Cosa vuol dire oggi essere un socialista europeo? (di Salvatore Sinagra)

giovani europeiIl primo di Marzo a Roma si è svolto il congresso del Partito del Socialismo Europeo; Martin Schulz è il candidato socialista alla presidenza della commissione Europea. C’è qualcosa di nuovo o la notizia è di routine visto che il 25 maggio si vota per il Parlamento Europeo?

Sembra proprio che qualcosa di nuovo ci sia partendo da una domanda: cosa significa dirsi socialisti oggi in questa Europa in cui dopo anni di politiche sbagliate le differenze si sono un po’ smarrite? Prendiamo la questione del rigore; i socialisti non negano che i conti pubblici vadano tenuti sotto controllo, ma non ammettono che lo si faccia pagando il prezzo di una disoccupazione che ha ormai toccato livelli inaccettabili (nella UE ci sono 26 milioni di disoccupati, di cui 6 sotto i 25 anni). Per recuperare risorse i socialisti puntano sulla razionalizzazione della tassa sulle transazioni finanziarie, sulla lotta all’evasione, all’elusione e alla competizione fiscale e lanciano l’idea di una re-industrializzazione orientata all’innovazione e rispettosa dello sviluppo sostenibile.

scelte pseQuesto è l’indirizzo che guiderà le scelte politiche dei socialisti. La sintesi è nelle parole chiave individuate per le prossime elezioni: un’Europa che va avanti, un’Europa che protegge, un’Europa che funziona. Ottime intenzioni perché non c’è dubbio che l’Unione Europea negli ultimi anni non ha funzionato, non è andata avanti e non ha protetto (Germania a parte). Stretta da tanto tempo in un assetto istituzionale che era stato pensato dopo la IIa guerra mondiale per evitare che gli Stati membri si facessero di nuovo la guerra tra loro e poi passato a fronteggiare la globalizzazione con il trattato di Maastricht e l’Euro, ma non in grado di affrontare le crisi sistemiche importate da “fuori i confini”, il credit crunch e una recessione che ormai dura da 6  o 7 anni.

Al congresso Schulz ha detto che serve più democrazia e che  l’Unione Europa non diventerà la copia degli Stati Uniti d’America. Quindi si capisce che il PSE non sposa il modello federalista che effettivamente sembra troppo diverso dalla situazione attuale per immaginarlo come orizzonte di queste elezioni.

“L’Europa che funziona” comunque mette al centro la necessità di una svolta rispetto all’Europa conservatrice. Una svolta concreta fatta anche di un’unione bancaria con cui è stato stabilito che le banche vengono salvate dalle banche e non dagli Stati e di interventi per l’occupazione giovanile. Poca roba? Forse, ma tanti interventi concreti possono cambiare più di altisonanti proclami che restano parole senza tradursi in fatti.

debito comune europeoLa questione forse più difficile da affrontare è quella che fa riferimento alla  mutualizzazione delle responsabilità e dei benefici. In parole semplici significa arrivare ad un debito comune dei paesi dell’area euro. Cosa molto difficile tanto è vero che i socialdemocratici  in Germania hanno provato inutilmente ad inserirlo nel programma di governo. Magari una vittoria dei socialisti a livello europeo consentirà di rilanciare la proposta.

Un rischio che è emerso nel congresso è la competizione al ribasso degli Stati membri. I socialisti europei forse intendono prendere le distanze dalle politiche di competizione fiscale aggressive poste in essere da Gran Bretagna, Austria e da altri paesi nordici? Non si sa, ma sicuramente stanno prendendo le distanze dal modello tedesco basato sulla forza dell’export grazie a milioni di minijob ed alla contrazione salariale. Del resto è quello che ha iniziato a fare a Berlino il vicecancelliere Sigmar Gabriel, socialista, che vorrebbe convincere Angela Merkel a modificare proprio questi aspetti delle riforme realizzate negli anni passati. Oggi i socialisti europei, che pur hanno a lungo governato l’Europa con popolari e liberali, si dichiarano lontanissimi dal modello rigorista che predica tagli alla spesa pubblica e bassi salari.

Essere socialisti oggi vuol dire mettere al centro il lavoro e rilanciare l’Europa sociale, un’Europa della parità dei diritti e dei doveri, un’Europa verde e democratica dove la parola redistribuzione torna in primo piano perché si può essere favorevoli alla competizione per migliorare, ma non alla più spietata concorrenza che abbassa i salari e sopprime i diritti.

Solo parole? Vedremo presto se sarà così.

Salvatore Sinagra

La crisi, l’Italia e la via d’uscita. Intervista a Giovanni Principe

LA CRISI E L’ITALIA

Italia malataSiamo vittime innocenti della crisi mondiale o il nostro paese si è messo da solo in una condizione di debolezza?

L’Italia aveva un grande vantaggio rispetto ai paesi dove è esplosa la crisi: nessuna bolla speculativa sugli immobili e, quindi, banche relativamente solide perché non si erano esposte con i mutui “subprime”. Ma aveva anche i piedi d’argilla con:

–        una spesa pubblica senza margini di intervento perché condizionata dal peso degli interessi sul debito e gravata da enormi sprechi e inefficienze (semplificando, facciamo rientrare in queste voci anche l’evasione, la corruzione e l’economia criminale)

–        un sistema produttivo sempre meno competitivo sul mercato internazionale, globalizzato, mentre il mercato interno andava restringendosi per la progressiva perdita di potere di acquisto delle classi medio-basse.

Dunque, la relativa solidità del sistema finanziario ha fatto sì che la crisi non scoppiasse immediatamente. Tuttavia, la debolezza del sistema produttivo ci ha condannati a pagare un prezzo più alto degli altri (a parte la Grecia) nel momento in cui le conseguenze della crisi finanziaria si sono propagate all’economia reale.

labirinto italiaAppena le locomotive hanno rallentato, il nostro paese è sprofondato nel circolo vizioso a cui era destinato: meno traino del mercato mondiale -> meno produzione e meno posti di lavoro -> meno reddito disponibile -> contrazione del mercato interno -> meno produzione e così via.

Si poteva rompere quel circolo vizioso? Certamente sì, se ci fosse stato un governo in grado di comprendere la dinamica della crisi e disposto, sul piano politico, a intervenire per correggerla. Ma il centro-destra, liberista e affarista allo stesso tempo, non poteva che sommare i suoi danni a quelli della crisi e quindi accentuare ulteriormente il circolo vizioso.

Partiamo allora da qui. Ma senza nasconderci che, nel biennio che ha preceduto la crisi, il centro-sinistra al governo non ha avuto né la lungimiranza né la forza necessarie per adottare misure di contrasto adeguate. E, se non abbiamo paura delle verità spiacevoli, aggiungiamo che in una parte, non marginale, del suo gruppo dirigente non aveva neppure le carte in regola per farlo.

Sta di fatto che il governo dell’Unione (governo Prodi 2006-2008) nato debole e minacciato dalle compravendite, ha comunque lasciato che dilagasse una rivolta contro la linea economica del governo (e che la figura di Padoa-Schioppa fosse dileggiata) mentre l’attenzione della maggioranza era calamitata da questioni di principio e di schieramento. Ha così mancato di intervenire sulle condizioni di fondo, quelle che ci facevano crescere molto meno dei partner e che ci destinavano a un sicuro disastro al primo cambiar del vento.

Evidentemente l’Italia ha un problema di classe dirigente…

Direi di sì, anche se non penso si possano mettere sullo stesso piano le responsabilità del centro-destra guidato da Berlusconi e quelle del centro-sinistra (privo di una rotta, prima che di una guida).

Tuttavia è assolutamente necessario ripartire dall’analisi degli errori passati. Questo chiedono gli elettori: se siamo finiti nel baratro, dovete dirci come è potuto succedere.

 

FARE I CONTI CON L’EUROPA

crisi EuropaC’è anche da fare, perché è doveroso e urgente, un discorso serio sull’Europa, se è vero che la linea che sta prevalendo nella UE, che non è solo austerità, ma anche sopraffazione delle economie più forti nei confronti di quelle in ritardo, produce grossi danni.

Occorre cambiarla. Ma si devono anche avere chiari due punti:

–        il primo è che il cambiamento serve all’Italia e serve all’Europa perché recuperi un peso economico e torni ad essere un punto di riferimento politico, per i popoli che nei vari angoli del mondo anelano alla democrazia. Poteva essere tutto questo, nello spirito di Spinelli, dei padri fondatori, fino a Delors. Poteva andare in quella direzione anche l’unificazione tedesca, se la si legge in chiave europea e non di Grande Germania. Invece sta prevalendo il nazionalismo in Germania, ma non solo, nutrito dall’egoismo di classe (chiamiamo le cose col loro nome);

–        il secondo è che l’Italia ha poco peso in questa battaglia, in tutto e per tutto politica, per un diverso indirizzo economico e politico in Europa. E che ciò dipende in parte dalla debolezza della sinistra, che di quella battaglia è la protagonista su scala continentale, ma ancor più dal fatto che come Paese non pesiamo abbastanza a causa di quei vizi di fondo, tutti nostri, di cui abbiamo parlato all’inizio.

errori italiaA ben vedere siamo di fronte anche qui a un circolo vizioso.

La sinistra italiana non si dimostra capace di rimuovere gli ostacoli, sociali, economici, culturali, politici, che ci condannano al declino e resta quindi marginale nel quadro politico europeo, senza contribuire a volgerlo in un senso favorevole per le nostre prospettive di cambiamento e di ripresa.

Dovremmo avere imparato questa lezione dall’esperienza del governo Monti. Il sussiegoso professore, accolto con simpatia dalle élite conservatrici europee, non ha spostato di un millimetro la linea UE e, mediando tra una sinistra debole e incerta e una destra priva di senso dello Stato, non ha prodotto neanche un infinitesimo dei cambiamenti necessari per la ripresa.

ALLA RICERCA DI UNA VIA D’USCITA

riflettere sulla storiaSe non facciamo tesoro degli insegnamenti della storia recente siamo condannati a ripeterla, come sta avvenendo puntualmente con le larghe intese, che sono nate dall’incontro tra la debolezza della sinistra e il calcolo spregiudicato di una destra sempre meno libera dal condizionamento degli interessi economici (e giudiziari) del suo leader.

Ora abbiamo davanti una strada obbligata. Dobbiamo tracciare un percorso fatto di misure concrete, comprensibili per gli elettori, chiare nelle loro motivazioni e negli effetti attesi. Che non saranno, non potranno in nessun modo essere equamente distribuiti. Qualcuno pagherà di più, qualcun altro pagherà meno, altri avranno un guadagno immediato così da riequilibrare le sperequazioni subite: su questo non sono possibili né equilibrismi né illusionismi. L’importante è però che il gioco non sia a somma zero ma a somma positiva. Che modificando la distribuzione si faccia crescere la torta nell’assieme.

Significa ribaltare di 180 gradi il dogma liberista secondo cui l’aumento delle diseguaglianze fa crescere la torta per tutti. Non è così, fa solo i ricchi ancora più ricchi, a danno della collettività. Viceversa combattere le diseguaglianze non è solo socialmente preferibile (io direi doveroso) ma è economicamente più efficace.

Lotta alle disuguaglianze? La dovrebbe fare il governo Pd-Pdl?

dilemma PdIl Pd dovrebbe chiarire il suo percorso, dire cosa vuole fare e come. Per questo serve un congresso. Dopo si porrà il problema di cercare una maggioranza disposta a sostenere il percorso in questo Parlamento dando vita ad un Governo espressione di quella maggioranza. Altrimenti saranno gli elettori a decidere. Non vedo altre possibilità.

Di tempo se ne è perso fin troppo. Il Pd ha fatto una campagna elettorale basata sulla consegna del silenzio attorno alle proposte compiendo un errore colossale. Per due anni hanno discusso di formule politiche e alleanze, ma hanno perso di vista la concretezza dei problemi e delle soluzioni. Ora quell’errore non deve essere ripetuto.

C’è bisogno però di riscoprire anche il senso di fondo della scelta di campo di un partito che si colloca a sinistra. Non è una cosa complicata: basterebbe partire dalla riscoperta di quel tesoro comune che è la Costituzione, convincendosi, oltre che della sua validità, della sua attualità.

 

insegnamenti dalla costituzioneDALLA COSTITUZIONE AD UN PROGRAMMA DI GOVERNO

La Costituzione ha ancora qualcosa da dirci?

Altroché. La Costituzione ci parla di uguaglianza sostanziale, come promozione delle condizioni per lo sviluppo della persona e come diritto ad un lavoro dignitoso, per essere parte attiva nella società, e ad un’equa retribuzione. Ci parla della funzione sociale dell’impresa, della democrazia economica, del ruolo delle rappresentanze di interessi e delle condizioni, di democrazia e di libertà, su cui devono poggiare e a cui devono uniformarsi.

Uguaglianza, lavoro e diritti. Queste le basi, ma poi come si traducono in atti concreti?

Tutti gli studi, tutte le indagini, tutte le evidenze statistiche concordano nel dimostrare che la crisi non colpisce tutti i paesi in egual misura e che le risposte migliori vengono dai paesi che investono di più sulla qualità del lavoro, quindi sulla conoscenza, sui saperi incorporati nei servizi e nei prodotti. E i saperi di cui parlo non sono solo quelli attuali: mi riferisco anche alla capacità di valorizzare quelli che ci trasmette la storia. Ecco le nostre potenzialità, i nostri punti di forza su cui puntare: le particolarità del territorio, culturali e naturali, le “unicità”.

proposte di governoNon c’è dubbio che si dovrà partire dall’aggredire i nodi da cui siamo partiti. Lotta all’evasione (gli strumenti ci sono, manca un indirizzo politico univoco) ma anche modifica della struttura del prelievo fiscale per valorizzare il lavoro. Lotta agli sprechi, con interventi immediati (spending review sì, ma poi interventi concreti) e di più lungo respiro. Lotta alla corruzione e al degrado morale della vita pubblica (non solo costi della politica, ma anche conflitto di interessi, falso in bilancio, concussione, corruzione, codici etici e sanzioni, sistemi di valutazione).

Sulla questione “lavoro” si pone poi una condizione a monte. Non ci si può limitare a prendere atto del fatto che viviamo nel paese sviluppato con il mercato del lavoro meno inclusivo e più discriminatorio. Servono politiche di discriminazione positiva a favore di chi oggi è costretto ai margini: le donne, i giovani, i meridionali, gli over 50.

chiusura aziendeLavoro sì, ma le aziende stanno chiudendo a migliaia. Come si fa?

Infatti, non si può rinviare la ricostruzione di una politica industriale che abbia al centro: l’innovazione, da coniugare con la sostenibilità; la produzione di beni e servizi “non replicabili” legati alla storia e al territorio (prodotti di consumo, macchinari, ospitalità, beni culturali); il rilancio della domanda interna, per sostituire import, rilanciare i consumi (come l’edilizia abitativa sociale, attraverso riuso e riqualificazione, senza nuovo  cemento).

E poi: favorire la crescita dimensionale delle imprese e la cooperazione territoriale e in reti virtuali (per la patrimonializzazione, per l’accesso al credito); alleviare il rischio di impresa (con strumenti finanziari, microcredito, fondi rotativi, o con il ricorso a venture management); contrastare i monopoli e i cartelli nei settori con poca concorrenza (banche, energia, media,  utilities) e le corporazioni professionali; sostenere i giovani che avviano nuove imprese; sostenere le imprese in crisi oltre l’emergenza (riconversione) e anche, se inevitabile, per la ricollocazione dei dipendenti.

speranzaSembra un elenco troppo lungo, ma in realtà è incompleto. È solo un esempio di quali e quanti interventi si potrebbero compiere. Soluzioni semplici e ricette miracolose per problemi complessi non esistono. Il vero miracolo che andrebbe compiuto e che gli elettori si attendono è la corrispondenza tra le parole e i fatti e la possibilità di toccare con mano i risultati.

Chi si propone di governare deve credere innanzitutto nelle cose che propone e dare fiducia ai cittadini risvegliando la voglia di partecipazione e di protagonismo che oggi latita.

Se il PD vuole fare la sua parte deve svolgere il congresso e parlare di questi temi. Solo così si darà un senso al ritorno in campo della sinistra con una prospettiva vincente e convincente dopo decenni di neoliberismo imperante. Difficile? Non tanto: non mancano le idee, coltivate e confrontate nel corpo vivo della società. Manca la capacità di raccoglierle e fare sintesi, senza paura di affrontare le scelte necessarie.

(intervista a cura di Claudio Lombardi)

La grande crisi: tante diagnosi, poche ricette (di Salvatore Sinagra)

Nel 2008, a seguito del credit crunch il mondo intero o, almeno, il mondo progredito, è caduto nella più grande crisi che sia registrata dopo il ’29. Particolarmente gravi sono state le conseguenze nei paesi mediterranei dell’Unione Europea, Italia compresa, le cui economie erano già caratterizzate da squilibri di diversa tipologia e diversa intensità.

crisi2La crisi, nonostante le dichiarazioni rassicuranti di taluni politici (Berlusconi e Tremonti per primi) e nonostante il qualunquismo di molti, si è subito fatta sentire anche in Italia e ancor più dura è stata negli altri paesi mediterranei, Portogallo, Spagna, Grecia e Cipro. Paesi colpiti dalla crisi, ma non con gli stessi problemi di finanza pubblica ossia di debito dello stato e di deficit di bilancio.

A parte la Grecia, paese nella sostanza in default perché i debiti non sono stati pagati e si è dovuti ricorrere all’hair cut ossia al taglio di parte dei debiti, le situazioni di Italia, Portogallo e Spagna sono qualitativamente simili, e solo quantitativamente diverse. Il dato di fatto è che si tratta di paesi che si sono impegnati con la famigerata troika ad una veloce correzione dei conti che ha comportato drastici tagli alla spesa ed un contestuale aumento della pressione fiscale. Attenzione, però, a non ritenere che, senza i vincoli esterni, i paesi mediterranei oggi non avrebbero gran parte dei loro problemi. È un fatto che Spagna, Portogallo e Italia sono schiacciati tra l’incudine della necessità di rispondere ai mercati finanziari avvicinandosi velocemente al pareggio di bilancio e il martello dell’economia reale, che necessiterebbe di misure di stimolo quali investimenti pubblici ed il taglio delle tasse.

L’Italia ha, comunque una posizione particolare. Il suo problema è, come noto, l’elevatissimo debito pubblico, superiore al 100% del prodotto interno lordo dalla fine degli anni ottanta in poi e sempre in crescita con poche e brevi parentesi di diminuzione durante i governi di centro sinistra.

Di ricette abbozzate ne abbiamo lette e sentite molte, di soluzioni complete e credibili poche. Politici, economisti e giornalisti, solitamente grandi produttori di idee paiono brancolare nel buio.

E’ innegabile che non sia facile pensare a fermare la crescita del debito o, perlomeno, a mantenerlo stabile e impegnarsi sulla crescita dell’economia. In merito solo qualche riflessione.

Io partirei da due punti fermi: il primo è la necessità di azioni sinergiche tra l’Unione Europea ed i suoi membri; il secondo che paesi come l’Italia, che hanno accumulato enormi debiti nel corso degli anni, non possono pensare di ridurre i debiti solo a colpi di avanzi primari.cooperazione1

Quando immagino una gestione congiunta e coordinata della crisi da parte di Stati ed Unione non posso fare altro che pensare ad un’evoluzione federale dell’Unione ed ad una mutualizzazione di almeno una parte del debito pubblico. Penso ad almeno dieci o quindici paesi dell’area euro che convergono, nell’arco di alcuni anni, su un modello economico comune e che in politica estera parlano con una voce sola. Nel breve periodo sarebbe auspicabile che alla luce del fatto che gli Stati devono accollarsi l’austerità, l’Unione si faccia carico della crescita, e che con un budget accresciuto, finanzi investimenti per la crescita e un vero e proprio piano per l’inclusione sociale.

Chiaramente anche gli Stati devono fare la loro parte, cominciando con una vera e propria operazione di efficienza nel settore pubblico, ovvero impegnarsi per tagliare le spese senza pregiudicare la qualità dei servizi. L’esempio di tanti paesi del nord Europa dimostra che ciò è possibile.

Sarebbe, inoltre, opportuno che in paesi come l’Italia si pensasse ad interventi straordinari, miranti alla riduzione del debito pubblico, senza gravare (troppo) sul prodotto interno lordo e sulla crescita. Una patrimoniale una tantum, una riduzione delle riserve auree ed una vendita dei beni pubblici non necessari potrebbero essere le soluzioni per raggiungere questo obiettivo.

Infine pare ovvio che i paesi mediterranei, ma l’Italia in particolare, debbano condurre una lotta senza precedenti all’evasione fiscale ed alla corruzione; pare talmente ovvio che non si comprende bene per quale motivo si sia ancora così indietro su tali fronti. La lotta all’evasione fiscale ed alla corruzione non sono ricette per uscire dalla crisi, ma un prerequisito minimo ed essenziale per la tenuta di qualsiasi sistema economico e sociale.

Salvatore Sinagra

Monti torna a Bruxelles, ma con quali prospettive? (di Salvatore Sinagra)

Nonostante sia più facile e faccia più impressione condannare i vertici europei come comitati esecutivi degli interessi della finanza speculativa e lavarsene le mani in attesa di una palingenesi globale, la vita reale (anche delle persone comuni) è molto più condizionata dall’azione quotidiana dei governi e delle istituzioni europee di quanto si possa immaginare.

Così è necessario non perdere di vista ciò che accade a quel livello e non ignorare che la realtà è fatta di confronti e trattative fra posizioni diverse. Così il prossimo Consiglio Europeo, in preparazione da mesi, doveva essere il momento in cui si sarebbe posto il problema di passare ad una fase nuova delle politiche europee.

Per l’Italia Monti avrebbe voluto dire alla signora Merkel che, con manovre di lacrime e sangue la credibilità era stata recuperata a costo però di far cadere il paese in una profonda recessione e adesso occorreva cambiare marcia; avrebbe voluto dirle che la politica di sola austerità stava diventando un finanziamento occulto alla campagna elettorale dei populisti; avrebbe voluto dirle che il rigore per gli stati senza cambiamenti sostanziali (come per esempio l’Unione Bancaria) non può più funzionare.

Di fatto , finora, sono stati i “guardiani del rigore” a prendere tempo, a pretendere che prima di dare aiuto ai paesi in difficoltà questi ultimi si dimostrassero credibili, ad affermare che prima di tendere una mano a chi fa fatica si dovessero modificare i trattati. Questa volta sarà forse Monti a temporeggiare, magari anche lui tirerà in ballo i trattati,  la cui modifica è chiaramente necessaria, ma non può essere usata come scusa per rimandare decisioni relative alla vigilanza bancaria che poco hanno a che vedere con “problemi costituzionali” o per indugiare su eventuali misure d’urgenza a favore dei paesi in difficoltà.

Purtroppo la situazione che si è creata in Italia darà la possibilità alla signora Merkel di dire a Monti che aspetterà con pazienza che il Parlamento italiano ritorni a proporre qualcosa (e intanto è inteso non prenderà alcun impegno). D’altra parte è troppo facile per la Merkel e per tutti i partigiani del rigore assoluto dire che suscita molti dubbi la svolta dell’Italia con un governo di fatto dimissionario e con dubbi personaggi che si ripresentano in pista urlando che “se ne fregano dello spread”. Certo la signora dimenticherà di dire che anche lei, come Berlusconi, ha sempre messo le sue scadenze elettorali davanti alla necessità di rispondere alla crisi, ma Monti e l’Italia non avranno l’autorevolezza per fare una gara di responsabilità con la “cancelliera”.

La mia forse è fantapolitica e sabato mattina sapremo ben poco di come è andata, perché purtroppo, i lavori del consiglio a differenza di quelli del Parlamento europeo non sono pubblici, però una cosa è evidente: Monti a giugno è stato considerato il vincitore assoluto del vertice, questa volta realisticamente non potrà essere così e questo è rischioso per l’Italia.

Nel concreto, il Parlamento europeo negli ultimi giorni ha incalzato il Consiglio chiedendo che la supervisione bancaria unica si applicasse non solo ai grandi istituti, ma all’intero sistema bancario. In Consiglio sicuramente si scateneranno le resistenze di Germania, Gran Bretagna e Svezia e un’Italia rappresentata da un governo nel pieno della sua autorevolezza avrebbe potuto ottenere risultati reali. Sarebbe dovuta essere un’Italia magari già in campagna elettorale, ma con le idee ben chiare nei principali partiti su cosa occorre fare in Europa. La situazione che si è creata, invece, con l’antieuropeismo che si propaga è quella più dannosa per noi e per un cambiamento delle politiche europee. Bisogna rendersi conto che la vigilanza bancaria europea non è un dettaglio di poco conto e il mio timore è che i falchi del rigore prenderanno il pretesto della campagna elettorale italiana per rinviare ancora la decisione sull’Unione Bancaria. Quindi non resta altro che aspettare e sperare di aver totalmente sbagliato le previsioni e che i capi di Stato e di governo riuniti decidano finalmente di non fare propaganda ma politica.

Salvatore Sinagra

Quattro chiacchiere con la troika (di Salvatore Sinagra)

Ormai quando si parla di Grecia si parla di Troika: dei suoi ispettori, dei tagli che ha imposto, dei suoi dubbi, ma cos’è la Troika? Cos’è questo ritrovato del governo del mondo che terrorizza ormai tutti i politici ed i cittadini dei paesi mediterranei? E’ un gruppo di tre istituzioni – Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale – che dovrebbero aiutare la Grecia ad uscire dalla crisi; è un insieme di istituzioni e le istituzioni sono fatte di persone, quindi fare due chiacchiere con la Troika significa parlare con qualche uomo o (o con una delle poche donne) della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea o del Fondo Monetario Internazionale e a me è capitato di scambiare qualche battuta ad un convegno con Lorenzo Bini Smaghi, che è stato membro del board della BCE fino al novembre 2011.

L’economista italiano ha spiegato diffusamente quali sono, a suo parere, le ragioni della crisi della Grecia e degli altri paesi mediterranei dell’Unione Europea, sostenendo che non ha senso parlare di speculazione e che i politici ed i cittadini degli Stati in difficoltà hanno grossissime responsabilità, ha fatto riferimento ad interventi che sono stati per lungo tempo rinviati ed alla “cattiva politica”, che fiancheggiata dal mondo dell’informazione, ha dato un’immagine distorta della realtà. Infine, incalzato dalle domande della platea ha riconosciuto che vi è stato un eccesso di deregulation con riguardo alla finanza e che, anche per questo, oggi c’è un eccesso di debito ed è tornato a ripetere che, se la finanza è senza regole, la colpa è dei governi.

I ragionamenti di Bini Smaghi mi possono stare bene, ma in parte: è vero che con riguardo alla, secondo me, tragica situazione della Grecia e alla non confortante situazione di altri paesi tra cui il nostro hanno responsabilità gravissime i politici nazionali, che hanno raccontato ai loro cittadini una nazione diversa da quella reale; è altrettanto vero che il calcolo elettorale di alcuni leader dei paesi forti dell’area euro, gli indugi delle istituzioni dell’Unione Europea e la totale inconsistenza della governance globale hanno concorso a questo disastro. Ma è lecito chiedersi dov’era la troika quando il governo greco taroccava i bilanci, quando politici di rango ministeriale spagnoli dicevano che era imminente il sorpasso all’Italia e quando politici di rango ministeriale italiani dicevano che l’Italia, pur non essendo mai entrata in crisi, ne sarebbe uscita più forte degli altri paesi?

Pur riconoscendo che molte cose sulla sponda nord del mediterraneo devono cambiare, avevo decine di domande per Bini Smaghi ma per questioni di tempo mi sono fermato solo ad un paio di quesiti: gli ho chiesto, dando per scontato che uno Stato non può fare ogni anno un deficit del 10% del Pil, se forse in Grecia sono stati scelti tagli sbagliati e se, visto che i tagli hanno avuto effetti negativi sul Pil in misura più che doppia rispetto  a quanto stimato dagli esperti del Fondo Monetario Internazionale, non fosse il caso che il suo capo economista Olivier Blanchard  si dimettesse.  Entrambe le risposte di Bini Smaghi mi hanno fatto riflettere non poco.

Con riguardo ai tagli fatti male l’economista italiano non ha esitato ad affermare che il problema della Grecia è che, con la crisi, il governo si è accanito solamente sulle fasce più deboli e su coloro che già partecipavano al finanziamento della spesa pubblica; nulla ha fatto, invece, per colpire i più abbienti e gli evasori. È emblematico che ad oggi in Grecia non esista un catasto funzionante e che il governo non riesca ancora a capire a quanto ammonti il patrimonio degli armatori greci.

Alla seconda domanda mi ha risposto dicendo che Blanchard è un bravo economista, che le previsioni si possono sbagliare e le sue si sono rivelate sbagliate perché si è affidato all’esperienza del passato per fare previsioni future; ha infine detto che a suo avviso non ci sono ragioni per chiedere le dimissioni di Blanchard.

I dettagli citati nella prima risposta confermano in modo amaro la  convinzione che io e Bini Smaghi condividiamo: i governi nazionali dei paesi in crisi hanno grossissime responsabilità, i paesi mediterranei sono finiti in una delle situazioni più gravi della loro storia anche per la mancanza di rigore, per l’iniquità e per l’impresentabilità dei loro politici, che oggi si connota per la pretesa di perseguire il rigore senza un  minimo di equità. Insomma  molte politiche sbagliate che ci hanno portato sull’orlo del baratro continuano ad essere imperanti. La seconda risposta, quella su cui io e Bini Smaghi ci dividiamo, mi ha lasciato veramente perplesso, non capisco come un’organizzazione come il Fondo Monetario Internazionale possa sbagliare in modo grossolano (almeno sotto il punto di vista strettamente numerico) le sue previsioni e nessuno pensi sia opportuno farsi da parte; mi chiedo con quale autorità le istituzioni internazionali possano continuare  a chiedere il rigore, che pure è necessario, quando si scopre che chi sbaglia in casa loro non viene punito.

E’ chiaro che prevedere gli effetti sul Pil di una manovra, soprattutto in un periodo così tribolato, non è semplice come far girare un cacciavite, contabilizzare un incasso  o come scrivere un articolo sulla crisi e che la buona fede si presume fino a prova contraria anche per gli esperti del fondo monetario internazionale. È altrettanto vero, però, che nella complessità della realtà e della crisi attuale, non possiamo accontentarci dell’assicurazione che si faccia SOLO tutto ciò che l’esperienza passata insegna. Oggi dobbiamo pretendere che la classe dirigente (tecnici inclusi) si sforzi di interpretare il presente e tracciare una rotta per il futuro.

Quindi, come succede per chi si sottopone al giudizio degli elettori e, se ha sbagliato, non viene rieletto così deve assumersi le sue responsabilità chi ricopre ruoli dirigenziali in un’istituzione cruciale come il Fondo Monetario Internazionale. E non bisogna fermarsi alle responsabilità personali perché la crisi è anche il momento per verificare gli strumenti della governance globale a partire dal Fondo Monetario Internazionale e da tutti gli organismi di controllo (comprese le agenzie di rating).

Salvatore Sinagra

E se non bastasse regolamentare la finanza? (di Salvatore Sinagra)

Da qualche tempo a Bruxelles non si fa altro che parlare di regolamentazione della finanza, si parla di vigilanza europea del settore bancario (la così detta Unione Bancaria), di segregazione dell’attività di banca di deposito dall’attività di speculazione, si parla Tobin tax, si spera si torni presto a parlare di agenzie di rating; tutti provvedimenti che se ben fatti potrebbero dare un grande contributo e probabilmente anche se varati con qualche aspetto da limare potrebbero dare un segnale ai mercati, eppure bisogna chiedersi se basta regolare la finanza per guarire un’economia malata.

Dice l’ecologista ed ex leader del maggio francese Cohn Bendit la crisi attuale è economica, finanziaria ed ecologica, dice l’economista liberista Zingales non tutta la finanza è marcia e non tutta l’industria è sana, però General Motors che non è una banca a lungo è stata una delle imprese peggio gestite al mondo. La considerazione che non solo la finanza, ma tutta l’economia necessita di nuove regole unisce quindi esponenti di primissimo rilievo del mondo politico e accademico anche se con posizioni politiche distanti e inconciliabili.

E’ tempo di chiedersi se l’Unione Europea possa ancora tollerare (o meglio se è stato giusto tollerare) fabbriche che inquinano come l’Ilva, governi dell’Europa mediterranea come di qualche paese dell’est che hanno deciso di convivere con la corruzione e con la criminalità o il fenomeno delle morti bianche.

Forse non solo nel mondo della finanza è opportuno ritornare a chiamare gli imbroglioni con il loro nome e non furbi. Inoltre le riforme necessarie non si limitano alla repressione dei reati.

Forse l’Unione Europea ha sbagliato a non spingere verso l’armonizzazione delle imposte dirette e a non condannare senza se e senza ma sia i singoli, sia le istituzioni che hanno tollerato l’evasione fiscale, il risultato è stato una profonda distorsione del mercato interno. Si è cercato di impedire difformità sulle accise sull’alcool di mezzo punto percentuale  e si sono tollerate differenze di venti punti sull’imposta sul reddito delle società, che di certo caratterizza un sistema fiscale più di un’accisa. Questo avevo concluso cinque anni fa, quando nessuno pensava alla Grecia e allo spread e stavo scrivendo la mia tesi di laurea sui sistemi  dei paesi dell’Europa orientale; a questo ho ripensato quando ho letto dei tanti greci che stanno portando le loro imprese in Bulgaria, ove gli utili sono tassati al 12%.

Mi colpisce poi il fatto che si parla molto di Tobin tax, ma a nessuno sia venuto in mente di ragionare sulle ampie esenzioni che godono in taluni stati membri le plusvalenze su titoli, partecipazioni e immobili e sul trattamento forse troppo favorevole dei redditi di capitale.

Il vero tema è che le imposte dirette incidono notevolmente sulle politiche redistributive e sociali degli stati membri, e fissare il numero degli scaglioni dell’imposta sui redditi delle persone fisiche è una scelta molto più politica dell’aliquota Iva, però se si vuole un mercato unico equo e competitivo i governi devono accettare di condividere anche le leve puramente politiche. Devono capire che l’economia non è solo finanza e che l’Europa non è solo economia.

Salvatore Sinagra

Il voto greco e la via d’uscita dalla crisi (di Claudio Lombardi)

I risultati delle elezioni in Grecia fanno tirare un sospiro di sollievo non tanto perché si sia risolto qualcosa – la situazione è esattamente la stessa della settimana scorsa – ma perché permettono di esigere una svolta nelle politiche europee con la consapevolezza che è stato rinviato il momento della disgregazione dell’Europa, non cancellato.

Mai come adesso le condizioni di vita di ogni cittadino europeo sono determinate dalle decisioni e dalle strategie politiche di chi detiene la leadership nei vari paesi. Ormai sono tanti ad attendere gli incontri dei capi di stato e di governo o a seguire i tassi di interesse dei titoli pubblici perché hanno capito che le conseguenze ricadranno direttamente su di loro.

Un punto fermo è che la caduta di fiducia nella moneta unica non supera, per ora, la paura del salto nel vuoto del ritorno alle monete nazionali. Per quanto si imprechi contro l’euro, per quanto ci si rifiuti di comprendere che sono state le scelte politiche conseguenti all’euro a portare alla situazione attuale, si intuisce che il ritorno alla lira o alla dracma o alla peseta sarebbe pagato a carissimo prezzo dalla gente comune. Questo è il significato più evidente del voto greco.

Per esemplificare un modo di procedere che va radicalmente cambiato aiuta un articolo di Luigi Zingales sul Sole 24ore di qualche giorno fa sull’aiuto concesso per salvare le banche spagnole.

Questo tipo di aiuto, secondo Zingales, è sbagliato perché “invece di assicurare i depositi e introdurre una procedura europea di amministrazione controllata delle banche in crisi che liquidasse le banche inefficienti, si è preferito firmare un assegno in bianco alla Spagna, che si trova così libera di coprire coi soldi europei gli errori delle sue banche.”

Zingales ricorda il controllo da parte dei politici delle casse di risparmio locali (dalle quali si è formata Bankia) in Spagna e i prestiti che “venivano fatti solo per amicizia”.

La scelta di diventare banche così grandi da assicurarsi un supporto politico fu strategica e lo dimostrò la presenza nei consigli di amministrazione di politici messi lì a garanzia dell’aiuto statale in caso di bisogno. I buchi aperti dalle casse di risparmio locali si sono trasmessi a Bankia e così si è arrivati ai 100 miliardi di euro del salvataggio europeo.

“Quella stessa Europa che non ha (o non vuole dare) i soldi per nessuna iniziativa di sviluppo, quella stessa Europa che (giustamente) richiama all’austerità fiscale i governi di tutta Europa, sembra avere risorse illimitate per salvare le banche.” Aggravando, per di più, i debiti pubblici dei paesi che vi contribuiscono.

Esisteva un’alternativa? Sì, afferma Zingales, “si poteva approvare un’assicurazione europea sui depositi, con un’appropriata procedura di amministrazione controllata per le banche in crisi. In questo caso si evitava la fuga dei depositi, ma non si lasciavano sopravvivere delle banche “zombie”. Soprattutto non si ricompensava (pagando interamente) chi aveva fatto del credito alle banche, senza valutarne le condizioni di rischio.”

Zingales ipotizza anche un ulteriore intervento: uno sconto,  a carico dei fondi europei, sui mutui immobiliari. In questo modo si sarebbero ridotti i crediti in sofferenza delle banche, ma anche i debitori in sofferenza, rimettendo in moto i consumi e dando un po’ di speranza agli spagnoli.
“Qualcuno potrebbe obiettare che in questo modo si ricompensano gli spagnoli che hanno comprato le case a dei prezzi assurdi. È vero, ma loro sono vittime della bolla immobiliare ben più delle banche.” In sostanza salvando le banche e non aiutando i singoli individui si confermano “i peggiori pregiudizi della gente che ci sia un’Europa delle banche con diritti diversi dell’Europa della gente.”

In sostanza Zingales propone una via d’uscita politica a livello europeo alla crisi della maggiore banca spagnola dopo un ragionamento nel quale compaiono tutti gli ingredienti della crisi: dissesto dei bilanci pubblici; scarico dei costi sulla fiscalità generale che grava sulla massa dei contribuenti a reddito fisso ben più che sulle grandi ricchezze; mancanza di una politica comune che governi l’Europa; scelte in emergenza capaci di dirottare risorse pubbliche destinate a soggetti privati svincolati da qualsiasi obbligo di utilizzo per risolvere i problemi degli istituti di credito e non per costruire sviluppo.

L’esempio della Grecia dimostra che questi ingredienti producono crisi. La via d’uscita è una Europa federale da fissare come obiettivo e da costruire iniziando subito ad avere politiche fiscali comuni e una banca centrale vera che possa stampare moneta nella misura necessaria a raggiungere gli obiettivi di sviluppo e di stabilità dell’Europa.

Non sarà facile, ma l’alternativa è la disgregazione

Claudio Lombardi

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