Come riscriverei la manovra

Articolo di Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

Visto che in questo paese ogni occasione è opportuna per organizzare giochi di società ed ingannare il tempo in attesa del dissesto, oggi vorrei dedicarmi ad una “riscrittura” della manovra del nostro confuso governo pro tempore, anche per rispondere alle stucchevoli obiezioni di chi non mi legge né ascolta su base regolare ma trova modo (da anni) di uscirsene con la solita frasetta scema del tipo “fai troppe critiche, proponi qualcosa, invece”. E quindi, giochiamo.

Vediamo come rettificare le misure principali di una legge di bilancio fatta di spesa corrente con coperture una tantum, al punto che persino Moody’s ha fatto confusione (forse), oppure ha dato prova di ottimismo, pensando davvero che l’intervento sulle pensioni alla fine non andrà oltre il 2019.

Se obiettivo è quello di svecchiare gli organici, decisamente meglio prevedere dei fondi aziendali o settoriali per gestire gli “scivoli” alla pensione, sulla falsariga di quello esistente nel credito, e alimentarli con contributi datoriali e dei lavoratori, con eventuale residuale integrazione pubblica. Presentare il ritorno delle pensioni di anzianità nel paese più vecchio del mondo come misura per spingere l’inesistente staffetta generazionale, o addirittura per “rendere le aziende più competitive”, indica solo il micidiale mix di ignoranza e malafede dei proponenti. Per i seniores in azienda si potrebbe pensare a forme di part-time con protezione della contribuzione piena, comunque.

Misure come l’Ape sociale dovrebbero restare, essendo una sorta di “salvaguardia” implicita all’impianto della legge Fornero.

In luogo di reintrodurre la Cigs per cessazione, che alla fine tutela il posto di lavoro (morto) e non il lavoratore, servirebbe potenziare la Naspi.

Quanto al reddito di cittadinanza, la mia proposta è di irrobustire invece il reddito di inclusione e non fare casini col mercato del lavoro, perché qui finiremo a disincentivare l’offerta ed incentivare il nero. Il Rei è misura del tutto tardiva e quantitativamente insufficiente dei governi Pd della scorsa legislatura ma non per questo va buttata nello sciacquone. Il reddito di cittadinanza, per come è costruito e per gli importi in gioco, sarà solo una devastante rendita parassitaria travestita da ibrido tra mercato del lavoro e politiche sociali. In pratica, sarà la forma terminale del voto di scambio.

Serve poi “riqualificare” gli 80 euro di Renzi, dieci miliardi che ingessano ogni anno il bilancio dello Stato. In che modo? Due opzioni: creare l’equivalente di un EITC, cioè tax credit rimborsabile (quindi a beneficio anche degli incapienti) per aiutare i working poor, quindi mantenendo la misura legata alla presenza di lavoro. Oppure usare quei fondi per ridisegnare la curva Irpef, smorzandone la pendenza attraverso azione sulle detrazioni.

Sarebbe poi utile introdurre anche in Italia la fiscalità in base al nucleo familiare, per evolvere verso il quoziente in modo da non disincentivare l’offerta di lavoro del secondo percettore di reddito della famiglia.

Servirebbe poi prevedere altre risorse per la riduzione strutturale del cuneo fiscale, dopo che anche la scorsa legislatura è stata sprecata preferendo la via alternativa di decontribuzioni a termine o generazionali, che di conseguenza hanno favorito distorsioni del mercato del lavoro e mantenuto il tempo determinato come forma contrattuale elettiva per il datore di lavoro. Quando i costi dell’indeterminato sono elevati, così come l’incertezza (domestica ed esterna), mi pare evidente che le imprese non si fiondino ad assumere in via permanente. Ma qui purtroppo serve fare i conti con la scarsità di risorse fiscali disponibili. Di certo, se dovessi andare in guerra contro la Commissione Ue e gli altri governi europei per un ampio sforamento dei conti pubblici, lo farei per misure di questo tipo, non per demenziali misure clientelari.

In sintesi, e dopo alcune proposte certamente non esaustive: servono soldi, e tanti. Questi interventi sono il correttivo minimo ad una manovra da scappati di casa che sta mettendo il cappio attorno al collo del paese. Innegabile che nella scorsa legislatura sono state sprecate molte risorse e, se la memoria non mi inganna, ne ho scritto e parlato ad nauseam, con buona pace della memoria selettiva (e della malafede) di quanti mi chiedono conto ora. Le risorse costano, perché per definizione sono scarse, nel mondo reale. Quindi, se proprio devo cercare di lottare per prendermi margini, meglio farlo per misure differenti dalla pura spesa corrente. A proposito: ma dove sono tutti questi investimenti?

La crisi e le proposte di un cittadino attivo (di Aldo Cerulli)

Siamo cittadini attivi e vogliamo provare a cambiare le cose.

Considerata la situazione internazionale è difficile sfuggire all’idea che siamo tutti sottomessi allo strapotere della finanza che si esprime con la crisi dei sistemi bancari che si sono dedicati alla speculazione invece che al loro mestiere. Gli Stati hanno l’acqua alla gola perché si sono caricati di una immensa mole di prestiti e adesso i governi pensano che la via d’uscita sia spremere i cittadini per far pagare a loro il conto della crisi con misure che sono un affronto alla moralità, all’equilibrio sociale oltre che essere un palese disincentivo alla crescita economica.

E’ infatti evidente che le categorie “forti” che sanno come difendersi possono trovare molti modi per non pagare la crisi. Invece, quando si mette il limite di 486 Euro per la rivalutazione piena in base all’inflazione delle pensioni si sta togliendo qualcosa di essenziale per chi è debole.

Io dico che così, forse l’Italia riuscirà a non fallire, ma a prezzo del fallimento dello Stato sociale!

Gli sprechi del passato non ci sono stati per “il buon cuore” dei governi come ha detto Monti giorni fa, ma per le tante scelte che hanno scaricato sulle casse dello Stato privilegi ed errori. Fra i privilegi ovviamente non si possono non mettere quelli dei politici e dei partiti che hanno goduto in silenzio di guadagni e finanziamenti ingiustificabili e ora vorrebbero far valere i diritti acquisiti. Proprio ciò che è negato alle persone comuni che dovranno restare al lavoro per altri 6-7 anni prima di andare in pensione. Va bene, ma ci si è chiesti cosa significherà avere tanti ultrasessantenni al lavoro? Sicuramente ci rimetteranno sia l’efficienza che la produttività, la gente starà a lavorare quegli anni in più di malavoglia, cercando più che altro di stare in parcheggio, di tirare avanti fino al gran giorno, nervosa e con acciacchi dovuti all’età. Per non parlare di quelli che saranno licenziati e a 60 anni dovranno mettersi a cercare un lavoro. Un dramma vero. A me non sembra che così si salvi l’economia.

E veniamo alla questione del “posto fisso”, battuta poco felice di Monti, ma problema reale. Intanto è ovvio che oggi il giovane cerca un posto di lavoro innanzitutto.

Vediamo che la discussione sul lavoro che manca si ferma troppo sull’art. 18. Al riguardo la penso così: già in un non lontano passato si era cercato di abolirlo perché ritenuto disincentivante alle assunzioni da parte di piccole imprese con organico di 15 dipendenti e le OOSS barattarono il suo mantenimento con il consenso alle assunzioni a termine (un tempo consentite solo per carichi stagionali di lavoro)…da qui iniziarono a proliferare le società di “lavoro in affitto” …un mero appalto di mano d’opera…anche esso un tempo vietato dalle normative sul lavoro; i più fortunati, si fa per dire, invece vennero assunti con contratti Co.Co.Co., poi diventati Co.Co.Pro. quando partirono i primi ricorsi contro le assunzioni simulate.

Tutti sanno che questi “precari del lavoro” (nel settore privato e in quello pubblico), non potranno mai chiedere un mutuo ad una banca per acquistare una casa…in quanto non possono presentare un “cedolino paga” che presenta la dizione “assunzione a tempo indeterminato”. Quindi la condizione di precario non può durare a lungo a meno che non cambino anche tante altre regole (come quelle delle banche per esempio).

La vera tutela è quella contro le discriminazioni mentre, invece, è giusto che si possa allontanare chi sfrutta il lavoro degli altri, chi si assenta con presunte malattie strategiche, chi crea danni all’azienda, insomma chi…credendo di aver conquistato a vita il posto di lavoro…non sa mantenerselo e lo leva a chi potrebbe meritarlo veramente.

L’Art. 18 è allora per me solo un falso problema che può anche fare da alibi a chi governa mascherando l’incapacità di combattere la disoccupazione giovanile.

Tutela contro le discriminazioni significa che:

  1. al personale femminile in attesa di prole dovrà essere garantito il posto di lavoro  per la durata di almeno tre anni dalla nascita del figlio e nell’ipotesi, dopo tale data, di licenziamento effettuato in assenza  di giusta causa o giustificato motivo diritto ad un indennizzo e al trattamento di disoccupazione (in parte a carico del datore di lavoro) per almeno due anni.
  2. ai rappresentanti interni del Sindacato viene garantito il posto di lavoro e durante l’espletamento del loro mandato non possono essere soggetti a licenziamento se non per giusta causa, giustificato motivo o per riduzione collettiva del lavoro; in caso di violazione di tale norma si dovrà corrispondere un indennizzo equivalente a tre annualità di stipendio.
  3. A tutti i licenziati lo Stato, con il concorso del datore di lavoro, dovrà garantire adeguati ammortizzatori sociali e frequenza a corso di riqualificazione finalizzati al ritorno al lavoro.
  4. abolizione di tutte le forme di lavoro a termine e di assunzioni anomale;
  5. bonus fiscali (sei mesi di retribuzione) per chi assume persone fino a 35 anni di età;
  6. due anni di sgravi fiscali al datore di lavoro che assume ultra quarantenni che hanno perso il posto di lavoro.
  7. Modifiche alle norme sul processo di lavoro che ne abbattano la durata fino a sei mesi per il primo grado.

Queste sono proposte ed ipotesi che ho elaborato da semplice cittadino attivo. Invito anche altri a fare lo stesso. Soltanto un’intelligenza collettiva potrà farci fare un passo in avanti.

Aldo Cerulli