Plastica biodegradabile. Magia e realtà

Continua la serie di articoli che sfatano i luoghi comuni all’insegna di un approccio razionale e scientifico. Stavolta tocca alla plastica biodegradabile. Facile che susciti grandi entusiasmi: “che bello, adesso faremo tutto con questa plastica che non inquina l’ambiente”. E quindi non solo sacchetti per frutta e verdura o per raccogliere l’umido, ma anche piatti, bicchieri, bottiglie e altri oggetti di uso comune. Qualcuno vorrebbe proprio eliminare la plastica tradizionale e usare ovunque questa plastica miracolosa pensando che così si eliminerà anche un bella porzione di inquinamento ambientale perché se è biodegradabile vuol dire che si degrada e scompare come fosse un pezzo di legno.

Siamo proprio sicuri che andrà così e che vogliamo proprio questo? Come sappiamo la plastica si usa un po’ ovunque perché oltre ad avere caratteristiche molto differenti, può essere morbida, rigida, flessibile, trasparente cristallina, colorata, resistente. Soprattutto la plastica ha una caratteristica importantissima: non si degrada e resiste alle intemperie, alla salsedine, al caldo, al freddo, agli attacchi batterici e questo è uno dei principali motivi per cui si è diffusa ovunque in ogni ambito. A dir la verità bisognerebbe dire: le plastiche, perché ci sono centinaia e centinaia di plastiche differenti, ognuna con caratteristiche diverse che la rendono adatta a un particolare utilizzo. Le principali le conoscono tutti: polietilene, polipropilene, poliestere, poliuretano, ABS, Nylon, polistirolo, poliacrilato, silicone, policarbonato, PET, PVC, etc.

Come si vede le plastiche sono moltissime e molto versatili. Ovviamente non ci sono plastiche biodegradabili in grado di sostituirle tutte. Anzi queste plastiche particolari sono poche e sono adatte alla produzione di pochi oggetti. E per fortuna. Pensiamo ai cavi elettrici, se fossero isolati con plastica biodegradabile basterebbe un po’ di umidità, qualche batterio e il corto circuito sarebbe assicurato. Oppure la chiglia di una barca o una tettoia e poi uno scolapiatti, un tubo per l’acqua, un mobile di cucina in laminato, e potrei continuare all’infinito. Questi prodotti non si devono degradare, ci servono inalterati per anni e anni.

C’è un ulteriore problema con queste plastiche biodegradabili: l’interscambiabilità in alcuni casi con quelle tradizionali. Per esempio hanno prodotto una plastica per le bottiglie molto simile al PET, quindi queste bottiglie non andranno più messe nella plastica da riciclare ma nella frazione dell’umido. Se si sbaglia cosa succede? Se bottiglie biodegradabili finiscono insieme al PET da riciclare rovinano la raccolta differenziata peggiorando la qualità della nuova plastica. Se succede il contrario (le due bottiglie possono apparire identiche), si inviano al compostaggio bottiglie non biodegradabili complicando il processo di separazione.

E adesso arriva la ciliegina sulla torta, da un recente studio sui sacchetti di plastica biodegradabili dell’università di Plymouth in GB, i ricercatori hanno scoperto che dopo tre anni in mare o sepolti nel terreno questi sono ancora interi e si sono degradati molto poco, anzi, quasi per niente e, quindi, possono ancora essere ingeriti dai pesci o riempire lo stomaco di un gabbiano facendolo morire per denutrizione.

No, non c’è nessun complotto delle industrie che producono plastiche e nessun imbroglio sulla degradabilità di queste plastiche, la spiegazione è molto più semplice, è un problema chimico anzi è un problema di cinetica. La cinetica studia la velocità con cui avvengono le reazioni chimiche, anche quelle che avvengono negli organismi viventi.

child Head

Generalmente parlando le velocità delle reazioni chimiche raddoppiano circa ogni 10 gradi centigradi di temperatura. Per gli organismi viventi spesso crescono anche più rapidamente. La temperatura media del terreno durante l’arco dell’anno è di circa 10-20 gradi a seconda della latitudine, quella del mare è di parecchio inferiore, negli impianti di compostaggio invece la temperatura è circa di 45-50 gradi centigradi. Così da 10 a 50 gradi la velocità di reazione raddoppia almeno 4 volte, cioè è 16 volte maggiore.

Cosa vuol dire questo?

Vuol dire che la plastica biodegradabile si bio-degrada rapidamente negli impianti di compostaggio e in qualche mese viene distrutta, ma non nell’ambiente, quindi i sacchetti biodegradabili che ci danno al supermercato vanno benissimo per buttare gli scarti alimentari, ma non possiamo illuderci che si distruggano da soli se abbandonati e non inquinino.

In conclusione la magia per avere i prodotti che ci servono (quelli citati più tantissimi altri) che, finito l’uso al quale sono destinati, si autodistruggono ancora non è stata inventata. L’approccio razionale e scientifico è sempre quello che aiuta di più a mettere a fuoco la realtà

Pietro Zonca

Auto ibride, auto elettriche. Meno retorica, più concretezza

In questi giorni sono partiti in Italia gli incentivi fino a 6000 euro per chi acquista un’auto elettrica o un’auto ibrida e la sovrattassa fino a 2500 euro per chi acquista un’auto tradizionale.

Da quando sono stati annunciati questi provvedimenti il mercato dell’auto in Italia, si è fermato, le vendite sono crollate, le persone che dovrebbero acquistare un’auto aspettano. Cosa? Di capire quanto spenderanno in più di quanto avevano preventivato o per la tassa o per un’elettrica/ibrida che costa comunque più dei modelli tradizionali. Nel frattempo continueranno ad utilizzare i vecchi e inquinanti euro 1, 2, 3, 4.

Proviamo ad analizzare il problema punto per punto.

AUTO IBRIDA

In Italia non si producono auto ibride. FCA non produce per ora auto ibride a parte la Ferrari F1. Le  auto ibride in commercio di piccola cilindrata sono Hyundai o Toyota e, come è noto, non sono neppure prodotte in Europa. Di fatto si aiutano le aziende che le producono in Giappone, in Corea o comunque nel sud est asiatico. E questo da parte di un governo che vorrebbe contrastare gli effetti della globalizzazione a favore dell’Italia!

Intanto FCA che aveva intenzione di investire 5 miliardi di euro nella riconversione degli impianti in Italia ha deciso di rivedere i suoi programmi. Come si dice? Due piccioni con una fava.

Auto ibride prodotte in Europa ci sono, ma sono auto di lusso piuttosto costose non adatte alla massa. E poi un’ibrida a parità di classe costa mediamente un 30% in più e anche con gli incentivi non si pareggia il conto.

Veniamo al capitolo vantaggi. Cosa dà in più l’ibrido? Se si tiene presente che un’auto ibrida senza il motore a scoppio circolerebbe solo una decina di minuti con la sola carica delle batterie, si può capire che anche in città praticamente tutta l’energia che serve per far funzionare l’auto proviene dalla benzina. Il vantaggio fondamentale è quello di poter utilizzare la parte elettrica a bassa velocità e recuperare energia in frenata e quindi abbattere un po’ i consumi. L’inquinamento però non può non esserci perché il motore principale è sempre quello a benzina e può stare spento solo pochi minuti. In ogni caso inquina sicuramente più di un motore a metano o a GPL che equipaggiano auto di gran lunga meno costose.

AUTO ELETTRICA

Anche in questo caso niente auto elettriche prodotte in Italia. FCA ha in programma vari modelli, ma per ora non ci sono.

L’auto elettrica per antonomasia è la Tesla. Si tratta di auto di classe elevata e naturalmente costose. Si parte da 35 mila dollari per arrivare agli oltre 100 mila.

Anche Audi e WW hanno modelli simili, ma non c’è niente a prezzi inferiori a 20.000 euro.

I problemi dell’auto elettrica, però, non sono solo di costo. Intanto la ricarica delle batterie è un problema. O si possiede un garage (ammesso e non concesso che la potenza installata in garage sia sufficiente) o si devono utilizzare le postazioni pubbliche. Che sono rarissime. Se si volesse sul serio affrontare il problema servirebbe almeno una postazione ogni 100 posti auto. Come minimo ovviamente perché se devono ricaricare contemporaneamente 30 auto ecco che il sistema si blocca. Anche se si possiede un garage però può essere necessario dover ricaricare in una postazione pubblica perché le auto sono fatte per spostarsi e le autonomie, attualmente possibili (da 200 a 500 Km) non bastano quando si viaggia. Dove sono le postazioni di ricarica veloce lungo strade e autostrade? Tutte da costruire.

Ultimo e non piccolo problema riguarda le batterie.

La Tesla ha messo in produzione la Model 3, quella a 35.000$ e in pochi mesi ha raccolto più di 500.000 ordini per auto che saranno consegnate nel prossimo futuro. I due modelli proposti montano batterie standard e long range che saranno fabbricate nella Gigafactory 1, di Sparks,  in collaborazione con Panasonic, nel deserto del Nevada.

Con un ritmo di produzione previsto di 10.000 vetture a settimana Tesla da sola richiederà tutta l’attuale produzione mondiale di batterie agli ioni di litio. Il giro di affari intorno alle batterie agli ioni di litio passerà dai 30 miliardi di dollari del 2015 ai 75 nel 2024, e si prevede che entro il 2050 il 47% delle auto circolanti a livello globale saranno elettriche.

Entro il 2040, l’Inghilterra e la Francia intendono bandire la vendita di veicoli a benzina e diesel nel tentativo di limitare le emissioni inquinanti.

Tutte le marche automobilistiche intanto si stanno organizzando per produrre almeno uno o due modelli di auto elettriche.

Si sta aprendo dunque un grande mercato dai profitti milionari per chi saprà investire nel settore.

Gli ambientalisti assicurano che il processo di produzione, ricarica e smaltimento delle batterie per veicoli, è più pulito rispetto a quello di estrazione e combustione dei derivati del petrolio, ma la strada non è per niente semplice.

Infatti la reazione chimica coinvolta nell’accumulo di corrente di una batteria al litio si basa su due elementi fondamentali: litio e cobalto.

Le miniere di litio e cobalto, in particolare, ancora scarseggiano o si trovano in paesi molto instabili a livello politico.

Argentina, Cile e Bolivia detengono il 75% della produzione mondiale di litio la cui quotazione è aumentata dell’80% dal 2016. Secondo gli analisti la domanda dalle 184.000 tonnellate estratte nel 2015 salirà a 534.000 nel 2025.

Il prezzo del cobalto negli ultimi mesi è aumentato stabilmente del 70% con un picco di 61.000 dollari a tonnellata raggiunto nello scorso luglio.

Difficile da estrarre, il minerale viene prodotto per il 65% a livello globale dalla repubblica Democratica del Congo, un paese molto instabile politicamente e con una classe dirigente altamente corrotta.

Secondo un rapporto dell’UNICEF pubblicato nel 2014, oltre 40.000 bambini sarebbero sfruttati nelle miniere a sud del Congo, molti dei quali per l’estrazione di cobalto. Lo scorso anno, le notizie riguardanti pratiche di sfruttamento del lavoro minorile nelle miniere africane diffusa dal Washington Post, hanno portato Apple a sospendere i rapporti con alcuni produttori locali.

Alcune compagnie, tra cui Tesla, hanno dichiarato di volersi avvalere solo di materie prime prodotte in modo etico e sostenibile nel nord america. A oggi però, nel suolo USA, malgrado le recenti scoperte di giacimenti di cobalto in Idaho e Ontario, non vi sono le risorse necessarie per sostenere una produzione in forte crescita.

Aziende sudcoreane, fra cui Samsung SDI e LG Chem, stanno cercando di aggirare l’ostacolo investendo nella ricerca di materiali alternativi, sviluppando batterie che richiedano in percentuale meno cobalto e più nickel.

Ultima considerazione, ma non meno importante, finora si è parlato solo di auto ma non c’è ancora assolutamente niente per furgoni, autocarri, camion, Tir, barche e navi che come si sa funzionano tutti con motori diesel e sono tra i maggiori responsabili dell’inquinamento delle nostre città.

La strada dell’elettrico, al di là dell’esaltazione retorica e dell’ingenuità di molti, è ancora tutta in salita. Affrettare i tempi con l’esibizione dell’entusiasmo da selfie di troppi politici improvvisati non si può. Bisogna affidarsi alla ricerca scientifica e tecnologica che non è esattamente il pensiero di chi è al governo adesso che, per anni, si è fatto vanto di spargere diffidenza e false credenze

Pietro Zonca

Tav? No: treno o trasporto su gomma?

Tav sempre Tav. Ora che è uscito anche un libro di Marco Travaglio sulla Tav mancano solo un film e uno spettacolo teatrale. Eppure la vera discussione dovrebbe essere sulle modalità di trasporto delle merci. In Italia si è sempre favorito il trasporto delle merci su gomma rispetto al trasporto su rotaia. I motivi sono molti: la conformazione del nostro territorio, le dimensioni delle nostre aziende, la produzione italiana di mezzi di trasporto etc. Oggi però ha ancora senso questa scelta?

Lungo le nostre autostrade ogni giorno ci sono file lunghissime di camion che trasportano merci su e giù per la penisola e molti, ovviamente, provengono dall’estero. L’aumentata sensibilità ecologica sta chiedendo ovunque la riduzione dei veicoli più inquinanti e i diesel, soprattutto se non manutenuti in modo adeguato, sono tra i primi responsabili dell’inquinamento atmosferico. Sarebbe logico a questo punto spostare il trasporto merci sulla ferrovia, soprattutto ora che l’alta velocità ha portato al raddoppio delle linee ferroviarie e ha diminuito il numero di persone che viaggiano sulle linee tradizionali.

C’è però un’obiezione che corrisponde ad un problema: far viaggiare le merci in container implica sempre il ricorso ai camion una volta raggiunta la destinazione o, meglio, il nodo di interscambio. Per questo si preferisce effettuare tutto il viaggio su gomma dall’inizio alla fine della tratta prevista. Tutta’altra cosa sarebbe se il camion viaggiasse direttamente sul treno. Sembra impossibile, ma non è così.

Ci sono due Paesi in Europa che subivano il trasporto su gomma senza averne vantaggi, la Svizzera e l’Austria. I Tir entravano nel loro Paese, lo attraversavano e uscivano senza fermarsi lasciando però una bella quantità di fumi e incombusti. Oggi il problema è stato risolto, i camion sono caricati a un confine sui treni e scaricati all’altro, si chiama autostrada viaggiante o autostrada ferroviaria (è diffuso anche il termine “RoLa” acronimo del termine tedesco Rollende Landstrasse) ed è una forma di trasporto combinato perché integra i camion con i treni.

A differenza del trasporto intermodale, in cui vengono trasportati solo i container o eventualmente i semirimorchi, l’autostrada viaggiante prevede il trasporto dell’intero complesso veicolare (cioè trattore stradale incluso). Sono utilizzati speciali carri ferroviari con un pianale monoblocco dotato di ruote di piccolo diametro e che in genere possono fornire una pista transitabile lungo l’intera lunghezza del treno durante le fasi di carico. A bordo di un’autostrada viaggiante, gli autisti dei camion sono alloggiati in una vettura con sedili o letti. Ad entrambe le estremità del collegamento ferroviario sono costruiti appositi terminali che consentono il carico e lo scarico dei camion dal treno.

Anche in Italia ci sono tratti di queste linee che sono i terminali delle linee Austriache e Svizzere e in particolare ce n’è una che proviene dalla Francia (ne ha due) e che transita attraverso il traforo del Fréjus e arriva a Torino.

Inutile dire che una volta completato il TAC (treno alta capacità) della val di Susa, questa linea sarebbe spostata sul nuovo percorso e il trasporto merci ne sarebbe potenziato, oggi su quello attuale non è possibile a causa delle pendenze.

Però a questo punto perché fermarsi a Torino?  Si potrebbe far proseguire questi treni lungo tutta la penisola fino a Napoli e a Reggio Calabria, scaricare così le nostre autostrade da una bella quantità di traffico pesante e risparmiarci un bel po’ di inquinamento.

In conclusione si tratta di progettare il futuro pensando a trasformazioni strutturali delle modalità di trasporto. La TAV o TAC Torino Lione rientra in questo ambito e investe sulla possibilità di andare oltre l’assetto attuale nel quale tra Italia e Francia il trasporto su gomma la fa da padrone. Come si fa a non capirlo?

Pietro Zonca

Si fa presto a dire idrogeno

Si ritorna a parlare di idrogeno per il trasporto automobilistico e come soluzione al problema energetico. A volte problemi complessi sono ridotti a slogan da scrivere dove la semplificazione la fa da padrona. La realtà, però, è complicata e lenta e va spiegata.

Iniziamo col dire che non esistono miniere o pozzi di idrogeno, l’idrogeno non esiste allo stato naturale sulla terra, quindi l’idrogeno non è una fonte energetica.

L’idrogeno è invece un vettore energetico, ovvero è possibile accumulare dell’energia producendo idrogeno per poi riottenerla quando serve, ossidandolo.

Ci sono due modi per produrre l’idrogeno: per elettrolisi dell’acqua con corrente elettrica o per ossidazione parziale di metano, gpl, carbone e prodotti petroliferi. (steam reforming).

La corrente elettrica viene a sua volta prodotta in Italia per il 70% circa con il petrolio e il gas, quindi per produrre idrogeno attualmente bisogna bruciare combustibili fossili.

E’ anche possibile ottenere l’idrogeno attraverso energie alternative: energia idroelettrica, eolica, fotovoltaica, da biomasse etc.

Uno degli utilizzi sarebbe proprio l’associazione di celle combustibili a un impianto di energia rinnovabile (idroelettrico, eolico, solare) che, per sua natura, è discontinuo: quando c’è energia in eccesso viene prodotto idrogeno che viene stoccato; quando l’impianto non produce energia a sufficienza si riconverte l’idrogeno in acqua e si produce energia elettrica che viene immessa in rete. Complicato, ma può funzionare.

Attenzione però alle biomasse. La desinenza “bio” non è sempre sinonimo di benefici per l’ambiente. In Brasile, per esempio, usano le biomasse (canna da zucchero) per produrre alcool per far funzionare le auto, e questo comporta: inquinamento atmosferico da aldeidi (cancerogene), inquinamento delle acque da raffinerie e distillerie, depauperazione dei terreni e distruzione della foresta a causa dell’estensiva coltivazione della canna da zucchero coltivata come monocultura.

Ben venga comunque la produzione di energia alternativa con altri metodi, ma una volta ottenuta perché produrre idrogeno e continuare a bruciare petrolio nelle centrali? Basta immettere questa energia nella rete elettrica e utilizzare il petrolio risparmiato per produrre benzina, in questo modo non c’è niente da cambiare, non ci sono nuovi distributori da fare e si evita di mandare in giro autoveicoli pericolosi carichi d’idrogeno.

Dal punto di vista energetico poi bruciare direttamente un idrocarburo per far funzionare un’auto è più economico che bruciarlo in una centrale, produrre energia elettrica con cui fare dell’idrogeno che a sua volta deve poi essere ossidato per far funzionare un’auto.

Chiarito che l’idrogeno non è una nuova soluzione energetica alternativa al petrolio, vediamo un pò di valutare se è possibile utilizzarlo per l’autotrasporto allo scopo di ridurre l’inquinamento visto che bruciando produce solo acqua.

Per utilizzare l’idrogeno per l’autotrazione si possono utilizzare motori a combustione interna come quelli a benzina ottenendo, però, un rendimento analogo a quelli a benzina (25-30%).

Il vero problema non è qui, i problemi sono nel trasporto e nell’utilizzo. L’idrogeno è un gas un pò speciale: il primo scoglio si chiama temperatura critica che è quella al di sopra della quale un gas non può essere liquefatto per sola compressione. Se un gas può essere liquefatto se ne possono portare in giro grandi quantità con bombole che richiedono di sopportare pressioni relativamente basse, pari a qualche atmosfera.  Nel caso dell’idrogeno non ci siamo, la temperatura critica dell’idrogeno è di -240 C, quindi, per avere idrogeno liquido nel serbatoio, bisogna andare in giro con un liquido a – 240 C perchè a temperatura ambiente rimane sempre un gas.

Per trasportarne molto quindi occorrono bombole di acciaio a 200 e più atmosfere.

L’idrogeno è infiammabile, esplosivo e la molecola ha dimensioni molto piccole ed è in grado di penetrare facilmente, quindi niente bombole leggere di materiali plastici. È così piccola che s’insinua nelle strutture cristalline dei metalli modificandole e questo li rende fragili. Per esempio il grande serbatoio della navetta spaziale non veniva riciclato al contrario dei booster laterali perché, avendo contenuto idrogeno, non era più affidabile.

Per ultimo, nei motori a combustione si producono ossidi di azoto (i responsabili delle piogge acide) per reazione diretta tra l’ossigeno e l’azoto dell’aria, ma questo avviene solo quando le temperature di combustione sono elevate. E l’idrogeno ha una temperatura di combustione molto più elevata di quella della benzina.

Un altra possibilità per utilizzare l’idrogeno per autotrazione è alimentare delle celle a combustibile per produrre elettricità con la quale si alimenteranno dei motori elettrici. Questo processo ha rendimenti nettamente superiori alla combustione in un motore termico, ma il problema è che per ora le celle a combustibile funzionano solo ad alta temperatura, quindi bisogna preriscaldare la cella prima di iniziare a produrre corrente. Inoltre le celle non sono in grado di seguire la richiesta di potenza del motore perché erogano corrente elettrica in quantità costante. Occorrono perciò altre batterie tradizionali a fare da tampone.

Sono attualmente in valutazione da parte della Germania dei treni che funzionano con questo principio, per le auto i problemi da superare sono ancora grandi.

Quale conclusione? La ricerca è in corso, ma le soluzioni facili per superare i combustibili fossili e i motori a combustione interna non ci sono e non basta enunciarle per vederle realizzate

Pietro Zonca

Il villaggio Kamikatsu: il sogno dei rifiuti zero

In Giappone c’è un villaggio, Kamikatsu, che si trova tra verdeggianti campi di riso e foreste montuose nell’isola occidentale giapponese di Shikoku. Con meno di 1.700 residenti, è il villaggio più piccolo dell’isola, ma, negli ultimi anni questo villaggio è diventato famoso in tutto il mondo.

Per decenni il villaggio aveva eliminato i suoi rifiuti bruciandoli in un inceneritore aperto o seppellendoli nel terreno. In seguito al fallimento del progetto del nuovo inceneritore ha deciso di diventare una città a rifiuti zero entro il 2020.

Il percorso di Kamikatsu verso rifiuti zero è iniziato più di due decenni fa.

Il villaggio ha deciso di impegnarsi per ridurre il più possibile i rifiuti, è nata così la Zero Waste Academy, guidata da Akira Sakano.

In pratica, l’idea è abbastanza semplice: i rifiuti vengono separati in categorie e, ove possibile, vengono riutilizzati, riciclati o ridotti in volume.

Ma anche se non necessariamente rivoluzionario (raccolta differenziata e riciclo sono abbastanza diffusi nel mondo), lo schema di Sakano va ben oltre.

La spazzatura è divisa in almeno 45 categorie. Al livello più alto, si separano gli scarti alimentari, i metalli, la carta, le materie plastiche, le bottiglie di vetro, i vassoi per alimenti, i mobili e le macchine.

All’interno di questi gruppi, ci sono sottocategorie, quindi il metallo si separerà in alluminio e acciaio; la carta è suddivisa in giornali, cartone, cartone di carta, cartone di carta con alluminio (rivestito), tubi di carta dura, bicchieri di carta e carta straccia.

Lo scopo è di offrire al riciclatore una risorsa di alta qualità facilitando il suo lavoro.

All’inizio c’è voluto del tempo per convincere la popolazione locale. Non solo dovevano lavare e ordinare i loro rifiuti a casa, ma erano anche obbligati a portarli nel centro di raccolta dei rifiuti. La gente adesso separa da cinque a 10 categorie nella propria casa e poi fa la separazione finale al centro di raccolta.

È stato un vero cambiamento nello stile di vita, la gente era contraria al nuovo sistema di raccolta, si chiedevano perché dovevano portare la propria spazzatura nel sito di gestione dei rifiuti. Pensavano che il governo municipale non stesse svolgendo il suo lavoro correttamente.

L’ufficio municipale imboccò la strada del dialogo con la comunità locale e le resistenze furono superate.

Non si tratta solo di raccolta differenziata, ma anche di riutilizzo diretto. Esiste infatti il negozio, “kuru-kuru” (circolare) che rivende vestiti, stoviglie e articoli vari che sono ancora utilizzabili. Le persone possono anche prendere in prestito più di 8000 articoli per la tavola ogni anno, eliminando la necessità per i residenti di acquistare piatti e bicchieri monouso per eventi speciali. C’è anche un centro artigianale di upcycling. I residenti portano vecchi kimono di cui non hanno bisogno, quindi le donne anziane, per la maggior parte locali, fabbricano nuovi prodotti

Questo è il link ad un breve video che racconta questa esperienza:

https://www.facebook.com/worldeconomicforum/videos/332640214018944/

L’esperimento ha funzionato e dopo venti anni di impegno comune di popolazione ed enti pubblici, alla fine del 2018, solo il 19% della spazzatura della città doveva essere inviata ad un inceneritore o in discarica.

Un grande risultato che, tuttavia, non basta ad Akira Sakano. Ammette con rammarico che il suo obiettivo di azzerare i rifiuti non sarà possibile senza il contributo del sistema esterno cioè di un ambito più grande di un villaggio di 1700 persone.

Il primo problema sono i produttori perché “Il nostro obiettivo del 100% non può essere raggiunto se i produttori continuano a utilizzare prodotti non riciclabili“. Occorre che siano “progettati per l’economia circolare, in cui tutto è riutilizzato o riciclato”.

Cosa ci insegna questa bella storia?

Da 20 anni un paese di 1700 persone fa del recupero e del riciclo un suo dovere civico. Nonostante separi qualunque cosa in 45 classi differenti, (45 cassonetti!) riesce a recuperare l’80% dei rifiuti, lasciando un 20% dei rifiuti da smaltire in qualche altro modo. La conclusione di questo percorso è che non è possibile recuperare il 100% perché i prodotti non sono progettati per l’economia circolare. Ci sono molti prodotti che non sono separabili e per avere una separazione al 100% bisogna cambiare il modo di produrre delle aziende.

Inoltre, cambiare il modo di separare la spazzatura e soprattutto il modo di pensare di un piccolo paese di 1700 persone è un conto. Si conoscono tutti, si fa un’opera di convincimento capillare, è facile. Cosa ben diversa è quando si tratta di una città con milioni di abitanti come Roma o Milano o come New York, Rio de Janeiro o Calcutta. Con città così grandi sarebbe già un successo separare bene carta, plastica, vetro, e umido. Ovviamente separare e poi farci qualcosa con i rifiuti differenziati.

L’idea di far cambiare il modo di produrre alle aziende è ancora più fantascientifica, oggi grazie alla globalizzazione consumiamo in tutto il mondo prodotti fabbricati dovunque. Ciò significa che quello che buttiamo nella spazzatura in Italia può essere stato prodotto in Cina, in USA, in Colombia o in Australia, quindi bisognerebbe attuare una trasformazione globale, dalla Cina al Gambia, dalla Mongolia alla Nuova Zelanda.

Forse per gli imballaggi si potrebbe raggiungere una certa omogeneità di materiali e spingere per farli utilizzare in tutto il mondo. D’altra parte in molti casi è già così.

Per i prodotti finiti tutto si complica in misura esponenziale.

Pensiamo ai supermercati che frequentiamo. Tutto quello che ci circonda, scaffali compresi, prima o poi finirà nella spazzatura, ed è composto da metallo, legno, plastiche (centinaia di plastiche differenti), vetro, ceramica, tessuti, pelle, cuoio, etc.. Tutte componenti mescolati insieme, incollati, avvitati, clampati nei modi più vari. Più un prodotto è evoluto tecnologicamente, pensiamo a uno smartphone o a un televisore, più è complesso e più è composto di parti piccole e di differenti materiali, ognuna con una sua precisa funzione e non sostituibile da un’altra di un altro materiale.

Spesso per rendere economico l’assemblaggio di un prodotto e ridurre le dimensioni viene progettato non disassemblabile. Non lo è una scheda elettronica, un frullatore, un paio di scarpe e si potrebbe continuare con migliaia di altri esempi.

Ma anche se si riuscisse a produrre qualcosa in modo differente, ci sarebbero comunque da smaltire quantità enormi di materiali utilizzati finora.

Se pensiamo che attualmente nelle nostre città più diligenti e virtuose viene separato circa il 60-70% dei rifiuti non siamo tanto lontani dall’80% di Kamikatsu, ma con sole 5-6 classi di separazione e non le 45 attualmente richieste nel villaggio giapponese. Ma anche se si raggiungesse quel risultato non sarebbe assicurato il riciclo del materiale raccolto e rimarrebbe, comunque, un 20-30% di rifiuti da smaltire in altro modo.

Insomma l’economia circolare è un bel sogno, ma solo un sogno. La realtà è che una parte dei rifiuti dovrà sempre essere bruciata per produrre energia. Meglio saperlo e lavorare per questo obiettivo non meno audace della strategia rifiuti zero, ma molto più concreto e realistico

Pietro Zonca

Microplastiche: un allarme ingiustificato?

Sembra che le microplastiche siano diventate il nuovo mostro da affrontare. Tutti ne parlano: la nuova frontiera dell’inquinamento, il killer invisibile, il distruttore dell’ambiente che provocherà la morte di milioni di esseri viventi etc.. Vediamo se è veramente così.

Che cosa sono quindi queste microplastiche? Da dove provengono? Da dove non provengono? E quali danni fanno?

Iniziamo col dire che non si formano da piatti, bicchieri, tappi, sacchetti, bottiglie, etc. di plastica finiti nei corsi d’acqua e poi in mare. In verità anche questi si trasformeranno in piccoli pezzi di plastica, pezzi via via sempre più piccoli che possono essere scambiati per cibo dagli animali marini, ma le microplastiche di cui stiamo parlando sono un’altra cosa.

Si tratta di particelle di plastica inferiori a un decimo di mm e visibili solo al microscopio.

Da dove provengono?

Provengono da filler di cosmetici, dai pneumatici che si consumano sull’asfalto, dalle fibrille perse durante il lavaggio dei tessuti sintetici, dai residui di vernici  che con il tempo, il sole e le intemperie si sfaldano e si sfarinano, etc. Questo fa si che le microplastiche non siano di un tipo solo o di solo di poche classi di polimeri, ma siano composte da migliaia di polimeri differenti.

Non solo e non tanto, quindi, materiali plastici sversati direttamente in mare, ma una miriade di immissioni di materiali diversi che giungono al mare per molteplici vie e che non percepiamo immediatamente come generatori delle microplastiche.

La conseguenza è che, se anche fossimo in grado di fermare tutta la plastica che attualmente viene riversata in mare, non fermeremmo le microplastiche.

La plastica visibile che viene sparsa nell’ambiente e nelle acque in realtà crea problemi agli animali che la scambiano per cibo senza però trarne le sostanze necessarie alla loro vita.

Le microplastiche sono più subdole e pervasive. Ne sono state rinvenute particelle in tutti i campioni di sale e in ogni ambiente marino analizzati.

Inevitabile domandarsi quali danni possano provocare agli organismi umani.

Allo stato attuale non sono stati riportati casi di tossicità da microplastiche e la cosa è abbastanza plausibile perché i polimeri sono molecole troppo grandi per essere in grado di migrare nei tessuti. In pratica si comportano come dei sassi, ci sono ma non fanno danni. Infatti, non esistono prove che possano superare le membrane cellulari. L’unica preoccupazione riguarda la loro grandezza, cioè, essendo di dimensioni microscopiche, si teme che possano occludere alveoli o capillari negli organismi viventi provocando dei danni, ma anche in questo caso non sono state riportate finora evidenze in tal senso.

Che fine fanno? Ovviamente queste plastiche entrano nei cicli alimentari degli animali marini. Vuol dire che quando mangiamo il pesce mangiamo microplastiche? No perchè non potendo penetrare nel flusso sanguigno, rimangono confinate nel loro apparato digerente. Nel caso dei molluschi, che sono i grandi filtri del mare, invece sì le mangiamo, ma anche in quel caso rimangono confinate nel nostro apparato digerente.

Alla fine comunque non rimangono per sempre in sospensione nell’acqua, con il tempo tenderanno a depositarsi nel sedimento inglobate nel materiale organico che si sviluppa nel mare.

Cosa si sta facendo, cosa si può fare ? Nonostante che le microplastiche non rappresentino, allo stato delle nostre conoscenze, un pericolo, si sta facendo qualcosa per arginare il problema come, per esempio, l’eliminazione di tutte le microplastiche aggiunte nei prodotti cosmetici (o sostituzione con polimeri biodegradabili).

Per il resto, come si può capire, non è facile pensare a sistemi in grado di eliminare o di ridurre al minimo il problema. Finché ci saranno pneumatici, vestiti sintetici e vernici ci saranno microplastiche. Saperlo è un bene, ma non è il caso di diffondere un allarme che, per ora, non ha fondamento scientifico.

Pietro Zonca

Rifiuti zero o gestione dei rifiuti?

Economia circolare, rifiuti zero, decrescita felice, sono queste le soluzioni ai nostri problemi? Sembrerebbe di sì, tutti ormai danno per scontato che queste sono le soluzioni. Ci stanno prendendo in giro, ci stiamo prendendo in giro, vediamo perché.

Stiamo facendo bene o male la raccolta differenziata (vetro, carta, plastica, metalli, umido) e mediamente siamo intorno al 50% con punte del 70%. Siamo, quindi, sulla strada giusta?

Ma neanche per sogno.

Il vetro si mette nei bidoni, si raccoglie poi si fonde. Perfetto. Ma il vetro non è tutto uguale. Le volete voi delle finestre verdi? No? Nemmeno io.

Il vetro di riciclo è tutto mescolato – verde, marrone e bianco – il risultato è un vetro di colore verde sporco, va bene per fare bottiglie e basta, ma la produzione di bottiglie non è infinita e così già adesso i depositi di rottame di vetro traboccano e non lo vuole più nessuno.

La carta si raccoglie, si manda in cartiera e si fa altra carta. Facile? No perché, ovviamente, raccogliamo carta bianca, carta stampata, cartoncino grigio e cartone giallo tutto insieme. La carta riciclata non ha un bell’aspetto, tra grigio e beige ed è pure un po’ assorbente ed è difficile da utilizzare. Conseguenza: i depositi di carta traboccano e i prezzi della carta da macero sono crollati. E così, ogni tanto, i depositi si incendiano o li incendiano.

Plastica. Ci sono tante plastiche diverse. Se volete un’analisi approfondita la trovate nell’articolo già pubblicato qui http://www.civicolab.it/riciclare-la-plastica-illusione-e-realta/. Noi le mescoliamo tutte insieme poi pretendiamo che chi le ricicla le separi. Purtroppo non si può fare. Alcune si possono recuperare (polietilene, polipropilene e PET), ma tutto il resto è difficile utilizzarlo. Ciò significa che, nella gran parte dei casi, serve plastica nuova, non quella di riciclo.

E anche qui ci sono depositi che traboccano e che ogni tanto vanno a fuoco.

Con i metalli siamo messi meglio, mescoliamo anche qui tutto, il ferro e il nichel poi lo attirano le calamite, è facile, con l’acciaio inossidabile invece già il gioco non funziona, poi rimangono rame, zinco, alluminio, bronzo e ottone  che si riescono a separare solo con processi chimico fisici più impegnativi ma è poca cosa.

L’umido, ecco questo è interessante, in molte città del nord Europa attraverso fermentazioni anaerobiche  della frazione umida producono biogas, con quel gas fanno circolare il parco di mezzi pubblici, il resto che rimane o diventa compost o finisce in inceneritori per produrre energia. Noi facciamo solo compost che viene disperso nei campi e basta, da notare anche che nella produzione di compost si sviluppano e vengono immessi nell’atmosfera metano e CO2 entrambi gas serra.

In Svizzera dove sono molto più bravi di noi separano i vetri a seconda del colore e ottengono dei rottami decisamente più commerciabili, separano la carta dal cartone e anche in questo caso si ottiene una carta di maggior valore commerciale e viene separato anche il PET, che è facile da riconoscere, dalle altre plastiche, in modo da ottenere degli scarti più facilmente  vendibili.

Però secondo l’economia circolare bisogna chiudere il cerchio, bisogna chiuderlo tutto, rimane quindi la parte indifferenziata, una montagna di indifferenziata che può oscillare dal 30 al 50 per cento del totale .

Attualmente l’indifferenziata viene inviata in discarica o viene incenerita, ci sono però forti resistenze da parte delle popolazioni contigue alle discariche perché si smetta di inviare la spazzatura in discarica, quindi si dovrà prima o poi procedere all’incenerimento, anche perché le discariche sono tutte piene e non ci sono più molti siti nuovi disponibili.

La soluzione definitiva è lo zero waste? Per ottenerlo bisognerebbe riconvertire tutta l’industria (mondiale) in modo da produrre solo con prodotti riciclabili. Nobile idea, ma: ogni sistema di recupero dei rifiuti produce indifferenziata vuoi per errori, vuoi perché gli oggetti sono assemblaggi di materie diverse.

Il riciclo che è l’atto conclusivo della raccolta differenziata viene bene con oggetti semplici. Appena un oggetto diventa complesso e composto da diversi materiali, fare la raccolta differenziata e soprattutto riciclare diventa impossibile. Basta un semplice esempio: le scarpe. Le scarpe sono fatte con gomma, plastica, cuoio, pelle, sughero, legno, tessuti naturali e sintetici, parti in metallo e tutti incollati insieme tra loro. Come si fa a fare una separazione di questi materiali? Lo stesso vale per gli indumenti, sono composti da: lana, seta, cotone, lino, misto lana, misto seta, acrilici, poliesteri, nylon etc. Come si riciclano?

È evidente che il sistema più semplice e meno costoso è bruciare tutto e ricavare energia. Dato che nel mondo si bruciano tonnellate di petrolio e di carbone al minuto per produrre energia elettrica, e lo si farà ancora per decine e decine di anni, bruciare al suo posto delle scarpe o degli indumenti non farà alcuna differenza sia in termini di emissioni di CO2 che di ceneri e polveri.

E finora abbiamo parlato solo di rifiuti urbani, poi ci sono i rifiuti industriali, che quantitativamente sono quanto i rifiuti urbani se non di più. Sono i rifiuti speciali e sono di tanti tipi diversi: si va da morchie di lavorazione a oli inquinati, da residui di vernici a sfridi metallici, sfridi plastici a volte mescolati tra loro, residui di prodotti chimici etc… Essendo scarti industriali spesso tutti dello stesso tipo, le aziende ovviamente dove possono recuperare qualcosa già lo fanno, per esempio ridistillando i solventi o riciclando le plastiche pulite e omogenee, quello che rimane è decisamente meno riciclabile dei rifiuti urbani e può solo essere inviato all’incenerimento in impianti speciali.

In conclusione: stiamo facendo la raccolta differenziata, bene, ma dovremmo  farla meglio.

Dobbiamo però convincerci che non tutto è differenziabile e soprattutto riciclabile, l’incenerimento con termovalorizzatori o gassificatori  (  http://www.civicolab.it/rifiuti-ce-anche-la-gassificazione/ ) non è evitabile, la raccolta e il riciclo potrebbero arrivare anche all’80% del totale ma il 20% di trenta milioni di tonnellate che sono i rifiuti che l’Italia produce ogni anno sono sempre  6 milioni di tonnellate di indifferenziata che devono essere smaltiti. Se tutti arrivassimo a questa conclusione, invece di fare la guerra agli inceneritori, lavoreremmo tutti insieme per far sì che gli impianti siano i più sicuri possibile e potremmo dedicarci a trovare processi per riciclare sempre di più quello che oggi finisce in discarica o bruciato.

Pietro Zonca

Riciclare la plastica. Illusione e realtà

Quante volte si parla di riciclo? Infinite. Sembra solo una questione di volontà. Volere è potere. Se poi parliamo della plastica avanzare dubbi sul riciclo sembra un atto criminale. Che diventa doppio se la si vuole far finire bruciata nei termovalorizzatori.

E allora cerchiamo di guardare dentro alle cose e parliamo di riciclo della plastica.

Innanzitutto cos’è la plastica? Tutti credono di saperlo, ma, addetti ai lavori a parte, non sanno di cosa stanno parlando.

Cominciamo dall’inizio. I polimeri servono per fare la plastica, i polimeri sono delle catene generalmente lineari composte da poche decine a milioni o miliardi di atomi, i polimeri sono composti organici, che vuol dire che sono composti del carbonio, ma non contengono solo carbonio. Possono contenere azoto, ossigeno, silicio, fluoro, cloro, bromo, sodio, zinco etc. e naturalmente idrogeno.

A seconda di cosa contengono e di come sono collegati gli atomi tra loro, i polimeri possono avere proprietà molto diverse, possono essere trasparenti, opachi, flessibili, rigidi, morbidi, fragili, allungabili, pesanti o leggeri. Possono avere punti di fusione, che è la temperatura a cui diventano molli, molto diversi. Si può andare da 50-60 °C a 400 °C. La temperatura di decomposizione invece, che è quella che rompe la struttura della catena e gli atomi si separano, può oscillare da 200 °C a 5-700 °C.

Le plastiche però non sono composte solo da polimeri, la plastica è una miscela di sostanze, il polimero o una miscela di polimeri sono la parte principale, poi ci sono lubrificanti di estrusione, cariche minerali, plastificanti, protettori da radiazione ultravioletta, coloranti, stabilizzanti, antiossidanti e via di seguito. Avete notato che la plastica ha un odore? Bene i polimeri non hanno alcun odore, gli odori provengono dagli additivi.

Quanti tipi di polimeri esistono?

Dunque solo le plastiche per il coating ( vernici, plastificazioni di superfici etc. ) sono circa 30.000. Quelle che di solito conosciamo tutti sono quelle che si utilizzano per gli imballaggi, ma se guardiamo in giro a casa nostra ne scopriamo molte altre. Quelle più utilizzate (per l’80% circa del totale della plastica in circolazione) sono in realtà una ventina, e hanno temperature di fusione da 60 a oltre 300 gradi centigradi.

Inoltre spesso si tratta di famiglie di polimeri con caratteristiche fisiche differenti tra loro e per alcuni (silicone e poliuretano e tanti altri) nemmeno c’è un punto di fusione perché non fondono bensì si decompongono..

Raccolta differenziata

Questo brevemente è il quadro della situazione, quindi adesso noi andiamo a fare la raccolta differenziata della spazzatura e separiamo l’umido, il vetro, la carta, i metalli, e la plastica. Appunto la plastica. Cioè mescoliamo tra loro tutte le plastiche precedenti. E poi?
Solo considerando i punti di fusione si può capire che non è possibile fondere tutto insieme perchè alle temperature a cui alcuni polimeri fondono altri si decompongono. Inoltre non tutti sono compatibili, il che vuol dire che una volta in fusione non formano una soluzione omogenea ma una specie di pasta a grumi perché i vari polimeri non stanno insieme tra loro.

Questa pasta quando poi viene raffreddata produce un materiale fragile che tende a sfaldarsi e a strapparsi, un materiale con cui non è possibile costruire niente che non sia spesso e massiccio perché assolutamente privo di consistenza.

Quindi che si fa? Le aziende che trattano la plastica o fanno un mescolone e fanno travi per panchine e pali per le barche di Venezia o cercano di separarle in qualche modo.

Fondamentalmente la maggior parte delle plastiche nei rifiuti è composta da polietilene, polipropilene, polistirene, e PET, tutte le altre plastiche sono meno del 30% in peso del totale.
Esistono degli impianti di trattamento evoluti e costosi che frammentano le plastiche in piccoli pezzi di uno o due cm e utilizzando un raggio laser che colpisce i singoli pezzi via via che passano su un nastro trasportatore eseguono una specie di analisi chimica al volo.

Questa analisi determina grosso modo a quale gruppo quel pezzo di plastica corrisponda e successivamente un soffio d’aria opportunamente angolato lo fa finire in un contenitore apposito. Però non tutto il materiale conferito riesce ad essere separato, i pezzi più piccoli, quelli sovrapposti etc. non vengono recuperati.

Riciclo

In questo modo si riescono a separare le principali plastiche in gruppi omogenei in modo da poterle rifondere e riutilizzare, ovviamente con questi materiali non si potranno più produrre materiali sofisticati come sacchetti di plastica o contenitori per cibi (assolutamente vietato) o pezzi con particolari caratteristiche meccaniche (tappi filettati, contenitori, coperchi etc. ) bensì solo prodotti più grossolani. Anche il colore non sarà più modulabile dato che la miscela finale avrà di suo già un colore grigio-marrone-verde scuro.

Rimane poi la parte non selezionata che viene definita plastimix che è appunto un 30 40% del totale che non ha trovato finora particolari applicazioni. Attualmente si cerca di trasformarla in gas combustibili attraverso processi di pirolisi o finisce nei termovalorizzatori.

Come si può capire da questa rapida analisi parlare di riciclo della plastica come se fosse un processo semplice e lineare è una grossolana banalità. La realtà è sempre diversa dalle visioni idealistiche ed edulcorate dagli slanci di entusiasmo e anche puntare tutto sulla raccolta differenziata è fuorviante perché questo è solo il primo passo di un lungo percorso che spesso non finisce con il riciclo. Guardare le cose nella loro realtà può essere meno esaltante, ma è infinitamente più utile

Pietro Zonca

Rifiuti: c’è anche la gassificazione

Roma è di nuovo piena di rifiuti. Basta vedere le foto che i romani inviano ai giornali e postano sui social. La Capitale non ce la fa a gestire i rifiuti anche se il Comune afferma che la raccolta differenziata ha superato il 40%. D’altra parte i roghi nei depositi di carta e plastica e in discariche di indifferenziata, tutti dolosi, parlano da soli e sembrano diventati la valvola di sfogo del sistema. Quando l’accumulo è troppo grande qualcuno appicca il fuoco e così in un giorno l’aria si appesta di tanti inquinanti quanti non ne potrebbe mai produrre nessun inceneritore.

L’Italia è assediata dai rifiuti e non riesce ad imboccare una strada che la renda autonoma nella loro gestione. La differenziata spesso non ha sbocchi perché i materiali che ne derivano non sono richiesti dal mercato e così il riciclo non si realizza.

L’indifferenziato non ci sta più nelle discariche, ma la termovalorizzazione, unica soluzione logica e razionale, è una via sempre sbarrata dalle false credenze e dai comitati di protesta che, pur composti da minoranze, sembrano sempre in grado di intimorire i politici che non decidono la costruzione di nuovi termovalorizzatori o, come nel caso del Lazio, li chiudono addirittura (Colleferro per decisione della Regione).

Quindi no alle discariche, no agli inceneritori e niente riciclo: sembra un problema senza soluzioni.

E invece le soluzioni ci sono e qui ne presentiamo un’altra, una specie di terza via che potrebbe risolvere il problema in modo pulito ed efficiente: la gassificazione.

Per gassificazione si intende la trasformazione di prodotti contenenti carbonio e idrogeno, come per esempio carbone, catrami di petrolio, biomasse, rifiuti industriali e rifiuti cittadini in un gas chiamato syngas composto da una miscela di CO e H2, ossido di carbonio e idrogeno.

Questo gas non è una novità, non è altro che il cosiddetto gas di città o gas di cokeria, quello che usciva dai nostri fornelli prima dell’arrivo del metano. Questo gas veniva inizialmente prodotto dal carbone (fine ottocento e primi novecento) e successivamente dalle frazioni leggere di petrolio che erano troppo pesanti per diventare GPL e troppo leggere per diventare benzine.

Il processo che porta alla formazione di syngas è una combustione dei prodotti organici (contenenti carbonio) con aria o ossigeno puro utilizzando una quantità di ossigeno, inferiore a quella che servirebbe per una combustione totale, come avviene di solito nei normali inceneritori.

In pratica la combustione parziale porta le sostanze organiche a decomporsi senza arrivare ad anidride carbonica e acqua ma fermandosi ad ossido di carbonio e idrogeno, due gas ancora capaci di bruciare in appositi impianti o essere utilizzati in sistemi di cogenerazione e fornire energia elettrica e calore per il riscaldamento.

Questo processo avviene a temperature molto elevate, maggiori di 800 °C e ciò garantisce la distruzione di composti pericolosi come le diossine, il processo avviene in ambienti chiusi senza pericoli di emissioni in atmosfera. Dopo la gassificazione i gas vengono depurati nelle loro componenti in zolfo e ammoniaca che con la successiva combustione porterebbero alla formazione di anidride solforosa e ossidi di azoto.

Dalla combustione di questi gas si ottiene calore che può essere convertito in energia elettrica, e come sottoprodotti si ottengono solo acqua e CO2. Se si portano tutti i prodotti alla formazione di solo idrogeno è possibile inoltre utilizzare questo in celle a combustibile per la generazione diretta di energia elettrica.

Da un impianto di gassificazione si ottengono delle ceneri inerti che trattengono tutte le componenti minerali e metalliche, ceneri che a seconda della temperatura di esercizio possono risultare vetrificate. Le ceneri poi possono essere inviate o al recupero dei metalli o a uno stoccaggio in discarica dopo eventuale inertizzazione o utilizzate come materiali inerti da costruzione.

Come si vede il processo supera sia i problemi relativi alla discarica sia quelli relativi all’incenerimento. Quelli della discarica perché i volumi finali da smaltire sono enormemente inferiori e non danno problemi di rilascio di sostanze tossiche per dilavamento, quelle dell’incenerimento perché non ci sono emissioni di polveri e di eventuali incombusti tossici.

Esistono in Italia degli impianti di gassificazione ma sono impianti industriali utilizzati per il trattamento di frazioni di petrolio in raffinerie. Sono gli impianti di Falconara, Priolo Gargallo e Sarroch (CA); producono energia elettrica, ceduta alla rete nazionale, e vapor d’acqua e idrogeno a uso interno della raffineria stessa.
In Europa esistono anche impianti che trattano biomasse e sono largamente diffusi in India piccoli impianti che producono l’energia elettrica per pompare l’acqua e per l’illuminazione stradale.

Qual è quindi il problema? Perché non ci sono impianti di gassificazione per la distruzione dei rifiuti in Italia?

Fondamentalmente i problemi principali sono due: costano molto più di un inceneritore e hanno una gestione più complessa; suscitano le solite resistenze “popolar/ecologiste” come già accade per gli inceneritori.

Ovviamente l’ostilità “popolar/ecologista” ricorre alle argomentazioni ben conosciute sul rischio di emissioni tossiche e cancerogene. Inoltre vengono visti come concorrenti degli impianti di riciclo perché in grado di utilizzare gli stessi materiali.

Inesattezze, luoghi comuni, miti. Soprattutto incapacità di vedere la realtà.

Il processo di gassificazione è chiuso, quindi non ci sono emissioni dirette.

Se avessimo una raccolta differenziata all’80% la considereremmo un successo. Giusto, ma anche in questo caso rimarrebbe sempre una frazione di indifferenziata da eliminare. La gassificazione risolve il problema.

Dal punto di vista energetico il processo di gassificazione è meno efficiente di un incenerimento tout court ma presenta il vantaggio di produrre un gas con un elevato valore tecnologico che può essere utilizzato per molteplici scopi.

Il processo di gassificazione, quindi, non reca alcun danno all’ambiente, ma con il gas che produce porta ad un risparmio di combustibili fossili che si sarebbero dovuti bruciare al suo posto. Allo stesso tempo rappresenta una geniale chiusura del ciclo dei rifiuti. Proprio quello che manca e che sempre più la raccolta differenziata non riesce a garantire.

Pietro Zonca

L’Italia soffocata dai rifiuti

In questi giorni alle porte di Milano è bruciato l’ennesimo deposito di plastica da riciclare. Non certo un evento eccezionale. In totale, negli ultimi tre anni, sono bruciati quasi 300 siti di stoccaggio di rifiuti.

Questi incendi sono un sintomo; un sintomo del blocco del sistema rifiuti a cui sta andando incontro l’Italia. Il sole 24 Ore fa una analisi della situazione con questo articolo: https://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2018-10-15/raccolta-rifiuti-l-italia-sommersa-la-paralisi-totale-174019.shtml?uuid=AEa0DKNG dal quale prendono spunto le considerazioni che seguono.

Innanzitutto gli incendi. La maggior parte sono dolosi e ci sono anche le prove, trovate in seguito a delle intercettazioni. Il trattamento di rifiuti differenziati è stato lasciato in carico ad aziende private, alcune legate anche alla criminalità organizzata, che spesso per liberare i depositi li incendiano, con il risultato di produrre fumi tossici e diossine migliaia di volte più concentrati di quelli che avrebbe prodotto un qualsiasi inceneritore a norma.

Il problema non è certo l’affidamento a privati di una parte del ciclo dei rifiuti. Il problema è la debolezza dei controlli e la fragilità dell’intero sistema di gestione dei rifiuti a partire dalla filiera di recupero che oggi è interrotta.

Mediamente in Italia si differenzia circa il 50% dei rifiuti, ma raccolta non significa riciclo. Può anche andare bene la prima, ma non funzionare il secondo. Ed è proprio il riciclo che chiude il cerchio perché con i materiali raccolti si producono nuovi manufatti.

Però i depositi sono stracolmi di montagne di vetro che nessuno vuole, di immense quantità di carta che le cartiere rifiutano e i prezzi del rottame di vetro e della carta da macero sono pure crollati rendendo problematico continuare a trattarli.

Per la plastica il problema è anche peggiore. Per il recupero di una parte di essa sono necessari dei trattamenti molto costosi e sofisticati, quello che si recupera non è di elevata qualità e la parte che rimane (e non è poca cosa) è composta da un miscuglio inutilizzabile.

Fondamentalmente il problema è che non ci sono utilizzi per questi materiali, non esiste un mercato in grado di assorbire questi prodotti, per questo la filiera è interrotta e i magazzini si riempiono.

Così i cittadini si impegnano diligentemente nella separazione tutti i giorni. Gli indici che rappresentano i risultati di questo impegno sembra che indichino un risultato già raggiunto e, invece, indicano solo il primo passo di una strada lunga e tormentata che non è detto si concluda con il recupero. Anzi il ciclo di differenziazione contribuisce ad aumentare la frazione indifferenziata. E che destino può avere se non la discarica o il termovalorizzatore? Con le attuali conoscenze non ci sono alternative: o l’una o l’altro.

Le discariche sono piene e non ci sono nuovi siti disponibili, inoltre la legge europea prevede che non si possa mettere direttamente in discarica l’indifferenziato e per superare il problema si ricorre a un trattamento: il TMB, trattamento meccanico biologico che essenzialmente è un separatore di ciò che poi può essere incenerito o mandato in discarica.

In ogni caso sia discariche che inceneritori sono un problema perché non sono mai accettati dalle comunità locali. In ogni caso i costi di trattamento stanno diventando sempre più pesanti e spesso si traducono solo in spese per l’invio dei rifiuti in altre città o addirittura in altre nazioni.

Dove vengono semplicemente inceneriti e contribuiscono alla produzione di energia elettrica e teleriscaldamento facendo risparmiare centinaia di tonnellate di petrolio.

A Milano 15 anni fa è iniziata la raccolta differenziata porta a porta, raccolta che oggi fa di Milano la metropoli più avanzata ed efficiente d’Europa. È stata dotata di un sistema impiantistico per il compostaggio per la parte umida, ma soprattutto oltre al riciclo c’è il recupero energetico con l’impianto di Silla-Figino che usa la spazzatura come combustibile per riscaldare interi quartieri al posto delle vecchie caldaie condominiali a gasolio. E oggi Milano non ha bisogno di discariche.

Roma e Napoli hanno fatto scelte diverse. Napoli invia ogni settimana 3000 tonnellate di rifiuti in Spagna e Portogallo. Roma ha costruito decine di impianti di trattamento TMB ma non riesce a trovare un’azienda che poi smaltisca il materiale trattato. Nonostante questo il presidente della regione Lazio Zingaretti ha deciso di rinunciare all’inceneritore di Colleferro con l’intenzione di «individuare in quel sito un impianto moderno che trattando e rimettendo nel sistema i materiali provenienti dai Tmb abbassi la quantità di conferimento”. Nel frattempo ha firmato una proroga fino alla fine dell’anno per inviare i rifiuti di Roma all’Aquila.

Insomma anche quelli che non vogliono gli inceneritori alla fine usano quelli degli altri. Pagando.

Comunque in Italia ci sono 41 inceneritori di dimensioni medio piccole, su 31-32 milioni di tonnellate di rifiuti prodotte ogni anno questi inceneritori riescono a trattarne solo 5. E il resto? Sembra evidente che il danno all’ambiente (e alle tasche dei cittadini) provenga dalla scarsità degli inceneritori.

Il fatto è che le resistenze delle popolazioni locali sono forti. Il tamtam mediatico diffonde allarmismi e scatena procedimenti giudiziari per danni all’ambiente con processi che finiscono nel nulla, ma producono parcelle sontuose per legioni di avvocati e manipoli di consulenti.

Anche per altri tipi di impianti di trattamento, quindi non di incenerimento, ci sono reazioni e chiusure, Il consiglio comunale di Brindisi si è espresso con un no deciso alla trasformazione di una vecchia centrale a carbone in un impianto di compostaggio.

Ci sono resistenze anche ad utilizzare i rifiuti nei cementifici in sostituzione di una parte del Pet coke, un carbone ottenuto dalle frazioni pesanti del petrolio, sostituzione che tra l’altro fa scendere le emissioni in ciminiera.

In Italia non si arriva al 10% di sostituzione mentre in Germania sono a circa l’80%.

Nel frattempo gli incendi di rifiuti inquinano più di tutti gli inceneritori messi insieme e una semplice notte di Capodanno a Napoli produce più diossina di tutti gli inceneritori italiani in un anno.

In conclusione i depositi si stanno riempiendo, molti sono stati già chiusi, non c’è richiesta per plastica, vetro, carta riciclati, questi accumuli di materiali si fanno ogni giorno più pericolosi, la legislazione rende sempre più difficile la gestione e la distruzione dei rifiuti e l’atteggiamento nimby ( not in my back yard cioè non nel mio giardino) della popolazione che si oppone sistematicamente ad ogni nuovo impianto contribuisce a rendere irrisolvibile il problema tra scontri e polemiche, costi enormi, inefficienza e degrado

Pietro Zonca