Associazioni di cittadini e partiti: una scandalosa disparità (di Elio Rosati)

Il tema del finanziamento dei partiti sta esplodendo sotto i colpi degli scandali. Prima Lusi e poi il cerchio magico leghista.

Quello che però colpisce l’immaginario collettivo è che, di fronte a cifre molto consistenti erogate negli anni ai partiti, nulla o poco sia stato rendicontato all’opinione pubblica.

Resta ancora un mistero anche il fatto che un partito come la Lega non vada a congresso dal 2002.

E’ evidente, senza fare tanti giri di parole, che se un’organizzazione non rendiconta annualmente quello che fa, non mette alla prova a partire dalla base associativa le proprie scelte politiche e tutto si cristallizza in termini di potere personale, mala gestione e/o, peggio, distrazione di fondi pubblici.

Si parla, si sta parlando tanto di corruzione e della necessità che nel nostro paese si faccia di più e meglio.

E’ di estrema attualità una legge anticorruzione.

Così come una legge di riforma elettorale che torni a dare voce in capitolo agli elettori per la scelta dei candidati.

Ma sono queste le riforme che tutti aspettiamo?

La domanda nasce dalla visione dei fatti. E’ vero, tutti noi vogliamo contare di più circa chi mandare a rappresentarci in Parlamento o nel nostro Comune. Così come tutti noi vogliamo sapere come vengono gestiti soldi pubblici, soprattutto oggi alla luce della crisi economica.

Vorremo, però, anche sapere che i partiti, così veloci e scaltri ad attribuirsi enormi finanziamenti pubblici, rispettano in pieno l’art. 49 della Costituzione e cioè hanno un ordinamento interno democratico. Il che sarebbe anche il minimo per organizzazioni che vanno a governare le istituzioni. E, invece, no, l’ordinamento interno resta un affare privato dei partiti che, molto velocemente, cambiano giacca e ridiventano associazioni private quando a loro conviene: i finanziamenti devono essere pubblici per l’importante funzione che svolgono nello Stato, ma i controlli proprio no perché i partiti non li vogliono.

Ma allora perché le organizzazioni dei cittadini queste cose le fanno già da sempre per poter partecipare a bandi e contributi pubblici e i partiti no? Perché, ad esempio, negli statuti delle organizzazioni civiche deve essere presente, pena l’esclusione da qualsiasi finanziamento, un ordinamento democratico che garantisca tutti, mentre i partiti no?

Perché i cittadini, e le organizzazioni che li rappresentano nei diversi ambiti di intervento, devono approvare i propri bilanci ogni anno con modalità anche molto stringenti e tempi certi e i partiti no?

E’ scandaloso questo doppio binario. Scandaloso e non più tollerabile.

Anche perché i cittadini devono, ad ogni formale richiesta di verifica e di controllo da parte delle autorità preposte, dimostrare al centesimo tutte le spese effettuate. Giustamente perché si tratta di fondi pubblici (ma lo si fa anche con il finanziamento da parte dei privati).

I partiti, oltre a questi omessi controlli, si trovano spesso, pur sempre nella condizione di essere loro stessi i soggetti che, attraverso nomine negli enti, nei ministeri, nel così detto “parastato”, condizionano pesantemente le scelte che ricadono sulla vita quotidiana.

Si dice da tempo “fuori la politica dalla RAI” o dalle ASL. Ma con queste modalità nessun partito, nessuno, cederà il passo. Se il finanziamento dei partiti è stata l’arma per rendere più forte una parte (anche una parte all’interno dello stesso schieramento partitico) e le nomine nei vari enti la modalità per tenere stretti a sé i “clientes” come si può pensare di chiudere questa pagina che ormai ha preso il sopravvento?

I cittadini reputano negativamente i partiti in cui hanno ormai scarsissima fiducia. Ogni sondaggio conferma tale sensazione. Ma chi vive sulla propria pelle l’inadeguatezza della classe politica odierna sa, senza bisogno di sondaggi di opinione, che i partiti hanno perso da tempo la loro funzione e oggi sono o appaiono apparati per gestire le personali esigenze di chi li dirige, siano esse ristrutturazioni di case (magari di proprietà ma che il proprietario non sa di avere….) o di feste, festini e amenità varie.

Guardiamo la realtà per quella che è: i partiti vivono con i nostri soldi e dobbiamo non solo finanziarli in modo diretto o indiretto, ma anche sorbirceli in tv la sera dopo una dura giornata di lavoro. E va bene così perché i partiti dirigono le istituzioni e dobbiamo sapere cosa fanno e perché. Ma allora vogliamo anche la massima trasparenza, vogliamo che la nostra opinione conti e vogliamo che non ci siano più abusi con i nostri soldi. E, se permettete, visto che noi cittadini siamo anche i padroni di casa in questa Repubblica, vogliamo pure che chi sbaglia col potere che gli abbiamo dato con il nostro voto, paghi per i reati che commette e paghi con l’esclusione dalla politica per il pessimo esempio che ha dato.

Elio Rosati

Basta con questi partiti (di Lapo Berti)

I partiti che abbiamo oggi in Italia non servono più. Anzi, sono diventati un ostacolo per l’affermazione e lo sviluppo della democrazia che, all’origine, intendevano promuovere e di cui dovevano essere il principale tramite. Per essere più precisi, il sistema dei partiti – con tutto quello che comporta: modalità di selezione e di formazione dei politici, professionalizzazione, finanziamento occulto, assenza di responsabilità, di trasparenza nei confronti degli elettori, dilapidazione dei fondi pubblici, corruzione, collusione, clientelismo ecc. – è andato incontro a una deriva che lo ha trasformato in un nemico della società, un cancro di cui questa deve liberarsi, se vuole riprendere in mano le redini del proprio destino. Nessuna riforma è possibile, perché sarebbe affidata alle mani di coloro che hanno provocato il disastro.

C’è una ragione in più per auspicare e magari provocare il crollo dell’attuale sistema dei partiti: oltre a non essere espressione della società italiana, neppure è in grado di rappresentarla. Le formazioni partitiche costituiscono aggregazioni di gruppi di potere pressoché totalmente slegate dalla composizione sociale effettiva, non sono veicolo e rappresentazione degli interessi collettivi presenti nella società. Rappresentano solo sé stesse e riescono a convogliare solo le schiere, sempre più esigue, di coloro che sono mossi prevalentemente da ragioni e tradizioni ideologiche. Il perimetro delle formazioni partitiche non coincide con nessun perimetro delle possibili aggregazioni d’interessi che la società contiene.

Un esempio per tutti. Esiste, indubbiamente, una vasta e variegata area di interessi sociali, professionali, economici che vorrebbe una modernizzazione del paese, che vorrebbe riconoscersi in un sistema di relazioni economico-sociali aperto alla competizione e pronto a riconoscere e promuovere chi fa meglio, che vorrebbe che venissero spazzate via le caste di tutti i generi, che venissero abbattuti i privilegi e cancellate le rendite, che venisse dissolto quel viluppo di relazioni collusive, quando non mafiose, che soffoca le energie del paese. Ebbene, nessuna forza politica esprime e rappresenta gli interessi e la cultura di quest’area, perché la frammentazione politica non segue le linee di faglia dell’evoluzione sociale.

Ma il motivo forse più serio e profondo per liberarsi dell’attuale sistema dei partiti è che esso ha inquinato lo spazio pubblico. Non è possibile pensare a una nuova stagione dell’intervento pubblico in economia con questa classe politica, perché vuol dire votarlo al fallimento, vuol dire continuare ad alimentare il pozzo senza fondo delle risorse pubbliche in cui nuota la corruzione e il malaffare. La conclusione è solo in apparenza paradossale: non si può pensare seriamente a un’uscita dalla crisi di sistema che ci attanaglia senza cambiare le regole della rappresentanza, senza porre le basi di una nuova classe dirigente, di un nuovo modo di governare, di nuovi strumenti di controllo, e non solo di delega, nelle mani dei cittadini

Non è facile cambiare. Lo strumento più semplice, teoricamente, sarebbe il ritiro assoluto della delega, lo sciopero generale del voto, che lasciasse nudi i partiti di fronte alla loro incapacità conclamata di rappresentare alcunché. Ma chiunque vede che è uno strumento praticamente inapplicabile, perché richiederebbe la sincronizzazione delle scelte di una significativa maggioranza di cittadini che non è dato sperare si produca spontaneamente e che è velleitario pensare di organizzare.

Occorre, dunque, immaginare altri percorsi, altre soluzioni che siano capaci di prefigurare un funzionamento della democrazia il più possibile esente dalle degenerazioni partitocratiche. Esso non può che passare attraverso una qualche forma di mobilitazione sociale e una qualche forma di aggregazione e di rappresentanza che si ponga fra i cittadini e i partiti e metta i primi in condizione di controllare i secondi.

L’alternativa più drastica e immediata a un sistema politico incentrato sui partiti quali “amministratori” della partecipazione e della rappresentanza dei cittadini è la democrazia diretta. I cittadini partecipano direttamente al processo decisionale da cui nascono le scelte che regolano la vita della collettività. L’assemblea, in un luogo pubblico aperto a tutti, è lo strumento principe per l’espressione diretta della volontà dei cittadini. Tradizionalmente, il modello della democrazia ha incontrato un limite che sembrava invalicabile nella dimensione della popolazione chiamata a esercitarla. Sembrava un modello necessariamente limitato a situazioni locali, diciamo comunali, di piccoli comuni, perché già nei grandi comuni sarebbe di difficile realizzazione. Oggi, si potrebbe forse immaginare di superare questo limite tramite una democrazia diretta “in formato elettronico”, tramite il web. Ma la democrazia diretta non va incontro solo a un problema di praticabilità dovuto alla dimensione delle assemblee, ma anche, e forse più sostanzialmente, a un problema di sostenibilità, perché è difficile pensare a una popolazione costantemente impegnata a decidere in assemblee che si riuniscono con una frequenza tale da provocare assuefazione, stanchezza, rigetto, come inevitabilmente sarebbe. Dal senso d’inanità che deriva dal voto espresso ogni cinque anni, si passerebbe a un senso di nausea prodotto dal frequente ripetersi delle votazioni. L’esercizio del potere democratico rimarrebbe puramente formale, non riuscendo nella realtà a rappresentare “il popolo che governa”. A lungo andare, si formerebbe sempre una minoranza attiva nelle cui mani verrebbe di fatto a trovarsi il potere di decidere in nome di tutti e, per di più, senza alcun mandato formale.

Occorre, dunque, trovare una via di mezzo, che renda possibile una rifondazione radicale dei partiti.

Ricostruire la democrazia

Una democrazia di massa che voglia realizzare, anche solo per approssimazione, il governo di tutti i cittadini, rendendo effettiva la partecipazione alle decisioni collettive, non può fare a meno di una fitta intelaiatura di organismi intermedi, di cui i partiti sono non solo un esempio, ma anche il fondamentale punto di sintesi. È difficile immaginare un’architettura istituzionale capace di far funzionare la democrazia rappresentativa in formazioni nazionali di massa, senza l’aiuto di un veicolo della volontà popolare e un’espressione della sua rappresentanza quale solo i partiti possono offrire. La società, nel suo farsi, si articola necessariamente in aggregazioni d’interessi, diversificate o anche contrapposte, che s’intrecciano con visioni diverse di come la società dovrebbe funzionare, di quali obiettivi dovrebbero essere prioritariamente perseguiti. In una società le cui istituzioni sono ispirate al principio della libertà individuale, gli individui possono tentare di affermare i loro interessi inserendoli nell’agenda della società e di far prevalere le loro visioni, dando vita ad associazioni che possiedano il potere necessario per farsi ascoltare.

Un sistema di partiti sano dovrebbe dare spazio e ascolto a queste associazioni in forme regolamentate e trasparenti, in modo da mantenere i partiti stessi in costante contatto con la società e le sue espressioni. E si dovrebbero, forse, prevedere soluzioni che agevolino la creazione di partiti da parte di queste associazioni. Non è pensabile, tuttavia, che al governo del paese possano concorrere soggetti diversi dai partiti. Quello che, invece, è non solo pensabile, ma, dopo le esperienze fatte, inevitabile, è che i partiti siano fatti uscire dall’opacità in cui hanno prosperato e brigato per assumere forme democratiche, regolamentate e trasparenti. Come devono fare anche le altre grandi organizzazioni della rappresentanza, i sindacati. I cittadini devono essere posti in condizione di conoscere le fonti di finanziamento, di valutare a quali interessi costituiti i rappresentanti e gli eletti, eventualmente, fanno riferimento, di quali patrimoni godono.

Un problema che nessuna riforma del sistema politico di una democrazia rappresentativa di massa può più permettersi di trascurare, pena l’affossamento della democrazia o il suo scivolamento in una qualunque declinazione del populismo, è quello del controllo che i cittadini sono in grado di esercitare sul funzionamento della rappresentanza e, in particolare, degli organi di governo, a tutti i livelli. In passato, i cittadini, anche per loro colpa, si sono lasciati espropriare del loro ruolo di “mandanti” dell’azione di governo e hanno finito con il lasciare nelle mani dei politici di professione tutto il potere decisionale, rinunciando anche a qualsiasi forma di controllo a posteriori del loro operato. Leggi elettorali cialtrone e truffaldine hanno fatto il resto, sancendo e consolidando la separazione fra elettori ed eletti, fra il popolo e i suoi rappresentanti. Questo è il punto cruciale ed è, forse, anche quello da cui è più agevole ripartire per una riforma dell’ordinamento democratico che non ha necessariamente bisogno di leggi. Una riforma che parte dalla volontà delle persone di tornare protagoniste, dotandosi di strumenti per esercitare una funzione di controllo e, indirettamente, di sanzione sulle decisioni che i rappresentanti eletti prendono ai diversi livelli dell’amministrazione. La profonda delusione che oggi si riscontra, in maniera diffusa, nei confronti del funzionamento della rappresentanza, unita al rigetto generalizzato del sistema dei , bene comunepartiti che ne è responsabile, possono produrre quella mobilitazione dal basso che è il presupposto necessario per dar vita ad assemblee, comitati, associazioni, capaci di consentire ai cittadini l’espressione diretta del loro pensiero e della loro volontà, esercitando così un controllo di fatto sulle decisioni dei rappresentanti.

Il problema che si pone e sempre si porrà è quello di creare una cultura civica, una civiltà della democrazia, che sia in grado di sostenere una sorta di mobilitazione permanente dei cittadini in favore di sé stessi e del bene comune che solo così può essere tutelato. Per questa via, infatti, si risolve un’aporia altrimenti insolubile, ovvero il perseguimento del bene comune che, come sa qualunque persona dotata di buon senso, esiste solo nei libri e che nella realtà può essere solo approssimato tramite l’interazione, anche conflittuale, del maggior numero possibile di cittadini.

Non è una questione d’istituzioni, di organizzazioni, anche se queste contano per rendere possibile e praticabile la partecipazione attiva dei cittadini al governo della società ai diversi livelli. È, principalmente, una questione di cultura, di regole e di valori che entrano nel DNA intellettuale degli individui che fanno parte di una determinata società e ne determinano il carattere di società aperta, viva, consapevole. È, dunque, una questione d’informazione, d’informazione condivisa e partecipata; è una questione di apprendimento collettivo, attraverso l’incontro e il confronto. Non ci sono scorciatoie né possibili surrogati: solo in presenza di un numero sufficientemente elevato di cittadini attivi e consapevoli il cuore della democrazia può tornare a battere. L’alternativa, che incombe minacciosa, è quella di un lento scivolare o anche un improvviso precipitare in una china populistica dietro cui si nascondono i poteri forti e i profittatori.

Lapo Berti da www.lib21.org

Elezioni seconda puntata: vincerà il meglio ? (di Claudio Lombardi)

Sono già passati alcuni giorni dallo scrutinio dei voti ed è in pieno svolgimento la prosecuzione della campagna elettorale per il secondo turno nelle città che non hanno già deciso con il primo voto. Ovviamente i commenti impazzano e sono fortemente condizionati dall’imminenza del voto. Nella sarabanda dei messaggi all’elettorato spiccano alcune mirabolanti promesse di riduzioni fiscali e di benefici vari tanto sincere quanto possono esserlo le promesse fatte all’ultimo minuto. Qualcuno esagera e annuncia sorprese dell’ultim’ora come se si trattasse di aprire un bell’uovo di Pasqua e tirarne fuori il regalino che potrebbe ammansire l’elettorato scontento. Si sbeffeggia la dignità dei cittadini che vengono presi in giro neanche fossero bambini capricciosi. E chi lo dice è pure ministro della Repubblica!

Qualcun’altro assicura che adesso vi sarà una specialissima attenzione ai problemi locali come se non risultasse paradossale che, trattandosi di eleggere le amministrazioni locali (e lo si sapeva da mesi e mesi), ci si ricordasse soltanto adesso che questo è il livello del confronto sul quale si chiede il voto dei cittadini. Diciamo paradossale per non dire finto o costruito ad arte, definizioni che meglio si adattano alla “spontaneità” e “sensibilità” di politici che studiano elaborate strategie di “attacco” dell’elettorato quando basterebbe occuparsi lealmente dei problemi delle città mantenendo aperti tutti i possibili canali di partecipazione e di coinvolgimento degli abitanti per poterne legittimamente chiedere il voto a testa alta e senza tante manfrine.

Non è il caso, però, di dilungarsi su questi aspetti: ognuno li giudicherà come vorrà.

Pensiamo, invece a ragionare sul senso del voto che c’è già stato. Agganciandosi al precedente commento (cfr http://www.civicolab.it/?p=1189) si può dire qualcosa di più.

La novità di queste elezioni non sta tanto nello spostamento di voti che c’è stato e che ha penalizzato il PDL e la Lega a favore di forze di centro sinistra o alternative ai partiti stessi (Cinque stelle). La novità sta nel disvelamento di un mutamento in corso che ha agito su una parte dell’elettorato e che include anche coloro i quali al voto hanno scelto di non partecipare; un mutamento che probabilmente sta avanzando da anni e che indica una tendenza di lungo periodo dalla quale non sarà facile tornare indietro. E per fortuna, perché qui si tratta – ecco il mutamento – dell’emancipazione degli elettori dai vincoli di partito o, meglio, dalla fiducia data pregiudizialmente ad un partito.

Sembra, in effetti, che una parte crescente dei cittadini non subisca più il “fascino” di messaggi semplificatori che si sono rivelati assolutamente inaffidabili alla prova dei fatti. Esempio eclatante: una riforma del fisco con la riduzione a sole 2-3 aliquote e pure più basse rispetto a quelle in vigore che è stata il cavallo di battaglia elettorale di Berlusconi fin dal 1994. Esempio eclatante, ma non unico visto che tanti programmi elettorali sono stati costruiti per anni e anni come sommatoria di soluzioni per ogni esigenza senza guardare tanto per il sottile sulla realizzabilità degli impegni presi (qualcuno ricorda il Bush che invitava a leggere le sue labbra per assicurare che non avrebbe alzate le tasse? Sì? Ebbene le alzò puntualmente)

La stessa politica incarnata dai partiti non riscuote più la fiducia che dovrebbe avere da parte dei cittadini. Troppi scandali, troppe inefficienze, troppe inadeguatezze di persone che hanno mostrato platealmente di usare la politica per farsi gli affari propri invece di quelli della collettività generando un gigantesco spreco di risorse con il quale si sono dilapidate ricchezze immense dello Stato senza produrre un maggior benessere per gli italiani.

Per questo è sperabile che sempre più gli italiani ragionino giudicando con la loro testa ciò che viene detto e ciò che viene fatto da chi riceve il potere che le elezioni devono attribuire.

Ragionare con la propria testa, però, non significa abbassarla e andare contro le istituzioni e la politica come un ariete presupponendo che si tratti solo di travolgere tutto un sistema corrotto e inutile. Perché poi sempre di un sistema di decisione e di governo si avrà bisogno. Quindi tanto vale pensarci subito, prima di distruggere.

Per questo ora si tratta di restaurare il nostro sistema democratico per risanarlo delle troppe magagne accumulate in tanti anni di degenerazione.

Il restauro ha bisogno di strumenti e di artigiani che lo realizzino nonché di un progetto. Su quest’ultimo punto siamo facilitati perché abbiamo una Costituzione ben fatta che può essere migliorata in vari punti sviluppandone i punti chiave. Per esempio la partecipazione dei cittadini, tema cruciale per una democrazia che non voglia ridursi ad applaudire uno o più capi. La partecipazione non può rimanere principio di valore o vago indirizzo, ma deve diventare asse strategico su cui si adeguano le procedure decisionali, attuative e di controllo della politica in generale e delle singole politiche pubbliche. Deve diventare costume di vita e modo di pensare, in pratica cultura civile di un popolo.

Circa gli strumenti e gli artigiani diciamo subito che i partiti non possono più godersi generosi anzi esagerati finanziamenti pubblici e il monopolio della gestione delle istituzioni (anche con leggi elettorali fatte per premiare il potere dei vertici) rivendicando la libertà da qualsiasi disciplina e onere. Molto deve cambiare a cominciare dalla condivisione dei poteri con la società civile che sarebbe tempo di attuare; con mille cautele e a piccoli passi ovviamente, ma bisognerà pure, partendo dal basso, cominciare a costruire forme di rappresentanza e di intervento diretto dei cittadini, singoli e associati, nelle funzioni politiche e di gestione di pezzi delle funzioni pubbliche inclusi alcuni pubblici servizi essenziali. Bisognerà poi cambiare le regole e la struttura degli apparati istituzionali a cominciare dal Parlamento riducendo i numeri dei parlamentari e dei compensi nonché dell’enorme potere di gestire le risorse pubbliche. In pratica la politica dovrà essere una funzione trasparente, aperta alla partecipazione e responsabile per le sue azioni più che se si trattasse di un singolo cittadino.

Chiaramente tanto altro si potrebbe dire, ma questo intervento vuole solo essere uno stimolo ad una discussione che vada oltre il “chi vince chi perde ai ballottaggi” che può, certo, essere il punto da cui inizia qualcosa di più grande e impegnativo oppure no.

Dipende anche da noi.

Claudio Lombardi

Costruzione del comune in sanità e crisi della rappresentanza: il caso dell’Umbria (di Carlo Romagnoli)

Con l’accettazione da parte della Giunta regionale delle dimissioni dell’assessore alla sanità, Vincenzo  Riommi, il problema della funzionalità dell’attuale sistema della rappresentanza  politica anche ai fini della promozione e tutela della salute assume assoluta rilevanza.

 Tutti noi dobbiamo riflettere senza infingimenti sulla crisi terminale che coinvolge i due modi di gestione che hanno avuto l’egemonia nel corso del secolo passato: il sistema di gestione privato e quello pubblico.  Restando alla sanità, del modello di gestione privato basterà dire che non vi è in letteratura un solo studio scientifico che ne attesti almeno la non inferiorità rispetto al pubblico nel garantire salute da un punto di vista di popolazione. E vi sono evidenze della relazione tra diminuzione degli anni di vita  vissuti senza salute e la percentuale crescente di spesa sanitaria privata rispetto a quella totale (CDSH, “Closing the gap”. 2008).  Per non parlare del privato come determinante della crisi ambientale  o di quella finanziaria, economica e sociale che producono precarietà e nuova povertà in tutto il mondo.

 Il problema però è che già dal 2008 l’OMS ci dice che il pubblico, invece di produrre equità nella salute, comunità sane e servizi centrati sui bisogni della gente, sostituisce i fini  e produce centralità dell’ospedale, commercializzazione ( la pandemia!) e frammentazione dei programmi sanitari ( OMS,  World health report 2008).

 Oggi noi dobbiamo aggiungere che, oltre a quanto l’OMS autorevolmente denuncia, il SSR in Umbria ha dimostrato di produrre anche l‘uso privato del pubblico.

 Associando poi i fatti di casa nostra con quanto già si è verificato in Abruzzo o in Calabria, solo per restare ai casi più clamorosi, vi è sufficiente evidenza del fatto che il problema investe in pieno non solo il cosiddetto “centro sinistra”, ma la stessa capacità del pubblico di garantire il rispetto delle finalità sociali per cui è stato creato.

 Se i partiti selezionano i gruppi dirigenti contando più sui vincoli di appartenenza territoriale e amicale (i clan!) che sulla capacità di dare concretezza ai programmi e se questi partiti riescono a mettere le mani su aziende sanitarie che, prive di qualsiasi elemento di partecipazione reale e di controllo dal basso, sono un eccellente leva per ottenere voti, fare favori, spostare le risorse di tutti su definiti territori e orientare appalti, ebbene noi, di tutto questo, non sappiamo che farne.

 Nuova sanità pubblica? Cosa può significare se meccanismi politici e sistemi di gestione aziendale restano gli stessi?

 Non bastano nemmeno le giaculatorie sulla sanità come bene comune perché vecchi e nuovi partiti dicono già da ora che ci penseranno loro a difendere i beni comuni.

 Ma il punto è un altro: come ci liberiamo di questi due modi di gestione evidentemente superati e come lavoriamo per costruire il comune in sanità.

 Il bello del concetto di comune (Hardt e Negri, 2010) è che esso consiste nel “ Divenire principe della moltitudine”, ossia in un processo aperto in cui noi in quanto molti, grazie anche alla materializzazione del cervello sociale nella rete ed ai dispositivi di inclusione e condivisione grazie ai quali l’abbiamo resa forte ed efficiente, ci “autoattiviamo” ( M Castells, 2009).  

 Costruire il comune in sanità può voler dire allora  che i cittadini, anche grazie al web 2.0, condividono la scelta delle priorità, verificano in regime di terzietà la qualità delle cure, valutano l’impatto pratico delle politiche sanitarie sulla loro salute.

 Ecco, facciamo una cosa nuova piuttosto che cercare di applicare nel presente le ipotesi del passato: concentriamo l’attenzione di tutte le persone di buona volontà sulle buone pratiche di costruzione del comune in sanità: ce ne sono già molte in giro e chissà quante ne possiamo condividere se ci mettiamo a ragionare insieme.

  Carlo Romagnoli  responsabile sanità Associazione Consumatori e Utenti Umbria

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