.

Oggi è possibile uscire da questa crisi di sistema soltanto ridando lo scettro del potere ai cittadini. Per far ciò bisogna creare quella arena politica europea in cui partiti, forze sociali e imprenditoriali possano confrontarsi con le scelte che realmente incidano sul nostro futuro. Un sistema che non funziona più deve essere cambiato dalle radici, passando dal classico metodo intergovernativo ad un sistema di stampo federale, al fine di delegare ad un potere democratico comune la decisione su determinate ma fondamentali questioni senza cui l’Europa continuerà a condannarsi all’impotenza.

Ma per far tutto ciò occorre coinvolgere attivamente i cittadini. Pensare una convenzione costituente per la riforma complessiva dei trattati che giunga ad una proposta di Costituzione federale europea che entrerà in vigore solo se la maggioranza dei cittadini e degli stati coinvolti l’approveranno attraverso un referendum europeo. Solo così gli stati dell’Eurogruppo potranno dotarsi di quel governo comune dell’economia necessario per creare accanto all’Unione monetaria, anche l’Unione bancaria e fiscale, costruendo finalmente intorno all’Euro un potere statuale in grado di presentare un condiviso piano europeo di sviluppo sostenibile per l’occupazione, la crescita e l’innovazione credibile per tutti.

Fino ad oggi tutto ciò è stato considerato da molti solo un’utopia allo stesso modo in cui un secolo fa poteva essere considerata la possibilità di avere una pace stabile in Europa. Il vero premio sarebbe se il Nobel assegnato all’Unione europea non fosse considerato meramente celebrativo del suo passato, ma possa in futuro simboleggiare il punto di svolta del processo d’integrazione verso gli Stati Uniti d’Europa.

Paolo Acunzo – Movimento Federalista Europeo

L’Europa va alle Primarie (di Paolo Acunzo)

In questi giorni il dibattito sulle primarie del centrosinistra è sotto i riflettori di tutti i media. Spesso però ci si sofferma unicamente su aspetti esteriori dei candidati o su questioni regolamentari che non colgono l’essenza della partita in gioco: cosa farà su questioni di grande attualità il candidato che ne uscirà vincitore nel caso in cui divenisse Premier ?

Prendiamo ad esempio il tema europeo, sempre più importante per il nostro futuro e vediamo come è stato affrontato non solo dai singoli candidati, ma dalla coalizione PD-PSI-SEL che si propone di governare a breve l’Italia.

Prima di tutto nello stesso appello di dieci righe “Italia Bene comune”, che deve essere sottoscritto da chiunque voglia votare alle primarie, si legge che “un forte impegno del nostro Paese per un’Europa Federale e Democratica” è un elemento fondativo della stessa coalizione. Ciò significa che gli oltre 3 milioni di italiani che hanno partecipato alle primarie condividono questo “forte impegno”, e non è poco.

Inoltre nella stessa carta d’intenti, sottoscritta da tutti i partiti della coalizione, si entra nello specifico sulle modalità per costruire questa Europea federale e democratica. Si propongono “nuove istituzioni comuni, dotate di una legittimazione popolare e diretta”, anche attraverso “un patto tra le principali famiglie politiche europee”. E continua: “la prossima sarà una legislatura costituente in cui il piano nazionale e quello continentale saranno intrecciati stabilmente. Una legislatura nella quale l’orizzonte ideale degli Stati Uniti d’Europa dovrà iniziare ad acquistare concretezza in una nuova architettura istituzionale dell’eurozona.

La causa dell’unità europea diviene la ragione essenziale per cui la coalizione dei progressisti in Italia potrebbe cercare un accordo di legislatura con tutte quelle forze “europeiste”, moderate e liberali, al fine di “collocare il progetto di governo italiano nel cuore della sfida europea, alternativo alle regressioni nazionaliste, anti-europee e populiste, da sempre incompatibili con le radici di un’Europa federale, democratica, aperta, inclusiva.”

Anche i singoli candidati hanno seguito questo approccio sui temi dell’integrazione europea. Addirittura il non candidato Sandro Gozi, a cui sono mancate poche firme dei componenti dell’Assemblea nazionale del PD per presentare ufficialmente la propria candidatura, aveva posto l’obiettivo della Federazione europea come la ragione della sua discesa in campo in nome della “Generazione Erasmus”. Ma anche Bruno Tabacci ha sottolineato più volte la priorità ineludibile degli Stati Uniti d’Europa; Laura Puppato ha spesso richiamato l’importanza dell’utilizzo di tutti i fondi comunitari a nostra disposizione; Nichi Vendola, infine, ha citato spesso la lucida utopia di Altiero Spinelli e di una Unione europea non all’altezza degli ideali progressisti e federalisti europei del Manifesto di Ventotene, fino a giungere alla provocazione che questa Europa non avrebbe dovuto ritirare il premio nobel per la pace, vista l’assenza di una sua funzione di pace negli attuali scenari di guerra in medio oriente.

Ora la vera speranza è che il ballottaggio si possa giocare su temi concreti come questi e non su fattori superficiali che lasciano il tempo che trovano riguardo le scelte di fondo che ci attendono. Pierluigi Bersani punta molto sulla solidità dei suoi rapporti con gli altri progressisti europei, e propone la creazione di un’azione comune con questi per incentivare la crescita, gli investimenti e l’occupazione in modo da capovolgere la tendenza e far uscire il continente dalla crisi. Matteo Renzi propone un nuovo sistema di investimenti e di opportunità soprattutto per i giovani, e si rifà a quel mondo della rete che come mentalità è gia completamente in Europa.

Entrambi richiamano l’esigenza e la volontà di costruire quanto prima gli Stati Uniti d’Europa, ma non vi è ancora stata occasione di sentirli confrontare riguardo a complicati problemi che si ritroverebbero d’improvviso a gestire, come ad esempio il mancato accordo sul bilancio comunitario, gli aiuti alla Grecia o le riforme istituzionali necessarie per avvicinare l’Unione europea ai suoi cittadini.

In definitiva anche le primarie del centro sinistra corrono il rischio di vivere quel provincialismo che ha dominato gli ultimi 20 anni tutta la politica italiana: o si capisce che ormai la globalizzazione ha imposto un livello di azione economica-finanziaria a cui la politica non è in grado di gestire autonomamente senza una azione comune europea, oppure le stesse forme di democrazia che conosciamo oggi possono essere messe a rischio. L’arena della politica ormai è europea e il come, il quando e chi in Italia dia più garanzie nel conseguimento dell’obiettivo ultimo degli Stati Uniti d’Europa dovrebbe essere il criterio di scelta, non solo per le primarie, ma per qualsiasi occasione di voto che si preannuncia nel prossimo futuro.

Paolo Acunzo

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