Terremoto: le due facce dello Stato e della politica

terremoto e politica

Partendo dal terremoto si possono fare tante riflessioni. Una di queste ci porta ad interrogarci sulla doppia faccia della politica, vista dai cittadini e praticata nelle istituzioni. Lo spunto ce lo fornisce un articolo di Luigi Di Gregorio pubblicato dal sito stati generali.com nel quale denunciava i danni provocati alla politica dai mezzi di comunicazione di massa.

Afferma Di Gregorio che “la necessità che i mass media hanno di stare sul mercato, “vendendoci” le notizie – spinge giornali e tv a trasformare ogni avvenimento e ogni settore della società in un mix di sensazionalismo, personalizzazione, banalizzazione, voyeurismo, gossip. In una parola: spettacolo”. Di qui la prevalenza delle storie individuali dei singoli candidati sempre più simili ad eroi “chiamati a sobbarcarsi imprese sempre più impossibili”.

leader al comandoIl problema è che così è cambiata la percezione della politica da parte dei cittadini, “buona parte dei quali ritiene che un singolo può governare qualunque cosa, praticamente da solo, pur non avendo idea di ciò che sta per governare. La complessità è sparita, le competenze pure. Tutti possono fare tutto, basta che siano onesti”.

Chiaramente Di Gregorio non intendeva per nulla ignorare l’importanza dell’onestà nel comportamento dei politici, ma soltanto sottolineare i danni di una semplificazione che portava a sottovalutare la complessità nella quale è immersa la decisione politica che non può mai essere frutto della forza di una singola personalità.

Il fatto è che oggi “l’elettore informato può sapere tante cose, politicamente insignificanti ma utili a creare onde emotive che influenzano l’esito delle elezioni. E’ un “nulla-sapiente” convinto di sapere tante cose, grazie ai “nulla-sapienti” (ma presunti e convinti tuttologi) che pontificano soluzioni “semplici” su tutte le reti, suscitando bassi istinti prima che ragionamenti”.

Sappiamo, perché è stato detto innumerevoli volte, che “la politica, non solo in Italia, si è progressivamente vaporizzata e ha messo radici, letteralmente, nei palazzi perdendo contatto con la società”. Il ragionamento di Di Gregorio prosegue, ma fermiamoci qui.

politicaDa una politica che vive nei palazzi del potere come minimo è lecito aspettarsi profonda conoscenza della macchina pubblica e controllo. E, invece, no. Cosa ci ha mostrato la vicenda del terremoto ad Amatrice e dintorni? Disattenzione, disinteresse, trascuratezza rispetto alle esigenze della collettività e mancanza di controllo su quello che fanno i numerosi livelli decisionali ai quali sono demandate la preparazione e l’attuazione delle decisioni politiche.

Finanziamenti predisposti e non utilizzati o utilizzati parzialmente e male. Regolamentazioni carenti, burocrazie attente al loro ruolo e al formalismo degli atti, ma non ai risultati, assenza di controlli. Un mix micidiale di inefficienza, pressapochismo e lontananza dalla realtà incapace di gestire l’ordinario e che si riesce a mettere da parte soltanto nell’emergenza.

Nell’epoca in cui imperano i sondaggi ai quali guardano i leader e i loro collaboratori sembra che la politica abdichi al suo compito per inseguire le pulsioni che si agitano nella società al solo scopo di averne il consenso, ma, di fatto, lasciando la soluzione dei problemi ad apparati spesso autoreferenziali.

terremoto AmatriceInutile ripetere analisi e descrizioni che abbondano in questi giorni su giornali, reti Tv e siti internet. La realtà è quella di un pericolo certo ed imminente semplicemente ignorato e considerato meno importante di tanti altri aspetti di immagine e di ruolo che alimentano un dibattito pubblico distaccato da una reale scala di priorità.

Dunque tra come i cittadini vedono ciò che si agita nella politica e come poi questa viene praticata c’è una grande distanza. Ovviamente quando si parla di politica si parla di tutti i suoi livelli, dal consigliere di un piccolo comune al vertice del governo nazionale. A volte si ha la sensazione che le responsabilità – e ciò è emerso anche nel caso di Amatrice – vengono subito cercate ai massimi livelli quando, più logicamente, gli immediati responsabili di scelte errate sul territorio sono regioni e comuni e i loro apparati amministrativi.

partecipazione dei cittadiniDue parole vanno dette anche sui cittadini. Anche nelle zone a massimo rischio sismico non risultano movimenti di lotta o iniziative collettive per esigere la messa in sicurezza degli edifici. Prima del terremoto, non dopo. A cosa pensavano quei cittadini che sono rimasti vittime della trascuratezza e dell’incuria? Erano anche loro attratti dalle polemiche politiche nazionali e locali? E come hanno fatto ad ignorare il pericolo che incombeva su di loro? L’interesse generale a mettere in sicurezza gli edifici questa volta coincideva con la loro stessa vita, ma loro avranno pensato che qualcuno altro avrebbe dovuto prendersene cura. Ecco bisogna sperare che dalla tragedia nasca una nuova consapevolezza che porti ognuno a sentirsi parte di una comunità e a considerarsi parte attiva nell’individuazione e nella soluzione dei problemi. Perché se i politici vengono meno ai loro compiti, se le burocrazie pensano al formalismo dei loro atti i cittadini devono sentirsi i padroni di casa della Repubblica cioè dei comuni, delle frazioni, dei quartieri, dei municipi, delle aree vaste, della nazione. In definitiva sono loro l’anima dello Stato e devono darsi da fare, essere cittadini attivi

Claudio Lombardi

Ruolo dei partiti e referendum

democrazia deliberativa

Democrazia. Il Sì a Brexit è stata follia  o saggezza della folla?  Il problema non è se sia giusto tenere referendum su temi importanti, ma come si organizzano i dibattiti  che precedono il voto. È probabilmente in gioco un’idea di democrazia. Democrazia non è tanto e solo garantire a tutti libero accesso all’istruzione quanto dare a tutti delle buone ragioni per istruirsi. Così è democrazia non tanto e non solo garantire a tutti la libertà di voto quanto dare a tutti delle buone ragioni per andare a votare. Proviamo a vedere come.

brexitIl Sì a Brexit è espressione di follia o di saggezza della folla? La maggior parte dei commentatori italiani propende per la prima spiegazione, i leader dei partiti cosiddetti populisti per la seconda. Come stanno veramente le cose? Su Repubblica, Walter Veltroni conclude una intervista di commento affermando: «Il ricorso alla democrazia diretta come fuga dalla responsabilità della politica è sbagliato. Immagini se Roosevelt avesse promosso un referendum per chiedere se i giovani americani dovevano andare a morire per la libertà dell’Europa…». Sempre su Repubblica, il direttore Calabresi mette sullo stesso piano democrazia diretta e sondaggi in tempo reale per dire che «la febbre di oggi è la semplificazione», che pretende di risolvere magicamente i problemi” e che non ha «bisogno di esperti e competenze»; sul suo profilo Facebook, Saviano dice di non essere tanto sicuro che con Brexit abbia vinto il popolo, perché ricorda che il Popolo, nel 1938, acclamava «Hitler e Mussolini a Roma affacciati insieme al balcone di Piazza Venezia». (Questo tipo di argomentazioni fa venire in mente il libro La pazzia delle folle, 1841, che racconta le illusioni collettive che sono alla base di gravi crisi finanziarie).

primarieVeltroni è comunque coerente con quanto da lui proposto negli ultimi dieci anni: semplificando grossolanamente: alle folle si può dare il compito di incoronare i candidati premier, i candidati sindaci e i segretari di partito attraverso le primarie (regolate per legge), ma la sinistra deve avere il coraggio di dare ai politici che governano maggiore capacità di decisione sulle altre scelte importanti. Secondo l’ex segretario del Pd, c’è bisogno di questa «soluzione governante non democratica» in quanto società, economia e comunicazione sono iperveloci, mentre la capacità di decisione della macchina democratica è iperlenta. L’architettura decisionale progettata da Veltroni non tiene però conto di diversi fattori, messi in rilievo dalla esperienza quotidiana e dalla letteratura scientifica, e cioè: 1) quando le decisioni politiche sono condivise dalla cittadinanza, esse trovano più veloce concreta attuazione di quando esse vengono prese dall’alto; 2) per decidere bene i politici devono avere una buona capacità di previsione, ma lo studio ventennale dello psicologo Philip Tetlock sulla capacità previsionale degli esperti mostra che quest’ultima è molto bassa e suggerisce ai leader di dotarsi di umiltà intellettuale; 3) in determinate condizioni le decisioni collettive sono più sagge di quelle dei cosiddetti esperti (La saggezza della folla, Surowiecki, 2005).

leader e follaRitornando a Brexit e non volendo entrare nel merito della decisione presa dagli elettori del Regno Unito, qui si vuole sottolineare che è superficiale l’analisi secondo cui il risultato del referendum si spiega con l’ignoranza e l’età dei votanti (leggasi: la democrazia diretta banalizza i problemi complessi, molto meglio la democrazia delle élite). Il problema non è se sia giusto o meno tenere referendum su tematiche importanti; ma come si organizzano i dibattiti che precedono il voto di questi referendum. Nei referendum popolari il dibattito avviene principalmente sui media.

Molto diversa da un punto di vista democratico sarebbe una situazione in cui, al posto dei referendum popolari, si organizzino consultazioni all’interno dei partiti politici: i dibattiti avverrebbero dentro i circoli locali dei partiti disseminati nel territorio nazionale, e potrebbero assumere la forma di discussioni deliberative ben strutturate e regolate: lavoro in piccoli gruppi, possibilità di ascoltare i pro e i contro delle diverse opzioni in campo, di fare domande agli esperti in plenaria, di approfondire attraverso materiale informativo bilanciato cartaceo/digitale, di interloquire e scambiare pareri con chi la pensa diversamente. A regolare il tutto sarebbero deputati i comitati rappresentativi delle opzioni in campo (nel caso di Brexit, un comitato per il sì e uno per il no), che avrebbero il compito di coordinarsi e di assicurare equilibrio nei dibattiti e correttezza nell’informazione.

partecipazione dei cittadiniIdealmente, in una democrazia del genere, i partiti avrebbero il compito di riacquistare il ruolo perso, di ascolto, analisi e sintesi dei bisogni di una parte della società, servendosi di tutti gli strumenti della democrazia deliberativa (Fishkin & Calabretta, 2012); i politici assumerebbero il ruolo di leader partecipativi, che in talune scelte conducono e in altre favoriscono la partecipazione; gli esperti metterebbero da parte un po’ di supponenza, aprendosi alle informazioni che non sono coerenti con le loro teorie; gli intellettuali avrebbero il compito di sottoporre le previsioni degli esperti a un processo di verifica; i cittadini sarebbero motivati ad assumersi le proprie responsabilità, a “studiare” le questioni complesse e a non scaricare tutte le colpe sui politici di turno; i giornalisti avrebbero il compito di svelare prima del voto le informazioni false al fine di propaganda… Sono ovviamente tutti bei propositi, ma come innescare un meccanismo virtuoso che ci aiuti a realizzarli? Al fine di riacquistare la legittimità perduta (vedi Ignazi, 2014), lo dovrebbero innescare gli stessi partiti, consultando i propri iscritti/elettori sui temi più controversi, importanti e dibattuti. Non si tratterebbe di democrazia diretta, ma di democrazia rappresentativa che in alcuni casi si fa partecipativa e deliberativa (Doparie, dopo le primarie, Calabretta, 2010; Democrazia, Petrucciani, 2014).

La realtà è molto diversa: più che alla rinnovata adesione a un grande progetto di democrazia, pace e prosperità, i ragionamenti di chi invitava a votare «remain» hanno richiamato alla mente il celebre invito a votare Dc col naso turato di Indro Montanelli (leggi Zizek su Internazionale e Parks sul NYTimes).

In questi anni di crisi economica e di globalizzazione sfrenata, il grave deficit di democrazia a livello nazionale e soprattutto europeo non ha offerto alternative all’elettore comune per poter esprimere il suo disappunto se non con l’astensionismo (di cui i politici continuano a non curarsi) o con la rabbia. Solo ascoltando e facendosi influenzare deliberatamente dalla folla (divisa in tanti piccole folle nei dibattiti partitici locali), le élite riusciranno a riprendere il contatto con la gente comune e il senso comune (che secondo la interpretazione di La Capria non è l’opinione corrente, ma implica una ragionevolezza critica); solo sentendosi ascoltata e considerata, e non solo contata, la gente comune penserà di avere almeno un qualche controllo sulla propria vita e potrà essere un po’ felice.

Raffaele Calabretta e Filippo La Porta (articolo pubblicato su il Manifesto)

Brexit e democrazia

coinvolgimento cittadini

Ma è proprio vero che tutto si può decidere con referendum? È questo strumento la manifestazione suprema della democrazia? È solo il referendum che mette nelle mani del popolo il potere di decidere?

brexitQuesti sono alcuni degli interrogativi suscitati dal voto inglese del 23 giugno. Che l’effetto della Brexit sia quello di scombussolare gli equilibri europei e di destabilizzare il Regno Unito lo dicono praticamente tutti i commenti e lo si può constatare nei fatti. Si vedrà sulla lunga distanza se le conseguenze continueranno ad essere negative per il popolo inglese o se la situazione volgerà al positivo. Per ora nemmeno gli stessi promotori del leave sanno cosa fare; tanto è vero che il rinvio, dopo tanto strombazzamento sulla liberazione dalle catene dell’Unione Europea, è la linea a cui tutti si adeguano.

Dunque non hanno più fretta di andarsene. E perché? Perché hanno paura. Ora che il popolo inglese ha parlato e ha deciso (con una maggioranza risicata del 2%) ci si domanda come si possano gestire le conseguenze. Che nell’immediato si manifestano come catastrofiche soprattutto se si realizzerà la minaccia della Scozia di ripetere il referendum sull’indipendenza e se scoppieranno nuove tensioni nell’Irlanda del nord. La crisi economica che colpirà (anzi che ha già iniziato a colpire) il Regno Unito rischia di essere il minore dei problemi se si manifesterà realmente la possibilità di uno smembramento dello Stato. Possiamo immaginare che la separazione dalla Scozia e la ripresa della lotta per l’unificazione dell’Irlanda con il probabile scontro tra unionisti e separatisti si svolgerà pacificamente? Realisticamente no.

democraziaÈ questo che volevano gli elettori del leave? Gli elettori sapevano a cosa portava la loro decisione? È questa la democrazia? No. Questa è una vecchia storia di manipolazione delle masse i cui esempi sono  ben presenti nella storia del ‘900.

Un motto che viene dall’ottocento recita “Quando il popolo si desta, Dio si mette alla sua testa”. Un anelito romantico e nulla più, retorica infondata. Il popolo non è un soggetto unico, è composto da tanti individui ed ognuno deve poter conoscere per deliberare. E la conoscenza non è semplice informazione, ma un processo ben più complesso che deve portare alla consapevolezza e alla responsabilizzazione. Per questo i quesiti drastici – SI’ NO – su scelte delle quali è difficile calcolare le conseguenze vanno gestiti con la massima cura. Non possono essere agitati come un diritto del popolo a decidere su tutto. Non a caso la nostra Costituzione indica già all’articolo 1 il principio su cui si regge la democrazia della Repubblica La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. E non a caso fra questi limiti vi è quello di non sottoporre a referendum le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

partecipazione dei cittadiniLa democrazia non è un sistema statico che si regge su quesiti drastici. La democrazia è un metodo che si fonda sulla partecipazione delle persone e funziona se è anche cultura oltre che pratica. E la partecipazione stessa è molto più complessa di un referendum, non si esaurisce in una fiammata, in un voto, ma è qualcosa che si costruisce pezzo a pezzo ed è reale se è scambio indirizzato alla formazione progressiva di un’opinione, di un indirizzo che poi le istituzioni dirette dai rappresentanti politici tradurranno in scelte politiche, norme e atti di governo.

Dice bene, ancora una volta, la nostra Costituzione affermando il principio che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi per concorrere a determinare la politica nazionale. C’è qui una visione che, nonostante abbia bisogno di essere aggiornata alla realtà di oggi, è molto più ricca  di qualunque democrazia referendaria. Le parole chiave sono “associarsi” e “politica nazionale”. Cioè la politica scaturisce dall’attività dei cittadini che si organizzano. Una funzione sociale diffusa che si articola in più livelli e che tocca i vertici istituzionali in un rapporto necessariamente dialettico. Altro che un SI’ o un NO magari estorto a suon di disinformazione, di bugie, di false promesse e di demagogia.

Brexit e democrazia è un tema sul quale si dovrà riflettere bene e a lungo per non incappare negli stessi errori.

Claudio Lombardi

La cura per la sfiducia è la partecipazione

partecipazione dei cittadini

Non stiamo messi bene. L’impressione è quella di un Paese allo sbando dove la corruzione dilaga e la criminalità spadroneggia. Ogni tanto spunta fuori un indagato. Di solito è un politico, ma può essere anche uno del mondo di quelli che gli affari li fanno o possono condizionarli. Per essere chiari: imprenditori, burocrati, banchieri. Oppure di uno che fa parte di una delle tante organizzazioni camorristiche o mafiose che pullulano nel nostro Paese. Magari non tutti sono colpevoli e le eventuali successive assoluzioni non fanno lo stesso rumore delle imputazioni, ma ciò non cambia poi molto nella situazione generale.

cittadino e politicaNon stiamo messi bene anche perché  c’è ormai sfiducia generalizzata verso chi è investito del potere o aspira ad esserlo ossia verso i politici e i partiti che li raggruppano. E la sfiducia si estende anche alle istituzioni, alle amministrazioni, agli apparati, alle regole. A tutto ciò che dalla politica discende o è da questa controllato. Sfiducia nella dimensione collettiva dei problemi ai quali si cerca di dare risposte individuali. La ricerca di un trattamento di favore, di una scorciatoia per il proprio caso personale alimenta ancor più la sfiducia specie se si rivela più efficiente delle soluzioni collettive.

In realtà non stiamo messi bene anche quando sembra che l’unica risposta a questi problemi sia quella giudiziaria. È vero che i reati sono sempre atti individuali, ma è anche vero che c’è un’inclinazione di sistema e di cultura civile verso i reati commessi nell’esercizio di un potere pubblico. E a questo livello l’azione della magistratura non basta. Fermo restando che i reati vanno perseguiti bisogna pensare anche ad altre contromisure. Quali?

coinvolgimento cittadiniPensiamo se il metodo per affrontare le decisioni che riguardano una comunità (un palazzo, una strada, un rione, un municipio …) fosse quello di condividerne il processo dando ad ognuno la facoltà di dire la sua perché si è tutti parte di un metodo che è procedura, ma che è anche sostanza e cultura cioè un radicale cambio di paradigma rispetto alle nostre abitudini. Non si tratta solo di mettersi a confronto né di essere ascoltati da chi possiede il potere di decidere perché delegato dagli elettori o investito di questa funzione dalla legge. Si tratta di assumere il punto di vista dell’interdipendenza di tutti i membri di una comunità tutti ugualmente interessati a superare i conflitti identificando le idee che si combinano per generare una soluzione.

Questo metodo si chiama partecipazione che va oltre e integra quella che si esprime con il voto o con la protesta o con la mera richiesta di essere ascoltati da chi poi decide.

In pratica ai tipici momenti della decisione a maggioranza e per delegati va aggiunta una fitta rete di pratiche partecipative nelle quali la mutua indagine è più interessante della votazione ovvero il confronto creativo prende il posto della ripartizione tra maggioranze e minoranze e della contrapposizione di idee.

Utopia? Fantasticherie? Non proprio. Ci sono molti esempi di successo nei quali la partecipazione ha risolto situazioni difficili. C’è anche chi l’ha messa al centro di una proposta programmatica per il governo della capitale d’Italia. Si tratta del documento elaborato da “La prossima Roma” il laboratorio di idee organizzato da Francesco Rutelli in previsione delle prossime elezioni romane. A questo documento bisognerà dedicare un’analisi specifica. Per ora basti dire che la partecipazione viene considerata come cuore dell’azione politica per la rinascita della città.

Una buona politica deve innanzitutto pensarsi come funzione sociale diffusa e non come materia di specialisti e già decidere che questo è l’obiettivo strategico da perseguire rappresenta una risposta alla cattiva politica e alla sfiducia.

Claudio Lombardi

Casaleggio i movimenti e il ruolo di internet

rete internet

Di fronte alla morte non si può far altro che esprimere cordoglio. Fatta questa premessa che in un contesto civile sarebbe inutile e forse offensiva, io che non sono mai stato un sostenitore di Gianroberto Casaleggio riconosco il ruolo significativo nell’arena politica italiana perché ha saputo cogliere almeno due fattori che da anni stanno caratterizzando la partecipazione politica: le grandi proteste contro l’establishment e i nuovi mezzi di comunicazione di massa. A prescindere dalla sua scomparsa è forse oggi tempo di bilanci. Alcuni trend esistono dalla fine degli anni novanta, ma sono divenuti visibili nel 2011 con gli indignados in Spagna, con la primavera araba e con Occupy Wall Street (OWS).

occupy wall streetLa stagione delle proteste non si è certo chiusa con il 2011,perché la gente ha continuato a riempire le piazze in Brasile, in Africa ed ad Hong Kong e perché le manifestazioni sono poi state concretizzate e istituzionalizzate, in movimenti capaci di ottenere un consenso popolare immenso e trasversale, è il caso di OWS o in partiti politici capaci di raccogliere più o meno un quarto dei consensi espressi alla loro prima partecipazione alle elezioni nazionali, è il caso del Movimento5Stelle e di Podemos. Sottolineo che per me il Movimento5Stelle è un partito, anche se profondamente diverso da tutti gli altri che hanno partecipato alla contesa elettorale nell’Italia Repubblicana. Le elezioni 2013 sono sicuramente state un punto di svolta nella storia partitica italiana ma non hanno certo seppellito i partiti, hanno semmai spinto i partiti a riflettere sulle loro caratteristiche. Nella storia del nostro e di altri paesi non sono mancati periodi di cambiamento simili: l’alfabetizzazione e la diffusione della stampa portarono i partiti di massa a soppiantare quelli dei notabili, la tv portò alla crisi del partito tradizionale ed alla liderizzazione dei partiti e della politica, l’avvento delle nuove tecnologie, di internet e dei social network non poteva non spingere i partiti a trovare nuove modalità di comunicazione, di organizzazione e di sintesi delle posizioni.

edemocracyNel concreto Casaleggio ha “importato” in Italia le modalità operative di MoveOn, movimento progressista americano nato per chiedere l’impeachment di Clinton e poi per fare opposizione a Bush jr, la protesta contro le elite di destra e di sinistra, politiche e non, tipica di OWS e degli indignados. A qualche anno dal 2011 è tempo di almeno due bilanci.

Un primo bilancio riguarda la stagione delle proteste: OWS denunciava l’avidità della finanza e l’esplosione delle disuguaglianze, in questi anni  negli Stati Uniti è stata varata una legislazione del mondo della finanza che va nella giusta direzione ma è ampiamente insufficiente mentre in Europa si è lavorato per limitare il cortocircuito tra debito pubblico e fragilità delle banche; ci sono solo timidi segnali di consapevolezza del fatto che le disuguaglianze sono ormai insostenibili, Oxfam international ha benedetto alcune posizioni di Obama e Papa Francesco, ma non c’è stata una presa di coscienza netta, né da parte della piazza né da parte del palazzo di molte dinamiche che al di là della violazione delle leggi e dell’avidità generano squilibri che provocano ricorrenti ed imponenti crisi. A tal proposito è assai utile leggere Terremoti Finanziari di Raghuram Rajan, governatore della Banca Centrale Indiana. La primavera araba, portatrice di istanze condivisibili è diventata una guerra civile sovranazionale che ha dato grandissimo spazio alle reti globali del terrorismo.

comunicazione e personeIl secondo bilancio riguarda internet e le nuove modalità di informazione e di partecipazione. I fautori della rete ritengono che i nuovi mezzi di comunicazione di massa (new media) democratizzeranno la politica e ridimensioneranno le oligarchie, il giornalista inglese Paul Mason, autore di Postcapitalismo arriva addirittura ad affermare che internet sta rendendo facilmente accessibili e quasi a costo zero quasi tutte le informazioni su cui si basano le imprese, quindi se la transizione verrà ben gestita arriveremo ad una società del benessere e dell’uguaglianza libera dai monopoli e dagli abusi di posizione dominante. Purtroppo all’utopia di Mason si contrappone la realtà. Il crollo della raccolta pubblicitaria sta rendendo i mezzi di comunicazione sempre più dipendenti da editori e da grandi inserzionisti e la stampa indipendente dai grandi gruppi industriali non solo non esiste più in paesi come l’Italia ove è sempre stata assai debole ma fatica anche in paesi occidentali in cui aveva una lunga tradizione, la situazione di patologica perdita o di cronica debolezza di giornali e tv sta spingendo ad aggregazioni aziendali che riducono i punti di vista, la rete è dominata dai giganti della Silicon Valley e si sta rivelando incapace di  superare i difetti dei mezzi di comunicazione tradizionali. internet manipolazioneSe internet riesce a mettere in comunicazione persone ed esperienze non riesce spesso a dare un’informazione di qualità, anzi riconoscono alcuni suoi estimatori come Mason che spesso  oltre a servire nobili fini funge da megafono per idee razziste o profondamente sbagliate e addirittura da infrastruttura per la criminalità ed il terrorismo internazionale. Non è tuttavia possibile rigettare oggi le sfide che pone la rete. Servono strumenti per salvare l’editoria tradizionale, servono strumenti di contrasto per i network terroristi e criminali, perché purtroppo anche a loro beneficio la rete ha limitato il fattore distanza e serve una scuola capace di trasmettere nozioni, come ha sempre fatto abbastanza bene in Italia, ma capace allo stesso tempo di insegnare ai giovani a muoversi in un mare di informazioni non sempre attendibili. La capacità di navigare nelle informazioni e la capacità di elaborazione sono fondamentali ai cittadini nella vita lavorativa, come nella partecipazione politica. Bisogna entrare in una nuova era dell’alfabetizzazione, e ciò sarà particolarmente difficile in un paese come l’Italia ove la scuola ha innegabili eccellenze, di cui è prova tangibile il successo professionale all’estero di molti italiani, ma allo stesso tempo è caratterizzata da grosse disuguaglianze nell’apprendimento che si manifestano in un esito disastroso degli italiani nei test OCSE che misurano le abilità di lettura e di calcolo e le competenze nella lingua inglese degli italiani. Chi raramente ha letto un libro non diventerà colto sulla rete.

Salvatore Sinagra

Il senso del servizio pubblico radiotelevisivo

servizio pubblico radiotelevisivo

Un lungo articolo di Flavia Barca affronta la questione del servizio pubblico radiotelevisivo. Ne pubblichiamo alcuni stralci rinviando per la versione integrale al sito www.flaviabarca.it.

convenzione Rai“Alle soglie del rinnovo della Convenzione tra la Rai e lo Stato Italiano (l’attuale scade nel maggio 2016), moltissime sono le minacce che insidiano la sopravvivenza dei servizi pubblici europei, dalla difficoltà di reperire risorse finanziarie al declino di fiducia nei confronti delle istituzioni pubbliche, dalla moltiplicazione dei canali e delle piattaforme ad una competizione sempre più accesa sui contenuti premium, dalle trasformazioni e disintermediazioni della tradizionale catena del valore al ruolo sempre più centrale dei nuovi gatekeeper (aggregatori, over the top, ecc.), dalla struttura organizzativa elefantiaca e poco efficiente di molti broadcaster pubblici alla migrazione delle utenze più giovani verso nuove forme di consumo.

L’effetto è moltiplicato nel nostro Paese, dove la Rai, negli ultimi anni, ha faticato non poco nel rispondere con tempismo ed efficacia ai mutamenti della società. E la ragione principale, di questo vulnus, va ricercata nella debolezza della sua mission, ovvero nella incapacità di definire con chiarezza obblighi ed obiettivi dell’azienda radiotelevisiva pubblica.

Una forte confusione, o meglio densa nebbia, sulla missione pubblica della Rai, si protrae infatti da molto tempo. Il dibattito sulla dipendenza dalla politica, identificata come male principale della Rai nel nostro Paese, è stato purtroppo funzionale ad offuscare il vero dibattito sull’assenza di un chiaro, condiviso, trasparente, efficace progetto pubblico. Così la mancanza di regole e obiettivi certi ha permesso, a tutti i governi che negli anni si sono succeduti, di operare senza trasparenza pensando più al beneficio privato che al bene comune. Invece di trascorrere tanto tempo a discutere del come (la governance, le risorse ecc) avremmo forse dovuto maggiormente riflettere sul cosa (la visione, il progetto).

televisioni pluralismoRispetto agli auspici di una importante fetta dell’opinione pubblica che la Rai venga privatizzata, è invece chiaro che l’unica giustificazione nel negare questa strada è quella di difendere – e rafforzare – una sua funzione pubblica. In questo senso credo sia utile ripartire proprio da qui. Dalla mission.

Ragionare sulla mission significa principalmente chiedersi che senso abbia oggi, in piena era del digitale, che lo stato finanzi un servizio pubblico radiotelevisivo e se davvero questo importante segmento del mercato dei media vada oggi difeso e preservato, in Italia e nel mondo.

La Rai è una delle più importanti istituzioni pubbliche del Paese, la più importante nell’ambito dei settori culturali e creativi.

L’attività principale della Rai è quella di realizzare un palinsesto di qualità, le cui caratteristiche specifiche sono definite dalla mission, indicata nella Convenzione con lo Stato e poi elaborata nei diversi Contratti di Servizio che vengono rivisti ogni cinque anni.

inclusione socialeNon si tratta solo di produrre alfabetizzazione e inclusione sociale ma anche di attivare una fondamentale filiera economica che, a sua volta, produce effetti di enorme portata su tutta la società. La mancanza di un’industria dell’immaginario solida è infatti un grosso danno non solo per gli addetti del comparto: ha forti ripercussioni anche su tutta la filiera dell’immaginario e, soprattutto, sulla valorizzazione dei nostri asset culturali materiali e immateriali

Per questo il tema della promozione dell’audiovisivo nazionale è centrale. E molti lo identificano come il perno della mission Rai.

Agire nel nome del bene comune significa, infatti, anche e soprattutto finanziare innovazione di prodotto e di sistema. Quindi la specificità della Rai impone che si guardi con maggiore attenzione a quei produttori o a quei programmi maggiormente innovativi che non troverebbero naturale sbocco nel mercato.

Il tema dell’innovazione in tutte le sue espressioni è centrale perché indica la strada del rischio che la Rai si sobbarca anche per il resto del comparto, pareggiando così i conti con i broadcaster commerciali.

innovazioneIl rafforzamento del mercato della creatività, specie nella sua componente più innovativa è, però, condizione necessaria ma non sufficiente. Il ruolo del pubblico si giustifica, infatti, solo ed esclusivamente qualora offra un servizio unico e che produca bene pubblico. In questo caso anche chi non ne usufruisce può comunque trarre un vantaggio sociale dall’esistenza di quel bene, perché ha potenziali ripercussioni sullo sviluppo e l’inclusione sociale e, quindi, aumenta il benessere collettivo.

Il servizio pubblico ha, quindi – questo è il punto! – un mandato unico, cioè quello di identificare e programmare un palinsesto (svariati palinsesti) che aiuti a migliorare le competenze e quindi le condizioni di vita delle persone, facilitando la comprensione dei cambiamenti sociali, del mondo che ci circonda, dell’enorme gamma delle possibilità di scelta che si aprono davanti all’essere umano. Insomma strumenti di libertà.

La missione è una spinta gentile all’inclusione sociale, al miglioramento della società.

Pensare al nostro Paese che si fa latore di un progetto europeo che coinvolga tutti i servizi pubblici, per programmare assieme, per progettare assieme, una idea di Europa. Pensiamo ad una tv pubblica che funga, anche, da “pietra d’inciampo” – una tv d’inciampo! – per il Paese. Che ogni giorno getti nell’agenda pubblica temi, aggettivi, riflessioni nuove, stimolanti, che producano impatti ed effetti chiari nel dibattito e generino code lunghe di pensieri ed azioni dedicate al bene comune.

partecipazione condivisioneLa vera novità oggi, è quella della partecipazione e condivisione. Cioè di un progetto pubblico (di valori e servizi), non più unidirezionale, ma mediato e arricchito da una continua immissione/scambio di nuove idee e suggestioni. Se è giusto, come sopra teorizzato, che la Rai produca idee e valori “pubblici” mediante i quali costruire capitale sociale, è indispensabile, al contempo, che queste idee e valori siano negoziati, continuamente, con tutto il Paese. E questo può e deve avvenire aprendo la Rai ad un dialogo trasparente con tutti gli spazi di produzione di pensiero, quindi scuole, università, centri di ricerca, terzo settore, cittadinanza attiva.

Il grande errore degli ultimi anni è stato quello di confondere il concetto di “governance partecipata” con la costruzione di nuovi organismi decisionali o consultivi aperti a diverse rappresentanze sociali, con il rischio di ingabbiare nuovamente le forze costruttive e creative dei territori in “postifici” utili al più a fare lobby per un soggetto piuttosto che un altro. La partecipazione, per il servizio pubblico radiotelevisivo (e non solo) ha ben più alto scopo, cioè quello di cooperare, l’istituzione assieme a tutta la società civile “attiva”, per il bene comune.

cittadino digitaleCondizione irrinunciabile di questo ragionamento è la formazione del nuovo cittadino digitale. Si tratta di uno degli obiettivi della mission Rai non più procrastinabili. Su questo importanti passi avanti sono stati fatti negli ultimi anni, ma ancora la strada è lunga, in un Paese affetto da un importante digital divide, e non solo tra le fasce più anziane della popolazione. Si tratta di trainare gli utenti verso un consumo multipiattaforma e verso una interazione attiva e produttiva con tutte le piattaforme, promuovendo quindi non solo l’accesso ma anche l’interazione e la produzione di nuovi contenuti (il cd cittadino “prosumer”, crasi di produttore e consumatore).

“La cosa importante per il governo non è fare ciò che gli individui fanno già, e farlo un po’ meglio o un po’ peggio, ma fare ciò che presentemente non si fa del tutto”. Queste le parole di Keynes che andrebbero messe ad epigrafe della prossima convenzione Rai-Stato.

Quindi una tv pubblica che occupa un perimetro ben delineato, trasparente, unico e distintivo rispetto a quello della tv commerciale. Una tv pubblica che non è “fuori” dal mercato ma neanche pienamente dentro, occupando spazi distinti e complementari ma interconnessi. L’investimento nella “nuova Rai” darà, nel medio e lungo termine, dei ritorni importanti per il Paese, assolutamente misurabili in termini di capitale sociale e sviluppo economico.

Il momento per una discussione seria sul senso della Rai è ora. E maggio è alle porte.

Un’utopia necessaria: la partecipazione

coinvolgimento cittadini

Dopo gli attacchi terroristici in Francia c’è una grande attenzione su ciò che accade nella vita quotidiana delle periferie e dei quartieri popolari. Si osservano le condizioni reali delle comunità locali, ma ci si interroga anche sui comportamenti delle persone che le compongono. Si teme che piccole scelte individuali possano tradursi in fatti politici il cui impatto va ben oltre la dimensione locale. L’occasione è tragica, ma il metodo di guardare alla dimensione micro per capire cosa accade in una dimensione più grande è valido. Vediamo come e perché.

periferieA Roma le dimissioni dell’ex Sindaco Marino hanno scatenato una discussione diffusa sui mali della città e sull’urgenza di affrontarli. Ci sono stati e ci saranno, nell’approssimarsi delle elezioni, molti convegni più o meno partecipati. Qualcuno si è già spinto a dire che c’è bisogno di una nuova classe dirigente (riferendosi anche alla Società civile, non solo a quella politica), addirittura di una nuova ‘oligarchia’ (De Rita), intendendo forse una nuova ‘elite’. Come può nascere una nuova classe dirigente senza la partecipazione diretta dei cittadini alla definizione di una nuova idea di città, quartiere per quartiere, magari partendo proprio dalle periferie? Forse attraverso il riciclaggio della vecchia classe dirigente obsoleta e impotente nella vita pubblica, ma abilissima nella difesa dei propri interessi privati economici e di potere? Le nuove classi dirigenti, nella nostra epoca, sono il frutto di processi, a volte anche tumultuosi e cruenti. Esse si formano ponendosi alla testa delle trasformazioni di una data Società e di un dato assetto dei poteri, e riescono a determinarle con la partecipazione concreta dei cittadini, che non sono solo dei numeri da infilare nelle statistiche.

democrazia deliberativaRoma, come tutti ormai sanno, non è più quella ‘stupenda e misera città’ della quale scriveva Pasolini, una città dai tremendi squilibri, ma in tumultuosa crescita economica e culturale, con un tessuto sociale definito e leggibile. Non è più nemmeno la città delle estati di Nicolini, che furono tentativi riusciti di porla al centro dell’attenzione del mondo per la sua verve e capacità di innovazione culturale. Ora è fortemente degradata, sia sul piano ambientale, sia su quello della cultura e della morale civili. E la democrazia vi latita.

Eppure molti osservatori rilevano che nelle nostre sterminate periferie non c’è solo degrado e isolamento, ma anche creatività sociale e voglia diffusa di essere città per migliorare le proprie condizioni.

La professoressa Marianella Sclavi, esperta di tecniche partecipative, ha studiato diverse esperienze di partecipazione reale dei cittadini alla progettazione urbana nel Bronx a New York, nella città di Chelsea, nei pressi di Boston, ma anche in alcuni quartieri di Milano e di Torino. Si tratta di esperienze che si vanno facendo da una trentina d’anni, soprattutto nel mondo anglosassone, dove i partiti hanno una scarsa presenza territoriale ed è necessario costruire un rapporto diretto tra le amministrazioni e i cittadini. Si sono sperimentate e sviluppate delle metodologie interessanti che rispondono al nome di “Democrazia Deliberativa” e che hanno il pregio di sapersi adattare alle diverse situazioni. La cosa veramente importante è che i cittadini e le amministrazioni abbiano la capacità di ascoltarsi con la convinzione che chi la pensa diversamente non è un nemico da abbattere, magari col voto, ma una risorsa che si aggiunge. Altra cosa fondamentale è l’intenzione condivisa (sia dai cittadini, sia dalle amministrazioni) di avviare processi di co-decisione perché lo scopo è quello di aumentare la soddisfazione sociale per le decisioni pubbliche per evitare sia le ritorsioni di quelli che si sentono penalizzati sia il rinvio alle ‘Kalende greche’ , dell’attuazione di qualsiasi progetto di importanza pubblica.

cittadini attiviE’ evidente che la Democrazia Deliberativa non sostituisce la Democrazia Rappresentativa, ma la integra e l’aiuta a uscire dal ‘cul di sacco’ nel quale i partiti, laddove esistono, come da noi, l’hanno portata, per la loro insipienza, per l’incapacità di comprendere i mutamenti sociali e culturali ed il conseguente distacco dalle esigenze reali delle popolazioni.

Utopie? No, già oggi numerose associazioni operano nelle nostre città seguendo quei principi. Il salto di qualità da fare è anche di quantità nel senso che i processi partecipativi devono diventare una modalità ordinaria di assunzione delle decisioni di rilevanza pubblica che, ad essere chiari, si dovrebbero chiamare col loro vero nome: decisioni politiche. E tutta questa attività, insieme all’indispensabile componente strategico-progettuale si chiama politica tanto per ridare sostanza a termini spesso trascinati nel fango da comportamenti disonesti e individualistici .

No, non si tratta di utopia, ma ormai di una necessità.

Lanfranco Scalvenzi                                            

Le responsabilità di tutti nella crisi greca

crisi greca

Sulla crisi greca non ci sono grandi novità da scoprire. L’unica via d’uscita era ed è mettere da parte il debito e trattare sul rilancio dell’economia rinunciando ognuno a qualcosa. Molte riflessioni vanno fatte sull’intreccio di responsabilità che coinvolge tutti. Gli unici che hanno meno responsabilità o, forse, ne sono del tutto esenti, sono quegli elettori che domenica saranno chiamati a decidere col referendum indetto da Tsipras quel che il loro governo con tutta la forza delle conoscenze di cui dispone non è stato in grado di decidere pur essendo stato eletto per questo. Si chiama democrazia ed è bene che la riflessione parta da qui.

responsabilità elettoriDovranno decidere gli elettori se accettare o no le condizioni dei creditori. Sembra meraviglioso, ma siamo sicuri che è questa la vera democrazia e non una presa in giro per far decidere ad un popolo stremato quel che non si osa dire e cioè l’uscita dall’euro?

Ma la crisi greca stimola ad interrogarsi sui meccanismi della democrazia rappresentativa. Cosa decide realmente un popolo? E come lo fa? La vera decisione è la delega ad una élite che prende su di sé il compito di guidare una nazione a prescindere dai programmi con i quali ha ottenuto il voto. È persino banale ricordarlo, ma quasi sempre l’azione di governo si discosta dalle proposte sulle quali è stato chiesto il voto. Per malafede dei delegati? Anche, ma soprattutto perché all’elettorato si propone un indirizzo politico di massima tradotto in programmi che esemplificano una sua possibile attuazione. Gli elettori credono di votare un programma, ma stanno traducendo in voti l’orientamento politico (o l’umore) che prevale nelle loro teste.

Significa che le consultazioni elettorali sono finzioni? No sono momenti di presa di coscienza collettiva indispensabili, ma non sufficienti per costruire una società democratica. Per farlo occorre che ci sia un sistema di formazione delle opinioni indirizzato alle decisioni politiche a tutti i livelli basato sulla circolazione delle informazioni e sul confronto tra opzioni diverse nel quale ci si distacchi dal proprio interesse personale. In una parola occorre un sistema improntato alla partecipazione cioè un metodo di responsabilizzazione individuale rispetto alle decisioni di interesse collettivo.

responsabilità éliteC’è poi un altro problema. Le élite decidono governando e mediano con la società la distribuzione di oneri e vantaggi che non si traduce soltanto in norme da rispettare, ma anche in comportamenti permessi o tollerati o indotti che, a volte, sono anche più importanti.

Per esempio si sa che la spesa pensionistica non può espandersi all’infinito perché si alimenta della ricchezza prodotta da chi lavora (= tasse e contributi). Ma se chi governa da’ la possibilità ai cittadini di andare in pensione a 40 anni di età il singolo, usufruendo di questa possibilità, compirà un atto di grande impatto sulle finanze pubbliche presenti e future del quale non si renderà conto. Lo stesso dicasi per l’evasione fiscale che è un vero e proprio parassitismo e per tanti altri comportamenti che creano realtà diverse da quelle razionalmente auspicabili. I cittadini scelgono di fatto quali politiche attuare anche utilizzando le possibilità attive o omissive che chi gestisce le istituzioni mette a disposizione dei singoli. In tutti questi casi inutile aspettarsi un comportamento individuale conscio delle conseguenze delle proprie scelte: si sceglierà sempre in base alla propria convenienza a prescindere dall’interesse collettivo. Tutto ciò vuol dire che un pezzetto di responsabilità ce l’hanno (anzi, ce l’abbiamo) sempre in tanti.

crisi EuropaNel caso della Grecia c’è un gioco delle parti che prescinde dai comportamenti razionali per cui non si capisce cosa debbano decidere i greci col referendum e come possano farlo meglio del loro governo. Una parte dei greci è quasi alla fame e logica avrebbe voluto che non si chiedesse a loro di pagare il prezzo più alto per uscire dalla crisi, ma che si partisse dagli evasori e da chi ha di piùSoprattutto occorreva che si modificasse l’orientamento della spesa pubblica magari cominciando dal taglio delle spese militari. Si è seguita una strada diversa e alle dichiarazioni formali non seguivano i fatti (nemmeno le baby pensioni sono state toccate).

E’ evidente che il governo greco ha tentato per anni di navigare sulla crisi seguendo l’unica rotta di non toccare gli interessi dei gruppi sociali più forti o delle lobby che rappresentano la “costituzione materiale” del modello Grecia e lasciando che il lavoro “sporco” fosse imposto dall’esterno.

debito grecoD’altra parte l’Europa e il FMI hanno fatto finta che la Grecia non fosse un sistema economico e si sono fissati sulla richiesta di restituzione dei prestiti e su ricette per risanare il bilancio greco basate su criteri puramente contabili. Un taglio qui e un taglio là (guarda caso sulla parte più numerosa della popolazione) e a prescindere dagli effetti di sistema come se il crollo dell’economia non contasse nulla. Soltanto ottusità o anche un piano deliberato di restringere un’area dell’euro troppo disomogenea?

Comunque si è ancora in tempo per rimediare se l’Europa vuole continuare ad esistere come progetto politico. Mettere da parte la questione del debito greco e concentrarsi su interventi per lo sviluppo dell’economia. Ci costerà qualcosa subito, ma in futuro i vantaggi sarebbero per tutti. Se si fosse fatto così nel 2010 non staremmo qui a parlarne

Claudio Lombardi

I teppisti di Milano e i cittadini attivi

mercato e politica

teppisti politiciCosa funziona di più per cambiare le cose: usare la violenza o usare il proprio potere di cittadini attivi? I fatti di Milano danno una risposta netta: la violenza qui e ora non serve. Servirebbe se ci fosse una guerra contro un regime dittatoriale o contro un’invasione straniera. Servirebbe come è servita la lotta di Resistenza. O come è servita per aver ragione del nazifascismo.

Ma la violenza nella lotta politica usata nell’ambito di un sistema democratico che permette modi di intervento popolare molto più efficaci ha una funzione regressiva: serve per schiacciare la libera espressione della partecipazione democratica, del dissenso, della protesta e della proposta togliendo loro lo spazio politico di cui hanno bisogno e l’attenzione dell’opinione pubblica.

Esattamente ciò che è accaduto a Milano rispetto agli organizzatori del corteo di protesta contro l’EXPO schiacciati sulle violenze dei teppisti. Speriamo che altre forze un po’ più intelligenti raccolgano i migliori elementi di una protesta che nasce con motivazioni più che sensate, ma presentate male. La via dell’antagonismo è un vicolo cieco che non porta da nessuna parte, ormai è chiaro. Troppa confusione tra analisi e idee con la sistematica violazione delle regole che si esprime, per esempio, nel gran calderone delle occupazioni di case o nella lotta dei No-Tav. O con l’esaltazione della marginalità come modello di vita che si percepisce quando si esalta l’esperienza dei centri sociali.

cittadini puliscono milanoNo da quella parte non può venire una proposta valida. La società italiana è così complessa che non è certo in quel modo che si può sperare di cambiarla. Se poi si mischia con l’internazionale del teppismo allora non c’è proprio speranza: ai margini sono e ai margini resteranno. Peccato perché i problemi di cui parlano sono veri.

Eppure qualche voce di simpatia o di velata comprensione per i teppisti di Milano si è sentita. Un po’ di voyeurismo di massa nel quale si sfogano rabbia, frustrazioni e paure. Un po’ di arzigogoli intellettuali che portano a spiegare la violenza nelle proteste con il disagio sociale e l’ingiustizia. Bella scusa. In questo mondo disagio e ingiustizia non mancheranno di sicuro per i prossimi mille anni. E così abbiamo trovato una giustificazione perpetua. Come le luci dei cimiteri.

No, così non si va lontano. Conta molto di più, invece, la reazione dei milanesi che hanno dimostrato l’esistenza di un’altra forza, quella pacifica e costruttiva della cittadinanza attiva, in grado di opporsi a chi vorrebbe negare la sostanza del sistema democratico.

cittadini attiviLa cittadinanza attiva ha un valore politico perché esprime una spinta alla partecipazione diretta che spazia dalle procedure con cui si assumono le decisioni rilevanti per la collettività, alla loro attuazione, al monitoraggio della loro efficacia. Bisogna dire che finora l’intermediazione di partiti, sindacati e di altri soggetti organizzati ha frenato la partecipazione, l’ha incanalata verso le attività di gruppi dirigenti che spesso si sono distaccati dalla loro base e hanno agito come oligarchie interessate alle proprie carriere e ai propri interessi.

Oggi i cittadini sono alla ricerca di nuovi spazi, nuove forme di rappresentanza e di coinvolgimento attivo. Ciò dovrebbe portare, da parte di partiti, sindacati e associazioni, allo sforzo di rendere trasparente e accessibile la loro azione. Tutti devono poter sapere e poter far conoscere il loro punto di vista. La ricerca di nuovi strumenti, sedi e momenti di partecipazione riguarda tutti, anche gli ultimi arrivati come il M5S, anche le associazioni civiche.

I cittadini che sono scesi in strada per pulire Milano così come quelli che hanno fatto rivivere spazi pubblici in altre città o che hanno dimostrato di essere capaci di prendersi cura dell’interesse generale devono avere spazio e voce. Questa è la migliore risposta a chi vorrebbe sequestrare le loro capacità nei recinti delle oligarchie al comando e nel dispotismo criminale dei gruppi della violenza organizzata

Claudio Lombardi

Cosa sono i partiti oggi

partiti senza identitàUn’analisi lucida e disperata quella di Massimo Franco sul Corriere della sera del 15 aprile. L’articolo parla di partiti. In pezzi. Divisi e già scissi di fatto anche se appaiono uniti. In vista delle elezioni regionali di fine maggio vediamo una scomposizione di forze politiche e alleanze, conseguenza di uno sgretolamento progressivo delle identità, dei blocchi sociali, dei gruppi dirigenti. Soprattutto vediamo che la dimensione locale della politica ha subito un’involuzione che la fa apparire quasi impazzita.

Di fatto si è realizzata una subalternità del sistema dei partiti ad interessi che lo dominano e lo umiliano. Partiti che spesso appaiono come prodotto dell’impoverimento culturale di piccole tribù autoreferenziali che sommano i difetti del dilettantismo a quelli del professionismo del potere.

Le tante inchieste della magistratura che convergono sulle cosiddette classi dirigenti locali confermano questa deriva. E fanno apparire molti Comuni e Regioni come epicentri di un’economia studiatamente inefficiente, funzionale al malaffare.

fragilità partitiDentro questa trasformazione c’è la dimostrazione del fallimento di un’idea di federalismo, ma c’è anche il riflesso delle scissioni sociali che sono avvenute in questi anni in un’Italia affacciata sul vuoto dell’azione politica.

Le migrazioni dei parlamentari da un gruppo all’altro non sono solo frutti dell’opportunismo: rivelano un trasversalismo privo di nobiltà e alimentato da identità debolissime e stralunate. Il cemento è il micro-interesse, e tanti micro-narcisismi collettivi che rendono difficile qualunque aggregazione forte e duratura. La domanda è se e chi riuscirà a ricompattare questo magma centrifugo. Matteo Renzi con il suo modello di leadership verticale ci sta provando, ma il caotico agitarsi di anonimi candidati regionali in tutte le liste finisce per sottolineare l’enorme difficoltà di trasformare dall’alto una realtà mediocre e fuori controllo. Che mette anche in evidenza l’incapacità della politica nazionale a trasmettere messaggi forti di rinnovamento.

Il risultato è che a vincere sembra sia la periferia non governata, immutabile e misteriosa nei suoi gangli più oscuri: quelli che solo la magistratura finora tende a portare alla luce, delegittimando partiti che arrivano sempre dopo. I partiti lasciano ai giudici una supplenza di fatto che assume contorni ambigui e mostra limiti oggettivi perché segue logiche non politiche.

cittadini assenti dalla politicaIl crollo della partecipazione a livello locale che si è registrato negli ultimi anni non è un segno di modernità «all’americana»: anche per la rapidità con la quale sta avvenendo, suona come la risposta patologica ad una rappresentanza inadeguata e malata. Se si dovesse confermare a maggio, significherebbe un rifiuto di metodi e di formazioni ormai percepiti come «impazziti». Sarebbe una sconfitta che nessuna riforma elettorale, né la prevalenza di uno schieramento sull’altro, potrebbero attenuare o nascondere.

Il guaio maggiore, tuttavia, non sarebbe il fallimento di una politica locale che per paradosso oggi fornisce tanti governanti, premier compreso; né la scissione di alcuni partiti, ridotti a gusci di identità irriconoscibili. Il rischio vero è quello della scissione tra l’elettorato e chi non è in grado di offrirgli una scelta degna di questo nome. Sarebbe la premessa di una pericolosa democrazia con sempre meno popolo.

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