Roma spelacchiata

Come nell’apologo di quello che guardava il dito che indicava la luna anziché guardare la luna, così i romani si sono fissati per tutto il periodo delle feste natalizie sull’ormai famoso “Spelacchio”, appassionandosi al destino dei suoi rami da salice piangente più che riflettere seriamente sul baratro dentro il quale sta precipitando Roma.

Mentre non riusciamo a capire quale sia realmente il piano industriale dell’AMA ed il piano strategico del Comune per raggiungere gli obiettivi della raccolta differenziata né i programmi  a medio e lungo termine per lo smaltimento dei rifiuti, si è presa la via dell’Abruzzo per portare quotidianamente a carissimo prezzo la nostra “monnezza” dopo aver rifiutato l’aiuto dell’Emilia Romagna per ragioni a noi incomprensibili.

Invece l’ATAC un piano industriale ce l’ha per poter arrivare ad un concordato che scongiuri la sua morte che, al momento attuale, sembra più evidente di quella accertata del povero Spelacchio. Ma per il momento questo piano industriale si percepisce soprattutto dal programma di vendita del patrimonio pubblico (l’azionista dell’ATAC è il Comune al 100%) costituito soprattutto dai monumentali ex depositi disseminati per la città da Trastevere, all’Appio, a Mazzini, a Ostiense. Un altro modo per trasformare dei luoghi identitari di grande valenza architettonica, da servizi socio-culturali per i quartieri a grandi centri commerciali o residenziali di lusso.

Nel frattempo altre operazioni edilizie stanno impoverendo il contesto urbanistico, storico ed architettonico della Città Storica. In nome e per effetto del Piano Casa della Regione (Piano che viene da lontano, iniziato dalla Giunta Polverini e completato dalla Giunta Zingaretti) c’è un lungo elenco di villini degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso in predicato di essere demoliti per far posto a brutti condomini di residenze di pregio che certamente non vanno a risolvere il problema della casa per i meno abbienti. Il Piano casa si è chiuso a giugno ed ora sono in via di realizzazione i progetti presentati di demolizione e ricostruzione senza che né la Soprintendenza né il Comune si preoccupino minimamente per attivare le loro competenze in materia che potrebbero quantomeno attenuare o orientare il fenomeno.

Ora il Piano Casa non c’è più anche se i suoi nefasti effetti si stanno manifestando proprio nelle parti più pregiate del tessuto urbanistico ed architettonico di Roma, ma è entrata in vigore la Legge Regionale sulla Rigenerazione ed il Recupero Urbano.

I Comuni potranno indicare strategie, obiettivi, prescrizioni, opere di mitigazione o compensazione ambientale, opere di pubblico interesse da realizzare, politiche pubbliche, programmi per la partecipazione civica, soggetti pubblici ed economici da coinvolgere, relazione di fattibilità economica. Inoltre i Comuni potranno individuare ambiti territoriali urbani nei quali consentire interventi di sistema di ristrutturazione edilizia e urbanistica o interventi di demolizione e ricostruzione degli edifici esistenti. Come intende muoversi il Comune di Roma Capitale?

Sulla mobilità, a parte l’elenco di opere messe nel PUMS – Piano Urbano della Mobilità Sostenibile, non si vedono né piani di fattibilità in atto né progetti. Alla crisi dell’ATAC che mette in discussione lo stesso concetto di servizio pubblico si accompagna una crisi di programmazione e di percezione da parte dei cittadini di un sistema di opere capaci di raggiungere quegli obiettivi che oggi sembrano lontani ed irraggiungibili. Ecco, sembra veramente che si campi alla giornata fra una funivia ed una pista ciclabile, tra l’annuncio di una decina di linee di tram scoordinate ed una discutibile bozza di delibera sui bus turistici bocciata dal primo Municipio,  senza costruire un vero mosaico di un sistema della mobilità generale romana con la certezza della fattibilità dei progetti, dei tempi e dei finanziamenti e soprattutto con una definizione trasparente e condivisa degli obiettivi da raggiungere nei tempi brevi, medi e lunghi.

L’esempio più eclatante è quello della metro C della quale si conosce solo l’incerto destino fino alla stazione Fori-Colosseo dove rischia di impantanarsi, ma non si conoscono né i progetti di proseguimento almeno fino a Clodio, né i tempi di realizzazione, né i finanziamenti. Né tantomeno si conosce qualcosa riguardo alla fantomatica metro D che da Montesacro dovrebbe raggiungere l’Eur intersecando la metro C a piazza Venezia. E queste sarebbero le opere strategiche?

Per non allungare troppo, citiamo solo la mancanza cronica di un piano serio di manutenzione del manto stradale e dei marciapiedi, l’assenza di un servizio di manutenzione programmata del verde pubblico e perfino  l’incapacità di affrontare strutturalmente il tema dei servizi alle persone in una città dove la presenza di migliaia di senza casa è vista come un fastidio da nascondere, allontanare,  da spostare da un punto all’altro o da trattare come problema di pubblico decoro e non come tragedia umana che avrebbe bisogno di politiche di accoglienza e di gestione duratura e non emergenziale con tanto di personale e di risorse. A cominciare dai bagni pubblici, programmati da tempo e mai realizzati.

Ma noi continuiamo a polemizzare su Spelacchio e sui sacchetti di plastica mentre ci tocca quotidianamente ascoltare  uno sproloquio di assurde promesse elettorali da venditori ambulanti di paese. Ma questa è un’altra storia …….

Paolo Gelsomini

La democrazia partecipata non è solo un click

Una nota della sindaca Virginia Raggi e dei consiglieri del M5S di Roma Capitale annuncia che dopo 23 anni dall’ultimo regolamento in materia di partecipazione popolare è stata presentata una proposta di delibera di modifica dello Statuto di Roma Capitale per introdurre nuovi strumenti di democrazia diretta: referendum propositivo, abrogativo e consultivo senza quorum, bilancio partecipativo, petizioni popolari elettroniche e consultazioni online. Decisamente la democrazia partecipata è un’altra cosa.

coinvolgimento cittadiniBastano questi istituti, peraltro già previsti da un regolamento del giugno 1994,  per parlare di partecipazione polare inclusiva ai processi di trasformazione ed alla gestione dei servizi?

E’ sufficiente integrare con una piattaforma elettronica i suddetti istituti, rendendo tutto digitalizzato, per portare “i cittadini e le comunità locali a governare la città”?

E perché si parla di “intelligenza collettiva del web”? Nel web si ritrova una sommatoria di volontà espresse con un click in perfetta solitudine e quasi sempre senza un reale e largo confronto sociale. Dove sta l’intelligenza collettiva?

Non si confonda la democrazia diretta con la partecipazione consapevole alla determinazione delle scelte.

L’intelligenza collettiva vera viene dal confronto, dal conflitto dialettico, dall’ascolto, dalla trasformazione di idee e proposte maturate all’interno di veri forum partecipativi. Il web può essere solo un supporto dei forum ma non li può sostituire perché la platea elettronica è autoreferenziale e limitata socialmente e tecnicamente a gruppi di cittadini escludendone altri.

edemocracyIl forum, invece, è un modo di realizzare la partecipazione che ha lo scopo di raggiungere una conoscenza condivisa dei problemi e delle possibili soluzioni la cui decisione spetta comunque agli organismi istituzionali perché lo spirito è quello della condivisione e non della contrapposizione o della sostituzione.

Spesso tra soggetti in rete ci si scambia insulti più che informazioni, affermazioni apodittiche più che idee compiute da confrontare, certezze dannose più che  salutari dubbi.

Si può stare soli dentro una cabina elettorale per attribuire un voto ed eleggere i propri rappresentanti. Si può votare in un referendum per effettuare una scelta tra diverse opzioni predisposte da altri. Si possono inviare petizioni anche da soli ovviamente (lo si è sempre fatto).  Non si può però stare soli in un processo partecipativo.

Il processo partecipativo è un’altra cosa e non è uno strumento di democrazia diretta.

forum partecipativiLa Raggi però sembra poco interessata alla partecipazione tanto da dimenticarsi che esiste un altro regolamento, varato nel 2006, che prevede processi partecipativi dei cittadini alle scelte di trasformazione urbana. Un regolamento poco utilizzato in verità anche se contiene delle affermazioni importanti per mettere su basi solide il rapporto tra cittadini e comune. Per la loro chiarezza vanno rilette: “per processo partecipativo, si intende il coinvolgimento di tutti gli attori sociali, che sia pienamente inclusivo e non limitato a categorie sociali o gruppi economici e/o gruppi organizzati e associazioni (…); tale processo partecipativo non deve limitarsi agli aspetti di informazione e consultazione ma ha carattere di continuità, strutturazione e non occasionalità”; “ la partecipazione diretta dei cittadini alle scelte di trasformazione non deve

intendersi solo un’opzione politica o culturale, ma una componente essenziale dei processi di trasformazione urbana finalizzati alla qualità, alla trasparenza e alla coesione sociale, partendo dal principio che la “città vera è quella degli abitanti” e non quella delineata dal suo perimetro”…..

Insomma in quel lontano Regolamento si parla di partecipazione diretta ed inclusiva, informata ed aperta “al fine di migliorare la struttura urbana della città, la qualità della vita e produrre inclusione sociale”.

Non pare proprio che adesso si stia andando verso quella strada.

Paolo Gelsomini

Sinistra Italiana, un aiuto per l’Italia

Confesso che ero andato con un po’ di scetticismo al Teatro Quirino ad assistere alla nascita di Sinistra Italiana. A parte la folla che in un assolato sabato mattina ha partecipato all’evento senza riuscire ad entrare tutta nel teatro gremito, quello che ha trasformato l’iniziale scetticismo di chi come me queste cose le ha già viste tante volte, è stata la chiarezza degli interventi, la mancanza di sterile retorica, la lucidità del ragionamento legata alla manifestazione delle emozioni, la consapevolezza della strada da percorrere, la necessità storica di una ricostruzione morale della Politica.

sinistra italianaSi parte dal nome: Sinistra Italiana, in acronimo SI come affermazione, come proposta, come progetto, in alternativa a quel NO che troppo spesso ha contraddistinto l’azione di una sinistra incapace a disegnare scenari di società nuova, di sviluppo sostenibile, di politiche nazionali di dimensioni europee.

E’ stato detto che non ci si fermerà alla costruzione di un recinto contenente un gruppo parlamentare di nicchia e di testimonianza, ma che il gruppo sarà l’inizio di un percorso politico e sociale capace di includere, di allargare il consenso, di parlare con la gente e tra la gente, di coinvolgere.

Questo nuovo soggetto della Sinistra Italiana dovrà recuperare la sua parzialità, cioè il suo essere di parte perché quando la sinistra nella storia ha cercato di nascondere la propria parzialità si è sempre ridotta a fare la portatrice dell’interesse del più forte.

destra sinistraConsapevolezza dell’essere di parte perché il cambiamento è necessario ma non è neutro: può essere progressivo, ma può essere anche regressivo. Cioè, può essere capace di coniugare sviluppo sostenibile e progresso sociale o può essere il modo in cui si afferma un capitalismo più retrivo.

Consapevolezza dell’essere di parte perché la politica non deve rinunciare al suo ruolo democratico di mediazione degli interessi legittimi e di compensazione degli squilibri sociali. Senza questo la dimensione sociale dell’individuo vien meno e nella desertificazione sociale muore anche la democrazia, la civile convivenza, le regole.

Anche l’europeismo retorico porta fuori strada ed impedisce di concepire un’Europa fondata su uno sviluppo sostenibile, sul lavoro, sui saperi, sulla compatibilità ambientale, sui diritti dei popoli, sulla solidarietà, sulla pace.

disuguaglianzaSpetta innanzitutto alla sinistra comprendere, interpretare e dare rappresentanza alle sofferenze sociali che nascono dalle tante forme di diseguaglianza.

Però non bisogna dimenticare che nella società non c’è solo sofferenza sociale, ma anche competenze, energie, conoscenze, nuove generazioni portatrici di nuovi saperi e di innovazioni tecnologiche, nuove forme di socialità e di solidarietà.

L’orizzonte strategico di una rinnovata sinistra deve mettere al centro il Lavoro per ridare dignità alle persone e speranza ai giovani. E poi la difesa dei diritti che, però, da sola è insufficiente senza proposte forti e possibili di riforme per uno sviluppo che marci insieme al progresso dei popoli, all’affermazione dei valori costituzionali, alla dignità degli individui, alla difesa dell’ambiente in cui viviamo e in cui vivranno i nostri figli.

Nell’orizzonte della sinistra ci deve essere il valore della Legalità. E tendere al cambiamento degli stili di vita, dando valore all’onestà, alla sobrietà, alla trasparenza. Infine, la sinistra si qualifica se mette da parte gli individualismi e i carrieristi della politica, se ritrova il senso della collettività, se si rimette al servizio delle comunità e delle persone.

Paolo Gelsomini

L’ antimafia capitale che serve

Penso sia arrivato il momento di una nuova Resistenza civica contro le mafie, i loro protettori, i loro soci occulti, i politici che ne traggono profitto o che convivono con questo cancro.

Dai roghi della terra dei fuochi, alla devastazione delle coste, al caporalato schiavista delle campagne, ai monopoli criminali dello smaltimento dei rifiuti, alle distruzioni ambientali, alle centinaia di opere fantasma e di cattedrali nel deserto abbandonate, agli abusi edilizi, alle faraoniche opere inutili, tutto costituisce il brodo di coltura di un’illegalità diffusa che alimenta un’economia parallela di saccheggio del territorio, dell’ambiente e dei soldi pubblici.

cittadiini attiviI Partiti (li scrivo ancora con la P maiuscola perché sto ancora alla vecchia definizione di “strumenti della democrazia che si organizza”) hanno da molto tempo abbandonato il territorio inteso come luogo per creare rapporti culturali e sociali e per favorire economie sane, per denunciare ingiustizie, per creare forme di solidarietà, per fare comunità. In cambio abbiamo avuto comitati di affari, falsi circoli territoriali, capibastone, camarille (non correnti di pensiero che erano una cosa seria).

C’è bisogno di un grande risveglio civile, di un nuovo patto per la buona Politica, di una grande assunzione di responsabilità nel segno dell’Etica pubblica.

Questo discorso vale soprattutto per Roma, capitale del Paese, dove adesso ci si accorge che tutto è inquinato da presenze criminali e da ordinarie illegalità nella colpevole assenza di un’azione pubblica rigorosa delle Amministrazioni che si sono succedute nel corso degli anni. Ci voleva la pacchiana sceneggiata dei funerali di Casamonica per smuovere le acque stagnanti della politica romana che torneranno nella palude dell’immobilismo e persino della connivenza se i cittadini non capiranno o non sapranno organizzarsi con forme di partecipazione sempre più attiva e puntuale.

mafia capitaleScrive l’assessore all’Urbanistica di Roma Capitale Giovanni Caudo sul Corriere della Sera del 2 settembre: “ Acqua, energia, rifiuti ed urbanistica sono da sempre i mercati monopolistici radicati a Roma che valgono miliardi di euro e su cui i poteri locali tutt’altro che forti si sono accomodati. Quando da una buca dove gettare la spazzatura si passa alla raccolta differenziata e si progettano gli ecodistretti, dai debiti sistematici si passa al risanamento del bilancio, dalle varianti di piano per rendere edificabile l’Agro romano si passa alla trasformazione dell’esistente, hai messo in campo una visione di città di respiro internazionale. Questo è il modo più efficace per combattere Mafia Capitale”.

Bene, assessore Caudo, siamo d’accordo! Ma questi temi debbono diventare materia di coinvolgimento della società civile che non si deve sostituire alla società politica in una democrazia rappresentativa ma deve solo affiancarla secondo lo spirito e la cultura della sussidarietà. Sono le conoscenze diffuse e le mille competenze specifiche le vere risorse umane di questa Città che possono consentire una partecipazione attiva dei cittadini liberando la loro creatività e realizzando di fatto un controllo sociale sulle azioni politiche e amministrative delle istituzioni locali.

I partiti che le guidano però devono compiere atti concreti. Ciò che conta è che la politica non dia più l’esempio di chiacchiere cui seguono fatti radicalmente diversi.

coinvolgimento cittadiniLa situazione di oggi a Roma (ma lo stesso si può dire a livello nazionale) non è un fenomeno naturale, ma è stata creata negli anni con il consenso o al limite con il silenzio-assenso di tutte le forze politiche (tranne il M5S che non esisteva). Per questo non bisogna distrarsi con la caccia al capro espiatorio che oggi si cerca di identificare nel Sindaco Ignazio Marino.

Come iene tutti si avventano sulla preda uscendo dal bosco nel quale si erano nascosti. Il Pd più di tutti dovrà impegnarsi per restituire credibilità alla proposta politica del centro-sinistra. Per le destre nemmeno si può parlare di proposta politica: devono ancora dimostrare come sia possibile che siano sotto accusa per essere state il perno di un’associazione a delinquere che voleva spartirsi la città.

Per questo non saranno sufficienti né l’opera del prefetto Gabrielli e nè un’assessore alla Legalità. La rinascita di Roma dovrà basarsi sulle forze sane e su un mutamento di prassi e di cultura della maggioranza dei romani e di chi li governa

Paolo Gelsomini

L’ ordinaria illegalità culla di mafia capitale

Cosa c’è dietro Mafia Capitale? C’è una semplice verità: la città legale senza trasparenza e partecipazione apre alla città illegale. Lasciamo un attimo da parte lo scenario malavitoso di Mafia Capitale ed analizziamo i comportamenti sociali di quella città legale che è costituita da molti soggetti diversi. Riassumiamoli in tre categorie.

I primi sono i portatori di interessi economici o di gruppo – oggi si chiamano lobby – e sono in grado di dettare le regole a proprio vantaggio, forzare la mano, intervenire dentro e fuori le istituzioni, condizionare i politici in una logica di scambio che prevede anche passaggi di denaro e altre opportunità.

vivibilità cittàI secondi sono i cittadini nella loro comune condizione di abitanti della città. In questa veste sono di fatto portatori di interessi generali e difensori dei beni comuni. Ebbene questi, a differenza dei primi, fanno fatica a far sentire la propria voce e le proprie ragioni, ad orientare le scelte della politica, a far valere diritti fondamentali legati alla vivibilità dei territori, alla sostenibilità ambientale delle opere, alla difesa della salute e del patrimonio culturale.

I terzi sono tutti coloro che rappresentano la parte istituzionale e amministrativa. Sono loro che dovrebbero garantire una mediazione tra interessi diversi, ma privilegiando l’interesse pubblico che garantisce tutti. È proprio questa la parte decisiva che, però, si rivela spesso molto debole e cedevole di fronte agli interessi privati specie se questi sono in grado di proporre uno scambio e di garantire un tornaconto.

Questo è lo scenario di una “normale” legalità che c’è a Roma così come sicuramente anche in altre città. Una normalità che non può funzionare e che può produrre degli effetti devastanti.

potere mafiosoLa debolezza e l’incertezza istituzionale sono un problema sempre. Nel caso di Roma è proprio la mancanza di coraggio del Sindaco e della sua Giunta a favorire, volontariamente o no poco importa, comportamenti aggressivi delle oligarchie economiche e finanziarie della città, rivendicazioni intollerabili di diritti non scritti come quelli sollevati ad ondate ricorrenti da una variopinta congerie di soggetti che utilizzano la città, ne sfruttano le risorse e che sono piuttosto refrattari alle regole e ai controlli (l’elenco sarebbe lungo, ma diciamo che i “mitici” palazzinari ne rappresentano il prototipo).

A volte si ha l’impressione che si tratti di un esercito che invade la città e la occupa per svolgere i suoi affari. E sembra che l’Amministrazione comunale non si renda conto dei problemi che questo assalto genera e ne sottovaluti l’impatto sulla città. D’altra parte i cittadini, portatori del mero interesse alla vivibilità dei luoghi in cui abitano, si sono persino stancati di segnalare i loro disagi ad “autorità” che si comportano come i muri di gomma.

illegalità taciutaCome rispondono le “autorità”, infatti, a questi disagi? Timide ordinanze da un lato e poi permissività e tolleranza di comportamenti dannosi per la collettività dall’altro. Ciò che emerge sopra tutto è la facilità con la quale vengono elusi leggi, regolamenti, ordinanze, divieti, delibere tanto che ormai Roma sembra essere diventata una palestra della micro, macro ed ordinaria illegalità a cielo aperto.

Contemporaneamente languono o si trascinano stancamente all’interno delle istituzioni forme largamente incomplete di partecipazione popolare. Eppure dovrebbe essere proprio la partecipazione attiva e consapevole dei cittadini a creare un baluardo contro i comportamenti mafiosi e contro il malaffare.

Ne deriva una situazione ideale perché nasca e si rafforzi una città illegale dietro quella legale.

partecipazione dei cittadiniEppure un antidoto ci sarebbe, ma non lo si vuol praticare. E allora: chi ha paura della partecipazione popolare? Se ne sta perdendo perfino la cultura tra i cittadini che spesso si accontentano di sistemare il parco sotto casa o la propria strada. Cose importantissime, per carità, ma non sufficienti per rispondere come comunità della polis alle sfide che questa città ci impone.

La partecipazione attiva dei cittadini ed il loro controllo su tutto l’iter delle opere e dei servizi, dal bando, al progetto, alla realizzazione, alla gestione, costituiscono un forte antidoto alle infiltrazioni mafiose, ai comportamenti criminali, agli scambi sottobanco, alle intollerabili deviazioni della politica.

Si parla spesso e giustamente di trasparenza, ma non basta la trasparenza se poi non si attivano processi partecipativi di cittadini consapevoli e portatori di competenze, conoscenze ed esperienze, capaci di interpretare, controllare, monitorare, proporre, criticare non solo piccole e grandi trasformazioni urbane ma anche delibere, ordinanze, determine dirigenziali, nonché la gestione dei pubblici servizi.

Trasparenza e partecipazione (non esiste l’una senza l’altra) sono l’unico antidoto agli scambi di favori, alle gestioni privatistiche dei beni e dei servizi pubblici, alle infiltrazioni mafiose nelle istituzioni.

Ecco perchè  la discesa in campo dei cittadini organizzati entro strutture partecipative è il primo passo per una ripresa di una Politica alta capace di marciare a fianco dei cittadini onesti che sono la maggioranza e capace di realizzare finalmente un’idea condivisa di Città, contro ogni mafia. Non è scontato dire questo, non è banale affermare questi principi. E’ anche l’unico modo per sostenere il sindaco Marino e per allontanare definitivamente dal Campidoglio e dalla città gli affaristi e i corrotti.

Paolo Gelsomini

Metro C: la dura realtà di un’opera pubblica (di Paolo Gelsomini)

metro c RomaCENNI DI STORIA DELLA METRO C

La storia della metro C inizia a metà degli anni ’90 quando fervono i preparativi per il Giubileo del 2000 e quando si promettono finanziamenti di 3000 miliardi di lire per opere da realizzare entro il 1999. Nel 1996 fu annunciata all’opinione pubblica “una grande linea di 28 Km e 37 stazioni che collegherà l’estrema periferia al centro per arrivare dall’altra parte della città”. Per qualche anno nulla si muove fino a che, con Veltroni sindaco, il Cipe stanzia 4400 miliardi di lire per il progetto. Il 30 maggio 2002 c’è l’accordo procedimentale tra Governo, Comune e Regione.

Nel 2003 la Giunta Comunale incarica di seguire il progetto la SOM Srl poi divenuta Roma Metropolitane Srl società al 100% di proprietà del Comune.

Il progetto finale della metro C arriva a gara nel 2005. Sono previsti treni da 1200 passeggeri con frequenza ogni tre minuti, 24mila passeggeri l’ora di capacità trasportistica, trenta stazioni nel percorso fondamentale di 25,5 Km da Montecompatri-Pantano a Clodio-Mazzini, tre miliardi e 47 milioni di euro di costo totale suddivisi tra Stato per il 70%, Comune per il 18% e Regione per il restante 12%.

Si aggiudica la gara, nel febbraio 2006, un raggruppamento temporaneo di imprese che successivamente si trasformerà in Società di progetto Metro C S.c.p.A., che assume il ruolo di Contraente Generale. Nell’ottobre del 2006, quindi, Roma Metropolitane sottoscrive con Metro C Scpa il contratto di affidamento per la realizzazione della tratta C.

realizzazione metro c RomaUNA DISPENDIOSA CORSA AD OSTACOLI

I problemi iniziano subito. Una prima domanda di arbitrato tra Contraente Generale e Metro C risale all’ottobre del 2007. Un anno dopo arriva un’altra richiesta di accordo bonario. Si giunge alla trasmissione di un Nuovo Programma Lavori che viene accettato solo parzialmente. Si arriva a un secondo Atto di Transazione, approvato nel settembre 2011 da Roma Metropolitane: viene concordato il pagamento forfettario di un importo complessivo di 230 milioni di euro.

Intanto al Comune di Roma cambiano sindaco e Giunta. Il nuovo assessore al bilancio contesta la regolarità degli atti prodotti (transazione e Atto attuativo) poiché il rischio derivante dall’esecuzione dell’opera pattuita viene fatto ricadere sul committente pubblico. Niente da fare, il Comune deve sborsare a favore di Metro C 90 milioni di euro.

Il fatto è che ben 45 varianti al progetto hanno fatto lievitare i costi in maniera esponenziale e un conflitto a colpi di carte bollate tra il Comune e Roma metropolitane (di proprietà del Comune) si aggiunge a complicare ulteriormente le cose. Il Sindaco, con coraggio, rimuove i vertici della società a giugno di quest’anno.

passeggeri metro cOGGI

In ogni caso un pezzo di metro C apre all’inizio di novembre di quest’anno. I passeggeri, però, sono troppo pochi. Si era partiti con 24mila passeggeri l’ora, il progetto li ha portati a 12mila l’ora, ma ce ne sono a mala pena 12mila al giorno. Numeri che lasciano pensare, mettendo in discussione l’effettiva utilità di un’infrastruttura che, finora, è costata 3 miliardi e 739 milioni, ovvero 692 milioni in più del prezzo di aggiudicazione dell’appalto e alla quale manca il tratto più impegnativo, quello che dovrebbe attraversare il centro storico.

Cosa c’è che non va? Si è scelto di realizzare quest’opera nelle viscere dell’area archeologica più ricca e più importante del mondo nonostante i costi elevatissimi e nonostante che il progetto iniziale sia stato notevolmente cambiato in corso d’opera annullando anche la validità della Valutazione di impatto ambientale (VIA) che risale al 2003 e si riferisce ad un tracciato che non c’è più.

rete trasporti pubbliciUNA CONSIDERAZIONE FINALE

Le metropolitane debbono servire a raccordare le periferie tra loro e con le aree semicentrali all’interno di una rete di trasporto pubblico (ferrovie, metro, bus, tram, piste ciclabili) e di parcheggi di scambio situati nei nodi strategici del trasporto, cioè in periferia e non nell’area centrale che può essere servita da tram su sede propria e da bus elettrici.

Il nuovo PRG di Roma ha disegnato una città policentrica fondata su centralità e nodi di scambio ma gli interventi sulla mobilità sembrano indifferenti a questa nuova geometria non più radiocentrica.

In definitiva la lezione che si può trarre da questa vicenda è che le opere pubbliche vengono annunciate all’opinione pubblica (e agli elettori) in un modo, ma vengono realizzate in un altro. I soldi spesi spesso sono spesi male sia perché i progetti iniziali non vengono rispettati sia perché cambiano gli obiettivi. Infine bisogna dire che è sempre troppo facile aumentare a dismisura le previsioni di spesa con le quali si è partiti. Le cronache giudiziarie ci spiegano anche il perchè

Paolo Gelsomini

Periferie: frammenti di non luoghi senza idea ( di Paolo Gelsomini)

degrado periferieLa periferia delle grandi città sta diventando un girone dantesco di umanità dolente. Sento il fallimento completo della politica, della cultura, dell’urbanistica, dell’architettura, della sociologia, dell’economia. Nessuno ha oramai il controllo dei processi sociali nuovi e sempre più tumultuosi e distruttivi. Tor Sapienza purtroppo è un segnale iniziale di quello che potrà succedere a Roma e altrove. Nessuno di noi può dirsi estraneo ed indifferente e non più per spirito di cristiana carità o di laica solidarietà, ma per puro istinto di autodifesa.

Bisogna solo capire dove occorre indirizzare questa umana reazione di autodifesa. Ci si può difendere anche non attaccando, ci si può difendere integrando, ci si può difendere gestendo l’immigrazione in tutte le sue forme da quella abitativa a quella lavorativa a quella culturale. Ma per fare questo ci vorrebbe una Politica di altissimo livello e un personale di grande profilo morale e culturale. E prima della Politica alta ci vorrebbe una Cultura alta che crea le condizioni per la formazione e la selezione del personale politico.

I gravi problemi delle nostre periferie appartengono ad una nuova categoria non confrontabile con quelle della Roma di Ferrarotti e di Pasolini. Allora c’erano ancora gli strumenti culturali, sociali, politici ed economici per gestirli, oggi pare drammaticamente di no!

periferie abbandonateSe non capiamo questo passaggio epocale avremo strumenti sempre più inutili non solo per fronteggiare ma per capire la tragedia che si sta svolgendo sotto i nostri occhi e che percepiamo non più dentro un asettico schermo televisivo, ma per contatto diretto, umorale, carnale, animale.

Di fronte allo scenario delle periferie di oggi non bastano più cristiani inviti alla solidarietà o sterili tentativi di analisi sociologiche sugli egoismi sociali, sui ricchi, sui poveri, sugli esclusi, sugli ultimi per concludere dicendo che la rabbia si deve indirizzare con chi detiene la massima parte della ricchezza sociale.

Ci vuole una rielaborazione di una teoria e di una pratica sociale e politica che sappia non solo interpretare i fenomeni, ma prevenirli e guidarli verso esiti di integrazione sociale, economica, culturale. Che scendano in campo gli intellettuali, che i politici più seri abbiano uno scatto di dignità per una vera rivoluzione della politica!

Ci vuole un sussulto di dignità anche da parte degli architetti quando si costruiscono quartieri solo con la verifica di bianchi plastici spettrali e di freddi rendering in autocad 3D.

Basta con le periferie senza servizi, senza aggregazioni sociali, senza bellezza, senza regole, senza lavoro, senza istruzione, senza pietas!

Nel 1979 nei miei cinquanta giorni in India ho toccato con mano i relitti umani, eppure tutto mi sembrava quasi composto in un ordine cosmico che trascendeva l’umana tragedia.

integrazione periferieOggi ho visto un servizio sulle favelas brasiliane e su fantasmi umani vaganti nella notte di Rio, disfatti dal crack in una città che per celebrare i Mondiali ha distrutto interi quartieri e cacciato migliaia di abitanti. All’orrore metropolitano non c’è mai fine se queste sono le metropoli del futuro! Oggi abbiamo la netta sensazione della sopraffazione della Natura Matrigna sulla Polis non solo per quanto riguarda gli eventi meteorologici ma anche per quelli di un degrado senza fine della condizione umana.

E sia per le cataratte che si aprono e che fanno tracimare fiumi e torrenti che per i lividi scenari dell’orrore metropolitano la colpa è nella mancanza del governo delle cose e dell’assenza di Cultura e di Etica che questo Governo delle cose non riesce più ad esprimere. Oramai la mancanza di un’idea di Città e di altri modelli di coesione sociale nella Città non è più tollerabile. A Roma come altrove.

Paolo Gelsomini