Una Rai indipendente al servizio della libertà (di Claudio Lombardi)

Presi da tante emergenze e urgenze, strattonati dalle vicende di partiti, formazioni politiche, blog e gruppi parlamentari, sorpresi da un governo che ha unito Pd e Pdl, la questione del controllo dell’informazione e del suo principale strumento – le televisioni – è passata in secondo piano. Quasi nessuno ne parla, ma ci sono sempre ottimi motivi per ricordarci che la Rai e quindi l’informazione radiotelevisiva pubblica è sempre nelle mani dei partiti e del governo, che l’impero Mediaset esiste ancora e il monopolio a due teste (Rai e Mediaset appunto) non è affatto scomparso.pluralismo tv

Dimenticarsene è un male perché l’informazione è un bene pubblico o, meglio, comune che, appartenendo a tutti, non può e non deve essere controllato da nessuno in misura prevalente. E non di sola informazione si tratta, ma di vera e propria formazione culturale dell’opinione pubblica che passa anche dai programmi di intrattenimento, dai dibattiti politici, dalla scelta dei film, dalla dose di pubblicità. Se intere generazioni assorbono dalle televisioni modelli di comportamento e di relazione uomo-donna centrati sull’esasperato individualismo e sul culto del valore dell’attrazione fisica; se la violenza che è una presenza costante dai primi cartoni animati ai film in prima serata: è lecito o no pensare che tutto ciò influenzi i comportamenti nella vita reale?

È ovvio che è così e non si tratta di invocare una qualche forma di censura, ma di rispondere con il pluralismo e la libertà. Però c’è un però: per anni abbiamo subito la privatizzazione delle televisioni come se fosse il trionfo della libertà di espressione. Qualcuno ha anche pensato che la privatizzazione di una parte della Rai sarebbe stata utile al pluralismo. Dopo tanti anni di esperienza dobbiamo convincerci che un pluralismo che passa per forza dai capitali privati investiti in un’azienda televisiva non dà garanzie né di libertà né di pluralismo.

pluralismoAllora si tratta di capire cosa garantisca un’informazione equilibrata e un uso della televisione che spalanchi le porte a una molteplicità di punti di vista, a sperimentazioni artistiche e creative o a professionisti della comunicazione liberandoli sia dalla sottomissione agli interessi di partiti in caccia di potere, sia di imprenditori in caccia di profitti (e di potere politico come è stato per venti anni con Berlusconi).

Insomma se il servizio pubblico non esistesse bisognerebbe inventarlo perché rappresenta l’infrastruttura a disposizione della società intera per far circolare informazioni, idee, creatività, intrattenimento. Il problema è che il servizio pubblico, cioè la Rai, è al centro da sempre degli appetiti di potere di chi sa benissimo quanto la televisione condizioni la formazione del consenso. Per questo da sempre la Tv pubblica è stata “governata” dalle maggioranze di governo con un’estensione alle opposizioni da quando esiste la Commissione parlamentare di vigilanza. Come sappiamo bene la logica in Rai da decenni è stata quella di un’influenza diretta della politica e di una spartizione dei posti di direzione. È un sistema che non garantisce più nulla e che, unito all’affermazione politica di Berlusconi che gli ha consentito di governare per molti anni sia le sue Tv che la Rai, ha sconvolto il mondo dell’informazione. Tra l’altro da tanti anni è pure saltata l’identificazione dei partiti come rappresentanti di tutte le componenti della società e, quindi, nemmeno si può dire che basti cambiare governo (escludendo il proprietario di Mediaset) per tornare alla normalità.potere comunicazione

Occorre cambiare sistema e bisogna farlo su tre piani diversi: gestione della Rai, conflitto di interessi e limiti alle concentrazioni televisive. Di proposte di riforma ne sono state scritte tante, ma nessuna è approdata ad una conclusione. C’è da tempo una proposta in campo elaborata da un movimento di cittadini, intellettuali, giornalisti che si chiama MoveOn Italia e che ha definito la sua riforma “La Rai ai cittadini”. Il cuore di questa proposta di cui si discuterà oggi alla Camera (Ore 17 Sala della Mercede, via della Mercede) è la soppressione della Commissione parlamentare di vigilanza e la creazione di un Consiglio delle comunicazioni audiovisive che ne assorbe le funzioni dall’indirizzo, alla vigilanza, alla nomina del consiglio di amministrazione Rai. Il Consiglio sarebbe composto da membri eletti da rappresentanze della società civile, dagli utenti (cioè da chi paga il canone) e dalle maggiori espressioni istituzionali (Parlamento, enti locali, regioni) mettendo così in movimento una platea di soggetti molto più ampia di quella dei partiti.

Rispetto alla situazione attuale il cambiamento sarebbe enorme e metterebbe in discussione un altro dei capisaldi dell’assetto attuale: il possesso delle azioni della Rai da parte del Ministero dell’economia. Bisognerebbe forse verificare l’utilità di mantenere l’attuale profilo societario (società per azioni), ma, in ogni caso, andrebbe stabilito che le azioni Rai non possono essere cedute e che il governo non ha alcun potere di influenza sulla gestione dell’azienda in virtù del controllo delle azioni.

Insomma la liberazione del servizio pubblico come contributo al pluralismo e alla libertà e non solo dell’informazione.

Claudio Lombardi

Informazione e giornalisti: uscire dal “ventennio” (di Silvia Resta)

Cari amici, care colleghe e colleghi candidati. Mai come in questa campagna elettorale i giornalisti sono tanti: una vera pattuglia. Distribuiti nelle varie liste, tanti nomi, volti noti e firme di grande rispetto. E molti, permettetemi di dirlo, siete amici miei. Non ho mai avuto così tanti amici candidati…

Con qualcuno ho diviso la strada, la cronaca, grandi e piccoli fatti, le aule bunker in cui abbiamo girato per anni nei processi per mafia, o terrorismo. Le attese fuori dalle porte. I morti ammazzati.

A qualcuno devo dire grazie per il suo impegno nel sindacato, nell’ aver tenuto accesa la fiaccola della libertà di informazione, in questi anni di buio della ragione e di disprezzo delle regole.

C’è chi è stata per me maestra di coraggio, e chi una firma da leggere la mattina, insieme al  caffè. Con qualcuno abbiamo fatto qualche festa, brindato, suonato, cantato insieme.

Roberto, Saverio, Rosaria, Sandra e Sandro, Massimo e Maurizio, Corradino, Carmine, Michele .

Credo di comprendere la motivazione che vi ha spinto a impegnarvi in politica, in questo momento delicato e cruciale; credo che abbiate pensato ai figli, se ne avete, e che vi stiano a cuore le sorti di questo paese, reduce da  un ventennio che a detta di molti lascia macerie e povertà. Spero che possiate portare in politica la vostra esperienza e le vostre qualità.

Dunque : buon lavoro. Ma vorrei affidarvi una piccola raccomandazione. Un messaggio in bottiglia da leggere quando sarete eletti e siederete in Parlamento.

Avete raccontato e attraversato un bel pezzo di storia di questo paese. Avete nuotato nel fiume fangoso degli ultimi venti anni, che sono stati anni difficili per il giornalismo. Anni barbari e tosti: di bavagli, guinzagli,  museruole e mortificazioni. Di censure e di tabù. Di informazione ridotta a serva. Di microfoni senza giornalisti. Di risposte senza domande. Di direttori body guard, di controllo e mistificazioni. Di trucchi da prestigiatore. Anni del metodo Boffo.

Ecco: per favore, non lo dimenticate. Anni in cui non si poteva parlare di mafia & politica. Mangano era un “eroe”. E le condanne dei potenti venivano- abracadabra-  trasformate in assoluzioni. Anni in cui la donna è stata raccontata come corpo e usata come tangente.

Il femminicidio è stato occultato,  negato: raptus di follia, tango della gelosia, eccesso di amore.

Anni di  editti bulgari,  in cui i telegiornali hanno parlato degli psicologi per i cani, del gelato alla fragola o al limone, di come si accoppia la foca monaca, dei tacchi a spillo misura diciotto, degli asinelli bianchi e dei panda dello zoo di Pechino, dei gioielli di lusso per le signore, dei nuovi  lifting, di quanto è caldo d’estate e quanto è freddo d’inverno. E di quanto, d’estate e d’inverno,  fossero affollate le piste da sci.

Anni in cui i telegiornalisti facevano spot per i pannolini. Perché siamo “liberi”, e tutto si può fare.

Mentre l’ Italia impoveriva, arretrava, saccheggiata dei suoi pubblici beni.

Riverenze ai potenti e disprezzo per i deboli. Non tutta l’informazione è stata asservita. Certo, ma c’è stato un  giornalismo che si è nutrito del sangue e del clamore. La povera Sara e zio Michele. Plastici e infotainement.

E vi ricordate il terremoto de l’ Aquila? Quando tutto filava, la ricostruzione e le grandi opere a gonfie vele, le casette per tutti  con le bottiglie di champagne incorporate, i bertolasi sempre  in tv a dire “tutto va bene madama la marchesa”.

E guai a far vedere le macerie. La gente che soffre. Guai a parlare di scandali, di corruzione, di soldi spesi male: rischiavi di sentirti dire che eri  “antitaliano”.

I monologhi e i cappelli del premier: oggi col casco da minatore, domani col Borsalino o con la bandana. La fiction finiva nel frullatore dei media, sempre più ammalati di conflitto di interessi. Le regole del nostro mestiere spesso sono state calpestate sostituite da un unico diktat: non disturbare il manovratore.

Hanno provato a metterci veri e propri bavagli, ma alla fine, dobbiamo dire, non ci sono riusciti.

Abbiamo respinto la legge sulle intercettazioni (anche lì, quante menzogne…quando passava il messaggio “siamo tutti intercettati”…). E, negli ultimi mesi, il giornalismo è tornato protagonista a raccontare gli scandali del palazzo: Ruby e d’ Addario, le ostriche dei Fiorito, il Pirellone, Lusi. Tarantini e Lavitola. Lo scandalo Mps.

A illuminare i retrobottega dei poteri, scoprendo la punta dell’ iceberg della corruzione. Bastava aprire il coperchio e guardare dentro. Ma per anni, dove eravamo?

Sprofondati al 61esimo posto  della classifica mondiale secondo Reporter sans frontieres. Nell’ultima classifica siamo risaliti al 51 mo. Ma se vogliamo parlare di spread, questo altro si che è spread.

Adesso, insieme ad una ripresa delle buone intenzioni del giornalismo,  mi pare di intercettare una specie di voglia di amnesia che vorrebbe cancellare, farci dimenticare, far passare in cavalleria  quello che è stato. Andare avanti.

Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato…

Beh, io non ci sto. Non si può uscire da questo ventennio senza girare pagina: senza un cambiamento netto, senza uno scatto; ma anche senza  una condanna esplicita  e  un risarcimento.

Condanna per chi è stato regista e complice. Per chi si è fatto comprare. Per chi ha trasformato il giornalismo in macchina del fango.

Risarcimento per coloro che hanno mantenuto la curiosità, l’ autonomia, il coraggio e la passione. Per quelli fatti fuori con un colpo di purga. Per le colleghe tolte dal video perché “disubbidienti”. O non “allineate”. Per le giornaliste che non l’ hanno data, e hanno detto no.

Per chi ha continuato a lavorare sulla trattativa stato-mafia. Ed è diventato “scomodo”. Per chi non ha fatto carriera. Nonostante il merito.

Per le giornaliste e i giornalisti minacciati. Per chi non ha padrini. Per i colleghi denunciati dai propri direttori. Per le notizie rimaste nei cassetti e per quelle finite nei cestini.

Per le periferie tenute al buio. Per le tante zone grigie che non ci hanno fatto illuminare.

Per chi è costretto all’ umiliazione del precariato, e al conseguente ricatto. Giornalisti sottopagati, e a partita iva.

Per i cittadini, a cui va il nostro lavoro. Che sono stati imbrogliati, truffati, drogati.

Perché, in quel prezioso articolo 21, c’è la nostra ragion d’essere. Cari amici, se sarete eletti, rimanete orgogliosamente giornalisti. E non dimenticate di mettere al centro dei lavori della prossima legislatura la battaglia per l’ informazione: sempre servizio pubblico, bene comune da difendere. E il conflitto di interessi, prima emergenza  da risolvere.

Al di là delle liste che vi dividono, fate pool, e battetevi per questo. Solo così la vostra “migrazione” in politica avrà senso compiuto.

E ricordate: il risarcimento. Anche una medaglietta, un bottone di latta. Una pergamena stropicciata. Un nastrino. Un pezzetto di carta. Per i tanti operai/operaie dell’ informazione che  in questi anni hanno ingoiato bocconi amari ma hanno resistito, tenendo stretta quella tessera rossa che, prima di ogni altra, noi abbiamo in tasca.

Silvia Resta giornalista

Vendita de La7: a pensare male si fa peccato ma…. (di Claudio Lombardi)

Il fatto del giorno è la vendita de La7. Sembra strano in un momento in cui la crisi economica pone ben altri problemi agli italiani e nel momento in cui si sta concludendo una campagna elettorale importantissima per il futuro del Paese. Non lo è se si considerano il pluralismo e la libertà dell’informazione beni primari e non futili accessori.

Tutti ci cibiamo di informazione che è sempre stata l’essenza del potere. Senza informazione non sapremmo nulla e la democrazia e la libertà senza la circolazione delle informazioni non sarebbero possibili. Per questo sono anni che lo scontro politico epocale che si sta svolgendo in Italia ha il suo epicentro nel ruolo dell’impero mediatico ed economico che fa capo a Berlusconi.

Chi controlla le televisioni e gli altri mezzi di comunicazione controlla l’opinione pubblica e quindi può orientare il voto e di conseguenza controllare le istituzioni pubbliche. Questa è la cruda verità. Per questo tutto il sistema dell’informazione è stato l’oggetto dello scontro tra forze politiche e gruppi economici in questi ultimi venti anni.

La Rai in particolare che deteneva il monopolio della tv e che gestisce il servizio pubblico radiotelevisivo è stata messa sotto stretto controllo dei partiti e dei governi ed oggi sta sullo stesso piano in quanto a raccolta pubblicitaria e ascolti delle tv di proprietà di Berlusconi.

La vendita de La7 al gruppo Cairo communication decisa ieri sera sarebbe un fatto normale in un Paese normale, ma l’Italia non lo è per i motivi appena detti e sospettare che il capo partito e padrone di Mediaset Berlusconi possa condizionare il futuro padrone de La7 unica tv privata che fa concorrenza a Mediaset non è fantapolitica.

Che Urbano Cairo dichiari che non ha alcun rapporto con Berlusconi e che non ha alcuna intenzione di mettere La7 nell’orbita di Mediaset è ovvio, ma qualche sospetto nasce non tanto perché Cairo inizia la sua carriera come assistente personale di Berlusconi, ma ben di più perché la crisi de La7 è in gran parte dovuta, come si legge da notizie di stampa, alla raccolta pubblicitaria gestita proprio da Cairo Communication.

Un altro sospetto viene dalla fretta di chiudere la vendita dopo 9 mesi di trattative e proprio quando era spuntata l’offerta promossa da Diego Della Valle notoriamente un avversario di Berlusconi.

Senza addentrarsi oltre conviene però concentrarsi su cosa bisogna fare tra pochi giorni quando ci sarà un nuovo Parlamento. Tre sono i punti prioritari per l’informazione: riforma della Rai per sottrarla alla spartizione fra partiti; riscrivere i limiti di concentrazione proprietaria dei mezzi di informazione per impedire qualunque posizione dominante; una legge sul conflitto di interessi che impedisca a chi possiede giornali e tv di occupare cariche istituzionali.

Sarebbe ora di ricordarsi che l’informazione è un elemento fondamentale in qualunque regime politico e che la prima libertà è quella di informarsi senza che ci sia un padrone che decida cosa dobbiamo sapere e cosa no.

Claudio Lombardi

Le mani di Berlusconi su La7? (di Claudio Lombardi)

Impazza la campagna elettorale che sancisce la fine dell’interregno del governo dei tecnici e, nel pieno di una crisi economica e finanziaria devastante, accompagnata dall’esplosione di uno scandalo dietro l’altro, deve dare all’Italia un nuovo governo e una nuova rappresentanza parlamentare.

Intanto con la rinuncia del Papa, si prepara una svolta epocale nella Chiesa cattolica al termine di una stagione di disordine e di crisi.
Mentre tutta l’attenzione è rivolta a questi grandi eventi si sta consumando nella disattenzione generale un incredibile assalto berlusconiano all’unica televisione libera emersa nel settore privato in questi anni di duopolio fra Mediaset e una Rai di fatto privatizzata e colonizzata dai partiti e dai governi in carica.
La7, la tv di Gad Lerner, di Enrico Mentana, di Santoro, di Lilli Gruber, di tanti giornalisti e di tante trasmissioni che danno un punto di vista diverso da quello delle reti di proprietà di Berlusconi e dei partiti che si sono suddivisi il controllo della Rai sta per essere venduta da Telecom ad altri imprenditori privati.
Chi sono quelli che, zitti zitti, hanno conquistato la pole position?
Indovinate… sono persone molto vicine a Berlusconi. I fondi Clessidra e Cairo communication in tanti modi collegati a Berlusconi sia per legami personali che per presenza diretta di suoi capitali.
Ora, immaginate un pò le implicazioni e le conseguenze di una ulteriore espansione dell’impero berlusconiano. Immaginate che Grillo vinca le elezioni e possa attuare la sua proposta di lasciare alla Rai una rete televisiva interamente finanziata col canone vendendo le altre due sul mercato nel quale, intanto, Berlusconi ha conquistato altre posizioni grazie a prestanome e a una girandola di fondi e società in grado di neutralizzare qualunque regola di limiti al possesso delle azioni.
Grillo, infatti, dice che nessuno deve avere più di un tot di una rete tv. E che problema è per un impero che possiede già tre reti, si avvia a conquistare la quarta e che può ricorrere a tutti i trucchi per mascherare l’acquisto di altre due reti della Rai?
Diciamo che Berlusconi si prepara alla prossima riforma della Rai che se non punterà sul potenziamento del servizio pubblico e sull’indipendenza dai partiti segnerà il drastico declino della tv per la quale si paga il canone. Declino funzionale al suo spezzettamento e alla sua vendita.
Ecco lo scenario che si presenta se non si blocca la vendita de La7 agli amici di Berlusconi.
La parola d’ordine per tutti quelli che vogliono la libertà e il pluralismo è impedire la conquista de La7 e poi dopo le elezioni ridare ai cittadini il controllo della Rai con la riforma proposta da MoveOn Italia

Legge sulla diffamazione: una buona occasione per colpire la libertà di informazione (di Claudio Lombardi)

La diffamazione da parte di chi dispone dei mezzi di comunicazione è una gran brutta cosa ed è giusto sanzionarla. Non con il carcere perché è evidentemente una pena esagerata rispetto alla violazione commessa. Più ovvio è replicare con pene pecuniarie e con rettifiche pubblicizzate con lo stesso risalto dato alla notizia diffamante. La rettifica, in particolare, è la risposta migliore perché mette in risalto un confronto dialettico fra diffamato e diffamatore in base al quale i lettori o gli ascoltatori possono farsi una loro idea. Anche la pena pecuniaria colpisce nel segno purchè, sempre, vi sia una proporzione non solo rispetto alla violazione commessa, ma anche rispetto all’effetto concreto della pena. Infatti, è ovvio che 50mila euro possono essere sopportabili da una grande azienda che produce informazione, ma sono una sentenza di morte per un piccolo notiziario o un sito internet.

La ragionevolezza dovrebbe guidare i parlamentari chiamati a modificare la legge sulla diffamazione che era ferma al carcere e per la quale il direttore di “Libero” Alessandro Sallusti è stato condannato a 14 mesi di reclusione.

Purtroppo la ragionevolezza non guida più da tempo i politici che siedono nelle istituzioni e in troppi si mettono a giocare con le parole del diritto come fosse un Lego nel quale loro possono fare quello che vogliono inventando le costruzioni più assurde al riparo del potere di cui sono investiti.

È tanto il rancore per una informazione che è diventata la spina nel fianco di chiunque abiti nei palazzi della politica. Come è stato nel caso della legge sulle intercettazioni anche in questa occasione troppi politici tentano di regolare i conti con chi è in grado di mettersi in contatto con l’opinione pubblica informando, indagando e orientando.

Certo tra chi fa informazione ci stanno tanti provocatori di professione, tanta gentaglia in vendita al miglior offerente che non ci pensa un attimo a stravolgere la realtà e a falsificarla pur di servire il padrone di turno. Contro questa gente l’arma migliore è smascherarli togliendo loro la credibilità che pensano di avere. Per farlo, però, è necessario che l’informazione sia libera e che non operi sotto il ricatto di pene così pesanti e di regole così arbitrarie da togliere la voglia di produrre informazione a tutti quelli che non hanno un padrone ricco che li copre.

Così, la legge repressiva concepita in maniera bipartisan in Senato (e che adesso sta cambiando sotto la pressione dell’opinione pubblica), favorisce(va) proprio i malfattori al soldo di padroni ricchi e potenti. Quasi una legge ad personam si potrebbe dire. E proprio in un momento in cui c’è un enorme sviluppo del pluralismo grazie all’uso di internet. È come se questa legge volesse tornare ad un mondo dominato da poche aziende editoriali che monopolizzano l’informazione e la tengono sotto stretto controllo.

Quale altro risultato poteva raggiungere una legge che faceva pagare pene di 100mila euro più i risarcimenti per le vittime, più l’interdizione dalla professione giornalistica, più la chiusura dei siti e dei blog ? Facendo finta di migliorare la situazione si mirava a colpire i più deboli o quelli più impegnati nel lavoro di indagine e di ricerca.

Già il fatto che una legge così sia arrivata a un passo dall’approvazione indica che c’è una casta di politici che usa il potere per difendere sé stessa e i suoi protetti. Travolta da innumerevoli scandali, scoperte le ruberie, i raggiri, le truffe, l’assalto al denaro pubblico, l’uso privato del potere pubblico la casta reagisce come può e fin che può. Senza vergogna e senza ritegno.

La legge sta già cambiando e, per fortuna, questa classe politica è in scadenza, anzi, è già scaduta.

Claudio Lombardi

RAI e Santoro: i favori a Berlusconi li paghiamo noi (di Claudio Lombardi)

Finalmente c’è riuscito! Dopo tanti proclami, dopo minacce, telefonate di insulti e manovre più o meno sotterranee è riuscito o, meglio, sono riusciti, ad allontanare Michele Santoro dalla RAI.

Certo tutto ha un prezzo e questo consiste nella mortificazione della libertà e del pluralismo delle idee nella comunicazione, ma anche nella perdita di un bel po’ di soldi per l’azienda del servizio pubblico radiotelevisivo. Infatti, tutti sanno o si rendono almeno conto, che una trasmissione come quella realizzata da Santoro non solo rende un servizio all’informazione, ma porta anche tanti telespettatori e fa aumentare gli incassi della RAI.

Stando ai dati diffusi dallo staff di Annozero, nella stagione televisiva che sta per concludersi, il programma di Santoro ha avuto una media di 5,8 milioni di spettatori, con uno share del 20,71.

Garantendo così a Raidue (per la verità ben poco frequentata di solito) il successo in prima serata il giovedì: il 12 per cento in più rispetto alla media di rete.

A dimostrazione che Santoro porta guadagni sta il fatto che le azioni dei titoli ai quali fa capo La7 (che lo accoglierà nella prossima stagione) sono cresciute in Borsa di una percentuale a due cifre in un giorno.

Se fossero esistite le azioni RAI sarebbero crollate di altrettanto.

Dunque, in termini aziendali il Direttore generale ha fatto un danno all’azienda che dirige. Una mossa che, da sola, le farebbe guadagnare il licenziamento in una situazione normale.

Purtroppo tale non è la situazione in Italia dove domina un gruppo di potere, impropriamente chiamato partito, alle dipendenze di Berlusconi abituato a considerare lo Stato e tutti i suoi apparati come cosa di sua proprietà e i cittadini come sudditi da prendere in giro con lustrini e chiacchiere, quelle di cui sono piene le TV create e di proprietà del Presidente del Consiglio.

Una situazione simile sarebbe impensabile in qualunque altro paese occidentale, ma in Italia è diventata la realtà quotidiana con la quale fare i conti.

L’arroganza del potere e dei suoi servitori è tale che nemmeno il voto alle amministrative li induce a comportamenti più sensati e decidono di giocarsi il “tutto per tutto” in previsione della partita finale delle prossime elezioni politiche.

E nel “tutto per tutto” ci sta anche farsi gli affari propri cacciando o promuovendo chi vogliono loro.

Per esempio sarebbe interessante sapere quanto è costato alla RAI il fallimento della trasmissione di Vittorio Sgarbi, nume intoccabile e becero del berlusconismo e anche, sicuramente, strapagato con i soldi nostri.

Ma sarebbe anche interessante sapere perché ad un fazioso del calibro di Giuliano Ferrara è stato affidato uno spazio di assoluto rilievo su RAI1. Sempre a carico nostro ovviamente. Poiché il perché lo conosciamo – tentano in tutti i modi di far emergere gli amici di Berlusconi pure se non hanno niente da dire che interessi il pubblico – vorremmo sapere quale successo di spettatori o quali titoli professionali giustifichino il privilegio.

C’è, però, un altro problema che andrebbe posto perché corrisponde ad un gigantesco equivoco. La RAI la paghiamo in quanto servizio pubblico, ma, di fatto, è un apparato di potere al servizio della maggioranza che governa. Dovrebbe essere un’azienda che fa comunicazione innanzitutto della quale, tuttavia, non si capisce da molto tempo la linea editoriale. Per questo dà l’impressione di improvvisare senza costrutto in molti casi e, in altri, è impegnata in lotte politiche al servizio del potente di turno.

Sarebbe ora di finirla con questa storia: se la RAI deve essere una dependance della maggioranza smettiamo di pagarla noi.

Infatti, poiché qualcuno alla fine deve pagare tutti i favori e le manovre politiche messe in atto usando la RAI adesso il governo vuole l’aumento del canone. A quanto riportano i giornali, per compensare, fra gli altri costi, anche il mancato introito pubblicitario della cacciata di Santoro il ministro alle Comunicazioni Paolo Romani, prima si è congratulato con il direttore generale Rai Lorenza Lei per il favore fatto a Berlusconi e poi si è impegnato per un sostanzioso aumento del canone con il quale compensare questo e gli altri “favori”.

Certo, c’è il problema dell’evasione del canone, invocato dallo stesso Berlusconi poche settimane fa quando ha affermato che avrebbe smesso di pagarlo finché fosse rimasto alla RAI Michele Santoro.

Canone che, addirittura, nel Governo qualcuno vorrebbe far pagare con la bolletta elettrica.

Ma con che faccia ci si prepara a far pagare ai cittadini il conto dell’uso privato di apparati e aziende pubblici?

Con la stessa faccia con la quale questa destra ha allevato cricche di malfattori come quella che ruotava intorno alla Protezione civile o quelle che hanno succhiato tutti i soldi dell’emergenza rifiuti in Campania o con la stessa faccia del Presidente del Consiglio che, imputato di gravi reati comuni e non politici, ha piegato alle sue esigenze processuali l’intera maggioranza che lo sostiene in Parlamento rispondendo alle procedure giudiziarie con le famose leggi “ad personam” con le quali l’Italia è stata ridotta a un livello di rispetto della legalità e delle istituzioni che l’ha allontanata dall’Europa.

E poi il conto lo paghiamo sempre noi

Claudio Lombardi