Dalle primarie alla grande riforma della politica (di Claudio Lombardi)

Il confronto che si è svolto ieri sera in TV fra i cinque candidati a rappresentare il centro sinistra alle prossime elezioni ha suscitato un grande interesse e non pochi entusiasmi (incluso quello di chi scrive).

Cosa vuol dire ciò? Siamo concreti. Non ci sono bacchette magiche e non basta l’iniziativa delle primarie a cancellare azioni inaccettabili ed errori di linea politica che hanno segnato il percorso del centro sinistra da ormai lunghi anni. Nessuno si illude che le persone che abbiamo ascoltato ieri sera escano da un mondo nuovo o provengano da un altro pianeta e possano proclamarsi al di sopra di ogni responsabilità per la situazione in cui versa l’Italia oggi.

Se questi fossero i requisiti per formare la nuova classe dirigente non avremmo altra possibilità che escludere del tutto chiunque si sia presentato sulla scena politica negli ultimi trenta anni. Ci sono gruppi che lo propongono, come il M5S e, probabilmente, avranno molti voti alle prossime elezioni. Sicuramente, però, molti cittadini voteranno altre formazioni politiche e, fra queste, il centro sinistra è accreditato della maggioranza relativa dei voti. Poichè in democrazia nessuno, al di sopra del corpo elettorale (e salvo il potere della magistratura di perseguire i reati) è autorizzato a dire “tu sì, tu no” con la realtà sarà bene fare i conti.

Detto questo le primarie del centro sinistra possono essere una innovazione importante nella politica italiana. Una e non la sola, ovviamente. Non si può sottovalutare che uno schieramento politico che non ha padroni si presenti agli elettori prima del voto per decidere chi sarà il suo massimo rappresentante alle prossime elezioni. È vero che le precedenti primarie, tutte in ambito centro sinistra, apparivano a risultato predeterminato, ma, comunque, ci sono state (in pieno impero berlusconiano torbido e corrotto come poi si è visto), ma questa volta la competizione è reale e i cittadini saranno chiamati a scegliere un candidato alla Presidenza del Consiglio e un programma.

È poco tutto ciò? No, non lo è, soprattutto se si pensa cosa offre il resto del mondo politico. Compresa “l’antipolitica” del M5S di Grillo che sta dando di sé l’immagine di un movimento con caratteristiche autoritarie e settarie che fa torto alla passione civile dalla quale ha preso origine. Del Pdl è inutile parlare tanto è squallido ciò che questa gente sta mostrando di sé appesa ai capricci, ai soldi e ai processi penali di un padrone – Berlusconi – che è una vergogna per l’Italia.

Alcune osservazioni sono, però, necessarie.

La prima è che il modello delle primarie va oltre la discussione sulla legge elettorale perché implica un sistema nel quale si presentino pochi schieramenti con un leader predeterminato. Il logico corollario di questo modello non può che essere il sistema uninominale a doppio turno alla francese e, magari, anche l’elezione diretta del premier. Lasciando perdere quest’ultima, però, il doppio turno uninominale è perfettamente fattibile fin dalla prossima legislatura.

La seconda osservazione riguarda il sistema dei partiti. Le primarie non possono coesistere con un mercanteggiamento dei posti di governo e sottogoverno né con lo stravolgimento del programma votato dai cittadini. La forza delle primarie sta nell’uscire dalle stanze dei palazzi della politica e nel presentarsi al giudizio di tutti. Una volta ottenuto il consenso diventa molto più difficile mettersi a trafficare con i giochi di potere perché i cittadini continueranno ad osservare e a giudicare.

Ed ecco la terza riflessione. Le primarie sollecitano una partecipazione alla politica che non si identifica con i gruppi dirigenti e gli apparati dei partiti. E nemmeno con le loro organizzazioni territoriali. Una volta aperta la porta della politica ci devono entrare tutte le formazioni che praticano la cittadinanza attiva e devono assumersi le loro responsabilità. Non può avere più senso una politica come affare di pochi professionisti che occupano le istituzioni e manovrano le leve del potere mantenendo la società civile nell’ignoranza e nell’opacità.

Le primarie sono un tassello al quale deve seguire una ristrutturazione della politica che si deve aprire ai cittadini e che deve tendere ad essere una funzione sociale diffusa di autogoverno della collettività con forti elementi di democrazia diretta.

Questa dovrà essere la grande riforma del prossimo futuro e la scommessa per una rifondazione della cultura civile degli italiani.

Claudio Lombardi

E ora guardiamo avanti, ad una nuova Italia (di Claudio Lombardi)

“Tuttavia è la vigilia. Accogliamo ogni influsso di vigore e di reale tenerezza. E all’aurora, armati di pazienza ardente, entreremo nelle splendide città”

È una visione poetica che interpreta e descrive gli stati d’animo, quelli che muovono le persone e che precedono decisioni e azioni. Lo stato d’animo è quello di una vigilia che precede un evento tanto atteso che si intravede e già si realizza anche se soltanto in parte. Però si avverte che l’evento è vicino, che è diventato reale e allora si è disposti a percorrere un altro tratto ormai sicuri che ci si arriverà.

Per questo si è ben disposti e si sente il bisogno di aprirsi per accogliere tutto ciò che può dare vigore, ma lo si fa con la tenerezza di chi sente di essere nel giusto e di non essere solo. E, infatti l’arrivo alla meta, all’alba, si farà armati solo di una pazienza ardente, la stessa che si è coltivata per tanto tempo nel lungo tempo dell’attesa; non vi è traccia di violenza perché la pazienza ardente si alimenta di vigore e tenerezza.

Queste parole di Arthur Rimbaud restituiscono, forse meglio di tante analisi, il senso di ciò che sta accadendo nel nostro Paese, dalle elezioni amministrative ai risultati, straordinari, dei referendum del 12-13 giugno. Il senso che in tanti avvertiamo dentro di noi e che si trasforma in decisione e determinazione.

I protagonisti sono i cittadini comuni, non gli apparati di partito, non i professionisti della politica. Eppure c’è tanta politica in quello che sta accadendo, c’è tanta professionalità e ci sono pure militanti e dirigenti dei partiti. E allora che sta succedendo?

Semplice: la politica si sta diffondendo, sta diventando una funzione (e un potere) sociale; ogni cittadino sente di poter valutare la situazione e decidere le azioni che ritiene più appropriate organizzandosi e utilizzando gli strumenti che ha a disposizione o creandone di nuovi. Internet si sta rivelando – dovunque riesce ad affermarsi – come uno strumento, forse il più potente, di comunicazione e di socializzazione che supera l’ignoranza e l’isolamento. Uno strumento che non rimane fine a sé stesso, ma si trasforma in azioni concrete e in nuove forme di incontro e condivisione. E che diventa tanto più potente quanto più viene condiviso tra gruppi organizzati che assumono il punto di vista dell’interesse generale.

Le forze politiche che hanno capito le novità si sono mossi con scioltezza e rapidità e con chiarezza. Niente formule astruse, niente manovre di palazzo, ma proposte e iniziative nette che mettono tutti di fronte ad un sì o ad un no.

Magari non sarà sempre così, ma, per ora, basta con i sotterfugi e i mezzucci che hanno costellato la vita di tanti partiti che si ritenevano interpreti predestinati della volontà popolare. E basta anche con la politica in mano alle bande di disonesti e di approfittatori, ladri e farabutti, amici e complici di mafiosi e camorristi. Basta con l’inefficienza di chi occupa le istituzioni per il proprio tornaconto personale e così facendo impoverisce il Paese.

Basta per ora, ma se vogliamo che sia anche per domani e per sempre (o quasi) dobbiamo imparare la lezione e tenerci ben stretta la nostra “pazienza ardente” e anche il “vigore” e la “reale tenerezza”.

La rete che si è creata in questi mesi si deve consolidare. È flessibile, si adatta alle situazioni, non vive solo nei computer e nei cellulari, ma diventa reale presenza fisica in una miriade di associazioni, movimenti, comitati e gruppi in collegamento fra di loro.

Di questa presenza c’è bisogno ed è fondamentale perché la democrazia, le istituzioni, la politica non possono più sembrare parole vuote che si ascoltano con diffidenza. E la grande riforma che ci vuole per l’Italia non è di tecnica istituzionale o di meccanismi finanziari, ma deve essere quella di consolidare la sua base popolare e di riconoscersi come realtà nazionale fondata sui tratti dell’identità che incomincia a delinearsi con più chiarezza adesso: libertà, partecipazione, pluralismo, responsabilità, serietà, condivisione, solidarietà, accoglienza e poi, certo, anche vigore e tenerezza.

Se le persone che vivono nel nostro Paese sapranno riconoscersi in questi caratteri e se sentiranno che le istituzioni per prime li rappresentano e li condividono anzi, che ne sono l’emblema, allora sarà più facile affrontare e risolvere i problemi dell’economia e dello Stato perché sapremo di essere una collettività unita da qualcosa e scopriremo di avere una forza e una ricchezza che non immaginavamo.

Claudio Lombardi