La difficile comprensione del terrorismo

Il terrorismo ha sempre suscitato grandi dibattiti sia sulle cause che sui possibili rimedi. Ora abbiamo a che fare con quello islamista dell’Is, ma il terrorismo come metodo di lotta politica non nasce in questi ultimi anni ed è stato usato con varie connotazioni di destra, di sinistra, anticomunista, anticapitalista, mafiosa, a sostegno della causa palestinese o di quella ebraica, nazionalista. A noi italiani è toccato di conoscerlo in diverse versioni in vari momenti della nostra storia degli ultimi 45 anni, ma quello dell’Is è molto diverso dai casi del passato e, dunque, bisogna guardarlo più in profondità per capire come prevenirlo e difendersi.

guerre in Medio OrienteInnanzitutto è ormai assodato che il terrorismo dell’Is nasce nell’ambito dello scontro che oppone fazioni religiose, stati, gruppi dirigenti nel mondo che si riconosce nella religione musulmana. Non si tratta, quindi, di una guerra tra Islam e Occidente; né, tantomeno, deriva da una qualche aggressione degli Usa o dell’Europa verso i paesi musulmani. Certo, vi sono state le guerre sciagurate per abbattere Saddam Hussein e Gheddafi che hanno precipitato enormi territori nel caos, ma quei dittatori erano laici e non capi religiosi. Né la volontà di controllare i pozzi di petrolio da parte dell’Occidente può spiegare la nascita dell’Islamismo radicale e del terrorismo come reazione contro lo sfruttamento dell’unica ricchezza di quei territori dato che il controllo è stato (ed è) esercitato da governi e monarchie autoctoni (e tra l’altro l’Is svende il petrolio).

Al contrario, nel passato gli Usa e i loro alleati hanno incoraggiato e sostenuto con soldi e armi la nascita di gruppi radicali per indirizzarli contro l’Urss in Afghanistan e poi contro Assad in Siria. È stata tollerata l’aperta azione di Turchia e Arabia Saudita a favore dell’Is e si è consentito che quest’ultima prendesse il controllo di buona parte delle moschee europee diffondendo una versione retrograda e bellicosa dell’Islam che si contrappone ai valori e alla società occidentali. Altro bisognerebbe dire specie sul versante dei rapporti Arabia Saudita Usa, ma non è questa la sede. In definitiva, se di colpe dell’Occidente si vuole parlare, si tratta più di favoreggiamento e istigazione all’islamismo radicale che non di guerra nei suoi confronti.

guerra in SiriaIl problema è che la guerra “civile” nel mondo arabo (guerra vera con molte centinaia di migliaia di vittime dall’Algeria allo Yemen) è diventata un polo di attrazione per i musulmani nel mondo che ha trasformato la loro religione in un’identità e un’ideologia che supera e dimentica le divisioni in nome delle quali si sta svolgendo lo scontro in Medio Oriente. Ciò che resta e che emerge per chi vive qui è la proposta di una contrapposizione radicale agli stili di vita, ai valori e all’assetto sociale delle società europee. Una contrapposizione incoerente che sa di rivalsa se si guarda alla storia dei giovani autori delle stragi di Parigi e Bruxelles o anche ai profili degli attentatori suicidi diffusi dalla propaganda dell’Is. Nessuno di questi giovani, infatti, deriva le sue convinzioni dallo studio, dalla pratica religiosa e da uno stile di vita integralista. Tutti sembrano cercare una propria affermazione che sfocia nel culto della morte eroica passando per una fase di violenta sopraffazione che li eleva al di sopra della gente comune. L’Is in sostanza ha dato a questi giovani una motivazione per vivere e per morire. Ma anche questa non è una novità nella storia: l’idea della “bella morte”, il culto per una gioventù che si consuma in battaglie feroci e l’eroismo che fa sacrificio della propria vita ricorrono in tutte le epoche.

terrorismo islamistaE tuttavia deve preoccupare che pochi terroristi abbiano potuto muoversi in ambienti a loro affini per culto e per origini anche se lontanissimi dalle loro azioni concrete senza esserne respinti. L’ostilità verso le istituzioni degli stati dei quali molti musulmani sono ospiti e cittadini è un problema a sé stante che deve essere affrontato soprattutto sul piano culturale conquistando ai valori e alle regole di convivenza europee anche quelli che vi si oppongono contro il loro stesso interesse bisogna dire perché, per quanto siano perfettibili le politiche sociali, di assistenza e del lavoro negli stati europei, danno garanzie all’avanguardia rispetto a quelle di tutto il resto del mondo. Forse bisognerebbe dire loro, con un po’ di comune buonsenso (ma senza astio) che se la vita in Europa suscita tanta ostilità possono sempre provare a trasferirsi in altri paesi piuttosto che ostinarsi a vivere in comunità chiuse e autoreferenziali.

Il problema è dunque molto complesso e va affrontato senza fare confusione. Se, sul piano dell’analisi, è corretto approfondire la storia dei rapporti tra paesi occidentali e mondo arabo, magari partendo dalle Crociate o ancor prima dalla conquista islamica che si estese dai Balcani all’Andalusia, quando si tratta di reagire ad un terrorismo organizzato e determinato qui ed ora non si può replicare tirando in ballo le vicende del passato. immigrati protestaNé si può spiegare la scelta dei terroristi europei di origine araba, ma di seconda o terza generazione, con la “rabbia delle periferie”. La stragrande maggioranza dei giovani e degli abitanti delle periferie vivono la loro vita cercando un miglioramento della loro condizione attraverso lo studio e il lavoro e non certo facendosi esplodere negli aeroporti. Dunque si parla di infime minoranze che non rappresentano assolutamente la generazione cui appartengono. D’altra parte è esattamente ciò che accade con altri fenomeni di ribellismo asociale che trovano la loro identità in gruppi marginali e nella pratica della violenza (ultras del calcio per esempio).

Ciò che distingue il radicalismo dell’Is è l’ideologia dell’islamismo radicale e l’esistenza di una “casa madre mondiale” che si identifica in uno o più eserciti combattenti e nei territori da questi amministrati. Da lì provengono l’ispirazione, l’esempio, i finanziamenti, l’addestramento, il supporto, gli obiettivi per i terroristi attivi in Europa. Da lì proviene anche la rivendicazione delle azioni di terrorismo sul suolo europeo. Già questo sarebbe un motivo che giustificherebbe un’azione di guerra contro l’Is. Se non viene fatta è perché ancora non sono stati definiti gli assetti successivi alla sconfitta dell’Is. Come è noto in Medio Oriente c’è un crocevia di strategie tutte interne al mondo arabo e islamico tra di loro in conflitto che impediscono un’azione risolutiva in Siria (dove esiste ancora uno stato legittimato in base al diritto internazionale e sarebbe saggio che rimanesse), in Iraq e in Libia.

Europa egoismi nazionaliIn Europa serve invece un salto di qualità nell’opera di prevenzione e di repressione del terrorismo coordinando e indirizzando l’azione delle polizie europee e lavorando alla creazione di un’unica centrale di intelligence dei paesi UE (o almeno di un nucleo ristretto). L’esempio del PNR per tracciare i passeggeri dei voli aerei del quale si è sottolineata la necessità da oltre un anno e mezzo e che ancora non si è realizzato testimonia di un’incapacità di individuare e far funzionare gli strumenti necessari alla prevenzione su scala europea.

Sarebbero necessarie inoltre una politica estera europea e una politica verso i migranti. Esattamente ciò che l’Europa non riesce a fare perché il progetto europeo si sta ripiegando verso l’esaltazione degli egoismi nazionali a cominciare da quei paesi dell’est risollevati dallo sfascio post sovietico grazie agli aiuti europei e oggi aspramente ostili a ogni condivisione di responsabilità. Forse sarebbe meglio pensare ad un nucleo forte di paesi nell’ambito dell’eurozona determinati a portare avanti l’idea di Europa, lasciando gli altri sullo sfondo a meditare e maturare una più convinta adesione.

migrazioni umaneUltimo tema quello delle migrazioni. Anche qui non giova mischiare piani diversi chiamando ad una chiusura delle frontiere che mai è riuscita a contenere le migrazioni o esaltando l’assoluto diritto degli umani ad andare dove vogliono e ad essere accolti. In entrambi i casi si tratta di posizioni ideologiche senza i piedi per terra; due forme di idealismo inutili ad affrontare problemi drammaticamente concreti. Meglio sarebbe avere una politica cioè un insieme coordinato di azioni ispirato da una visione ideale e fondato su obiettivi e strumenti ben calibrati perchè le migrazioni vanno gestite e non subite e questo un continente di 500 milioni di persone lo può fare. Peccato che le classi dirigenti europee preferiscono far finta di essere travolte, anno dopo anno, dall’emergenza pur di non assumere le loro responsabilità. Bisogna dire che l’Italia e la Germania sono state capaci di dare un buon esempio sia con le parole che con i fatti, ma non sono state seguite abbastanza. Gli altri paesi non hanno avuto il coraggio e la lucidità di farlo e si sta scivolando indietro

Claudio Lombardi

La deriva autoritaria in Europa e nel mondo

La morte del ricercatore Giulio Regeni colpisce per la sua atrocità e preoccupa perché si inserisce in un drammatico trend di compressione della libertà.

Quando nel 2013 Al Sisi ed i suoi sostenitori ribaltarono Mohamed Morsi i governi occidentali videro nella giunta militare un valido argine al fondamentalismo islamico. Fu occidentalizzata la dottrina del ministro degli esteri di Berlusconi Franco Frattini: l’alternativa migliore per il mondo arabo è costituita da dittatori come Gheddafi e la pretesa di esportare i valori occidentali è velleitaria e pericolosa. Stupisce la facilità con cui si è imposta tale dottrina nonostante sia stata partorita da coloro che con Bush padre e figlio hanno “portato la democrazia” in Iraq tra l’altro senza alcuna richiesta da parte dell’ONU e nonostante la storia abbia dimostrato che tutte le dittature desertificano la società, producono alienazione e conseguenze drammatiche come disparità insostenibili ed oligarchie economiche, nazionalismo, terrorismo. In questo senso i disastri nel perimetro dell’ex URSS a cui abbiamo assistito dopo il 1989 sono solo una variante meno atroce delle barbarie dell’ISIS.

terroristi IsisLa fine della storia, preconizzata con troppa fretta da Francis Fukuyama non c’è stata. Mai come oggi dopo il 1989 c’è stata così poca libertà. I regimi autoritari sono sempre più numerosi, i gruppi terroristici impongono le loro folli leggi e la libertà di stampa è ai minimi storici. Secondo il rapporto Freedom of the press 2015 di Freedom House nel 2014 i giornalisti hanno dovuto affrontare “pressioni da tutte le parti”, gli Stati usano il pretesto della lotta al terrorismo per mettere a tacere le voci critiche mentre le organizzazioni criminali sono libere di intimidire le voci fuori dal coro.

In tale contesto sono due i fattori che più colpiscono (i) le compressioni della libertà ormai non riguardano solo nazioni periferiche e storicamente considerate poco democratiche; (ii) la situazione è in rapido deterioramento anche nel perimetro dell’Unione Europea.

Forse il caso più significativo di deriva autoritaria dell’ultimo decennio è la Russia. Già ai tempi di Eltsin era impressionante il numero dei giornalisti uccisi, Putin ha fruito di leggi elettorali ammazza-minoranze e il rapporto del potere con gli oligarchi da anni ha il sapore di un regolamento di conti, ma mai come in questi mesi a Mosca vi è stata una repressione così forte. Pochi anni fa, seppur solo formalmente, Putin lasciò la presidenza per limiti costituzionali, oggi lo zar non sembra più interessato a rispettare, neppure solo formalmente, i principi democratici. PutinA maggio scorso il parlamento russo ha approvato una legge che permette di bloccare l’attività delle organizzazioni non governative che sono considerate una minaccia per “l’ordine costituzionale, la difesa e la sicurezza della Russia” ed arrestare chi collabora con tali ONG. Si noti che il Ministero della difesa stabilisce liberamente quali sono le ONG indesiderate. Tali scelte paiono un ritorno al controllo capillare della società civile esercitato dal Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

Ancor più drammatico dell’involuzione russa è il successo che sta riscuotendo l’idea di fare la guerra alle ONG: tra gli Stati che di recente hanno varato normative restrittive si annoverano Cina, Sud Sudan, Kenya, Egitto, Uganda, la più grande democrazia del mondo l’India e perfino “l’occidentale” Israele. Anche i provvedimenti all’apparenza più moderati, che chiedono solo trasparenza a chi è finanziato dall’estero hanno la finalità di mettere a tacere, magari con la semplice delegittimazione, le voci contrarie al governo.

Preoccupa molto l’atteggiamento nei confronti della stampa del governo Giapponese guidato da Abe. Sono sempre più ricorrenti i casi di volti noti della TV che lasciano il loro lavoro denunciando condizionamenti politici, a fine 2015 il corrispondente da Tokio del Frankfurt Allgemeine Zeitung ha affermato che avrebbe lasciato il Giappone a causa dell’atteggiamento censorio del ministero degli esteri e di recente il parlamento ha approvato una legge che permette di chiudere i programmi “politicamente sensibili”. Un ministro con parole assai inquietanti ha affermato di non voler utilizzare la legge, ma di non poter chiaramente garantire per le scelte di governi futuri. Al di là del crescente revisionismo di Tokyo, c’è ragione di temere che il governo voglia ridurre al silenzio coloro che considerano fallimentare la strategia economica del premier Abe.

regime autoritarioInfine l’autoritarismo è penetrato anche nei confini dell’Unione Europea, nonostante uno dei principi fondanti della casa comune europea sia lo status democratico di tutti i paesi aderenti. Nel decennio precedente al fatidico primo maggio del 2004 che avrebbe portato 8 paesi postcomunisti, poi divenuti 11, nell’UE i candidati all’adesione che avevano un passato al di là della cortina di ferro si sforzarono per rispettare, almeno formalmente, i principi della democrazia. Gli esiti non furono pienamente soddisfacenti in tutti gli Stati candidati: si poteva fare di più per il rispetto delle minoranze russofone sul baltico; il primo governo Orbán (1998-2002) in Ungheria fu caratterizzato da rapporti che sarebbe un eufemismo definire poco sereni con la stampa e poco dopo l’adesione all’UE in Slovacchia nacque un governo rosso-bruno capitanato dall’attuale premier Robert Fico (2006-2010) che era ossessionato dalla minoranza magiara che vive nel paese. Sarebbe frettoloso dire che non si doveva fare l’allargamento ad est, avremmo affidato l’occidentalizzazione o la trasformazione di una fetta d’Europa a Bush figlio e forse avremmo rischiato di avere non una ma “tre o quattro Ucraine”, tuttavia i sintomi di una transizione alla democrazia incompleta e superficiale furono trascurati, si pensò che la crescita economica avrebbe guarito tutte le ferite e che le istituzioni UE avrebbero usato sapientemente bastone e carota per difendere la democrazia. politica estera EuropaLa storia ci ha dimostrato che la crescita non guarisce tutte le ferite e molte tigri dell’Europa dell’est hanno un un’incidenza della povertà che somiglia molto a quella greca, mentre le istituzioni UE, impantanate sulla questione del debito sovrano, usate come parafulmine dai governi nazionali e costrette a fronteggiare il populismo dilagante, non appaiono in grado di limitare le derive dei governi di estrema destra dell’Europa orientale. Il punto di non ritorno è stato il secondo governo Orbán: l’autocrate ungherese ha fatto votare leggi sulla cittadinanza che puzzano di revisionismo ed ha smantellato progressivamente tutti i poteri indipendenti. I governi dell’Unione avrebbero dovuto sospendere l’Ungheria e sterilizzare il suo voto in tutte le istituzioni dell’UE, ma in un contesto difficile per l’Unione e per l’euro nessuno ha avuto il coraggio di aprire un fronte ungherese dopo quello greco. Oggi di sicuro la Polonia si sta “orbánizzando”, altri paesi dell’Europa dell’est sembrano voler seguire il cattivo esempio e la Turchia di Erdogan, che in questi anni ha fatto una vera e propria inversione a U nel percorso verso la democrazia, sembra avere un potere di ricatto immenso nei confronti dell’UE per il peso che ha nella vicenda dei rifugiati.

Serve quindi un’Unione Europea con una vera politica estera ed una riforma delle organizzazioni internazionali a partire dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Solo salvando la democrazia onoreremo la memoria di Giulio Regeni.

Salvatore Sinagra

Le sfide di Lady Pesc (di Paolo Acunzo e Salvatore Sinagra)

politica estera EuropaFederica Mogherini è stata designata come Alto Rappresentante della Politica Estera dell’Unione Europea, ottiene un riconoscimento importante, grazie al risultato conseguito dal PD alle europee e al suo grande peso nel PSE, ma il suo compito sarà arduo, per via di un imbarbarito contesto internazionale, per i poteri che ha e per quelli che non ha.

Molti speravano che il crollo del muro di Berlino e il collasso dell’URSS fossero il preludio di un’era di pace e prosperità, dopo il 1989 la situazione è invece precipitata. Tutto serve oggi tranne la nostalgia della guerra fredda ma è necessario prendere atto che il mondo è nettamente più instabile rispetto a 25 anni fa: il numero dei conflitti è cresciuto notevolmente e si sono moltiplicate le forme di violenza; sono proliferati gli Stati falliti; è divenuto sempre più evidente che alle guerre tra Stati si è aggiunta la minaccia di vere e proprie internazionali del terrorismo, del contrabbando, del traffico di armi e di esseri umani.

Con la fine del comunismo la prima grande privatizzazione ha riguardato la guerra. Pian piano si è capito che gli Stati Uniti da soli non sarebbero stati in grado di garantire la pace, e in molti casi l’Occidente si è trovato in grandi difficoltà non capendo bene per chi dovesse prendere parte. Con chi bisogna stare in Egitto? Con un partito islamico non si sa nemmeno quanto conservatore o con i militari? E in Ucraina? Con i nazionalisti russi o con un ampio fronte che comprende anche fascisti? E in Siria? Con il dittatore che fa strage del suo popolo o con gli islamisti e i contrabbandieri?

Usa affaticatiMai in passato hanno inciso come oggi sulla nomina dei componenti della nuova Commissione europea le relazioni con(tro) la Russia di Putin e  quelle con l’America di Obama. E’ il primo riconoscimento che gli USA non ce la fanno, che un mondo monopolare non è possibile e che, invece, il contributo di una UE politicamente rilevante potrebbe essere significativo nel nuovo mondo multipolare.

Se coordinare la diplomazia negli Stati Uniti è diventato un incubo, in Europa le cose vanno ancora peggio. Già nei primi anni novanta sono risultati evidenti, con le guerre nell’ex Jugoslavia, i limiti della vecchia Europa nel confrontarsi con il mondo non più bipolare. Così nei momenti peggiori, sotto la pressione di Bush figlio per esempio, ci siamo spaccati su decisioni importanti, come quella di invadere l’Iraq; nei momenti migliori, quando Clinton e Obama non hanno chiesto europei fiancheggiatori, ma un valido partner, quando noi europei avremmo avuto la possibilità di crescere, ci siamo rivelati incapaci di parlare con una sola voce. Sono ancora troppi quelli che pensano che è assai conveniente accettare un rapporto subordinato con Washington piuttosto che avere una politica europea. Il risultato di questa strategia? Da Gaza e Donetsk, passando per Damasco e Mosul abbiamo la guerra a due passi da casa nostra. L’anno prossimo festeggeremo settant’anni di pace dentro i confini dell’UE, sarebbe bello che lo facessimo domandandoci quali sono i rischi di tollerare la guerra appena fuori i confini dell’UE.

Oggi gli Stati Uniti ci chiedono ancora una volta di fare la nostra parte, proprio perché in questo precario sistema geopolitico non serve più solo qualcuno che applichi la dottrina Bush o Obama, ma un contraltare in grado di dare quella stabilità nei rapporti internazionali che l’escalation di una globalizzazione selvaggia ha reso sempre più improbabile.

complessità politica esteraAnche dopo il trattato di Lisbona, anche dopo la fusione tra la carica di alto rappresentante e commissario agli affari esteri, la politica estera di Bruxelles continua ad essere caratterizzata da grandi contraddizioni, e la madre di tutte le contraddizioni è il tentativo di creare una politica estera europea senza chiedere agli Stati di rinunciare al loro diritto di veto nell’elaborazione delle scelte comuni. E’ come se in una squadra di calcio tutti i giocatori si portassero all’attacco nella ricerca del gol personale, non pensando al risultato della squadra. Dunque solo con l’abolizione del diritto di veto potrà nascere una vera politica estera comune europea, ma tanto si può fare oggi e tanto si deve fare oggi per conseguire tale risultato.

Federica Mogherini dovrà quindi scrivere quasi dal nulla una politica estera, che dovrà andare molto oltre la  dicotomia americanismo/antiamericanismo e purtroppo incontrerà giganteschi ostacoli ancor prima di uscire dai confini dell’UE: dovrà far capire ai britannici e a qualche vicino dei casa dei russi che la NATO non basta più,  dovrà far capire ai francesi che ormai neanche Parigi ha una politica estera e non basta liberare Timbuctù per celebrare la rinascita dell’Africa Francese e dovrà far capire ai tedeschi che la politica commerciale non è un surrogato della politica estera. Infine dovrà lavorare perché la politica estera dell’UE sia coordinata con tutte le altre, da quella commerciale a quella dell’immigrazione, perché, come ha di recente ricordato Draghi, politiche di segno opposto possono neutralizzarsi a vicenda e non sortire nessun effetto anche se buone. Tale coordinamento difficilmente potrà essere efficace se le prerogative delle relazioni esterne della nuova Commissione saranno sparpagliate su molti portafogli e Lady Pesc dovrà limitarsi a “mettere insieme i pezzi fabbricati” da diversi commissari. Infatti in questo caso Lady Pesc dovrà non solo cercare di trovare una sintesi tra gli interessi nazionali, ma limitare le pretese di molti altri commissari.

politica estera europeaOvviamente una politica estera comune dovrà puntare a realizzare l’Europa potenza civile tratteggiata da Mario Telò nell’omonimo libro. La necessità di un esercito europeo non è quindi figlia del desiderio di creare una nuova superpotenza militare, ma della necessità di ottimizzare  efficacia strategica della difesa europea e tagliare i costi della “non Europa” della difesa comune. La via diplomatica sarà quindi fondamentale per trovare una soluzione di mezzo tra un’Europa neutrale “che si fa i fatti suoi” ed un’Europa che replica anche se autonomamente le politiche neocon dell’amministrazione Bush. Per cambiare realmente verso all’Europa si deve partire dalla sua politica estera. Solo con un nuovo sistema di relazioni internazionali dove l’UE possa giocare autonomamente un ruolo da protagonista si potrà dare quel contributo di pacificazione di cui l’attuale (dis)ordine mondiale ha urgente bisogno.

Visto che oggi non esiste ancora una politica estera europea, non ci resta che sperare che Lady Pesc utilizzi il suo mandato a pieno, rimediando al tempo perso con la falsa partenza del passato, riuscendo ad avviarla quanto prima. Dunque facciamo i migliori auguri di buon lavoro a Federica Mogherini, ma soprattutto a tutti noi, cittadini del mondo.

Paolo Acunzo – Salvatore Sinagra