Stadio della Roma: un film già visto

Un film già visto. Un costruttore, una grande opera privata che senza il consenso dell’amministrazione pubblica non si può fare, un presidente di un’importantissima società di servizi di proprietà comunale messo lì dai suoi protettori politici, altri politici di vario livello presi nella rete di un ricco costruttore. E poi finte consulenze e varie altre mascherature per nascondere finanziamenti e favori. La magistratura intuisce, sospetta e poi agisce. Gli arresti, le intercettazioni sulla stampa eccetera eccetera. Lo scandalo dello stadio della Roma non è che l’ennesimo episodio di una telenovela che dura da decenni.

È clamoroso che l’inchiesta per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione tocchi adesso il M5S. L’avvocato Lanzalone, al quale è stata data in premio, come ha affermato Di Maio, la presidenza dell’Acea come se fosse un feudo di proprietà dei 5 stelle, è uomo di fiducia di Casaleggio e di Grillo. Fu inviato a Roma per tappare la falla creata dal caso Marra (il braccio destro della Sindaca Raggi arrestato e rinviato a giudizio per corruzione). La Sindaca anche adesso prova ad uscirne politicamente indenne come già fece al tempo di Marra. È solo uno dei 23 mila dipendenti del Campidoglio disse del suo braccio destro. Me lo hanno imposto, io manco lo conoscevo dice di Lanzalone. Strana idea della responsabilità politica. Una sindaca che non conta nulla che viene manovrata da un faccendiere o che esegue gli ordini di Grillo e Casaleggio.

Questa vicenda è importante perché rivela la nascita di un sistema di potere a 5 stelle. Camuffata dall’arroganza di una propaganda martellante che ha eretto le bandiere della trasparenza e dell’onestà esiste una realtà opaca dove le decisioni che contano vengono prese da pochissime persone e dove cominciano a girare gli affaristi senza scrupoli, gli arrampicatori, i disonesti di domani. Dopo essere nati e cresciuti al grido di “sono tutti uguali, tutti corrotti e se ne devono andare tutti a casa” i pentastellati, appena conquistato il potere, hanno cominciato ad ammorbidirsi. Le loro regole sono state adeguate e, ciò che prima era motivo di feroci attacchi ai politici, adesso se li riguarda, viene giustificato. A metà strada tra una setta e una società privata pensano di essere dei rivoluzionari che stanno compiendo una missione in nome del popolo e dunque si assolvono da molte responsabilità.

Fermo restando che non si possono pronunciare condanne sulla base di un’inchiesta appena avviata e che la magistratura ci ha abituato a “lanci” di processi mediatici finiti poi nel nulla, lo scandalo dello stadio della Roma nella sua “ordinarietà” dice molto di più. Ci racconta di una politica debole che continua ad essere facile preda di affaristi, di traffichini, di professionisti in caccia di consulenze, di dirigenti di uno dei tanti apparati di cui si compone lo Stato e quel mondo di aziende che dalla politica dipende.

La debolezza di quel poco che è rimasto dei partiti e della politica spiega ciò che può apparire incomprensibile. È chiaro che i politici hanno troppo potere (rappresentato contabilmente dalla spesa pubblica) e non sono in grado di gestirlo. Per dirlo con più chiarezza: sono nelle mani delle burocrazie. E sono facile preda di arrampicatori, consiglieri, facilitatori che offrono i loro servizi consapevoli di quanto il politico al quale si rivolgono sia incompetente e oscillante tra lo smarrimento e l’arroganza. Per questo la questione decisiva nascosta allo sguardo dell’opinione pubblica è quella dei posti da spartirsi. Compito dei politici è quello di dire che a loro non interessa la spartizione dei posti mentre i loro fiduciari nell’ombra solo di questo si occupano. Basta guardare al caso Lanzalone. Passare dall’essere uno dei tanti avvocati in cerca di clienti alla presidenza di Acea significa essere proiettati nel mondo di quelli che contano, accaparrarsi retribuzioni al top e conquistare il potere di influenzare o decidere l’attribuzione di incarichi di responsabilità, di posti di lavoro ed anche di orientare le decisioni politiche e amministrative dalle quali possono dipendere le fortune di gente come il costruttore Parnasi.

Questa è la faccia nascosta del potere. E se ai politici è demandata solo la conquista dei voti si capisce che la politica può diventare puro marketing per creare e piazzare i prodotti che più facilmente possono essere venduti sul mercato del consenso. Se la parola stessa partito è stata ricoperta di infamia ed è stata sostituita da movimenti carismatici o da comitati elettorali non sorprende che il potere divenga un terreno di caccia. D’altra parte l’opinione pubblica è manovrabile. Con una campagna pubblicitaria può credere a tutto. Quale era lo slogan della Raggi in campagna elettorale? “Cambieremo tutto”. Una persona ragionevole non lo avrebbe detto perché era fuori dalla realtà, ma lei vinse. E il M5S non ha forse fatto eleggere a cariche istituzionali persone prive di alcuna competenza politica facendo credere che proprio l’incompetenza fosse un requisito fondamentale per accedervi? E chi dirige dietro le quinte sia questi che la cosiddetta democrazia diretta attraverso internet? Niente altro che quel centro di comando opaco che ha inviato a Roma l’avvocato Lanzalone dandogli in premio la presidenza di Acea.

Questo il M5S che rappresenta la punta più avanzata del cambiamento in peggio che sta sconvolgendo la nostra democrazia. Dunque che si può fare? Creare una politica che educhi il cittadino alla partecipazione, potenziare l’informazione e la formazione perché l’ignoranza è il brodo di cultura della separazione tra potere e consenso e l’incubatore dei fanatismi e dei regimi autoritari, abituare le persone ad essere protagonisti in grado di conoscere, valutare, giudicare. E costruire dei partiti che non siano solo delle macchine di potere o dei comitati elettorali. Sì ci vogliono i partiti. Organizzazioni di massa, articolate, diffuse, adatte a questi tempi nuovi nelle quali ognuno possa diventare un promotore di politica. Non i leader: i partiti

Claudio Lombardi

La partecipazione dei cittadini sostanza della democrazia

La festa della Repubblica è l’occasione per riflettere sulla sostanza della democrazia che da 70 anni è il principio che governa la nostra vita politica e istituzionale. Due sono i modi con i quali questo principio si realizza: il voto per eleggere le assemblee che gestiranno il potere in nome del popolo sovrano; l’organizzazione dei cittadini per concorrere a determinare le scelte politiche. Sono questi gli snodi cruciali del nostro essere Stato democratico.

festa della repubblicaSe per il voto le idee sono chiare così non è per la partecipazione dei cittadini alla politica. Troppo spesso confusa con il ruolo dei partiti si è offuscato il suo carattere “totalizzante” ovvero che non può essere racchiusa nell’unica espressione organizzativa data dalla forma partito. Bisogna rileggere l’articolo 49 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Questa formula poteva essere esaustiva nel 1948 quando la novità assoluta fu la rinascita dei partiti e la libertà di formazione del consenso. Oggi non basta più e l’art.49 ormai non è più adeguato ad esprimere la ricchezza democratica della società italiana. Nell’ambito di una riforma costituzionale vasta come quella su cui dovremo votare ad ottobre doveva essere riscritto anche questo articolo.

partecipareDue riflessioni vanno fatte al riguardo: la prima è che il diritto dei cittadini a concorrere a determinare la politica nazionale (e quelle regionali e locali) esiste di per sé ed è attributo che deriva dalla condizione di cittadinanza; la seconda è che i partiti ovvero le formazioni politiche che si presentano al voto degli elettori sono uno strumento. Affermare una gerarchia fra queste due fasi è necessario perché dopo 70 anni di repubblica si sono create altre forme di partecipazione che concorrono a determinare le scelte politiche a tutti i livelli. Se alle formazioni politiche che ottengono il voto per andare a comporre le assemblee elettive spetta un ruolo centrale è giunto il momento di riconoscere che vi sono altre sedi di espressione e di formazione della volontà politica dei cittadini che si pongono in rapporto dialettico con le istituzioni elettive e di governo.

Da molti anni associazioni, comitati e movimenti sono a tutti gli effetti sedi nelle quali si fa politica, si elaborano soluzioni e ci si impegna perché abbiano successo. E le istituzioni elettive e di governo non potrebbero fare a meno di un rapporto costante con queste espressioni di partecipazione. Pensare che tutto si svolga all’interno e tramite i partiti politici è illusorio e fuori dalla realtà attuale. E comunque sarebbe ora che, dopo 70 anni, si definisse una disciplina che regoli i partiti i quali sono associazioni private non regolamentate investite, però, di funzioni politiche rilevanti. Questa asimmetria va superata con la definizione di regole precise che i partiti devono rispettare per presentarsi come tali e chiedere il voto dei cittadini.

coinvolgimento cittadiniTuttavia non bastano nemmeno partiti, associazioni, comitati e movimenti perché occorre andare alla radice e ricercare il coinvolgimento di ogni singolo cittadino. Questa ricerca diventa un principio guida, un indirizzo che apre canali di comunicazione e di condivisione e può dare un’anima nuova alla Repubblica perché la partecipazione è la sostanza della democrazia. Occorre perciò riorganizzarne le modalità di funzionamento per incorporare una ricchezza di partecipazione che va oltre la dimensione partitica o genericamente quella organizzata.

Vanno costruite modalità che diano una base comune di informazione, di formazione e di trasparenza a disposizione di tutti e per dare voce a tutti. Abituarsi a decidere INSIEME ai cittadini significa puntare alla costruzione di una cultura civica più forte e radicata che faccia più forte e vero il legame tra cittadini, politica e istituzioni pubbliche. Non è utopia, ma una necessità che si basa su parole chiave valide per tutti: diritti e doveri; poteri e responsabilità. È questo che può garantirci altri decenni di libertà e di democrazia

Claudio Lombardi

Finanziamento dei partiti o finanziamento della politica e della partecipazione? (di Claudio Lombardi)

La lunga storia del finanziamento pubblico dei partiti politici si arricchisce di un nuovo avvincente capitolo e riattizza un dibattito che non si è mai fermato.

 I punti di riferimento. Nel 1974 nasce la prima legge (n. 195/1974) sul finanziamento dei partiti. Nel 1978 si tiene il primo referendum per abrogarla, ma non passa. Nel 1981 arriva la seconda legge (n. 659/1981) sul finanziamento che ne raddoppia l’importo. Nel 1993 il finanziamento dei partiti viene abrogato con un referendum promosso dai radicali che ottiene oltre il 90% di sì. Alla fine del 1993 viene approvata la terza legge (n. 515/1993) che trasforma il finanziamento in contributi per le spese elettorali. Un’altra legge (n. 2/1997) reintroduce il finanziamento pubblico ai partiti prevedendo un fondo rapportato al 4 per mille delle imposte sul reddito con adesione volontaria dei contribuenti (fallisce dato il basso numero di adesioni). Così la legge n. 157 del 3 giugno 1999 cambia il sistema e reintroduce un finanziamento pubblico completo per i partiti. Il rimborso elettorale previsto non ha infatti attinenza diretta con le spese effettivamente sostenute per le campagne elettorali. La legge 157 prevede cinque fondi: per elezioni alla Camera, al Senato, al Parlamento Europeo, Regionali, e per i referendum, erogati in rate annuali, per 193.713.000 euro in caso di legislatura politica completa (l’erogazione viene interrotta in caso di fine anticipata della legislatura). La normativa viene modificata dalla legge n. 156 del 26 luglio 2002 che trasforma in annuale il fondo e abbassa dal 4 all’1% il quorum per ottenere il rimborso elettorale. L’ammontare da erogare, per Camera e Senato, nel caso di legislatura completa passa da 193.713.000 euro a 468.853.675 euro. Ma non finisce qui:la legge n. 51 del 23 febbraio 2006 stabilisce che l’erogazione è dovuta per tutti e cinque gli anni di legislatura, indipendentemente dalla sua durata effettiva. Quest’ultima modifica che porta nelle casse dei partiti somme enormi perché si sovrappongono i ratei per le legislature finite prima della scadenza e per quelle nuove viene abrogata dalla legge n. 111/2011.

A questo punto è bene ricordare come si calcola il rimborso. 1 euro per ogni iscritto nelle liste elettorali della Camera dei Deputati da dividere in base ai voti ricevuti con un minimo dell’1%.

I fatti di cronaca si incaricano di smentire tanti discorsi retorici sul finanziamento della politica come condizione indispensabile per la democrazia non perché i principi cui ci si attacca non sono giusti, ma perché vengono usati strumentalmente da chi sa bene che sta facendo, nel migliore dei casi, l’interesse materiale della propria parte politica; nel peggiore dei casi l’interesse di approfittatori senza scrupoli e affaristi che speculano sulla democrazia per intascare soldi pubblici.

Lusi, che è pure, purtroppo, senatore della Repubblica, dichiara candidamente che ha sottratto per sue necessità 13 milioni ad un partito scomparso, la Margherita, non più presente in politica, ma ancora molto attivo nel percepire soldi pubblici che si accumulano sui conti di persone che non ne rispondono più a nessuno. In teoria se avessero semplicemente voluto spartirsi i soldi avrebbero potuto farlo confidando nell’assenza di controlli che assiste l’importante funzione “politica” di riscuotere falsi rimborsi per spese elettorali. Lusi si permette anche di rivendicare il valore del suo lavoro e si dichiara disposto a restituire 5 milioni, ma non vede alcun motivo per lasciare il seggio al Senato. Evidentemente gli deve sembrare naturale che un ladro sieda al vertice delle istituzioni. C’è da capirlo considerando la quantità di inquisiti per reati anche gravi che gli fanno compagnia nel Parlamento.

C’è poi un altro senatore, Conti del Pdl, vero genio degli affari visto che nello stesso giorno compra un palazzo a 26 milioni e lo rivende a 44 ad un ente che non sapeva dell’affare e strapaga qualcosa che poteva pagare 18 milioni di euro meno di quanto effettivamente paga. Ci vuole molto a capire di cosa si tratta? No ed è la conferma di che razza di gente è arrivata nelle istituzioni a seguito della legge elettorale vigente e dei partiti che hanno nominato i parlamentari di loro fiducia.

E, infine, c’è anche la Lega con l’accusa di truffa ai danni dello Stato e di appropriazione indebita perché, secondo i magistrati, i soldi del finanziamento pubblico (che nemmeno ci dovrebbe essere) sono stati presi e spesi per sé stessi da alcuni della famiglia Bossi o a loro molto vicini. In pratica hanno preso parte di quei soldi e li hanno rubati al partito.

Cosa si può dire su queste tristi vicende che affossano la politica e la democrazia?

Innanzitutto bisogna cambiare sistema e rimborsare ai partiti le spese effettivamente documentate per le campagne elettorali. Si possono poi introdurre altre forme di sostegno con vantaggi fiscali e servizi o prevedere rimborsi per spese di funzionamento minime e documentate. Un’altra parte di finanziamenti dovrà andare a progetti da realizzare insieme ai e per i cittadini. Potendo già contare sul finanziamento dei gruppi parlamentari e sui rimborsi di cui si è già detto i partiti devono impegnarsi in attività concrete e per queste possono chiedere il sostegno di fondi pubblici. Oltre questo non è possibile e ragionevole andare.

Infatti occorre affrontare il problema del finanziamento della politica sapendo che non può più coincidere col finanziamento dei partiti.

Perché mai il mondo dell’associazionismo e della cittadinanza attiva devono arrancare elemosinando contributi da questo e da quello? No, non è più sopportabile che il mondo dei faccendieri e degli sfruttatori della politica inutili e dannosi perché sfruttano la politica per succhiare soldi allo Stato conti di più e arraffi risorse pubbliche mentre chi opera nella società non ha mezzi anche se si impegna in azioni concrete. Anche qui ci vuole una svolta.

Creiamo un fondo per la politica cui si accede proponendo progetti annuali e pluriennali monitorati da autorità pubbliche e mettiamo i partiti sullo stesso piano delle associazioni e dei comitati di cittadini attivi. Diamo ai comuni risorse per fornire ospitalità e servizi alle associazioni della società civile in locali pubblici consentendo loro la condizione di base – la disponibilità di una sede – per attivarsi. Sottoponiamo tutto ciò a controlli accurati, ma rendiamo credibile l’ultimo comma dell’art. 118 della Costituzione (“Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”). Bisogna rendersi conto che con questa norma è superata l’esclusività del partito politico come strumento per una partecipazione politica che persegua l’interesse generale.

Un sistema che porta a mostruosità come l’erogazione di decine di milioni di euro nelle mani di persone che amministrano patrimoni di formazioni politiche estinte deve essere cancellato ed vergognoso che sia stato creato e che sia rimasto in vigore per troppi anni. Sarebbe lecito aspettarsi dai responsabili di questo scempio della democrazia qualche parola di rammarico e l’impegno a voltare pagina da subito. Sarebbe anche un bel gesto restituire allo Stato i fondi rimasti inutilizzati e usare il potere che è servito per creare questo sistema abnorme per approvare norme nuove per il finanziamento della politica, ma stavolta della politica e non delle cricche di affaristi che si celano dietro sigle fantasma.

Claudio Lombardi

Dalla protesta alla cittadinanza attiva per ridare alla politica prospettive generali (di Giuseppe Cotturri)

Amministrative, referendum: sembra crollata d’improvviso la capacità di Berlusconi di raccogliere consenso maggioritario. E’ finito il suo ciclo politico? Si vedrà. Ma intanto la spinta che queste tornate elettorali – soprattutto il quorum di partecipazione al referendum – sembrano dare a  una ripresa democratica autorizza a sperare.

Tuttavia è necessario un pensiero più approfondito.

Il voto ha manifestato una insofferenza crescente verso il modo manipolatorio e sostanzialmente elusivo del governo berlusconiano. Manipolazione della realtà, problemi reali nascosti ed elusi: alla fine il “cortocircuito” potere-comunicazione pubblica va in tilt, un numero crescente di persone riprende a ragionare in autonomia sulle prospettive del paese.

Le forze politiche di opposizione naturalmente sono protese nello sforzo di volgere a proprio vantaggio quello che, al momento, è solo un “umore” diffuso, malcontento e disaffezione dal grande affabulatore. Ma che le spinte “anti” possano tradursi in spinte “per” qualcosa, è questione assai più complicata e richiede gran tempo. La stessa definizione di questi moti in termini di “ripresa della partecipazione democratica” deve essere sottoposta a un vaglio più severo. Infatti la natura del fenomeno partecipativo si dispiega nel tempo, e, invece, certe “esplosioni” improvvise di opinione possono risultare fuochi di un attimo.

Anzitutto a cosa si partecipa in questo nuovo secolo? L’Italia per questo aspetto non è diversa da altri paesi capitalisti. Le organizzazioni storiche del Movimento Operaio tra Otto e Novecento prospettavano una partecipazione alla costruzione di solide cittadelle, sistemi di diritti protetti e garanzie collettive negli Stati-nazione. Gli studiosi parlano di fasi iniziali di estraneità e assedio da parte di quei movimenti, ma poi di processi di integrazione delle masse lavoratrici negli Stati borghesi. Questi furono trasformati in Stati sociali, Welfare States. Le costruzioni avevano assunto una fisionomia propria. Profonde furono le ristrutturazioni.

Il punto è che la metafora della solida costruzione indicava una meta, ma anche una cultura della organizzazione, e una capacità di stabilità e durata delle conquiste. L’intera vicenda si svolse su tempi lunghi e questo conferì alla coscienza diffusa la sensazione che si fosse entrati in una nuova “epoca” storica. A fine Novecento lo scenario della “globalizzazione” fa vedere invece Stati sempre più incapaci di proteggere le proprie comunità e universi sempre più “fluidi” in movimento tumultuoso: correnti fortissime trascinano via residui della civiltà “solida” dei protocostruttori, tutto è sospinto verso un mare sconosciuto, nessuno può frenare o sviare la “corrente”. La metafora dei sociologi è ora quella della società fluida. Chi partecipa in queste condizioni non ha un suo mattone da portare, non un muro dietro cui ripararsi: si nuota nella corrente per sopravvivere, non si alzano livelli sovrapposti, si resta in superficie, galleggiando con quel poco che si riesce a trattenere vicino a sé. Queste raffigurazioni riflettono pessimismo, paura , incertezza degli occidentali.

Ma c’è un modo in cui – lasciamo per ora metafore e immaginario collettivo – la domanda “quale partecipazione?” possa essere affrontata con qualche ragionevole filo di speranza? Proviamo a partire da una qualche maggiore determinazione storico-politica.

L’Italia del secondo dopo-guerra nulla sapeva di democrazia e partecipazione: liberato il paese e acquisita la promessa di una “democrazia progressiva” con la Carta del 1948, gli ex-sudditi e la gente cui era stato insegnato a “lavorare, obbedire, combattere” in gran numero si impossessarono anzitutto del libero voto politico. Uomini e donne: una partecipazione elettorale (anche su referendum istituzionale) mai vista, oltre il 90%, rimasta tale per decenni, e poi comunque rimasta tra le più alte nel mondo (perfino nella “seconda Repubblica” il voto politico – benché il corpo elettorale sia stato allargato in modo pasticciato al voto all’estero – resta attorno all’80%).

Milioni poi furono quelli che sperimentarono la partecipazione politico-associativa: si iscrissero ai partiti, che allora ebbero la forma che si dice “di massa” – migliaia di funzionari e dirigenti retribuiti, decine di migliaia di attivisti non retribuiti ma determinanti , milioni di elettori stabili (voto di “appartenenza”).

Qualcosa, però, si incrinò in questa costruzione: si pensa che il colpo venne da poche migliaia di sventati “contestatori”, studenti nutriti di ideologie anti-istituzionali, antiautoritarie, antiamericane. Ma il ’68, come la migliore ricerca sociale ha poi riconosciuto, fu evento mondiale e fenomeno profondamente legato al ricambio generazionale: i nati dopo il secondo conflitto mondiale si affacciarono in tutti i paesi sulla scena politica e ebbero l’ingenuità di credere alle promesse delle democrazie occidentali o a quelle dei paesi del socialismo realizzato. Davano gli uni e gli altri per acquisite le certezze materiali e gli spazi riconosciuti per le loro richieste: volevano andare oltre, volevano più libertà e riforme nei paesi socialisti, e più libertà e beni immateriali in America come in Europa (musica, viaggi, culture solidali; non: posto fisso, reddito individuale garantito, automobile, come i loro genitori lavoratori d’Occidente). E’ questo profondo mutamento sociale che scavò un fossato tra il sistema della rappresentanza politica e le spinte di nuove figure sociali: dopo gli studenti, le donne, gli ambientalisti, i pacifisti, i più recenti no-global…

La crisi dei sistemi di rappresentanza – che sono sistemi di riduzione della pluralità a un conflitto regolato tra due opzioni, e infine consegna del potere all’unico indirizzo fissato dalla maggioranza – lasciava intravedere una dimensione della espressività e della comunicazione, che le istituzioni politiche non potevano soddisfare oltre il gioco limitato che s’è detto (competizioni elettorali, sistemi prevalentemente bipartitici, riduzione dei sistemi più frammentati – come l’Italia – a un imperativo di semplificazione e omologazione al modello occidentale dominante).

La partecipazione attraverso partiti entrò in sofferenza ovunque: durante la guerra del Vietnam in America il 27% della popolazione fu contraria, ma non giunse a fare di questa opposizione una sola spinta politica, molti, piuttosto, si allontanarono dai riti elettorali. In Italia l’art.49 sembrò troppo chiuso, costrittivo: ai partiti che si arroccavano in un loro equilibrio collusivo (consociazione, sistema dei partiti), comitati referendari contrapposero iniziative sempre più destabilizzanti per determinare per oltre un quarto di secolo l’agenda politica del paese. Era altra partecipazione, partecipazione referendaria (con le firme, e col voto in un sol giorno su quesiti puntuali ancorché limitati).

La partecipazione dei cittadini, dunque, sempre più si configurava come stabile contrapposizione ai processi partitico-decisionali. Più tardi, a partire dalla esperienza brasiliana degli anni Novanta di bilanci comunali partecipati, s’è diffusa in Europa una larga sperimentazione similare, ma anche forme diverse di pubblico dibattito, decisioni rimesse a comitati di cittadini debitamente informati, consultazioni ristrette o allargate: insomma un fermento di forme ed esperienze che vengono accomunate con la formula democrazia partecipativa. Come si vede, l’approdo della partecipazione è, per comune intendimento, alla fine del Novecento e in questo inizio di secolo fuori e accanto ai partiti.

Chi vuol salvare la prospettiva della democrazia rappresentativa osserva che, nel significato anglosassone della “democrazia deliberativa” era già ricompressa l’importanza del dibattito pubblico, e che le decisioni delle istituzioni rappresentative sono migliori su quella base. In sostanza, sistema dei partiti e altre forme di partecipazione devono affiancarsi e rendersi complementari, non contrapporsi. La democrazia partecipativa non raggiungerà mai la legittimazione piena e totale delle forme sorrette dal suffragio universale. Il paradosso della partecipazione, infatti, è di mirare a un allargamento rispetto alle chiusure corporative del ceto politico, ma in concreto non riesce mai a coinvolgere tanti cittadini quanti sono quelli che avrebbero diritto e ragione di intervenire.

Una via diversa, e in un certo senso una vera “invenzione” politica, fu la costruzione di un movimento di volontariato dalla metà degli anni Settanta in Italia, per iniziativa di forze cattoliche, ma poi largamente partecipato da persone di altra formazione e orientamento politico. Per sottrarre ai tragici destini degli “anni di piombo” forze preziose della partecipazione civile si indicò il “privato-sociale” come modalità autonoma di fare politica: si opera per la tutela dei soggetti deboli, e pertanto si interviene su un terreno di politica sociale pubblica (mancante o inadeguata); in tal modo si condizionano i governi con la immediatezza dell’agire sociale solidale. Questa invenzione fu affinata, orientò altri soggetti associativi riuniti in un ambito non-profit che, per comodo, fu definito Terzo Settore, cioè non Stato e neppure mercato. E si dette forza infine a una visione del rapporto di reciproco sostegno, ai fini dell’interesse generale e dei “beni comuni” necessari, definito normativamente come regola di sussidiarietà. Discusso negli anni Novanta, il criterio è entrato nella Costituzione nel 2001. Se chiamiamo “cittadinanza attiva” questa specifica modalità dei cittadini di intervenire in proprio per realizzare politiche pubbliche e condizionare quelle che le istituzioni sono tenute ad erogare, vediamo che la partecipazione della cittadinanza attiva (alle politiche sociali appunto) è diversa e più penetrante della partecipazione di altre forme, che appunto si limitano a intervenire nel dibattito o/e nella decisione. Qui l’azione civica autonoma configura esercizio di una sovranità pratica del cittadino, che limita e vincola la sovranità istituita e conferita alle istituzioni pubbliche. Si parla per questo di amministrazione condivisa. La partecipazione alla cittadinanza attiva è dunque partecipazione a un processo, non facile e tuttavia ormai delineato e avviato positivamente, di costruzione di un altro modo di costituire la “sfera pubblica”. Sia la società che lo Stato sono in corso di ridefinizione.

Questo modo di riflettere storico-politico e con ancoraggio a concrete esperienze sociali e istituzionali forse ci può sottrarre alle suggestioni e al pessimismo dei cultori della globalizzazione fluida. Certo, un moto di delusione-protesta antiberlusconi non può essere automaticamente iscritto nelle pratiche di cittadinanza attiva. Ma quel fare attivo, quella capacità di produrre e tutelare condizioni materiali e immateriali di convivenza civile (beni comuni), danno credibilità a questa prospettiva:  secondo i dati multiuso dell’ISTAT sono circa il 20% i cittadini che stabilmente partecipano, almeno due volte l’anno, ad attività di volontariato e associazionismo non-profit. Non bastano certo a salvare il paese, ma non sono poca cosa, è qualcosa su cui vale la pena confidare. Del resto i sondaggi dicono che il volontariato appunto è per gli italiani la galassia sociale che raccoglie il più alto indice di fiducia. A Milano come in Puglia una pratica liberatoria di scelta del leader mediante “primarie”  associa poi al governo territoriale  forze stabili di cittadinanza attiva.

In ogni caso, caduto l’appeal dell’immaginario manipolato dal potere televisivo, appare in tutta la sua evidenza la deriva incontrollata e portatrice di sventure e disgregazione di quella combinazione di interessi economici e politici. La parabola politica di Berlusconi volge al compimento di un ventennio. Ma la società della spettacolarizzazione e dei consumi di massa, promossi da una organizzazione scientifica e monopolistica del marketing, prospera ormai da quarant’anni, prima in Usa, ma anche da noi fin dagli anni Ottanta. Il motore del consumo infinito è nel ferreo presidio degli interessi di marketing nella comunicazione e nella produzione di immaginario collettivo. Il sistema con cui Berlusconi ha fissato un monopolio nella raccolta e distribuzione di pubblicità commerciale a giornali e televisioni è magistrale. La televisione pubblica è stata assediata e poi inglobata, ma non è nel controllo degli organi della Rai il segreto del successo dell’operazione: molto prima dell’ascesa al governo di Forza Italia, il controllo delle risorse commerciali aveva assicurato un condizionamento su tutto il sistema (che impropriamente fu detto duopolio) e segnato per decenni un senso comune di massa.

Ora, è quell’immaginario collettivo, è quell’incremento indiscriminato e apparentemente inarrestabile di desideri individuali (che il capitalismo muove e gestisce con polso ferreo nel mondo), che sono entrati in rotta di collisione con la salvezza stessa del genere umano (energie non rinnovabili, buco dell’ozono, riscaldamento del pianeta). Sono enormi le forze che devono muoversi nel mondo per “governare” un riequilibrio, tra bisogni dell’umanità e risorse planetarie. Anche qui: sono decenni che culture e soggetti dello sviluppo “compatibile” fanno sentire la loro voce. Ma fino a quando anche i cittadini comuni non sentiranno come propria la responsabilità per un mutamento di prospettiva delle economie e delle costruzioni di società, lo sforzo resterà pia intenzione di minoranze illuminate.

Collegare la anonima ma estesa e multiforme pratica di cittadinanza attiva nei tanti paesi in cui queste esperienze si sviluppano a orizzonti generali di questo tipo, per la salvezza del pianeta, non è impossibile. Può sembrare una esagerazione, questo passaggio dalla cittadinanza attiva ai problemi dell’umanità, ma il fatto è che l’esperienza quotidiana ha già messo in diretto contatto le due prospettive: in Italia abbiamo discusso di opere pubbliche come il ponte sullo Stretto, e di nuove centrali nucleari, o di privatizzazione dell’acqua. I referendum hanno mobilitato il paese su queste alternative. Una chiave culturale molto forte d’altronde è già acquisita proprio con la tematizzazione, che la cittadinanza attiva e l’idea sussidiaria hanno fissato in Europa e nella stessa Costituzione italiana. Quella dei beni comuni.

Alcuni beni comuni hanno a che fare con la scarsità (energie, risorse non rinnovabili, ambiente ecologicamente in equilibrio). Ma altri beni, di natura immateriale (conoscenza, capacità creative e comunicative), sono abbondanti: e qui la pretesa di limitarne la crescita e l’impiego pubblico è destinata a sicura sconfitta. Le nuove generazioni sono in contatto in rete. Non solo vogliono contare. Ma già partecipano. E stanno cambiando il mondo. A partire dai paesi africani, che i potenti immaginavano esclusi  dalla storia.

Partecipare dunque è, oggi come non mai, anzitutto comunicare, far crescere saperi, allargare reti, rovesciare luoghi comuni, prospettare soluzioni innovative. E avere il coraggio di praticarle. Quali poi sono le forme organizzative della politica conseguente a queste istanze, è problema che pian piano si sta dipanando.

Giuseppe Cotturri (docente Università di Bari)

Dalle elezioni ai referendum, un mutamento in corso (di Claudio Lombardi)

[Ora che si conoscono i risultati elettorali possiamo dire che la riflessione che segue è ancora più necessaria. Il nuovo protagonismo dei cittadini (attenzione: non solo elettori chiamati a delegare altri) è parte della rinascita e del rinnovamento della democrazia italiana che speriamo si sia messa in moto. Ben più che l’affermazione di uno o più partiti (comunque un punto di partenza necessario per il ricambio) è questa la posta in gioco per il futuro se vogliamo liberarci dei limiti e dei problemi di un passato che va molto oltre il periodo berlusconiano.]

La campagna elettorale è terminata e lo scrutinio dei voti è ancora in corso. È il momento per una riflessione libera dai giudizi, doverosi e inevitabili tra poche ore, sui risultati elettorali e concentrata solo sulle elezioni come strumento di rilevazione della volontà popolare.

Che sia stata una vera campagna elettorale per il rinnovo dei sindaci e delle amministrazioni locali non lo si può proprio dire. Tutti abbiamo assistito al consueto “spettacolo” di un confronto a tratti esasperato, sempre molto polemico e aggressivo, disorientante per chi volesse stare al tema, quello delle proposte di governo di città grandi e piccole raffrontate con ciò che è stato fatto concretamente negli anni precedenti da chi ha avuto in mano il governo degli enti locali.

Non ci meravigliamo di ciò perché si tratta di uno “spettacolo” al quale siamo ormai abituati. Quando urgono problemi concreti che sollecitano scelte innovative, originali e anche coraggiose basate sulla chiarezza di idee, sulla trasparenza e sulla lealtà nei confronti delle istituzioni e delle regole che le governano troppo spesso, tanti che detengono l’iniziativa politica (al Governo, in Parlamento, nelle Regioni, negli enti locali o nei partiti), rispondono con slogan e con manovre diversive che nascondono la realtà di ciò che veramente si fa e di ciò che si vuole.

L’elettore o, meglio, il cittadino non sa come stanno le cose ed assiste alla rappresentazione di qualcosa che lo porta fuori strada e lo trasforma in spettatore passivo che non può giudicare sia perché non gli vengono dati gli strumenti per farlo, sia perché non viene coinvolto nei processi decisionali e nell’attuazione delle decisioni.

In uno scritto recente Habermas osserva che “oggi la politica in generale sembra degenerare verso una condizione che è quella della rinuncia a guardare al futuro con una volontà costruttiva. La crescente complessità delle materie da regolamentare costringe i politici a reazioni di breve respiro” che li inducono al “copione opportunistico di un pragmatismo del potere, guidato dalle rilevazioni demoscopiche”. In questo modo “la politica condiziona tutto il suo agire all’imperativo di trovarsi in sintonia con gli umori del pubblico, rincorrendoli da un’elezione all’altra”. Così la democrazia perde di significato perché “il senso del voto democratico non è quello di fotografare la gamma delle opinioni quali si manifestano allo stato brado, bensì di riflettere il risultato di un processo pubblico di formazione dell’opinione”.

Ed ecco il centro del ragionamento di Habermas: “il voto espresso nella cabina elettorale acquista il peso istituzionale di una compartecipazione democratica solo in relazione ad opinioni articolate pubblicamente, formatesi attraverso la comunicazione e lo scambio di informazioni, motivazioni e posizioni pertinenti ai singoli temi”.

Esattamente ciò che avviene in misura così ridotta in Italia, attraverso l’opera di un gran numero di associazioni e comitati ed anche di qualche organizzazione di base di partito, da non essere nemmeno riconosciuto come partecipazione alla politica degna di essere portata come esempio dai mezzi di comunicazione di massa.

Sappiamo che la situazione nostra è ancora più grave poiché da molti anni le decisioni che contano vengono prese in sedi nelle quali agisce una ristretta oligarchia che pensa prima di tutto ai suoi interessi e che si guarda bene dal far trasparire la verità sulle motivazioni e sugli effetti delle sue decisioni. La cosa non riguarda solo la politica, ma anche chi, grazie alla politica, vede avallati e difesi i suoi comportamenti nel vasto mondo degli apparati istituzionali e amministrativi nonché nelle tante aziende dove la proprietà pubblica delle azioni dà un potere sufficiente per una diffusione di usi e costumi deleteri.

A fronte di questa realtà sta la rappresentazione di ciò che viene proposto al “grande pubblico”. L’esempio più eclatante è quello della giustizia presa “per i capelli” e portata in giro in base agli interessi del Presidente del Consiglio e delle imputazioni per le quali viene chiamato in giudizio. Il “grande pubblico” viene distratto con la sceneggiata dei “giudici comunisti” e gli si nasconde la verità che è fatta di una feroce lotta di potere per avere le mani libere sullo Stato e sulle risorse pubbliche con la licenza di violare le leggi e commettere reati.

Per tornare allo scritto di Habermas, vi si rileva l’assenza di motivazioni per cui “non si riesce più a riconoscere un obiettivo, a capire quale sia la posta in gioco al di là del prossimo successo elettorale. I cittadini si rendono conto che questa politica svuotata di contenuti normativi li sta defraudando”.

Sì bisogna riconoscere che è così. Per questo speriamo che il risultato delle elezioni inizi a modificare questa realtà e segni l’ingresso di un nuovo protagonista sulla scena politica: il cittadino padrone di casa della Repubblica. Attenzione, non è uno slogan: è una strategia, un programma che richiede molteplici azioni per realizzarsi e un mutamento di cultura civica.

Ce la possiamo fare con piccoli passi e momenti cruciali come sono queste elezioni e, tra un mese, i referendum.

Claudio Lombardi

Riforme : basta la parola ? (di Claudio Lombardi)

Ancora una volta, come fosse una gran novità, si riparla di riforme istituzionali.
Leggendo i libri di storia pare che negli anni ’80 già se ne parlasse molto. E’ noto che già a quell’epoca risale la creazione di una commissione parlamentare di studio che doveva definire un ampio  progetto di riforme costituzionali. Qualcuno si spingeva oltre e rivendicava l’avvento di una Grande Riforma che ponesse rimedio alla lentezza delle istituzioni e alla vecchiezza della Costituzione. Questa, in effetti, aveva all’epoca quasi quarant’anni che, se non sono tanti per una persona, non dovrebbero esserlo nemmeno per la legge fondamentale di una nazione. Però, tirare in ballo il vecchio che impedisce al nuovo di affermarsi fa sempre un bell’effetto e consente di non andare tanto per il sottile chiarendo bene cosa si vuole fare, perché e come. Così, se tanti provano disagio per le azioni reali degli uomini e delle donne eletti per governare, basta appellarsi alla necessità di riforme e al vecchiume della Costituzione e delle istituzioni per alzare le mani e dire che sì, sarebbe bello governare bene e fare ognuno il proprio dovere nell’interesse della collettività, ma come si fa se non si riesce a riformare niente ?

Ed eccoci al tema delle riforme che, in effetti, torna ad ogni passaggio difficile della vita pubblica, delle istituzioni e della politica. Il centro dell’attenzione, tuttavia, è sempre attirato più sulla necessità un po’ generica di un rinnovamento e meno su che cosa si propone concretamente di fare. Così, però, si confondono strategie e opzioni diverse tutte presentate come riforme indispensabili.

Così era stata presentata la riforma della legge elettorale per esempio, definita poi da uno dei suoi autori una “porcata”, dopo l’approvazione e l’entrata in vigore ovviamente, non prima. Si tratta di una riforma che ha trasformato l’elezione al Parlamento in una nomina a scatola chiusa da parte dei vertici dei partiti dato che è stata sottratta ogni possibilità di scelta all’elettore. Ciò dimostra che, dietro l’opacità del dibattito si fanno strada, in realtà, disegni e intenzioni ben precise che non vengono, però, presentate per quello che sono, ma, rivestite da una bella confezione con sopra scritto “riforma finalmente” a caratteri cubitali, proposte come il rimedio giusto per dare all’elettore l’impressione che le cose stiano cambiando e distrarlo dalla sostanza di ciò che si sta facendo. E, dato che i cittadini non sono messi in grado di capire bene cosa e come cambia, chi ci guadagna e chi ci perde, si devono contentare solo del fatto che una riforma è stata finalmente fatta.

Qui sta il segreto del gran parlare di riforme come rimedio indispensabile per i problemi dell’Italia.
Che, se fossero affrontati per quello che sono, potrebbero trovare molte soluzioni con le politiche pubbliche che gli organi elettivi, Parlamento innanzitutto, devono definire e il Governo deve attuare.
Perché ciò che spesso si dimentica è che gli strumenti per agire ci sono e sono di sostanza non di pura forma. E poi ci sono le persone che fanno la differenza con il loro impegno, la loro volontà e l’esempio. Ma perché non si tira mai in ballo la capacità e la volontà delle persone che, incarnando la politica, hanno il compito di dirigere le istituzioni ? Cosa impedisce oggi che le istituzioni siano fatte funzionare come i motori del rinnovamento ?
Sorge il dubbio che la politica non abbia sempre selezionato i migliori e che tanti abbiano fatto e facciano il loro interesse, non quello dei cittadini. Non nasce forse da qui la crisi di fiducia che ha colpito i partiti e le stesse istituzioni democratiche da quasi un ventennio ?
Due esempi. La riforma della giustizia viene invocata a gran voce come se fosse una vera emergenza per il Paese. In effetti c’è bisogno che la giustizia, specie quella civile, funzioni meglio perché la certezza del diritto e la stabilità sociale passa anche per la rapida soluzione delle controversie e per la tutela delle regole che vengono violate. Tutti immaginiamo che questo gran parlare di riforma della giustizia alluda alle procedure, alle attrezzature, al personale, a tutto il complesso delle misure organizzative che presiedono allo svolgimento di questa funzione centrale per la vita della società. Garantendo, ovviamente, è quasi superfluo dirlo, l’imparzialità e l’autorevolezza dei magistrati che sono tenuti a far rispettare la legge. Immaginiamo anche che si faccia ogni sforzo per dotare l’apparato giudiziario dei mezzi migliori e delle persone giuste per svolgere la sua essenziale funzione.
Ma è così ? Non sembra proprio.

Altra riforma che si invoca a gran voce è quella che dovrebbe conferire al Capo del Governo maggiori poteri per l’attuazione del programma. Si sostiene, anche, che i maggiori poteri dovrebbero scaturire da una più esplicita investitura popolare che liberi il Presidente del Consiglio dai vincoli e dagli impedimenti che oggi provengono da molte direzioni, ma essenzialmente dalla maggioranza parlamentare e dai partiti che la compongono nonché dalle altre istituzioni che esercitando le loro funzioni impedirebbero la scorrevolezza e l’immediatezza dell’azione di governo.
Anche qui una domanda si impone: siamo proprio sicuri che di questo c’è bisogno e che questo è il vero problema ?
E perché mai attribuire maggiori poteri ad una persona sola dovrebbe risolvere problemi che la classe dirigente nel suo complesso non riesce a risolvere ?
Veramente crediamo che in una democrazia possa essere uno a decidere per tutti ?
E’ significativo che si coltivi questa illusione mentre nessuno sembra tenere in grande considerazione quello che i tanti che si dedicano alla politica per professione possono fare per migliorare le cose. E poi non si tiene in minimo conto ciò che possono fare tutti gli altri .
In questo gran parlare di riforme, infatti, non si sente nemmeno nominare la partecipazione dei cittadini. Tutto è demandato ai professionisti della politica e l’unica partecipazione richiesta al cittadino è quella del voto.
E invece la partecipazione del cittadino dovrebbe essere il cemento che collega i vari “pezzi” della società, il senso che fa avvertire a tutti che esiste un’entità nazionale reale e non immaginaria, la spinta che riporta al minimo comune denominatore l’identità di chi abita un territorio.

La partecipazione dovrebbe essere un elemento costitutivo di un regime democratico che non è mai monolitico (eleggiamo il Capo supremo poi lui pensa a tutto), ma è pluralista nel senso che esistono poteri di tipo diverso, istituzionali e sociali, che interagiscono fra loro per definire e perseguire il bene comune. E questa interazione è molto più efficace di qualsiasi capo supremo perché trasforma i cittadini-sudditi in cittadini-protagonisti cioè in quelli che comunemente si definiscono cittadini attivi. La partecipazione, quindi, non è solo una possibilità, ma è l’espressione della stessa cultura civile di un popolo, è il “noi” che sempre si accompagna all’ “io” perché lo si è appreso nella vita reale e lo si vive giorno per giorno. Qualcuno vuole cominciare a parlare anche di questa grande riforma civile ?

Perché nessuno parla di questa vera grande riforma ?

Claudio Lombardi responsabile interregionale di Cittadinanzattiva di Umbria, Toscana e Marche per la partecipazione