Un 25 aprile amaro (di Claudio Lombardi)

Un 25 aprile amaro. La data che segna la miracolosa rinascita dei partiti nei quali la parte più attiva degli italiani si ritrova dopo un ventennio di dittatura. La data che vede l’unità dei partiti nel Comitato di Liberazione Nazionale che assume la guida della Resistenza e che getta le basi di una nuova democrazia che troverà subito il suo culmine nella scelta della Repubblica e nella Costituzione. La data che indica l’inizio del riscatto dell’Italia nel mondo.resistenza liberazione

Questa data oggi cade in un momento fra i più difficili della storia repubblicana. Come in uno specchio deformante i partiti che furono capaci di rinascere e di condurre la Lotta di Liberazione dando poi vita alla Repubblica democratica oggi non appaiono più in grado di guidare la nazione. Deformati da una degenerazione che li ha in gran parte trasformati in macchine di potere hanno perso le motivazioni politiche e ideali che conferivano loro una identità riconosciuta e riconoscibile.

Lo Stato con i suoi apparati e con le sue istituzioni sono stati ridotti a territorio di conquista e hanno prevalso gruppi di affaristi senza scrupoli nella migliore delle ipotesi dediti alla ricerca del proprio tornaconto, nella peggiore in combutta con le mafie che hanno trovato nelle risorse pubbliche una ricca fonte di guadagno criminale. (Ovviamente hanno prevalso significa che non sono stati la totalità della politica, ma quelli che hanno dato la loro impronta).

La Repubblica democratica  è stata inquinata da poteri privati che hanno scalato i vertici istituzionali sia in ambito locale che nazionale. Veramente non è una visione confortante quella che i partiti hanno dato di loro stessi negli ultimi decenni.

Nei due mesi trascorsi dalle elezioni si è raggiunto un culmine quasi ineguagliabile di inettitudine e di sbandamento. Persino il Movimento 5 stelle dal quale ci si sarebbe aspettata una forte determinazione a battersi per l’interesse generale si è mostrato del tutto concentrato sui suoi interessi di facciata non esprimendo nessuna proposta politica all’altezza della situazione. Del Pd resta, per ora, solo il nome e in questo caso non si può proprio dire che nomina sunt consequentia rerum perché sembra che ogni sostanza sia svanita da questo partito che pure avrebbe ottenuto il più alto numero di seggi alle elezioni.

Sul Pdl nulla si può dire. È il più coerente e perseverante esempio di come sia stato possibile stravolgere il senso e la missione del sistema fondato sul parlamentarismo e sui partiti. Sempre più partito personale di Silvio Berlusconi trova nella difesa dei suoi interessi e di quelli di alcuni ceti la sua base ideologica. Il berlusconismo diventa l’ultimo “ismo” che la storia delle ideologie sia riuscita a produrre; di tutti gli “ismi” il più indecente. Non arretrando di fronte a nulla è riuscito ad avere buon gioco sulla confusione mentale dei Democratici e su quella agitata e inconcludente dei grillini.

Resta il Presidente della Repubblica trasformato in un cardine politico e non più solo costituzionale. Una trasformazione che adesso si vorrebbe rendere permanente a certificare il fallimento del sistema dei partiti e cioè della politica partecipata (come doveva essere a partire dall’art.49 della Costituzione).

Faremo i conti col nuovo governo che avanza, ma certo nel 1945 era lecito sperare in una storia diversa. Auguri a noi e speriamo di fare meglio in futuro.

Claudio Lombardi  resistenza

Un partito nuovo per un buon governo (di Fabrizio Barca)

L’esperienza di sedici mesi di governo e le considerazioni svolte in questa memoria suggeriscono che per “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” e assicurare un buon governo, è necessario che i partiti, ai quali la nostra Costituzione affida questa funzione, si separino dallo Stato con cui si sono in Italia perversamente affratellati……….per divenire rete materiale e immateriale di mobilitazione di conoscenze e di confronto pubblico, informato, acceso, ragionevole e aperto di idee e soluzioni con cui incalzare lo Stato. Solo così lo Stato potrà rinnovarsi.

rete di personeL’aggravante peculiare della crisi italiana, con la prolungata assenza di buon governo, sta nel concorrere di una macchina dello Stato arcaica e autoreferenziale e di partiti Stato-centrici, ai quali hanno contribuito le regole del finanziamento pubblico e la deriva culturale del paese. ………… Se e quale nuova forma dare ai partiti, più in particolare a un partito di sinistra, comunque lo si voglia chiamare quello che corrisponde ai miei convincimenti, discende dal giudizio che diamo sul metodo di governo della cosa pubblica che può rinnovare e rilanciare il paese.

Lo sperimentalismo democratico

In linea con un crescente corpo di esperienze in tutto il mondo e con la prassi della mia esperienza di amministratore, suggerisco che tale metodo debba essere quello dello “sperimentalismo democratico”. Esso supera l’errore che la soluzione “minimalista” – o liberista, magna pars della crisi internazionale che viviamo – condivide con molte applicazioni concrete della soluzione “socialdemocratica”, ossia l’ipotesi che alcuni, pochi individui, gli esperti, i tecnocrati, dispongano della conoscenza per prendere le decisioni necessarie al pubblico interesse, indipendentemente dai contesti. Ed evita l’altro, nuovo errore della nostra epoca, quello di pensare che la “folla” possa esprimere quelle decisioni in modo spontaneo, attraverso la Rete. In presenza di incertezza elevata, tecnologia mutevole, istruzione di massa e preferenze degli individui assai differenziate e influenzate dai contesti, la macchina pubblica deve piuttosto costruire un processo che promuova in ogni luogo il confronto acceso e aperto fra le conoscenze parziali detenute da una moltitudine di individui, favorisca l’innovazione e consenta decisioni sottoposte a una continua verifica degli esiti, sfruttando le potenzialità nuove

della Rete e dando continuamente forma alle preferenze e alle scelte nazionali…….

fabrizio barcaIl partito palestra

A questo fine, per realizzare i profondi cambiamenti che la procedura deliberativa aperta richiede e superare le dure resistenze che il rinnovamento incontrerà in coloro che dalla perversa fratellanza fra parti e Stato hanno tratto guadagno e potere, sono necessari un aperto e governato conflitto sociale e la coesione attorno ad alcuni convincimenti generali che parlino ai nostri sentimenti.

Serve allora un partito di sinistra saldamente radicato nel territorio che, richiamandosi con forza ad alcuni convincimenti generali, solleciti e dia esiti operativi e ragionevoli a questo conflitto. Serve un “partito palestra” che, essendo animato dalla partecipazione e dal volontariato, praticando volontariato e traendo da ciò la propria legittimazione e dagli iscritti e simpatizzanti una parte determinante del proprio finanziamento, sia capace di promuovere la ricerca continua e faticosa di soluzioni per l’uso efficace e giusto del pubblico denaro. Serve un partito che torni, come nei partiti di massa, a essere non solo strumento di selezione dei componenti degli organi costituzionali e di governo dello Stato, ma anche “sfidante dello Stato stesso” attraverso l’elaborazione e la rivendicazione di soluzioni per l’azione pubblica. Serve un partito che realizzi questi obiettivi sviluppando un tratto che nei partiti di massa tendeva a rimanere circoscritto alle “avanguardie”, ossia realizzando una diffusa “mobilitazione cognitiva”.

Il partito di sinistra che serve al paese non è, dunque, il partito scuola di vita (e di lotta), il partito di massa dove si ascoltano bisogni e si insegna “la linea” per ottenere soddisfazione di quei bisogni e costruire il nuovo “avvenire” prefigurato dalla cultura di appartenenza. Non è certo il partito di occupazione dello Stato, dove si vende e si compra di tutto: prebende, ruoli, pensioni, appalti, concessioni, ma anche regole, visioni, idee.

Non è neppure il partito liquido, quello della crisi della politica, vetrina dove sono in mostra manichini e prodotti dell’“offerta politica”, nefasta influenza dell’economia sulla politica. È un partito palestra che offre lo spazio per la mobilitazione cognitiva, per confrontare molteplici e limitate conoscenze, imparare ognuno qualcosa, confrontare errori, cambiare posizione, costruire assieme soluzioni innovative………

corpi intermedi della società rappresentativi di interessi del lavoro, o dell’impegno civile, pur fondamentali, né la Rete (il web, internet), pure piattaforma potente dello sperimentalismo democratico, possono sostituire i partiti come interfaccia fra società e governo della cosa pubblica. Sono le idee e le soluzioni innovative maturate dal confronto, necessariamente teso e problematico, di individui con interessi, conoscenze e valori diversi che possono alimentare e sospingere la macchina dello Stato nella direzione richiesta dallo sperimentalismo.cooperazione

Un partito che muova i sentimenti e si separi dallo Stato

……….Il partito nuovo sarà rigorosamente separato dallo Stato, sia in termini finanziari, riducendo ancora il finanziamento pubblico e soprattutto cambiandone e rendendone trasparente metodo di raccolta e impiego, sia prevedendo l’assoluta separazione fra funzionari e quadri del partito ed eletti o nominati in organi di governo, sia organizzandosi in modo da attrarre il contributo di lavoro (volontario o remunerato) di persone di buona volontà per periodi limitati di tempo, sia stabilendo regole severe per scongiurare ogni influenza del partito sulle nomine di qualsivoglia pubblico ente. ……….

Tratto dal documento di Fabrizio Barca “UN PARTITO NUOVO PER UN BUON GOVERNO – Memoria politica dopo 16 mesi di governo” aprile 2013

Un grande bisogno di partecipazione (di Claudio Lombardi)

Elezioni. Tanti commenti sui voti presi dal Movimento 5 Stelle e sul risultato deludente del PD. E tante spiegazioni: dal voto di protesta, ai limiti dell’appello al senso di responsabilità, dagli errori di comunicazione, agli effetti della crisi economica.

Ce n’è una però che appare poco e che, invece, conta più delle altre. Si tratta del bisogno di partecipazione politica a cui Grillo col suo Movimento ha saputo dare una risposta concreta come nessun altro è riuscito a fare. Intendiamoci, partecipazione non apparente, non rituale, ma quotidiana e diretta attraverso i canali della rete. Si è scambiata per antipolitica ciò che era nuova politica.

Questa è stata la novità che il M5S ha portato in un panorama che sul piano della partecipazione alla politica dei cittadini ha fatto registrare tanti segni MENO e nessun PIU’ (fatta eccezione per le primarie tra Bersani e Renzi, troppo poco e, soprattutto, non seguito da fatti e comportamenti coerenti). Nulla a che vedere, insomma, con quello che il M5S ha costruito negli ultimi 8 anni con la sua rete di gruppi di base.

Sul versante del PDL il problema della partecipazione nemmeno si è posto; sono sempre bastate le decisioni e i soldi di Berlusconi a cancellare ogni spazio autonomo di discussione. Ma da quelle parti nessuno si è mai illuso che la partecipazione potesse trovare spazi: da quelle parti si parla e si tratta anche nella comunicazione pubblica di interessi personali e si accetta che siano i capi a trovare il modo per soddisfarli.assemblea di cittadini

Chiariamo che la partecipazione diretta alla politica non è un vezzo per gruppi di giovani sfaccendati, ma un modo di stare nella società che sta acquistando sempre più peso. Il vecchio schema che vedeva i politici come depositari di una funzione di governo conquistata con il voto e poi messa nelle mani di apparati auto referenziali e di eletti cui spettava la mediazione degli interessi non convince più. Specialmente se la crisi e gli scandali mettono a nudo le incapacità e la corruzione che caratterizzano i partiti. Come si poteva pensare che gli italiani e tantissimi giovani preparati e senza lavoro potessero assistere quieti e zitti al ladrocinio di soldi pubblici e alla conquista dello Stato da parte di bande di predoni che hanno, tra l’altro, goduto dell’acquiescenza o della connivenza di quelli che non volevano essere predoni, ma nemmeno osavano disturbarli ?

Nel mondo del Movimento 5 stelle, ma anche in quello delle associazioni e dei movimenti che sono nati in questi ultimi 10 anni, invece, le competenze sono state messe al servizio di battaglie collettive non più segnate e giustificate da identità di classe, ma sostenute solo dalla comune condizione di cittadinanza.

Per questo le primarie non sono bastate a far vincere un PD nato e cresciuto male. Di fatto il mondo del PD si è mostrato ostile alla partecipazione dei cittadini ed espressione di una cultura del professionismo politico distaccato dalle persone. Sarebbe bastato poco in questi anni per capire che si stava andando su una strada sbagliata. Non lo si è fatto testardamente e insistentemente e questa è una colpa imperdonabile agli occhi di chi ritiene che un polo progressista (non un partito solo) sia necessario all’Italia.

Claudio Lombardi

Una rivoluzione nella politica (di Claudio Lombardi)

Sembrava che non dovesse cambiare mai niente in Italia. Sembrava che la protesta contro l’immobilismo dei partiti potesse arrivare nelle piazze, ma senza possibilità di togliere ad uno schieramento politico tradizionale la maggioranza dei voti. Invece è quello che è successo.

L’unico vero vincitore delle elezioni è il M5S che diventa il primo partito.

Il PDL di Berlusconi resiste e ottiene un premio fedeltà da elettori convinti del menefreghismo berlusconiano, ma anche impauriti da una politica che dimostra tutta la sua incapacità di risolvere i problemi del Paese e si condanna a chiedere sempre più soldi ai cittadini senza mai cambiare niente. L’istinto di difendere i propri interessi di fronte a tale incapacità è una componente importante della resistenza del centro destra così come lo è il disinteresse e l’ostilità per tutto ciò che parla di collettività, di legalità e di Stato. È un bel pezzo d’Italia che pensa ai fatti suoi o che non vede al di là dei suoi interessi e che ha trovato in Berlusconi il suo eroe.

Il PD è il grande sconfitto insieme ad altri piccoli sconfitti come la lista di Ingroia che conferma la marginalità di una sinistra legata a schemi e messaggi ormai superati. Il problema italiano a questo punto non è più solo l’assenza di una destra rispettabile e credibile (come si è detto per anni), ma è anche quello dell’incapacità di affermare una parte riformista in grado di avere i numeri per governare. Il PD doveva essere da anni il punto di riferimento sicuro per l’Italia che voleva voltare pagina e allontanarsi dal berlusconismo; era nato per questo, ma fin dall’inizio è apparso ostaggio di gruppi dirigenti e di professionisti della politica depositari di una cultura vecchia, la cultura della supremazia della “macchina” partito (e di tutti i suoi privilegi) sui cittadini.

Non ci voleva molto per capire che l’insofferenza era arrivata a livelli molto alti e per accorgersi che il movimento di Beppe Grillo stava crescendo su questa rivolta. I dirigenti e gli eletti del PD pensavano di amministrare un patrimonio di consensi che spettava loro perché la rete dei contatti che gestivano confermava la loro centralità. Non si accorgevano che coltivare le amicizie e i rapporti con altri gruppi dirigenti anche nel mondo dell’associazionismo e del sindacato non voleva dire automaticamente avere il consenso dell’opinione pubblica. La cultura dei rapporti di vertice praticata fino alla dimensione più piccola ha impastoiato l’attività politica in una miriade di accordi e compromessi che sono diventati la cifra politica e culturale del PD a tutti i livelli dall’ultimo consigliere municipale al segretario nazionale. Di qui l’incapacità di parlare un linguaggio chiaro e di fare scelte nette e coraggiose. Bersani ha incarnato questo modello sia dirigendo il partito che comunicando in maniera opaca con l’opinione pubblica.  Ora non gli resta che gestire questa fase avviando un rinnovamento drastico nel suo partito e andare a nuove elezioni su basi e con persone diverse da quelle di adesso in buona parte espressione della vecchia politica degli accordi e delle spartizioni. Cosa ci facevano in lista i consiglieri regionali del Lazio complici e beneficiari dell’uso truffaldino dei soldi pubblici? E cosa ci faceva Sposetti amministratore del defunto PDS e protagonista del vergognoso sistema di finanziamento dei partiti che è stata una delle cause della ribellione dei cittadini? Questo era il volto “nuovo” con cui il PD voleva vincere le elezioni?

Il M5S è un movimento nuovo e dovrà crescere e strutturarsi. Grillo ha fatto un capolavoro ergendosi a tutore di un luogo di confronto libero nel quale è potuta crescere una partecipazione alla politica da cittadini senza alcun connotato ideologico. Esattamente ciò di cui si avvertiva la necessità da almeno venti anni. Una partecipazione basata sul rapporto fondamentale tra cittadino e Stato e che non aveva bisogno di un partito che si mettesse in mezzo con la pretesa di venire prima dello Stato. La cultura dei partiti ha affermato nei fatti (e anche a parole) che l’appartenenza al partito prevaleva su quella di cittadino. Prima ci si è cullati con le appartenenze di classe, poi si è passati a quelle ideologiche, poi a quelle di partito, di gruppo, di sindacato, infine a quelle basate su puri legami di fedeltà personale e su interessi di cordata.

La semplice verità che i partiti in Italia erano diventati l’antistato con in mano tutte le leve del potere e che lucravano su questa rendita di posizione non è apparsa chiara a tanti fino a che l’esplosione degli scandali ha mostrato una realtà incredibile nella quale tutto ciò che è pubblico è diventato lo strumento di potere e di arricchimento di gruppi privati con funzioni pubbliche come i partiti. Che non a caso, come i sindacati, hanno sempre rifiutato ogni disciplina e ogni controllo.

Ecco da dove nasce la vittoria del M5S, ed ecco cosa significa la riscoperta della cittadinanza attiva che mette in contatto il cittadino con le istituzioni pubbliche come primo atto politico fondante dello Stato.

Se qualcuno lo capirà l’Italia potrà ripartire su basi nuove ossia con formazioni politiche profondamente diverse da quelle attuali e non bisogna avere paura di nuove elezioni se si imbocca questa strada. Un’altra non ce n’è e non c’è più tempo. È inutile pensare a grandi alleanze o, peggio, a governi tecnici che certifichino ancora il fallimento dei partiti. Tutto è già accaduto e oggi tutto è anche cambiato.

Claudio Lombardi

Scandali: la triste verità che prende a schiaffi l’Italia (di Claudio Lombardi)

Di scandalo in scandalo si fa sempre più chiara una semplice verità già conosciuta e detta, ma che ancora sorprende per la sua crudezza. La politica è stata invasa e conquistata da affaristi. L’unica vera ideologia nella quale hanno creduto ( nascosti dietro l’invenzione della padania o dietro la rivoluzione liberale o la paura del comunismo) è stata quella della conquista del potere e delle risorse che il potere permette di controllare. Mai come adesso il peso di tutto ciò che è promana dai poteri pubblici è stato così grande. Poteri pubblici contagiosi che hanno supportato un sistema di potere fondato sulle relazioni e sulle fedeltà personali che si è esteso a tutta la società e all’economia. I meriti e la libera competizione sono stati schiacciati sotto tonnellate di raccomandazioni, di scelte discrezionali, di connivenze e di collusioni implicite ed esplicite senza incontrare resistenze e sbarramenti, lasciando così unicamente alla Magistratura  il compito di inseguire i reati più macroscopici.

Sarebbe ora che si prendesse coscienza della geniale operazione di marketing che negli ultimi venti anni ha preso il posto dei vecchi partiti. Il sogno che è stato suggerito agli italiani è la liberazione di quelle pulsioni individualistiche che prima ci si vergognava ad esibire e la liberazione dai valori tradizionali della serietà, della responsabilità, dell’onestà che ancora resistevano nell’immaginario collettivo. La “rivoluzione liberale” di Berlusconi è stata questa: una sottile mano di vernice che salvasse le apparenze di una spinta alla corruzione di massa guidata e mediata dalla politica e pagata con le ricchezze dell’Italia.

I partiti che si sono opposti da sinistra sono riusciti a guidare il governo per periodi non brevi e pure con risultati importanti frutto dell’incontro con le componenti più intelligenti presenti al loro interno e in altre parti politiche, ma non hanno capito la forza dell’assalto del berlusconismo e non hanno prodotto idee unificanti. Da un lato ha prevalso una sinistra vecchia incapace di comprendere ciò che stava accadendo e concentrata sul culto delle proprie differenze. Dall’altro lato l’opposizione al berlusconismo si è basata su una ripulsa morale, ma lì si è fermata.

L’immaturità delle opposizioni ha permesso che la “narrazione” favolistica delle destre prendesse il sopravvento fornendo agli italiani l’unica ideologia che li abbia davvero unificati in questi venti anni: l’affermazione di sé, il rifiuto di limiti e di regole, il disinteresse verso la collettività avvertita come limite e non come risorsa.

Su queste basi ogni intervento pubblico è stato distorto nell’interesse di privati e il disastro segnalato dall’abnorme livello del debito pubblico non è la sua entità, ma il sistematico spreco di risorse per il quale è stato utilizzato. Fare appello oggi ad una espansione dell’intervento pubblico senza intervenire in profondità sui meccanismi del potere rischia di essere una tragica presa in giro.

Contro le degenerazioni della politica l’appello alla società civile è diventato rituale, vuoto e stucchevole. È ora di dire che le forze sane sono solo una parte della società civile nella quale finora hanno prevalso l’apatia, la visione angusta e accidiosa del familismo amorale, la cultura dei furbi legittimata dall’esibizione della ricchezza comunque conseguita, il gusto della lamentela in attesa che dall’alto piova qualcosa, l’inclinazione ad attendere che siano gli altri a farsi carico dei problemi.

C’è poi un’altra parte che sta crescendo. Una miriade di iniziative sociali, culturali, politiche che aspirano a un mondo diverso, cercano di prefigurarlo, di metterlo in atto, facendo lucidamente e coraggiosamente i conti con le sfide del presente. E’ l’immenso bacino del volontariato e del terzo settore, in cui si sta formando una nuova classe dirigente e dove si sperimentano modelli sociali ed economici alternativi. Sono i giovani che tenacemente s’impegnano nell’amministrazione dei loro territori; sono i giovani e meno giovani che profondono energie nel mondo delle professioni intellettuali, cercando forme di lavoro e di socialità nuove. Sono i giovani che cercano all’estero quello che non trovano in patria e spesso ci riescono brillantemente.

Anche l’economia è ricca di energie positive, di imprese piccole e grandi che innovano, che si misurano con le sfide della globalizzazione, che non aspettano protezione ma esigono supporto.

Il problema è che questa parte della nostra società non è rappresentata nella politica. Eppure in un’economia mista quale è quella italiana le politiche pubbliche hanno un ruolo decisivo. La situazione italiana è grave perché chi detiene i poteri pubblici non è affidabile e, fino a quando la sfera dell’azione pubblica non sarà risanata, l’economia non potrà contare sull’apporto dello stato e del governo. Per questo un programma minimo per la ricostruzione dell’Italia dovrà prevedere:

  • lotta senza quartiere all’illegalità e alla corruzione;
  • eliminazione di tutte le posizioni di privilegio e delle normative che le sostengono;
  • drastico abbattimento delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza quindi limiti alle retribuzioni e reintroduzione di una imposizione sui patrimoni ereditati;
  • liberalizzazione piena delle attività economiche accompagnata da una sostanziale revisione dei meccanismi e degli organismi di controllo e supervisione dei mercati;
  • riforma radicale della pubblica amministrazione, con una verifica delle reali necessità di impiego non solo nelle amministrazioni centrali, ma anche negli enti locali e nelle regioni sia a statuto ordinario che speciale;
  • programma di investimenti finalizzati nella ricerca scientifica;
  • promozione degli investimenti nella green economy;
  • riqualificazione del sistema dell’Istruzione pubblica, basata sulla valorizzazione del merito e la tutela dei soggetti deboli.

Non è tutto, ovviamente, e non tutte queste cose potranno essere attuate contemporaneamente e con lo stesso tasso di riuscita. Ciò che conta è rendersi conto che è da qui che si dovranno misurare i programmi delle liste che chiedono il voto per governare. Ed è sempre da questo elenco che si misurerà la serietà dell’impegno di chi avrà la maggioranza nel futuro parlamento.

Claudio Lombardi

Sostituire la partitocrazia? Intervista a Roberto Crea

Roberto Crea è segretario di Cittadinanzattiva Lazio.

La politica è la questione centrale perché si tratta della funzione sociale con la quale la collettività decide su sé stessa, si autogoverna. Il vecchio modello partitocratico ha fatto danni enormi e deve scomparire per sempre. Con cosa lo sostituiamo? Voi cosa potete fare?

La discussione sulla partitocrazia va avanti, senza grandi risultati pratici, da molti anni. Forse è cresciuta la consapevolezza tra i cittadini dei danni che questa determina alla nostra società e più prosaicamente alle nostre vite. Ricordiamo le battaglie solitarie dei radicali e gli appelli di Berlinguer, poi Tangentopoli e Mani Pulite, ormai oltre vent’anni fa, o oggi quello che vediamo, con uno scoramento collettivo.

Lo scandalo della regione Lazio, per esempio, e il rifiuto ripetuto di far votare i cittadini non ha scatenato reazioni significative, non abbiamo visto manifestazioni di massa sotto la sede della Regione. In tutti questi anni, il rifiuto dell’abuso di potere partitocratico (che, ricordiamo, ha anche portato al debito che pesa sulle prossime generazioni di cittadini italiani) è stato in realtà appannaggio di una minoranza perché pesa molto la sottocultura alimentata per decenni che tollera gli abusi della partitocrazia.

Perché questa realtà cambi deve cambiare prima di tutto la cultura civile dei cittadini. Allora il sistema partitocratico, che ancora è tra noi e continua a procurare danni, potrà scomparire. Sembra un luogo comune, ma ancora oggi si vive di raccomandazioni e di abusi di vario tipo: del resto i politici e gli amministratori corrotti hanno ricevuto valanghe di voti, e i comportamenti quotidiani di moltissimi nostri concittadini non sono certo all’insegna del senso civico e del rispetto per lo spazio pubblico e per i beni comuni.

Allora che fare? Le frasi fatte tipo “sono tutti uguali” oppure “è tutto un magna-magna” che sono tanto diffuse servono a poco. Molto più importante è l’impegno nella costruzione di modelli di politica alternativa. Non si tratta solo di impegno diretto sui problemi del territorio perché oggi esiste una forte spinta alla formazione di liste civiche per un impegno diretto dei cittadini nelle istituzioni. Tuttavia le liste civiche sono spesso il paravento dietro cui si ripropongono persone con un passato, anche recente, legato proprio alla partitocrazia e alla politica tradizionale.

Credo, quindi, che molte liste civiche non porteranno alcun cambiamento sostanziale. In parte ciò è dovuto anche alla loro frammentazione e alla cronica incapacità di trovare i punti che uniscono piuttosto che quelli che dividono in funzione della visibilità di aspiranti (piccoli) leader autoreferenziali.

Auspicabile, invece, è l’impegno all’interno di partiti che vogliono rinnovarsi o all’interno di liste civiche organizzate e “evolute” di persone che, impegnate fino ad oggi nella società civile e nell’associazionismo, decidano di dare un proprio contributo all’interno delle istituzioni.

Non mi è chiaro, ancora, a che risultato questo possa portare in termini di cambiamento di modello politico-amministrativo. Comunque si tratta di mutamenti che avvengono nel medio termine e che si vivono anche di piccoli passi esemplari. In questo modo chi rimane “fuori” dai palazzi della politica, i cittadini attivi che operano per la tutela e la partecipazione civica, avrà un vantaggio competitivo in più perché potrà contare su alleati all’interno del sistema politico e amministrativo per spingere verso modelli di partecipazione, trasparenza e controllo più efficaci. Se questo modello funzionerà potremo anche raggiungere quell’evoluzione culturale della nostra società che, come dicevo, è alla base di un vero cambiamento.

Tutto ciò non basta però. Credo anche che sarà importantissimo, per la cosiddetta “società civile”, organizzare delle modalità strutturate e sistemiche di vigilanza, monitoraggio e valutazione dei comportamenti degli amministratori rispetto alle promesse e ai programmi elettorali, per mettere in evidenza pubblicamente coerenze e “tradimenti”, correttezza istituzionale e rispetto delle norme, e chiedere conto di tutto quello che non viene fatto o viene fatto male. Un sistema del genere, molto evoluto e con molte risorse a disposizione, è attivo ed efficace negli Stati Uniti. Stiamo lavorando con altre associazioni per strutturare un sistema simile come concetto e capacità anche di interdizione di politiche e scelte amministrative inaccettabili per l’interesse collettivo.

Credo che il nostro ruolo sia quello di far crescere consapevolezza e partecipazione attraverso azioni, condivisione di buone pratiche, educazione a partire dai problemi che i cittadini si trovano ad affrontare sul territorio tutti i giorni. Occorre mettere insieme risorse e idee per raggiungere massa critica e riuscire a parlare in modo adeguato a quante più persone possibile, ma anche utilizzare strumenti moderni di comunicazione per dare prospettive e la speranza che le cose possano davvero cambiare in meglio.

Infine, sempre in termini di verifica e intervento da parte delle organizzazioni civiche, credo sia giunto il momento di avere una maggiore capacità di intervento di contrasto legale degli atti amministrativi illeciti o apertamente illegali. La situazione è così grave, e sto parlando della nostra regione e dell’amministrazione comunale di Roma e di altre città del Lazio, che credo sia necessario porre un argine ad abusi e violazioni normative di forma e di sostanza che si moltiplicano in modo preoccupante. Stiamo lavorando quindi alla creazione di una sorta di gruppo di azione giuridica intra-associativo che sia in grado di operare a tutela dei cittadini in modo strategico, con un ampio respiro, avviando battaglie legali su temi importanti al fine di indicare nuove strade normative per il futuro.

(intervista a cura di Angela Masi)

Sostituire la partitocrazia? Intervista a Carmelo Cortellaro (Spazio civile)

Diamo la parola ai protagonisti. Tre domande, tre risposte. Risposta alla seconda domanda. Parla Carmelo Cortellaro di Spazio civile (www.spaziocivile.org). La prima la leggi qui (http://www.civicolab.it/?p=3851) e la terza qui (http://www.civicolab.it/?p=3855).

Il tema è sempre quello: la partecipazione che va oltre il voto come anima e sostanza della democrazia

 

Partecipare in un regime democratico significa prendere parte alla politica che è la funzione sociale che si occupa del governo della collettività. Ma la politica finora è stata vissuta come un compito riservato ai partiti. Oggi le cose appaiono in maniera diversa. C’è uno spazio politico che spetta ai movimenti civici e alla cittadinanza attiva? In particolare, queste realtà possono rappresentare i cittadini? E come?

I partiti sono previsti dalla Costituzione e, quindi, la partecipazione alla vita politica a livello delle istituzioni li rende necessari.

Il punto è un altro: quali partiti, o meglio che tipo di partiti. Certo non i partiti attuali che sono dei cartelli elettorali padronali in mano a pochi dirigenti. Si pensi all’UDC e all’IDV che si identificano con i loro leader. E poi,  non l’ho dimenticato: Berlusconi !!! innegabile che il suo sia il partito personale per eccellenza.

Certo non sono questi i partiti che avevano in mente i costituenti, figli di un epoca in cui l’ideologia ispirava la stessa partecipazione alla politica. Per l’appunto, venuta meno l’epoca delle ideologie poche persone si sono trovate a capo di scatole vuote con dei simboli e per un ventennio gli elettori hanno continuato a vederli come riferimenti: i democristiani si rivedevano nel simbolo dello scudo crociato, i comunisti nel partito della rifondazione e di altri minori, ecc. Ma quei partiti non esistevano più, erano un inganno per gli elettori a vantaggio di una classe dirigente falsa e bugiarda.

Oggi chi combatte questo sistema è accusato di fare antipolitica, come se la politica fosse quella di lorsignori.

No, proprio chi combatte questo sistema – cioè i movimenti – motivati da nobili intenti come quello di ridare la sovranità al popolo mediante la partecipazione attiva alla vita pubblica, fa politica, quella vera.

Altra cosa è poi l’esito, ma bisognerebbe entrare nel merito di ogni singola attività promossa in ogni movimento. Se si rimane al metodo può anche essere che non sia quello giusto, ma è comunque migliore di quello truffaldino e fallimentare dei partiti tradizionali ormai avulsi dalla realtà.

Il fattore discriminante tra i partiti ed il movimentismo è uno solo: LA DEMOCRAZIA INTERNA, che garantisce controllo e verifica dei risultati raggiunti dalla classe dirigente ed evita la stagnazione del “potere” in gruppi o in singole persone. Si pensi a Tony Blair, a Bill Clinton, a Jacques Chirac, a Josè Maria Aznar e ai tanti impegnati in politica nell’ultimo trentennio: fanno ancora politica attiva? Certo che no, perché dopo aver dato il loro contributo, bene o male, adesso fanno altro e hanno lasciato spazio ad altri. Vogliamo parlare dell’Italia? Da quanto Casini è in parlamento? Dal suo impegno a destra contro la sinistra, per poi essere contro la destra, poi il grande centro. Non è stato in grado di capire la parte giusta quale fosse? Allora è un incapace e dovrebbe andare via. Oppure no, non è stato in grado di imporre pienamente le proprie buone intenzioni ? Se non c’è riuscito in trent’anni di parlamento ci riuscirà adesso? Dovrebbe andare via lo stesso. La questione non cambia per D’Alema, Berlusconi, Di Pietro, ecc.

In Italia si è istituita la professione di politico, riservata a pochi, proprio come succede per i sovrani. No l’Italia è una repubblica parlamentare e da qualche tempo c’è in atto un gruppo di maldestri sovversivi che hanno usurpato il potere sovrano al popolo.

Sarebbe auspicabile per questi che a cacciarli fosse il movimentismo, mediante una rivoluzione pacifica, democratica nell’urna senza arrivare a quei rivolgimenti traumatici con cui tante volte nella storia vengono spazzati via gli usurpatori.

(intervista a cura di Angela Masi)

Sostituire la partitocrazia? Intervista a Paolo Andreozzi

Diamo la parola ai protagonisti. Tre domande, tre risposte. Risposta alla seconda domanda. Parla Paolo Andreozzi membro del direttivo dell’associazione “da Zero” (www.dazero.org). La prima la leggi qui (http://www.civicolab.it/?p=3821) e la terza qui (http://www.civicolab.it/?p=3829).

Il tema è sempre quello: la partecipazione che va oltre il voto come anima e sostanza della democrazia

La politica è la questione centrale perché si tratta della funzione sociale con la quale la collettività decide su sé stessa, si autogoverna. Il vecchio modello partitocratico ha fatto danni enormi e deve scomparire per sempre. Con cosa lo sostituiamo? Voi cosa potete fare?

Con cosa lo sostituiamo? E cosa si può fare? Mica facile.

governo cittàI movimenti mordi-e-fuggi scontano il limite intrinseco cui facevo cenno, e non riescono a canalizzare né il dissenso diffuso né la voglia di partecipare in niente di incisivo da contrapporre allo strapotere delle élite economico-finanziarie e delle loro ‘interfacce’ nel mondo della politica professionale. Anzi, a volte credo che certi ‘esperimenti’ di chiamate a raccolta con gli slogan più banali dell’orizzontalismo irriflesso (‘nessuno ci rappresenta’ ‘non stiamo con nessuno’ ‘non ci vogliamo irrigidire in un programma o in una struttura’), che in effetti raccolgono pochini o nessuno, siano concepiti e gettati a ripetizione nell’arena civicopolitica proprio con l’intento occulto di alzare il livello della confusione e di estenuare i cittadini meno preparati fra quelli indignati a vario titolo.

D’altronde, la decerebrazione indotta nel pubblico italiano da trentacinque anni di televisione commerciale e l’analfabetismo politico ‘di ritorno’ – conseguenza di quasi vent’anni di confronto politico trasformato in braccio di ferro tra macchiette d’avanspettacolo – non si sanerà che nel lungo periodo. E intanto ci teniamo Grillo, per esempio, che è un altro frutto solo più complesso della stessa china antropologica.

centroRispetto ai movimenti fluidi – nei quali però ci sono bellissime eccezioni a quanto detto, come il movimento per l’acqua pubblica che altroché se ha dato risultati concreti rispetto ai suoi obiettivi – il mondo delle associazioni della ‘cittadinanza attiva’ presenta caratteri diversi: scopi razionalmente fissati e condivisi, regole e statuti, struttura e portavoce, metodiche di democrazia interna.

Il problema delle associazioni è un altro, dal mio punto di vista, e consiste nella loro impronta prettamente ‘di causa o vertenza specifica’, marcando la quale – ognuna diversa dalle altre – non facilmente arrivano alla sacrosanta ‘rinegoziazione dei rispettivi confini’ che sola farebbe fare il salto di qualità nell’elaborazione e nell’azione di tutte, capace forse di fronteggiare davvero le strategie di chi permane nella ‘stanza dei bottoni’.

Per questo credo che prima della scomparsa del vecchio modello di partito – al di là della disaffezione quasi generale, poi a chiamata la gente risponde (vedi le recentissime primarie del centrosinistra) – ebbene, manca ancora un bel tratto di maturazione nell’indipendenza culturalpolitica sia degli individui sia dei gruppi in cui si uniscono dinanzi ai problemi della polis.

(intervista a cura di Angela Masi)

Nomine AGCOM e Privacy: la partitocrazia che ritorna

Pubblichiamo per il suo valore di testimonianza diretta la lettera che il Sen. Ignazio Marino ha inviato all’Espresso sulle nomine al Garante della privacy e all’AGCOM. Non riteniamo questa vicenda un affare interno al sistema dei partiti perché le Autorità dovrebbero autonome da altri poteri e dai partiti poiché sono create come garanzia per tutti i cittadini di diritti di rilievo costituzionale. La cosa ha un peso maggiore oggi per la perdita di credibilità e di rappresentatività di questo Parlamento e per l’evidente esigenza di un cambiamento che liberi lo Stato e le istituzioni da un’invadenza e da una logica spartitoria che sono divenute insopportabili

Caro Direttore,

oggi il Parlamento ha eletto alcune cariche istituzionali molto importanti e delicate: i garanti per l’authority sulla privacy e i membri dell’autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom).
Come avvengono le nomine di cariche così importanti nelle normali democrazie? Si selezionano i curricula dei candidati sulla base di criteri intuitivi: preparazione tecnica, indipendenza intellettuale, assenza di pregiudizi culturali, ecc. Cosa accade invece in Italia?
In questi anni passati in Senato il metodo l’ho conosciuto bene ed è sempre lo stesso: manuale Cencelli alla mano e incarichi suddivisi tra i partiti, uno a te, due a me ecc. Assenza totale di trasparenza.
Il giorno del voto ai parlamentari viene data un’indicazione, via sms o su un foglietto di carta con il nome da votare, a cui quasi tutti si attengono. A volte sono state elette persone meritevoli e competenti, non c’è dubbio. Altre volte di dubbi ce ne sono stati eccome. Ma tant’è. Personalmente, non ho mai partecipato in passato, né oggi, né parteciperò in futuro ad un voto in cui venga chiesto di eleggere un candidato senza un meccanismo di selezione rigoroso e trasparente.

Non è difficile: basta chiedere a coloro che hanno presentato la candidatura di illustrare alle Commissioni parlamentari competenti, il proprio curriculum e le proprie motivazioni e la valutazione può essere condotta alla luce del sole.

Ieri il Pd ha riunito i parlamentari di Camera e Senato, ha aperto la discussione, ha chiesto a ognuno di votare liberamente per un candidato. Ma non ha dato il tempo di esaminare i curricula disponibili esclusivamente in forma cartacea e in copia unica.

Alcuni di noi non erano d’accordo sul metodo e io ho proposto di ritardare di 48 ore la votazione per permettere un esame scrupoloso dei curricula sulla base di criteri definiti. La risposta è stata: no. E guarda caso dal segreto dell’urna sono usciti esattamente i nomi che erano stati ampiamente annunciati giorni prima.

Ma ci sono altri aspetti gravi. Due dei quattro membri dell’authority che dovrà garantire la correttezza dell’informazione radiotelevisiva sono stati scelti da Silvio Berlusconi mentre il Pd ha rinunciato a scegliere due membri per consentire a Pierferdinando Casini di nominarne uno. E quindi il Pd non sarà determinante nello scrivere le regole per l’assegnazione dei nuovi sei canali digitali che l’authority dovrà indicare entro l’estate. Frequenze di grande interesse economico per le aziende di Berlusconi il quale, se avrà il sostegno del membro dell’authority scelto dall’Udc, potrà acquisirle. Vedremo come andrà a finire.

Un commento finale sulla composizione dell’authority per la privacy. La norma (articolo 153 del d.lgs 196/2003) prevede che i componenti siano scelti tra “esperti di riconosciuta competenza delle materie del diritto o dell’informatica, garantendo la presenza di entrambe le qualificazioni”; se uno o più dei componenti non avranno queste caratteristiche vi sarà un’altra ottima opportunità per la società civile di intervenire. Chi avrà interesse, potrà chiedere alla magistratura di valutare se una decisione dell’authority sulla privacy possa essere invalidata perché questi requisiti preliminari non sono stati rispettati.
I partiti, cominciando dal Pd, riusciranno mai a lasciarsi alle spalle l’epoca delle spartizioni per entrare nel mondo in cui vince, attraverso un percorso trasparente, chi è più competente e, possibilmente, capace di assolvere con professionalità ed indipendenza il compito a cui è stato chiamato?

Ignazio Marino

Classe dirigente per promozione interesse generale cercasi (di Gregorio Arena)

Non è utopia! Anche in Italia c’è chi si impegna per l’interesse generale.

Ci possono essere tanti modi per definire la classe dirigente. Ma credo si possa convenire sul fatto che classe dirigente è quella che sa rinunciare alla difesa degli interessi individuali e familiari dei propri membri per promuovere l’interesse generale o, detto in altro modo, il bene comune.

I volontari dimostrano che non è utopia pensare che anche in Italia qualcuno possa impegnarsi per l’interesse generale.

Se si accetta tale definizione, se ne deduce che quella espressa in Italia dai partiti negli ultimi vent’anni non è una classe dirigente degna di questo nome, bensì una casta di privilegiati dedita al saccheggio sistematico delle risorse pubbliche. Vi sono state certamente alcune eccezioni, tanto più luminose in un quadro così degradato dell’etica pubblica, ma tali sono purtroppo rimaste.

Tangentopoli e gli imprenditori

All’epoca di Tangentopoli i partiti taglieggiavano gli imprenditori che a un certo punto, rendendosi conto che non ce la facevano a reggere la concorrenza con altri “sistemi-Paese” ed al tempo stesso pagare le tangenti ai politici, si ribellarono. Del resto non è un caso la coincidenza temporale fra l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht nel 1992 e l’avvio della slavina.

Partitopoli e lo Stato

In questi ultimi anni invece i partiti hanno taglieggiato il bilancio dello Stato (cioè noi cittadini contribuenti), auto-attribuendosi finanziamenti assolutamente spropositati sotto forma di cosiddetti “rimborsi” per le spese elettorali, senza nessun controllo e nessuna trasparenza. I partiti politici italiani sono diventati così ricchi da non sapere letteralmente come spendere i soldi del finanziamento pubblico. E così ecco gli investimenti immobiliari del tesoriere della Margherita (ma pare che anche altri partiti abbiano investito nel “mattone”), quelli in Tanzania del tesoriere della Lega e negli ultimi giorni le spese privatissime dei famigliari di Bossi, a dimostrazione appunto che quella che ci ha governato negli ultimi vent’anni non è degna di chiamarsi classe dirigente, perché subordina il bene comune al proprio meschino interesse di casta parassitaria.

Ma cos’è il “bene comune”?

Il danno provocato dall’avere avuto per decenni, incistata nel cuore del sistema, una casta di parassiti anziché una classe dirigente degna di questo nome è molto maggiore di quello immediatamente visibile, derivante dall’uso per fini particolari di risorse pubbliche.

Per capirlo bisogna riprendere la riflessione su interesse generale e bene comune svolta su queste pagine qualche tempo fa. Dicevamo infatti che pur non essendo interesse generale e bene comune propriamente sinonimi, tuttavia essi hanno un punto di contatto che emerge nella definizione di bene comune contenuta nella Costituzione conciliare Gaudium et Spes, secondo la quale il bene comune è “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente”.

Non si può fare a meno di notare l’assonanza fra questa definizione di bene comune e la formula utilizzata dalla Costituzione all’art. 3, 2° comma, laddove afferma che “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che … impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”.

Certamente, perfezione e pieno sviluppo non sono la stessa cosa, né potrebbero esserlo considerata la diversità delle prospettive in cui si pongono i due testi, ma ciò che conta è che questo parallelismo consente di individuare nella pienezza della persona il punto di contatto fra bene comune e interesse generale.

La Costituzione della Repubblica afferma che le istituzioni devono rimuovere “gli ostacoli di ordine economico e sociale che … impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”, mentre la Costituzione conciliare afferma che perseguire il bene comune significa, in positivo, creare “le condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente”.

In sostanza, sia pure con diverse prospettive, entrambe le disposizioni mirano al raggiungimento di un obiettivo che è la pienezza della persona, lo sviluppo dei suoi talenti, l’affermazione della sua dignità come individuo unico e irripetibile.

E questo, se da un lato coincide con la definizione conciliare di bene comune, al tempo stesso è nell’interesse generale anche dal punto di vista costituzionale.

Il vero danno

Questo dunque è il vero danno provocato dall’essere stati governati per anni, quasi sempre e in quasi tutti i campi, da una casta anziché da una classe dirigente degna di questo nome. Se l’interesse generale e il bene comune si identificano con la creazione delle condizioni che consentono alle persone di realizzare pienamente se stesse, di sviluppare le proprie capacitazioni, di “raggiungere la propria perfezione”, come afferma la Gaudium et Spes, allora la presenza al vertice del sistema di una casta parassitaria anziché di una vera classe dirigente ha significato non soltanto il saccheggio delle risorse pubbliche ma, cosa ancor più grave, ha significato impedire la realizzazione delle condizioni grazie alle quali milioni di persone avrebbero potuto realizzare se stesse.

E’ un danno enorme, irrecuperabile, uno spreco criminale di intelligenze, sensibilità, competenze a cui è stato impedito di dare frutti che avrebbero potuto essere preziosi non soltanto per il futuro dei singoli, ma anche se non soprattutto per quello dell’intera comunità. Anteporre gli interessi individuali, familiari o di casta all’interesse generale significa dunque impedire a tutti coloro che non appartengono alla casta di realizzare pienamente se stessi, la “propria perfezione”, perché in questa realizzazione consiste il bene comune.

Dove trovare una nuova classe dirigente?

Quello che si è appena descritto è il danno provocato al Paese in condizioni “normali” dalla mancanza di una classe dirigente. Ma quelli che stiamo vivendo non sono anni “normali” e dunque è urgente dotarci di una classe dirigente degna di questo nome, perché affrontare la crisi avendo al vertice del sistema una casta che privilegia i propri interessi particolari rispetto all’interesse generale è come avere uno Schettino al comando del Paese.

Che il problema sia reale e urgente lo dimostra, fra l’altro, anche un bell’articolo di Dario Di Vico intitolato Ripeschiamo gli espatriati sul Corriere della sera di domenica 15 aprile (inserto lettura). La tesi di Di Vico è che non potendo contare sui tradizionali “vivai” in cui si forma la classe dirigente di un Paese “Non c’è altra strada se non rivolgersi agli espatriati, ai connazionali che già oggi vivono e lavorano all’estero e coltivano con l’Italia un rapporto complesso, che in qualche caso verrebbe da catalogare come di amore-odio …. Il gioco, infatti, vale la candela per il particolare valore aggiunto che l’esperienza oltrefrontiera porta con sé. Quale? Tralasciando le considerazioni più scontate — la contaminazione culturale e linguistica — il sociologo Paolo Feltrin ne individua un’altra, decisiva. Un’esperienza all’estero serve a ridurre il tasso di politicizzazione che contraddistingue la visione del mondo delle nostre élite … Per produrre élite efficaci e competitive dobbiamo assolutamente abbassare il coefficiente di politicizzazione ed è più facile che ciò avvenga, almeno inizialmente, riportando a casa gli espatriati”.

La proposta presenta diversi aspetti meritevoli di interesse ma anche alcuni punti deboli. Per esempio, come si realizzerebbe concretamente tale ritorno dei potenziali nuovi membri della classe dirigente? Chi li seleziona? Quali ruoli gli si attribuisce, con quali criteri? Ma, soprattutto, che conoscenza possono avere dell’Italia e dei suoi problemi questi connazionali ormai da anni radicati altrove?

Una classe dirigente c’è già…

Ma forse la risposta al problema posto da Di Vico sta altrove, è sotto i nostri occhi eppure non la vediamo. Infatti, mentre negli anni scorsi alcuni privilegiati al vertice del sistema si ingegnavano a trovare nuovi modi per perpetuare il proprio potere, alcune centinaia di migliaia di persone dimostravano quotidianamente che una vera classe dirigente in Italia può esserci, anzi c’è già. Se infatti il carattere discriminante di una classe dirigente consiste nel saper rinunciare alla difesa dei propri interessi per promuovere l’interesse generale, nell’essere cioè dis/interessata, allora in Italia per fortuna esiste già una classe dirigente con questa caratteristica.

Ce l’abbiamo da anni, è diffusa su tutto il territorio nazionale, opera con competenza ed efficacia in tutti i settori della vita collettiva e coinvolge un numero enorme di persone. Ed ha anche un nome: volontariato.

Anche Di Vico apprezza il volontariato come potenziale “vivaio” di classe dirigente, affermando che “Quanto ai corpi intermedi è quasi scontato ricordare il ruolo che svolgono, la presenza capillare e il rapporto intenso che hanno con la propria base”. Però ne critica la formazione perché “se dall’osservazione della loro orizzontalità passiamo a considerare quali leadership verticali possano offrire, il bilancio cambia. Si tratta, nel migliore dei casi, di curriculum ‘validi’ fino alla frontiera di Chiasso, quando invece la sempre maggiore integrazione delle politiche economiche sovrane richiede altro standing e altra flessibilità”.

La critica di Di Vico è fondata, ma la situazione è tale per cui dobbiamo mettere in campo tutte le risorse di cui il Paese dispone. Gli espatriati, ma  anche la risorsa rappresentata dalla capacità del volontariato di mobilitarsi per l’interesse generale, qualcosa di cui in Italia abbiamo un enorme bisogno, per i motivi detti sopra.

I volontari sono classe dirigente

Se essere classe dirigente vuol dire anteporre l’interesse generale al proprio, essere cioè dis/interessati, i volontari sono infatti classe dirigente (anche se forse non sempre ne sono consapevoli) sia quando si prendono cura delle persone, sia dei beni comuni.

Mentre infatti è normale che si sia solidali fra consanguinei, non è affatto usuale che si sia solidali e partecipi nei confronti di coloro che non fanno parte della propria famiglia. I volontari assistono persone bisognose di aiuto pur non facenti parte del loro nucleo familiare, dimostrando che si può essere solidali anche con coloro a cui non siamo legati da legami di sangue. E inoltre i volontari prendendosi cura dei beni comuni tutelano beni di cui non sono proprietari, perché i beni comuni per definizione non possono essere oggetto di diritti di proprietà.

In sostanza, i volontari sono dis/interessati in quanto vanno oltre i legami di sangue per prendersi cura di estranei e vanno oltre il diritto di proprietà per prendersi cura di beni che sono di tutti. Secondo la definizione data all’inizio, i volontari sono quindi classe dirigente, in quanto antepongono l’interesse generale ai propri interessi individuali o famigliari.

Di chi si fidano gli Italiani?

Questo dis/interesse dei volontari evidentemente è percepito dall’opinione pubblica, così come al contrario è percepita la rapacità della casta. Secondo una ricerca Eurispes, le associazioni di volontariato riscuotevano nel 2011 la fiducia del 79,9% dei cittadini (nel 2009 era il 71,3%), mentre i partiti riscuotevano la fiducia soltanto del 7,1% dei cittadini (nel 2009 era il 12,8%). E probabilmentefra le ragioni di tale vastissimo consenso non c’è soltanto la gratitudine per tutto ciò che i volontari fanno ogni giorno con spirito solidale, ma anche l’apprezzamento per lo spirito disinteressato con cui lo fanno, anteponendo il bene comune agli interessi individuali o familiari.

Insomma, i volontari sono una risorsa per la democrazia anche perché rappresentano la dimostrazione vivente che non è utopia pensare che anche in Italia ci possa essere qualcuno disposto a mobilitarsi per l’interesse generale.

Gregorio Arena da www.labsus.org

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