E’ partita quota 100 ma non le assunzioni

L’Europa sembra avere un bellissimo effetto sull’occupazione dei suoi stati membri, il tasso europeo di disoccupazione non è stato mai così buono dal 2008 (prima del tracollo finanziario mondiale), ma non per Grecia, Spagna e, chiaramente, l’Italia. Gli storici  fanalini di coda dell’eurozona viaggiano ad un tasso di disoccupazione oltre la media europea  fissata al 6,4%, con l’Italia al 10,2, la Spagna al 13,8 e la Grecia al 18,5. Insomma, seppure in buona compagnia, restiamo tra gli ultimi nonostante il governo del cambiamento e i suoi cavalli di battaglia: decreto “dignità” (fra poco compirà 1 anno), reddito di cittadinanza e quota 100; tutti provvedimenti che avrebbero dovuto rilanciare l’occupazione.

Prendiamo ad esempio quota 100. Il Governo, per bocca degli stessi due leader e a più riprese, aveva proclamato quanto il provvedimento fosse anche una straordinaria occasione per far crescere l’occupazione. Mandare in pensione in anticipo i lavoratori avrebbe comportato una repentina e certa assunzione di giovani con una proporzione, stimata in varie occasioni (interviste, comizi e dibattiti tv), addirittura in tre nuovi assunti per ogni pensionato. Stima, in verità, ritoccata al ribasso più volte fino a giungere all’ultima (sarà un caso a elezioni avvenute?) di mezzo assunto per ogni pensionato.

I primi dati (aprile) sulle uscite per quota 100 però ci forniscono delle indicazioni diverse. A fronte di circa 27 mila lavoratori che sono andati in pensione non ci sono stati incrementi significativi dell’occupazione. Ovviamente bisognerà attendere altri dati nei prossimi mesi per avere chiara la reale portata dell’impatto sull’occupazione di quota 100, ma non possiamo sottovalutare quanto già avvenuto.

Forse le aziende ragionano diversamente dai Ministri e dai politici. Sicuramente non agiscono per impulso né sull’onda emotiva di qualche slogan. Il problema è che i politici che hanno presentato come probabilissima la sostituzione di un lavoratore anziano con tre neo assunti e molti elettori ci hanno pure creduto. Strano, perché sarebbe bastato un po’ di buon senso per chiedersi perché mai una segretaria di 63 anni sarebbe stata rimpiazzata da 3 (o due) giovani segretarie, per quale motivo e con quale logica economica ciò sarebbe dovuto accadere?

La realtà, invece, rischia di essere ben diversa. In fondo l’uscita agevolata di un lavoratore di circa 63-64 anni arrivato al culmine del suo iter lavorativo, con un costo notevole per l’azienda, è stata vista da molti datori di lavoro come una benedizione per i propri conti e, forse, anche per la gestione. Senza conflitti e senza incentivi ci si è “liberati” di lavoratori arrivati quasi al capolinea lavorativo e con la mente volta ormai alla pensione. Se quei dipendenti non sono stati sostituiti vuol dire che il loro lavoro è stato già in qualche modo assorbito da altri internamente oppure che quel posto (mansioni, funzioni) era già diventato obsoleto per conto suo.

Dunque nessun automatismo tra uscita e assunzione, ma, anzi, spesso un’occasione di risparmio e riorganizzazione interna gentilmente offerta dalle agevolazioni a spese dello Stato. E, a proposito di agevolazioni, quelle per le nuove assunzioni non ci sono, tranne quelle già esistenti (bonus under 35, bonus sud) per le quali, piccolo dettaglio, ancora non si è provveduto a renderle operative.

Il mercato del Lavoro dunque ristagna, non c’è stato nessun boom, non c’è stato alcuno scatto da parte delle aziende. C’è stata, invece, una straordinaria crescita negli ultimi mesi delle ore di cassaintegrazione con un aumento del 78% ad Aprile rispetto allo stesso mese del 2018. E ci sono state molte crisi aziendali (oltre 150 i tavoli di crisi aperti al ministero del lavoro).

D’altra parte la politica del governo e, in particolare del Ministro del Lavoro, sembra essere stata guidata più da preconcetti e illusioni che da un percorso chiaro e determinato. Il decreto “dignità” di luglio 2018 è stato soprattutto un segnale contro l’odiato Job Act, ma ha reso evidenti le fragilità del suo impianto e ha creato molti più problemi di quelli che ha risolto. Nulla si è concluso con i ciclofattorini (rider). Il reddito di cittadinanza è stato annunciato come una panacea per la povertà e per il lavoro, infine è arrivata l’utopia di quota 100 e della supposta impennata occupazionale a certificare la distanza tra i proclami e la realtà.

Insomma il Governo ha soprattutto parlato, ma, dopo un anno il lavoro è sostanzialmente immutato nei suoi numeri. L’instabilità politica e la confusione creano sfiducia e questa si riflette sullo spread costantemente ai livelli più elevati d’Europa mentre il Pil naviga tra 0 e +0,1. Decisamente un anno di governo con un bilancio negativo

Alessandro Latini

Riforma del lavoro: un’occasione (finora) mancata

jobs actLeggendo il maxi emendamento del governo al testo della riforma del lavoro (jobs act) oggi in approvazione in Senato l’impressione è che si tratti di un’occasione mancata. Almeno fino ad ora. Perché?

Abbiamo discusso per settimane di art 18 ossia del reintegro del lavoratore in caso di licenziamento ingiustificato. Su questo ci sono state e ci sono rotture: tra governo e una parte del Pd; tra governo e una parte dei sindacati; tra governo e sinistra extra Pd.

La questione è importante, ovviamente, in quanto garanzia estrema a tutela del lavoratore, ma, a detta di tutti, di rilievo marginale rispetto alla dimensione epocale e drammatica della questione lavoro. Che l’art 18 faccia perdere investimenti e posti di lavoro non è credibile così come non lo è affermare che difende il lavoro attuandone il diritto previsto in Costituzione. La reintegra ex art 18 era e resta una questione di minore importanza.

no riforma art 18Purtroppo, da tutte le parti, tale importanza è stata esagerata, pompata, trasformata in una bandiera da ultima spiaggia, su cui morire o rinascere. Facciamo un esercizio di concentrazione e proviamo ad ignorare l’art 18. La scala delle priorità diventa subito un’altra. In primo piano vengono le condizioni per creare domanda di lavoro. Tali condizioni sono fatte di tanti elementi: si va dalla ricerca tecnologica e scientifica alle infrastrutture di comunicazione; dalla mobilità e trasporti alla stabilità sociale; dalla formazione professionale all’ordine pubblico e al controllo del territorio; dalla riduzione al minimo degli adempimenti burocratici, alla disponibilità di finanziamenti. Infine si arriva anche alla disciplina dei rapporti di lavoro nella loro costituzione e nel loro scioglimento.

Ebbene sì, anche questa parte ha la sua importanza, ma non è la cosa più importante. Certo, se il legislatore prova ad imporre i rapporti di lavoro per legge allora sì, si crea un ostacolo serio. Ma non è questa la situazione italiana.

confusione delega lavoroLa riforma all’esame del Parlamento si occupa di disciplina del lavoro e dei compiti che spettano allo Stato. Non si occupa di tutti gli altri elementi che possono creare le condizioni per aumentare la domanda di lavoro. Torniamo all’inizio: leggendo il maxi emendamento si ha l’impressione di un’occasione, finora, mancata perché lì vi sono contenuti interventi che toccano quasi tutte le questioni cruciali che riguardano il lavoro. Tranne una: l’art 18 e la reintegra. Come il governo intenda tradurre in atto l’intenzione di ridurre i casi di reintegra rispetto alle norme attuali non è chiaro dato che nella delega non se ne fa esplicita menzione.

Le altre questioni, però, sono tutte presenti ed abbastanza chiaramente delineate:

  • razionalizzazione dell’integrazione salariale e degli ammortizzatori sociali allo scopo di limitare il ricorso alla cassa integrazione guadagni con l’estensione dei contratti di solidarietà ed espandendo l’Assicurazione sociale per l’impiego (ASpI) anche ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa;
  • riordino della normativa in materia di servizi per il lavoro e di politiche attive con vari interventi tra cui la razionalizzazione degli incentivi all’assunzione e di quelli per l’autoimpiego e l’autoimprenditorialità;
  • costituzione di un’Agenzia nazionale per l’occupazione con razionalizzazione degli enti strumentali e degli uffici del Ministero del lavoro e valorizzazione delle sinergie tra servizi pubblici e privati; compito dell’Agenzia sarà anche la promozione di un collegamento tra misure di sostegno al reddito della persona inoccupata o disoccupata e misure volte al suo inserimento nel tessuto produttivo a livello regionale;
  • contenuti delega lavoropotenziamento di un sistema informativo unificato per la gestione del mercato del lavoro e il monitoraggio delle prestazioni erogate, anche attraverso l’istituzione del fascicolo elettronico unico contenente le informazioni relative ai percorsi educativi e formativi, ai periodi lavorativi, alla fruizione di provvidenze pubbliche ed ai versamenti contributivi;
  • preparazione di un testo organico semplificato delle discipline delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro; promozione del contratto a tempo indeterminato come forma privilegiata di contratto di lavoro rendendolo più conveniente rispetto agli altri tipi di contratto in termini di oneri diretti e indiretti;
  • previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio;
  • introduzione del compenso orario minimo, applicabile ai rapporti aventi ad oggetto una prestazione di lavoro subordinato, nonché ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, nei settori non regolati da contratti collettivi;
  • tutela della maternità con garanzia, per le lavoratrici madri parasubordinate, del diritto alla prestazione assistenziale anche in caso di mancato versamento dei contributi da parte del datore di lavoro; incentivazione di accordi collettivi volti a favorire la flessibilità dell’orario lavorativo; integrazione dell’offerta di servizi per l’infanzia forniti dalle aziende e dai fondi o enti bilaterali nel sistema pubblico-privato dei servizi alla persona.

cambiare politiche lavoroNon sono forse queste le cose importanti che possono creare le condizioni più favorevoli per aumentare la domanda di lavoro? Ora, se si vogliono ignorare QUESTI CONTENUTI della delega richiamando l’attenzione solo sulla questione della reintegra – da parte del governo e da parte dei suoi oppositori – allora vuol dire che ci troviamo di fronte ad un’irresponsabile recita nella quale fare un passo avanti per rimettere in piedi questo paese è cosa di secondaria importanza e nella quale nessuno si fida di nessuno dando per scontato che tutto ciò che ci si impegna a fare è finzione.

Se è così allora il nostro futuro è nero perché si perde un’occasione preziosa.

Claudio Lombardi

Tirati per i capelli parliamo di art 18

scontro art 18Siamo quasi tirati per i capelli a parlare di art. 18. E allora parliamone visto che tutti ammettono la sua marginalità quanto a numero di casi trattati, ma nessuno rinuncia a considerarlo fondamentale. I difensori dicono che corrisponde ad un principio di civiltà giuridica e a diritti intoccabili dei lavoratori. Per chi vuole modificarlo è un intralcio da eliminare.

Meglio mettere subito da parte la disputa sulla civiltà giuridica e sui diritti che non convince. Su questa strada il rischio abbastanza concreto è di approdare ad una nozione di immutabilità dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato fuori dai casi previsti dalla legge che, oggettivamente, non può certo incoraggiare le assunzioni.

Se si sta su questo piano lo scontro diventa, infatti, senza sbocco. Si possono infatti escogitare mille tutele per chi viene assunto con contratto a tempo indeterminato, ma non si può obbligare un datore di lavoro ad assumere. A meno che il datore di lavoro non sia lo Stato e non si tratti di attuare una decisione politica.

D’altra parte la tutela dell’art 18 oggi (ma fino al 2012 era molto più vasta) prevede che il lavoratore licenziato da qualunque azienda (meno e più di 15 dipendenti) possa sempre ricorrere al giudice il quale può valutare i motivi del licenziamento e disporre la reintegrazione nel posto di lavoro in una serie di casi previsti tassativamente dalla legge e in altri che conseguono alla valutazione del giudice stesso.

assunzioni a contrattoÈ un problema serio? Non è un problema? È abbastanza facile comprendere che un datore di lavoro, magari piccolo, voglia poter decidere chi mantenere in azienda e chi no perché il rapporto di lavoro è un rapporto dinamico che è difficile inquadrare nelle maglie strette di una legge. E soprattutto è un rapporto indirizzato ad un risultato – l’attività produttiva – senza il quale non ha motivo di esistere l’azienda. Ma i pochi casi nei quali si ricorre alla reintegra testimoniano del fatto che l’art 18 non è il problema principale con il quale un datore di lavoro si trova a combattere.

Come già detto tante volte il problema è il sistema Italia e i suoi limiti tanto che l’art 18 con la sua reintegra nel posto di lavoro può apparire persino irrilevante.

Tralasciando (basta nominarli e si capisce quanto siano determinanti) i problemi infrastrutturali e di contesto (criminalità, ferrovie, strade, telecomunicazioni, energia, burocrazia, accesso al credito) e limitandosi al lavoro il problema è che i contratti a tempo indeterminato danno accesso a tutele sia giuridiche che economiche che tutti gli altri tipi di contratto non consentono. Contratto collettivo nazionale, cassa integrazione, malattia, maternità, disoccupazione ecc ecc.. Poiché queste limitazioni riguardano oltre la metà dei lavoratori (e non calcoliamo quelli in nero) il problema più urgente è dare qualche copertura a  anche a loro cercando di uniformare i trattamenti a prescindere dal tipo di contratto.

Intanto è urgente limitare i contratti truffa per arrivare a due sole tipologie: tempo determinato e tempo indeterminato. Già la riforma che ha portato a tre anni la durata dei contratti a tempo determinato ha stabilito che, per ogni azienda, questi non possano eccedere il 20% del totale dei dipendenti pena sanzioni economiche. Significa che l’80% deve essere di contratti a tempo indeterminato. È già qualcosa no?

ammortizzatori socialiAltro punto, questo sì fondamentale, è l’estensione dell’indennità di disoccupazione a tutti, lavoratori autonomi compresi. Già oggi l’Aspi e la mini Aspi hanno aperto la strada ad un nuovo regime degli ammortizzatori sociali. Vogliamo considerarla una priorità?

Il diritto ad avere una copertura per la maternità è importante oppure no? È ovvio che sì, ma anche questo va stabilito per legge e anche di questo si discute nella riforma del lavoro all’esame del Parlamento.

Bisogna valutare se una riforma che unifichi le tutele per tutti i contratti di lavoro sia in grado di creare le condizioni più favorevoli affinché sia più facile assumere con un contratto di lavoro regolare e sia più facile per i lavoratori ottenere retribuzioni più elevate che è la vera urgenza di oggi.

Basti pensare che un’indennità di disoccupazione generalizzata può aiutare a resistere alle offerte di salari di fame. Ovvio che da sola non basta. Ci vogliono anche le “famose” politiche attive del lavoro che puntino su una formazione vera e collegata con le esigenze delle aziende magari mettendo fine allo scandalo di miliardi di euro spesi in una formazione fasulla.

La questione del lavoro non può stare tutta nella disciplina legale dei contratti. Se non funziona l’economia e se lo Stato non promuove l’avvio di attività produttive e di servizio innovative e più efficienti non c’è tutela in grado di fermare il declino. E da qui il discorso dovrebbe cominciare

Claudio Lombardi

Note di viaggio in Sicilia: potenzialità e perplessità (di Salvatore Sinagra)

viaggio in SiciliaCome tutte le estati anche questa volta sono ritornato nella  mia Sicilia, in provincia di Agrigento. Qualche settimana di ferie mi ha fatto riflettere sulle contraddizioni della nostra economia e della nostra società più della lettura dell’ultimo best seller di Thomas Piketty “Il capitale nel ventunesimo secolo”.

Di Agrigento, Porto Empedocle, Pozzallo ed altre località siciliane si parla solo in relazione all’operazione Mare Nostrum, ma la nostra è storicamente una terra di emigrazione. E così le più belle calette dell’agrigentino almeno da un paio di decenni pullulano  di francofoni, che, in gran parte, non sono “vu cumprà”, ma sono i figli dei tanti migranti siciliani che dai primi anni del novecento al secondo dopoguerra hanno lasciato la Sicilia per trasferirsi in Belgio in cerca di un lavoro in fabbrica o in miniera. All’emigrazione sono abituati i siciliani, ma ciò che mi turba è il modo in cui gli agrigentini emigrano oggi: scappano dalla Sicilia molti giovani, ma anche qualcuno che giovane non è più. Scappano.

In tanti vanno in Germania, anche se non hanno un’offerta di lavoro e nemmeno la prospettiva di sostenere un colloquio. Chi non può permettersi un biglietto aereo si accolla un lungo viaggio su un pullman sconquassato, e chi non ha nemmeno i soldi per il pullman cerca di farsi fare credito dal vettore, pagherà il prezzo del biglietto una volta arrivato in Germania e trovato un lavoro. Il racconto dell’emigrazione siciliana oggi, a tratti, sembra quello dell’Italia proto-industriale della prima metà dello scorso  decennio, eppure è la storia di una fetta di un paese che fa parte del G8.

lavoro giovaniIncontrati gli amici di sempre mi sono reso conto che su cinque, in tre lavoriamo al nord e al centro e uno sta ancora qui, ma vuole trasferirsi all’estero. Il quinto resiste ed è  in cerca di un impiego. Altri tre amici “storici” mancano all’appello, ma ormai vivono all’estero. Certo anche nei momenti migliori in Sicilia non  ci sono state tante alternative all’emigrazione, ma oggi più che mai avverto che la speranza di restare e vivere decentemente si è affievolita.

La Regione siciliana ha lanciato un programma di assunzioni per formazione e lavoro. Decine di migliaia di giovani siciliani si sono messi in coda per un tirocinio semestrale pagato 500 euro al mese. Che siano stati richiesti da “aziende” di dubbia affidabilità persino un tirocinante sagrestano ed un tirocinante guardiano di pecore dimostra che utilizzo si fa dei soldi pubblici e la disperata ricerca di un qualunque lavoro retribuito.

D’altra parte notizie di camerieri pagati 50 euro a settimana nell’agrigentino sono finite pure in televisione. La verità è che molti lavori considerati più umili sono diventati quasi gratuiti e svolti in assenza di qualsiasi basilare diritto. E non da oggi. Il lavoro irregolare troppo diffuso, come in altri paesi mediterranei, è una delle principali causa dell’iniqua distribuzione della ricchezza.

ammortizzatori sociali giovaniEppure, se si utilizza il “parametro Berlusconi” per valutare la prosperità ci si può anche imbattere in pizzerie affollatissime. Secondo Eurostat in Sicilia il 50% degli abitanti è a rischio povertà . Allora come si “tengono insieme” i disperati che scappano in Germania, i dati sulla povertà e le pizzerie piene? Con la parola rischio. Grazie alla famiglia, l’unico ammortizzatore sociale per i giovani del sud, e poi grazie ad un costo della vita relativamente contenuto. Così se i poveri oggi nell’agrigentino sono sicuramente molti meno del 50% a cui fa riferimento l’UE, le prospettive dei giovani non sono mai state così negative dal secondo dopoguerra.

Eppure nell’agrigentino le potenzialità non mancano.  Il ritornello che si sente in Sicilia è sempre lo stesso: “potremmo vivere solo  di turismo”; in realtà di solo turismo possono vivere le Seychelles e le Maldive non certo la Sicilia che ha oltre 5 milioni di abitanti, eppure una spinta sul turismo farebbe bene all’agrigentino ed alla Sicilia. Per mia esperienza personale posso dire che non c’è la stessa capacità di valorizzare il patrimonio ambientale e culturale che ho osservato a Malta per citare un luogo che somiglia alla Sicilia, ma non la supera di certo.

Altro esempio. Il sito archeologico più comparabile alla Valle dei Templi che io abbia mai visto si trova a Petra, in Giordania. Ebbene i giordani riescono a trattenere a Petra i turisti per almeno tre giorni, mentre nell’agrigentino accade spesso che molti che arrivano dall’estero visitino in mattinata la Scala dei Turchi ed in serata dedichino solo poche ore alla Valle dei Templi che è bene ricordarlo, con i suoi 1.300 ettari è il sito archeologico più grande al mondo.

disoccupazione giovani SiciliaLa lezione è assai semplice: il lavoro non cade mai dal cielo, neanche nel settore del turismo e neanche a chi ha patrimoni ammirati da tutto il mondo. I maltesi e i giordani, che nell’immaginario collettivo non sono certo associati all’efficienza come accade per i tedeschi, ci insegnano che un patrimonio turistico non si traduce in Pil se non viene valorizzato con cura.

Sono scettico su molte delle politiche pubbliche, nazionali e regionali, messe in atto per contrastare la disoccupazione.  Tutto è difficile con una disoccupazione giovanile che ormai sfiora il 50%, ma è anche vero che è meglio fare poco che niente. Eppure i “piani” per il lavoro che distribuiscono a pioggia un “premietto” a chi avrebbe comunque assunto rischiano di sprecare risorse preziose e di spingere ad abbassare ulteriormente le remunerazioni di chi è già sottopagato.

Invece della proliferazione di enti e distretti turistici o di B&B  e agriturismi pagati dai fondi europei o, peggio, di sagre e pseudo iniziative culturali sarebbe meglio costruire un aeroporto a venti o trenta chilometri da Agrigento. O, almeno, una linea ferroviaria adeguata. Anche in questo caso nel micro si ritrovano i difetti del macro: scarsa capacità amministrativa, mancanza di strategie serie, prevalenza degli interessi di gruppo. Il caso Italia è fatto di tanti pezzi e la Sicilia ne fa completamente parte.

Salvatore Sinagra

La crisi, l’Italia e la via d’uscita. Intervista a Giovanni Principe

LA CRISI E L’ITALIA

Italia malataSiamo vittime innocenti della crisi mondiale o il nostro paese si è messo da solo in una condizione di debolezza?

L’Italia aveva un grande vantaggio rispetto ai paesi dove è esplosa la crisi: nessuna bolla speculativa sugli immobili e, quindi, banche relativamente solide perché non si erano esposte con i mutui “subprime”. Ma aveva anche i piedi d’argilla con:

–        una spesa pubblica senza margini di intervento perché condizionata dal peso degli interessi sul debito e gravata da enormi sprechi e inefficienze (semplificando, facciamo rientrare in queste voci anche l’evasione, la corruzione e l’economia criminale)

–        un sistema produttivo sempre meno competitivo sul mercato internazionale, globalizzato, mentre il mercato interno andava restringendosi per la progressiva perdita di potere di acquisto delle classi medio-basse.

Dunque, la relativa solidità del sistema finanziario ha fatto sì che la crisi non scoppiasse immediatamente. Tuttavia, la debolezza del sistema produttivo ci ha condannati a pagare un prezzo più alto degli altri (a parte la Grecia) nel momento in cui le conseguenze della crisi finanziaria si sono propagate all’economia reale.

labirinto italiaAppena le locomotive hanno rallentato, il nostro paese è sprofondato nel circolo vizioso a cui era destinato: meno traino del mercato mondiale -> meno produzione e meno posti di lavoro -> meno reddito disponibile -> contrazione del mercato interno -> meno produzione e così via.

Si poteva rompere quel circolo vizioso? Certamente sì, se ci fosse stato un governo in grado di comprendere la dinamica della crisi e disposto, sul piano politico, a intervenire per correggerla. Ma il centro-destra, liberista e affarista allo stesso tempo, non poteva che sommare i suoi danni a quelli della crisi e quindi accentuare ulteriormente il circolo vizioso.

Partiamo allora da qui. Ma senza nasconderci che, nel biennio che ha preceduto la crisi, il centro-sinistra al governo non ha avuto né la lungimiranza né la forza necessarie per adottare misure di contrasto adeguate. E, se non abbiamo paura delle verità spiacevoli, aggiungiamo che in una parte, non marginale, del suo gruppo dirigente non aveva neppure le carte in regola per farlo.

Sta di fatto che il governo dell’Unione (governo Prodi 2006-2008) nato debole e minacciato dalle compravendite, ha comunque lasciato che dilagasse una rivolta contro la linea economica del governo (e che la figura di Padoa-Schioppa fosse dileggiata) mentre l’attenzione della maggioranza era calamitata da questioni di principio e di schieramento. Ha così mancato di intervenire sulle condizioni di fondo, quelle che ci facevano crescere molto meno dei partner e che ci destinavano a un sicuro disastro al primo cambiar del vento.

Evidentemente l’Italia ha un problema di classe dirigente…

Direi di sì, anche se non penso si possano mettere sullo stesso piano le responsabilità del centro-destra guidato da Berlusconi e quelle del centro-sinistra (privo di una rotta, prima che di una guida).

Tuttavia è assolutamente necessario ripartire dall’analisi degli errori passati. Questo chiedono gli elettori: se siamo finiti nel baratro, dovete dirci come è potuto succedere.

 

FARE I CONTI CON L’EUROPA

crisi EuropaC’è anche da fare, perché è doveroso e urgente, un discorso serio sull’Europa, se è vero che la linea che sta prevalendo nella UE, che non è solo austerità, ma anche sopraffazione delle economie più forti nei confronti di quelle in ritardo, produce grossi danni.

Occorre cambiarla. Ma si devono anche avere chiari due punti:

–        il primo è che il cambiamento serve all’Italia e serve all’Europa perché recuperi un peso economico e torni ad essere un punto di riferimento politico, per i popoli che nei vari angoli del mondo anelano alla democrazia. Poteva essere tutto questo, nello spirito di Spinelli, dei padri fondatori, fino a Delors. Poteva andare in quella direzione anche l’unificazione tedesca, se la si legge in chiave europea e non di Grande Germania. Invece sta prevalendo il nazionalismo in Germania, ma non solo, nutrito dall’egoismo di classe (chiamiamo le cose col loro nome);

–        il secondo è che l’Italia ha poco peso in questa battaglia, in tutto e per tutto politica, per un diverso indirizzo economico e politico in Europa. E che ciò dipende in parte dalla debolezza della sinistra, che di quella battaglia è la protagonista su scala continentale, ma ancor più dal fatto che come Paese non pesiamo abbastanza a causa di quei vizi di fondo, tutti nostri, di cui abbiamo parlato all’inizio.

errori italiaA ben vedere siamo di fronte anche qui a un circolo vizioso.

La sinistra italiana non si dimostra capace di rimuovere gli ostacoli, sociali, economici, culturali, politici, che ci condannano al declino e resta quindi marginale nel quadro politico europeo, senza contribuire a volgerlo in un senso favorevole per le nostre prospettive di cambiamento e di ripresa.

Dovremmo avere imparato questa lezione dall’esperienza del governo Monti. Il sussiegoso professore, accolto con simpatia dalle élite conservatrici europee, non ha spostato di un millimetro la linea UE e, mediando tra una sinistra debole e incerta e una destra priva di senso dello Stato, non ha prodotto neanche un infinitesimo dei cambiamenti necessari per la ripresa.

ALLA RICERCA DI UNA VIA D’USCITA

riflettere sulla storiaSe non facciamo tesoro degli insegnamenti della storia recente siamo condannati a ripeterla, come sta avvenendo puntualmente con le larghe intese, che sono nate dall’incontro tra la debolezza della sinistra e il calcolo spregiudicato di una destra sempre meno libera dal condizionamento degli interessi economici (e giudiziari) del suo leader.

Ora abbiamo davanti una strada obbligata. Dobbiamo tracciare un percorso fatto di misure concrete, comprensibili per gli elettori, chiare nelle loro motivazioni e negli effetti attesi. Che non saranno, non potranno in nessun modo essere equamente distribuiti. Qualcuno pagherà di più, qualcun altro pagherà meno, altri avranno un guadagno immediato così da riequilibrare le sperequazioni subite: su questo non sono possibili né equilibrismi né illusionismi. L’importante è però che il gioco non sia a somma zero ma a somma positiva. Che modificando la distribuzione si faccia crescere la torta nell’assieme.

Significa ribaltare di 180 gradi il dogma liberista secondo cui l’aumento delle diseguaglianze fa crescere la torta per tutti. Non è così, fa solo i ricchi ancora più ricchi, a danno della collettività. Viceversa combattere le diseguaglianze non è solo socialmente preferibile (io direi doveroso) ma è economicamente più efficace.

Lotta alle disuguaglianze? La dovrebbe fare il governo Pd-Pdl?

dilemma PdIl Pd dovrebbe chiarire il suo percorso, dire cosa vuole fare e come. Per questo serve un congresso. Dopo si porrà il problema di cercare una maggioranza disposta a sostenere il percorso in questo Parlamento dando vita ad un Governo espressione di quella maggioranza. Altrimenti saranno gli elettori a decidere. Non vedo altre possibilità.

Di tempo se ne è perso fin troppo. Il Pd ha fatto una campagna elettorale basata sulla consegna del silenzio attorno alle proposte compiendo un errore colossale. Per due anni hanno discusso di formule politiche e alleanze, ma hanno perso di vista la concretezza dei problemi e delle soluzioni. Ora quell’errore non deve essere ripetuto.

C’è bisogno però di riscoprire anche il senso di fondo della scelta di campo di un partito che si colloca a sinistra. Non è una cosa complicata: basterebbe partire dalla riscoperta di quel tesoro comune che è la Costituzione, convincendosi, oltre che della sua validità, della sua attualità.

 

insegnamenti dalla costituzioneDALLA COSTITUZIONE AD UN PROGRAMMA DI GOVERNO

La Costituzione ha ancora qualcosa da dirci?

Altroché. La Costituzione ci parla di uguaglianza sostanziale, come promozione delle condizioni per lo sviluppo della persona e come diritto ad un lavoro dignitoso, per essere parte attiva nella società, e ad un’equa retribuzione. Ci parla della funzione sociale dell’impresa, della democrazia economica, del ruolo delle rappresentanze di interessi e delle condizioni, di democrazia e di libertà, su cui devono poggiare e a cui devono uniformarsi.

Uguaglianza, lavoro e diritti. Queste le basi, ma poi come si traducono in atti concreti?

Tutti gli studi, tutte le indagini, tutte le evidenze statistiche concordano nel dimostrare che la crisi non colpisce tutti i paesi in egual misura e che le risposte migliori vengono dai paesi che investono di più sulla qualità del lavoro, quindi sulla conoscenza, sui saperi incorporati nei servizi e nei prodotti. E i saperi di cui parlo non sono solo quelli attuali: mi riferisco anche alla capacità di valorizzare quelli che ci trasmette la storia. Ecco le nostre potenzialità, i nostri punti di forza su cui puntare: le particolarità del territorio, culturali e naturali, le “unicità”.

proposte di governoNon c’è dubbio che si dovrà partire dall’aggredire i nodi da cui siamo partiti. Lotta all’evasione (gli strumenti ci sono, manca un indirizzo politico univoco) ma anche modifica della struttura del prelievo fiscale per valorizzare il lavoro. Lotta agli sprechi, con interventi immediati (spending review sì, ma poi interventi concreti) e di più lungo respiro. Lotta alla corruzione e al degrado morale della vita pubblica (non solo costi della politica, ma anche conflitto di interessi, falso in bilancio, concussione, corruzione, codici etici e sanzioni, sistemi di valutazione).

Sulla questione “lavoro” si pone poi una condizione a monte. Non ci si può limitare a prendere atto del fatto che viviamo nel paese sviluppato con il mercato del lavoro meno inclusivo e più discriminatorio. Servono politiche di discriminazione positiva a favore di chi oggi è costretto ai margini: le donne, i giovani, i meridionali, gli over 50.

chiusura aziendeLavoro sì, ma le aziende stanno chiudendo a migliaia. Come si fa?

Infatti, non si può rinviare la ricostruzione di una politica industriale che abbia al centro: l’innovazione, da coniugare con la sostenibilità; la produzione di beni e servizi “non replicabili” legati alla storia e al territorio (prodotti di consumo, macchinari, ospitalità, beni culturali); il rilancio della domanda interna, per sostituire import, rilanciare i consumi (come l’edilizia abitativa sociale, attraverso riuso e riqualificazione, senza nuovo  cemento).

E poi: favorire la crescita dimensionale delle imprese e la cooperazione territoriale e in reti virtuali (per la patrimonializzazione, per l’accesso al credito); alleviare il rischio di impresa (con strumenti finanziari, microcredito, fondi rotativi, o con il ricorso a venture management); contrastare i monopoli e i cartelli nei settori con poca concorrenza (banche, energia, media,  utilities) e le corporazioni professionali; sostenere i giovani che avviano nuove imprese; sostenere le imprese in crisi oltre l’emergenza (riconversione) e anche, se inevitabile, per la ricollocazione dei dipendenti.

speranzaSembra un elenco troppo lungo, ma in realtà è incompleto. È solo un esempio di quali e quanti interventi si potrebbero compiere. Soluzioni semplici e ricette miracolose per problemi complessi non esistono. Il vero miracolo che andrebbe compiuto e che gli elettori si attendono è la corrispondenza tra le parole e i fatti e la possibilità di toccare con mano i risultati.

Chi si propone di governare deve credere innanzitutto nelle cose che propone e dare fiducia ai cittadini risvegliando la voglia di partecipazione e di protagonismo che oggi latita.

Se il PD vuole fare la sua parte deve svolgere il congresso e parlare di questi temi. Solo così si darà un senso al ritorno in campo della sinistra con una prospettiva vincente e convincente dopo decenni di neoliberismo imperante. Difficile? Non tanto: non mancano le idee, coltivate e confrontate nel corpo vivo della società. Manca la capacità di raccoglierle e fare sintesi, senza paura di affrontare le scelte necessarie.

(intervista a cura di Claudio Lombardi)

Un punto di vista civico sulla riforma del lavoro (di Claudio Lombardi)

Esiste la possibilità di un punto di vista civico sulla riforma del lavoro?

Ne parlano i sindacati, ne parlano i partiti, protagonista è il Governo. E i cittadini? Risposta ovvia: i lavoratori sono cittadini e sono i sindacati a rappresentarli insieme ai partiti. Replica (forse meno ovvia): tutti i cittadini in una Repubblica fondata sul lavoro dovrebbero essere interessati alla disciplina del lavoro e non tutti sono per forza rappresentati dai sindacati o si riconoscono in un partito. Su tutti, però, agiscono le norme di legge quelle che il Parlamento comunque approva sia che si presentino come decreto-legge, sia come legge delega, sia come disegno di legge. Quindi ricordiamoci che, finchè non ci sarà una legge approvata definitivamente, ci si trova di fronte a proposte o progetti e non a pacchetti “prendere o lasciare”.

I toni in questi giorni, dopo la presentazione della proposta di riforma da parte del Governo, si sono fatti molto accesi; qualcuno ha parlato di “massacro dei diritti dei lavoratori”, la CGIL promette una lotta dura per contrastare il cammino della riforma, altri immaginano un ingresso massiccio di investitori esteri grazie allo “sblocco” del mercato del lavoro. Ci sono pure quelli (per fortuna) che hanno usato toni più pacati mettendo in luce le parti positive e innovative rispetto alla situazione attuale e quelle più critiche che avrebbero bisogno di modifiche migliorative.

Ma torniamo al punto di vista del cittadino. Di cosa si avverte il bisogno? Sicuramente di strumenti e interventi per le due fasi critiche del percorso lavorativo: la ricerca del lavoro in giovane età e il sostegno negli anni che precedono la pensione ( nel caso in cui si dovesse perdere il lavoro). In entrambe le situazioni occorre un intervento pubblico che aiuti concretamente con erogazioni di denaro, che assista e che predisponga la cornice normativa entro la quale la ricerca del lavoro si svolge e si conclude con la stipula di un contratto o con la sua rescissione.

Nel caso del giovane che cerca lavoro oggi non vi è nulla che aiuti e sostenga ovvero non c’è alcuna forma di sostegno perché inizi a formarsi un reddito autonomo. Come è noto le famiglie suppliscono a questa mancanza (come avviene, d’altronde, anche per l’assistenza agli anziani). Non vi è nemmeno una cornice normativa adeguata che indirizzi e supporti lo svolgimento del rapporto di lavoro. Tanto è vero che i lavori precari dei tipi più svariati e in buona parte anche “in nero” e, comunque, sempre sottopagati, sono quelli più diffusi fra i giovani.

Di cosa hanno bisogno allora i cittadini che vogliono iniziare a lavorare? Hanno bisogno di indennità di sostegno cioè di un reddito minimo di avvio al lavoro, di servizi per l’impiego e ispettivi, di norme che fissino le tipologie contrattuali con modalità precise che scoraggino i raggiri, le truffe e i ricatti.

Tutto ciò c’è nella proposta del Governo? In parte, solo in parte. Manca un disegno complessivo che affronti questa fase della vita delle persone. Alcuni interventi sono previsti (misure per scoraggiare i rapporti precari), ma mancano misure di sostegno e le “famose” politiche attive del lavoro delle quali molto si è parlato. È prevista una mini indennità di disoccupazione che si attiva con requisiti ridotti rispetto a quella “piena”, ma comunque si rivolge a chi ha già avuto un lavoro.

Quindi appuntiamoci le modifiche necessarie con al primo posto un salario sociale o indennità per i giovani.  Costa? Sì certo. Dobbiamo abituarci che per alcune politiche bisogna spendere, per altre no.

Nel caso del lavoratore che si avvia al pensionamento aumentano i rischi di licenziamenti mirati ad una sostituzione con personale più giovane e anche meno costoso. In questo caso occorre innanzitutto una norma che scoraggi il datore di lavoro rendendo difficile e oneroso il licenziamento e occorrono forme di sostegno per il lavoratore nel caso in cui il licenziamento si verifichi lo stesso. L’art. 18 serve a fronteggiare la prima eventualità ed il Governo lo vuole modificare;  nel secondo dovrebbe intervenire l’indennità di disoccupazione (ASPI) più un Fondo di solidarietà per i lavoratori anziani finanziato dalle imprese proprio per accompagnare i lavoratori alla pensione in caso di licenziamento. Oggi l’art. 18 garantisce una copertura piena solo a chi lavora in aziende con più di 15 dipendenti e le casse integrazioni sono ben tre e possono durare diversi anni, ma non si applicano a tutti i lavoratori.

La proposta del Governo, invece, intende estendere la disciplina dei licenziamenti a tutti i lavoratori e la stessa cosa vuole fare con la Cassa integrazione ordinaria e con l’Assicurazione Sociale per l’Impiego (ASPI).

Tuttavia, la modifica dell’art. 18 rende più facili i licenziamenti per motivi economici che darebbero diritto solo ad un’indennità (se riconosciuti illegittimi, attenzione!), ma non al reintegro che, invece, rimane per i licenziamenti discriminatori e per quelli disciplinari (qui a discrezione del magistrato). È facile dedurre che rendere più facili i licenziamenti andrebbe a colpire innanzitutto i lavoratori più anziani, e sarebbe uno strumento in più per un datore di lavoro che volesse liberarsi di un dipendente sapendo che al massimo pagherà una somma di denaro.

Un punto di vista civico non può prescindere dalla dignità delle persone e dalla necessità di un reddito adeguato per assicurarla (articoli 4 e 36 della Costituzione). Bisogna ricordare che quei due articoli della Costituzione pongono obiettivi politici che la Repubblica deve perseguire e introducono diritti per i lavoratori che, quindi, non possono essere lasciati soli. Questo è il motivo per cui il licenziamento deve rientrare in determinate forme giuridiche e non può essere assolutamente libero.

Un punto di vista civico deve anche rilevare che la coesione sociale è un valore di primaria importanza (e una condizione di sviluppo economico) e che l’intervento pubblico deve mettere particolare cura nel sostegno ai lavoratori che perdono il lavoro sia con la quantità e la durata di Cassa integrazione e Aspi, sia con politiche del lavoro che si traducano in servizi per l’impiego e in politiche (industriali, ambientali, dei servizi ecc) di sviluppo del Paese.

Segniamo anche questi punti che potranno essere modificati e migliorati  nell’esame parlamentare possibilmente in un clima disteso privo di esasperazioni ideologiche inutili e dannose da qualunque parte provengano.

In ogni caso la dimensione della riforma non si misura solo sulle norme proposte, ma chiama in causa tutti gli aspetti del programma del Governo che possono incidere sull’andamento dell’economia e dell’occupazione. In realtà il vero completamento della riforma si avrà solo se cresceranno le occasioni di lavoro di buona qualità e ben retribuito e se ciò conseguirà ad un percorso di formazione che deve avere la sua base nella scuola e nelle università. Per questo investire in istruzione e formazione significa investire per lo sviluppo futuro. Anche la cura dell’ambiente e del territorio non è un capitolo da inserire nei programmi di governo ed elettorali per ossequio allo spirito dei tempi, ma è un altro investimento per lo sviluppo dell’economia. La cultura, poi, per l’Italia dovrebbe essere un settore ad elevata intensità di lavoro e di investimenti perché è congeniale alla storia e al patrimonio nazionale e perché può generare sviluppo forse, ben più del settore automobilistico (per dirne uno che ci preoccupa tanto) o di quello edilizio per il quale non c’è più territorio disponibile.

Soprattutto un punto di vista civico deve assumere l’intervento dello Stato e la gestione delle sue risorse come beni comuni dei quali discutere fra cittadini e non riservati a tecnici e addetti ai lavori. Bisogna superare l’ossessione della spesa pubblica perché gli obiettivi di cui si è parlato non si perseguono a costo zero, ma possono sicuramente arricchire il Paese ben più di quanto costano.

Per superare quell’ossessione ci vogliono tre condizioni: 1. Se ne deve convincere l’Europa perché le politiche di sviluppo funzionano a quel livello e sono più efficaci se integrate e perché i vincoli alle finanze pubbliche sono diventati il principale ostacolo allo sviluppo; 2. Bisogna rinnovare la politica, la rappresentanza e le forme che fanno vivere la democrazia perché la corruzione, l’assalto ai soldi pubblici e l’incapacità dei gruppi dirigenti manderebbero a monte qualunque progetto di crescita; 3. Ci vuole una nuova cultura civile perché i cittadini devono mettersi nelle condizioni di elaborare la loro capacità di governo elevandosi al di sopra degli interessi di categoria e cercando di avere una visione politica e programmatica in quanto cittadini. Ciò farebbe bene allo Stato e a tutte le associazioni che si impegnano nell’attività politica.

Le tre condizioni vanno insieme, ma la terza è quella su cui lavorare di più perché è la base sulla quale fondare la rinascita dell’Italia.

Claudio Lombardi

La crisi e le proposte di un cittadino attivo (di Aldo Cerulli)

Siamo cittadini attivi e vogliamo provare a cambiare le cose.

Considerata la situazione internazionale è difficile sfuggire all’idea che siamo tutti sottomessi allo strapotere della finanza che si esprime con la crisi dei sistemi bancari che si sono dedicati alla speculazione invece che al loro mestiere. Gli Stati hanno l’acqua alla gola perché si sono caricati di una immensa mole di prestiti e adesso i governi pensano che la via d’uscita sia spremere i cittadini per far pagare a loro il conto della crisi con misure che sono un affronto alla moralità, all’equilibrio sociale oltre che essere un palese disincentivo alla crescita economica.

E’ infatti evidente che le categorie “forti” che sanno come difendersi possono trovare molti modi per non pagare la crisi. Invece, quando si mette il limite di 486 Euro per la rivalutazione piena in base all’inflazione delle pensioni si sta togliendo qualcosa di essenziale per chi è debole.

Io dico che così, forse l’Italia riuscirà a non fallire, ma a prezzo del fallimento dello Stato sociale!

Gli sprechi del passato non ci sono stati per “il buon cuore” dei governi come ha detto Monti giorni fa, ma per le tante scelte che hanno scaricato sulle casse dello Stato privilegi ed errori. Fra i privilegi ovviamente non si possono non mettere quelli dei politici e dei partiti che hanno goduto in silenzio di guadagni e finanziamenti ingiustificabili e ora vorrebbero far valere i diritti acquisiti. Proprio ciò che è negato alle persone comuni che dovranno restare al lavoro per altri 6-7 anni prima di andare in pensione. Va bene, ma ci si è chiesti cosa significherà avere tanti ultrasessantenni al lavoro? Sicuramente ci rimetteranno sia l’efficienza che la produttività, la gente starà a lavorare quegli anni in più di malavoglia, cercando più che altro di stare in parcheggio, di tirare avanti fino al gran giorno, nervosa e con acciacchi dovuti all’età. Per non parlare di quelli che saranno licenziati e a 60 anni dovranno mettersi a cercare un lavoro. Un dramma vero. A me non sembra che così si salvi l’economia.

E veniamo alla questione del “posto fisso”, battuta poco felice di Monti, ma problema reale. Intanto è ovvio che oggi il giovane cerca un posto di lavoro innanzitutto.

Vediamo che la discussione sul lavoro che manca si ferma troppo sull’art. 18. Al riguardo la penso così: già in un non lontano passato si era cercato di abolirlo perché ritenuto disincentivante alle assunzioni da parte di piccole imprese con organico di 15 dipendenti e le OOSS barattarono il suo mantenimento con il consenso alle assunzioni a termine (un tempo consentite solo per carichi stagionali di lavoro)…da qui iniziarono a proliferare le società di “lavoro in affitto” …un mero appalto di mano d’opera…anche esso un tempo vietato dalle normative sul lavoro; i più fortunati, si fa per dire, invece vennero assunti con contratti Co.Co.Co., poi diventati Co.Co.Pro. quando partirono i primi ricorsi contro le assunzioni simulate.

Tutti sanno che questi “precari del lavoro” (nel settore privato e in quello pubblico), non potranno mai chiedere un mutuo ad una banca per acquistare una casa…in quanto non possono presentare un “cedolino paga” che presenta la dizione “assunzione a tempo indeterminato”. Quindi la condizione di precario non può durare a lungo a meno che non cambino anche tante altre regole (come quelle delle banche per esempio).

La vera tutela è quella contro le discriminazioni mentre, invece, è giusto che si possa allontanare chi sfrutta il lavoro degli altri, chi si assenta con presunte malattie strategiche, chi crea danni all’azienda, insomma chi…credendo di aver conquistato a vita il posto di lavoro…non sa mantenerselo e lo leva a chi potrebbe meritarlo veramente.

L’Art. 18 è allora per me solo un falso problema che può anche fare da alibi a chi governa mascherando l’incapacità di combattere la disoccupazione giovanile.

Tutela contro le discriminazioni significa che:

  1. al personale femminile in attesa di prole dovrà essere garantito il posto di lavoro  per la durata di almeno tre anni dalla nascita del figlio e nell’ipotesi, dopo tale data, di licenziamento effettuato in assenza  di giusta causa o giustificato motivo diritto ad un indennizzo e al trattamento di disoccupazione (in parte a carico del datore di lavoro) per almeno due anni.
  2. ai rappresentanti interni del Sindacato viene garantito il posto di lavoro e durante l’espletamento del loro mandato non possono essere soggetti a licenziamento se non per giusta causa, giustificato motivo o per riduzione collettiva del lavoro; in caso di violazione di tale norma si dovrà corrispondere un indennizzo equivalente a tre annualità di stipendio.
  3. A tutti i licenziati lo Stato, con il concorso del datore di lavoro, dovrà garantire adeguati ammortizzatori sociali e frequenza a corso di riqualificazione finalizzati al ritorno al lavoro.
  4. abolizione di tutte le forme di lavoro a termine e di assunzioni anomale;
  5. bonus fiscali (sei mesi di retribuzione) per chi assume persone fino a 35 anni di età;
  6. due anni di sgravi fiscali al datore di lavoro che assume ultra quarantenni che hanno perso il posto di lavoro.
  7. Modifiche alle norme sul processo di lavoro che ne abbattano la durata fino a sei mesi per il primo grado.

Queste sono proposte ed ipotesi che ho elaborato da semplice cittadino attivo. Invito anche altri a fare lo stesso. Soltanto un’intelligenza collettiva potrà farci fare un passo in avanti.

Aldo Cerulli