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Non passa giorno che Salvini non dica qualcosa sul suo tema preferito: i migranti. Giorni fa il presidente dell’Inps Tito Boeri ha illustrato la relazione annuale che l’istituto da lui diretto deve presentare al Parlamento. Nell’ambito di un’analisi basata su dati incontestabili ha affermato che i contributi pensionistici pagati dai e per i lavoratori immigrati e regolarmente occupati sono indispensabili all’equilibrio del sistema pensionistico. Salvini si è infuriato. Ma le affermazioni di Boeri corrispondono ad una realtà che ognuno può intuire e comprendere con un minimo di ragionamento. Vediamo come ci si arriva.

Il sistema pensionistico italiano è e sarà anche in futuro un sistema che paga le pensioni con i contributi versati dai lavoratori attivi. A ripartizione o contributivo incide sul calcolo della pensione, ma i soldi sempre da lì devono arrivare.

Dunque è importante il numero dei lavoratori che devono bilanciare quello dei pensionati. Oggi siamo quasi a 3 lavoratori per 2 pensionati. Ma domani?

Il domani è già indicato dall’oggi ed è rappresentato da un altro rapporto, quello tra nascite e decessi.

Nel 2017 abbiamo avuto un saldo negativo pari a 183.000 abitanti e non perché muoiono più anziani, ma perché nascono meno bambini. Anche questo è un tema ben conosciuto dall’opinione pubblica e tutti possono intuire che se nascono meno bambini e gli anziani vivono più a lungo, prima o poi, lavoratori e pensionati saranno pari e, se non si invertirà la tendenza, i secondi finiranno per superare i primi.

Dunque chi manterrà una popolazione anziana, bisognosa di pensioni e cure? Questo è il problema.

La prima risposta che si è data negli anni passati è stata la diminuzione dell’importo delle pensioni con il passaggio al metodo contributivo. La seconda è stata l’innalzamento dell’età di pensionamento. Ma ciò non basterà se non aumenterà il numero dei lavoratori. Ovviamente non si parla di lavoratori finti mantenuti a spese dello Stato, ma di lavoratori che producono. Dunque innanzitutto bisogna puntare a politiche di sviluppo che aumentino la ricchezza complessiva e che richiamino più occupati. È questa la prima preoccupazione del governo attuale? Non sembra. Né il reddito di cittadinanza né la diminuzione delle imposte per i redditi più elevati né la lotta all’immigrazione e l’ irrigidimento dei contratti di lavoro porta una maggiore spinta allo sviluppo. Al contrario, il governo spinge verso un aumento del deficit e del debito e non c’è alcuna dimostrazione che ciò incrementi lo sviluppo.

Torniamo alle affermazioni di Boeri.

Se la decrescita delle nascite rallentasse e addirittura si invertisse (vuol dire fare almeno 3 figli per coppia) ci vorrebbero vent’anni per avere i primi effetti. Ma noi il problema ce l’abbiamo già oggi e il modo più semplice e più rapido per aumentare i pagatori di contributi è far arrivare un certo numero di immigrati.

Problema: perché ricorrere a lavoratori immigrati e non ai milioni di disoccupati italiani?

La risposta è semplice: perché gli immigrati accettano di essere pagati meno e di fare lavori che agli italiani interessano poco, ma che sono indispensabili per mantenere in funzione l’economia italiana e la società (con colf e badanti).

È quindi un’illusione pensare di sostituire i lavoratori immigrati con i disoccupati italiani se i datori di lavoro aumentassero i salari. E’ difficile che accada e non solo perché molti datori di lavoro sono avidi, ma perché l’Italia ha un problema di scarsa produttività che si porta dietro da anni. I salari italiani sono nettamente inferiori a quelli della Germania anche a fronte di un maggior numero di ore lavorate per categorie di lavoratori che sono tutelati da contratti collettivi di lavoro. D’altra parte anche per colf e badanti ci sono i contratti nazionali a stabilire i minimi retributivi e i principali diritti e doveri di lavoratori e datori. Eppure questi lavori non sono richiesti dagli italiani. E tante fabbriche, specialmente nelle zone più sviluppate, sono tenute in piedi dagli immigrati.

Perché? La spiegazione più semplice è che la principale aspirazione degli immigrati è quella di fermarsi qui e guadagnare. Per i giovani italiani non è così.

In parte c’è un deficit di formazione per cui molte offerte di lavoro per ruoli tecnici non vengono coperte (e mancano anche gli artigiani). In parte le aspirazioni dei giovani italiani sono più elevate, non si accontentano di un qualunque lavoro e di una retribuzione bassa (come facevano però i loro padri o nonni negli anni ’50). Magari a Londra il cameriere o il lavapiatti vanno a farlo, ma in Italia no. Perché? Perché a Londra (o Berlino o Parigi) ci sono realtà dinamiche che permettono di sperare in un miglioramento e di veder riconosciuti i propri meriti, mentre in Italia è tutto molto più difficile e bloccato. Guadagnare poco e senza poter sperare in una carriera interessa solo chi ha lasciato alle spalle situazioni ben peggiori. Dunque i migranti.

E siamo al punto di partenza. Dei lavoratori immigrati c’è bisogno e ce ne sarà bisogno per molti anni ancora. Il calo delle nascite degli italiani si può contrastare con politiche di sostegno alla formazione delle famiglie, ma non sono politiche che si mettono in piedi e che producono effetti dall’oggi al domani. E comunque le famiglie non possono prescindere dal lavoro per il quale valgono le considerazioni fatte prima. L’Italia è quella che è e non può vivere di assistenza e lavori finti. Le mucche in Emilia Romagna qualcuno le deve mungere e oggi non lo fanno gli italiani. Per non parlare di mille altri lavori. Così è.

Dunque è vero che gli immigrati servono a tenere in piedi il sistema previdenziale italiano. Il problema vero è che servirebbero quelli regolari. Lo dice anche Boeri che sottolinea come in questi anni di anarchia migratoria si sia bloccata proprio l’immigrazione regolare.
Ma questo Salvini non lo dice perché non gli conviene. Lui ha bisogno della rabbia e dei ragionamenti con i piedi per terra non sa che farsene

Claudio Lombardi

Pensioni e demografia

Ben più del lavoro il centro del dibattito sulle questioni sociali è occupato dalle pensioni. A volte i toni sono drammatici come se in Italia i pensionati fossero l’ultima ruota del carro. Per fortuna non è così, ma nella concitazione dei confronti tra governo e sindacati o nello scontro politico spesso si smarriscono i punti di riferimento. Ce li ricorda Marco Ruffolo in un recente articolo su Repubblica del quale riproduciamo ampi stralci.

baby boomerRuffolo parte dalla demografia e cita tre onde anomale con le quali ci si troverà a fare i conti nel prossimo futuro. “La prima arriva nel 2032: è l’anno in cui vanno in pensione tutti in una volta un milione e 35 mila baby boomers, un picco assoluto. Sono i neonati del 1964”. Le nascite saranno invece 473 mila quest’anno e nel 2032 si prevede che scenderanno a 450 mila. La seconda onda anomala arriva nel 2044. “È l’anno in cui ci si accorge che il rapporto tra giovani e anziani si sta progressivamente ribaltando. (…) Quasi 8 milioni di under 54 in meno rispetto a vent’anni prima, e 6 milioni in più di over 65, ormai un terzo di tutta la popolazione (…) questo fatto spezza tutti gli equilibri. A cominciare da quello pensionistico. La spesa previdenziale raggiunge un picco imprevisto, il 16,3% del Pil, ma l’Eurostat la prevede ancora più alta: 18,3%. Il problema è che a rimpolpare la popolazione attiva, a sostenere con i loro contributi il sistema pensionistico italiano, non contribuiscono più come prima gli immigrati, fin qui una sorta di ciambella di salvataggio dei nostri conti pubblici e demografici. Nelle sue ultime proiezioni la Ragioneria generale dello Stato prende tutti di sorpresa. Le stime di qualche tempo fa sono ormai superate: proprio intorno al 2044 il flusso di immigrati si riduce dai 233 mila annui inizialmente attesi a 155 mila. Un saldo pur sempre positivo, ma fortemente ridimensionato. (…) Il risultato è che alla fine, nonostante l’aumento dei requisiti di età pensionabile al crescere della speranza di vita, e nonostante comincino a uscire dal lavoro persone con la pensione calcolata tutta con il sistema contributivo, intorno al 2044 la spesa pensionistica schizzerà più in alto del previsto.

pensione giovaniTerza e ultima onda anomala: 2065. È l’anno in cui il numero dei decessi doppia quello delle nascite: 850 mila contro 422 mila. L’invecchiamento e la denatalità nel nostro Paese arrivano a tal punto che la popolazione, prevista inizialmente in leggera crescita, vede sparire rispetto ad oggi 7,1 milioni di persone e si avvia malinconicamente verso quota 50, dai 60 milioni attuali. Per la verità, senza il contributo degli immigrati (che pur ridimensionato pesa ancora molto) i residenti calerebbero addirittura del doppio. (…) L’età media nazionale raggiunge il massimo: 50 anni. Le donne toccano per la prima volta i 90 anni di speranza di vita. Ma il 2065 è anche l’anno in cui la spesa pensionistica, dopo il picco di vent’anni prima, torna a ridursi in rapporto al Pil. Come mai? Il motivo va sempre ricercato in quello che succede alla foltissima schiera dei baby boomers, il vero asse portante del nostro sistema demografico e previdenziale. Dopo essere andati in pensione tra il 2020 e il 2040 pesando inevitabilmente sui conti previdenziali, adesso i figli del miracolo economico passano semplicemente a miglior vita, per via dell’età. (….) Le nascite continuano a battere la fiacca, ma almeno i contributi dei nostri figli e nipoti non dovranno più pagare la pensione a quella sterminata massa di vecchietti.

spesa pensioniTutto risolto, dunque, con la loro “eliminazione”? Non proprio. Quelle ondate demografiche lasceranno più di un segno al loro traumatico passaggio. Lo lasciano soprattutto sui conti pubblici, creando uno squilibrio sempre maggiore tra i contributi via via versati dai lavoratori (ridotti dalla denatalità e dalla bassa occupazione) e le pensioni da coprire con quei contributi (gonfiate dalla crescente longevità degli anziani). L’effetto finale è un maggior debito pubblico di oltre 30 punti percentuali (…). Ma l’Eurostat parla addirittura di 117 punti in più. Ovviamente, questo non è un problema che imponga una immediata soluzione: i prossimi dieci- quindici anni saranno ancora finanziariamente coperti dalle riforme messe in campo, ma successivamente non basterà più l’aumento previsto dei requisiti di età, non sarà sufficiente l’effetto calmierante del sistema contributivo. (….) Se così stanno le cose, pensiamo a cosa potrebbe succedere nei prossimi decenni se si interrompesse di colpo l’adeguamento dell’età pensionabile alla speranza di vita, come vorrebbero oggi alcune forze politiche, spinte evidentemente da una pressante motivazione elettorale. L’Inps ha stimato questo eventuale costo aggiuntivo in 140 miliardi, che si sommerebbero ai 51 che si dovranno comunque trovare in assenza di nuovi immigrati o di una ripresa della natalità. Siamo disposti a lasciare in sospeso questo debito enorme sopra la testa dei nostri figli e nipoti?

Vitalizi e pensioni: il paese dei miracoli

Accade qualcosa di straordinario: ci si accapiglia per adeguamenti di qualche decine di euro di milioni di pensioni date a gente che, comunque, ha versato tanti anni di contributi e continuano ad essere versati vitalizi a centinaia (o migliaia?) di ex consiglieri regionali e parlamentari andati in pensione dopo periodi in carica di pochi mesi o di pochi anni.

Nel paese dei miracoli tanti i casi esemplari che affollano i notiziari, i talk show, i tg, i giornali. Ecco la bella ragazza ex consigliera regionale della Sardegna che prende a 41 anni più di 5mila euro al mese di vitalizio. Ma ecco anche la numerosa compagnia di altrettanti casi esemplari al vertice dei quali c’è quello di un tal Boneschi che per essere stato deputato per 24 ore prende più di 2mila euro al mese.

Per carità, tutto legittimo perché chi scrive le leggi sa scriverle bene a suo vantaggio. lo schermo dei diritti acquisiti copre tutto col suo polveroso suono di latinorum da truffatori. Sì diritti acquisiti dai furbi! Adesso il festival dei vitalizi è frenato dalle nuove norme che attenuano quasi dappertutto lo scandalo, ma quelli che li prendono da anni continuano a prenderli senza che nessuna autorità pensi mai a loro quando ci si trova in emergenza finanziaria.

È chiaro che il problema è di sistema. Se guardiamo anche solo a un paio di decenni fa abbiamo un panorama impressionante: dipendenti pubblici in pensione dopo 20 anni di lavoro; consiglieri regionali e parlamentari con vitalizi anche solo per 24 ore di permanenza in carica; pensioni calcolate a prescindere dai contributi versati con tanto di promozioni (nel settore pubblico) all’ultimo momento per far prendere di più. Un arrembaggio indecente, un furto legalizzato di cui continuiamo a pagare le conseguenze.

E poi quando le cose vanno male si prendono i soldi sempre agli stessi, al “popolo bue” che prende le briciole per sé e copre con la sua connivenza i furti dei più potenti.

Fino a quando ci permetteremo il lusso di mantenere questi parassiti? E ci permettiamo anche di protestare perché l’Europa ci impedisce di andare in deficit a piacere? Cos’è, ci servono altri soldi per darli ai parassiti e ai ladri?

Manovra: apprezzabile, con riserva ( di Leonardo Becchetti)

Mentre in Italia sta per essere varata la manovra che succede ai tre piani della crisi? Al piano superiore (riforma delle regole della finanza internazionale) calma piatta. Le ricette ultranote che servirebbero per riportare la finanza al servizio dell’economia reale sono state da tempo individuate (legge Dodd-Frank negli Stati Uniti, commissione Vickers nel Regno Unito): sono la riduzione della leva e della dimensione delle grandi banche d’affari che hanno scatenato la crisi, il divieto di trading proprietario delle banche commerciali, la tassa sulle transazioni finanziarie, la regolamentazione dei derivati OTC e della finanza ombra, il divieto dei cds “nudi” ovvero acquistati non per assicurare un sottostante acquisto di titoli pubblici ma per scommettere sul successo o sul fallimento di un paese.

Usando una metafora, mentre nell’economia reale si compra una polizza per assicurarsi dal furto della propria auto, in finanza la si compra per sperare in un aumento di prezzo della stessa derivante dal furto dell’auto del vicino (o del fallimento di un paese) distogliendo una quantità enorme di risorse dal finanziamento degli investimenti nell’economia reale (i rubinetti delle banche sono quasi chiusi). Pochi si rendono forse conto (e il dibattito sui media tace il problema) che senza la soluzione di questi problemi a monte, un nuovo tsunami potrebbe arrivare.

Al secondo piano (l’Europa) si fa fatica a ricostruire la relazione di fiducia tra la Germania e i paesi del Sud Europa. Le doglie del parto stanno durando da troppo tempo e rischiano di far morire la madre (l’euro) e il nascituro (l’unione fiscale europea). L’ostinazione tedesca per via dei passati tradimenti della disciplina fiscale di paesi come la Grecia deve al più presto lasciare spazio a nuova fiducia. Le regole severe che dovrebbero favorirla sono già sul tappeto ma bisogna fare presto.

Arriviamo così al primo piano, la manovra italiana, con la trepidazione di chi sa che, se succede qualcosa ai due piani superiori, quanto stiamo facendo per rimettere ordine da noi potrebbe risultare vano. La manovra è apprezzabile anche se con riserva. Piuttosto equilibrata sul versante pensionistico anche se ci impone sacrifici rilevanti. L’intervento migliora l’equità intergenerazionale eliminando alcune diseguaglianze tra lavoratori anziani e più giovani ripristinando il contributivo pro rata anche per una categoria che sino ad oggi era esente. Importante non bloccare l’indicizzazione all’inflazione per le pensioni al di sotto dei 1000 euro. L’aspettativa di vita è aumentata sensibilmente negli ultimi decenni ma non possiamo permetterci in questo momento di “comprarci” anni di vita senza lavoro. Pertanto dobbiamo lavorare più a lungo. Il sistema contributivo con le nuove regole risponderà a regole di equità e sostenibilità: chi lavora di più avrà pensioni migliori, chi ha maturato i 40 anni di anzianità dovrà aspettare per andare in pensione (ma potrà accrescerla) per non costringere lo Stato a pagare per un numero troppo elevato di anni.

Il versante fiscale della manovra presenta invece luci ed ombre. La strategia ottimale di ridurre il peso su lavoro ed imprese aumentandolo su ciò che genera esternalità sociali negative (inquinamento ambientale, scarsa responsabilità sociale nei processi produttivi, inquinamento finanziario) e sulla rendita (patrimoniale soft al di sopra di una certa soglia) non è perseguita fino in fondo. Bene la riduzione del peso fiscale sul lavoro e sul capitale reinvestito in azienda ma l’aumento delle imposte sui consumi è regressivo, ha effetti frenanti sulle speranze di ripartenza della crescita e non è modulato sulla sostenibilità sociale ed ambientale dei processi produttivi. Rimandarlo al settembre 2012 non ne attenua gli effetti perché operatori razionali dal lato dell’offerta potrebbero anticipare l’effetto futuro certo ad oggi.

L’intervento sui patrimoni è disperso in vari rivoli (bolli, ICI). Per fortuna è stata accantonata l’idea di innalzare l’IRPEF sulle aliquote più alte che avrebbe finito per punire nuovamente un ceto medio che le tasse le paga. Interessante il contrasto all’evasione fiscale attraverso la tassa addizionale sui capitali scudati e l’eliminazione dell’uso del contante per transazioni al di sopra dei 1000 euro. Il primo provvedimento finisce per rendere impossibili nuovi condoni, una strategia peraltro annunciata dal governo, mentre nel secondo caso ci sarebbe voluto più coraggio abbassando la soglia a 500 o 200 euro. Un provvedimento del genere avrebbe fatto emergere il sommerso rendendolo tassabile portando forse persino ad un ritocco del PIL verso l’alto.

Anche se ancora dai contorni non chiarissimi l’idea di tassare la finanza attraverso il bollo sul deposito in conto corrente e sulle altre attività finanziarie punisce allo stesso modo cassettisti e chi fa migliaia di operazioni al giorno e manca l’obiettivo di discriminare tra la finanza sana degli investitori pazienti che prestano le loro risorse per gli investimenti e chi invece gioca sul fallimento di imprese e stati. Le misure con cui abbiamo iniziato quest’articolo sarebbero quelle giuste. Bene le riduzioni di spesa e dei costi della politica anche se su questo punto continua ad imperare la mistificazione che sia la politica e non la finanza delle banche d’affari alla radice della crisi. Che la politica italiana abbia dato pessima prova di sé è un dato di fatto (e lo stile oltre che il merito dell’azione del nuovo governo segna da questo punto di vista una lodevole discontinuità). Che siano le piccole miserie dei nostri politici ad aver causato il cataclisma che stiamo vivendo ignorando la responsabilità iniziale di una finanza fuori controllo e non più al servizio dell’economia reale è un’errore di valutazione che se non corretto ci costerà caro.

La fantasia vola sull’ipotesi di pagare i debiti della PA con titoli di stato. Azzerare i debiti della PA nei confronti delle aziende creditrici sarebbe una vera manovra di stampo keynesiano. Pagando in titoli pubblici si vogliono prendere due piccioni con una fava attenuando la difficoltà di collocamento di nuovi titoli per rifinanziare il debito. Le imprese dicono di sì a patto che anche loro possano a loro volta usare i titoli per pagare i contributi dei lavoratori. Alla fine la patata bollente finisce nelle mani dei cittadini riproponendo una sorta di acquisto forzoso. Se tutto va bene e i titoli arrivano a scadenza non dovrebbe succedere nulla di negativo. Vale la pena di esplorare meglio quest’ipotesi.

Ci permettiamo di suggerire che una tassa sulle transazioni finanziarie (attualmente in discussione su spinta franco-tedesca in sede UE con l’unica opposizione feroce del Regno Unito) consentirebbe un introito di circa 9 milioni di euro in Italia secondo i calcoli di un recente studio ONU. E che vendere a un prezzo congruo un bene pubblico come le frequenze invece regalate a Rai e Mediaset porterebbe altri 15 miliardi. Ma purtroppo queste due mosse non paiono all’orizzonte.

Leonardo Becchetti da http://benecomune.net

Tagli di spesa, riduzione dei servizi: una manovra a tenaglia contro gli italiani (di Claudio Lombardi)

Se fosse uno scontro tra eserciti schierati si chiamerebbe manovra a tenaglia. Si attacca da un lato e, quando l’avversario retrocede verso l’altro, si scatena un attacco anche da quello. Chi rimane preso in mezzo non ha scampo. Ma non siamo in guerra e i protagonisti non sono eserciti, bensì governo e cittadini.

Nell’ultimo anno si sono succedute varie manovre che hanno seguito uno schema classico e ben consolidato: c’è l’emergenza o almeno una situazione critica; occorre intervenire rapidamente e con efficacia; ci vuole un taglio delle spese e un incremento delle entrate; l’unico modo per fare presto è prendere i soldi da chi non si può sottrarre e toglierli a quei settori che resistono meno. Conclusione: più pressione fiscale per i redditi fissi, meno prestazioni sociali, meno servizi pubblici. La ricetta prevede diverse varianti: per esempio, non si aumentano esplicitamente le tasse, ma si tagliano i servizi costringendo le persone a spendere di più o ad accontentarsi di servizi inferiori o a ricorrere a servizi privati (di solito finanziati dallo Stato). Tipico il caso della scuola che ha subito drastici tagli non solo di personale (il pretesto era che ci sarebbe sovrabbondanza di insegnanti), ma anche di risorse per il funzionamento, determinando, però, una situazione di povertà diffusa nelle scuole pubbliche che ha costretto le famiglie a contribuire in denaro o in natura alle spese di funzionamento oppure le ha “incoraggiate” ad iscrivere i figli alle più attrezzate ed accoglienti scuole private.

Altro caso stranoto, i tagli ai bilanci degli enti locali (e delle regioni) accusati di organizzare feste e di sprecare soldi e messi nelle condizioni di dover risparmiare sui servizi ai cittadini e sulla manutenzione delle città e del territorio. Ci meravigliamo se un forte acquazzone mette in ginocchio la capitale d’Italia o devasta zone fra le più belle come sta succedendo in queste ore in Liguria? E perché ci meravigliamo quando sappiamo da anni che la tenaglia fra riduzione dei finanziamenti e scarsa cultura di cura dei beni pubblici, dei beni comuni e del territorio trasforma qualsiasi evento naturale in un disastro?

Ovviamente la risposta non può essere soltanto che ci vogliono più soldi e più personale perché questi vanno inseriti in un contesto di buona amministrazione, di trasparenza e di coinvolgimento dei cittadini altrimenti portano a sprechi, corruzione e ruberie, ma per questo ci sarebbe la politica che dovrebbe costruire le condizioni perché tutto funzioni per bene. Dovrebbe, appunto.

Scegliere la strada dei tagli, per di più sotto la pressione dell’emergenza, non è saggio perché è, comunque, una misura provvisoria e non un percorso di riqualificazione delle spese a sostegno di determinate politiche.

Prendiamo il caso arcinoto delle pensioni. Adesso la nuova frontiera sono i 67 anni di età per andare in pensione abolendo le pensioni anticipate. Non si tratta di una questione filosofica, bensì di una scelta legata a fattori conosciuti come l’aumento della durata della vita e il progressivo invecchiamento della popolazione che, se non fosse per gli immigrati, diminuirebbe anno dopo anno e, con essa, diminuirebbero i lavoratori attivi (quelli che producono la ricchezza dalla quale si prelevano i soldi per pagare le pensioni). Nel corso degli anni sono stati fatti vari interventi che hanno mutato drasticamente il quadro a partire dalla riforma del 1995 che ha introdotto il metodo contributivo e l’innalzamento progressivo dell’età pensionabile. I dati ufficiali ci dicono che l’età di pensionamento effettiva media oggi in Italia è di 61 anni, quindi molto lontana da quella del passato e piuttosto vicina al limite attuale per la pensione di vecchiaia, 65 anni. Inoltre è sempre più difficile per i lavoratori andare in pensione anticipata perché gli stipendi già non sono alti e le pensioni sono più basse che in passato dato che sono cambiati i metodi di calcolo.

Alzare l’età di pensionamento prolungando la vita lavorativa sta diventando, quindi, e di fatto una necessità per un numero crescente di lavoratori.

C’è poi un aspetto di grande rilievo ed è quello della composizione della spesa sociale troppo squilibrata ora sul versante pensionistico e poco presente negli interventi a favore dei giovani e dei disoccupati.

Si tratta di questioni importanti sulle quali il dibattito e la ricerca delle soluzioni sono in corso da molto tempo. Compito della politica è elaborare strategie ed attuarle nei tempi lunghi che questi cambiamenti richiedono. Non si tratta, inoltre, di cambiamenti che possono farsi su un singolo punto ignorando le conseguenze sulla vita delle persone e un disegno complessivo che dovrebbe sostenerli.

Esempio: è sbagliato tirare in ballo le pensioni ogni volta che c’è una emergenza economica dando non l’impressione, bensì la certezza che si tratti di ricavare un po’ di soldi da gettare nel calderone del bilancio.

Ben diverso sarebbe se una riforma fosse legata a una ristrutturazione della spesa sociale magari con l’istituzione di un salario minimo sociale che sottraesse i giovani al ricatto del lavoro precario e mal pagato, a una diminuzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente e dei contributi a carico dei datori di lavoro. Questo sarebbe un investimento a favore del lavoro e dei giovani.

Ma non c’è traccia di tutto ciò nella politica del governo che si arrabatta sugli impegni da prendere con l’Europa, ma non sa indicare una strada credibile. L’unico linguaggio che parla è quello dei tagli che hanno il segno della disperazione e del disprezzo per gli italiani.

Ed ecco perché tutto appare come una manovra di accerchiamento dei cittadini che sono condannati a pagare e a subire un drastico peggioramento delle loro condizioni di vita sempre più povera di diritti e di solidi punti di riferimento. D’altra parte la scelta del centrodestra è stata chiara fin dal 2001 quando rinunciò a vigilare sul cambio dalla lira all’euro e consentì ai gruppi sociali di riferimento di attuare una grande redistribuzione di reddito dalle tasche dei lavoratori dipendenti e dei pensionati a quelle delle categorie che potevano stabilire i prezzi. Se ci si aggiunge la “comprensione” per l’evasione fiscale e una gestione delle risorse pubbliche messe a disposizione dei faccendieri e delle cricche si ha il quadro della manovra messa in atto ai danni della maggioranza degli italiani da parte del centrodestra e dei suoi sostenitori economici e sociali nel corso di 10 anni.

La manovra è riuscita, i ricchi si sono arricchiti, i corrotti hanno spadroneggiato, Berlusconi ha evitato i processi ed è più ricco di allora. L’Italia si è impoverita ed è allo sbando. Sarebbe ora di cambiare strada.

Claudio Lombardi