Nazionalpopulismo contro democrazia/2

Pubblichiamo la seconda parte della conferenza di Claudio Martelli “La resistibile ascesa del nazionalpopulismo” tenuta a Milano il 20 giugno.

Crisi della democrazia e dell’Occidente

“Quella che mi piace chiamare “la costituzione dell’occidente” è un’esperienza storica tutto sommato recente persino là dove si è formata e cioè nel Regno Unito, in America e in Francia. Ancor più recente è stata da parte di paesi come l’Italia, la Germania, il Giappone, la Spagna, il Portogallo, la Grecia l’acquisizione di quell’insieme di principi, di regole, di comportamenti in cui consiste una democrazia liberale. E non di rado l’acquisizione è avvenuta dopo sconfitte militari e sanguinose guerre civili.

Eppure, in tutto l’occidente la democrazia occidentale era diventata un sentire comune, era diventata popolare e in essa riponevano fiducia governi e opposizioni insieme con la più larga opinione pubblica. Oggi invece assistiamo alla crisi delle forze di destra, di centro e di sinistra che l’avevano sostenuta, che si erano cioè identificate con la democrazia e il libero mercato, con lo stato di diritto e con lo stato sociale comunque declinati.

Attenzione: a essere sotto schiaffo non è la democrazia genericamente intesa, piuttosto quel sistema di libertà individuali per tutelare le quali la democrazia è stata impiantata e senza le quali la democrazia diventa un simulacro, peggio, un’ipocrita messinscena.

Torna d’attualità un vecchio monito di Amartya Sen: la democrazia non si può ridurre al voto a maggioranza. Certo, un criterio per deliberare, cioè per decidere liberamente, è necessario e la prevalenza di chi ottiene la maggioranza sembra essere il criterio migliore. Eppure, proprio le “democrature” e i dittatori che si fregiano di votazioni quasi unanimi a loro favore avrebbero dovuto metterci in guardia. Il voto è democratico se conclude un processo democratico di formazione della volontà popolare, se cioè, come diceva Amartya Sen, esistono degli spazi pubblici, liberi e aperti di discussione, di confronto, di dialogo. Spazi che non esistono nelle democrazie autoritarie o democrature. Spazi che si restringono dove il potere esecutivo prevarica sugli altri poteri separati e indipendenti come quello giudiziario, quello economico, quello dell’informazione. Spazi inquinati dove prevalgono corruzione e clientele, dove le minoranze sono discriminate e la libertà di informazione e di espressione è limitata o minacciata o sotterrata sotto un diluvio di fake news pilotate da qualcuno.

Ma in fondo questi potrebbero essere mali emendabili, quasi a conferma del noto aforisma di Winston Churchill, “la democrazia è la peggior forma di governo possibile, ad eccezione di tutte le altre”. Anche di altri pericoli che insidiano le libere democrazie si discute da sempre. Mi riferisco a quei processi degenerativi delle democrazie antiche studiati e catalogati da Aristotele, il primo scienziato politico della nostra storia. Le preferenze di Aristotele andavano naturalmente ai regimi aristocratici, eppure non esitò a indagare e descrivere come il governo dei migliori potesse tramutare e degenerare nel governo dei pochi, in oligarchie inamovibili, accaparratrici e sopraffattrici. Parimenti lo stagirita descrisse la degenerazione della democrazia in demagogia. Che cos’è la demagogia dovremmo averlo imparato a scuola, ma forse le scuole di oggi non lo insegnano più. Grosso modo le definizioni correnti descrivono la demagogia come un comportamento politico che attraverso promesse false e ingannevoli ma gradite al popolo mira a conquistare o conservare il potere. Aristotele, che non di rado confonde volutamente democrazia e demagogia, identificava entrambe come governo dispotico dei poveri, delle classi inferiori fomentate e irretite da tribuni che Aristotele chiamava “adulatori del popolo”.

Tanto ci serve per catapultarci nel presente un po’ più avveduti, accorti quanto basta per capire che la democrazia è non solo imperfetta ma anche costantemente insidiata tanto dalle oligarchie quanto da moltitudini guidate dai demagoghi che ne sfruttano il risentimento per conquistare il potere.

Sostituiamo alle antiche oligarchie dei possidenti le tecnocrazie attuali e ai demagoghi del tempo andato i moderni populisti ed ecco dalle nebbie del passato emergere i contorni dell’attualità politica.

Il titolo di questo primo incontro parla di enigma della sovranità. Intendo sovranità al plurale cioè come sovranità del popolo e sovranità della nazione.

Da una parte condividiamo il risentimento del popolo per essere stato espropriato, depredato di una parte del suo reddito e di non riuscire a ripartire. Dall’altra constatiamo la dichiarata impossibilità della nazione di agire e porvi rimedio decidendo politiche efficaci.

E’ questo connubio tra sofferenza e impotenza che ha unito il popolo e la nazione nella contestazione di quel potere o di quei poteri sovranazionali giudicati responsabili del suo impoverimento. Non potendo agire direttamente contro la globalizzazione, gli strali sono stati puntati contro l’Unione europea. Ma a farne le spese per prime sono state le élites politiche domestiche accusate di soggezione allo straniero cioè a Berlino e a Bruxelles. Governanti banchieri imprenditori, il cosiddetto establishment. E in questo impasto limaccioso è dalla sua narrazione faziosa che ha tratto origine la resistibile ascesa del nazionalpopulismo.

Della sua versione italiana parleremo nei prossimi incontri. Adesso mi preme affrontare la dimensione internazionale anzi mondiale del fenomeno di cui parliamo.

Partiamo dai fatti: il nazionalpopulismo si sta espandendo in tutto il mondo. Leader e partiti che si richiamano più o meno a un’ispirazione simile sono al governo negli Stati Uniti, la nazione più potente del mondo, ma anche in Italia, in Austria, in Polonia, Ungheria e in buona parte dell’Europa dell’est. In Francia i nazionalisti alla Le Pen sono arrivati al ballottaggio presidenziale anche nelle ultime elezioni. Insieme ai populisti di sinistra di Mélenchon hanno ottenuto al primo turno il 49 per cento dei suffragi. Solo il sistema presidenziale, la novità di Macron e le loro divisioni hanno impedito che uniti trionfassero.

Nel Regno Unito il partito indipendentista ha condizionato il partito conservatore e con lo sciagurato referendum indetto da Cameron ha portato il Regno Unito fuori dall’Unione europea. Anche in Germania l’AfD con il suo risultato a due cifre influenza la politica nazionale e in particolare la Csu, l’ala bavarese della dc tedesca che si contrappone alla cancelliera alleata, Angela Merkel e ne paralizza l’azione. Il nazionalpopulismo si è fatto strada anche in Asia. In Indonesia e in Thailandia, dove l’alternanza al potere è spesso scandita da insurrezioni violente e repressioni ancor più violente, le formazioni populiste hanno più volte ottenuto la maggioranza.

Nazionalpopulisti di credo socialista sono al potere nel Venezuela di Chávez e di Maduro e nella Bolivia di Evo Morales. Lo sono stati a lungo in Argentina dove oggi guidano la principale forza di opposizione. Del resto sono stati proprio Perón e il peronismo con i loro descamisados a rimettere in circolo alla metà del ‘900 il marchio apparso per la prima volta in Russia nella seconda metà dell’800.”

Fine seconda parte/segue

Nazionalpopulismo contro democrazia/1

Pubblichiamo la prima parte della conferenza di Claudio Martelli “La resistibile ascesa del nazionalpopulismo” tenuta a Milano il 20 giugno.

Uno sguardo sul mondo: crisi e insicurezza

La democrazia liberale è in ritirata in tutto il mondo. La lunga fase in cui un numero sempre più grande di nazioni si dava costituzioni e istituzioni democratiche, si esercitava in libere elezioni e costruiva uno stato di diritto sembra esaurita. Peggio, nazioni che avevano intrapreso quella strada rallentano o addirittura invertono quel percorso e scelgono o subiscono ritorni autoritari.

E’ il caso di una nazione come la Turchia di Erdogan ieri sulla soglia dell’Europa e che dal tentato golpe del 2016 ha tratto la giustificazione per un’impressionante repressione della vita democratica, dei diritti civili, della libertà di espressione e d’informazione.

E’ il caso della Russia di Putin. La più grande di tutte le nazioni è diventata esempio di quella specie di crasi tra democrazia e dittatura battezzata “democratura”. Tuttora alle prese con serissimi problemi di arretratezza economica (il Pil russo è inferiore a quello italiano eppure la Russia – seconda potenza militare del pianeta – è trenta volte più estesa dell’Italia), Putin ha riconquistato con la forza molte delle posizioni perdute dopo la caduta dell’impero sovietico. Nessuno minaccia il Cremlino eppure le libertà economiche sono garantite solo agli oligarchi fedeli al regime, gli oppositori sono in libertà condizionata, l’informazione è di regime o viene spenta, i diritti individuali e le minoranze sono sottoposti agli arbitri della polizia.

Interi continenti sono tuttora sottoposti a regimi totalitari, dittature militari, teocrazie. La Cina, la più popolosa di tutte le nazioni, ha segnato uno spettacolare avanzamento economico e tecnologico attraverso l’impensabile connubio tra il ferreo controllo del Partito comunista sullo stato e un sistema produttivo turbo-capitalistico incurante dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente. Per non dire delle libertà politiche e civili: la vigilanza è così occhiuta da profittare delle più moderne tecnologie per estendersi anche alla vita privata dei cittadini.

L’India, la più popolosa delle democrazie, conosce anch’essa insieme a un impetuoso sviluppo economico una fase di preoccupante restringimento delle libertà religiose e civili a scapito di mussulmani e cristiani.

Nel mondo mussulmano, con pochissime eccezioni, dopo gli abbagli e le illusioni delle primavere arabe siamo tornati alle dittature tradizionali militari e non, siano esse l’unica alternativa disponibile al caos dell’islamismo radicale e terrorista o complici dei suoi misfatti.

Ma c’è un altro aspetto che ci inquieta più di ogni altro. La crisi della democrazia è così vasta e profonda da aver intaccato e contagiato persino le nazioni che l’hanno reinventata e praticata nell’epoca moderna. La realtà e i valori di quella comunità di stati che erano propri dell’occidente sono contestati, erosi, persino derisi.

La crisi della democrazia coincide con la crisi dell’occidente, la crisi dei valori coincide con una perdita d’influenza e di potenza e con una divisione impressionante dell’occidente. L’Unione europea è stata ferita dalla scelta del popolo britannico di abbandonarla. Il popolo americano ha eletto un presidente – a parte ogni altra considerazione – ostile all’Europa, determinato a farle pagare le spese della difesa e a correggere coi dazi e il protezionismo il vantaggio commerciale dell’Unione. Presidente da solo due anni, Trump ha già fatto saltare molti accordi transnazionali, ha stracciato trattati, ha sabotato il vertice dei capi di stato occidentali. La sua furia mira a sprigionare tutta la forza di un’America libera da vincoli, legami, obblighi internazionali. E’ questo quello che significa America first: un gigante anarchico che discute solo a tu per tu agitando la clava.

L’Europa che ha costruito la sua unità all’ombra di un’America protettiva verso i suoi alleati è spaesata, smarrita. Le parole di Angela Merkel sulle scelte di Trump – “L’Europa deve scegliere il suo destino” – sono un invito pressante alla riflessione e al coraggio ma anche la mesta presa d’atto di una rottura storica dalle conseguenze incalcolabili.

Cosa ha reso possibile questa deriva?”

Fine prima parte/segue

Il governo della paura

La paura è una reazione naturale di fronte ad una situazione di pericolo. Lo è anche verso ciò che non si conosce, non si capisce o si pensa di non poter controllare. Chi ha un ruolo di guida, però, dovrebbe dominare la paura e trasformarla in lucida analisi della realtà e in azioni razionali. Proprio quello che Lega e 5 Stelle non fanno. Il governo della paura non è una trovata propagandistica, ma una definizione che corrisponde alla realtà.

Salvini per anni si è fatto conoscere per la sua aggressività, per la volgarità, per la superficialità rozza con la quale ha affrontato qualsiasi problema politico e sociale. Le sue maniere rudi parlavano ad un elettorato che vi si rispecchiava. Invece di mostrarsi in grado di gestire la complessità Salvini raccontava agli italiani che le questioni si dovevano affrontare con le maniere forti. Ora che la Lega è accreditata di un’enorme crescita di consensi si capisce che molti italiani confidano sul serio in una politica manesca e ignorante. Sicuramente sono stati delusi dalle esperienze passate. Tuttavia il paradosso è che ognuno lo fa dal suo punto di vista convinto che il suo riferimento politico – Salvini – lo faccia suo, ma ignorando che in realtà l’atteggiamento da bullo nasconde un’indeterminatezza di scelte che prima o poi verrà fuori. La Lega presalviniana ha dato una discreta prova nel governo di comuni e regioni, ma giungere con Salvini a dominare la politica nazionale sembra decisamente andare oltre le sue possibilità.

Per questo motivo l’esasperazione dei toni che ha caratterizzato questi due mesi del Salvini egemone sul governo è pericolosa: eccita gli animi della gente e crea il terreno favorevole a violenti, idioti e disagiati mentali per uscire allo scoperto e compiere le azioni che corrispondono al loro livello intellettuale (maltrattare una persona di colore, fare il tiro al bersaglio su un operaio, insultare, aggredire); nello stesso tempo crea problemi all’Italia sul piano internazionale. Al suo attivo Salvini vanta un paio di navi dirottate in porti spagnoli, ma il Consiglio Europeo di un mese fa ha dato uno schiaffo in faccia all’Italia.

Considerazioni analoghe si possono fare per il M5S. In questo caso non ci sono le esibizioni manesche, ma una rabbia ben coltivata da anni di campagne scandalistiche e diffamatorie. Anch’esse hanno proposto soluzioni semplici a problemi complessi, ma puntando sul sospetto e sull’utopia. Sospetto verso tutti quelli indicati come casta di parassiti sulle spalle del popolo. Utopia che è possibile realizzare a condizione di espellere dalla vita pubblica tutta la gente che c’era prima dell’avvento dei 5 stelle.

Come osserva Marco Ruffolo in un recente articolo su Repubblica dietro la concreta azione di governo del M5S sembra esserci l’idea semplificatrice di un potere che automaticamente consente di raggiungere i risultati desiderati purchè sia eliminato tutto ciò che si frappone tra governo e popolo (lobbies, partiti, mercati ecc).

Ciò significa che il successo dell’azione di governo dipende più dal grado di volontà politica nel fare le cose che dalla capacità di superare difficoltà strutturali, di sporcarsi le mani nella dura amministrazione. Con questa impostazione le proposte fondamentali che il M5S ha messo nel suo programma assumono quasi un potere taumaturgico. Reddito di cittadinanza, abolizione dei vecchi vitalizi (quelli nuovi sono stati aboliti nel 2012), taglio delle “pensioni d’oro”, vincoli ai contratti a termine, ripudio degli accordi sul libero scambio commerciale, blocco della vendita di Alitalia, rimessa in discussione della gara per l’Ilva e della Tav. Tutte scorciatoie presentate come risolutive, ma tutte poggiate su un forte incremento di spesa pubblica corrente che si traduce in un rinnovato intervento dello Stato che offre assistenzialismo invece di politiche di sviluppo.

Una semplificazione di vecchia data per i 5 stelle che naturalmente si è scontrata con i vincoli di bilancio europei. Messa da parte per ora l’idea grillina di indire un referendum per l’uscita dall’euro (ma riproposta da Beppe Grillo) Di Maio si barcamena tra minacce e annunci solenni che si traducono nella conquista di posti in cariche di nomina governativa.

Il governo del cambiamento lo sta sicuramente realizzando con la spartizione di ogni genere di poltrona piazzando gente di fiducia negli incarichi di responsabilità senza fare mistero di aspettarsi da tutti collaborazione per la realizzazione del programma di governo senza più distinzione di ruoli e di funzioni.

I 5 stelle non sono cambiati. Vivono il mercato cioè la concorrenza e gli scambi commerciali come il regno delle multinazionali sede di tutti i mali. La loro visione del mondo è sempre improntata al complottismo, molto consolatorio per quelli che non vogliono o non sanno comprendere la realtà con tutte le approssimazioni, le ingiustizie e i compromessi che caratterizzano la storia dell’umanità. Un complottismo che rivela una grande paura del mondo. I 5 stelle al governo stanno fermi su posizioni difensive e punitive dando l’impressione di un grande attivismo.

Soltanto con questa mentalità immatura e rozza, si può comprendere un ministro del lavoro e vice Presidente del Consiglio che denuncia un complotto per una relazione tecnica (tecnica appunto ed obbligatoria) ad un disegno di legge del governo. Di Maio ci mette di suo un’abilità teatrale nel recitare la parte dell’irreprensibile che sorride, ma può anche minacciare. Come ha fatto al congresso della Coldiretti a proposito del Ceta annunciando la cacciata dei funzionari governativi che conducono la trattativa (per dovere di ufficio) e l’immediato voto contrario del M5S per rigettare l’Accordo. Poi è intervenuta la Lega (e la Confindustria e le categorie produttive) i toni sono calati e la questione è stata accantonata. Anche perché il Ceta non arriverà in Parlamento tanto presto. Ma Di Maio ha fatto la sua recita da bravo interprete di idee elaborate da altri

Claudio Lombardi

Elezioni: la secessione degli italiani

La domanda è: cos’è accaduto alle elezioni domenica 4 marzo? Forse il termine più appropriato è secessione. Una gigantesca secessione di parti cospicue del corpo sociale dallo Stato e dalla classe dirigente riformista che si era assunta l’onere di guidare il Paese fuori dalla crisi che il berlusconismo non era stato in grado di affrontare.

Oltre il 55% degli italiani (senza contare gli astenuti) hanno scelto forze antisistema per esprimere una secessione da ogni progetto politico che avesse al suo centro l’Europa, i diritti civili, il rigore finanziario, la cultura, la difesa del patrimonio artistico e ambientale e l’inclusione sociale. Di fronte alla scelta tra futuro e rabbia/paura la maggioranza degli italiani ha scelto questa seconda via che però Lega, FdI e M5S declinano in maniera diversa.
Ci sono due secessioni: quella del nord e quella del sud che vanno lette con lenti diverse.

Quella del sud va interpretata confrontando Pil e distribuzione del voto. Nel sud più è basso il primo più i voti si orientano in direzione dei 5S: la secessione qui dunque affonda le sue radici nel progressivo approfondirsi della “questione meridionale” che né i governi locali di centro sinistra, né i governi nazionali di Renzi e di Gentiloni hanno saputo affrontare facendone uno dei problemi centrali della ripresa economica. Ciò non significa che in questi territori non sia accaduto nulla, perché molte zone del Meridione si sono agganciate alla ripresa e stanno crescendo anche se non come il resto dell’Italia. Ma la ricaduta sociale è stata inferiore e poco percepita perché si è scontrata con tare storiche del sud, la prima delle quali è costituita da un’amministrazione pubblica inefficiente, combinata con una classe politica totalmente inadeguata: clientelismo e cacicchi (basta guardare Emiliano per capirlo) in sintesi che hanno allargato il solco che separa le due Italie. Una che sta nell’Europa che cresce, dalla Toscana alla Danimarca; l’altra che sta con quella arretrata, dalla Sicilia alla Grecia, ai Balcani, all’est europeo. Come in altre circostanze della storia italiana recente il sud rabbioso che si sente emarginato e costretto in una condizione sempre più periferica sceglie un intreccio tra ribellismo antistatalista, aspettative assistenzialiste, finte rivoluzioni fideistiche, conservatorismo antiriformista per incanalare la propria protesta: basta ricordarsi Lauro, fino ai sindaci “arancione” o il movimento dei forconi.

Oggi è l’ora del populismo del M5S che ha promesso mari e monti e soprattutto quel reddito garantito che ha convinto molti. Ma soprattutto è stato scelto perché tutti sanno che lascerà che le vecchie pratiche clientelari, la distribuzione di risorse assistenziali, l’evasione delle tasse locali, il nero nelle attività economiche rimarranno fonte di reddito supplementare. E’ una secessione che va a destra contro la quale il messaggio europeista e riformista del Pd, raccontato da classi politiche locali screditate e divise, non ha avuto nessuna possibilità di essere recepito. Neanche evocare la vecchia ricetta socialdemocratica però ha avuto successo, come testimonia l’eclisse di D’Alema. Come è ovvio questa scelta non risolverà nessuno dei problemi del Mezzogiorno, ma intanto ha consentito di mettere da parte programmi ritenuti minacciosi – i controlli fiscali, la lotta contro l’abusivismo “di necessità”- a favore del ritorno della spesa pubblica erogata a difesa dei redditi, piuttosto che per progetti di sviluppo a lunga durata. In sintesi bisogna ripensare al Sud come si fece negli anni 60, o alla fine del secolo scorso: in grande e con una visione strategica.

La marginalità dei 5S al nord è la conferma che il populismo assistenzialista e statalista si ferma “a Eboli” potremmo dire. Al nord trionfano invece gli imprenditori della paura non della rabbia raccogliendo il consenso dei ceti medi in declino a cui l’Europa non ha saputo dare risposte convincenti sul bisogno di sicurezza e per un’integrazione degli immigrati governata dai poteri pubblici. La Lega di Salvini sta con l’Europa di Visegrad, sovranista ed euroscettica, che sta vincendo in molte altre parti d’Europa e nei confronti della quale la sinistra riformista è poco competitiva. Almeno fino a quando l’Europa non sarà in grado di uscire dalle secche dell’asfissia rigorista e lanciare un grande piano di sviluppo espansivo e socialmente sostenibile.

Questa è la partita che sta di fronte alla discussione interna nel Pd, che resta comunque una forza del 20%, tra le più forti d’Europa: non una rotta dunque, ma un grave battuta d’arresto che impone un salto di qualità profondo della sua proposta politica. Certo che se tutto si riduce a discutere se appoggiare un governo 5S, vuol dire che la crisi del Pd non si risolverà.

Alberto De Bernardi

Populismo e nazionalismo o politica e democrazia?

Bella situazione. Sempre più populismo e nazionalismo entrano in rotta di collisione con la politica e la democrazia. Dopo la Brexit, l’elezione di Trump e poi la Le Pen che si prepara a diventare Presidente della Repubblica francese con in programma l’uscita dalla Ue e dalla Nato. In ogni paese europeo movimenti o governi ostili che vedono l’Unione europea come un odioso limite alla loro sovranità. Ognuno che vuole andare per la sua strada.Europa egoismi nazionali Da noi Grillo e Salvini puntano sul referendum anti euro per farsi dire un bel NO dal popolo inviperito e inconsapevole delle conseguenze come se inondare l’Italia di una nuova lira senza valore potesse essere una risposta praticabile. Manco fossimo la Cina! Il popolo che i populisti immaginano immediatamente capace di scelte complesse, ma popolo “naturalmente” ignorante perché composto da una miriade di punti di vista particolari la somma dei quali non può comporre una scelta generale. Questa può venire solo dalla politica e dalla democrazia che hanno bisogno di sedi nelle quali l’opinione si possa filtrare, educare, formare, mediare, riconducendo la molteplicità a poche scelte di valore generale.

Sarebbe la funzione dei partiti, ma questi sono ridotti al lumicino per l’incapacità di fare pulizia al loro interno e per quella di rinnovarsi trasformandosi in strumenti di formazione dell’opinione nell’epoca di internet. Proprio quest’ultima li ha invece messi nell’angolo mettendo a disposizione di tutti un’enorme mole di informazioni e l’illusione di poterle facilmente interpretare. Se nel passato “lo ha detto la televisione” conferiva a qualunque messaggio il crisma dell’indiscutibilità oggi accade che lo si dica per la rete con l’aggravante che la televisione è sempre stata sotto il controllo di organismi pubblici o privati accreditati, mentre la rete è nelle mani di chiunque riesca a farsi ascoltare (e magari lo si ascolta proprio per l’assurdità di ciò che sostiene). Ulteriore aggravante è che internet manipolazionela rete si presta alla manipolazione del pensiero e del consenso perché permette un controllo centralizzato nelle mani di piccoli gruppi. È il caso del M5S, secondo partito nazionale gestito dai server di una piccola società privata di comunicazione e dal blog di Beppe Grillo. Niente congressi, niente primarie, giusto un po’ di gruppi locali liberi di discutere fino a che non vengono toccati i temi rilevanti che spettano solo al Capo e al suo staff.

È una trasformazione della formazione del consenso che si accompagna e si completa con un rapporto tra leader e popolo sempre più esclusivo senza nulla che si frapponga nel mezzo. Iniziato come leaderismo molti anni fa oggi populismo è sicuramente la definizione giusta. Dai nuovi movimenti viene però soprattutto una spinta nazionalista contraria ad ogni tipo di organismo sovranazionale. La somma dell’uno e dell’altro ricorda tanto ciò che accadde in Europa a cavallo delle due guerre mondiali. L’impressione è che un ciclo storico iniziato con il secondo dopoguerra si stia fermando e stia invertendo la sua direzione. Fare qualcosa per bloccare questo sviluppo non può consistere nell’invocazione dei “sacri ideali” dell’internazionalismo e dell’europeismo. partito e antipartitoPer troppi anni questi sono stati utilizzati per avocare ogni scelta alle élite politiche e tecnocratiche che hanno fatto gli interessi dei grandi organismi finanziari e imprenditoriali nonché di un ceto ristretto di privilegiati del potere e non certo dei ceti medi e bassi della società. Gli ideali adesso devono essere messi sulle gambe della concretezza e dell’utilità. Bisogna cioè dimostrare che scegliere l’unione invece della divisione conviene e bisogna dimostrare che anche le élite sono chiamate a pagare i conti della crisi.

Altrimenti la tentazione sarà quella di rinchiudersi dentro i propri confini e siccome ciò non porterà i benefici attesi il passo successivo sarà l’inasprimento delle tensioni tra gli stati. Nemmeno Trump potrà realizzare i miracoli promessi in campagna elettorale e, passato il primo periodo, probabilmente dovrà fare i conti con la realtà che l’interdipendenza tra le economie non si può piegare più agli interessi di una sola potenza. D’altra parte non ci si è riusciti nel passato quando la guerra era uno strumento ordinario di risoluzione delle controversie internazionali e non c’era alcuno scrupolo a ricorrervi, figuriamoci se ci si può riuscire adesso con il mondo pieno di armi atomiche.

Claudio Lombardi

La governance europea che favorisce il populismo

Un articolo di Sergio Fabbrini sul Sole 24 Ore tocca il tema cruciale della crescita del populismo in Europa. “Perché i partiti anti-europeisti (cioè contrari all’integrazione politica del continente) sono in crescita ovunque, persino in Germania?” si domanda Fabbrini. La risposta è che non si tratta solo delle politiche che persegue la Ue, ma anche del modello di governance che si è creato nella zona euro. Occorre quindi cambiare le politiche, ma anche il modo con il quale vengono assunte le decisioni in Europa. Seguiamo il ragionamento con una sintesi dell’articolo.

partiti-politiciLa crisi dei partiti ha toccato tutti i paesi europei e la tradizionale competizione fra destra e sinistra non è stata in grado di rispondere alle insoddisfazioni degli elettori. Così sono spuntate le formazioni anti-partito tutte orientate su posizioni anti-integrazione europea. È saltato lo schema che nel dopoguerra per decenni aveva ricondotto all’interno della competizione tra destra e sinistra le spinte che emergevano dalla società. Le infrastrutture politiche dello sviluppo economico post-bellico sono nate e hanno vissuto nell’ambito di questa competizione. Ciò che è accaduto a partire dalla crisi finanziaria del 2008 è stata una convergenza programmatica tra destra e sinistra che ha avuto la sua massima espressione nell’ambito delle politiche europee.

Da qui sono nati i governi di grande coalizione in Germania (2005-2009 e 2013-2017) che hanno di fatto cancellato la distinzione tra le posizioni cristiano-democratiche e quelle socialdemocratiche. Qualcosa di simile è accaduto in Francia con la sostanziale continuità programmatica delle presidenze Sarkozy e Hollande. (Anche in Italia abbiamo avuto un governo di emergenza nel quale si sono annullate le differenze tra le diverse componenti politiche).

protesta-anti-euroIl problema è che così “le nuove domande generate dal cambiamento sociale hanno finito per trovare nuovi canali per trasmettersi alla politica. Sono stati i movimenti populisti a rappresentare quelle domande, indirizzandole non solo verso il rifiuto dei partiti tradizionali (di destra e di sinistra) ma soprattutto verso il sistema euro-nazionale di cui quei partiti sono stati l’infrastruttura”. Si è così creata una nuova divisione non più tra destra e sinistra, ma tra sì e no al proseguimento dell’ integrazione europea.

Questa, tradottasi nell’integrazione monetaria e specialmente a partire dalla crisi del 2008, “ha modificato radicalmente la struttura della competizione politica all’interno dei paesi dell’Eurozona”. Tuttavia, la convergenza tra la destra e la sinistra non deriva dall’istinto di conservazione di élite politiche interessate a conservare i loro privilegi, ma, piuttosto, dal modello di governance economica che si è venuto istituzionalizzando nel corso della crisi. “In particolare, è il risultato dei vincoli regolamentari che si sono imposti sulle scelte nazionali, sull’onda della necessità di rispondere alla minaccia esistenziale del fallimento dell’euro”.

destra-sinistraIl guaio è stato che quei vincoli “hanno svuotato di significato la tradizionale competizione tra la destra e la sinistra a livello nazionale, senza promuovere contemporaneamente una altrettanto efficace competizione tra l’una e l’altra a livello sovranazionale”. Cioè si è trasferita la decisione sulle più importanti politiche economiche e finanziarie nazionali a Bruxelles determinando lo svuotamento di significato della competizione politica nazionale.

Il problema è che quelle “decisioni vengono prese in consigli intergovernativi costituiti di leader nazionali che possono trovare un accordo solamente facendo convergere le loro rispettive posizioni politiche. Se si esce da quegli accordi, si espone il proprio paese alla reazione dei mercati e all’isolamento rispetto agli altri partner europei. Se si rimane nel perimetro di quegli accordi, si alimenta la reazione anti-europeista dei partiti populisti all’interno del proprio paese”.

cambiare-stradaCome uscirne? La soluzione per Fabbrini non è solo cambiare le scelte politiche, ma cambiare il modello di integrazione, “separando chiaramente le politiche che vanno gestite insieme a Bruxelles e le politiche che debbono essere gestite individualmente dai singoli paesi”. Seguendo il suo ragionamento e tentando di completarlo, tuttavia, anche questo cambiamento non sarà sufficiente se non emergeranno indirizzi politici alternativi su scala europea. Ovvero se la principali correnti politiche europee non elaboreranno programmi differenziati  coerenti con i loro presupposti culturali. Avere come unico orizzonte i pur necessari parametri finanziari porta alla morte della politica che, però, non muore veramente, ma si trasferisce su movimenti anti-sistema e anti-Europa che hanno come unico progetto la separazione e la chiusura nei confini nazionali. Una ricetta che l’Europa ha già pagato con due guerre mondiali

Claudio Lombardi

La deriva autoritaria in Europa e nel mondo

La morte del ricercatore Giulio Regeni colpisce per la sua atrocità e preoccupa perché si inserisce in un drammatico trend di compressione della libertà.

Quando nel 2013 Al Sisi ed i suoi sostenitori ribaltarono Mohamed Morsi i governi occidentali videro nella giunta militare un valido argine al fondamentalismo islamico. Fu occidentalizzata la dottrina del ministro degli esteri di Berlusconi Franco Frattini: l’alternativa migliore per il mondo arabo è costituita da dittatori come Gheddafi e la pretesa di esportare i valori occidentali è velleitaria e pericolosa. Stupisce la facilità con cui si è imposta tale dottrina nonostante sia stata partorita da coloro che con Bush padre e figlio hanno “portato la democrazia” in Iraq tra l’altro senza alcuna richiesta da parte dell’ONU e nonostante la storia abbia dimostrato che tutte le dittature desertificano la società, producono alienazione e conseguenze drammatiche come disparità insostenibili ed oligarchie economiche, nazionalismo, terrorismo. In questo senso i disastri nel perimetro dell’ex URSS a cui abbiamo assistito dopo il 1989 sono solo una variante meno atroce delle barbarie dell’ISIS.

terroristi IsisLa fine della storia, preconizzata con troppa fretta da Francis Fukuyama non c’è stata. Mai come oggi dopo il 1989 c’è stata così poca libertà. I regimi autoritari sono sempre più numerosi, i gruppi terroristici impongono le loro folli leggi e la libertà di stampa è ai minimi storici. Secondo il rapporto Freedom of the press 2015 di Freedom House nel 2014 i giornalisti hanno dovuto affrontare “pressioni da tutte le parti”, gli Stati usano il pretesto della lotta al terrorismo per mettere a tacere le voci critiche mentre le organizzazioni criminali sono libere di intimidire le voci fuori dal coro.

In tale contesto sono due i fattori che più colpiscono (i) le compressioni della libertà ormai non riguardano solo nazioni periferiche e storicamente considerate poco democratiche; (ii) la situazione è in rapido deterioramento anche nel perimetro dell’Unione Europea.

Forse il caso più significativo di deriva autoritaria dell’ultimo decennio è la Russia. Già ai tempi di Eltsin era impressionante il numero dei giornalisti uccisi, Putin ha fruito di leggi elettorali ammazza-minoranze e il rapporto del potere con gli oligarchi da anni ha il sapore di un regolamento di conti, ma mai come in questi mesi a Mosca vi è stata una repressione così forte. Pochi anni fa, seppur solo formalmente, Putin lasciò la presidenza per limiti costituzionali, oggi lo zar non sembra più interessato a rispettare, neppure solo formalmente, i principi democratici. PutinA maggio scorso il parlamento russo ha approvato una legge che permette di bloccare l’attività delle organizzazioni non governative che sono considerate una minaccia per “l’ordine costituzionale, la difesa e la sicurezza della Russia” ed arrestare chi collabora con tali ONG. Si noti che il Ministero della difesa stabilisce liberamente quali sono le ONG indesiderate. Tali scelte paiono un ritorno al controllo capillare della società civile esercitato dal Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

Ancor più drammatico dell’involuzione russa è il successo che sta riscuotendo l’idea di fare la guerra alle ONG: tra gli Stati che di recente hanno varato normative restrittive si annoverano Cina, Sud Sudan, Kenya, Egitto, Uganda, la più grande democrazia del mondo l’India e perfino “l’occidentale” Israele. Anche i provvedimenti all’apparenza più moderati, che chiedono solo trasparenza a chi è finanziato dall’estero hanno la finalità di mettere a tacere, magari con la semplice delegittimazione, le voci contrarie al governo.

Preoccupa molto l’atteggiamento nei confronti della stampa del governo Giapponese guidato da Abe. Sono sempre più ricorrenti i casi di volti noti della TV che lasciano il loro lavoro denunciando condizionamenti politici, a fine 2015 il corrispondente da Tokio del Frankfurt Allgemeine Zeitung ha affermato che avrebbe lasciato il Giappone a causa dell’atteggiamento censorio del ministero degli esteri e di recente il parlamento ha approvato una legge che permette di chiudere i programmi “politicamente sensibili”. Un ministro con parole assai inquietanti ha affermato di non voler utilizzare la legge, ma di non poter chiaramente garantire per le scelte di governi futuri. Al di là del crescente revisionismo di Tokyo, c’è ragione di temere che il governo voglia ridurre al silenzio coloro che considerano fallimentare la strategia economica del premier Abe.

regime autoritarioInfine l’autoritarismo è penetrato anche nei confini dell’Unione Europea, nonostante uno dei principi fondanti della casa comune europea sia lo status democratico di tutti i paesi aderenti. Nel decennio precedente al fatidico primo maggio del 2004 che avrebbe portato 8 paesi postcomunisti, poi divenuti 11, nell’UE i candidati all’adesione che avevano un passato al di là della cortina di ferro si sforzarono per rispettare, almeno formalmente, i principi della democrazia. Gli esiti non furono pienamente soddisfacenti in tutti gli Stati candidati: si poteva fare di più per il rispetto delle minoranze russofone sul baltico; il primo governo Orbán (1998-2002) in Ungheria fu caratterizzato da rapporti che sarebbe un eufemismo definire poco sereni con la stampa e poco dopo l’adesione all’UE in Slovacchia nacque un governo rosso-bruno capitanato dall’attuale premier Robert Fico (2006-2010) che era ossessionato dalla minoranza magiara che vive nel paese. Sarebbe frettoloso dire che non si doveva fare l’allargamento ad est, avremmo affidato l’occidentalizzazione o la trasformazione di una fetta d’Europa a Bush figlio e forse avremmo rischiato di avere non una ma “tre o quattro Ucraine”, tuttavia i sintomi di una transizione alla democrazia incompleta e superficiale furono trascurati, si pensò che la crescita economica avrebbe guarito tutte le ferite e che le istituzioni UE avrebbero usato sapientemente bastone e carota per difendere la democrazia. politica estera EuropaLa storia ci ha dimostrato che la crescita non guarisce tutte le ferite e molte tigri dell’Europa dell’est hanno un un’incidenza della povertà che somiglia molto a quella greca, mentre le istituzioni UE, impantanate sulla questione del debito sovrano, usate come parafulmine dai governi nazionali e costrette a fronteggiare il populismo dilagante, non appaiono in grado di limitare le derive dei governi di estrema destra dell’Europa orientale. Il punto di non ritorno è stato il secondo governo Orbán: l’autocrate ungherese ha fatto votare leggi sulla cittadinanza che puzzano di revisionismo ed ha smantellato progressivamente tutti i poteri indipendenti. I governi dell’Unione avrebbero dovuto sospendere l’Ungheria e sterilizzare il suo voto in tutte le istituzioni dell’UE, ma in un contesto difficile per l’Unione e per l’euro nessuno ha avuto il coraggio di aprire un fronte ungherese dopo quello greco. Oggi di sicuro la Polonia si sta “orbánizzando”, altri paesi dell’Europa dell’est sembrano voler seguire il cattivo esempio e la Turchia di Erdogan, che in questi anni ha fatto una vera e propria inversione a U nel percorso verso la democrazia, sembra avere un potere di ricatto immenso nei confronti dell’UE per il peso che ha nella vicenda dei rifugiati.

Serve quindi un’Unione Europea con una vera politica estera ed una riforma delle organizzazioni internazionali a partire dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Solo salvando la democrazia onoreremo la memoria di Giulio Regeni.

Salvatore Sinagra

Dolori francesi

Ma cosa ci combina questa Francia? Anzi, cosa si è messa in testa quella minoranza di francesi che sono andati a votare alle elezioni europee? Marine Le Pen pretende lo scioglimento del Parlamento, annuncia un referendum per uscire dall’euro, vuole stracciare gli accordi per gli scambi commerciali tra Europa e USA e chissà cos’altro.

Pensate che se avesse vinto Grillo avrebbe chiesto le stesse cose anche per l’Italia con l’aggiunta di un disconoscimento del debito pubblico in mano straniera e levandosi la soddisfazione di stracciare il fiscal compact in faccia alla Merkel.

Grillo forse stava scherzando o forse no, ma la Le Pen non scherza affatto. Come cultura è nazionalista ai limiti del fascismo, ma non si sa se furba o poco intelligente. Certo è che, come tanti altri leader nella storia, non esita a lanciare il popolo che pretende di guidare verso avventure pericolose e dolorose. Sempre ripetendo la giaculatoria che il popolo deve riprendere la sua sovranità e che si tratta di salvare la Francia ovviamente. È gente che in tutte le epoche e in ogni angolo del mondo ha iniziato così ed è poi finita con gli eserciti in armi e i popoli a massacrarsi inseguendo la follia dei capi.

Proviamo ad immaginare una Francia che abbandona l’euro e probabilmente anche l’Unione europea. Pensiamo alla Francia come una rispettabile barca di medie dimensioni abbandonata nel mare della competizione globale mai calmo e a volte in tempesta. Si sono chiesti gli intelligentissimi elettori che hanno baldanzosamente votato Le Pen che fine farebbero nel caso che le proposte della loro leader passassero?

In Italia per fortuna possiamo stare tranquilli per un po’ anche se il M5S e la Lega hanno preso una bella fetta di elettorato. Anche questi sono sicuramente elettori molto intelligenti che hanno una visione strategica. Eh già perché bisogna proprio avere una vista lunga per immaginare che l’Italia possa andare alla battaglia globale armata del suo debito pubblico, della sua corruzione, del suo clientelismo e delle sue mafie. Complimenti elettori, voi sì che vedete le cose con lucidità….

Per ora teniamoci il nostro governo perché ci sembra diretto da un partito di maggioranza relativa – il PD -con la testa sulle spalle. Magari non ci farà ridere e non infiammerà gli animi, ma lavora seriamente

Elezioni europee. Il nazionalismo populista e la dura realtà

nazionalismi europei conseguenzeIl leader nazionalista hindu Modi ha vinto le elezioni in India (1,250 miliardi di abitanti). Un accordo trentennale per la fornitura di gas è stato stipulato tra Russia (144 milioni di abitanti) e Cina (oltre 1,36 miliardi di abitanti) corredato da numerosi altri accordi commerciali e per la ricerca scientifica e tecnologica.

Come è noto l’Asia sta sempre più diventando il motore dell’economia mondiale e l’accordo tra Russia e Cina stabilisce le condizioni di base e geopolitiche perché quell’area del mondo divenga sempre più determinante. Il rilancio del nazionalismo indiano, inoltre, rafforza questa tendenza perché l’India sempre più andrà alla ricerca di uno sviluppo più intenso in concorrenza con l’occidente.

Tralasciamo di inserire in questo ragionamento altri paesi a noi ben noti perché da lì provengono molti prodotti che fanno parte della nostra vita quotidiana (Corea, Vietnam, Taiwan, Indonesia, Thailandia ecc). Loro li producono e noi li acquistiamo.

crisi EuropaOra mettiamo a confronto questo scenario con la competizione elettorale europea che si concluderà domani con il voto. Quali sono i temi e le forze politiche che hanno avuto maggiore risonanza? Sicuramente quelli e quelle definite euroscettiche e che comprendono componenti diverse (nazionaliste e populiste in primo luogo), ma tutte unite da un bersaglio: l’esistenza di una Europa unita e di una moneta comune.

Attenzione: non le politiche ottuse e irrazionali che hanno ridotto l’Europa e l’area euro in particolare ad un contatore di deficit avendo di mira sempre e soltanto il parametro del 3% di deficit e il 60% di debito in rapporto al Pil. No, l’attacco è proprio e soltanto all’esistenza stessa di una unione europea. Chi attacca non vuole che cambino le politiche, vuole che si frantumi l’Unione europea.

Infatti, cosa vuole Marine Le Pen in Francia? Semplicemente l’abbandono dell’UE e dell’euro. Cosa vuole Grillo? Un referendum sull’euro cioè un modo indiretto e furbastro per sancire l’uscita dell’Italia dalla moneta unica. Cosa vogliono le altre forze politiche nazionaliste? La stessa cosa, cioè il ritorno agli stati nazionali sovrani e dotati ognuno di una propria moneta.

Europa nella competizione globaleCome sta messa la UE nel contesto internazionale? Con poco più di 500 milioni, con la crisi economica e l’invecchiamento della popolazione non si può dire che qui ci siano prospettive di sviluppo paragonabili a quelle dell’Asia e degli stessi Stati Uniti.

A livello di competizione globale l’Europa si presenta fragile, divisa e instabile. In questa situazione pensare di poter rompere il tentativo di creare un’economia integrata con un’unica moneta come quello iniziato da 18 stati con l’euro e presentarsi nel confronto internazionale con 18 monete diverse in competizione tra loro e verso il mondo farebbe ridere se non ci fosse da piangere.

Sia chiaro: che le politiche europee debbano cambiare ponendo fine ad un rigore ottuso e senza scopo è di vitale importanza, ma il fine deve essere quello di rilanciare l’Europa non di affossarla.

demagogia antieuroNulla di cui meravigliarsi per Marine Le Pen che affonda le sue radici culturali in un nazionalismo di impronta fascista; quella stessa impronta che prevaleva in Europa nel passato e che ha portato a ben due guerre mondiali. I popoli non hanno mai capito dove li stavano portando le classi dirigenti e sono andati incontro al macello delle guerre con una disinvoltura e una leggerezza che hanno poi pagato a caro prezzo. Tornare alle monete nazionali oggi significherebbe avviarsi ad una feroce competizione tra gli stati europei  innanzitutto nella quale, prima o poi, si finirebbe per minacciare l’uso delle armi. E questo con una globalizzazione che nel passato non c’era. Le élite tipo Marine Le Pen che oggi invocano la sovranità dei popoli lo sanno benissimo, ma pensano, come pensavano i loro precursori nel passato, di poter vincere le future competizioni mettendosi su una strada che non esclude le prove di forza.

Gli italiani non sono molto diversi da altri popoli e all’incitamento nazionalistico di stampo fascista della Le Pen preferiscono il sollazzo e il dileggio alla Beppe Grillo, ma la destinazione è la stessa: la rottura, la competizione selvaggia, l’isolamento. Tra una battuta e l’altra la rabbia degli italiani vede nel M5S e in Grillo i vendicatori di tante ingiustizie, di tanti soprusi e il sogno del ritorno ad un passato più semplice di quello di adesso, un passato nel quale si potevano pagare tassi di interesse sul debito pubblico del 20% l’anno e raddoppiare il rapporto con il Pil cercando di tamponare le falle con le svalutazioni della lira.

illusioni 5stelleMolti italiani si cullano in questa favola cercando una scorciatoia alla difficile costruzione di un’alternativa e credono al Grillo che vorrebbe stracciare i trattati in faccia alla Merkel e disconoscere il debito italiano detenuto nell’UE definendolo “immorale”. Forse è piacevole cullarsi nei sogni e prendersi delle belle rivincite a colpi di vaffa e di insulti come si fa nelle discussioni tra amici per sfogarsi. Meno piacevole è sbattere la faccia con la dura realtà di un mondo nel quale siamo fragili e indifesi. La maestria di Grillo è nel far credere che tutto ciò possa essere vero e si possa non pagare alcun prezzo; è una maestria simile a quella del Berlusconi che nel passato proponeva milioni di posti di lavoro e ogni altro bene a italiani desiderosi di sentirselo dire, ma del tutto ignari delle modalità per ottenerlo. Come è finita lo abbiamo visto e i conti li stiamo pagando. Come finiranno le sparate di Grillo tradotte in scelte politiche, specialmente se unite alle pulsioni nazionaliste dei tanti Le Pen che agiscono in Europa, speriamo di non doverlo vedere mai

Claudio Lombardi

Cosa nasce dalla rabbia? (di Lorenzo Aiello)

uso politico della rabbiaNel De Oratore Cicerone scrive “La storia è vera testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell’antichità”. Avere una buona conoscenza della storia e degli eventi passati permette (almeno in teoria) di comprendere meglio il quadro storico che uno vive in quel momento. Con questa premessa vorrei fare una piccola analisi del contesto storico/politico nel quale ci troviamo e confrontarlo con altri periodi storici per cercare di farne notare delle somiglianze che forse a molti sfuggono.

Innanzitutto sugli italiani. Reduci dal vecchio motto latino “mors tua vita mea”, noi italiani l’abbiamo spesso trasformato nel meno cruento “fatta la legge trovato l’inganno”. Pare, infatti, una legge non scritta la nostra proverbiale insofferenza alle regole. Senza generalizzare basta andare a leggersi i numeri sui reati di corruzione, abuso d’ufficio, peculato e simili sostenuti da una robusta cronaca quotidiana di processi e arresti per vedere che effettivamente abbiamo un serio problema con la legalità.

Siamo anche sensibili (come altri popoli del resto) e ci appassioniamo a forti personalità carismatiche che si propongono invariabilmente come la salvezza e l’unico rimedio per i problemi del paese. Nel nostro passato ci sono vari esempi di cicli che iniziano sempre nello stesso modo. Io non ero che un piccolo bambino all’epoca, ma molti di quelli che leggeranno questo articolo sicuramente ricorderanno meglio di me la stagione 1992-1994, quella di Tangentopoli e Mani Pulite. Si scoprì la profonda corruzione della classe politica e qualcuno si propose come la guida di cui l’Italia aveva bisogno.

discesa in campo berlusconiNel 1994, nel famoso discorso della sua discesa in campo, Berlusconi così si presentava:

  • “Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare”;
  •  “La vecchia classe politica italiana è stata travolta dai fatti e superata dai tempi. L’autoaffondamento dei vecchi governanti, schiacciati dal peso del debito pubblico e dal sistema di finanziamento illegale dei partiti, lascia il Paese impreparato e incerto nel momento difficile del rinnovamento e del passaggio a una nuova Repubblica”;
  • ” I loro uomini sono sempre gli stessi, la loro mentalità, la loro cultura, i loro più profondi convincimenti, i loro comportamenti sono rimasti gli stessi”;
  •  “Ciò che vogliamo offrire agli italiani è una forza politica fatta di uomini totalmente nuovi”.

Tutte frasi contro una classe politica vecchia, corrotta e ormai inutile che andava completamente cambiata (chissà perché mi risuona nelle orecchie un più recente “Mandiamoli tutti a casa”?). Risultato? Vent’anni di berlusconismo.

Vogliamo andare più lontano nel tempo? Bene, siamo nel 1919-1922: crisi economica, disoccupazione, insoddisfazione e rabbia, un grave indebolimento delle istituzioni. Puntuale arriva il salvatore di turno: Benito Mussolini. Venti anni di fascismo, guerra e disastro totale per l’Italia.

demagogia m5sVeniamo alla situazione di oggi. Cosa ci troviamo ora in Italia? Insofferenza popolare verso le istituzioni, una classe politica vecchia e corrotta, con gli stessi personaggi che sono lì da anni a farsi gli affari loro. E, in questo contesto, arriva una nuova forza politica che si pone in netto contrasto con il passato, proponendosi come l’unica valida alternativa al marciume ed è guidata da un leader decisamente carismatico.

Nessun parallelismo e nessuna insinuazione sul Movimento 5 Stelle, questo voglio sia chiaro a coloro che leggono! Però è strano che cambiano i tempi, ma date certe condizioni la reazione è sempre molto simile. Sembra che ciclicamente in Italia ci sia bisogno di una netta rottura con il passato, di fare terra bruciata con quanto c’è stato fino a quel momento per lasciare spazio al personaggio carismatico di turno che promette cambiamenti radicali. E questo perché i sistemi politici non riescono ad autoriformarsi e la classe dirigente che si forma dalle rotture generate dai movimenti che vogliono fare piazza pulita del vecchio si rivela, prima o poi, peggiore di quelle precedenti (un po’ come i maiali nel racconto di Orwell “Animal Farm”). Insomma cosa ci aspetta nel futuro? Qualunque cosa sia, non resta che augurarsi che sia costruttivo e non mosso solo dalla rabbia.

Lorenzo Aiello

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