I teppisti di Milano e i cittadini attivi

teppisti politiciCosa funziona di più per cambiare le cose: usare la violenza o usare il proprio potere di cittadini attivi? I fatti di Milano danno una risposta netta: la violenza qui e ora non serve. Servirebbe se ci fosse una guerra contro un regime dittatoriale o contro un’invasione straniera. Servirebbe come è servita la lotta di Resistenza. O come è servita per aver ragione del nazifascismo.

Ma la violenza nella lotta politica usata nell’ambito di un sistema democratico che permette modi di intervento popolare molto più efficaci ha una funzione regressiva: serve per schiacciare la libera espressione della partecipazione democratica, del dissenso, della protesta e della proposta togliendo loro lo spazio politico di cui hanno bisogno e l’attenzione dell’opinione pubblica.

Esattamente ciò che è accaduto a Milano rispetto agli organizzatori del corteo di protesta contro l’EXPO schiacciati sulle violenze dei teppisti. Speriamo che altre forze un po’ più intelligenti raccolgano i migliori elementi di una protesta che nasce con motivazioni più che sensate, ma presentate male. La via dell’antagonismo è un vicolo cieco che non porta da nessuna parte, ormai è chiaro. Troppa confusione tra analisi e idee con la sistematica violazione delle regole che si esprime, per esempio, nel gran calderone delle occupazioni di case o nella lotta dei No-Tav. O con l’esaltazione della marginalità come modello di vita che si percepisce quando si esalta l’esperienza dei centri sociali.

cittadini puliscono milanoNo da quella parte non può venire una proposta valida. La società italiana è così complessa che non è certo in quel modo che si può sperare di cambiarla. Se poi si mischia con l’internazionale del teppismo allora non c’è proprio speranza: ai margini sono e ai margini resteranno. Peccato perché i problemi di cui parlano sono veri.

Eppure qualche voce di simpatia o di velata comprensione per i teppisti di Milano si è sentita. Un po’ di voyeurismo di massa nel quale si sfogano rabbia, frustrazioni e paure. Un po’ di arzigogoli intellettuali che portano a spiegare la violenza nelle proteste con il disagio sociale e l’ingiustizia. Bella scusa. In questo mondo disagio e ingiustizia non mancheranno di sicuro per i prossimi mille anni. E così abbiamo trovato una giustificazione perpetua. Come le luci dei cimiteri.

No, così non si va lontano. Conta molto di più, invece, la reazione dei milanesi che hanno dimostrato l’esistenza di un’altra forza, quella pacifica e costruttiva della cittadinanza attiva, in grado di opporsi a chi vorrebbe negare la sostanza del sistema democratico.

cittadini attiviLa cittadinanza attiva ha un valore politico perché esprime una spinta alla partecipazione diretta che spazia dalle procedure con cui si assumono le decisioni rilevanti per la collettività, alla loro attuazione, al monitoraggio della loro efficacia. Bisogna dire che finora l’intermediazione di partiti, sindacati e di altri soggetti organizzati ha frenato la partecipazione, l’ha incanalata verso le attività di gruppi dirigenti che spesso si sono distaccati dalla loro base e hanno agito come oligarchie interessate alle proprie carriere e ai propri interessi.

Oggi i cittadini sono alla ricerca di nuovi spazi, nuove forme di rappresentanza e di coinvolgimento attivo. Ciò dovrebbe portare, da parte di partiti, sindacati e associazioni, allo sforzo di rendere trasparente e accessibile la loro azione. Tutti devono poter sapere e poter far conoscere il loro punto di vista. La ricerca di nuovi strumenti, sedi e momenti di partecipazione riguarda tutti, anche gli ultimi arrivati come il M5S, anche le associazioni civiche.

I cittadini che sono scesi in strada per pulire Milano così come quelli che hanno fatto rivivere spazi pubblici in altre città o che hanno dimostrato di essere capaci di prendersi cura dell’interesse generale devono avere spazio e voce. Questa è la migliore risposta a chi vorrebbe sequestrare le loro capacità nei recinti delle oligarchie al comando e nel dispotismo criminale dei gruppi della violenza organizzata

Claudio Lombardi

Cosa sono i partiti oggi

partiti senza identitàUn’analisi lucida e disperata quella di Massimo Franco sul Corriere della sera del 15 aprile. L’articolo parla di partiti. In pezzi. Divisi e già scissi di fatto anche se appaiono uniti. In vista delle elezioni regionali di fine maggio vediamo una scomposizione di forze politiche e alleanze, conseguenza di uno sgretolamento progressivo delle identità, dei blocchi sociali, dei gruppi dirigenti. Soprattutto vediamo che la dimensione locale della politica ha subito un’involuzione che la fa apparire quasi impazzita.

Di fatto si è realizzata una subalternità del sistema dei partiti ad interessi che lo dominano e lo umiliano. Partiti che spesso appaiono come prodotto dell’impoverimento culturale di piccole tribù autoreferenziali che sommano i difetti del dilettantismo a quelli del professionismo del potere.

Le tante inchieste della magistratura che convergono sulle cosiddette classi dirigenti locali confermano questa deriva. E fanno apparire molti Comuni e Regioni come epicentri di un’economia studiatamente inefficiente, funzionale al malaffare.

fragilità partitiDentro questa trasformazione c’è la dimostrazione del fallimento di un’idea di federalismo, ma c’è anche il riflesso delle scissioni sociali che sono avvenute in questi anni in un’Italia affacciata sul vuoto dell’azione politica.

Le migrazioni dei parlamentari da un gruppo all’altro non sono solo frutti dell’opportunismo: rivelano un trasversalismo privo di nobiltà e alimentato da identità debolissime e stralunate. Il cemento è il micro-interesse, e tanti micro-narcisismi collettivi che rendono difficile qualunque aggregazione forte e duratura. La domanda è se e chi riuscirà a ricompattare questo magma centrifugo. Matteo Renzi con il suo modello di leadership verticale ci sta provando, ma il caotico agitarsi di anonimi candidati regionali in tutte le liste finisce per sottolineare l’enorme difficoltà di trasformare dall’alto una realtà mediocre e fuori controllo. Che mette anche in evidenza l’incapacità della politica nazionale a trasmettere messaggi forti di rinnovamento.

Il risultato è che a vincere sembra sia la periferia non governata, immutabile e misteriosa nei suoi gangli più oscuri: quelli che solo la magistratura finora tende a portare alla luce, delegittimando partiti che arrivano sempre dopo. I partiti lasciano ai giudici una supplenza di fatto che assume contorni ambigui e mostra limiti oggettivi perché segue logiche non politiche.

cittadini assenti dalla politicaIl crollo della partecipazione a livello locale che si è registrato negli ultimi anni non è un segno di modernità «all’americana»: anche per la rapidità con la quale sta avvenendo, suona come la risposta patologica ad una rappresentanza inadeguata e malata. Se si dovesse confermare a maggio, significherebbe un rifiuto di metodi e di formazioni ormai percepiti come «impazziti». Sarebbe una sconfitta che nessuna riforma elettorale, né la prevalenza di uno schieramento sull’altro, potrebbero attenuare o nascondere.

Il guaio maggiore, tuttavia, non sarebbe il fallimento di una politica locale che per paradosso oggi fornisce tanti governanti, premier compreso; né la scissione di alcuni partiti, ridotti a gusci di identità irriconoscibili. Il rischio vero è quello della scissione tra l’elettorato e chi non è in grado di offrirgli una scelta degna di questo nome. Sarebbe la premessa di una pericolosa democrazia con sempre meno popolo.

Tre rivoluzioni per il Lazio: intervista a Teresa Petrangolini

Civicolab nasce nel mondo di Cittadinanzattiva organizzazione di cittadini che ha sempre tenuto un atteggiamento molto critico verso i partiti scegliendo di non partecipare direttamente alle campagne elettorali. Oggi Teresa Petrangolini, uno dei fondatori di Cittadinanzattiva e del tribunale dei diritti del malato di cui è stata segretaria fino a giugno del 2012, ha fatto una scelta diversa accettando di comparire al primo posto nel “listino” a sostegno della candidatura di Nicola Zingaretti alla presidenza della regione Lazio. Inevitabile per Civicolab chiederle i motivi di questa decisione.

D: Teresa chi conosce Cittadinanzattiva e te personalmente e la cura che è stata sempre messa nell’evitare coinvolgimenti diretti in competizioni elettorali immagina che le ragioni della tua scelta debbano essere molto importanti, anzi, se così si può dire, pesanti

R: Sì, puoi dire tranquillamente che sono ragioni “pesanti” come pesante è diventata la condizione dei cittadini in questa regione. Voglio risponderti con le parole del “Manifesto per una Regione aperta, trasparente e digitale” pubblicato da pochi giorni che riassume il senso strategico del programma che con Zingaretti vogliamo realizzare nel Lazio. Non lo faccio certo per fare propaganda, ma perché le parole del “Manifesto” sono le mie parole, quelle che ho pensato, scritto e pronunciato per tanti anni. E oggi non saprei trovarne di migliori.

Innanzitutto noi vogliamo fare una rivoluzione nella Regione, anzi, non una, ma tre rivoluzioni. Oggi la Regione Lazio non è trasparente, non consente ai cittadini di vedere ciò che accade al suo interno, non fa vedere chi comanda, come vengono prese le decisioni, come viene utilizzato il denaro pubblico. Nell’era di Internet abbiamo a disposizione tanti strumenti e la trasparenza può essere totale. Nel caso delle istituzioni democratiche deve esserlo veramente. Quindi la prima rivoluzione deve essere quella della trasparenza.

Basta dirlo? No, ci vuole una legge che imponga la trasparenza. come? L’abbiamo scritto nel “Manifesto”

  • Pubblicità degli atti, delle retribuzioni, delle prestazioni e dei risultati.
  • Sviluppo di piattaforme OpenData su ogni settore, OpenSanità per condividere ogni dato sulla qualità dei servizi e dei percorsi di cura, OpenBilancio per consentire ai cittadini e alle imprese di controllare come vengono spesi i loro soldi.
  • Rendicontazione periodica dell’azione di governo, mediante le Giornate della trasparenza, le Conferenze dei servizi al livello centrale e nei singoli servizi (Asl, ospedali, aziende regionali).
  • Verbali dei Consigli di amministrazione delle società e delle aziende pubbliche on line.
  • Trasparenza, merito e pubblicità in tutte le nomine di dirigenti, manager, direttori generali.
  • Piano Regionale anticorruzione per la trasparenza di gare, appalti, contratti e contributi pubblici
  • Anagrafe degli eletti

Direi che per la prima legge può bastare, anche perché l’attuazione di questa rivoluzione non sarà per niente facile e i cittadini dovranno darci una mano.

D: Vasto programma per questa rivoluzione n. 1 considerando qual è la situazione di oggi. Passiamo alla rivoluzione n. 2

R: Se pensi che sia difficile la rivoluzione della trasparenza allora senti cosa vogliamo fare con la rivoluzione della partecipazione.

La situazione di oggi è semplice: la Regione Lazio non è aperta. Non è possibile per i cittadini e le loro associazioni concorrere ai processi decisionali; non è possibile partecipare alla  valutazione dell’attuazione delle decisioni; a quella del rispetto degli obiettivi assunti; non è possibile contribuire alla cura dei beni comuni attraverso forme di cittadinanza attiva. Insomma una sequenza di “non”. Però, ed ecco il motivo delle due rivoluzioni unite, la trasparenza senza la partecipazione serve a poco perché comunque possono crescere la discrezionalità, l’arbitrio, l’influenza dei gruppi di interesse. Certo i cittadini possono indignarsi, ma non intervenire direttamente. La rivoluzione della partecipazione vuole dare loro proprio questo potere.

D: Sì, ma concretamente come pensate di farlo?

Sai dopo oltre trent’anni a Cittadinanzattiva, sulla partecipazione ho accumulato una tale riserva di idee ed esperienze reali che potrei elencarle per ore. Mi limito soltanto ad indicarti tre punti, tre “piste” di lavoro con le quali si svilupperà il nostro impegno nei primi sei mesi di governo

  • Decisione condivisa cioè definizione di percorsi di consultazione civica sulle principali tematiche di governo e sulle leggi più importanti con la finalità di creare un “dialogo civile permanente” tra amministrazioni, associazionismo e singoli cittadini e sottolineo, singoli cittadini
  • Valutazione civica perché non c’è miglior occhio se non quello del cittadino per verificare il funzionamento dei servizi. Per questo la Regione proporrà ai cittadini di trasformarsi in controllori dei servizi regionali non in astratto e in maniera confusa, bensì mediante cicli di valutazione della qualità del servizio e dell’operato dei dirigenti.
  • Cittadinanza attiva ovvero dare valore alla sussidiarietà orizzontale con il coinvolgimento diretto di cittadini singoli e associazioni nello sviluppo dei servizi di welfare, nell’informazione e nell’educazione civica, nella cura e manutenzione del territorio, nella prevenzione dei rischi ambientali, nella cura degli anziani, nella gestione responsabile del ciclo dei rifiuti, nell’uso sostenibile delle risorse idriche.

Sembra il regno di utopia, no? E invece è quello che Cittadinanzattiva ha pensato, detto e sperimentato per decenni. Io so che è possibile e per questo voglio provarci sul serio a realizzarlo questo programma.

D: Spero che ce la farai sia perché attuare questo programma per la prima volta in un ente come la Regione Lazio che ospita la capitale avrebbe un valore esemplare, sia perché sarebbe il coronamento di un impegno per la cittadinanza attiva che ha segnato tutta la tua vita. Manca qualcosa però. Avevi detto che parte della rivoluzione sarebbe stato l’uso di internet. Cosa vi proponete?

R: Semplice: una rivoluzione digitale. Te l’avevo detto che le rivoluzioni erano tre e questa è la terza quella che deve fornire gli strumenti e facilitare le altre due. Visto che vanno di moda le agende noi l’abbiamo chiamata “L’Agenda Digitale del Lazio” cioè un insieme di interventi con i quali sarà possibile realizzare la trasparenza e la partecipazione. Cito alcuni degli obiettivi dell’Agenda Digitale dal “Manifesto”:

  • un Piano per portare la Banda Larga e la Rete di collegamento gratuito ad internet in modalità Wifi in tutti i comuni (ti ricordo che a Roma una rete minima di accesso gratuito è stata realizzata dalla Provincia proprio su impulso di Zingaretti)
  • lo sviluppo di una Cartografia digitale o “Carta della comunità” per il controllo del territorio
  • la realizzazione di nuovi servizi telematici pubblici per l’accesso alla documentazione sanitaria, l’abbattimento delle file agli sportelli, la semplificazione delle pratiche
  • l’incentivo alla realizzazione di servizi e applicazioni da parte di imprese, associazioni e singoli cittadini grazie all’utilizzo dei dati liberati dalla Pubblica Amministrazione.

Insomma dobbiamo chiudere una stagione opaca, triste, volgare e lontana dai cittadini ed entrare nel futuro che non è un mondo ideale, ma è fatto di partecipazione, di trasparenza, di semplicità nei rapporti fra cittadini e istituzioni e amministrazioni pubbliche. Come vedi una ricetta semplice, con pochi ingredienti, genuini e buoni. Io ci credo.

(intervista a cura di Claudio Lombardi)

Denaro e informazione, due snodi cruciali della democrazia (di Claudio Lombardi)

I problemi della democrazia sono tanti, ma i maggiori sono quelli dell’informazione e del denaro. Prendiamo la campagna elettorale negli USA. Un articolo di Alexander Stille pubblicato di recente su Repubblica ci ricorda che “dal 2008 l’industria finanziaria, che ha scatenato la crisi, ha speso 343 milioni di dollari per i lobbysti e 211 milioni nelle campagne elettorali per assicurarsi che le riforme per far ripartire l’economia non risultassero troppo onerose. I contributi sono andati sia ai democratici sia ai repubblicani. Il risultato è che abbiamo un partito (quello repubblicano) interamente al servizio di grossi interessi, i cui esponenti hanno votato contro qualsiasi riforma finanziaria. Mentre il partito democratico è colonizzato per metà: ha fatto una riforma finanziaria molto più debole di quanto serviva”

Ecco sintetizzato il paradosso di un regime che, fondato sull’eguaglianza e sulla libertà, in realtà non è in grado di impedire che minoranze aggressive e ricche di denaro lo conquistino e lo usino per accrescere il loro potere e le loro ricchezze distruggendo, di fatto, sia l’eguaglianza che la libertà. Il fatto che le misure contro le attività finanziarie speculative siano state deboli e che si sia preferito usare i soldi pubblici per soccorrere chi aveva causato la crisi senza, peraltro, adottare regole severe per impedire che accadesse di nuovo significa che lo strapotere del denaro ormai in grado di comprare partiti e politici può dettare le sue condizioni e mettere ai margini la stragrande maggioranza dei cittadini. Continua Stille: “i poveri votano molto meno dei ricchi. Circa l’80 per cento delle persone con un reddito di oltre 150.000 dollari votano, mentre solo il 40 per cento di quelli più poveri fanno lo sforzo di andare alle urne”.

Certo, ciò non ha impedito la vittoria di Obama, ma il peso degli interessi privati ha interessato anche lui e il partito democratico sia direttamente sia indirettamente con l’enorme capacità di formare l’opinione pubblica che hanno i detentori degli interessi più forti. Tutto si paga, dai giornalisti, alle televisioni, all’onnipresente propaganda. Un apparato gigantesco capace, per esempio, di inculcare nella testa dei cittadini l’assoluta necessità di ridurre le tasse ai ricchi e di eliminare l’assistenza sanitaria e sociale per i più deboli. Il bianco diventa nero e il nero bianco.

Qualcosa del genere abbiamo sperimentato anche noi in Italia. Il berlusconismo ha rappresentato la discesa in campo del denaro e del potere mediatico con la costruzione di una cultura civile ampiamente diffusa e condivisa fondata sulla prevalenza dei più forti e sullo sdoganamento della disonestà a tutti i livelli nel più assoluto disprezzo degli interessi della collettività a favore di quelli dell’individuo. Una cultura che è diventata, per quasi venti anni, il cemento che ha unito italiani e uomini dei partiti di governo del centro destra. Quanto questo abbia influito sui conti che adesso la maggioranza dei cittadini sta ripagando (ma non i ricchi, sempre esentati) è immaginabile, ma lo dice bene una sola cifra: 460 milioni di euro spesi dalla cricca della Protezione Civile per organizzare il G8 (mai tenuto) alla Maddalena. 460 milioni rubati, buttati, sprecati dissolti.

Come questo non sia stato capito dagli italiani e non abbia suscitato una ribellione capace di rovesciare il governo non è un mistero perché la formazione dell’opinione pubblica è stata il primo compito che hanno affrontato “scientificamente” i fondatori del nuovo ordine. Il possesso dei canali televisivi privati e di molti quotidiani e periodici e il controllo assoluto della TV pubblica hanno supportato la conquista e la gestione del potere. La corruzione con l’uso dissennato del denaro pubblico ha fatto il resto selezionando un personale politico e una burocrazia del tutto asserviti.

Due casi, quindi, nei quali la sostanza di un regime democratico è messa in mora dal potere del denaro e dal monopolio dell’informazione. Cosa possono fare coloro che non dispongono né dell’uno né dell’altra, ma hanno solo il loro diritto di partecipare alle decisioni politiche?

Questo, sempre più, appare il problema cruciale delle democrazie. E non si tratta di una questione formale, ma molto concreta. Gli strumenti classici della partecipazione o sono in crisi o non bastano più. I partiti sono in crisi non perché non abbia più senso l’esistenza di organizzazioni sociali che si occupano della selezione dei programmi politici e dell’organizzazione della partecipazione popolare di cui parla l’art. 49 della Costituzione. I partiti sono in crisi perché sono diventate macchine elettorali o comitati di affari. Non tutti, ma si può dire che i due aspetti sono presenti in misura diversa nelle formazioni politiche che riscuotono la maggioranza dei consensi.

Abbiamo avuto l’esempio di quello che era ritenuto un partito popolare, la Lega, che per molti anni non ha tenuto congressi e nella quale si è tentato di instaurare una successione ereditaria al vertice. Per non parlare del maggior partito di governo, il Pdl, che è stato sempre un partito di proprietà di Silvio Berlusconi.

Le elezioni non rappresentano più il momento solenne delle scelte democratiche perché non poggiano su una struttura sociale-istituzionale fondata sulla partecipazione. Spesso gli elettori votano sulla base di suggestioni, di illusioni e di disinformazione e non sono educati alla valutazione e alla selezione delle opzioni politiche  e programmatiche.

Questo il quadro. Per cambiare qualcosa bisogna partire dalle ultime righe, ma volte in positivo: informazione, educazione alla valutazione delle politiche e dell’attuazione delle scelte. Il fine è costruire una cultura civile condivisa che prescinda dagli schieramenti politici. Un esempio: pagare le tasse e non rubare i soldi pubblici sono valori e principi di base della convivenza civile, non sono scelte politiche che dipendono dagli schieramenti di partito. Su queste basi è realistico pensare di poter dar vita a nuovi partiti o di rinnovare quelli esistenti anche partendo da un ruolo inedito dell’opinione pubblica che utilizza tutti gli strumenti a sua disposizione per conoscere i fatti, far circolare le informazioni, individuare e confrontare le soluzioni ai problemi di governo della società.

Claudio Lombardi

La Tav e la grande scoperta del débat public (di Claudio Lombardi)

Ci volevano anni di tensioni e scontri sulla Tav in Piemonte per scoprire che il coinvolgimento delle comunità locali interessate dai lavori per realizzare opere pubbliche è un elemento essenziale. Così si è “scoperto” il metodo francese del débat public e il governo ha annunciato di voler introdurre qualcosa di analogo anche in Italia.

In realtà qualcosa di simile già esiste in una legge della Regione Toscana, la n. 69/2007, che ricalca il modello della legge francese.

Intendiamoci, niente di miracoloso perché l’efficacia di ogni legge dipende dalla sua attuazione e dai comportamenti dei diversi attori dei processi partecipativi, ma la strada è quella giusta. Sarà per questo che sul versante francese non ci sono state le proteste che ci sono da noi per la Tav? Soltanto per questo magari no, ma anche per questo sì.

In Francia il débat public è previsto da una legge del 1995 (modificata nel 2002). Oltre ad introdurre il principio della partecipazione è stata creata un’istituzione, la Commission nationale du débat public (Cndp, trasformata nel 2002 in una vera e propria autorità amministrativa indipendente), con il compito di presiedere alle modalità organizzative e al regolare svolgimento del dibattito pubblico.

Una legge che ha risposto alla domanda sociale di partecipazione che si è diffusa in Francia come negli altri paesi europei negli ultimi venti anni.

Una domanda che non si è indirizzata solo alle organizzazioni tradizionalmente deputate alla mediazione fra istanze sociali e istituzioni – partiti e sindacati – ma ha cercato e trovato vie autonome di svolgimento sia sotto il profilo soggettivo con la nascita e il ruolo crescente di movimenti organizzati, comitati e associazioni, sia sotto quello oggettivo mettendo al centro il rapporto diretto fra istituzioni e cittadini.

È un fatto che i cittadini non accettano più di vedersi imporre dai poteri pubblici decisioni suscettibili di incidere sul loro ambiente o stile di vita, né sono disposti ad affidarsi solo al meccanismo della delega: vogliono sapere e prendere parte alle decisioni che li toccano più direttamente.

Anche per questo la nozione di interesse generale che, in passato, si accettava fosse definito dallo Stato, deve conciliarsi con diversi tipi di interessi generali che esistono e vanno combinati tra loro.

Proprio questa è la ragione per cui serve un dibattito pubblico nel quale raccogliere e far esprimere i diversi punti di vista mettendoli a base di una decisione che non estromette gli organismi istituzionalmente responsabili, ma richiama la loro attenzione (e la loro responsabilità) su elementi essenziali per la decisione che non rimangono nascosti o relegati alla protesta di piazza,  ma vengono portati alla luce e razionalizzati all’interno di una procedura che mette tutti i pareri allo stesso livello.

In Francia la Commission nationale du débat public ha il compito di vigilare sul rispetto del principio di partecipazione pubblica al processo di elaborazione dei progetti infrastrutturali d’interesse nazionale dello Stato, delle comunità territoriali, degli enti pubblici e dei privati, qualora abbiano una forte valenza sociale ed economica, o un significativo impatto sull’ambiente o sull’assetto del territorio.

In pratica, la Cndp che è un’autorità amministrativa indipendente è chiamata ad agire da terzo garante tra il committente dell’opera e i cittadini per ogni categoria di opera pubblica. Automaticamente ove il costo dell’opera superi determinate soglie oppure su richiesta del committente, di dieci parlamentari, di una comunità locale interessata o di un’associazione di tutela ambientale riconosciuta a livello nazionale.

Quando è chiamata a intervenire, la Cndp deve valutare se il progetto che le viene sottoposto richieda o meno la convocazione di un dibattito pubblico ovvero se anche un progetto già in fase avanzata può giustificare un dibattito pubblico quando la popolazione interessata non è stata sufficientemente consultata.

Gli obiettivi del dibattito pubblico, che si rivolge a tutti i cittadini senza mediazioni, sono essenzialmente di: informare; consentire la raccolta di osservazioni, critiche e suggerimenti; fornire elementi alla decisione finale sull’esecuzione dell’opera.

Non è, quindi, il dibattito pubblico la sede nella quale si assume una decisione (che resta attribuita alle istituzioni competenti), ma è la modalità con la quale la decisione viene legittimata e resa trasparente per tutti perché tutti hanno potuto avere le informazioni ed esprimere il proprio punto di vista. È ovvio, inoltre, che l’istituzione che prende la decisione finale lo fa assumendosi le proprie responsabilità di fronte a cittadini informati e resi competenti dal processo partecipativo.

Va notata la profonda differenza tra dibattito pubblico e sondaggi e referendum. I sondaggi non costituiscono partecipazione. I referendum consistono in un voto nel quale si decide o si dà un’indicazione univoca. Tuttavia senza dibattito pubblico viene a mancare quella fase di conoscenza e approfondimento che è alla base di qualunque ulteriore sviluppo. Anche i tempi sono importanti perché un processo partecipativo ha tempi decisamente più lunghi di un referendum e non richiede di schierarsi per un sì o per un no, ma consente un libero sviluppo delle opinioni che possono formarsi e cambiare in base al confronto stesso e dove contano la qualità degli argomenti espressi. Il dibattito pubblico indirizza verso una fase di ascolto e di dialogo e, quindi, non implica la conquista dei voti.

A questo punto bisogna domandarsi perché questo bell’esempio non sia stato raccolto in Italia (se non dalla regione Toscana). La risposta non è facile ed è fatta di vari “pezzi” che, messi insieme, costituiscono la modalità con la quale si affrontano le decisioni pubbliche nel nostro Paese.

Un primo pezzo è sicuramente l’egoismo di quanti siedono nelle istituzioni e le gestiscono e non vogliono privarsi del potere di decidere e di concedere, ma anche del potere di contrattare con entità organizzate e di mediare senza incorrere nelle difficoltà di un dibattito pubblico, aperto e trasparente.

Un secondo pezzo è l’inerzia degli apparati che difendono l’opacità delle loro procedure che tengono lontani i cittadini.

Un altro ancora è l’attitudine dei cittadini a non impegnarsi nella ricerca della via migliore limitandosi ad oscillare tra la supina acquiescenza nei confronti di chi dispone del potere e la ribellione che si accende quando si modifica l’assetto esistente.

L’obiettivo di costruire modalità nuove di partecipazione e di coinvolgimento dei cittadini nelle politiche e nelle decisioni pubbliche ha carattere strategico perché può far guadagnare significativi vantaggi al sistema-Paese. Per questo dovrebbe essere al centro dell’interesse delle istituzioni e di qualunque entità organizzata finalizzata ad intervenire nelle scelte politiche. Non solo i partiti quindi, ma anche il vasto mondo dell’associazionismo e dei movimenti che, spesso, oscillano tra cura del proprio spazio vitale e contrapposizione che disconosce sedi e strumenti della democrazia rappresentativa.

Claudio Lombardi

Sacconi a Venezia: come ti ‘blindo’ i cittadini attivi (di Vittorino Ferla)

La Conferenza di apertura dell’Anno Europeo del volontariato, svoltasi a Venezia il 31 marzo e il 1 aprile scorsi, è nata male. Un programma costruito a tavolino, senza alcun coinvolgimento delle associazioni e dei volontari. Un evento a numero chiuso, fatto del tutto inaudito, al quale si partecipa solo se si è in quota a canali, più o meno ufficiali, di legittimazione. Tant’è che sul sito della Conferenza ci si poteva registrare, certo, ma solo a una condizione: sottoscrivere il form nella parte in cui annuncia che i posti sono limitati. “Per motivi di sicurezza”, stava scritto.

 Una zona rossa per la cittadinanza attiva

La verità è un’altra. Anche per il mondo della cittadinanza attiva esiste una ‘zona rossa’. Serve per dividere gli interlocutori e indebolirli. Per ridurre all’impotenza le organizzazioni che avrebbero qualcosa da dire. Blindare la Conferenza è un modo in più, non solo simbolico, ma pratico, per blindare la partecipazione dei cittadini.

Dentro questa ‘zona rossa’ sono ben accolti soltanto gli amici (gli altri possono stare si, ma senza fare troppo rumore) e gli ideologi di questa nuova stagione politica.  E’ la stagione dell’uso privatistico delle istituzioni, dei beni comuni e dei servizi pubblici. L’obiettivo è chiaro: indebolire l’azione delle amministrazioni pubbliche, smontare una serie di garanzie di tutela di diritti fondamentali, favorire quelle imprese amiche che, con la veste buona dell’ente caritatevole o dell’utilità sociale, raccolgono i resti di alcuni servizi essenziali.

 Un visione privatistica della sussidiarietà

In questa prospettiva privatistica il concetto di sussidiarietà viene utilizzato impropriamente, in modo del tutto contrario al dettato costituzionale. La sussidiarietà diventa strumento a vantaggio delle corporazioni, occasione di scambio con una politica consenziente, metodo di spartizione di risorse pubbliche per premiare imprese che si dicono sociali. Soprattutto, vengono meno le responsabilità dello Stato, le reti di protezione vengono strappate, i più deboli sono lasciati a se stessi e alle loro famiglie. Basterebbe leggere il Libro Bianco sul Welfare del ministro Sacconi per rendersi conto di questa new wave del ‘si salvi chi può’. Senza oneri per lo Stato. Sarà per questo che, in questi mesi, il Ministero dell’Economia ha cercato di tagliare tutto il possibile, specie se aveva a che fare con le politiche sociali. Lo stesso 5×1000 è allargato e ridotto a capriccio a seconda delle necessità del momento. Sacconi è stato chiaro a Venezia: “lo stabilizzeremo per legge ma il fondo da distribuire sarà deciso di anno in anno e le associazioni non devono farci troppo affidamento”. Più chiaro di così…

 Un ruolo gregario

In compenso, qualche risorsa per gli ospedali privati o per le scuole confessionali si trova anche in tempi di crisi, con la scusa che le imprese – specie quando sono amiche – sono sempre efficienti. Non importa, ovviamente, se non garantiscono l’accesso universale ai servizi e la tutela eguale dei diritti. In questo contesto, i volontari sono ‘quelli che puliscono il culo’, come il ministro Sacconi ha avuto la delicatezza di dire. Sono, tutt’al più, i ‘pesci pulitori’ nell’acquario predisposto dai poteri in sella. O i giardinieri che tengono fresco l’orto intorno al Palazzo in cui si chiudono gli affari veri. Cittadini attivi, ma privati di qualsiasi ruolo pubblico e politico che darebbe solo fastidio al Palazzo.

Non è un caso, dunque, che le relazioni principali della Conferenza del volontariato siano espressione di una precisa opzione culturale. L’unica buona per un progetto di riforma ispirato dalla retorica tipica del conservatorismo compassionevole di provenienza anglosassone. Qualcosa che vorrebbe assomigliare alla Big Society promossa in UK da David Cameron. Ma l’iniziativa del governo britannico, assai contestata in patria per il suo contenuto anti-equitativo, ha ben altra ambizione e ben altri strumenti in campo.

 Impegni costituzionali

Noi sappiamo invece che la Costituzione italiana, quando parla di sussidiarietà, offre una prospettiva  completamente diversa: l’alleanza tra cittadini e istituzioni per la soluzione di problemi di interesse generale, un concorso di responsabilità condivise che ha come obiettivo la cura dei beni comuni, una democrazia partecipata che si pone la meta dello sviluppo sociale, civile e ambientale per tutti. Ma di questa sussidiarietà progressiva a Venezia se n’è vista molta tra i volontari, molto poca da parte delle Istituzioni. Anche perché tante organizzazioni di cittadini che la pensano così hanno partecipato con il ‘mal di pancia’. Oppure hanno preferito restarsene a casa. Per far sentire più forte il proprio ‘NO’.   

VittorinoFerla.blogspot.com

Energia rinnovabile sì, ma senza distruggere il territorio: il caso di Scansano (di Maria Platter)

Negli ultimi mesi si è verificata nella Provincia di Grosseto, “Distretto rurale d’Europa”, una corsa alla richiesta d’installazione di centrali fotovoltaiche di grandi dimensioni anche su colline coltivate e abitate, ricche di vigneti, uliveti e antichi poderi ristrutturati come strutture ricettive al turismo.

Questa scelta, poiché non ammessa in queste forme nei Piani Territoriali esistenti, deve comportare un cambiamento di destinazione d’uso da “agricolo” a “industriale” dei terreni interessati, che verranno venduti o ceduti, tutti o in parte, a grandi società industriali che vi costruiranno le centrali.

In molti Comuni della Maremma, come Manciano, si stanno studiando i luoghi dove installare i pannelli fotovoltaici ma in altri, come Scansano, si sta già procedendo ad attuare i cambiamenti al Piano Strutturale, cambiamenti necessari per avviare le costruzioni delle centrali.

Solo per fare un esempio: sul territorio di Manciano (7.600 ab.) vi sono richieste di trasformazione di terreno agricolo da rendere industriale per circa 1000 ettari e su quello di Scansano (4.383 ab. ) richieste per circa 460 ettari.

E proprio a Scansano il Consiglio Comunale ha approvato con delibera 36 del 20/8/2010, l’”avvio del procedimento di variante … per realizzazione di centrali fotovoltaiche nel territorio rurale”.

Con tale decisione l’Amministrazione Comunale destina 460 ettari  alla conversione industriale.

In particolare 89 di questi ettari, in località Preselle, sono concentrati in un unico appezzamento per costruire la più grande centrale fotovoltaica d’Italia (più grande anche di quella di Montalto di Castro) in una zona collinare tra le più belle del territorio ‘scansanese’ tra uliveti IGP e vigneti di Morellino.

La costruzione di questa grandissima centrale fotovoltaica, proprio perché prevista in zona collinare, presuppone notevolissimi lavori di sbancamento terra, nuove strade di servizio oltre, necessariamente, alla connessione in rete alla lontanissima centrale Enel tramite piloni di grandi dimensioni, che dovranno attraversare altre bellissime colline e poggi per svariati chilometri.

E’ da notare che le decisioni del Consiglio Comunale di Scansano, di cui sopra, sono state assunte senza aver prima avviato alcuna discussione pubblica, prevista anche da una legge regionale toscana (n.69 del 27/12/2007), e tanto meno sono stati informati i cittadini residenti nella zona più colpita dal cambiamento strutturale che ne hanno avuto notizia solo dalla pubblicazione della Delibera Comunale.

E’ davvero difficile per cittadine/i come me, che con convinzione e impegno personale ritengono utile e necessario l’impiego delle ‘energie rinnovabili’, comprendere la decisione presa dal Consiglio Comunale di Scansano di svalutare il nostro prezioso territorio cambiando la destinazione d’uso da agricolo a industriale, per costruire centrali fotovoltaiche su una così vasta estensione di terreni collinari.

Una politica di energie rinnovabili e di sostegno all’agricoltura non può e non deve prescindere dal rispetto del territorio e dei suoi abitanti: qui non si tratta, infatti, di trasformare a ‘industriali’ terreni incolti, abbandonati, degradati, contaminati, disabitati… bensì colline e poggi, tra i più belli della Maremma, tuttora abitati e coltivati da chi ci abita e li mantiene con il suo lavoro.

In tal modo lo scempio ambientale che verrebbe perpetrato ai danni del nostro territorio sarebbe senza precedenti, rendendolo irriconoscibile e invivibile.

Per non parlare di tutte le infrastrutture che sarebbero necessarie per convertire e connettere in rete l’energia prodotta dai pannelli e senza contare che alcune zone più ‘invase’ di altre dalle centrali fotovoltaiche sarebbero ben presto disabitate perché non più appetibili neanche per viverci.

E così finirebbe anche il ruolo di tutela della qualità dell’ambiente e del paesaggio come equilibrio tra le attività umane e la trasformazione delle risorse essenziali che si è assunta l’agricoltura negli ultimi decenni dopo l’abbandono delle campagne degli anni del boom economico fondato sull’industria manifatturiera.

Invece di dare spazio ad enormi impianti fotovoltaici sarebbe più utile che ogni azienda agricola, grande e piccola, invece di essere costretta a vendere la terra, fosse facilitata nell’installazione di propri impianti fotovoltaici di dimensioni sufficienti ai propri bisogni, ma anche in grado di riversare nella rete le eccedenze di energia prodotta. La stessa cosa si potrebbe fare mettendo pannelli sui tetti delle nostre case e sugli edifici pubblici seguendo una strategia di diffusione capillare di microimpianti connessi in rete.           Si produrrebbe lo stesso tanta energia pulita e non si avrebbero le complicazioni di impianti di grandi dimensioni su enormi estensioni di terreno. Rimarrebbero sia l’agricoltura che il turismo.

Credo che l’informazione, la discussione, il confronto, la condivisione, il rispetto delle regole e delle persone siano premesse indispensabili per fare ciò. E anche per dimostrare davvero che la partecipazione democratica è un principio fondante della nostra politica toscana.

Mi auguro, pertanto, che il Sindaco e i Consiglieri Comunali, col supporto della Provincia e della Regione, presa visione dei contributi pervenuti dai cittadini e avviata finalmente una limpida discussione pubblica, possano decidere di non adottare il provvedimento avviato, in quanto pericoloso sia per l’equilibrio del territorio che per la stabilità sociale.

 Maria Platter Cittadinanzattiva Toscana

Riforme : basta la parola ? (di Claudio Lombardi)

Ancora una volta, come fosse una gran novità, si riparla di riforme istituzionali.
Leggendo i libri di storia pare che negli anni ’80 già se ne parlasse molto. E’ noto che già a quell’epoca risale la creazione di una commissione parlamentare di studio che doveva definire un ampio  progetto di riforme costituzionali. Qualcuno si spingeva oltre e rivendicava l’avvento di una Grande Riforma che ponesse rimedio alla lentezza delle istituzioni e alla vecchiezza della Costituzione. Questa, in effetti, aveva all’epoca quasi quarant’anni che, se non sono tanti per una persona, non dovrebbero esserlo nemmeno per la legge fondamentale di una nazione. Però, tirare in ballo il vecchio che impedisce al nuovo di affermarsi fa sempre un bell’effetto e consente di non andare tanto per il sottile chiarendo bene cosa si vuole fare, perché e come. Così, se tanti provano disagio per le azioni reali degli uomini e delle donne eletti per governare, basta appellarsi alla necessità di riforme e al vecchiume della Costituzione e delle istituzioni per alzare le mani e dire che sì, sarebbe bello governare bene e fare ognuno il proprio dovere nell’interesse della collettività, ma come si fa se non si riesce a riformare niente ?

Ed eccoci al tema delle riforme che, in effetti, torna ad ogni passaggio difficile della vita pubblica, delle istituzioni e della politica. Il centro dell’attenzione, tuttavia, è sempre attirato più sulla necessità un po’ generica di un rinnovamento e meno su che cosa si propone concretamente di fare. Così, però, si confondono strategie e opzioni diverse tutte presentate come riforme indispensabili.

Così era stata presentata la riforma della legge elettorale per esempio, definita poi da uno dei suoi autori una “porcata”, dopo l’approvazione e l’entrata in vigore ovviamente, non prima. Si tratta di una riforma che ha trasformato l’elezione al Parlamento in una nomina a scatola chiusa da parte dei vertici dei partiti dato che è stata sottratta ogni possibilità di scelta all’elettore. Ciò dimostra che, dietro l’opacità del dibattito si fanno strada, in realtà, disegni e intenzioni ben precise che non vengono, però, presentate per quello che sono, ma, rivestite da una bella confezione con sopra scritto “riforma finalmente” a caratteri cubitali, proposte come il rimedio giusto per dare all’elettore l’impressione che le cose stiano cambiando e distrarlo dalla sostanza di ciò che si sta facendo. E, dato che i cittadini non sono messi in grado di capire bene cosa e come cambia, chi ci guadagna e chi ci perde, si devono contentare solo del fatto che una riforma è stata finalmente fatta.

Qui sta il segreto del gran parlare di riforme come rimedio indispensabile per i problemi dell’Italia.
Che, se fossero affrontati per quello che sono, potrebbero trovare molte soluzioni con le politiche pubbliche che gli organi elettivi, Parlamento innanzitutto, devono definire e il Governo deve attuare.
Perché ciò che spesso si dimentica è che gli strumenti per agire ci sono e sono di sostanza non di pura forma. E poi ci sono le persone che fanno la differenza con il loro impegno, la loro volontà e l’esempio. Ma perché non si tira mai in ballo la capacità e la volontà delle persone che, incarnando la politica, hanno il compito di dirigere le istituzioni ? Cosa impedisce oggi che le istituzioni siano fatte funzionare come i motori del rinnovamento ?
Sorge il dubbio che la politica non abbia sempre selezionato i migliori e che tanti abbiano fatto e facciano il loro interesse, non quello dei cittadini. Non nasce forse da qui la crisi di fiducia che ha colpito i partiti e le stesse istituzioni democratiche da quasi un ventennio ?
Due esempi. La riforma della giustizia viene invocata a gran voce come se fosse una vera emergenza per il Paese. In effetti c’è bisogno che la giustizia, specie quella civile, funzioni meglio perché la certezza del diritto e la stabilità sociale passa anche per la rapida soluzione delle controversie e per la tutela delle regole che vengono violate. Tutti immaginiamo che questo gran parlare di riforma della giustizia alluda alle procedure, alle attrezzature, al personale, a tutto il complesso delle misure organizzative che presiedono allo svolgimento di questa funzione centrale per la vita della società. Garantendo, ovviamente, è quasi superfluo dirlo, l’imparzialità e l’autorevolezza dei magistrati che sono tenuti a far rispettare la legge. Immaginiamo anche che si faccia ogni sforzo per dotare l’apparato giudiziario dei mezzi migliori e delle persone giuste per svolgere la sua essenziale funzione.
Ma è così ? Non sembra proprio.

Altra riforma che si invoca a gran voce è quella che dovrebbe conferire al Capo del Governo maggiori poteri per l’attuazione del programma. Si sostiene, anche, che i maggiori poteri dovrebbero scaturire da una più esplicita investitura popolare che liberi il Presidente del Consiglio dai vincoli e dagli impedimenti che oggi provengono da molte direzioni, ma essenzialmente dalla maggioranza parlamentare e dai partiti che la compongono nonché dalle altre istituzioni che esercitando le loro funzioni impedirebbero la scorrevolezza e l’immediatezza dell’azione di governo.
Anche qui una domanda si impone: siamo proprio sicuri che di questo c’è bisogno e che questo è il vero problema ?
E perché mai attribuire maggiori poteri ad una persona sola dovrebbe risolvere problemi che la classe dirigente nel suo complesso non riesce a risolvere ?
Veramente crediamo che in una democrazia possa essere uno a decidere per tutti ?
E’ significativo che si coltivi questa illusione mentre nessuno sembra tenere in grande considerazione quello che i tanti che si dedicano alla politica per professione possono fare per migliorare le cose. E poi non si tiene in minimo conto ciò che possono fare tutti gli altri .
In questo gran parlare di riforme, infatti, non si sente nemmeno nominare la partecipazione dei cittadini. Tutto è demandato ai professionisti della politica e l’unica partecipazione richiesta al cittadino è quella del voto.
E invece la partecipazione del cittadino dovrebbe essere il cemento che collega i vari “pezzi” della società, il senso che fa avvertire a tutti che esiste un’entità nazionale reale e non immaginaria, la spinta che riporta al minimo comune denominatore l’identità di chi abita un territorio.

La partecipazione dovrebbe essere un elemento costitutivo di un regime democratico che non è mai monolitico (eleggiamo il Capo supremo poi lui pensa a tutto), ma è pluralista nel senso che esistono poteri di tipo diverso, istituzionali e sociali, che interagiscono fra loro per definire e perseguire il bene comune. E questa interazione è molto più efficace di qualsiasi capo supremo perché trasforma i cittadini-sudditi in cittadini-protagonisti cioè in quelli che comunemente si definiscono cittadini attivi. La partecipazione, quindi, non è solo una possibilità, ma è l’espressione della stessa cultura civile di un popolo, è il “noi” che sempre si accompagna all’ “io” perché lo si è appreso nella vita reale e lo si vive giorno per giorno. Qualcuno vuole cominciare a parlare anche di questa grande riforma civile ?

Perché nessuno parla di questa vera grande riforma ?

Claudio Lombardi responsabile interregionale di Cittadinanzattiva di Umbria, Toscana e Marche per la partecipazione 

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