Rifiuti zero o gestione dei rifiuti?

Economia circolare, rifiuti zero, decrescita felice, sono queste le soluzioni ai nostri problemi? Sembrerebbe di sì, tutti ormai danno per scontato che queste sono le soluzioni. Ci stanno prendendo in giro, ci stiamo prendendo in giro, vediamo perché.

Stiamo facendo bene o male la raccolta differenziata (vetro, carta, plastica, metalli, umido) e mediamente siamo intorno al 50% con punte del 70%. Siamo, quindi, sulla strada giusta?

Ma neanche per sogno.

Il vetro si mette nei bidoni, si raccoglie poi si fonde. Perfetto. Ma il vetro non è tutto uguale. Le volete voi delle finestre verdi? No? Nemmeno io.

Il vetro di riciclo è tutto mescolato – verde, marrone e bianco – il risultato è un vetro di colore verde sporco, va bene per fare bottiglie e basta, ma la produzione di bottiglie non è infinita e così già adesso i depositi di rottame di vetro traboccano e non lo vuole più nessuno.

La carta si raccoglie, si manda in cartiera e si fa altra carta. Facile? No perché, ovviamente, raccogliamo carta bianca, carta stampata, cartoncino grigio e cartone giallo tutto insieme. La carta riciclata non ha un bell’aspetto, tra grigio e beige ed è pure un po’ assorbente ed è difficile da utilizzare. Conseguenza: i depositi di carta traboccano e i prezzi della carta da macero sono crollati. E così, ogni tanto, i depositi si incendiano o li incendiano.

Plastica. Ci sono tante plastiche diverse. Se volete un’analisi approfondita la trovate nell’articolo già pubblicato qui http://www.civicolab.it/riciclare-la-plastica-illusione-e-realta/. Noi le mescoliamo tutte insieme poi pretendiamo che chi le ricicla le separi. Purtroppo non si può fare. Alcune si possono recuperare (polietilene, polipropilene e PET), ma tutto il resto è difficile utilizzarlo. Ciò significa che, nella gran parte dei casi, serve plastica nuova, non quella di riciclo.

E anche qui ci sono depositi che traboccano e che ogni tanto vanno a fuoco.

Con i metalli siamo messi meglio, mescoliamo anche qui tutto, il ferro e il nichel poi lo attirano le calamite, è facile, con l’acciaio inossidabile invece già il gioco non funziona, poi rimangono rame, zinco, alluminio, bronzo e ottone  che si riescono a separare solo con processi chimico fisici più impegnativi ma è poca cosa.

L’umido, ecco questo è interessante, in molte città del nord Europa attraverso fermentazioni anaerobiche  della frazione umida producono biogas, con quel gas fanno circolare il parco di mezzi pubblici, il resto che rimane o diventa compost o finisce in inceneritori per produrre energia. Noi facciamo solo compost che viene disperso nei campi e basta, da notare anche che nella produzione di compost si sviluppano e vengono immessi nell’atmosfera metano e CO2 entrambi gas serra.

In Svizzera dove sono molto più bravi di noi separano i vetri a seconda del colore e ottengono dei rottami decisamente più commerciabili, separano la carta dal cartone e anche in questo caso si ottiene una carta di maggior valore commerciale e viene separato anche il PET, che è facile da riconoscere, dalle altre plastiche, in modo da ottenere degli scarti più facilmente  vendibili.

Però secondo l’economia circolare bisogna chiudere il cerchio, bisogna chiuderlo tutto, rimane quindi la parte indifferenziata, una montagna di indifferenziata che può oscillare dal 30 al 50 per cento del totale .

Attualmente l’indifferenziata viene inviata in discarica o viene incenerita, ci sono però forti resistenze da parte delle popolazioni contigue alle discariche perché si smetta di inviare la spazzatura in discarica, quindi si dovrà prima o poi procedere all’incenerimento, anche perché le discariche sono tutte piene e non ci sono più molti siti nuovi disponibili.

La soluzione definitiva è lo zero waste? Per ottenerlo bisognerebbe riconvertire tutta l’industria (mondiale) in modo da produrre solo con prodotti riciclabili. Nobile idea, ma: ogni sistema di recupero dei rifiuti produce indifferenziata vuoi per errori, vuoi perché gli oggetti sono assemblaggi di materie diverse.

Il riciclo che è l’atto conclusivo della raccolta differenziata viene bene con oggetti semplici. Appena un oggetto diventa complesso e composto da diversi materiali, fare la raccolta differenziata e soprattutto riciclare diventa impossibile. Basta un semplice esempio: le scarpe. Le scarpe sono fatte con gomma, plastica, cuoio, pelle, sughero, legno, tessuti naturali e sintetici, parti in metallo e tutti incollati insieme tra loro. Come si fa a fare una separazione di questi materiali? Lo stesso vale per gli indumenti, sono composti da: lana, seta, cotone, lino, misto lana, misto seta, acrilici, poliesteri, nylon etc. Come si riciclano?

È evidente che il sistema più semplice e meno costoso è bruciare tutto e ricavare energia. Dato che nel mondo si bruciano tonnellate di petrolio e di carbone al minuto per produrre energia elettrica, e lo si farà ancora per decine e decine di anni, bruciare al suo posto delle scarpe o degli indumenti non farà alcuna differenza sia in termini di emissioni di CO2 che di ceneri e polveri.

E finora abbiamo parlato solo di rifiuti urbani, poi ci sono i rifiuti industriali, che quantitativamente sono quanto i rifiuti urbani se non di più. Sono i rifiuti speciali e sono di tanti tipi diversi: si va da morchie di lavorazione a oli inquinati, da residui di vernici a sfridi metallici, sfridi plastici a volte mescolati tra loro, residui di prodotti chimici etc… Essendo scarti industriali spesso tutti dello stesso tipo, le aziende ovviamente dove possono recuperare qualcosa già lo fanno, per esempio ridistillando i solventi o riciclando le plastiche pulite e omogenee, quello che rimane è decisamente meno riciclabile dei rifiuti urbani e può solo essere inviato all’incenerimento in impianti speciali.

In conclusione: stiamo facendo la raccolta differenziata, bene, ma dovremmo  farla meglio.

Dobbiamo però convincerci che non tutto è differenziabile e soprattutto riciclabile, l’incenerimento con termovalorizzatori o gassificatori  (  http://www.civicolab.it/rifiuti-ce-anche-la-gassificazione/ ) non è evitabile, la raccolta e il riciclo potrebbero arrivare anche all’80% del totale ma il 20% di trenta milioni di tonnellate che sono i rifiuti che l’Italia produce ogni anno sono sempre  6 milioni di tonnellate di indifferenziata che devono essere smaltiti. Se tutti arrivassimo a questa conclusione, invece di fare la guerra agli inceneritori, lavoreremmo tutti insieme per far sì che gli impianti siano i più sicuri possibile e potremmo dedicarci a trovare processi per riciclare sempre di più quello che oggi finisce in discarica o bruciato.

Pietro Zonca

Riciclare la plastica. Illusione e realtà

Quante volte si parla di riciclo? Infinite. Sembra solo una questione di volontà. Volere è potere. Se poi parliamo della plastica avanzare dubbi sul riciclo sembra un atto criminale. Che diventa doppio se la si vuole far finire bruciata nei termovalorizzatori.

E allora cerchiamo di guardare dentro alle cose e parliamo di riciclo della plastica.

Innanzitutto cos’è la plastica? Tutti credono di saperlo, ma, addetti ai lavori a parte, non sanno di cosa stanno parlando.

Cominciamo dall’inizio. I polimeri servono per fare la plastica, i polimeri sono delle catene generalmente lineari composte da poche decine a milioni o miliardi di atomi, i polimeri sono composti organici, che vuol dire che sono composti del carbonio, ma non contengono solo carbonio. Possono contenere azoto, ossigeno, silicio, fluoro, cloro, bromo, sodio, zinco etc. e naturalmente idrogeno.

A seconda di cosa contengono e di come sono collegati gli atomi tra loro, i polimeri possono avere proprietà molto diverse, possono essere trasparenti, opachi, flessibili, rigidi, morbidi, fragili, allungabili, pesanti o leggeri. Possono avere punti di fusione, che è la temperatura a cui diventano molli, molto diversi. Si può andare da 50-60 °C a 400 °C. La temperatura di decomposizione invece, che è quella che rompe la struttura della catena e gli atomi si separano, può oscillare da 200 °C a 5-700 °C.

Le plastiche però non sono composte solo da polimeri, la plastica è una miscela di sostanze, il polimero o una miscela di polimeri sono la parte principale, poi ci sono lubrificanti di estrusione, cariche minerali, plastificanti, protettori da radiazione ultravioletta, coloranti, stabilizzanti, antiossidanti e via di seguito. Avete notato che la plastica ha un odore? Bene i polimeri non hanno alcun odore, gli odori provengono dagli additivi.

Quanti tipi di polimeri esistono?

Dunque solo le plastiche per il coating ( vernici, plastificazioni di superfici etc. ) sono circa 30.000. Quelle che di solito conosciamo tutti sono quelle che si utilizzano per gli imballaggi, ma se guardiamo in giro a casa nostra ne scopriamo molte altre. Quelle più utilizzate (per l’80% circa del totale della plastica in circolazione) sono in realtà una ventina, e hanno temperature di fusione da 60 a oltre 300 gradi centigradi.

Inoltre spesso si tratta di famiglie di polimeri con caratteristiche fisiche differenti tra loro e per alcuni (silicone e poliuretano e tanti altri) nemmeno c’è un punto di fusione perché non fondono bensì si decompongono..

Raccolta differenziata

Questo brevemente è il quadro della situazione, quindi adesso noi andiamo a fare la raccolta differenziata della spazzatura e separiamo l’umido, il vetro, la carta, i metalli, e la plastica. Appunto la plastica. Cioè mescoliamo tra loro tutte le plastiche precedenti. E poi?
Solo considerando i punti di fusione si può capire che non è possibile fondere tutto insieme perchè alle temperature a cui alcuni polimeri fondono altri si decompongono. Inoltre non tutti sono compatibili, il che vuol dire che una volta in fusione non formano una soluzione omogenea ma una specie di pasta a grumi perché i vari polimeri non stanno insieme tra loro.

Questa pasta quando poi viene raffreddata produce un materiale fragile che tende a sfaldarsi e a strapparsi, un materiale con cui non è possibile costruire niente che non sia spesso e massiccio perché assolutamente privo di consistenza.

Quindi che si fa? Le aziende che trattano la plastica o fanno un mescolone e fanno travi per panchine e pali per le barche di Venezia o cercano di separarle in qualche modo.

Fondamentalmente la maggior parte delle plastiche nei rifiuti è composta da polietilene, polipropilene, polistirene, e PET, tutte le altre plastiche sono meno del 30% in peso del totale.
Esistono degli impianti di trattamento evoluti e costosi che frammentano le plastiche in piccoli pezzi di uno o due cm e utilizzando un raggio laser che colpisce i singoli pezzi via via che passano su un nastro trasportatore eseguono una specie di analisi chimica al volo.

Questa analisi determina grosso modo a quale gruppo quel pezzo di plastica corrisponda e successivamente un soffio d’aria opportunamente angolato lo fa finire in un contenitore apposito. Però non tutto il materiale conferito riesce ad essere separato, i pezzi più piccoli, quelli sovrapposti etc. non vengono recuperati.

Riciclo

In questo modo si riescono a separare le principali plastiche in gruppi omogenei in modo da poterle rifondere e riutilizzare, ovviamente con questi materiali non si potranno più produrre materiali sofisticati come sacchetti di plastica o contenitori per cibi (assolutamente vietato) o pezzi con particolari caratteristiche meccaniche (tappi filettati, contenitori, coperchi etc. ) bensì solo prodotti più grossolani. Anche il colore non sarà più modulabile dato che la miscela finale avrà di suo già un colore grigio-marrone-verde scuro.

Rimane poi la parte non selezionata che viene definita plastimix che è appunto un 30 40% del totale che non ha trovato finora particolari applicazioni. Attualmente si cerca di trasformarla in gas combustibili attraverso processi di pirolisi o finisce nei termovalorizzatori.

Come si può capire da questa rapida analisi parlare di riciclo della plastica come se fosse un processo semplice e lineare è una grossolana banalità. La realtà è sempre diversa dalle visioni idealistiche ed edulcorate dagli slanci di entusiasmo e anche puntare tutto sulla raccolta differenziata è fuorviante perché questo è solo il primo passo di un lungo percorso che spesso non finisce con il riciclo. Guardare le cose nella loro realtà può essere meno esaltante, ma è infinitamente più utile

Pietro Zonca

Rifiuti: c’è anche la gassificazione

Roma è di nuovo piena di rifiuti. Basta vedere le foto che i romani inviano ai giornali e postano sui social. La Capitale non ce la fa a gestire i rifiuti anche se il Comune afferma che la raccolta differenziata ha superato il 40%. D’altra parte i roghi nei depositi di carta e plastica e in discariche di indifferenziata, tutti dolosi, parlano da soli e sembrano diventati la valvola di sfogo del sistema. Quando l’accumulo è troppo grande qualcuno appicca il fuoco e così in un giorno l’aria si appesta di tanti inquinanti quanti non ne potrebbe mai produrre nessun inceneritore.

L’Italia è assediata dai rifiuti e non riesce ad imboccare una strada che la renda autonoma nella loro gestione. La differenziata spesso non ha sbocchi perché i materiali che ne derivano non sono richiesti dal mercato e così il riciclo non si realizza.

L’indifferenziato non ci sta più nelle discariche, ma la termovalorizzazione, unica soluzione logica e razionale, è una via sempre sbarrata dalle false credenze e dai comitati di protesta che, pur composti da minoranze, sembrano sempre in grado di intimorire i politici che non decidono la costruzione di nuovi termovalorizzatori o, come nel caso del Lazio, li chiudono addirittura (Colleferro per decisione della Regione).

Quindi no alle discariche, no agli inceneritori e niente riciclo: sembra un problema senza soluzioni.

E invece le soluzioni ci sono e qui ne presentiamo un’altra, una specie di terza via che potrebbe risolvere il problema in modo pulito ed efficiente: la gassificazione.

Per gassificazione si intende la trasformazione di prodotti contenenti carbonio e idrogeno, come per esempio carbone, catrami di petrolio, biomasse, rifiuti industriali e rifiuti cittadini in un gas chiamato syngas composto da una miscela di CO e H2, ossido di carbonio e idrogeno.

Questo gas non è una novità, non è altro che il cosiddetto gas di città o gas di cokeria, quello che usciva dai nostri fornelli prima dell’arrivo del metano. Questo gas veniva inizialmente prodotto dal carbone (fine ottocento e primi novecento) e successivamente dalle frazioni leggere di petrolio che erano troppo pesanti per diventare GPL e troppo leggere per diventare benzine.

Il processo che porta alla formazione di syngas è una combustione dei prodotti organici (contenenti carbonio) con aria o ossigeno puro utilizzando una quantità di ossigeno, inferiore a quella che servirebbe per una combustione totale, come avviene di solito nei normali inceneritori.

In pratica la combustione parziale porta le sostanze organiche a decomporsi senza arrivare ad anidride carbonica e acqua ma fermandosi ad ossido di carbonio e idrogeno, due gas ancora capaci di bruciare in appositi impianti o essere utilizzati in sistemi di cogenerazione e fornire energia elettrica e calore per il riscaldamento.

Questo processo avviene a temperature molto elevate, maggiori di 800 °C e ciò garantisce la distruzione di composti pericolosi come le diossine, il processo avviene in ambienti chiusi senza pericoli di emissioni in atmosfera. Dopo la gassificazione i gas vengono depurati nelle loro componenti in zolfo e ammoniaca che con la successiva combustione porterebbero alla formazione di anidride solforosa e ossidi di azoto.

Dalla combustione di questi gas si ottiene calore che può essere convertito in energia elettrica, e come sottoprodotti si ottengono solo acqua e CO2. Se si portano tutti i prodotti alla formazione di solo idrogeno è possibile inoltre utilizzare questo in celle a combustibile per la generazione diretta di energia elettrica.

Da un impianto di gassificazione si ottengono delle ceneri inerti che trattengono tutte le componenti minerali e metalliche, ceneri che a seconda della temperatura di esercizio possono risultare vetrificate. Le ceneri poi possono essere inviate o al recupero dei metalli o a uno stoccaggio in discarica dopo eventuale inertizzazione o utilizzate come materiali inerti da costruzione.

Come si vede il processo supera sia i problemi relativi alla discarica sia quelli relativi all’incenerimento. Quelli della discarica perché i volumi finali da smaltire sono enormemente inferiori e non danno problemi di rilascio di sostanze tossiche per dilavamento, quelle dell’incenerimento perché non ci sono emissioni di polveri e di eventuali incombusti tossici.

Esistono in Italia degli impianti di gassificazione ma sono impianti industriali utilizzati per il trattamento di frazioni di petrolio in raffinerie. Sono gli impianti di Falconara, Priolo Gargallo e Sarroch (CA); producono energia elettrica, ceduta alla rete nazionale, e vapor d’acqua e idrogeno a uso interno della raffineria stessa.
In Europa esistono anche impianti che trattano biomasse e sono largamente diffusi in India piccoli impianti che producono l’energia elettrica per pompare l’acqua e per l’illuminazione stradale.

Qual è quindi il problema? Perché non ci sono impianti di gassificazione per la distruzione dei rifiuti in Italia?

Fondamentalmente i problemi principali sono due: costano molto più di un inceneritore e hanno una gestione più complessa; suscitano le solite resistenze “popolar/ecologiste” come già accade per gli inceneritori.

Ovviamente l’ostilità “popolar/ecologista” ricorre alle argomentazioni ben conosciute sul rischio di emissioni tossiche e cancerogene. Inoltre vengono visti come concorrenti degli impianti di riciclo perché in grado di utilizzare gli stessi materiali.

Inesattezze, luoghi comuni, miti. Soprattutto incapacità di vedere la realtà.

Il processo di gassificazione è chiuso, quindi non ci sono emissioni dirette.

Se avessimo una raccolta differenziata all’80% la considereremmo un successo. Giusto, ma anche in questo caso rimarrebbe sempre una frazione di indifferenziata da eliminare. La gassificazione risolve il problema.

Dal punto di vista energetico il processo di gassificazione è meno efficiente di un incenerimento tout court ma presenta il vantaggio di produrre un gas con un elevato valore tecnologico che può essere utilizzato per molteplici scopi.

Il processo di gassificazione, quindi, non reca alcun danno all’ambiente, ma con il gas che produce porta ad un risparmio di combustibili fossili che si sarebbero dovuti bruciare al suo posto. Allo stesso tempo rappresenta una geniale chiusura del ciclo dei rifiuti. Proprio quello che manca e che sempre più la raccolta differenziata non riesce a garantire.

Pietro Zonca

L’Italia soffocata dai rifiuti

In questi giorni alle porte di Milano è bruciato l’ennesimo deposito di plastica da riciclare. Non certo un evento eccezionale. In totale, negli ultimi tre anni, sono bruciati quasi 300 siti di stoccaggio di rifiuti.

Questi incendi sono un sintomo; un sintomo del blocco del sistema rifiuti a cui sta andando incontro l’Italia. Il sole 24 Ore fa una analisi della situazione con questo articolo: https://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2018-10-15/raccolta-rifiuti-l-italia-sommersa-la-paralisi-totale-174019.shtml?uuid=AEa0DKNG dal quale prendono spunto le considerazioni che seguono.

Innanzitutto gli incendi. La maggior parte sono dolosi e ci sono anche le prove, trovate in seguito a delle intercettazioni. Il trattamento di rifiuti differenziati è stato lasciato in carico ad aziende private, alcune legate anche alla criminalità organizzata, che spesso per liberare i depositi li incendiano, con il risultato di produrre fumi tossici e diossine migliaia di volte più concentrati di quelli che avrebbe prodotto un qualsiasi inceneritore a norma.

Il problema non è certo l’affidamento a privati di una parte del ciclo dei rifiuti. Il problema è la debolezza dei controlli e la fragilità dell’intero sistema di gestione dei rifiuti a partire dalla filiera di recupero che oggi è interrotta.

Mediamente in Italia si differenzia circa il 50% dei rifiuti, ma raccolta non significa riciclo. Può anche andare bene la prima, ma non funzionare il secondo. Ed è proprio il riciclo che chiude il cerchio perché con i materiali raccolti si producono nuovi manufatti.

Però i depositi sono stracolmi di montagne di vetro che nessuno vuole, di immense quantità di carta che le cartiere rifiutano e i prezzi del rottame di vetro e della carta da macero sono pure crollati rendendo problematico continuare a trattarli.

Per la plastica il problema è anche peggiore. Per il recupero di una parte di essa sono necessari dei trattamenti molto costosi e sofisticati, quello che si recupera non è di elevata qualità e la parte che rimane (e non è poca cosa) è composta da un miscuglio inutilizzabile.

Fondamentalmente il problema è che non ci sono utilizzi per questi materiali, non esiste un mercato in grado di assorbire questi prodotti, per questo la filiera è interrotta e i magazzini si riempiono.

Così i cittadini si impegnano diligentemente nella separazione tutti i giorni. Gli indici che rappresentano i risultati di questo impegno sembra che indichino un risultato già raggiunto e, invece, indicano solo il primo passo di una strada lunga e tormentata che non è detto si concluda con il recupero. Anzi il ciclo di differenziazione contribuisce ad aumentare la frazione indifferenziata. E che destino può avere se non la discarica o il termovalorizzatore? Con le attuali conoscenze non ci sono alternative: o l’una o l’altro.

Le discariche sono piene e non ci sono nuovi siti disponibili, inoltre la legge europea prevede che non si possa mettere direttamente in discarica l’indifferenziato e per superare il problema si ricorre a un trattamento: il TMB, trattamento meccanico biologico che essenzialmente è un separatore di ciò che poi può essere incenerito o mandato in discarica.

In ogni caso sia discariche che inceneritori sono un problema perché non sono mai accettati dalle comunità locali. In ogni caso i costi di trattamento stanno diventando sempre più pesanti e spesso si traducono solo in spese per l’invio dei rifiuti in altre città o addirittura in altre nazioni.

Dove vengono semplicemente inceneriti e contribuiscono alla produzione di energia elettrica e teleriscaldamento facendo risparmiare centinaia di tonnellate di petrolio.

A Milano 15 anni fa è iniziata la raccolta differenziata porta a porta, raccolta che oggi fa di Milano la metropoli più avanzata ed efficiente d’Europa. È stata dotata di un sistema impiantistico per il compostaggio per la parte umida, ma soprattutto oltre al riciclo c’è il recupero energetico con l’impianto di Silla-Figino che usa la spazzatura come combustibile per riscaldare interi quartieri al posto delle vecchie caldaie condominiali a gasolio. E oggi Milano non ha bisogno di discariche.

Roma e Napoli hanno fatto scelte diverse. Napoli invia ogni settimana 3000 tonnellate di rifiuti in Spagna e Portogallo. Roma ha costruito decine di impianti di trattamento TMB ma non riesce a trovare un’azienda che poi smaltisca il materiale trattato. Nonostante questo il presidente della regione Lazio Zingaretti ha deciso di rinunciare all’inceneritore di Colleferro con l’intenzione di «individuare in quel sito un impianto moderno che trattando e rimettendo nel sistema i materiali provenienti dai Tmb abbassi la quantità di conferimento”. Nel frattempo ha firmato una proroga fino alla fine dell’anno per inviare i rifiuti di Roma all’Aquila.

Insomma anche quelli che non vogliono gli inceneritori alla fine usano quelli degli altri. Pagando.

Comunque in Italia ci sono 41 inceneritori di dimensioni medio piccole, su 31-32 milioni di tonnellate di rifiuti prodotte ogni anno questi inceneritori riescono a trattarne solo 5. E il resto? Sembra evidente che il danno all’ambiente (e alle tasche dei cittadini) provenga dalla scarsità degli inceneritori.

Il fatto è che le resistenze delle popolazioni locali sono forti. Il tamtam mediatico diffonde allarmismi e scatena procedimenti giudiziari per danni all’ambiente con processi che finiscono nel nulla, ma producono parcelle sontuose per legioni di avvocati e manipoli di consulenti.

Anche per altri tipi di impianti di trattamento, quindi non di incenerimento, ci sono reazioni e chiusure, Il consiglio comunale di Brindisi si è espresso con un no deciso alla trasformazione di una vecchia centrale a carbone in un impianto di compostaggio.

Ci sono resistenze anche ad utilizzare i rifiuti nei cementifici in sostituzione di una parte del Pet coke, un carbone ottenuto dalle frazioni pesanti del petrolio, sostituzione che tra l’altro fa scendere le emissioni in ciminiera.

In Italia non si arriva al 10% di sostituzione mentre in Germania sono a circa l’80%.

Nel frattempo gli incendi di rifiuti inquinano più di tutti gli inceneritori messi insieme e una semplice notte di Capodanno a Napoli produce più diossina di tutti gli inceneritori italiani in un anno.

In conclusione i depositi si stanno riempiendo, molti sono stati già chiusi, non c’è richiesta per plastica, vetro, carta riciclati, questi accumuli di materiali si fanno ogni giorno più pericolosi, la legislazione rende sempre più difficile la gestione e la distruzione dei rifiuti e l’atteggiamento nimby ( not in my back yard cioè non nel mio giardino) della popolazione che si oppone sistematicamente ad ogni nuovo impianto contribuisce a rendere irrisolvibile il problema tra scontri e polemiche, costi enormi, inefficienza e degrado

Pietro Zonca